Perché Greta ha ragione e voi avete torto

Insomma ieri lo sapete c'è stata questa cosa delle manifestazioni un po' in tutto il mondo, soprattutto di ragazzi che hanno bigiato la scuola, eheh, furbi loro, e sono andati per le strade con cartelli che variano da "what i stand for is what i stand on" a "mi si stanno scaldando le birre". La mascotte di questo sommovimento globale è quella ragazzina svedese, Greta Thunberg, che ha sedici anni ma è ancora una bambina, per nulla sessualizzata, non come certe sedicenni che ci siamo capiti no, ha il viso tondo da puttino e va in giro con le treccine e il cappello di lana perché al suo paese fa freddo, almeno per ora.



A molti Greta non sta simpatica. Eminenti personalità pubbliche e private hanno espresso perplessità su questo personaggio, che per molti è troppo artefatto, una figura costruita a tavolino apposta per poter smuovere le masse e far abboccare il popolo bue (di cui ovviamente non fa parte chi espone l'idea, perché i buoi non sono mai quelli dei paesi tuoi, sono sempre gli altri) e portarlo in piazza a protestare, come è successo come questo Friday for Future, eheh, mica scemi, gli scioperi sempre di venerdì così ci si allunga il weekend.

Greta non sta simpatica neanche a me. La sua icona e la sua narrazione sono così palesi che potrebbe benissimo essere un fantoccio con un ventriloquo che le tiene una mano su per il colon e le fa scrivere i cartelloni. Diffido di questi storytelling, per usare una parola cara ai magnaschei. Il nome di Greta lL'ho messo lì nel titolo come clickbait perché avete bisogno di essere triggerati per leggere un testo di più di dodici parole emoji incluse. Eppure, ieri ho visto le immagini e i post di queste proteste in tutto il mondo ed ero contento per loro. E quando ho visto invece commenti negativi, ostili, sprezzanti, ho avvertito uno strano fastidio.

E lì mi sono preoccupato. Perché, alla fine ammecheccazzomenefregammé, se uno stronzo qualunque su facebook dice che quei ragazzini farebbero meglio ad andare a lavorare? Succede sempre quando ci sono delle manifestazioni, che ci sia una fazione opposta che scredita chi era presenta e i loro argomenti, e quando mai questo mi ha irritato? Anche quando fosse una manifestazione che promuove valori a me cari, chessò, un raduno di abducted o un matrimonio pastafariano, non me la prendo mica se arriva qualcuno a dire che quelli lì sono tutti degli imbecilli e andassero a zappare l'orto invece di fare tanto casino. E invece stavolta ho sentito quel prurito ai polpastrelli che non sentivo da tanto, quello che mi ha portato a contravvenire a una delle mie regole e discutere su facebook con degli sconosciuti. Orrore. I did not sign for this.

Allora ho cercato di capire come mai la cosa stavolta suscitasse in me questa reazione. Ci sono arrivato la sera, senza averci mai davvero pensato, lasciando che le subroutine del cervello girassero in background per risolvere il problema. E come spesso accade coi grandi dilemmi della vita, la soluzione è di una banalità disarmante.

Il punto è che non c'è motivo di essere contrari a queste manifestazioni.

Non c'è un solo motivo al mondo, nella storia, nella vita. Mai, in nessun posto, per nessuno.

Mi spiego meglio. Quando la gente manifesta, lo fa per promuovere una propria visione del mondo che ritiene importante. Io manifestante ti faccio vedere che questa cosa merita la tua attenzione. È una questione di ideologie, di sensibilità, di priorità. Ma proprio perché ci sono di mezzo ideologie, sensibilità e priorità, è normale che qualcuno non sia d'accordo. Che qualcuno abbia una visione opposta e quindi non voglia sostenere quell'idea, e consideri stupido, superficiale o manipolato chi invece ci crede. Facciamo degli esempi di cause per cui manifestare in ordine sparso di condivisibilità, per mostrare come ci sia sempre qualcuno che ha diritto di essere in disaccordo.

Se gli hippy manifestano per la liberalizzazione delle droghe, è normal che i proibizionisti non saranno d'accordo.
Se gli operai manifestano per ridurre l'orario di lavoro, è normale che gli industriali non saranno d'accordo.
Se i texani manifestano per la liberalizzazione delle armi, è normale che i pacifisti non saranno d'accordo.
Se i cattolici manifestano contro l'aborto, è normale che le donne non saranno d'accordo.
Se un comune manifesta contro la mafia, è normale che i mafiosi non saranno d'accordo.
Se le mamme manifestano contro i preti pedofili, è normale che la chiesa non sarà d'accordo.

In tutti questi casi, per quanto una causa possa apparire nettamente giusta per una persona, può apparire nettamente sbagliata per un'altra. Per ragioni di ideologia, sensiblità, priorità. Ci possono essere punti di vista diametralmente opposti e per quanto molti difficili da comprendere, si sa che esistono. La fede in un'ideologia (politica, religiosa, sportiva) provoca gravi scompensi nelle capacità di ragionamento delle persone, questo è risaputo. È paradossale ma è così, ci siamo tutti abituati, lo vediamo tutti i giorni. Ci possono essere motivi perversi che portano a sostenere qualunque causa contraria al senso comune. Per dire, c'è gente che giustifica pure la zoofilia.

Ma nel caso del Friday for Future, di Greta, delle proteste per la conservazione del pianeta, il discorso è diverso. Chi può essere contrario a questa causa? Quale ideologia impone di distruggere l'ambiente?

Sì, eccolo lo sveglione con la maglietta rossa e i rasta che dice "cioè, zio, il capitalismo sfrenato, no, cioè lo vedi, come consuma tutto e ci ha portati al collasso invece di valorizzare le persone...", al che gli faccio cenno di sedersi e riprendo la parola. No, gli rispondo, il capitalismo non ti dice che devi distruggere l'ambiente: ti dice che devi fare tutto quello che serve per accumulare capitale, che non te ne frega nulla delle conseguenze delle tue azioni, puoi inquinare le falde, impoverire la gente diffondere la malaria, fregacazzo, basta che fai soldi. Però non è che devi distruggere il mondo. Anche perché da bravo magnaschei le vacanze te le vorrai pur fare in sullo yacht ormeggiato a Zanzibar, no? E allora mica possiamo finire tutti a Zanzibar con l'acqua fino alle ginocchia, bisogna che qualche posto sano continui a esistere. La distruzione degli ecosistemi è un effetto collaterale del capitalismo, non è il suo obiettivo.

Quindi si torna lì. Non c'è una ragione, per quanto perversa, per cui una persona possa essere contraria a questo messaggio. Indipendentemente da età, collocazione, ricchezza, razza, religione, orientamento sessuale, regime alimentare, o qualunque altra cosa che vi permetta di dividere un gruppo di persone in categorie separate. Cristosanto, anche un sostenitore dell'estinzione volontaria dell'umanità, pur augurandosi la fine della specie non ritiene di doversi portare il pianeta nella tomba. Se anche non te ne frega nulla del mondo, non hai niente da perdere dal fatto che qualcuno se ne occupi. È una situazione win-win per tutti, sempre, in qualunque condizione.

Ecco perché ho sopportato male tutti quei commenti che puntavano a screditare questo movimento. Perché sono illogici e/o falsi. Nella maggior parte dei casi, presumo, sono una posa. Un atteggiarsi a quello che ha-ha, io mica ci casco,ad andare dietro alla ragazzina con le trecce che manco ha messo su le tette ancora, che poi il nobel per la pace l'hanno dato pure a Obama, bella merda. Qualche ora di di ragionamento dovrebbero portare chiunque a concludere che, se anche non ti importa che il mondo bruci, non cambierà nulla se invece qualcuno soffia sulle fiamme. Anzi, ora che ho messo per iscritto tutto questo, basta qualche minuto, il tempo di leggere questo post. Scusa se non ho aggiunto emoji per facilitare la lettura.

Greta non mi piace. Ho idea che se ci trovassimo insieme a cena sarebbe una di quelle cacacazzo che vogliono la pizza di farina di kamut (che poi non lo sa che il kamut è un nome commerciale mica una varietà di grano, la scema) e la mozzarella senza lattosio ed è pure astemia anche se l'alcool è perfettamente naturale. Sarebbe una serata di sguardi di traverso e tanti silenzi imbarazzati. Ma Greta ha ragione. Lei, e tutti quelli che stanno con lei. Anche tutti quelli che la manovrano, per dio. Hanno tutti ragione, ma non nel senso che sanno loro cosa è giuto fare. Hanno ragione nel senso matematico del termine, come ha ragione la dimostrazione di un teorema: è una correttezza assoluta, che non ammette repliche, che fa parte dello stesso tessuto della realtà.

Greta Thunberg è un personaggio costruito? Può darsi. Il Friday for Future è stato ingigantito dai media? Probabile. Alle manifestazioni c'erano tanti ragazzi che volevano solo saltare un giorno di scuola? Sicuro. Questi bimbetti sono troppo piccoli per capire davvero il problema? Certo, come tanti adulti. Tutti quelli che hanno partecipato sono stati manipolati da qualche centro occulto di potere che vuole far diventare l'ambientalismo l'ideologia dominante? Magari. Di tutto questo di spuò discutore, ma niente toglie un solo grammo alla gravità del concetto di fondo.

Greta ha ragione. E se non siete d'accordo, in realtà non avete semplicemente torto. Non esistete proprio.

I miei articoli per Stay Nerd: gennaio-marzo 2019

Forse ancora non lo sapete, ma più o meno dall'inizio dell'anno ho cominciato a collaborare con Stay Nerd, testata online dedicata a tutto ciò che ruota intorno alla "cultura nerd" in generale: film, serie tv, videogiochi, fumetti, libri, eventi e così via. Il mio apporto sarà soprattutto nella rubrica dedicata alla narrativa, ma non è escluso che possa fare incursioni anche in altri reparti, nei casi in cui la mia competenza è sufficiente.



La mia partecipazione alla rivista spiega anche in parte la riduzione dei post qui sopra. In fondo capite bene che se posso scrivere su un sito che mi garantisce un pubblico molto più vasto (oltre che, ehm, una retribuzione) sono motivato a incanalare un po' delle mie risorse da quella parte. E siccome per scrivere lì sopra non posso fare i post scazzoni che mi permetto di fare qui in casa mia, ma c'è bisogno di documentazione, taglio professionale e rapidità, alla fine mi rendo conto che il tempo che dedicherei al blog spesso se ne va per quegli articoli.

Ma alla fine dei conti, visto che i miei articoli su Stay Nerd riguardano sempre argomenti che potrei trattare qui, penso che possa essere d'interesse per il pubblico affezionato di Unknown to Millions di vederseli segnalati. Quindi ho deciso che periodicamente (ogni 2-3 mesi, a seconda della frequenza dei post), segnalerò anche qui i miei pezzi pubblicati di là. Questo è servizio pubblico, gente.


Doctor Who 11: rigenerazione fallita?
Il mio primo articolo in assoluto è già un'eccezione, perché appunto non tratta di libri. Riconoscendo la mia vasta esperienza in materia di Doctor Who, mi è stato chiesto di fare una panoramica della stagione 11 da poco conclusa. Come sa chi ha seguito i miei commenti agli episodi, sono satto molto critico, e nell'articolo ho confermato le perplessità pur senza addentrarmi troppo nello specifico. Spoiler free, legge pure senza timore.

Lavie Tidhar: al crocevia di due secoli di fantascienza
Mi sono preso la briga di leggere Central Station e Terminale Terra, due recenti pubblicazioni arrivate in italia dell'autore israeliano, e in questo articolo ne ho tratto una visione d'insieme. Chiaramente citerò entrambi i titoli anche nell'imminente rapporto letture, ma buona parte di quello che ho da dire si trova già qui.

I nerd non esistono, secondo la Guida all'immaginario nerd
È freschissima di stampa la Guida all'immagianrio nerd, una delle tante corpose guide della Odoya. In questo caso il volume riveste un'importanza particolare perché affronta un fenomeno complesso e non sempre trattato con l'attenzione che meriterebbe. Che poi se non si parla del ruolo del nerd su un sito che si chiama Stay Nerd, dove altro? Questo articolo a mio avviso offre diversi spunti di riflessioni sul tema, e ho osato muovere anche qualche critica allo stesso mondo nerd. Perché se non critichi i nerd su un sito che si chiama Stay Nerd, dove altro?


Per il momento questi sono i miei contributi, aggionerò quando necessario con le prossime aggiunte, se proprio vi scomoda andare lì e cercarmi tra gli autori.

Rapporto letture - Gennaio 2019

Primo rapporto letture dell'anno! Siete eccitati? Chissà quali fantastiche avventure ci riserva questo 2019 partito sotto tutti i migliori auspici! Future is Bright.

Beh, mica tanto se leggi quel che ho letto io. Vediamo un po'.


Si inizia con Alessandro Forlani. Che se da una parte è una garanzia quanto a qualtà, dall'altra non è certo fonte di ottimismo. In realtà di T ho già parlato in abbondanza e in due parole lo si può inquadrare come "Ubik nell'epoca dei MMORPG". Ha poca utilità ripetere adesso quanto ho già approfondito nell'altro post, quindi vi rimando a quello, che è anche sostanzialmente spoiler free. Qui aggiungo soltanto un'ulteriore raccomandazione: Forlani è un autore dalla voce forte, non sempre facile da seguire ma che permette una soddisfazione notevole notevole se si riesce a sintonizzarsi sulle sue tematiche. Quindi se vi trovate un suo racconto davanti e comprensibilmente il vostro primo pensiero è "ma che è sta roba" non fatevi scoraggiare. Perseverate e sarete ricompensati. T si merita un bel voto 9/10, giusto perché immagino che il prossimo sarà anche meglio/peggio quindi devo tenermi da parte il punteggio pieno.


A novembre a Pisa sono stato a un panel tenuto da Chen Qiufan, autore cinese di fantascienza portato in tour in Italia da Francesco Verso in occasione della presentazione della raccolta L'eterno addio, composta da alcuni racconti già pubblicati in precedenza (come Buddhagram presente in Nebula) e altri inediti, tradotti per l'occasione. Qiufan (perché questo è il nome, l'ho imparato) è giovane, spiritoso e preparato, ed è stato molto interessante confrontarsi sulle diverse visioni della fantascienza che esistono in Cina e da noi (e per "noi" intendo in occidente, non Italia in particolare). Ciò per dire che ho affrontato l'antologia con un'idea già definita di cosa ci avrei trovato, e nonostante questo sono rimasto comunque sorpreso. I racconti di Chen si basano per lo più su un diffuso senso di straniamento, un divario che si apre tra la società nel suo complesso e i singoli individui che ne fanno parte. Questo disagio si declina in vari modi, ma porta in qualche modo i protagonisti a cercare una risposta diversa alle proprie domande, salvo poi (spesso) rendersi conto che anche quella risposta è già stata prevista, precotta e confezionata per metterla a loro disposizione. In questo il legame con Forlani qui sopra è insolitamente forte, ed è quasi un paradosso dato che sono quanto di più lontano si potrebbe immaginare in termini di genere, stile, obiettivi. I racconti di questa raccolta sono inquadrabili tutti come fantascienza ma non richiedono particolari nozioni per poter essere seguiti, solo una certa apertura e disposizione mentale, anche nei confronti di un diverso modo di narrare una storia. Insomma in Cina chi ha inventato lo showdontell non ha fatto molto successo. Voto: 8/10


Infine un autore che già conosco per alcune mirabili opere e che qui leggo per la prima volta in un genere diverso. Walter Tevis ha scritto L'uomo che cadde sulla Terra (da cui è stato tratto il film con David Bowie) e Mockingbird (conosciuto anche come Futuro in trance o Solo il mimo canta al limitare del bosco): entrambi capolavori riconosciuti della fantascienza. Ma con La regina degli scacchi si abbandona l'etichetta e si passa a un romanzo "mainstream": la storia di una ragazzina cresciuta in orfanotrofio che diventa campionessa di scacchi. Beth è una ragazza sfortunata: i suoi genitori muoiono in un'incidente, viene affidata a un'istituto femminile in cui sviluppa una dipendenza dai sonniferi e anche quando viene adottata finisce in una famiglia che forse non aveva davvero bisogno di una figlia da crescere. In tutto questo, scopre gli scacchi nel seminterrato dell'orfanotrofio e dopo le prime partite con il custode viene subito rivelato il suo talento, che la porta giovanissima a competere contro i campioni dello stato, della nazione, e poi del mondo intero. La sua abilità si scontra però con le sue pesanti carenze a livello affettivo, la sua incapacità di mostrare attaccamento o anche solo interesse per chiunque, oltre alla tendenza a sviluppare dipendenza da sostanze varie, dall'alcool agli ansiolitici. Il percorso di Beth è sicuramente descritto bene, ma ho avuto l'impressione che nella parte finale venga chiuso con troppa semplicità, come se da un momento all'altro lei si dicesse "bene, da ora in poi farò le cose come si deve" e puff!, ci riesce davvero. Non è così che si superano problemi di questo tipo e sono convinto che Tevis lo sappia bene, a giudicare le altre sue cose che ho letto. Quindi penso che avesse semplicemente perso interesse in questa storia, arrivato al climax del percorso scacchistico della ragazza. Simpatico il fatto che mi sia trovato a leggere questo libro con le sue occasionali descrizioni delle partite di scacchi proprio mentre stavo scrivendo Scrabble, quindi in un certo senso è stato propedeutico vedere come un autore del genere affrontava le descrizioni del gioco. Voto: 7/10

Projects update: Scrabble, traduzioni, Robot, fuori

Dai, sono passati due anni dall'ultimo post in cui facevo una panoramica sui progetti di scrittura in corso, penso di potermene permettere uno adesso. Cosa che faccio sempre malvolentieri, perché come dicevo già all'epoca mi pare più utile parlare delle cose compiute piuttosto che di quelle che "pensavo di fare questo" ma poi chissà che fine fanno.

Ed è infatti curioso notare come sostanzialmente i punti fondamentali della mia strategia siano gli stessi di allora. Nel post di allora parlavo infatti dell'idea di scrivere il Secondo Romanzo, e di iniziare a lavorare su traduzioni dei miei racconti da mandare in giro. Due danni dopo posso dire di non aver concluso nulla in tal senso.

O meglio. Scrabble di fatto esiste, come dimostra l'istogramma della lungehzza capitoli che vedete qui accanto. Dopo una gestazione durata circa tre mesi, il 20 gennaio ha visto la luce, e giusto un paio di giorni fa è uscito dall'incubatrice perché era nato un po' prematuro, ed è pronto per vedere il mondo. Un romanzo di trecento e rotte cartelle, uno young adult con protagonista un sedicenne sfigatello innamorato di una compagna di classe irraggiungibile. Posso dire che la storia mi è venuta fuori in buona parte come me l'ero immaginata già prima di questi due anni, e che è stato un piacere come tutte le volte vedere come certe cose vanno ad incastrarsi da sole come se le avessi progettate dall'inizio del mondo e invece no, ti escono quasi per caso, o forse per istinto, ma sono proprio giuste così. Cosa ne sarà ora di Scrabble?

La prima prova che subirà sarà un'impossibile competizione al Premio DeA Planeta. Sarò venale, ma l'idea di un anticipo di 150.000 € è sufficiente a motivarmi. Se non altro i tempi di valutazione sono molto rapidi, per cui già ad aprile saprò se il mio lavoro è di nuovo libero per essere proposto ad altri. So già che non posso vincere, se non altro per una ragione molto pratica: il Premio in questione cerca opere da tradurre per il mercato spagnofono, e Scrabble è di fatto intraducibile. Troppo complicato spiegare ora perché, ma a meno di non perdere o svuotare di significato una parte fondamentale di tutta la storia, è impossibile riportarlo in un'altra lingua. O quanto meno estremamente difficile, al punto di non rendere la traduzione una strada economicamente vantaggiosa.

E di questa via parliamo delle traduzioni. Che ho ottenuto in questi due anni? Beh, per il momento ho quattro racconti che hanno rimbalzato tra una rivista e l'altra producendo come reazioni una serie di "thank you for the opportunity of reading your story but i shall pass for this time." Ma questo non ci fermerà, quindi continuerò ad aggiornare la mia tabellina con i rifiuti ricevuti fino a che qualcuno per disperazione non scegliera di prendere il mio racconto in versione inglese. Per il momento non credo che ne farò tradurre altri, mi piaceva segnare almeno un punto prima di aumentare l'investimento, ma vedremo come va.

Comunque non è che nei due anni da quel famoso post non ho fatto niente. A parte racconti sparsi qua e là e la pubblicazione de Il lettore universale, mi sono anche dedicato un po' di sana formazione con editor, corsi e manuali, e devo ammettere che rispetto solo all'anno scorso sento di aver acquisito una consapevolezza ben maggiore delle mie capacità. Questo chiaramente non mi garantisce di poter sfornare un best seller dopo l'altro, ma quanto meno credo di poter lavorare con un'efficienza che non ho mai avuto prima.

E non vorrei sopravvaltuare una semplice coincidenza, ma di fatto i primi due lavori che ho portato a termine dopo questa fase di formazione sono i racconti lunghi Bootstrap e Locuste, che ho inviato all'ultima edizione del Premio Robot e che sono finiti uno tra i finalisti e uno tra i segnalati. In genere tutti i finalisti sono pubblicati sulla rivista nel corso dell'anno per cui è probabile che tra qualche mese potrete leggere almeno Locuste, e potrò finalmente avere la soddisfazione di comparire sulla più importante rivista di fantascienza italiana, risultato che inseguivo da un po' di tempo.

Dopodiché... ecco, le cose si fanno un più confuse. Non so bene quali saranno i miei prossimi obiettivi. Cioè. So quali altre cose ho intenzione di scrivere (ho anche avuto uno sprazzo per un sequel-non-proprio-sequel di DTS, ma ne so ancora troppo poco per poterne parlare io stesso), semmai non so bene dove farle arrivare. La strada che ho intenzione di intraprendere è quella che porta fuori: fuori dal genere, fuori dall'ambiente, fuori dall'etichetta della fantascienza in cui mi sono mosso praticamente da quando ho inziato a scrivere, più di dieci anni fa. Non per rinnegare la sf che è e rimane la mia passione principale e soprattutto il linguaggio più efficace per raccontare il mondo impossibile in cui viviamo o vivremmo, ma perché i confini e i paradigmi autoimposti di questo mondo cominciano a starmi stretti. E se c'è una cosa che ogni appassionato di fantascienza dovrebbe avere imparato è che i confinti vanno superati e i paradigmi abbattuti. Io voglio fare lo stesso, o almeno provarci. Probabilmente è un percorso destianto al fallimento ma preferisco alzare il tiro e fare cilecca, piuttosto che continuare a segnare coi tiri liberi.

Quindi, rinnovo l'appuntamento tra due anni qui si Unknown to Millions per scoprire com'è andata.

Alessandro Forlani - T

Di Alessandro Forlani mi è già capitato di parlare in precedenza, e non so se in quelle occasioni l'ho detto, ma se anche fosse mi ripeto: a mio avviso Forlani è attualmente uno dei due migliori autori italiani di fantascienza in circolo oggi. Anche se in un certo senso è riduttivo definirlo "autore di fantascienza", e non perché, come dicono i critici veri nelle rubriche letterarie dei giornali seri, i suoi lavori "non sono solo fantascienza", ma più che altro perché nelle sue opere si trova una matassa indistricabile di fantascienza, horror, weird, satira, epica e probabilmente tanti altri generi che sono troppo ignorante io per recepire. Ammetto con serenità che Forlani batte con netto distacco tutti gli altri perché ha una cosa che a tutto il resto manca: una poetica. Tutti i suoi romanzi e racconti, anche quando parlano di cose completamente diverse e sono ambientate in universi narrativi differenti, esprimono un'unità di base di tematiche e una coerenza stilistica che non si ritrova altrove. E se ogni nuova storia sembra sempre costruire sulla base delle precedenti, con T si può pensare di essere arrivati al vero e proprio manifesto del forlanismo (ehi, l'ho detto io per primo, libri di letteratura futura, ho coniato io questo termine!).

Come tutte i lavori di Forlani, anche T è "scritto difficile", con una prosa che è quasi poesia, una cantilena continua e ipnotizzante (a me pare che le proposizioni siano sempre di otto sillabe, non so se lo fa apposta o gli escono da sole così, ma nel dubbio ne ho contate a decine e mi sono sempre tornate così), che accoppia tra di loro arcaicismi e neologismi, termini aulici da opertta morale e volgari bestemmie da derby del sabato pomeriggio. Se non si supera questo scoglio è impossibile goderne, ma dopo lo smarrimento iniziale ci si accorge che è estremamente facile seguire la scrittura e perdersi in questo fiume di parole sempre azzeccate. Ma anche volendo ignorare il valore estetico di della composizione c'è molto al di sotto, per cui partiamo dal titolo del libro e cerchiamo di capire che cosa significa quella lettera.

T sta innanzitutto per Thanatolia. Che è anche il titolo di una raccolta di racconti di diversi autori ambientata in un'ambientazione condivisa. Un setting fantasy sword&sorcery, dove si muovono necromanti, tombaroli, paladini e mostri di vario genere: Thanatolia è un intero continente adibito interamente a cimitero, dove secoli e secoli di tombe sono state riempite scavando nelle precedenti e prontamente saccheggiate. In T compare la stessa Thanatolia, ma stavolta non è un universo a parte: è diventata una simulazione condivisa, una specie di MMORPG a cui partecipano centinaia e centinaia di giocatori, non sempre volontari. Infatti, nell'Italia del 2030 circa raccontata da Forlani, la situazione economica è così disastrosa che l'unica via d'uscita per la disoccupazione giovanile è mettere le persone in stasi, addormentarle e collegarle al mondo virtuale insieme a tutti gli altri, dove potranno assumere l'identità che vogliono e passare anni e anni sotto le amorevoli cure di centri specializzati che si occupano di governare i loro corpi inermi. Certamente può sembrare una soluzione un po' estrema, ma è appunto del tutto coerente con la visione del mondo, e in particolare proprio dell'Italia, che da sempre Forlani ha proposto. Il governo dell'epoca ha volutamente emesso il Pointless Act proprio per creare una nicchia socio-ecologica a questo esercito di sfaccendati, e non è così difficile immaginare l'evolversi di certe forme di assistenzialismo attuali verso forme più perverse come questa. I protagonisti di T sono infatti tutti giovani. O meglio, sono ciò che si intende per "giovane" in quest'Italia del futuro: si parla in realtà di quarantenni o giù di lì, ma cresciuti e pasciuti in una società così flaccida che sono poco più che adolescenti nella loro concezione della vita, nei loro rapporti con gli altri, nel modo in cui affrontano le difficoltà.

T sta anche per Tempo determinato. Non solo in termini lavorativi, anche se questa è la prima e più evidente declinazione del termine. I "ragazzi" protagonisti cercano infatti di inserirsi in contesti di lavoro, ma ottengono soltanto pochi mesi di occupazione prima di essere rimandati da dove arrivano. Curriculum di venti pagine, lauree e lingue straniere, ottimo standing, capacità di relazione e hobby, tutto viene esaminato con una scrollata di spalle per poi passare avanti. E così i quarantenni bambini si trovano a non aver mai contribuito alla società, diventano inutili e passabili di Pointless Act. A un'analisi superficiale può sembrare un atteggiamento paternalistico, Forlani che si lamenta di una gioventù rammollita, incapace di prendere controllo della propria vita, ma non è così: è chiaro che i ragazzi sono a loro volta vittime di un sistema gerontocratico e clientelare (come in I senza-tempo), che non valuta minimamente esperienze e competenze e che in fin dei conti non ha proprio bisogno di loro, non sa che farsene di carne nuova, dato che si è già esteso a tutti i capillari e ora non può fare altro che avviare la metastasi e cannibalizzare se stesso. Ma la temporaneità non si riferisce solo a questo, perché il senso di transitorietà si avverte in tutto: non c'è niente di stabile, niente di definito, nessun frame di riferimento sul quale basere un qualsivoglia sistema di valori. Paradossalmente, il mondo simulato di Thanatolia rappresenta quanto di più solido esista per tutti coloro che ne fanno parte. Ed è infatti su questo che si basa un punto cardine di tutta la trama: da un certo punto in poi, le diverse realtà iniziano a intersecarsi tra loro, a fondersi, con scorci di Thanatolia che compaiono nel nostro mondo postmoderno e echi di postcapitalismo nella lande cimiteriali di Thanatolia. I personaggi si trovano ad alternare senza rendersene conto tra un piano e l'altro, magia e tecnologia si contrappongono e si mescolano (come in Eleanor Cole), e capire qual è la verità si fa difficile. È una sorta di Ubik, ma laddove Philip Dick avvisava "io sono vivo, voi siete morti", qui sono tutti morti, e allora di chi è la volontà che sta mettendo insieme questa realtà?

T sta forse anche per Teaser Trailer. Perché il futuro così vicino che ci aspetta è un'epoca in cui l'immaginazione funziona come un algoritmo. I protagonisti di T sono figli dell'era dell'intrattenimento invasivo, onnipresente, incessante. C'è anche un nucleo sovversivo tra questi personaggi, caratterizzati da una serie di particolari che portano a inquadrarli come "nerd". Ma non sono i nerd impacciati e autentici per i quali il termine è nato. Sono nerd consapevoli, autocompiacenti, che hanno abbracciato questa subcultura perché è diventata mainstream. Se un tempo certi generi di narrativa, i giochi di ruolo, alcuni tipi di film, erano considerati sanamente "di evasione", da cosa puoi evadere quando è il Sistema stesso a proporteli, e quindi ne fa la tua nuova gabbia nella quale ti rinchiudi da solo e ingoi la chiave? Sono quindi tutti valori fasulli, emozioni preconfezionate (come in Emoticonio), storie a bivi che portano a un'unica conclusione. Per cui riprendendo l'accostamento di poco fa, T è come Ubik, se Dick fosse vissuto abbastanza da vedere World of Warcraft e partecipare al Comiccon di San Diego.

T potrebbe stare per Troppo Tardi. Da tutto quanto detto sopra, non rimane che concludere questo: non c'è niente che possiamo fare per salvarci. Lo scoprono un po' per volta tutti i protagonisti, anche quelli che cercano sulle prime di opporsi alle atrocità (di chi?) e si ritrovano poi ancora più in profondità nel meccanismo perverso di realtà nidificate. L'unico labile appiglio di speranza è dato dalla ragazza straniera, quella che è fuggita dalla guerra e pensava che in Italia avrebbe trovato una vita più facile e l'ha trovata davvero, ma capisce che questa leggerezza ha un prezzo, e non è disposta a pagarlo. La sua soluzione comunque è andarsene, abbandonare la lotta e tornare all'origine del male da cui era fuggita. La verità è che il Sistema (o forse Thanatolia) non ha bisogno di loro quanto loro hanno bisogno di Thanatolia (o del Sistema), e a ogni proposito di cambiare le cose la risposta è che no, non si può (come ne Il Grande Avvilente).

T in realtà non sta per niente. È solo una lettera dell'alfabeto, una a caso, senza significato, senza scopo. Indifferente. Perché è a questo che si riduce tutto, alla fine: citando ancora Dick, se la realtà è quella cosa che continua a esistere quando smetti di crederci, allora che cosa rimane quando non hai mai creduto in nulla?

Siamo arrivati alla fase in cui concludo dicendo "compratelo e leggetelo". L'autore lo ha autopubblicato su Amazon per sua scelta, dopo aver avuto alcuni rifiuti da parte di vari editori. Però se devo essere onesto non credo che questo sia un romanzo che in effetti può essere letto da tutti in qualunque momento. Di sicuro non è il testo adatto con cui iniziare la lettura di Forlani. Consiglio piuttosto di leggere prima altri suoi romanzi e racconti, e passare poi a questo solo dopo aver preso confidenza con quella poetica di cui parlavo all'inizio. Allora, la potenza di T potrà saltare fuori dalle pagine e prendervi a sberle. E voi godrete di questo dolore.

Coppi Night 27/01/2019 - Day of the Dead: Bloodline

In passato nei commenti ai film visti durante le Coppi Night ho avuto varie occasioni di esprimere apprezzamento per produzoni spagnole: Mientras Duermes, Los Ultimos Dias, El Bar, Cella 211. Con mia sorpresa mi sono sembrati tutti film di buon livello, quindi pur avendo una certa diffidenza di base nei confronti dei filmdi zombie (soprattutto quando non fanno nemmeno lo sforzo di trovarsi un titolo originale), ho pensato che questo potesse avere una sua ragione d'essere.

E invece no.

Questo Day of the Dead, che qualcuno ha pure spacciato come un remake dell'omonimo film di Romero (non mi è chiaro in base a quale criterio, a parte appunto il titolo) inanella uno dopo l'altro tutti i cliché del film horror di serie Z. Dal motore che non parte all'idiota che rimane indietro senza avvertire e mette in pericolo il gruppo, dalla bambina malata che scappa senza ragione al mostro ubiquo. Non c'è nessuna traccia di originalità, di passione, di voglia di mostrare qualcosa di nuovo. L'unica variazione sul tema visto e rivisto fino alla nausea cosmica è lo zombie che oltre a essere morto vivente è anche uno stalker violentatore che mette la sua voglia di carne umana al secondo posto dietro la sua voglia di scopare. Ho sperato e pregato che quando questo punto emerge potesse condurre a una svolta, qualcosa del tipo "se sei abbastanza ossessionato puoi invertire la zombificazione", ma no, niente del genere. Era soltanto un modo per rendere il nemico ancora più disgustoso e pericoloso, o almeno questo voleva essere nelle intenzioni di chi ha fatto il film. Affermare che ci siano riusciti è un'altra cosa.

La sciatteria si rileva in tanti dettagli, alcuni tutt'altro che marginali. In genere in un film di zombie ci si aspetta che venga offerta una minima spiegazione di come il contagio si origina e diffonde, qui invece manco quello. Dal primo infetto nel giro di quatto ore siamo già al livello apocalisse, e poi boom, flashforward cinque anni dopo. E la cosa assurda è che i sopravvissuti tutto sommato se la passano alla grande: hanno il loro villaggio fortificato, sorvegliato da militari con armi cariche, mezzi di trasporto e benzina, bambini che nascono, e una mensa che distribuisce pasti caldi ogni giorno e mannaggialamorte fanno pure jogging intorno al bunker! Roba che quelli di The Walking Dead ci metterebbero la firma subito. Ma invece vogliono farci credere che si trovano in difficoltà, nonostante siano sopravvissuti a una cazzo di apocalisse zombie.

A tutto questo si aggiunge la classica protagonista a cui auguri di mangiare una noce e scoprire solo in quel momento di essere allergica e schiantare di shock anafilattico così, de botto, senza pathos e senza dignità. Bella, intelligente, salda di principi: perfetta. Ha sempre ragione, anche quando è lei a fare le cazzate immense che portano alla morte prima di una, poi due, poi decine e centinaia di persone. Ma lei è nel giusto. Anche se si fa le sue corsette a venti centimetri dalla recinzione che li separa dagli zombie e forse sarebbe il caso di non provocarli: no, lei sa meglio di tutti cosa è giusto fare. E chiaramente si farà una schiera di morti intorno prima di abbassare la testa e ammettere che ha sbagliato. Cosa che infatti non farà, ma i morti li provoca comunque. L'importante è che si salvi la bambina anche se i suoi genitori sono esplosi e hanno tentato di sbranarla, no?

Insomma una schifezza immensa. Sotto tutti i punti di vista, non ci sono nemmeno doti tecniche a redimere il porcaio generale. L'archetipo per cui tutti i film di zombie ormai sono da tenere a distanza, con buona pace di chi ci prova davvero a fare qualcosa di buono.

Dal libro al film: La città e la città

Alcuni mesi fa ho letto La città e la città, romanzo investigativo di China Miéville che, essendo China Miéville, non scrive un "romanzo investigativo" come lo scriverebbe chiunque altro. Poco dopo la lettura ho scoperto che dal libro era stata tratta una recentissima miniserie prodotta dalla BBC con lo stesso titolo The City and the City, e trattandosi di quattro episodi che concludono tutta la storia (invece delle indeterminate serie di cui non si sa mai se e quando finiranno), ho pensato che fosse interessante vederla e proporre un confronto tra romanzo e adattamento.

Come sempre in questi casi serve ripercorrere per sommi capi la trama di cui stiamo parlando, per cui vi piazzo un'allerta spoiler anche se al di là di ambientazione, personaggi e punto di partenza della storia non rivelerò molto, per cui potete continuare il post anche se non avete né letto il libro é visto la serie. Preciso anche che per semplicità non metterò tutti gli accenti strani sulle consonanti che dovrei cercare sulla charmap e perderci due minuti ciascuno.


La città e la città è ambientato tra Beszel e Ul Qoma, due città mediorientali "gemelle", unite da un legame molto particolare. Di fatto occupano lo stesso territorio, ma in un'epoca piuttosto lontana tra le due è stata imposta una divisione, che non è una separazione fisica con muri e steccati, ma una sorta di censura sensoriale adottata da tutti gli occupanti dell'una o dell'altra. Chi vive a Beszel deve ignorare ciò che avviene ad Ul Qoma e viceversa, anche se in termini materiali è qualcosa che avviene a pochi centimetri da lui. Tutta la popolazione è istruita a "disvedere" (unsee) l'altra città e i suoi abitanti, ma anche i suoi edifici e veicoli in movimento, a non ascoltare i suoni che vengono dall'altra parte, e in generale la comunicazione tra città è scoraggiata. Non è impossibile passare dall'una all'altra, ma ci vogliono speciali permessi e ogni violazione di questa segregazione è punita. A sorvegliare sulla corretta separazione c'è appunto la Violazione (Breach), un'entità misteriosa che esercita un forte potere sulle due città, pur non essendo ben chiari quali siano i limiti dei suoi "poteri" (se esistono) e chi ne faccia parte. La prolungata divisione delle due città nella storia ha portato a una notevole differenza anche nel loro sviluppo: lingua, cultura e vocazione di ognuna sono diverse tra loro. Beszel ha conservato i caratteri di un'antica città di frontiera del medioriente, tra bazaar, traffico congestionato, vecchi edifici; Ul Qoma invece si è modernizzata, ha costruito grattacieli, ripulito le strade e vietato il fumo nei luoghi pubblici.

In tutto questo, il protagonista è Tyador Borlù (nella serie interpretato da David Morrissey, che molti potranno ricordare per il suo ruolo del Governatore in The Walking Dead), un ispettore della polizia di Beszel a cui viene assegnato il caso di omicidio di una giovane ricercatrice americana, impegnata negli scavi archeologici a Beszel. Il romanzo inizia proprio con l'arrivo di Borlù sul luogo del delitto e le prime rilevazioni sulla dinamica di morte della ragazza, e da lì si sviluppa con il proseguire delle indagini. Oltre al fatto che a essere stata uccisa sia una straniera, emergono presto altri dettagli anomali sulla sua morte, in particolare il fatto che sia stata in effetti uccisa ad Ul Qoma, e il corpo abbandonato in seguito a Beszel. Per proseguire l'indagine Borlù deve  quindi spostarsi a Ul Qoma e assistere lì la polizia locale, ma anche questo non sembra essere sufficiente, perché forse dieto la morte della ragazza c'è qualcosa di più che coinvolge entrambe le città e l'origine della loro separazione. Il tutto sempre sotto la minaccia della Violazione.

Nel romanzo di Miéville, una delle cose che mi hanno colpito di più è la meticolosità con cui l'indagine viene portata avanti. Dai primi interrogatori coi ragazzini che hanno scoperto il cadavere, ai contatti con il proprietario del furgone rubato e così via, ci vogliono un centinaio di pagine solo per arrivare all'identità della ragazza. Questo da una parte è un gran punto a favore perché aumenta la verosimiglianza della storia e concede l'occasione per mostrare il mondo in cui si svolge la storia, dall'altra però rappresenta a volte un limite perché si ha l'impressione che la storia fatichi a procedere, soprattutto nelle prime fasi. Non che la lettura sia noiosa, ma ci si trova ad aspettare uno sviluppo concreto per un tempo forse eccessivo. L'autore fa un gran lavoro per presentare le due città e il paradigma della separazione, così come il mistero intorno alla Violazione, che incombe come un predatore nascosto nell'ombra, pronto a colpire, infallibile e spietato.

Nell'adattamento per lo schermo, la sfida più grande stava sicuramente nel trovare il modo di  rendere la separazione tra le città. La differenza culturale è evidente, Beszel infatti è caratterizzata nell'estetica come una città cresciuta troppo in fretta, moderna ma attaccata al suo passato, come potrebbe essere una Istanbul. Ul Qoma invece è Dubai, che ha saputo stare al passo e anche anticipare i tempi, centro di affari e grandi aziende, un posto dove si smuovono interessi di livello globale. La diversità tra le due è resa in maniera molto efficace, tanto nell'architettura quanto nel modo di vestire, nel tipo di locali, le auto che circolano, le divise e gli uffici della polizia: si ha davvero l'impressione di trovarsi in due posti diversi. Per quanto riguarda la censura reciproca, il trucco adottato dalla serie è semplice ma immediato: le parti della città opposta sono mostrate sfocate, a simulare il disvedimento degli abitantiche si trovano da una parte. È interessante notare come alcune alcune aree vengono mostrate prima da un lato e poi dall'atro, come l'edificio centrale che fa da municipio per entrambe e frontiera tra le due città. La separazione è sottolineata anche da dettagli di contorno, come avvisi e manifesti che ricordano a tutti il divieto di interagire con l'altra lato: "When in Beszel, see Beszel."

Una differenza invece sottile ma piuttosto significativa tra romanzo e miniserie è il modo in cui viene considerata la Violazione. Nel libro la Violazione è un'entità oscura ma tangibile, che incute un forte timore su entrambe le città (meno sugli stranieri) e che da queste è rispettata. Ci si rivolge alla Violazione con deferenza e si accettano le sue decisioni, perché è risaputo che sa sempre quando e come deve agire. C'è anche la sensazione che non sia composta da semplici uomini ma da entità con un potere che trascende quello delle normali persone. Nella serie l'ottica è un po' diversa, e sembra piuttosto che la Violazione sia una sorta di società segreta da cui difendersi, tant'è che ci sono manifesti che consigliano di guardarsi bene intorno per scoprire i suoi agenti. In questa versione la Violazione è ancora temuta, ma è tratta più come un intruso pericoloso che come un'autorità superiore la cui volontà sovrascrive quelle dei poteri locali.

Ma la differenza più sostanziale tra le due versioni è il coinvolgimento di Borlù nella vicenda. Come dicevo infatti nel commento al romanzo, nel libro Borlù porta avanti con diligenza e professionalità la sua indagine. Scopre via via nuovi pezzi e la sua voglia di risolvere il mistero aumenta sempre di più, tuttavia non c'è niente che lo spinga a "sentire" l'indagine al di là della suo codice deontologico di ispettore. Ne rimane sempre in un certo modo distaccato, come se fosse solo il solutore di un enigma. Questo era stato uno degli aspetti che nel libro mi erano mancati di più. Anche gli autori della serie se ne sono accorti, e infatti qui la situazione è ben diversa: la moglie di Borlù è scomparsa tempo prima, ed era anche lei interessata al passato delle città e agli scavi archeologici su cui lavorava la ragazza uccisa. Sono anzi entrambe allieve dello stesso professore (Bowden, personaggio chiave che è stato reso in maniera diversa rispetto al libro, ma funzionale al suo nouovo ruolo), e questo loro collegamento indiretto non può che far pensare al protagonista che risolvere l'omicidio dell'una potrà portarlo a ritrovare l'altra, o almeno scoprire la verità su cosa le è successo. Si può contestare che la modalità con cui il protagonista viene collegato all'indagine è la più scontata possible, un cliché fin troppo tipico del noir, però in effetti viene gestito abbastana bene, e comunque è sempre preferibile che un qualche tipo di coinvolgimento personale ci sia, se pur il più elementare possibile.

Alla fine la soluzione del mistero è sostanzialmente equivalente anche se diversa in qualche dettaglio, ma comunque porta allo stesso tipo di considerazioni. Nel romanzo erano presenti alcuni accenni a tecnologie dimenticate nel passato delle città, che invece nella serie sono dimenticati, ma visto che non hanno grande impatto sulla vicenda non è un problema. Nell'adattamento c'è invece un twist abbastanza inaspettato su uno dei personaggi principali, anche questo reso molto bene, e che forse nel romanzo non avrebbe funzionato, ma per come invece è stata impostata la storia nella serie colpisce nel modo giusto.

In ultima analisi, The City and the City prodotto dalla BBC è una serie di ottimo livello, che ha saputo prendere una storia abbastanza complessa soprattutto per le caratteristiche di base della sua ambientazione e renderla al meglio. Come diciamo sempre, ha poco senso dire se "il film è meglio del libro", ma in questo caso sicuramente si può dire che la sfida di portare su schermo le città gemelle è stata vinta, e allo stesso tempo le potenzialità di questa stessa sfida sono state valorizzate. Un lavoro ben fatto quindi, e in un'epoca in cui le serie si protraggono all'infinto senza nessuna garanzia sul loro futuro e costanza qualitativa, trovare qualcosa come questo, che si prende giusto il tempo che serve per mettere giù la storia e concluderla, è un grande sollievo.

Rapporto letture - Dicembre 2018

Eccoci all'ultimo rapporto letture relativo all'anno finito qualche settimana fa, di cui poi non farò un riassunto perché mannaggialicani, che sto a scrivere a fare i post mese per mese se poi vi dovete beccare il riepiloghino a fine anno? E fatelo sto sforzo di leggere. Dicembre dedicato ad autori non anglofoni, e in particolare a editori abbastanza particolare. Solo tre libri ma tutti belli densi.


Il primo è Eternal War - Vita Nova, romanzo di Livio Gambarini e seguito di Eternal War - Gli eserciti dei santi, che racconta le gesta dei poeti stilnovisti alternate a un piano di realtà in cui si muovono spiriti di varia natura. Gambarini è un autore con cui in un certo senso sono cresciuto insieme: all'epoca in cui eravamo entrambi vergini di pubblicazioni frequentavamo gli stessi forum di scrittura e ci leggevamo e stroncavamo a vicenda. Abbiamo avuto modo di chiacchierare durante l'ultimo Stranimondi e lui sostiene che io fossi uno dei più stronzi che girava per quei forum, ma io in quanto eroe della mia personale storia non sono d'accordo. Questo però serve a far capire che il fatto di conoscerlo da tempo non serve ad ammorbidire il mio giudizio, per cui è con tutta la stronzaggine di cui sono capace che posso dire che questo romanzo è fenomenale. Le cose stanno così: Gli eserciti dei santi si basa su un'ottima idea, costruisce un'ambientazione eccellente, sia nella sua ricostruzione storica della Firenze di fine 1200 sia nella dimensione spirituale in cui si muovono i personaggi fantastici, ha due protagonisti memorabili (Guido Cavalcanti e il suo ancestrarca Kabal) e si sviluppa in modo perfetto. Per cui, partendo da qui era davvero difficile costruire un seguito che arrivasse allo stesso livello, anche perché si sa che nelle trilogie il secondo volume è quello sempre un po' più fiacco, che fa da segmento di transizione tra l'inizio e la conclusione della saga. Invece Vita Nova non solo è allo stesso livello, ma addirittura rilancia rispetto al precedente. La cosa straordinaria è come il percorso compiuto dai protagonisti in questo secondo libro ribalta completamente quanto ottenuto nel primo: quelli che erano i loro successi diventano i fardelli di cui liberarsi, perciò il cambiamento è tanto sofferto per entrambi. Perdono quanto hanno di più caro, sapendo che quello è l'unico modo per poter proseguire. E questo non basta, perché verso la fine si susseguono due plot twist davvero ben piazzati e imprevedibili, ma non nel senso spuntati dal nulla, sono stravolgimenti perfettamente giustificati ma che semplicemente il lettore non era portato a pensare. Anche il lavoro sull'ambientazione è notevole, perché Gambarini non si limita a riproporre il suo scenario fantastico intrecciato a quello materiale, ma lo espande con nuove nozioni e nuove regole, tutte perfettamente integrate con quanto già si conosce. Come sempre poi l'intreccio tra invenzione e verità storica è profondo e sottile ed è un sollievo vedere il personaggio di Dante Alighieri assumere un ruolo di primo piano, quando nel primo libro era poco più di una comparsa. Anzi il suo rapporto con Cavalcanti e l'amore travagliato per Beatrice è una delle linee narrative meglio riuscite di tutta la vicenda. Ora, non vorrei che Livio si ringalluzzisse troppo per tutti questi apprezzamenti, per cui cerco anche i difetti: per prima cosa, ho sentito la necessità di un'appendice in cui i fatti storici presenti nella storia venissero elencati e illustrati. In effetti c'è un piccolo capitolo che spiega in linea di massima gli eventi principali (compresi quelli del primo libro), ma è troppo scarno. Sarebbe stato utile avere riferimenti più precisi anche a molti altri, ad esempio l'elezione del papa rimasta in sospeso per tre anni, le visioni dei cardinali che hanno portato all'elezione di Celestino V e così via (me le sono riguardate per capire meglio, il che è di certo un bene, ma averlo sottomano sarebbe stato più comodo). In secondo luogo, la parola "fottuto", che compare due se non tre volte in tutto il libro: a mio avviso è anacronistico, perché nemmeno oggi si usa la parola "fottuto" al di fuori dei film o di chi parla usando il lessico dei film. Si noterà che sono piuttosto deboli come punti deboli, ma meglio/peggio di così non riesco a fare. E sì che sono quello stronzo! In definitiva, Eternal War si riconferma una grande opera, che meriterebbe molto più spazio e notorietà. I libri sono pubblicati dalla Acheron, ma cazzo dovrebbero avre il loro espositore in libreria con Dante che ti punta il dito contro e ti intima l'acquisto facendoti sentire una merda come solo lui sa fare. Peraltro, a voler cercare il lato utilitaristico, funzionerebbero anche molto bene come testi didattici, per far digerire un po' meglio sia la storia che la letteratura di quel periodo, che sono parte integrante della narrazione. Livio Gambarini è un grandissimo autore e se anche uno solo dei consigli che gli ho dato in quei primi anni ha contribuito a farlo diventare così allora sono più che soddisfatto. Voto: 9/10



Dall'Italia voliamo in India con Altaf Tyrewala, autore mai sentito prima ma che ho scelto tra quelli presenti nel catalogo di Racconti Edizoni, che, indovinate un po', pubblica solo racconti. Americano ma originario di Mumbai, nelle sue storie racconta la sua terra natale, ma non con quel tono indulgente da "eh la vita  autentica della gente vera" che di solito hanno gli autori espatriati, che idealizzano la loro terra d'origine (un approccio che avevo trovato ad esempio in Nnedi Okorafor e mi aveva un po' infastidito). L'India nei racconti di Karma Clown è caotica, piena di contraddizioni, esotica quanto il calendario delle sette meraviglie del mondo appeso nell'ufficio del direttore. Certo si notano tutti quei particolari che definiscono una cultura, ma le vicende e i problemi dei protagonisti dei racconti (a volte brevissimi) sono ben riconoscibili in un mondo globalizzato fondato ovunque sugli stessi paradigmi, buoni o cattivi che siano: lavoro, famiglia, soldi, dignità. Il vantaggio e lo svantaggio di un'antologia come sempre è che qualche testo può essere più efficace di altri, e anche qui ci sono alti e bassi. Personalmente ho gradito di più i testi che hanno un tocco di surrealismo e ironia in più, e quello che dà il titolo alla raccolta si potrebbe quasi inquadrare come weird, ma in generale il livello è buono, per quanto il messaggio di fondo sia pressoché unico per tutti. Voto: 7/10

Piccola nota a margine: mi fa piacere che l'India che emerge da queste storie conferma abbastanza quella che ho cercato di rendere in Voi demoni, il racconto presente nella mia raccolta Il lettore universale.


E parlando del mio libro, arriviamo a Il lavoro dei maiali. Ho conosciuto Leo Munzlinger prima come editor, perché è stato proprio con lui che ho lavorato alla pesante revisione dei racconti pubblicati con Moscabianca in Il lettore universale. Qui invce si presenta in veste d'autore con una storia che definire weird è un eufemismo. Intanto leviamo subito di torno la prima domanda che può venire in mente: il "lavoro dei maiali" non si sa che cosa sia. E a dire la verità, un sacco di cose che succedono in questo libro non si sa che cosa siano. La storia si svolge per lo più sull'Uovo, un mondo diverso dal nostro, anche se non è chiaro se si trovi in una dimensione parallela, in un'altra regione dello spazio, in un'altra epoca o chissà cosa. Sta di fatto che sull'Uovo ci si arriva dormendo, o meglio ancora, sognando. Gli uomini (ma non solo loro, anche gli altri animali intelligenti della Terra!) si manifestano durante il sogno su questo pianeta e qui acquisiscono una forma fisica, anche se temporanea. Il loro status di visitatori gli consente alcuni poteri che però bisogna essere abili per manovrare. Il protagonista è Dimitri (sulla Terra), che si fa chiamare Kiwi (sull'Uovo) e che rimane coinvolto in... qualcosa. Incontra per caso una donna che è il bersaglio di qualcuno di potente, non si sa perché, e si trova ad attraversare l'Uovo per metterla in salvo. Ma Kiwi non è un eroe, anzi. Lui vorrebbe solo passare il suo tempo sull'Uovo, magari farsi la ragazza-ciliegia che ha appena conosciuto (da capire se conta come threesome), più che altro perché la sua vita sulla Terra fa schifo e quella sull'altro pianeta è tanto più interessante. In effetti dell'Uovo ci vengono raccontate un sacco di cose, ma non abbastanza, nel senso che ci sono una mare di particolari completemente WTF!? che così rimangono. Questo di per sé non è un problema, anzi, si capisce che per sua natura l'Uovo è incomprensibile e i suoi abitanti (che non sono solo umani, ma decine e decine di specie umanoidi e no) ancora di più. Forse anzi in un certo senso il punto debole de Il lavoro dei maiali è proprio questo, il fatto che ci sia così tanto da dire sull'Uovo che la storia diventa quasi focalizzata sul mostrare l'ambientazione piuttosto che il plot, che si chiude in modo approssimativo e un po' frettoloso. Personalmente poi, mi sarebbe piaciuto scoprire molto di più sullo stato in cui si trova la Terra, dove buona parte della popolazione non pensa ad altro che a sognare l'Uovo: mi sta bene che il pianeta misterioso sia strano, ma la Terra la conosco, voglio sapere come è cambiata dopo questa scoperta! Comunque un romanzo davvero particolare, difficile da inquadrare ma fonte di continue sorprese e di frasi che devi tornare indietro a leggere perché pensi di aver capito male ma no, è proprio così, gli fanno male le cose arancioni. Forse di questo mio commento non si è capito quasi nulla, e in tal caso allora ho reso bene l'idea di cosa si prova nelle prime fasi di questo libro. Voto: 7.5/10

Ralph spacca il mio cuore

Qualche anno fa quando uscì Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph) non lo vidi al cinema, anzi forse non notai nemmeno che esisteva fino a diversi mesi dopo, quando lo recuperai in altro modo (ancora non c'era Netflix in italia credo, o se c'era non ero abbonato). La storia mi aveva attirato inizialmente per l'ambientazione nel mondo del videogioco classico, i vecchi cassoni arcade con cui ho appena avuto il tempo di fare limitata esperienza prima dell'eplosione delle consolle casalinghe. Quanto basta comunque per cogliere le numerose citazioni e apprezzare la premessa: un villain stanco del suo ruolo che vuole passare a essere considerato l'eroe.

L'esecuzione del film, però. Wow. Non me l'aspettavo e mi ha del tutto sorpreso. Al di là del contesto e delle gag, alcune forse indirizzate al pubblico più giovane e quindi non proprio formidabili, la storia è di un equilibrio e una profondità invidiabile. All'epoca avevo una percezione per lo più empirica di cosa fosse il classico "arco di trasformazione" del protagonista di una storia, ma rivedendolo in seguito (e l'ho visto altre tre volte, che per me è un numero di ripetizioni che possono vantare forse giusto una decina di film) ho potuto apprezzare quanto tutto fosse perfettamente orchestrato. E forse per questo già da allora Ralph era salito nel ristretto club dei miei personali eroi, assieme per esempio al Dottore, Desmon di Lost, Leto II della saga di Dune, e più recentemente Akecheta di Westworld.

Per questo avevo molta paura di Ralph spacca internet (Ralph Breaks the Internet). Annunciato in un periodo in cui cinema e tv sembrano capitalizzare tutto su nostalgia preconfezionata e citazionismo 3x2 (un easter egg ogni due riferimenti espliciti!), i primi trailer mi avevano lasciato una brutta sensazione, o come direbbe il target tipico di questo tipo di film: a bad feeling about this. Ciò che veniva proposto come rappresentativo del nuovo film era la scoperta del mondo al di fuori dell'arcade, con Ralph e l'amica Vanellope catapultati nell'immensita dell'internet, tra social media, ebay, video di gattini e quartiere Disney. Era soprattutto quest'ultimo a preoccuparmi, anche per la lunga sezione dei trailer dedicata all'incontro con le principesse. Quanto di più aderente a quell'idea di nerdgasm autoreferenziale per il quale risulto patologicamente frigido. Eccoci al nuovo Ready Player One, mi sono detto, o diocisalvielliberi un altro Emoji Movie.

Mi sbagliavo.

O meglio, non mi sbagliavo nelle mie impressioni, perché di fatto anche rivedendoli adesso i trailer pubblicizzano un prodotto piuttosto diverso da quello che poi si trova: un film markettabile per bambini, con tante risatelle stupide e tanti personaggi di cui mamma ho il pupazzetto di quello. Ma Ralph spacca internet si rivela poi un'operazione del tutto diversa da quanto mostrato in quei pochi minuti*.

Siamo di fronte a un altro film estremamente complesso, che certo gioca alla citazione (come il precedente peraltro) ma non ne fa il perno della sua sua esistenza. E quello che mi ha colpito è come l'obiettivo del protagonista sia coerentemente ribaltato rispetto al primo film. Il Ralph di Ralph Spaccatutto è insoddisfatto e combatte per uscire dal suo ruolo ed essere accettato per quello che è, e alla fine lo ottiene. Di conseguenza all'inizio Ralph spacca internet, è davvero felice: la sua vita è come l'ha sempre voluta, e non c'è niente che vorrebbe cambiare. È così convinto e appagato di ciò che ha, che tutta la storia consiste essenzialmente nella sua oppposizione al cambiamento, per mantenere lo status quo in cui si trova: il "lavoro" giornaliero, il suo piccolo ambiente ristretto, l'amicizia con Vanellope. È talmente concentrato a godere di quello che ha ottenuto che non si rende conto che sta costringendo anche le persone a lui più care (ovvero, Vanellope) alle sue stesse (assenti) ambizioni.

Si può ammettere che questo film non colpisce come il precedente, perché non c'è un nemico esterno come era King Candy nel primo (villain peraltro estremamente affascinante e multisfaccettato). A parte gli occasionali scontri, il vero nemico per tutto il tempo è lo stesso Ralph, e lo è fin dall'inizio ma ce ne accorgiamo solo a un quarto d'ora dalla fine, perché siamo talmente immersi nel suo punto di vista di bonaccione e amico premuroso che non lo vediamo finché non ci viene sbattuto davanti. E quando succede, è talmente esplicito che arriva come una pallonata nello stomaco. Forse non ci sono scene strazianti come quella nel primo film in cui Ralph distrugge il kart di Vanellope (diomio, solo a pensarci mi si stringe la gola), ma se il finale può sembrare anticlimatico per come si risolve, è solo perché solo quella poteva essere la soluzione del problema: non i botti e le esplosioni, ma una serena (per quanto dolorosa) accettazione. Il rapporto tra Ralph e Vanellope appare come quello tra un padre e una figlia che sta cercando la sua strada, e che bisogna imparare ad accettare anche se le sue scelte la porteranno lontana. È una storia meno facile da presentare, soprattutto in un film "per bambini", ma che funziona alla grande. Molto più del percorso di redenzione cattivo-eroe, ci tocca da vicino, perché siamo tutti i peggiori nemici di noi stessi quando ci opponiamo al cambiamento.

Ecco come ha fatto Ralph con le sue manone a spaccarmi il cuore e trovarci un posto. Dovrò rivederlo in lingua originale per poter cogliere meglio certe gag intraducibili (oh boy / ebay, ad esempio), ma so già che mi rimarrà dentro. È in casi come questi, rari ma preziosi, che vengo convinto sempre di più del potere della narrativa di parlare a tutti, un linguaggio universale che può solo unire le persone e in pochi casi, rari ma preziose, migliorarle.

*Postilla in merito al trailer: Ralph spacca internet è consapevole di aver ingannato il pubblico per come si è presentato. Nella scena dei titoli di coda vediamo infatti la bambina che si lamenta "ma nel trailer c'era una scena che non si è vista", che era poi una delle sequenze più stupidotte che mi aveva fatto storcere il naso. Ma rivista in quel momento, in quel contesto metatestualizzato, ha assunto tutto un altro testo e ho riso di gusto. E a quanto mi risulta è la prima volta che in un film viene apertamente calcata l'attezione su come il materiale pubblicitario non corrisponda al prodotto. Chi ha deciso di trollarci, lo ha fatto con gran classe.

Doctor Who New Year special 2019 - Resolution

Prima dell'inizio della stagione 11, il nuovo showrunner aveva avvisato che non ci sarebbero stati mostri "classici" presi dalla lunga storia della serie, e così in effetti è stato. Ma con lo speciale festivo (eravamo abituati a quello natalizio, è diventato quello di capodanno ma poco cambia), siamo fuori quanto basta dai limiti della stagione che si può attingere al fornitissimo parco mostri di Doctor Who. E quale villain più iconico che un bel Dalek, che non vedevamo in azione fin dall'inizio della stagione 9 (escluso un breve cameo all'inizio della 10)?

Resolution fa con i Dalek quello che ogni tanto è sempre consigliabile fare con i nemici ricorrenti, ovvero applica il principio di conservazione del ninjutsu: in uno scontro la forza complessiva degli schieramenti ha un limite finito, per cui quando l'eroe si trova a combattere diecimila cattivi, sappiamo già che ognuno di loro costituirà una minaccia ben misera. Ma se invece il nemico è uno solo, è ragionevole pensare che sarà molto più forte e difficile da sconfiggere. Per questo quando c'è una flotta di 30.000 Dalek, pfff!, basta un colpo di cacciavite; ma quando c'è un solo Dalek allora bisogna stare attenti. L'emblema di questa legge della narratologia si vede proprio nell'episodio Dalek della stagione 1, dove il Nono Dottore si confronta per la prima volta dopo la fine della Time War con un Dalek sopravvissuto, capace di mettere in serio pericolo lui e tutti gli altri protagonisti.

In questo episodio succede una cosa simile: un singolo Dalek orfano del suo esercito sulla Terra, con la variante che questo non è un Dalek qualsiasi ma uno dei corpi speciali di ricognizione, e quindi molto più tosto di un normale polipetto dentro saliera con uno sturilavandini. Da sempre si scopre che i Dalek dispongono di un'infinità di setup alternativi, quindi il fatto che ne venga presentata ora una nuova versione mai vista prima non deve stupire. A parte questo, ci sono diversi alti e bassi nella storia costruita intorno a questo singolo Dalek.

Molto bello vedere la creatura controllare l'archeologa, oltre al body horror da invasione degli ultracorpi che trasmettono queste scene aggiunge al Dalek "nudo" un livello di pericolosità in più. Anche se viene da chiedersi se i Dalek hanno sempre avuto questa capacità e in tal caso perché non la sfruttano più spesso, oppure se il controllo dell'ospite è un potere specifico di questa classe di Dalek da ricognizione. Notevole anche il veicolo messo insieme con pezzi di scarto, in una scena che riprende la sequenza di costruzione del nuovo cacciavite della prima puntata del Tredicesimo Dottore. Il look da discarica dieselpunk, più imponente e vissuto, con qualche luce in più e un gancio al posto dello sturalavandini: impressionante, davvero. E ci voleva forse un nemico del genere, perché grazie a lui anche il Dottore di Whittaker riesce in certi momenti a mostrarsi forte, determinato, in controllo. Il suo dialogo a distanza

Ma ci sono anche degli aspetto piuttosto loffi. L'episodio parla con la narrazione di un'epica battaglia divenuta leggenda, combattuta nel IX secolo contro questo Dalek, che si è conclusa con la sua sconfitta e separazione in tre pezzi sorvegliati da guardiani che tramandano il loro sacro compito nei secoli. Ottimo un Dalek nel folklore di mezzo mondo, l'avatar di morte che tutti cercano di scongiurare! Se non che, le due stirpi di guardiani sacri sparse agli angoli del mondo non servono a nulla. Non ho ben capito se il Dalek "riassorbe" in qualche modo le sue parti lontane, fatto sta che avrebbero potuto essere anche nella dispensa della nonna, sorvegliate dal gatto di casa, e non sarebbe cambiato nulla. Perché creare questa premessa leggendaria, se poi non ha nessun ruolo? Ah, perché è la pistola a salve di Checkov, ehm, cioè, Chibnall. L'abbiamo già vista in azione. E poi dopo tutto questo, quando hai un Dalek veramente badass che sta mettendo in pericolo la nazione e sta per richiamare la sua flotta (come se i Dalek non sapessero dov'è la Terra, ma vabbè)... lo fai fuori con un microonde? Certo, DW offre spesso soluzioni anticlimatiche e i Dalek stessi spesso hanno fatto fini ridicole. Ma in questo caso sembra davvero una soluzione raffazzonata e uno spreco di un avversario che si era dimostrato formidabile.

Ci sono anche alcune sottotrame oltre allo scontro con il Dalek. Quella principale è il ritorno del padre di Ryan, che pensa bene che capodanno sia il giorno migliore per presentarsi a casa della propria madre morta e del proprio figlio abbandonato. Che il papà fedifrago sarebbe tornato lo sapevamo, soprattutto dopo i drammoni di It Takes You Away, ma la sua presenza qui è quanto mai superflua. Devo dire, i suoi momenti di confronto prima con Ryan e poi con Graham non sono privi di intensità, e per una volta mi è sembrato che Tosin Cole fosse davvero un attore e non un tecnico di scena finito per sbaglio nell'inquadratura. Ma la sua inclusione nella storia è posticcia, non si armonizza con il resto. Invece di includere il rapporto con il padre nel conflitto della puntata, e far parlare la storia, si fanno invece parlare i personaggi in scene giustapposte e fuori tono con il resto. Poi certo, è lui a fornire il microonde anti-Dalek ed è il centro della crisi finale, ma anche qui si tratta di funzioni incastrate a forza. Peraltro dopo tanti discorsi sulla responsabilità e l'assenza, alla fine Ryan dimentica tutti i torti e si finisce con abbracci e lacrime.

In merito agli altri companion, come sempre Graham offre delle ottime prestazioni anche se in questa puntata è meno al centro dell'attenzione. E se pensavate che tra i propositi per il nuovo anno di Yaz ci fosse quello di assolvere un qualsiasi ruolo, mi dispiace per voi. Anzi è più credibile come agente di polizia l'archeologa posseduta dal Dalek con la divisa rubata, il che è tutto dire.

Non so bene come interpretare la chiamata alla UNIT sostituita da un centro di assistenza: da una parte sembra una grossa spernacchiata a tutto il lore precedente, dall'altra un'occasione per un momento di satira piuttosto forte: l'organizzazione che controllava gli alieni non viene distrutta da un'invasione ma dalla burocrazia, probabilmente per colpa della Brexit. Ma mi preoccupa relativamente, la UNIT è stata dimenticata per tanto tempo e sarà sempre facile ripescarla all'occorrenza.

Nel complesso un episodio gradevole, e un nemico finalmente che sembra generare un certo senso di pericolo e urgenza. Ma questo episodio soffre sotto molti punti di vista dei problemi riscontrati fin qui nella stagione 11. Fino al 2020 ora del Dottore non si saprà altro, quindi credo che ne approfitterò per fare a mentre fredda un post riepilogativo di questa stagione così diversa rispetto alle precedenti. Per il momento assegno a questo speciale un voto 7/10 e buon anno a tutti.

Il Buio n. 2

Con una mossa inaspettata da tutti (me compreso), segnalo oggi l'uscita del numero 2 della rivista Il Buio, curata da Lorenzo Crescentini. Si tratta della trasposizione italiana della rivista The Dark Magazine, che propone narrativa "dark", appunto: horror, weird, gotico e limitrofi.

Sulla rivista si alternano racconti di autori italiani e internazionali, scelti in accordo con l'editore americano di The Dark Magazine. Nel caso specifico sul numero 2 appena uscito si trovano storie  di Steve Rasnic Tem, L. Chan, Stefano Lapadula e Francesco Corigliano.

Vabbè, ma che c'entra l'autore di questo blog con Il Buio? Perché per la prima volta mi trovate impeganto come traduttore! Infatti mi sono occupato io dell'adattamento del racconto L'ultimo giro di pub dei fratelli Pennyfeather di L. Chan.




Sì, lo so, tradurre è tradire. E me ne sono dolorosamente reso conto durante il mese e mezzo circa che mi ci è voluto per riportare in italiano The Last Epic Pub Crawl of the Brothers Pennyfeathers. Già a partire dal titolo, perché voglio dire, come lo traduci "pub crawl"? A leggerlo in inglese ci passo sopra senza problemi, so benissimo di cosa si tratta, ma se devi ridurlo a un'equivalente espressione in italiano...? Tutto il racconto poi, per struttura, stile e registro presenta una vastità di espressioni idiomatiche, colloquiali e gergali, oltre a riferimenti culturali non proprio immediati, che mi ha presentato qualche difficoltà. Oh, lo so che non è la prima volta nella storia che qualcuno affronta questi problemi, ma per me è la prima volta quindi ora ne parlo con cognizione di causa. E posso empatizzare con tutti quei traduttori che ogni giorno si confrontano con roba del genere. Non sarete mai pagati abbastanza.

Comunque, di certo non dovete leggerlo perché l'ho tradotto io. Leggetelo perché L'ultimo giro di pub dei fratelli Pennyfeather è un bel racconto. Divertente e struggente al tempo stesso, parla di fantasmi, di fratelli e di cose che sono andate perse e non si possono ritrovare e ti costringono ad andare avanti.

L'edizione digitale de Il Buio sarà disponibile presto in digitale e in cartaceo, ma se siete tanto tanto curiosi e tanto ingordi e tanto poveri, i racconti sono già disponibili anche in lettura gratuita sul sito. Fatevi questo giro di pub alla mia salute e magari rimanete nei paraggi, che potrebbero scappare fuori anche altri piani per la serata.

Coppi Night 30/12/2018 - I tre volti della paura

Ultima Coppi Night dell'anno, anche se come si può notare ho notevolmente ridotto la mia partecipazione agli eventi domenicali del Coppi Club per ragioni logistiche familiari. Cercherò per quanto possibile di essere presente ma per i prossimi mesi non posso garantire la costanza degli ultimi... beh, dieci-undici anni.

Nessun tema natalizio o festivo per questa ricorrenza in punto di morte del 2018, ma una votazione con i soliti criteri che ha portato alla visione di quello che ho scoperto essere considerato un classico del cinema horror. Tre episodi, adattati da racconti di Tolstoj, Maupassant e Checkov. Qui "horror" va inteso in un senso molto ampio, al di fuori dei parametri che definiscono oggi cosa è il cinema di genere. Siamo forse nei pressi di film "thriller" o "del mistero", ma comunque sempre intendendo questi termini con l'accezione che avevano all'epoca, in cui forse non si preoccupavano nemmeno tanto di mescolare tipi di storie diversi.

C'è da dire che, da spettatore smaliziato del 2019, tutti gli episodi risultano piuttosto prevedibili. Si capisce abbastanza presto dove andranno a finire, anche nei casi in cui è previsto che il finale sia una specie di sorpresa (non credo si dicesse "plot twist" nel 1963). Ma forse è anche vero che la sorpresa non era tanto l'obiettivo principale, quanto piuttosto una certa "atmosfera" di tensione e inquietudine, che ammetto di aver percepito in certi momenti. Anche se nella maggior parte dei casi la percezione era un "ma perché sei così idiota?" rivolto ai protagonisti, e forse è proprio in questo che il film è diventato un classico del genere horror, visto che è da decenni che i film di questo genere si basano sull'inettitudine dei loro personaggi.

Ma ammetto di essere stato genuinamente in dubbio se l'anziano capofamiglia fosse diventato un vampiro o fosse semplicemente un vecchio burbero un po' stronzo. E non mi sarei aspettato in un film di quegli anni un'allusione così esplicita a una relazione lebsica (che infatti in alcune versioni internazionali del film è stata in parte censurata).

Riconosco e rispetto quindi il valore storico di quest'opera ma mentirei se dicessi che ne ho tratto piacere durante la visione. Ma si sa che noi millennials abbiamo perso qualunque gusto e riferimento culturale, per cui non prendetemi come esempio e dite pure in giro che vi è piaciuto tanto tanto.

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