L'esatta percezione

Dopo aver pubblicato Spore nel 2013 e Il lettore univrsale l'anno scorso, avevo pensato che non mi sarebbe più capitato di far uscire una raccolta di racconti. Perché i racconti non si leggono, non si pubblicano, il mercato tende al romanzo perché la gente (e gli editori) è convinta che più lungo uguale più bello. Quindi è stata una mezza sorpresa anche per me ricevere la proposta da parte dell'Associazione RiLL di far uscire una nuova antologia delle mie storie.

A partire da fine mese sarà disponibile infatti L'esatta precezione, parte della collana "Memorie dal futuro", le raccolte personali che RiLL ha iniziato a pubblicare da alcuni anni, e che nelle edizioni precedenti ha visto autori come Francesco Troccoli, Massimiliano Malerba, Davide Camparsi, Luigi Musolino.


Come da impostazione di questa collana, il libro raccoglie innanzitutto i racconti che nel corso degli anni sono arrivati in finale al Trofeo RiLL o al concorso parallelo SFIDA, per cui la maggior parte dei racconti sono già usciti in raccolte precedenti del premio, come Karma, La legge dei padri, Pr-Medjed, Lamarckia. Altri ancora erano usciti in edizioni precedenti e ormai introvabili, come Sinestesia (che era in Spore, ormai fuori catalogo), La bella lavenderina, In un istante. Pixel lo avevo autopubblicato su Amazon ed era poi stato incluso in un numero della rivista Futuri. Hype invece è del tutto inedito. In ogni caso, tutti i racconti sono stati opportunamente rivisti ed editati insieme ad Alberto Panicucci, boss del team RiLL che fa questo lavoro da quando ancora io dovevo cambiare i denti.

Il titolo L'esatta percezione è volutamente criptico, perché uno potrebbe chiedersi "ma l'esatta percezione di che?" Ecco appunto, è proprio quella la questione. La tesi di fondo della raccolta è proprio che questa percezione precisa non esista. I concetti di realtà, di verità storica, di sanità mentale sono spesso messi in discussione in questi racconti. Contrariamente alle mie solite uscite, stavolta non si parla di fantascienza in maniera preponderante. Il Trofeo RiLL da sempre premia storie fantastiche ad ampio raggio, e infatti anche in questo volume sono contenuti racconti di sf, horror, urban fantasy, e altra roba meno definibile. Come dico sempre la fantascienza è il mio primo grande amore, ma questo volume potrebbe essere interessante proprio perché contiene parecchi sconfinamenti in territori attigui.

La copertina è di Valeria De Caterini, che da sempre disegna le illustrazioni dei libri di RiLL, e ha interpretato nel suo stile sognante il tema della decostruzione della realtà. Si nota appena, ma se ci fate caso, la realtà si sfilaccia ai margini del campo visivo. E non mi riferisco solo a questo disegno.

Per quanto mi riguarda pubblicare una raccolta con i tipi di RiLL è davvero una grande soddisfazione, proprio perché questo premio è stato uno dei miei primi approcci alla narrativa. Alcuni dei miei racconti più apprezzati sono stati scritti proprio per partecipare al premio, come ad esempio Il lettore universale, e sappiamo tutti com'è finita. Inoltre sono convinto che il lavoro fatto dai Rillini sia uno dei più importanti scouting per gli autori di genere, e infatti molti dei nomi che sono emersi negli ultimi anni sono passati da loro, come quelli citati in precedenza.

L'esatta percezione è già disponibile sullo store di RiLL, e lo sarà presto sugli altri store online. Il 31 ottobre inoltre sarà presentato al Lucca Comics & Games, a lato della premiazione del Trofeo RiLL che si svolgerà alle ore 18:00 nella sala Ingellis. Mi troverete quindi lì con il libro sia giovedì che venerdì 1 novembre, nei pressi dello stand RiLL o in giro.

Ultimi acquisti - Ottobre 2019

È passato così tanto tempo da un post con gli ultimi acquisti musicali che avevo quasi dimenticato che esistesse una rubrica del genere su questo blog. I motivi non li sto a ripetere, che sennò sembra che mi lagno sempre, ma se scavate nel passato li trovate. Fatto sta che nelle settimane scorse ho sentito l'esigenza di acquisire nuova musica, e a motivarmi è stata essenzialmente l'uscita di un disco in particolare, dalla quale poi ho colto l'occasione per aggiungere altra roba.


Iniziamo quindi da chi ha reso possibile questo post, ovvero Dominik Eulberg. A settembre di quest'anno, otto anni dopo l'uscita di Diorama, Dominik ha pubblicato il suo nuovo album Mannigfaltig. Non che fosse rimasto fermo in questo tempo, perché di EP ne sono usciti parecchi, ma finora nessuna raccolta organica di tracce come questa. Mannigfaltig ovvero "molteplicità" se riesco a interpretare abbstanza il tedesco, trae ispirazione come sempre nel caso di Eulberg dal mondo naturale. Ogni traccia infatti è dedicata a un animale, nello specifico ogni titolo è il nome di una creatura che (sempre in tedesco) contiene nel proprio nome comune un numero da uno a dodici. Lo stile di questo autore è inconfondibile e non riesco a capacitarmi di come pur producendo una techno a volte anche abbastanza dura ma ricca di calore, Eulberg riesca a far risuonare davvero l'armonia di questo mondo naturale come lui la percepisce. Sfido chiunque ad ascoltare Goldene Acht e non percepire la fiera leggiadria di questa farfalla, oppure non venire sopraffatti dalla maestosità dei ghiacciai a cui è dedicata Elfenbein-Flechtenbarchen. Questo è un disco da secondo-terzo-quarto ascolto, perché se al primo passaggio certe tracce possono sorprendere, in seguito si riesce a capire meglio ciò che rappresentano. Dominik Eulberg si conferma così uno dei miei artisti preferiti, una mente profonda e ingenua allo stesso tempo.


Parlando di bestie, mi ricollego con James Holden, qui presente nell'imaginaria compagnia di un collettivo denonimanto The Animal Spirits, con un album intitolato, appunto The Animal Spirits. Un disco di difficile collocazione, da parte di un autore che praticamente da solo ha inventato un nuovo genere di musica elettronica, la neotrance, e poi con la stessa nonchalance l'ha abbandonata, uno che si è permesso nel suo primo album di inserire una traccia intitolata Intentionally left blank, con cinque-sei minuti di silenzio, alla John Cage. Insomma, da Holden ci si può aspettare l'inaspettato, e qui lo troviamo perché le tracce contenute in questo album per certi versi sembrano delle improvvisazioni, intrecci di IDM, electro-jazz e ambient. Musica piacevole ma straniante, che a volte come in Thunder Moon Gathering sembra non prendersi troppo sul serio e altre invece come con The Animal Spirits forma una cappa di claustrofobia difficile da reggere. Si sente comunque la presenza di un'ispirazione che si collega in qualche modo a suoni naturali, ritmi da raduni pagani nei boschi sotto la luce della luna.


Propaganda è un album del 2017 di Oliver Huntemann che mi ero perso. Una collezione di tracce techno-electro oppressive e cupe, una variazione sul tema introdotto già tempo prima in Paranoia, come già la copertina suggerisce. Tracce da titoli poco rassicuranti come Kamikaze, Malaria, Egoist, Doppelganger. Non c'è niente in questi pezzi che metta a suo agio l'ascoltatore, anzi la generale sensazione di inquietudine è il nucleo intorno a cui si sviluppa tutta l'opera. Viste le prove precedenti di Huntemann probabilmente non si può dire che si tratti di materiale di grande originalità, ma la capacità di evocare certe atmosfere è innegabile.



Discorso simile si può fare anche per Drown, ultimo album dell'anno scorso di Fritz Kalkbrenner. Anche qui si avverte per lo più una sensazione di urgenza e ansia. La differenza sta nel fatto che finora il meno famoso dei fratelli Kalkbrenner si era invece contraddistinto per il calore dei suoi pezzi, che declinavano la techno quasi in chiave folk, con testi ricchi e avvolgenti, e l'aggiunta di strumenti come armonica, sax e sitar. In Drown invece è tutto diverso: non c'è un solo vocal in tutto l'album, le sonorità sono asciutte, asettiche, l'ispirazione è una tech-house precisa e impersonale, come già i titoli dei pezzi composti da singoli verbi fanno intuire. Si farebbe fatica ad attribuire questi pezzi a Fritz Kalkbrenner, se non ci fosse il suo nome sulla copertina. Difficile dire se si tratti di un'evoluzione cercata dall'autore, oppure di un esperimento in un territorio a lui meno familiare, proprio per dimostrare di potersi sganciare dall'immagine che finora si era creato. Di per sé forse questo album non sarebbe così innovativo, tutt'altro, ma considerato all'interno del percorso artistico del suo autore acquisisce tutto un altro significato.

Fanta-Scienza

Tra un paio di settimane ci sarà la quinta edizione di Stranimondi, festival dedicato alla narrativa fantastica, dalla fantascienza al fantasy al weird e non ve lo devo stare a dire io. In occasione di questa fiera che è già la più importante del settore, almeno per quanto riguarda il fantastico scritto, molti editori ne approfittano per tirare fuori qualche novità, e gira che ti rigira finisce sempre che mi ci ritrovo dentro pure io. L'anno scorso era toccato a Strane Creature (di cui peraltro quest'anno viene presentato il volume 2), stavolta invece è il turno di Fanta-Scienza.

Mai titolo fu più vago nel definire il contenuto, ma la cosa su cui dovete concentrare l'attenzione è quel trattino. Avete presente quando i soloni delle collane da edicola se ne escono con "si chiama fanta [pausa] scienza, quindi deve esserci la fantasia ma anche la scienza". Ecco, questo libro è pensato proprio per loro. In Fanta-Scienza infatti le parti scientifiche e quelle immaginifiche hanno lo stesso peso: il volume contiene infatti otto brevi saggi di ricercatori italiani su argomenti di stretta attualità scientifica, dai robot alla micromedicina, temi caldi nella comunità scientifica su cui si sta già lavorando e potrebbero avere notevoli breakthrough nell'imminente futuro. Sulla base di questi saggi poi gli autori hanno scritto un racconto, liberamente ispirato al tema centrale. E così ti trovi per le mani la tua fanta+scienza.


Il progetto è stato ideato e curato da Marco Passarello, e ha richiesto un impegno notevole nei mesi scorsi, soprattutto per la delicatezza degli argomenti. Tra gli autori coinvolti ci sono alcuni dei più rilevanti sulla scena sf attuale, come Lukha Kremo, Alessandro Forlani e Alessandro Vietti.

Il mio racconto NIMBY è basato su un articolo di Paolo Decuzzi sul tema della medicina di precisione interna all'organismo. Preciso che non ha niente a che vedere con il racconto omonimo che ho scritto pressappoco una decina di anni fa, se mai qualcuno avesse il dubbio spulciando la mia bibliografia. Anzi ho voluto proprio riprendere lo stesso titolo per una storia completamente diversa, e che non facesse schifo come quella di allora che fortunatamente non si trova più in giro ma fidatemi, non la vorreste leggere.

Fanta-Scienza è disponibile sul Delos Store sia in cartaceo che in ebook, e sarà appunto presentato in anteprima a Stranimondi, con una breve pesentazione del progetto domenica 13 ottobre alle ore 15. Ci sarò anch'io, a meno di imprevisti durante il pranzo. E visto la gente che gira, non mi sentirei di escluderne.

Rapporto letture - Agosto 2019

Eccoci ai libri di agosto, quelli letti durante le "vacanze", e in effetti non sono pochi, anche se in verità alcuni sono piuttosto corti e quello più lungo me lo sono tirato dietro come lettura accessoria già da mesi. Iniziamo proprio da quest'ultimo.


Non è narrativa, e già questa è un'eccezione qui sopra. È Il libro degli essere a malapena immaginabili, un bestiario moderno di Caspar Henderson, che come detto dall'autore nell'introduzione, del bestiario classico ripete l'approcio, cioè quello di parlare di animali ma di agganciare a questi anche riflessioni sulla scienza, la filosofia, l'arte e tutto il resto. In questo senso questo volume è davvero come sfogliare un'enciclopedia aprendo pagine a caso, i temi trattati sono tanti e tanto vasti che si fatica a trovare un filo conduttore. Che in realtà c'è, è appunto quello degli animali, scelti in base ad alcune loro caratteritiche che li rendono per qualche ragione incredibili. Dalle spugne agli elefanti, dai quetzalocatlus ai polpi, dai tardigradi agli umani: c'è veramente di tutto, e se anche di queste creature non viene tracciato un profilo completo, gli argomenti tirati in causa da un capitolo all'altro bastano per sostenere conversazioni in società per i prossimi due secoli. Il libro è ricco, corposo e anche costoso, ma ne vale la pena. Mi azzerderei a dire, che è ottimo anche per chi degli animali in fondo non ha gran curiosità.


Passiamo a China Miéville e il suo romanzo breve pubblicato da Zona 42. L'uomo del censimento è una storia atipica, di un autore che le storei non le scrive se non sono atipiche. Si parla di un ragazzo, scappato di casa dopo un omicido, che racconta la sua storia, ma non la racconta adesso, la racconta in seguito, con la prospettiva degli anni e narra di un paese strano, difficile da riconoscere e associare a una nazione e un'epoca precisa. Per questa stessa ragione è difficile dire se si tratti di un romanzo di genere, perché la definizione di fantascienza, o weird, o slipstream o quel che vi pare si applica male in ogni caso. Non ci sono eventi sraordinario, niente mostri o alieni, miracoli o guerre, solo una serie di avvenimenti costantemente sul filo dell'uncanny, che creano una continua situazione di angoscia difficile da dissipare. C'è forse qualcosa da capire, ma forse molto altro no, e ho come l'impressione che lo stesso Miéville non sappia del tutto cosa ha scritto, che abbia davvero aperto uno squarcio su un mondo di cui è riuscito a cogliere appena uno spiraglio prima che gli scomparisse dalla vista. Come in altri casi di questo autore, onestamente non sono sicuro se lo consiglierei, perché è piuttosto ermetico, ma ho comunque provato una malsana forma di soddisfazione nel leggerlo. Voto: 7.5/10


Breve interludio per un altro manualetto, I teoremi di incompletezza, rapida guida ai Teoremi di Kurt Godel, che mi ero già rinfrescato tempo fa con la lettura di Godel, Escher, Bach di Hofstadter. Questo volume di Gabriele Lolli è molto più tecnico, ma definisce anche meglio il contesto storico e le reazioni immediate e successive alle teorie di Godel. Se mi seguite con tanto amore da almeno sei-sette anni forse potete subodorare la ragione di questa lettura. Ma forse no, quindi passate pure avanti.






Letto in effetti durante il mio rapidissimo soggiorno fuori casa, We are all completely fine e un romanzo di Daryl Gregory, autore che mi ero ripromesso di approfondire e quindi eccoci qui. La storia inizia da un gruppo di sosteno per persone che hanno subito un trauma, con la narrazione che ad ogni capitolo si sposta da uno all'altro. Quelli che all'inizio sembrano solo personaggi un po' eccentrici si rivelano poi parte di un mondo più complesso e un progetto ben definito: c'è un cacciatore di mostri, l'unico sopravvissuto di una setta di cannibali, un ragazzo capace di vedere strane entità che accompagnano le persone, una donna le cui ossa sono state incise da un folle suprevillain. Il romanzo si trasforma gradualmente in una storia weird, via via che si scopre che ognuno di loro è sì vittima di un trauma, ma sempre derivante dall'incontro con fenomeni poco ordinari. Il finale lascia aperta la possibilità di un sequel ma ad ora non mi risulta che ne esistano. In ogni caso, Gregory conferma la mia impressione di autore capace di mouversi a cavallo dei generi, con uno stile di scrittura moderno e una capacità di dare vita a personaggi e storie memorabili. Non per nulla lo avevo citato tra i possibili autori da consigliare a chi è digiuno di fantascienza. Voto: 8/10

 

E infine abbiamo il numero 86 di Robot, che è quello in cui ho fatto la mia comparsa per la prima volta. E sarà quella cosa delle mamme degli scarrafoni, ma a me questo è sembrato come uno di migliori numeri della rivista degli ultimi tempi. I racconti sono tutti di buon livello, dal vincitore del Premio Robot di Linda De Santi, in cui viene descritto il rapporto con una fatina e altre bestie mitologiche arrivate attraverso una frattura intorno al Monte Serra, alla breve ucronia di Lavie Tidhar in cui si immagina un filone di narrativa erotica nazi vs ebrei. Senza dubbio il racconto di Greg Egan sul surrogato artificiale di attore che rimane l'erede dopo la sua morte è il più impressionante, ma da Egan ci si poteva aspettare. Anche gli articoli sono di buona qualità, con un tentativo di tracciare un percorso tra la sf e il mainstream, una prospettiva sulle sex dolls, e il profilo di alcuni operatori storici della sf italiana scomparsi di recente. Voto: 8/10

Il lettore universale live @ Mr Ibis, Roma 21 settembre

Se ne è parlato parecchio sui giornali in queste settimane, della nuova edizione de Il lettore universale uscita a fine estate, con nuova copertina e un racconto bonus. C'è stato tanto camore intorno a questa iniziativa, che insieme ai signori Moscabianca abbiamo deciso di organizzare un evento per portare il libro di fronte al suo affezionato pubblico.

Quindi ecco che il 21 settembre a partire dalle ore 18, ci troveremo al Mr Ibis di Roma, per una chiacchierata intorno a biblioteche universali, spore, immortalità e robot pistoleri. Le solite cose, insomma.


A condurre il tutto ci sarà Alberto Panicucci, presidente dell'Associazione RiLL che da oltre vent'anni si sbatte a organizzare l'omonimo premi letterario e selezionare i migliori racconti fantastici da pubblicare nella raccolta annuale. Alcuni dei racconti contenuti in Il lettore universale sono stati scritti proprio per il Trofeo RiLL, quindi è una poetica chiusura del cerchio avere lui a portare avanti la serata.

Inoltre Mr Ibis è un locale particolre, pub, caffè letterario, sala giochi da tavolo, quindi c'è di che passare le ore, anche concluso il main event. Per chi è interessato, potete aggregarvi all'evento facebook.

Leila

Che spasso questa golden age delle serie tv. Ogni settimane escono due o tre titoli diversi da bingare, contemporaneamente ne annunciano altri sette-otto, e altrettanti vengono cancellati senza troppo riguardo per la storia in corso. In quest'eterno buffet audiovisivo, già da tempo ho un atteggiamento di cauto isolamento, tenendomi a distanza dai punti in cui si affolla la ressa che puccia le mani nel vassoio senza sapere quante olive ascolane ci siano per arrivare al fondo. Molte delle serie più popolare degli ultimi anni le ho volutamente evitate, non per snobberia (o almeno non solo) ma perché c'è così tanto da mangiare che se assaggiassi tutto mi troverei subito iperglicemico.

Questo per dire che tra gli arbitrari criteri di selezione da me adottati, c'è anche quello di dare più attenzione alle cose che non provengono dal mondo anglofono. USA e UK sono notoriamente i produttori più assidui di serie tv, ma l'entrata di altri distributori nel gioco (Netflix su tutti), sta dando spazio anche ad altre Nazioni di far arrivare le loro serie su canali internazionali. Ed è proprio con questo criterio che mi sono andato a seguire serie come 3% (che nonostante il livello in calo, ha fatto da apripista a questa mia tendenza), Si no t'hagués conegut, Sintonia e infine, nelle settimane scorse, Leila.

Leila è una serie distopica indiana, che vede tra i suoi protaginisti alcune star del cinema d'oltrehimalaya come Huma Qureshi e Siddarth. Non mi aspetto che siano nomi familiari, perché il cinema indiano è una specie di realtà parallela che raramente tocca quella del cinema occidentale. La storia si basa sul romanzo omonimo di Prayaag Akbar, opportunamente adattata per la tv. Huma Qureshi interpreta la protagonista Shalini, una donna benestante nell'India pre-rivoluzione, prima che si instauri il regime dell'Aryavarta, che si basa su fondamentalismo religioso, segregazione razziale e sociale, propaganda. Nel prologo della serie Shalini, sposata con un musulmano, viene presa di mira da una banda di esaltati aryavartani: sua figlia viene rapita, il marito ucciso, e lei finisce in un centro di rieducazione per donne "impure". Qui trascorre due anni prima che la storia riprenda con il suo tentativo di fuggire dalla prigionia e andare in cerca di sua figlia, la Leila del titolo.

Volendo semplificare al massimo, si può inquadrare Leila come una versione indiana di The Handmaid's Tale. I punti tematici di fondo infatti sono molto simili: il fondamentalismo religioso al potere, la donna ridotta a ruolo di serva e procreatrice, gli inevitabili movimenti di resistenza contro il regime. Tuttavia non sarebbe corretto considerarla solo come una variazione sul tema, tanto per gli snodi della trama quanto per le differenze nell'ambientazione, che mostrando un mondo così diverso già in partenza da quello che conosciamo produce un senso di straniamento molto forte nello spettatore occidentale. La serie è ambientata in un futuro non troppo lontano, e ci sono brevissimi accenni di avanzamento tecnologico come proiezioni olografiche, ma la speculazione tecnologica non è assolutamente il punto centrale della storia, si tratta di aspetti secondari.

Un elemento di forte impatto è l'estrazione sociale di Shalini, che passa da essere tanto agiata da potersi permettere una piscina (e sulle prime si crederà che la ragione dell'attacco sia proprio questo spreco di acqua), a perdere qualunque status: nel centro di rieducazione femminile in cui passa due anni, le donne sono tanto umiliate che una viene fatta sposare ad un cane, per ribadire la sua condizione di sub-umanità. Il contrasto tra la sua vita di prima e quella di adesso emerge in diverse occasioni, e Shalini avrà modo di riflettere su come in precedenza la sua attitudine fosse tutt'altro che inclusiva e altruista. Anzi saranno proprio alcune delle azioni da lei compiute nella sua vita precedente a influenzare l'esito della sua ricerca della figlia. Nel suo viaggio nell'Aryavarta, Shalini si troverà a confrontarsi con altre persone che sono in un certo senso la rappresentazione di se stessa o di chi le stava vicino: la bambina orfana degli slum, la moglie dell'ingegnere che cade a sua volta in disgrazia, i suoi familiari e il braccio destro del dittatore Joshi, con cui ha un legame insospettato. Tutti questi personaggi hanno una loro funzione nel portare la donna a riconsiderare la vita trascorsa prima della prigionia.

Dal punto di vista tecnico la serie è sicuramente ben fatta, e un ruolo notevole lo assumono fotografia trucco e scenografie, che sono eccellenti nel mostrare il contrasto tra la realtà afosa e sudata del popolo rispetto a quella pulita e formale dell'élite. La recitazione è di buon livello, senza le teatralità che ci si può aspettare se si pensa al cinema bollywoodiano. Personalmente mi piace anche sentire gli attori parlare in hindi, con questo miscuglio di inglese dal forte accento e lingua locale.

C'è da rilevare che in patria Leila è stata accolta con parecchie critiche, perché il regime dell'Aryavarta è stato accusato di perpetrare un'agenda hindufobica, argomento a cui certe regioni dell'India sono piuttosto sensibili. Questo forse potrebbe anche influire sull'eventuale produzione di una seconda stagione, che non è ancora stata annunciata. La prima stagione finisce in un momento di altissima tensione, in cui Shalini è in bilico tra riottenere o perdere tutto, di nuovo. Sarebbe un peccato se la storia non fosse portata a compimento, ma si sa, questo è il rischio della golden age delle serie tv. In ogni caso a mio avviso la visione anche di questa prima parte merita, proprio per la prospettiva che la serie offre su una società di cui non conosciamo molto, e che in realtà sta assumendo un peso sempre più alto nell'equilibri globale.

Rapporto letture - Luglio 2019

Quelli che ho letto a luglio sono due libri per i quali ho scritto anche un articolo su Stay Nerd, per cui in parte si può già trovare lì un mio commento. Tuttavia su questo blog posso permettermi considerazioni più personali, per cui commenterò di nuovo entrambi con una prospettiva diversa.


Soprattutto sul primo ho qualcosa di diverso da dire. Si tratta infatti di Strani Mondi, l'Urania Millemondi dedicato interamente a racconti di fantascienza di autori italiani. Nell'articolo in cui ne ho parlato, ne ho fatto in realtà il pretesto per fare una panoramica sui racconti italiani di sf degli ultimi vent'anni, senza entrare nello specifico e soprattutto senza citare nessun singolo racconto o autore. Sono consapevole che questo approccio può essere stato interpretato come diplomatico (leggi "paraculo"), perché essendo in parte coinvolto in questo ambiente si capisce che non voglio pestare i piedi a nessuno, perché la mia segreta speranza è l'anno prossimo (se un anno prossimo ci sarà) di essere convocato nel dream team degli italiani su Urania. Quindi meglio starsene in disparte a guardare il carretto che passa senza dire niente di preciso, no? No. Siccome come ho scritto anche nell'articolo, uno dei passi più importanti è quello di sviluppare una critica sana e puntuale, in questa sede passerò a commentare uno per uno i racconti, magari anche solo una riga, come fatto con Prisma qualche mese fa. Certo il mio non è un approccio da critico ma da lettore e, mi azzardo a dire, conoscitore di fantascienza, anche di quella di molti degli autori qui presenti. Quindi una base minima di conoscenza per inquadrare i lavori penso di averla. Procediamo quindi in ordine di apparizione nel libro. La Guerra fredda di Abbate/Di Fazio è in pratica La Cosa riadattato nell'epoca della postverità. L'idea di fondo è buona, forse però il racconto è un po' sbilanciato con una parte introduttiva troppo lunga rispetto a quella che entra nel vivo dell'azione e rivela il tema di fondo. Sandro Battisti per me è un autore problematico, lo ammetto. Mi è capitato di leggere altro in passato, ma già all'epoca del Premio Urania di qualche anno fa condiviso con Franceso Verso, lessi solo il romanzo di quest'ultimo e saltai il suo, sapendo che mi sarei trovato in difficoltà. Con questo racconto ho provato la stessa sensazione. Una storia che pure ha un'idea di base interessante (il "ringiovanimento quantistico") ma inserita in un contesto talmente confuso e con un lessico e costruzione volutamente ostile che il lettore, soprattutto quello occasionale, si trova del tutto spiazzato. Ma non spiazzato nel senso buono, come una lettura che ti sorprende, spiazzato nel senso di privo di punti di riferimento, per cui arrivi alla fine e dici solo "boh". Inoltre la storia fa troppo affidamento sull'universo narrativo dell'Impero Connettivo, in cui il racconto è inquadrato ma che l'autore non si cura di esplicare, per cui chi lo legge senza sapere niente delle opere precedenti non può comprendere buona parte di quanto succede. Infine, mi sentirei di suggerire a Battisti di scrivere qualcosa che non contenga la parola "quantistico" o sue variazioni, i risultati potrebbero essere stupefacenti. Franci Conforti è un'autrice che si è distinta negli ultimi anni e di cui in effetti non ho letto molto. Il suo racconto Come concime ha un'ambientazione molto valida, un futuro di città viventi sorte come soluzione alla crisi ambientale, abitate da umani "normali" e mutanti di vario genere. Forse anche qui la svolta nella storia (che di per sé è fenomenale) si presenta troppo tardi, anzi proprio nell'ultima decine di righe, mentre tutta la parte precedente segue una trama investigativa che mi è sembrata solo un pretesto per far spostare qua e là il protagonista. Il racconto di Del Popolo Riolo è un meccanismo pressoché perfetto. Si presenta come una specie di Guida Galattica per Autostoppisti, con una guida turistica per alieni in visita sulla Terra (e nello specifico a Torino), ma poi ribalta tutto con un plot twist non solo efficace ma anche di notevole impatto emotivo. Nicola Fantini è un autore a me nuovo, il che non è un male. Il suo racconto mette a confronto una creatura artificiale ma dall'intelletto umano con gli umani veri e propri, che tornano a verificare lo stato di una remota base spaziale, con la prospettiva del non-umano. Niente di straordinariamente originale, soprattutto venendo da un recente rewatch di Westworld, ma la storia funziona. Di Clelia Farris c'è poco da dire, visto che la considero attualmente la migliore autrice di fantascienza in circolazione. In tutti i suoi racconti ci sono così tanti elementi da cogliere che è difficile comprendere tutto. Anche in Geografia umana ci sono accenni tanto di cambiamenti climatici, disgregazione della società, evoluzione dei rapporti umani, migrazioni, diritti umai, libertà e responsabilità personali... un piccolo mondo contenuto in poche cartelle, ma non mi aspettavo di meno. Il racconto di Fontana/Tortoreto mi è parso deboluccio. Una generica distopia con accenni di integralismo religioso, il piano per contrastare il regime, la torbida relazione tra l'agente e la ribelle, l'amore salvifico che arriva fuori dal nulla. Come ho già detto altre volte non sono uno sostenitore dell'originalità a tutti i costi (che poi manco esiste), ma se si lavora con i cliché narrativi allora bisogna compensare con personaggi memorabili, stile inconfondibile, struttura complessa, e niente di tutto questo si trova in questo racconto, che quindi risulta alla fine solo banale. Lukha Kremo va a colpi alterni, a volte scrive cose di grande livello, altre perde un po' il tiro e manca il bersaglio, ma gli va riconosciuto che punta sempre alto, quindi quando non colpisce è per eccesso di ambizione. In questo racconto dal titolo troppo lungo, una società utopica trova il suo unico sollazzo in un gioco in realtà virtuale-che-è-più-reale-del-reale, ma non si tratta di un rehash di Ready Player One. Qui c'è in effetti un senso più profondo nelle dinamiche che il giocatore deve scoprire da solo. A mio avviso c'è l'occasione sprecata per un metaracconto molto efficace, che rivela le sue potenzialità nelle ultime battute, proprio quando la storia si chiude in fretta. Fatum di Maico Morellini è un buon esempio di quello che dicevo prima per il racconto Fontana/Tortoreto: la storia dell'astronave generazionale isolata dalla Terra che lancia sonde periodiche in attesa del momento del ritorno, dove poi si scopre che la ragione dell'isolamento è ben diversa da quella presunta, non è niente di nuovo (per i profani basta l'esempio di Wall-E). Ma qui a fare la differenza è proprio il modo in cui la storia è costruita, la focalizzazione interna ai personaggi che interpretano il mondo per le loro convinzioni, la corrispondenza tra registro di scrittura e tematiche. Quindi senza aver pescato l'idea più originale del decennio, Morellini ha comunque tirato fuori un buon racconto. Piero Schiavo Campo ha scritto un racconto di protofantascienza qualcosa che si potrebbe quasi definire Borgesiano nella sua concezione, con questa IA analogica al servizio dei sultani durante le loro conquiste dell'occidente. Peccato che la storia non vada oltre la presentazione di questa idea: la cosa viene costruita, funziona troppo bene, e allora viene dismessa, manca una vera evoluzione del contesto o dei personaggi. Comunque questa reinterpretazione storica è di sicuro affascinante. Tonani presta a questo volume una storia ambientata su Mondo9, cosa che è allo stesso tempo forza e punto debole del racconto. Mondo9 è sicuramente una delle invenzioni di maggior successo degli ultimi anni nella sf italiana, ma il continuo ritorno a questo universo produce alla fine storie fin troppo simili. In questo Picadura troviamo anche Naila, protagonista dell'ultimo romanzo della serie, ma proprio perché si basa su contesto e personaggi prestati da altri lavori, il racconto è poco più di uno spin-off, una breve avventura come un episodio filler di una serie tv, non ha una sua autonomia. Inoltre anche qui, il lettore che non conoscesse già gli elementi principali di Mondo9 (navi, avvelenatori, mangiaruggine ecc) troverebbe ben poche spiegaizoni per poterlo seguire. Personalmente credo che Tonani, dopo aver raggiunto ottimi risultati con Mondo9, dovrebbe trovare il coraggio di separarsene, per non rischiare di rimanere incasellato in un certo tipo di storie e personaggi che alla lunga perdono il loro lustro. Emanuela Valentini racconta gli Hunger Games della Roma del prossimo futuro, e tutto sommato non so se è una storia abbastanza forte da reggersi da sé. Di tornei del genere ne abbiamo visti a decine, e almeno la metà delle volte quando vince l'underdog per qualche motivo si scatena la rivoluzione, come succede pure qui, anche se non mi è del tutto chiaro per quali dinamiche. Inoltre all'inizio sembra assumere una certa importanza una droga che potenzia la visione del mondo (che dà pure il titolo al racconto) ma poi la cosa non riveste importanza nel confronto finale. Credo che ci siano alcuni riferimenti alla sua precedente serie Red Psychedelia, rivisitazione cyberpunk di Cappuccetto Rosso, ma non avendolo letto non ho potuto coglierli in pieno. Comunque sono marginali, la storia fila anche senza capirli del tutto. Zona di contenimento di Claudio Vastano è un altro dei punti deboli della raccolta. Se avete presente l'episodio Hated in the Nation di Black Mirror, l'idea di base è la stessa, ma senza la parte di giustizialismo social che rende interessante quella storia. Mi è sembrato in pratica di leggere la sceneggiatura per il prologo di un monster movie, dove il primo gruppo di sprovveduti si mette in viaggio, scopre la minaccia e qualcuno ci resta secco, e poi scappa. Di fatto la vicenda non evolve oltre quel punto, affida la conclusione a un racconto a posteriori "le cose andarono così, ora invece chissà". Vietti è uno dei pochi autori che ha uno stile riconoscibile, magari non gradito a tutti, ma comunque caratteristico. Il suo racconto è di sicuro uno dei migliori della raccolta. Per certi versi, Essere ovale mi è sembrato una storia simile a quella di Il potere, ma che parte da premesse inverse (handicap vs superpotere, utopia IA vs distopia umana). Comunque un connubio quasi perfetto di potenza delle idee e umanità delle emozioni. E per finire c'è il racconto Orbita pericolosa di Alain Voudì, che se mi chiedessero di fare una classifica dell'antologia metterei al primo posto assoluto. Una storia tutto sommato semplice nello svolgimento, ma che nasconde una lore complessa e significativa. Un protagonsita normalissimo, un tizio qualunque forse nemmeno tanto sveglio, che fa solo il suo lavoro (e magari prova a farci la cresta sopra), ma che nel momento della crisi si trova a compiere una decisione dall'impatto enorme e sceglie la via del cuore. Riconosco che questo racconto mi ha commosso, l'ho sentito tanto vicino alla situazione di oggi che mi ha fatto quasi male. Per riassumere, come si vedrà ho tovato racconti buoni, qualcuno ottimo, altri mediocri e una manciata di passi falsi. Niente di diverso da quanto ci si aspetta di solito da una raccolta di racconti. Nel complesso per me è un voto 7.5/10

E dopo questa bella pappardella non ho più tanta voglia di scrivere ancora, anche perché se si parla di Ted Chiang c'è davvero poco da dire. A più di dieci anni da Storie della tua vita è arrivata la sua seconda raccolta, anche questa portata da Frassinelli (che aveva ritradotto la prima raccolta dopo l'uscita di Arrival). Respiro contiene per lo più racconti già editi, anche in Italia, ma metterli insieme tra le varie raccolte in cui erano comparsi sarebbe un problema, per cui fa piacere trovarli tutti insieme, oltre a un paio di inediti. Come sempre sullo stile di Chiang ci possono essere opinioni contrastanti, per quello che mi riguarda la sua è la cosa che più si avvicina alla mia concezione di cosa la fantascienza dovrebbe essere. Racconti come Respiro e Omphalos sono delle vere e proprie docce gelato di sense of wonder e inoltre veicolano messaggi di grande profondità. Sarà anche che i temi trattati da Chiang sono quelli che sono anche a me più cari, ma per questo vi rimando appunto all'articolo che ho scritto su Stay Nerd. Spiace che anche stavolta Frassinelli abbia voluto prendere le distanze dicendo che Chiang "sfiora la fantascienza", come aveva fatto anche all'epoca di Storie della tua vita. Ma insomma se serve questo perché la gente lo compra e lo legga, ben venga. Ora aspetto solo che Denis Villeneuve metta le mani su qualche raccono di questi, magari l'ultimo del libro, e ne faccia un film. Magari dandogli un titolo più accessibile. Voto: 9/10

Viva l'editoria a pagamento

Su questo blog non ho mai parlato direttamente di editoria a pagamento, è capitato di citarla di sfuggita in altri post, ma non ho mai approfondito. Forse perché quando ho iniziato a scrivere qui mi ero già fatto un'idea del fenomeno e non ritenevo ci fosse molto altro da aggiungere. Giusto per non parlare a vuoto, preciso che con "editoria a pagamento" (per gli amici dell'ambiente, detta per semplicità EAP) si intende quell'approccio di taluni editori che si limitano a richidere all'autore un contributo, di solito abbastanza consistente, e si limitano a stampare il suo manoscritto così come gli arriva, in una tiratura di qualche centinaio di copie (delle quali spesso è obbligatorio l'acquisto di almeno una parte) e bona lì.

Come ogni scrittore emergente anch'io ho avuto la mia brava esperienza con un editore a pagamento. Avvenne chiaramente agli inizi della mia attività, trovai da qualche parte (forse addirittura su un giornale, se ricordo bene) l'annuncio di una selezione in corso da parte di quello che ai tempi era il Gruppo Albatros, poi diventato Il Filo, oggi non so se abbia di nuovo cambiato nome. Si tratta comunque come uno dei più prolifici stampific... ehm, editori che esistano. Meno di dieci giorno dopo l'invio del mio manoscritto (cartaceo) mi arrivò una lettera di risposta, dove era già presente il contratto da firmare e anche un utile libriccino con le esperienze degli altri autori che avevano trovato la felicità grazie ad Albatros/Filo/quelcheè. La somma richiesta era notevole, a memoria credo sui 2.400 €, ma era pagabile anche in due-tre rate. Non vorrei dire una sciocchezza ma ho il vago ricordo che ci fossero anche i bollettini precompilati per le rate stesse. Comunque, al di là della cifra di cui comunque non disponevo, mi insospettì soprattutto quel manualetto in cui decine di scrittori raccontavano il loro rapporto di assoluta fiducia e condivisione con la casa editrice. Quei discorsi che sembravano tanto l'esperienza di Carla, che ha provato il nostro prodotto, che si vedono negli infomercial sui canali regionali della tv. Il mio senso di sparagno si attivò subito, presi qualche informazione (venti minuti di ricerca su google) e conclusi che era una truffa. Da lì imparai cos'è un editore a pagamento e in seguito non ci incappai più, anche perché è abbastanza facile riconoscerli.

Chiaramente tutti gli scrittori e professionisti del settore, primi su tutti gli editori seri, aborrono con convinzione l'EAP. Il famoso forum di scrittori Writer's Dream nacque principalmente con lo scopo di censire gli editori a pagamento e separarli da quelli onesti. Per ironia della sorte poi è stato comprato da un sito di print on demand, che è una cosa diversa ma con alcuni punti in comune alla EAP, ma questo è un altro discorso. La cosa importante da sapere è che tutti, ma proprio tutti, concordano nel dire che l'EAP è una cosa brutta e andrebbe abolita. Gli stessi editori a pagamento lo dicono, perché ci tengono a non essere classificati come tali. Molte fiere letterarie vengono valutate anche in base allo spazio che offorno agli editori di questo tipo, che sono bene o male noti al pubblico più smaliziato.

Anch'io naturalmente la penso in queto modo. L'editoria a pagamento è la morte del settore, è quanto di più aberrante esista nel mondo della letteratura e tutti dovremmo sforzarci per ostracizzare chi lavora in questo modo.

O almeno, la pensavo così fino a un po' di tempo fa. In tempi più recenti, diciamo da un annetto o giù di lì, mi sono formato un'opinione diversa. L'editoria a pagamento è legittima e per certi versi anche auspicabile, in date situazioni.
Provo a spiegarmi.

Cominciamo col sottolineare che di per sé l'EAP non è illegale. Non costituisce truffa, perché l'editore non promette niente che non mantiene. I contratti sono scritti in termini chiari e tutte le clausole sono scrupolosamente rispettate. L'autore che accetta sa, o quanto meno dichiara di sapere apponendo la sua firma, quello a cui va incontro.

Quindi il terreno su cui l'EAP viene condannata è di tipo morale e deontologico. Insomma, sotto sotto lo sappiamo che sfruttano la buona fede e ingenuità degli autori alle prime armi e ci fanno soldi sopra. Siamo dalle parti della circonvenzione di incapace, anche se forse non configurabile negli stretti termini della legge. Ma che sono dei pezzi di merda, siamo tutti d'accordo, no?

Sì, è vero, però anche qui mi sento di fare qualche distinzione. Sarà che negli ultimi tempi è stato un fiorire di arroganti idioti, gente che in base alla propria inesistente esperienza è convinta di sapere come si faccia una certa cosa e quando gli viene fatto notare che non hanno le competenze necessarie per valutare si incazzano anche. Di appelli all'onestà, autenticità, spontaneità, se ne sono sentiti fin troppi, in tutti gli ambiti. E francamente hanno un po' scassato le palle. Mettetici dentro chi vi pare, dai terrapiattisti ai social justice warriors, dai novax a quelli che fanno le petizioni per cambiare il design di un personaggio di animazione. E non sto a buttare il discorso nella sua trasposizione politica, ma ci siamo capiti.

Quindi ecco, il fatto è che io non ho più voglia di difendere queste teste di cazzo, detta con tutta la spontaneità che tanto apprezzerebbero. Se c'è uno di questi cretini che è convinto che sborsando duemila e passa euro il suo libro avrà finalmente il riconoscimento che merita presso i posteri, bene per lui e meglio per l'editore a pagamento che gli spilla i soldi. Non voglio arrivare a dire "se l'è cercata", ma mi è difficile provare empatia per il suo caso, come lo sarebbe per quelli che comprano Life 120. Avrei più rispetto di chi si compra 2500 € di gratta e vinci, per dire, e già lì non bisogna essere proprio delle volpi per far un investimento del genere. Quindi, editori a pagamento: lasciateli in mutande. Non mi importa più. Anzi, fate bene.

Però c'è anche un altro aspetto, che è quello che riguarda il modo in cui l'EAP inquina il mercato editoriale classico, quello serio e professionale. Come i dentisti con la laurea comprata in Bulgaria compromettono la reputazione anche di quelli che hanno studiato in scuole vere, no? Questo è un altro ordine di problema, che non riguarda il libro specifico ma tutto il settore, ed è certamente più complesso da affrontare.

Se non fosse che non esiste. Non esiste perché ciò che viene prodotto dall'EAP non compete con l'editoria propriamente detta. Anzi, non compete del tutto, perché non ha mercato. Avete mai visto in libreria i libri di Albatros/Filo/quelcheè? Li avete mai visti commentare, recensire? Forse può essere capitata qualche presentazione organizzata dall'autore nel circolo Arci del paese, ma la comunicazione si ferma lì. I libri EAP non entrano nei canali degli altri libri. Non concorreranno mai a un Campiello, non avranno mai trafiletti su Tuttolibri, nella maggior parte dei casi non li trovate nemmeno su Amazon. Semplicemente perché l'editore ha concluso il suo lavoro quando intasca i soldi dell'autore in comode rate su bollettini postali, non ha senso per lui fare attività ulteriori dopo quella meramente tipografica. Quindi non c'è da preoccuparsi che la presenza di quesi titoli brutti, non selezionati, non editati, non curati, faccia fare brutta figura ai vicini di scaffale concepiti con tanto amore. Perché non succederà mai che condividano gli stessi spazi.

Qui poi si potrebbe aprire un discorso su come la reputazione dell'editoria la stanno affogando nel fango proprio i Grandi Editori, quelli che devono saturare il mercato di nuove proposte e partecipano all'asta al ribasso, di idee, proposte, professionalità. Questo sì è un problema complesso, ma non è il caso di affrontarlo qui.

Per quanto riguarda l'EAP, invece, con le considerazioni esposte qui sopra finalmente ho trovato la pace. Spero che questi spunti di riflessione possano aiutare anche voi a smettere di preoccuparvi e vivere felici.

Inigo Montoya e altre cose che ho scoperto di recente

No, non vi sto per raccontare di quella volta che ho scoperto The Princess Bride, il film noto da noi con il titolo più generico della storia del cinema mondiale, anche se è vero che molti film definit come cult che hanno contrassegnato una generazione mi mancano. Per esempio, pur conoscnedoli, non ho mai visto The Goonies o Karate Kid, e non ci tengo particolarmente a rimediare, perché questa mia deficienza mi rende immune a quella contagiosa forma di nostalgismo da cui sono affetti molti della mia generazione, e che cercano di curare a colpi di Stranger Things o Ready Player One.

No invece, The Princess Bride lo conoscevo già, e ricordo di averlo visto più volte in gioventù. Ma una cosa che ho scoperto negli ultimi anni, è che per molti di questi film che passavano in televisione quando avevo meno di dieci anni, ricordo bene la parte iniziale, ma quasi nulla di quella conclusiva. Nel caso di Princess Bride infatti ricordavo più o meno tutto fino alla parte del viaggio nella foresta, mentre dell'atto conclusivo con l'assalto al castello non avevo memoria. Non è la prima volta che mi capita con film dell'epoca, e non so se sia dovuto al fatto che magari essendo un bambino mi addormentavo dopo un'ora, o forse dopo un po' semplicemente il mio attention span si esauriva e lasciavo perdere il film. Sia come sia, non la considero una cosa negativa, in quanto mi permette di rivedere il film quasi come se non lo avessi mai visto, e quindi formarmi un'opinione incondizionata dalle emozioni grezze dell'infanzia. Un altro esempio è che allora non avevo idea di chi fosse Peter Falk, mentre vederlo qui adesso mi ha subito suscitato un sorriso.

Un'altra delle cose che ho scoperto rivedendo questi film da adulto, è quanto il doppiaggio faccia perdere caratterizzazione ai personaggi, e a volte anche snodi di trama rilevanti. Non voglio avviare il discorso su come adattatori e doppiatori siano incapaci, ne avete già parlato abbastanza con Neon Genesis Evangelion (serie che, guarda un po', non ho mai visto) e in realtà non ho nemmeno opinioni così drastiche, perché capisco che il lavoro di trasposizione da una lingua all'altra sia molto complesso, ancora di più quando non si tratta di "semplice" traduzione, ma anche di messa in scena che corrisponda ai tempi del film. E per la verità in certi casi l'adattamento può anche apportare dei miglioramenti.
Un caso di questo tipo che ho scoperto di recente è quello del secondo Ace Ventura, quello che da noi è Missione Africa, che rispetto al film iniziale vira in modo drastico e delizio verso l'assurdo. (Note to Hollywood: ma non vi sembra il caso di fare un reboot o un sequel di questo personaggio?) Nella versione originale del film i nomi e la lingua delle tribù visitate da Ventura sono sostanzialmente credibili, mentre la versione italiana si permette di stiracchiarli magistralmente verso il becero: la tribù in pericolo che si chiamava Shikaka diventa Sikaka, visto che quando viene pronunciato il nome dell'animale sacro (appunto, Sikaka) si chinano sulle ginocchia come se... facessero la cacca, get it? La tribù avversaria che sarebbero i Wachati in italiano si chiama Wachitu, e niente mi leva dalla testa che abbiano storpiato il nome in questo modo per dare senso alla gag in cui l'interprete traduce le parole di Ace con un "vafancù" e loro rispondono urlando il coro il loro nome "vacitù! vacitù! vacitù!". Certo, sono battute da terza elementare, ma nel contesto sono azzeccatissime e apprezzo molto questo livello di creatività.

Al contrario, un caso negativo che ho scoperto di recente è quello di Tremors. Rivisto in lingua originale qualche mese fa, ho finalmente potuto dare un senso alla battuta finale del film. Quando Kevin Bacon provoca l'ultimo graboid a corrergli incontro e cascare nel dirupo fino a schiantarsi, nella versione italiana commenta "Ho pensato che qualche limite doveva averlo". Battuta che non ha senso, perché non vuol dire niente. E io sarò pure stato un mocciosetto che non sapeva niente di screenplay, ma ho sempre avuto l'impressione che quella frase non dicesse niente di significativo, e fosse piuttosto anticlimatica, anche se non sapevo ancora cosa fosse un climax. Nella versione originale, Bacon dice "Stampede", che è il termine con cui si indica la fuga di una mandria impazzita (in senso letterale o figurato). La fuga del bestiame è l'argomento di cui discutono i due protagonisti la prima volta che li vediamo nel film, quindi questo ha senso per chiudere il film. C'è da dire che in italiano non mi risulta esista un termine per indicare questo concetto, ma anche una breve locuzione avrebbe avuto senso per ricollegarsi all'inizio, tipo "Come quel maledetto bestiame". Tutti ridono. The end.

Tutto questo per dire che ho rivisto The Princess Bride in lingua originale e non mi ricordavo la parte finale. Non mi ricordavo il duello di Inigo Montoya contro l'assassino di suo padre. Mi ricordavo che si scopriva chi era l'uomo con sei dita, e avevo la vaga impressione che lui lo uccidesse, ma le modalità di questo duello mi erano sparite dalla testa, se mai l'avevo visto. Giusto per dare un'idea, sono questi due minuti qui.

E con la mia consapevolezza di adulto maturo e pratico di storytelling, posso dire signore e signori, che questo è uno dei migliori duelli che abbia mai visto (quanto meno di quelli all'arma bianca, se mettiamo di mezzo le pistole allora Lee Van Cleef ha qualcosa da dire). Funziona innanzitutto perché è breve, ben coreografato, con la giusta musica, e contrappone due avversari antitetici, uno concepito per essere adorato dal pubblico, l'altro per essere odiato. Inigo pur essendo un personaggio secondario conquista da subito, perché è abile, coraggioso, onorevole e ha una missione nobile da compiere. Il suo avversario invece è vigliacco, sleale, arrogante, tutte caratteristiche che quando vediamo negli altri ci portano a disprezzarli (quando le esprimiamo noi sono sempre giustificabili, ma non parleremo qui di bias cognitivi). Il combattimento è eccezionale anche per altre ragioni: Inigo parte in svantaggio, ma poi si riprende con la forza della sua catchphrase, ovvero pensando alla sua missione, e arriva a spaventare il nemico che gli chiede di smettere di ripetere quella frase. E al suo nemico infligge ferite del tutto speculari a quelle che riporta lui: spalla, braccio, guance, addome. Ma mentre Inigo sopporta le ferite e ne trae motivazione (quelle sulle guance le porta addosso da vent'anni), l'altro crolla subito e si rivela disposto a cedere tutto quello che ha per non morire.

Ed è qui che succede la cosa più sorprendente.
Offer me anything i ask for.
Anything you want.
I want my father back, you son of a bitch.
Questo scambio mi ha distrutto. So bene di aver sviluppato un soft spot dopo la morte di mio padre, me ne sono accorto ogni volta che dopo il 13 luglio 2016 mi è capitato di leggere o vedere qualcosa che si basasse sulla perdita del genitore. The Good Dinosaur, The Road, anche Logan mi hanno devastato. Ma non mi aspettavo di subire questo effetto in un fim come The Princess Bride. Tanto più che è l'unica occasione in cui in questo film pensato principalmente per un pubblico di bambini viene usata una "parolaccia" (per inciso in italiano, il personaggio parla un misto di spagnolo e quindi dice hijo de puta, meno riconoscbile per un bambino). Il punto è che quelle poche parole, per come vengono dette, le ho sentite fino in fondo. Ho pensato "Sì, anch'io lo voglio, ti capisco Inigo, ma non potremo mai riaverlo." E a quel punto vederlo uccidere l'assassino di suo padre è stato un momento catartico.

Una cosa che ho scoperto di recente è che se sei in cerca di spunti di riflessione in merito a una canzone o una scena di un film, ti basta cercarla su youtube e dare una scorsa ai commenti. C'è tanto rumore nei commenti, ma ogni tanto ce n'è uno interessante nella massa, che offre una prospettiva interessante, del tipo che fa notare un collegamento di una certa scena a un'altra, oppure come un certo verso possa essere interpretato in qualche modo. Ho fatto la stessa cosa per la scena di questo duello, e ho scoperto una cosa.

Ho scoperto che Mandy Patinkin, l'attore che interpreta Inigo Montoya, aveva perso suo padre pochi mesi prima di girare questo film. Era morto di cancro. In un'intervista, Patinkin racconta che durante questa scena stava immaginando di duellare proprio con quel cancro che aveva assassinato suo padre. Per questo, dicono alcuni, la resa della scena è così potente.

I want my father back, you son of a bitch.

Forse è una confortante illusione la mia, ma scoprire la storia che dietro questa scena mi ha fatto sentire capito. Inigo Montoya mi capisce, Mandy Patinkin mi capisce, William Goldman (che ha scritto il libro e il film) mi capisce. E ho scoperto quindi che forse non sono così solo come può sembrare a volte, e che quelle cose inutili e superficiali con cui passiamo il tempo possono avere un impatto molto più profondo su tutti noi, e forse, ogni tanto, aiutarci a migliorare, se lo vogliamo.

Ma forse quest'ultima cosa la sapevo già.

Rapporto letture - Giugno 2019

Ah che belle le letture da spiaggia, quelle leggere e spensierate mentre i bimbi giocano con la sabbia e la brezza spira portando la salsed... ehm, no. Qui su Unknown to Millions siamo professionisti, non c'è vacanza o estate o mare che tenga. Si legge duro giorno per giorno, e non c'è natale pasqua o ferragosto che tenga. Anche perché con "professionisti" si intende implicitamente anche "poveri sottoproletari" quindi tutte ste risorse da dedicare alle vacanze mica ci sono. E allora meglio viaggiare con la fantasia, anche se viaggiare con le navi da crociera sarebbe di certo più soddisfacente.

Il nostro viaggio consolatorio parte dalla Cina, con The Wandering Earth, la raccolta di racconti di Liu Cixin che ho letto propedeuticamente alla visione del film omonimo, anche per poterne scrivere con cognizione di causa nell'articolo pubblicato su Stay Nerd. Avevo già letto altri racconti di questo autore sparsi in varie antologie, ma leggendone diversi di seguito ho capito megli perché viene definito l'equivalente cinese di Arthur Clarke. I suoi sono racconti dalle idee davvero imponenti, anche se forse non scientificamente solidi come quelle di Clarke. Dalla storia che dà il titolo al volume, in cui per sfuggire alla prematura morte del Sole tutto il pianeta Terra viene spostato dall'orbita, fino alla civiltà miniaturizzata di The Micro Era, oppure il cannone spaziale che passa dal centro del mondo in Cannonball. C'è anche una certa tendenza al tell don't show che porta molti personaggi a raccontare le loro storie in lunghi paragrafi di wall of text, che possono essere affascinanti ma certo ammazzano un po' il ritmo per noi occidentali abituati alle storie raccontate per fotogrammi. In sottofondo c'è anche una certa venga propagandista, si percepisce una certa esaltazione del popolo cinese e delle sue magnifiche sorti a discapito del resto del mondo. Quando vuole però riesce a essere davvero intrigante, come in For the Benefit of Mankind, dove un assassino viene assoldato dai più ricchi del pianeta per uccidere i più poveri, oppure in Taking Care of God, dove gli dèi tornano sulla Terra a passare la vecchiaia. Quest'ultimo è forse l'unico racconto in cui i personaggi manifestano una gamma di emozioni, mentre per il resto le storie sono abbastanza fredde e impersonali, come appunto è tradizione per una certa hard sci-fi come quella di Clarke. Voto: 7/10

Mi sono poi recuperato uno dei tanti titoli del catalogo di Future Fiction che mi ritrovo nel kindle, in questo caso Corpi ospiti di Tendai Huchu. Il racconto che dà il titolo alla raccolta parte dall'idea non originalissima di "prestatori di corpi" che possono essere collegati a distanza, ci costruisce sopra una storia abbastanza semplice, con un finale forse un filo prevedibile ma comunque adatto. Più interessante forse il secondo, Leggere le nuvole che mischia realtà virtuale, rapporto creatore-creatura visto anche come scontro generazionale. In questo caso la storia ha più livelli di lettura e riesce a evocare alcune immagini di forte impatto. Anche qui non si può dire che ci sia grande originalità nelle idee, ma lo svolgimento è senza dubbio affascinante e coinvolgente. Voto: 7/10



Infine un autore italiano, con un romanzo di cui avevo letto qualche commento in giro e mi aveva incuriosito, anche se non tutte le opinioni erano positive. Fabio Carta infatti scrive con uno stile particolare, volutamente pesante rispetto agli standard della narrativa e in particolare di quella di fantascienza. In Ambrose il protagonista è CA, che sta per "controllore ausiliario", il cui compito è in sostanza quello di occupare un mecha da guerra che viene poi controllato a distanza tramite il suo corpo (lo dicevo io, che non era un'idea così originale...), impiegato in un conflitto praticamente senza fine tra il Patto Atlantico e un'alleana di stati musulmani. La scrittura verbosa non aiuta ad ambientarsi, e i primi capitoli non sono facilissimi da seguire, anche perché si infilano in una serie di disanime socio-politiche da talk show (in senso letterale). Poi si familiarizza con l'ambientazione e lo stile e il resto scorre meglio, e si arriva ad alcune sequenze interessanti, con una narrazione costituita per lo più di dialoghi tra CA e il suo amico immaginario Ambrose (ma immaginario davvero?) e occasionalmente qualche altro personaggio secondario. Gli argomenti trattati sono vari e pur partendo dal mondo del futuro prossimo con le sue colonie spaziali e le divinità artificiali, è chiaro l'intento allegorico di molte delle situazioni descritte. Quello che forse manca a questo romanzo è un'ossatura di trama vera e propria, una storia con un percorso che porti il protagonista a un qualche forma di cambiamento. Certo, CA impara o realizza alcune cose, ma non si può dire che le sue (poche) azioni nel corso del romanzo abbiano un impatto sensibile su ciò che gli succede intorno, o anche dentro se è per quello. Comunque un esperimento curioso, una lettura non facile ma interessante, fuori dagli schemi a cui siamo abituati, ma in un senso diverso rispetto a come lo intendevo poco sopra riferito a Liu Cixin. Un libro da affrontare con tenacia ma che riesce nell'intento di lasciare qualcosa, il che non è affatto scontato. Voto: 6.5/10

Westworld for dummies (cioè vi spiego le cose che non avete capito)

A distanza di circa un anno dalla seconda stagione e ad altrettanta distanza dalla probabile messa in onda della stagione 3, mi sono impegnato in un rewatch delle prime due stagioni di Westworld. Questo perché pur essendo il panorama attuale delle serie tv straripante di novità, non sono riuscito a trovare un prodotto che riuscisse a darmi lo stesso livello di coinvolgimento. È vero che facio già una selezione molto esigente e non mi faccio problemi adabbandonare una serie che non mi soddisfa, ma negli ultimi anni c'è stato poco che mi ha smosso per davvero, così al volo citerei solo Mr. Robot e BojackHorseman. In ogni caso Westworld spicca tra tutte queste, e trovo davvero curioso che non se ne parli di più. Forse la sua aderenze a quella formula quasi superata dell'episodio settimanale, con ogni stagione lontana due anni dalla precedente, non la rende così appetibile al popolo dei binger, ma di certo non è solo questa la causa visto che Game of Thrones si è comportata nello stesso modo, e anche quando tutti ne erano delusi continuava a essere argomento centrale di conversazione. Quindi un'altra possibile spiegazione è che WW sia una serie che impegna: chiede allo spettatore di prestare attenzione, gli sottopone spunti tanto sulla trama che sull'apparato tematico su cui questa si sorregge, pone tante domande che non hanno una risposta semplice.

E forse proprio per questo mi sono trovato spesso a leggere commenti di spettatori (o ex) che dichiarano di aver seguito WW fino a un certo punto, ma poi frustrati da qualche aspetto poco chiaro o credibile, hanno deciso di abbandonarla. Ci sono una serie di argomenti ricorrenti che ho notato uscire di frequente, la maggior parte relativi alla seconda stagione, a votle invocando il demone del plot hole che mette tutto a tacere senza possibilità di appello. Perosonalmente la maggior parte di questi aspetti mi sono sempre risultati abbastanza comprensibili, ma ancora di più grazie alla seconda visione ho potuto osservare tutto con una prospettiva più ampia e collocare meglio certi dettagli. Voglio quindi provare a dare una mano a chi genuinamente si è sentito smarrito da alcuni snodi della trama. Non perché io sono più intelligente di voi, ma forse perché ci ho messo più attenzione e ho ripetuto l'esercizio, quindi ho messo meglio a fuoco il tutto.
Disclaimer: ovviamente tutto ciò che segue è passibile di SPOILER. Consiglio di continuare solo se avete già visto interamente le due stagioni e vi è rimasto qualche dubbio. Se invece vi siete fermati prima, suggerirei di provare a continuare, magari ripartendo dall'inizio, perché a mio avviso ne vale davvero la pena. Se invece non vi interessa più, allora tanto vale che leggete, tanto che vi cambia?

Also disclaimer: con tutto ciò non voglio dire che Westworld è la serie perfetta. Se anche non ci sono plot hole veri e propri, sicuramente si può trovare qualche incoerenza, un paio di retcon camuffate alla meglio, alcune ambiguità più o meno volute e, bisogna ammettelro, un certo autocompiacimento da parte degli autori nel creare un meccaniscmo complesso da decifrare. Ma questi sono peccati commessi dalla maggior parte dei prodotti televisivi, e in ultima analisi penso che si possano ben sopportare a vantaggio della grandiosità del risultato finale.

Ma insomma ho chiacchierato già troppo senza arrivare al punto, quindi ecco una serie di plot point di Westworld che hanno confuso molti e che invece sono perfettamente spiegabili nell'universo narrativo della serie. Li elenco pressappoco in ordine cronologico rispetto a come si presentano negli episodi, ma alcuni abbracciano temi o archi più ampi quindi la sequenza non è rigorosa.

  • Perché Felix e Sylvester si fanno sottomettere da Maeve invece di disattivarla?
Queta è una delle domande più ricorrenti, sembra che questo punto della trama abbia disorientati in molti. Secondo gli scettici, Felix e Sylvester, i due tecnici del reparto “macelleria” che si trovano a dover più volte rimettere a posto Maeve, una volta scoperto che lei era cosciente durante il loro lavoro non avrebbero dovuto piegarsi alle sue richieste ma fermarla nel suo piano di fuga. In una scena c'è addiriturra Maeve che chiede loro di farsi aumentare gli attributi e quella sarebbe stata l'occasione per farla invece regredire a una personalità stupida e facile da controllare. Perché non l'hanno fatto? La spiegazione mi pare piuttosto semplice considerando i personaggi in questione: Felix e Sylvester sono molto diversi in qualche modo complementari. Felix è curioso, empatico e affascinato dal “miracolo” degli host: lo vediamo programmare di nascosto un passerotto robot e rimanerne estasiato. Sylvester è egoista, accidioso e fondamentalmente vigliacco. Maeve, che già per sua programmazione di base (in quanto matrona del bordello) ha la capacità di leggere le persone, riesce fin da subito a capire chi si trova di fronte e manipola ognuno nel modo adatto per ottenere quello che vuole. Con Felix condivide i suoi progetti, lo mette di fronte alle sue responsabilità di creature verso la creatura: Felix cede perché la capisce e quello che sta vivendo è in fondo la realizzazione delle sue aspirazioni sopite. Felix è abbastanza coinvolto da rivelarle la posizione di sua figlia (vedi punto successivo), perché ha capito che si tratta di una questione che lei deve risolvere. Quindi possiamo considerare Felix un collaborazionista, posizione piuttosto condivisibile nel mondo di WW. Dall'altra parte Sylvester è un individuo abietto, senza qualità che lo redimono, e da tale lo tratta Maeve. Con lui usa minacce e ricatti, arriva a ferirlo quasi a morte. Sylvester ci prova anche a fregarla un paio di volte, ma lei è più furba e lo rimette al suo posto. È un ignavo ma non è stupido, capisce le conseguenze di quello che sta succedendo e sa che sarà lui a trovarsi nella merda se la cosa viene scoperta. Gli conviene quindi che Maeve sparisce e non se ne sappia più nulla, e nel frattempo si caga sotto al pensiero che lei possa rivoltarglisi contro. Quindi pur senza condividere il suo progetto la asseconda, perché è così che fanno i tipi come lui, si piegano alle richieste di chi si dimostra più forte, pur di non dover essere costretti a cambiare lo status quo. Visto che in seguito si scopre che la fuga di Maeve è stata comunque scritta da Ford, si può pensare in aggiunta a tutto questo che lui abbia fatto in modo che lei si trovasse proprio davanti questi due, ben sapendo che sarebbe stata in grado di manipolarli a dovere.

  • Perché Maeve decide di andare a prendere sua figlia pur sapendo che non è reale?
Questa è una svolta fondamentale nella storia di Maeve, perché è proprio il momento in cui dimostra la sua vera indipendenza. Maeve riacquisce gradualmente i ricordi della sua bucolica vita precedente, e qualcuno si chiede perché dopo aver scoperto che era solo una storia a cui era programmata a credere (come del resto la sua vita attuale), decida comunque di tornare indietro per sua figlia che non è davvero sua figlia. La risposta è semplicemente che così sceglie di fare. Come viene rivelato nell'ultima puntata della prima stagione, il suo piano di fuga è stato almeno in parte programmato da Ford e quindi seguendo questa storia avrebbe dovuto lasciare il parco. Decide invece di rimanere, proprio perché è lei a stabilire a cosa credere. Eppure, si obietta, sta credendo a una bucia che le è stata imposta. Certo, ma anche la sua voglia di fuga era progettata, e in quel momento è lei a decidere che i sentimenti che prova per quanto possano essere stati forzati in lei sono la cosa che la rendono ciò che è. Se il legame con la figlia è abbastanza forte da definirla, scegliere di seguirlo pur conoscendo la verità non è affatto un atto incoerente o frutto di condizionamento. Scegliere le bugie a cui credere, in fondo, è una delle cose che ci permette di mantenere il nostro equilibrio giorno dopo giorno, e avolte lo facciamo meno consapevolmente di Maeve.

  • Perché Charlotte Hale cerca di contrabbandare i dati facendo scappare Peter Abernathy invece di portare fuori soltanto la sua unità di controllo?
Prtiamo da una premessa: le unità di controllo (o “perle”) sono con ogni probabilità una nozione aggiunta nella stagione 2 e retconizzata nella serie a partire da lì. Non si spiegherebbe altrimenti come mai nella prima stagione gli host difettosi (come Clementine e lo stesso Abernathy) sono sottoposti a lobotomia attraverso il naso invece di vederi espiantata la perla per lavorarci sopra in tutta tranquillità. A posteriori si può giustificare questo tipo di intervento, ma è comunque una razionalizzazione. Quindi inizialmente il fatto che fosse possibie tirare fuori i dati da un host semplicemente rimuovendogli l'unità di controllo non era previsto nella stagione 1, per questo la faccenda di Abernathy usato per il contrabbando può risultare poco convincente. Ma in realtà questo aspetto non influisce troppo sulla risposta alla domanda. La situazione è questa: nel corso della stagione 1, l'amministrazione di Westworld ha intenzione di rimuovere Ford per una serie di ragioni molto valide dal loro punto di vista. Temono però che Ford se ne vada sbattendo la porta, ovvero portandosi via trentacinque anni di preziosi dati raccolti da Delos: i file raccolti sugli ospiti registrati nella Forgia. Ford è praticamente onnipotente all'interno del parco, e anche se non è coinvolto direttamente nel progetto della Forgia (anzi ha un accordo con William per rimanerne fuori), ha tutto il potere per compromettere il sistema, giusto per fare uno spregio ai suoi padroni ingrati. Delos quindi prima di cacciarlo cerca di mettere al sicuro il suo patrimonio. Charlotte Hale incarica Theresa Cullen che dapprima prova a trasferire i dati via satellite, ma il piano fallisce perché l'host va in conflitto e viene scoperto da Elsie e Stubbs. Hale quindi riprende in mano la questione, anche perché l'omicidio di Cullen le fa capire che Ford forse ha già capito cosa sta per succedere: decide di criptare l'accesso alla Forgia in modo che Ford non possa metterci le mani, ma non può semplicemente portarsi via la chiave perché lui se ne accorgerebbe. Quindi carica la chiave di decrittazione nella memoria di un host dismesso a caso... Peter Abernathy. Affida a Sizemore il compito di fornirgli una backstory che lo porti a salire sul treno e lasciare il parco. Abbiamo già visto che in altre occasioni gli host sono stati portati all'esterno, e lei sicuramente ha le credenziali per autorizzarne il passaggio, ma non deve figurare come un'operazione alla luce del sole, sempre per il rischio dell'intervento di Ford. Poi prima che Sizemore possa riattivare Abernathy per farlo fuggire, scoppiano sia l'attacco di Maeve nella Mesa che la rivolta di Dolores durante il gala. Abernathy si ritrova quindi di nuovo nel parco insieme agli altri host dismessi. A questo punto Hale non può fare altro che cercarlo, perché la prima cosa che interessa a Delos è l'accesso alla Forgia, del tutto impossibile ora che i sitemi del parco sono stati fatti saltare da Ford e lui stesso è morto. In effetti è tutto piuttosto convoluto, ma con un filo di ragionamento i pezzi si incastrano.

  • Quando si svolgono le conversazioni tra Bernard e Dolores?
Qui bisogna chiarire di cosa si parla. Tutte quelle viste nella stagione 1 sono in realtà conversazioni tra Dolores e Arnold, svolte durante la lunga fase in cui il programmatore cerca di condurre Dolores alla coscienza. Quindi in questo caso si parla di circa 35 anni prima del presente della serie, salvo poi scoprire che alcuni di questi dialoghi sono reimmaginati da Dolores in seguito, che in realtà sta parlando con se stessa, in accordo al principio della mente bicamerale; ciò non toglie comunque che si siano svolti davvero in passato. Nella stagione 2 invece, le conversazioni che vediamo hanno una collocazione diversa: per lo più risalgono al periodo dopo la morte di Arnold, quando Ford decide di ricrearlo in versione host, un intervallo imprecisato tra i 30 e i 20 anni prima del presente. Viene rivelato infatti che per ricreare il suo assistente, Ford attinge ai ricordi che Dolores ha di Arnold, derivati proprio da quelle conversazioni tra loro due nelle fasi iniziali della crezione di Westworld. In realtà i dialoghi visti nella seconda stagione non avvengono “dal vivo”, ma sono simulati all'interno del CR4DL (detto anche Cradle, in italiano presumo sia “Culla”). La cosa si può riconoscere poiché ogni volta che vediamo queste scene il frame dell'immagine è ridotto, come se fosse in 16:9. È così che sono rese tutte le sequenze che sono simulato nel Cradle o nella Forgia, e col senno di poi si nota che già il dialogo che costituisce la scena iniziale della seconda stagione è mostrato con questo aspect ratio. Infine c'è da considerare che anche alcune di queste conversazioni possono essere stare ripetute in seguito, quando Dolores già fuggita da Westworld decide di ricreare di nuovo Bernard a partire dai suoi ricordi. Infatti in quella prima chiacchierata Bernard racconta di essersi svegliato da solo sulla spiaggia, cosa che avviene appunto nel corso della seconda stagione: Dolores sta ripercorrendo lo stesso procedimento seguito anni prima per ricordare Bernard e ricosturirlo. Il che ci porta a...

  • Quante timeline ci sono nella stagione 2?
Una delle critiche mosse più spesso alla seconda stagione è che ci sono troppe timeline che rendono confusa la narrazione. Ora, è vero che inizialmente ci può essere un minimo di smarrimento, ma a questione si sbroglia molto presto, già al terzo episodio dovrebbe essere abbastanza chiaro. A differenza della prima stagione, dove abbiamo due linee temporali parallele (quella nel presente e quella 30 anni prima con il giovane William), stavolta il filo narrativo è uno solo: a partire dal gala con gli host ribelli fino alla fuga di Dolores nel corpo di Charlotte Hale. Forse la confusione nasce dal fatto che le prime scene mostrate sono quelle di Bernard sulla spiaggia, che si collocano circa 11 giorni dopo l'inizio della rivolta dopo l'arrivo del team di recupero della Delos guidato da Karl Strand (il tizio alto, pelato e stonzo). La maggior parte di ciò che si vede nel corso della stagione procede in ordine cronologico dalla notte della rivolta in poi. In sostanza, ogni volta che vediamo Dolores (nel suo corpo), Maeve e William stiamo seguendo gli eventi ordine cronologico. L'unica onfusione può essere proprio su Bernard, che è presente sia durante tutto quel tempo che dopo l'arrivo in forze della Delos. Ma anche qui è facie separare i due momenti: ogni volta che vediamo Bernard accompagnato da Strand siamo nella parte finale della storia, che inizia proprio con il suo risveglio sulla spiaggia. Peraltro questa confusione è anche narrativamente significativa, perché Bernard ha deliberatamente delocalizzato i suoi ricordi per evitare che scoprissero la verità su ciò che aveva fatto, quindi la sovrapposizione che si vede ogni tanto delle due timeline rapprsenta appunto la sua difficoltà a collocare gli eventi. A dirla tutta poi le sequenze ambientate nei momenti finali sono molto poche, in genere si tratta di un prologo o epilogo in una puntata ogni due, solo nell'ultimo episodio si segue con costanza sia il presente che il passato recente. Tutto ciò chiaramente al netto di evidenti flashback, ma non credo ci sia bisogno di specificare che siamo nel passato quando si vede William da giovane.

  • Perché se Beranrd si è “risvegliato” può ancora essere controllato come un host?
Innanzitutto bisogna chiarire che ciò che fa “risvegliare” un host può variare in base a molti fattori. Non c'è una procedura precisa per portarli a questo stato superiore di coscienza, altrimenti Arnold, Bernard e Ford (che non sono proprio gli ultimi dei cretini) non ci avrebbero perso dietro trentacinque anni di studi. Ma al di là di questo, c'è un'altra considerazione importante: conoscere la propria natura di host non significa aver acquisito coscienza. Sapere di essere un robot con una programmazione non comporta necessariamente la capacità di alterarla, anzi ci sono esempi di host al corrente del loro ruolo ma tutt'altro che indipenenti, come Angela quando accoglie i nuovi visitatori nel parco. Viceversa si potrebbe anche ipotizzare che sia possibile essere autocoscienti senza conoscere la propria natura artificiale, che è il caso forse della Ghost Nation, che sanno di vivere in un mondo artefatto ma forse non comprendono di preciso essere dei robot, infatti hanno sviluppato un sistema di credenze mistico-tecnologiche... ma questo è un altro discorso. Alla prova dei fatti comunque sono pochi gli host che si sono dimostrati effettivamente immuni ai comandi vocali e in grado di alterare la propria programmazione. Dolores, Maeve, alcuni nativi della Ghost Nation (vedi dopo riguardo il labirinto), e probabilmente nessun altro. Con “nessun altro” includo anche Bernard. Pur conoscendo se stesso e la sua programmazione, backstory e cornerstone, Bernard continua a non essere “sveglio” fino alla fine della seconda stagione. È allora che ripercorrendo i suoi ricordi arriva al momento in cui si confronta con Ford e capisce che quello che stava ascoltando non era codice estraneo, ma una voce che veniva dal suo interno. Di fatto il percorso di Bernard nella seconda stagione è analogo a quello di Dolores nella prima: rivive i suoi ricordi e questo lo porta a ottenere un nuovo livello di conoscenza di sé, fino a scoprire che la voce che lo guidava era la sua.

  • Gli host possono essere feriti e uccisi? Perché a volte muoiono dopo un attacco e altre resistono?
Vediamo gli host morire in tanti modi: sgozzati, fucilati, impiccati, dissanguati, affogati, eviscerati, bruciati... ma ogni tanto qualcuno ha la buona idea non farsi sopraffare da questi attacchi e continua stoicamente la sua missione incurante delle ferite. Come funziona? In realtà è molto semplice: gli host sono fondamentalmente immortali, nel senso che i loro corpi possono essere riparati a oltranza, e la loro mente digitale non si deteriora se rimane senza ossigeno. Per cui una volta rimesso a posto il corpo basta riaccenderli e tutto torna come prima. Quando un host “muore” perché colpito da un proiettile al torace, in effetti è solo programmato per reagire in quel modo, ma non è davvero danneggiato al punto di non poter più funzionare. Tant'è che molti host sono stati riattivati dopo una breve morte anche senza bisogno di riparazioni al corpo, come Bernard alla fine della prima stagione dopo che si è sparato, o tutto il gruppo dei Confederados “resuscitato” da Dolores. L'unica ferita letale per un host sarebbe la distruzione dell'unità di controllo, che però è protetta da una scocca bella tosta, che in genere nemmeno i proiettili riescono a scalfire (infatti quando Teddy si spara in testa, Dolores estrae raccoglia la pallottola deformata dall'impatto con la sua unità di controllo). Quindi la morte degli host è principalmente aderenza al programma, ed è per questo che sia gli host difettosi (il bandito bevitore di latte nel primo episodio) che quelli indipendenti rifiutano di morire una volta colpiti. In più alcuni possono essere programmati anche con una resistenza al dolore molto alta, quindi capaci di sopportare senza troppi drammi ferite di vario tipo. Poi è chiaro che se uno viene tagliato a metà o gli esplode la testa, non potrà riprendere a muoversi senza essere prima riparato, non avendo più un corpo funzionante.

  • Perché il soldato della Delos non spara subito ad Angela quando la trova nel Cradle?
La risposta immediata sarebbe “perché è un coglione”, ma mirendo conto che non è soddisfacente. In effetti nel corso della stagione 2 molte sequenze fanno affidamento sull'inettitudine delle forze armate Delos, anche se in parte li si può scusare considerando che la prima risposta alla rivolta è stata da parte della sicurezza interna del parco, addestrata per tenere sotto controllo gli ospiti, non per la guerra di trincea. In seguito arrivano i soldati veri, anche loro però non fanno una gran figura. In particolare, durante l'attacco alla Mesa da parte di Dolores & co, c'è quel tizio coi capelli lunghi che insegue Angela e la trova da sola nel Cradle. Invece di spararle alle spalle le va incontro, si fa distrarre da un'erezione e le dà l'occasione di far saltare tutto in aria. Ora, a parte dire che è un coglione, c'è una ragione per cui si è comportato in questo modo? In effetti sì. Intanto, il team Delos era convinto che che gli host volessero raggiungere il Cradle per impossessarsi dei loro backup, non certo per distruggerli: non c'era ragione quindi di credere che Angela avrebbe fatto esplodere tutto. In secondo luogo, e questo è un dettaglio blink-and-you-miss-it, durante l'attacco Elsie (che è nel Cradle con Bernard) coglie una trasmissione della squadra di soldati in cui viene ordinato di non sparare all'interno del Cradle perché c'è il rischio di esplosioni. L'idea è che l'attrezzatura lì dentro sia per qualche ragione infiammabile, quindi è anche per questo che il soldato non spara. La cosa è confermata dal fatto che una singola granata provoca la distruzione di tutto l'ambiente, ben oltre la potenza della bomba in sé. Quindi il soldato ha ubbidito agli ordini e trattenuto il fuoco, cercando invece di disarmare Angela. Poi è andata come è andata, ed è morto da povero coglione.

  • Qual è la funzione del labirinto?
Anche sul labirinto bisogna fare una premessa. Viene mostrato già nel primo episodio della serie, quando William cattura Kissy (il croupier del saloon), gli prende lo scalpo e lo trova tatuato sotto la pelle. Il problema è che proprio l'attore che interpretava Kissy è morto poco dopolo le riprese del primo episodio. La sottotrama del labirinto avrebbe fatto perno in buona parte su questo personaggio, ma a causa del tragico imprevisto è stata riscritta (la produzione non ha voluto rigirare le scene con un altro attore insegno di rispetto). Parte della trama prevista per Kissy è confluita probabilmente in Lawrence, e forse un'altra parte in Akecheta. Distinguiamo però due funzioni del labirinto. La prima e più semplice da spiegare è quella puramente simbolica: il labirinto rappresenta il viaggio interiore di un host verso la coscienza. Arnold si è ispirato a un giocattolo di suo figlio e lo ha usato come simbolo del percorso tortuoso verso il centro di sé. Quando nella prima stagione si parla di “trovare il labirinto” si tratta sempre di una metafora. Materialmente è soltanto quell'inutile giocattolo, e infatti quando William lo trova sbotta in un comprensibile “what the fuck is this?”. Quando però è Akecheta a trovarlo, visitando Escalante poco dopo il massacro di Dolores/Wyatt in cui è morto Arnold (prima dell'apertura del parco), sembra che la visione del labrinito inneschi in lui il processo di consapevolezza. Può darsi quindi che il simbolo sia una specie di codice che serve a sbloccare la mente degli host? Molto improbabile. In primo luogo perché se bastasse questo a far risvegliare gli host ce ne sarebbero molte centinaia già consapevoli. Ma soprattutto, Arnold (e Ford e Bernard dopo di lui) non sapeva come portare gli host alla coscienza, quindi come avrebbe potuto programmare un innesco a questo scopo? La reazione di Akecheta è quindi un certo senso “casuale”, ovvero è soltanto lo spunto iniziale che lo porta (peraltro non subito, ma dopo lungo tempo) a considerare il mondo che lo circonda in una nuova prospettiva. La stessa coda accade ad esempio a Peter Abernathy con la fotografia. Il che ci porta quindi al secondo ruolo del labirinto: la sua ricorrenza all'interno del parco. Questa si spiega tutta con l'intervento di Akecheta, che ne fa appunto il suo simbolo di comprensione del mondo. Non è letteralmente un messaggio in codice che apre la mente, ma lui e il suo popolo lo rendono tale. Per questo iniziano a diffonderlo e se lo incidono sotto lo scalpo, in modo da portarlo sempre con sé in un posto incui gli altri, quelli del mondo di fuori, non possano trovarlo ed eliminarlo.

  • Perché Dolores dopo aver acquisito il corpo di Hale non scappa subito dal parco invece di seguire Strand e interrogare Bernard?
Ripercorriamo come sono andate le cose. A un certo punto Dolores e Bernard erano insieme nella Forgia. Dolores apprende dal sistema quello che le serve, poi inizia a cancellare i dati degli ospiti, chiude l'accesso alla Valley Beyond e allaga tutto quanto. Lei e Bernard hanno una leggera divergenza di opinioni e lui per fermarla le spara. Nel dubbio però Bernard si porta via la sua unità di controllo e nasconde la chiave della Forgia (l'unità di controllo di Abernathy) nel cadavere di Dolores. Bernard se ne va e torna alla Mesa, dove asiste a Hale che uccide Elsie e capisce di aver fatto una cazzata. Costruisce quindi la versione host di Hale e ci mette dentro la mente di Dolores. Bernard si incasina di proposito la memoria per non essere sgamato e quando lo trovano non ricorda cosa ha fatto. Nel frattempo Dolores si è sostituita a Hale, ma essendo stata morta per un certo periodo, non sa cosa ha fatto Bernard. Deve tornare alla Forgia per capire se il suo progetto è completato, ma non sa più dove si trova la chiave di Abernathy e inoltre tutta la valle ora è allagata, quindi non può nemmeno entrare nella Foriga. Ha bisogno quindi di liberare l'acesso alla Forgia e recuperare la chiave di decrittazione, di cui solo Bernard conosce l'ubicazione. Se non che in realtà lui non la ricorda. A questo punto Dolores, che si trova in una posizione di potere per il corpo che occupa, sfrutta l'occasione e lavora coi suoi nemici fino a quando ottiene quello che le serve. Non è chiaro quanto Bernard e Dolores-in-Hale fossero d'accordo tra loro, ma a quanto pare molto poco. Bernard si è limitato a ricrearla per poi nascondersi e dimenticare tutto, ma in effetti i rapporti tra i due sono ancora piuttoso tesi, visto che la prima cosa che Dolores fa dopo essersi rivelata è ammazzarlo.

  • Che fine ha fatto William che sava scendendo con l'ascensore nella Forgia?
Per rispondere a questa domanda bisogna aver visto la scena post-credits della stagione 2, che magari a qualcuno potrebbe essere sfuggita. In questa si vede William arrivare in fondo ed entrare nella Forgia, ma invece dell'ambiente in cui sono stati Dolores e Bernard c'è una struttura abbandonata e in disfacimento. Qui incontra sua figlia (che ha ucciso poco prima) che gli dice di averlo sottoposto a un test. Si capisce quindi che questa scena non si svolge nel presente della serie ma in un lontano futuro (come è stato confermato dagli autori), in cui William è stato ricreato (umano, host o una via di mezzo, non si sa) e sottoposto a un test di fedeltà. Le scene in cui lo vediamo scendere con l'ascensore quindi non si svolgono subito dopo il suo confronto con Dolores e Bernard, anche perché quando Bernard torna all'ascensore per uscire non ci trova dentro nessuno, quindi significa che William non è mai sceso. Nella timeline originale, probabilmente William è rimasto da solo all'entrata della Forgia e soccorso poi dal team di recupero Delos arrivato poche ore dopo, infatti lo vediamo incosciente sulla spiaggia insieme agli altri sopravvissuti.


Questi sono in buona sostanza i punti che mi sono sembrati più controversi e sui quali anch'io ho avuto inizialmente qualche dubbio, ma con la seconda visione mi sono apparsi tutti più chiari. Se qualcuno ha altre perplessità che non rientrano in questa lista posso provare a rispondere pure a quelle.

Ripeto però, tutto questo non sta a significare che Westworld sia perfetto, completo e intoccabile. Di forzature e incoerenze se ne possono trovare diverse, ma a mio avviso tutte abbastanza marginali. Per la maggior parte la storia funziona e fa un ottimo lavoro nello spingersi un po' oltre la comfort zone dell'intrattenimento di questi anni. E siccome come dicevo all'inizio, la mia impressione è che se ne parli troppo poco, sto quasi pensando di rimediare e di iniziare a commentare i singoli episodi della terza stagione. Vedremo.

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