Westworld for dummies (cioè vi spiego le cose che non avete capito)

A distanza di circa un anno dalla seconda stagione e ad altrettanta distanza dalla probabile messa in onda della stagione 3, mi sono impegnato in un rewatch delle prime due stagioni di Westworld. Questo perché pur essendo il panorama attuale delle serie tv straripante di novità, non sono riuscito a trovare un prodotto che riuscisse a darmi lo stesso livello di coinvolgimento. È vero che facio già una selezione molto esigente e non mi faccio problemi adabbandonare una serie che non mi soddisfa, ma negli ultimi anni c'è stato poco che mi ha smosso per davvero, così al volo citerei solo Mr. Robot e BojackHorseman. In ogni caso Westworld spicca tra tutte queste, e trovo davvero curioso che non se ne parli di più. Forse la sua aderenze a quella formula quasi superata dell'episodio settimanale, con ogni stagione lontana due anni dalla precedente, non la rende così appetibile al popolo dei binger, ma di certo non è solo questa la causa visto che Game of Thrones si è comportata nello stesso modo, e anche quando tutti ne erano delusi continuava a essere argomento centrale di conversazione. Quindi un'altra possibile spiegazione è che WW sia una serie che impegna: chiede allo spettatore di prestare attenzione, gli sottopone spunti tanto sulla trama che sull'apparato tematico su cui questa si sorregge, pone tante domande che non hanno una risposta semplice.

E forse proprio per questo mi sono trovato spesso a leggere commenti di spettatori (o ex) che dichiarano di aver seguito WW fino a un certo punto, ma poi frustrati da qualche aspetto poco chiaro o credibile, hanno deciso di abbandonarla. Ci sono una serie di argomenti ricorrenti che ho notato uscire di frequente, la maggior parte relativi alla seconda stagione, a votle invocando il demone del plot hole che mette tutto a tacere senza possibilità di appello. Perosonalmente la maggior parte di questi aspetti mi sono sempre risultati abbastanza comprensibili, ma ancora di più grazie alla seconda visione ho potuto osservare tutto con una prospettiva più ampia e collocare meglio certi dettagli. Voglio quindi provare a dare una mano a chi genuinamente si è sentito smarrito da alcuni snodi della trama. Non perché io sono più intelligente di voi, ma forse perché ci ho messo più attenzione e ho ripetuto l'esercizio, quindi ho messo meglio a fuoco il tutto.
Disclaimer: ovviamente tutto ciò che segue è passibile di SPOILER. Consiglio di continuare solo se avete già visto interamente le due stagioni e vi è rimasto qualche dubbio. Se invece vi siete fermati prima, suggerirei di provare a continuare, magari ripartendo dall'inizio, perché a mio avviso ne vale davvero la pena. Se invece non vi interessa più, allora tanto vale che leggete, tanto che vi cambia?

Also disclaimer: con tutto ciò non voglio dire che Westworld è la serie perfetta. Se anche non ci sono plot hole veri e propri, sicuramente si può trovare qualche incoerenza, un paio di retcon camuffate alla meglio, alcune ambiguità più o meno volute e, bisogna ammettelro, un certo autocompiacimento da parte degli autori nel creare un meccaniscmo complesso da decifrare. Ma questi sono peccati commessi dalla maggior parte dei prodotti televisivi, e in ultima analisi penso che si possano ben sopportare a vantaggio della grandiosità del risultato finale.

Ma insomma ho chiacchierato già troppo senza arrivare al punto, quindi ecco una serie di plot point di Westworld che hanno confuso molti e che invece sono perfettamente spiegabili nell'universo narrativo della serie. Li elenco pressappoco in ordine cronologico rispetto a come si presentano negli episodi, ma alcuni abbracciano temi o archi più ampi quindi la sequenza non è rigorosa.

  • Perché Felix e Sylvester si fanno sottomettere da Maeve invece di disattivarla?
Queta è una delle domande più ricorrenti, sembra che questo punto della trama abbia disorientati in molti. Secondo gli scettici, Felix e Sylvester, i due tecnici del reparto “macelleria” che si trovano a dover più volte rimettere a posto Maeve, una volta scoperto che lei era cosciente durante il loro lavoro non avrebbero dovuto piegarsi alle sue richieste ma fermarla nel suo piano di fuga. In una scena c'è addiriturra Maeve che chiede loro di farsi aumentare gli attributi e quella sarebbe stata l'occasione per farla invece regredire a una personalità stupida e facile da controllare. Perché non l'hanno fatto? La spiegazione mi pare piuttosto semplice considerando i personaggi in questione: Felix e Sylvester sono molto diversi in qualche modo complementari. Felix è curioso, empatico e affascinato dal “miracolo” degli host: lo vediamo programmare di nascosto un passerotto robot e rimanerne estasiato. Sylvester è egoista, accidioso e fondamentalmente vigliacco. Maeve, che già per sua programmazione di base (in quanto matrona del bordello) ha la capacità di leggere le persone, riesce fin da subito a capire chi si trova di fronte e manipola ognuno nel modo adatto per ottenere quello che vuole. Con Felix condivide i suoi progetti, lo mette di fronte alle sue responsabilità di creature verso la creatura: Felix cede perché la capisce e quello che sta vivendo è in fondo la realizzazione delle sue aspirazioni sopite. Felix è abbastanza coinvolto da rivelarle la posizione di sua figlia (vedi punto successivo), perché ha capito che si tratta di una questione che lei deve risolvere. Quindi possiamo considerare Felix un collaborazionista, posizione piuttosto condivisibile nel mondo di WW. Dall'altra parte Sylvester è un individuo abietto, senza qualità che lo redimono, e da tale lo tratta Maeve. Con lui usa minacce e ricatti, arriva a ferirlo quasi a morte. Sylvester ci prova anche a fregarla un paio di volte, ma lei è più furba e lo rimette al suo posto. È un ignavo ma non è stupido, capisce le conseguenze di quello che sta succedendo e sa che sarà lui a trovarsi nella merda se la cosa viene scoperta. Gli conviene quindi che Maeve sparisce e non se ne sappia più nulla, e nel frattempo si caga sotto al pensiero che lei possa rivoltarglisi contro. Quindi pur senza condividere il suo progetto la asseconda, perché è così che fanno i tipi come lui, si piegano alle richieste di chi si dimostra più forte, pur di non dover essere costretti a cambiare lo status quo. Visto che in seguito si scopre che la fuga di Maeve è stata comunque scritta da Ford, si può pensare in aggiunta a tutto questo che lui abbia fatto in modo che lei si trovasse proprio davanti questi due, ben sapendo che sarebbe stata in grado di manipolarli a dovere.

  • Perché Maeve decide di andare a prendere sua figlia pur sapendo che non è reale?
Questa è una svolta fondamentale nella storia di Maeve, perché è proprio il momento in cui dimostra la sua vera indipendenza. Maeve riacquisce gradualmente i ricordi della sua bucolica vita precedente, e qualcuno si chiede perché dopo aver scoperto che era solo una storia a cui era programmata a credere (come del resto la sua vita attuale), decida comunque di tornare indietro per sua figlia che non è davvero sua figlia. La risposta è semplicemente che così sceglie di fare. Come viene rivelato nell'ultima puntata della prima stagione, il suo piano di fuga è stato almeno in parte programmato da Ford e quindi seguendo questa storia avrebbe dovuto lasciare il parco. Decide invece di rimanere, proprio perché è lei a stabilire a cosa credere. Eppure, si obietta, sta credendo a una bucia che le è stata imposta. Certo, ma anche la sua voglia di fuga era progettata, e in quel momento è lei a decidere che i sentimenti che prova per quanto possano essere stati forzati in lei sono la cosa che la rendono ciò che è. Se il legame con la figlia è abbastanza forte da definirla, scegliere di seguirlo pur conoscendo la verità non è affatto un atto incoerente o frutto di condizionamento. Scegliere le bugie a cui credere, in fondo, è una delle cose che ci permette di mantenere il nostro equilibrio giorno dopo giorno, e avolte lo facciamo meno consapevolmente di Maeve.

  • Perché Charlotte Hale cerca di contrabbandare i dati facendo scappare Peter Abernathy invece di portare fuori soltanto la sua unità di controllo?
Prtiamo da una premessa: le unità di controllo (o “perle”) sono con ogni probabilità una nozione aggiunta nella stagione 2 e retconizzata nella serie a partire da lì. Non si spiegherebbe altrimenti come mai nella prima stagione gli host difettosi (come Clementine e lo stesso Abernathy) sono sottoposti a lobotomia attraverso il naso invece di vederi espiantata la perla per lavorarci sopra in tutta tranquillità. A posteriori si può giustificare questo tipo di intervento, ma è comunque una razionalizzazione. Quindi inizialmente il fatto che fosse possibie tirare fuori i dati da un host semplicemente rimuovendogli l'unità di controllo non era previsto nella stagione 1, per questo la faccenda di Abernathy usato per il contrabbando può risultare poco convincente. Ma in realtà questo aspetto non influisce troppo sulla risposta alla domanda. La situazione è questa: nel corso della stagione 1, l'amministrazione di Westworld ha intenzione di rimuovere Ford per una serie di ragioni molto valide dal loro punto di vista. Temono però che Ford se ne vada sbattendo la porta, ovvero portandosi via trentacinque anni di preziosi dati raccolti da Delos: i file raccolti sugli ospiti registrati nella Forgia. Ford è praticamente onnipotente all'interno del parco, e anche se non è coinvolto direttamente nel progetto della Forgia (anzi ha un accordo con William per rimanerne fuori), ha tutto il potere per compromettere il sistema, giusto per fare uno spregio ai suoi padroni ingrati. Delos quindi prima di cacciarlo cerca di mettere al sicuro il suo patrimonio. Charlotte Hale incarica Theresa Cullen che dapprima prova a trasferire i dati via satellite, ma il piano fallisce perché l'host va in conflitto e viene scoperto da Elsie e Stubbs. Hale quindi riprende in mano la questione, anche perché l'omicidio di Cullen le fa capire che Ford forse ha già capito cosa sta per succedere: decide di criptare l'accesso alla Forgia in modo che Ford non possa metterci le mani, ma non può semplicemente portarsi via la chiave perché lui se ne accorgerebbe. Quindi carica la chiave di decrittazione nella memoria di un host dismesso a caso... Peter Abernathy. Affida a Sizemore il compito di fornirgli una backstory che lo porti a salire sul treno e lasciare il parco. Abbiamo già visto che in altre occasioni gli host sono stati portati all'esterno, e lei sicuramente ha le credenziali per autorizzarne il passaggio, ma non deve figurare come un'operazione alla luce del sole, sempre per il rischio dell'intervento di Ford. Poi prima che Sizemore possa riattivare Abernathy per farlo fuggire, scoppiano sia l'attacco di Maeve nella Mesa che la rivolta di Dolores durante il gala. Abernathy si ritrova quindi di nuovo nel parco insieme agli altri host dismessi. A questo punto Hale non può fare altro che cercarlo, perché la prima cosa che interessa a Delos è l'accesso alla Forgia, del tutto impossibile ora che i sitemi del parco sono stati fatti saltare da Ford e lui stesso è morto. In effetti è tutto piuttosto convoluto, ma con un filo di ragionamento i pezzi si incastrano.

  • Quando si svolgono le conversazioni tra Bernard e Dolores?
Qui bisogna chiarire di cosa si parla. Tutte quelle viste nella stagione 1 sono in realtà conversazioni tra Dolores e Arnold, svolte durante la lunga fase in cui il programmatore cerca di condurre Dolores alla coscienza. Quindi in questo caso si parla di circa 35 anni prima del presente della serie, salvo poi scoprire che alcuni di questi dialoghi sono reimmaginati da Dolores in seguito, che in realtà sta parlando con se stessa, in accordo al principio della mente bicamerale; ciò non toglie comunque che si siano svolti davvero in passato. Nella stagione 2 invece, le conversazioni che vediamo hanno una collocazione diversa: per lo più risalgono al periodo dopo la morte di Arnold, quando Ford decide di ricrearlo in versione host, un intervallo imprecisato tra i 30 e i 20 anni prima del presente. Viene rivelato infatti che per ricreare il suo assistente, Ford attinge ai ricordi che Dolores ha di Arnold, derivati proprio da quelle conversazioni tra loro due nelle fasi iniziali della crezione di Westworld. In realtà i dialoghi visti nella seconda stagione non avvengono “dal vivo”, ma sono simulati all'interno del CR4DL (detto anche Cradle, in italiano presumo sia “Culla”). La cosa si può riconoscere poiché ogni volta che vediamo queste scene il frame dell'immagine è ridotto, come se fosse in 16:9. È così che sono rese tutte le sequenze che sono simulato nel Cradle o nella Forgia, e col senno di poi si nota che già il dialogo che costituisce la scena iniziale della seconda stagione è mostrato con questo aspect ratio. Infine c'è da considerare che anche alcune di queste conversazioni possono essere stare ripetute in seguito, quando Dolores già fuggita da Westworld decide di ricreare di nuovo Bernard a partire dai suoi ricordi. Infatti in quella prima chiacchierata Bernard racconta di essersi svegliato da solo sulla spiaggia, cosa che avviene appunto nel corso della seconda stagione: Dolores sta ripercorrendo lo stesso procedimento seguito anni prima per ricordare Bernard e ricosturirlo. Il che ci porta a...

  • Quante timeline ci sono nella stagione 2?
Una delle critiche mosse più spesso alla seconda stagione è che ci sono troppe timeline che rendono confusa la narrazione. Ora, è vero che inizialmente ci può essere un minimo di smarrimento, ma a questione si sbroglia molto presto, già al terzo episodio dovrebbe essere abbastanza chiaro. A differenza della prima stagione, dove abbiamo due linee temporali parallele (quella nel presente e quella 30 anni prima con il giovane William), stavolta il filo narrativo è uno solo: a partire dal gala con gli host ribelli fino alla fuga di Dolores nel corpo di Charlotte Hale. Forse la confusione nasce dal fatto che le prime scene mostrate sono quelle di Bernard sulla spiaggia, che si collocano circa 11 giorni dopo l'inizio della rivolta dopo l'arrivo del team di recupero della Delos guidato da Karl Strand (il tizio alto, pelato e stonzo). La maggior parte di ciò che si vede nel corso della stagione procede in ordine cronologico dalla notte della rivolta in poi. In sostanza, ogni volta che vediamo Dolores (nel suo corpo), Maeve e William stiamo seguendo gli eventi ordine cronologico. L'unica onfusione può essere proprio su Bernard, che è presente sia durante tutto quel tempo che dopo l'arrivo in forze della Delos. Ma anche qui è facie separare i due momenti: ogni volta che vediamo Bernard accompagnato da Strand siamo nella parte finale della storia, che inizia proprio con il suo risveglio sulla spiaggia. Peraltro questa confusione è anche narrativamente significativa, perché Bernard ha deliberatamente delocalizzato i suoi ricordi per evitare che scoprissero la verità su ciò che aveva fatto, quindi la sovrapposizione che si vede ogni tanto delle due timeline rapprsenta appunto la sua difficoltà a collocare gli eventi. A dirla tutta poi le sequenze ambientate nei momenti finali sono molto poche, in genere si tratta di un prologo o epilogo in una puntata ogni due, solo nell'ultimo episodio si segue con costanza sia il presente che il passato recente. Tutto ciò chiaramente al netto di evidenti flashback, ma non credo ci sia bisogno di specificare che siamo nel passato quando si vede William da giovane.

  • Perché se Beranrd si è “risvegliato” può ancora essere controllato come un host?
Innanzitutto bisogna chiarire che ciò che fa “risvegliare” un host può variare in base a molti fattori. Non c'è una procedura precisa per portarli a questo stato superiore di coscienza, altrimenti Arnold, Bernard e Ford (che non sono proprio gli ultimi dei cretini) non ci avrebbero perso dietro trentacinque anni di studi. Ma al di là di questo, c'è un'altra considerazione importante: conoscere la propria natura di host non significa aver acquisito coscienza. Sapere di essere un robot con una programmazione non comporta necessariamente la capacità di alterarla, anzi ci sono esempi di host al corrente del loro ruolo ma tutt'altro che indipenenti, come Angela quando accoglie i nuovi visitatori nel parco. Viceversa si potrebbe anche ipotizzare che sia possibile essere autocoscienti senza conoscere la propria natura artificiale, che è il caso forse della Ghost Nation, che sanno di vivere in un mondo artefatto ma forse non comprendono di preciso essere dei robot, infatti hanno sviluppato un sistema di credenze mistico-tecnologiche... ma questo è un altro discorso. Alla prova dei fatti comunque sono pochi gli host che si sono dimostrati effettivamente immuni ai comandi vocali e in grado di alterare la propria programmazione. Dolores, Maeve, alcuni nativi della Ghost Nation (vedi dopo riguardo il labirinto), e probabilmente nessun altro. Con “nessun altro” includo anche Bernard. Pur conoscendo se stesso e la sua programmazione, backstory e cornerstone, Bernard continua a non essere “sveglio” fino alla fine della seconda stagione. È allora che ripercorrendo i suoi ricordi arriva al momento in cui si confronta con Ford e capisce che quello che stava ascoltando non era codice estraneo, ma una voce che veniva dal suo interno. Di fatto il percorso di Bernard nella seconda stagione è analogo a quello di Dolores nella prima: rivive i suoi ricordi e questo lo porta a ottenere un nuovo livello di conoscenza di sé, fino a scoprire che la voce che lo guidava era la sua.

  • Gli host possono essere feriti e uccisi? Perché a volte muoiono dopo un attacco e altre resistono?
Vediamo gli host morire in tanti modi: sgozzati, fucilati, impiccati, dissanguati, affogati, eviscerati, bruciati... ma ogni tanto qualcuno ha la buona idea non farsi sopraffare da questi attacchi e continua stoicamente la sua missione incurante delle ferite. Come funziona? In realtà è molto semplice: gli host sono fondamentalmente immortali, nel senso che i loro corpi possono essere riparati a oltranza, e la loro mente digitale non si deteriora se rimane senza ossigeno. Per cui una volta rimesso a posto il corpo basta riaccenderli e tutto torna come prima. Quando un host “muore” perché colpito da un proiettile al torace, in effetti è solo programmato per reagire in quel modo, ma non è davvero danneggiato al punto di non poter più funzionare. Tant'è che molti host sono stati riattivati dopo una breve morte anche senza bisogno di riparazioni al corpo, come Bernard alla fine della prima stagione dopo che si è sparato, o tutto il gruppo dei Confederados “resuscitato” da Dolores. L'unica ferita letale per un host sarebbe la distruzione dell'unità di controllo, che però è protetta da una scocca bella tosta, che in genere nemmeno i proiettili riescono a scalfire (infatti quando Teddy si spara in testa, Dolores estrae raccoglia la pallottola deformata dall'impatto con la sua unità di controllo). Quindi la morte degli host è principalmente aderenza al programma, ed è per questo che sia gli host difettosi (il bandito bevitore di latte nel primo episodio) che quelli indipendenti rifiutano di morire una volta colpiti. In più alcuni possono essere programmati anche con una resistenza al dolore molto alta, quindi capaci di sopportare senza troppi drammi ferite di vario tipo. Poi è chiaro che se uno viene tagliato a metà o gli esplode la testa, non potrà riprendere a muoversi senza essere prima riparato, non avendo più un corpo funzionante.

  • Perché il soldato della Delos non spara subito ad Angela quando la trova nel Cradle?
La risposta immediata sarebbe “perché è un coglione”, ma mirendo conto che non è soddisfacente. In effetti nel corso della stagione 2 molte sequenze fanno affidamento sull'inettitudine delle forze armate Delos, anche se in parte li si può scusare considerando che la prima risposta alla rivolta è stata da parte della sicurezza interna del parco, addestrata per tenere sotto controllo gli ospiti, non per la guerra di trincea. In seguito arrivano i soldati veri, anche loro però non fanno una gran figura. In particolare, durante l'attacco alla Mesa da parte di Dolores & co, c'è quel tizio coi capelli lunghi che insegue Angela e la trova da sola nel Cradle. Invece di spararle alle spalle le va incontro, si fa distrarre da un'erezione e le dà l'occasione di far saltare tutto in aria. Ora, a parte dire che è un coglione, c'è una ragione per cui si è comportato in questo modo? In effetti sì. Intanto, il team Delos era convinto che che gli host volessero raggiungere il Cradle per impossessarsi dei loro backup, non certo per distruggerli: non c'era ragione quindi di credere che Angela avrebbe fatto esplodere tutto. In secondo luogo, e questo è un dettaglio blink-and-you-miss-it, durante l'attacco Elsie (che è nel Cradle con Bernard) coglie una trasmissione della squadra di soldati in cui viene ordinato di non sparare all'interno del Cradle perché c'è il rischio di esplosioni. L'idea è che l'attrezzatura lì dentro sia per qualche ragione infiammabile, quindi è anche per questo che il soldato non spara. La cosa è confermata dal fatto che una singola granata provoca la distruzione di tutto l'ambiente, ben oltre la potenza della bomba in sé. Quindi il soldato ha ubbidito agli ordini e trattenuto il fuoco, cercando invece di disarmare Angela. Poi è andata come è andata, ed è morto da povero coglione.

  • Qual è la funzione del labirinto?
Anche sul labirinto bisogna fare una premessa. Viene mostrato già nel primo episodio della serie, quando William cattura Kissy (il croupier del saloon), gli prende lo scalpo e lo trova tatuato sotto la pelle. Il problema è che proprio l'attore che interpretava Kissy è morto poco dopolo le riprese del primo episodio. La sottotrama del labirinto avrebbe fatto perno in buona parte su questo personaggio, ma a causa del tragico imprevisto è stata riscritta (la produzione non ha voluto rigirare le scene con un altro attore insegno di rispetto). Parte della trama prevista per Kissy è confluita probabilmente in Lawrence, e forse un'altra parte in Akecheta. Distinguiamo però due funzioni del labirinto. La prima e più semplice da spiegare è quella puramente simbolica: il labirinto rappresenta il viaggio interiore di un host verso la coscienza. Arnold si è ispirato a un giocattolo di suo figlio e lo ha usato come simbolo del percorso tortuoso verso il centro di sé. Quando nella prima stagione si parla di “trovare il labirinto” si tratta sempre di una metafora. Materialmente è soltanto quell'inutile giocattolo, e infatti quando William lo trova sbotta in un comprensibile “what the fuck is this?”. Quando però è Akecheta a trovarlo, visitando Escalante poco dopo il massacro di Dolores/Wyatt in cui è morto Arnold (prima dell'apertura del parco), sembra che la visione del labrinito inneschi in lui il processo di consapevolezza. Può darsi quindi che il simbolo sia una specie di codice che serve a sbloccare la mente degli host? Molto improbabile. In primo luogo perché se bastasse questo a far risvegliare gli host ce ne sarebbero molte centinaia già consapevoli. Ma soprattutto, Arnold (e Ford e Bernard dopo di lui) non sapeva come portare gli host alla coscienza, quindi come avrebbe potuto programmare un innesco a questo scopo? La reazione di Akecheta è quindi un certo senso “casuale”, ovvero è soltanto lo spunto iniziale che lo porta (peraltro non subito, ma dopo lungo tempo) a considerare il mondo che lo circonda in una nuova prospettiva. La stessa coda accade ad esempio a Peter Abernathy con la fotografia. Il che ci porta quindi al secondo ruolo del labirinto: la sua ricorrenza all'interno del parco. Questa si spiega tutta con l'intervento di Akecheta, che ne fa appunto il suo simbolo di comprensione del mondo. Non è letteralmente un messaggio in codice che apre la mente, ma lui e il suo popolo lo rendono tale. Per questo iniziano a diffonderlo e se lo incidono sotto lo scalpo, in modo da portarlo sempre con sé in un posto incui gli altri, quelli del mondo di fuori, non possano trovarlo ed eliminarlo.

  • Perché Dolores dopo aver acquisito il corpo di Hale non scappa subito dal parco invece di seguire Strand e interrogare Bernard?
Ripercorriamo come sono andate le cose. A un certo punto Dolores e Bernard erano insieme nella Forgia. Dolores apprende dal sistema quello che le serve, poi inizia a cancellare i dati degli ospiti, chiude l'accesso alla Valley Beyond e allaga tutto quanto. Lei e Bernard hanno una leggera divergenza di opinioni e lui per fermarla le spara. Nel dubbio però Bernard si porta via la sua unità di controllo e nasconde la chiave della Forgia (l'unità di controllo di Abernathy) nel cadavere di Dolores. Bernard se ne va e torna alla Mesa, dove asiste a Hale che uccide Elsie e capisce di aver fatto una cazzata. Costruisce quindi la versione host di Hale e ci mette dentro la mente di Dolores. Bernard si incasina di proposito la memoria per non essere sgamato e quando lo trovano non ricorda cosa ha fatto. Nel frattempo Dolores si è sostituita a Hale, ma essendo stata morta per un certo periodo, non sa cosa ha fatto Bernard. Deve tornare alla Forgia per capire se il suo progetto è completato, ma non sa più dove si trova la chiave di Abernathy e inoltre tutta la valle ora è allagata, quindi non può nemmeno entrare nella Foriga. Ha bisogno quindi di liberare l'acesso alla Forgia e recuperare la chiave di decrittazione, di cui solo Bernard conosce l'ubicazione. Se non che in realtà lui non la ricorda. A questo punto Dolores, che si trova in una posizione di potere per il corpo che occupa, sfrutta l'occasione e lavora coi suoi nemici fino a quando ottiene quello che le serve. Non è chiaro quanto Bernard e Dolores-in-Hale fossero d'accordo tra loro, ma a quanto pare molto poco. Bernard si è limitato a ricrearla per poi nascondersi e dimenticare tutto, ma in effetti i rapporti tra i due sono ancora piuttoso tesi, visto che la prima cosa che Dolores fa dopo essersi rivelata è ammazzarlo.

  • Che fine ha fatto William che sava scendendo con l'ascensore nella Forgia?
Per rispondere a questa domanda bisogna aver visto la scena post-credits della stagione 2, che magari a qualcuno potrebbe essere sfuggita. In questa si vede William arrivare in fondo ed entrare nella Forgia, ma invece dell'ambiente in cui sono stati Dolores e Bernard c'è una struttura abbandonata e in disfacimento. Qui incontra sua figlia (che ha ucciso poco prima) che gli dice di averlo sottoposto a un test. Si capisce quindi che questa scena non si svolge nel presente della serie ma in un lontano futuro (come è stato confermato dagli autori), in cui William è stato ricreato (umano, host o una via di mezzo, non si sa) e sottoposto a un test di fedeltà. Le scene in cui lo vediamo scendere con l'ascensore quindi non si svolgono subito dopo il suo confronto con Dolores e Bernard, anche perché quando Bernard torna all'ascensore per uscire non ci trova dentro nessuno, quindi significa che William non è mai sceso. Nella timeline originale, probabilmente William è rimasto da solo all'entrata della Forgia e soccorso poi dal team di recupero Delos arrivato poche ore dopo, infatti lo vediamo incosciente sulla spiaggia insieme agli altri sopravvissuti.


Questi sono in buona sostanza i punti che mi sono sembrati più controversi e sui quali anch'io ho avuto inizialmente qualche dubbio, ma con la seconda visione mi sono apparsi tutti più chiari. Se qualcuno ha altre perplessità che non rientrano in questa lista posso provare a rispondere pure a quelle.

Ripeto però, tutto questo non sta a significare che Westworld sia perfetto, completo e intoccabile. Di forzature e incoerenze se ne possono trovare diverse, ma a mio avviso tutte abbastanza marginali. Per la maggior parte la storia funziona e fa un ottimo lavoro nello spingersi un po' oltre la comfort zone dell'intrattenimento di questi anni. E siccome come dicevo all'inizio, la mia impressione è che se ne parli troppo poco, sto quasi pensando di rimediare e di iniziare a commentare i singoli episodi della terza stagione. Vedremo.

I miei articoli per Stay Nerd: aprile-giugno 2019

Nuovo report degli articoli che ho scritto sul portale Stay Nerd, con cui ho iniziato a collaborare da inizio anno. Ho iniziato a riversare lì molti degli argomenti per post più corposi che avrei potuto pubblicare anche qui, ma che condiviso su un sito del genere hanno sicuramente una portata di pubblico più ampia. Se seguite questo blog è presumibile che questi pezzi siano comunque di vostro interesse, quindi ve li segnalo come ho fatto per quelli del primo trimestre, e così vinciamo tutti.


Ad aprile è uscita su Netflix questa serie antologica composta da una ventina di ministorie animate tutte in stili diversi, in molti casi tratte da racconti di autori di tutto rispetto. Mi sono quindi permesso di partire da qui e fare una panoramica degli autori coinvolti e delle loro opere più importanti. Si parla di gente come Ken Liu, John Scalzi, Alastair Reynolds. Insomma, roba buona.

Ogni tanto torna fuori questa storia, e stavolta è toccato a Ian McEwan, che parlando del suo ultimo romanzo Machines Like Me (una storia con robot umanoidi che hanno tutte le caratteristiche degli uomini) si affretta a dire che lui non ha scritto una storia di fantascienza, e anzi la fantascienza dovrebbe imparare da lui e iniziare a proporre storie con risvolti filosofici invece delle solite astronavi. Cosa che la fantascienza fa da almeno sessant'anni, come McEwan avrebbe potuto scoprire se non fosse stato impegnato a leggere e scrivere solo "letteratura vera". Quindi invece di andare a cercarlo e prenderlo a nocchini nel capo, ho scritto questo pezzo.

Sempre su Netflix è arrivato The Wandering Earth, blockbuster apocalittico cinese che ha fatto incassi eccezionali in patria e ha avuto buoni riscontri anche all'estero. Il film si basa su un racconto di Liu Cixin, autore di primo piano della fantascienza cinese e non solo, qui ho esaminato il film con tutti i suoi pregi e difetti. Spoiler: niente di diverso dalle "americanate" di un Michael Bay, salvo per il fatto che non c'è traccia di americani.

Altra serie tv ma stavolta di casa HBO. Chernobyl in cinque puntate ripercorre il disastro nucleare del 1986 e ne mostra le conseguenze prima e le cause dopo. Oltre alla funzione storica, magari non del tutto fedele ma comunque ben rappresentativa, questa miniserie ha il grande merito di porre l'attenzione non tanto al caso specifico ma a un certo sistema di pensiero che elude o finge di non vedere i problemi e che oggi si sta manifestando di nuovo, per temi diversi ma altrettanto importanti.

Quest'anno sono 50 anni dall'allunaggio quindi pareva l'occasione giusta per fare una retrospettiva su come la narrativa di fantascienza abbia influenzato la corsa allo spazio, e viceversa. Dai planetary romance alle storie scientificamente accurate, fino alle saghe moderne di Kim Stanley Robinson o Ian McDonald, e poi un salto anche su Marte.

Il lettore universale - nuova edizione

Non è ancora passato un anno da quando ho annunciato l'uscita di Il lettore universale, la mia raccolta di racconti pubblicata da Moscabianca. E a distanza di meno di un anno si è presentata la necessità di una ristampa (chiaramente non si parla delle tirature di Einaudi, eh), e qualcuno (leggi: quelli di Moscabianca) ha avuto la buona pensata di sfruttare l'occasione per rinnovare un po' il volume.

Il mio libro è stato il primo titolo pubblicato da questa nuova microscopica casa editrice, e quelli usciti in seguito (vedi ad esempio Il lavoro dei maiali o Prisma) hanno preso una linea grafica ben precisa, che ai tempi de Il lettore universale ancora non esisteva. E quindi dai: aggiorniamo la grafica e visto che ci siamo rinnoviamo la copertina. Così ora sul mi libro compare la nuova illustrazione dedicata di Davide Abbati, questa qui:


But wait, there's more! Perch già che sei a rimettere mano all'impaginazione, tanto vale aggiungere qualcosa, no? E infatti nella nuova edizione de Il lettore universale trovate anche un racconto aggiuntivo, tale Piombo contro acciaio a Elderberry Field. È un weird western steampunk, scritto alcuni anni fa e a quanto ricordo pubblicato nella sua versione iniziale da qualche parte, ma sicuramente roba che non troverete mai più in giro. Come per tutti gli altri, il testo è stato rieditato e corretto.

Il libro sarà disponibile nel corso di luglio, ma sul sito di Moscabianca si può già preordinare. Può darsi anche che con l'occasione del rilancio abbineremo anche qualche eveneto, ora che pure i Moscabianca hanno consolidato meglio la loro posizione rispetto agli inizi. E se siete tra quelli che avevano acquistato il primo libro, non vi sentite messi da parte: adesso quella che avete voi è ufficialmente un'edizione da collezione!

Rapporto letture - Maggio 2019

Maggio è stato un mese di letture altalenanti, nel senso che sono dovuto passare da un libro all'altro, iniziarne uno e lasciarlo da parte per qualche settimana, riprenderlo e poi metterne un altro davanti, cosa che mi capita raramente di fare, e così alla fine mi sono trovato a completare solo due libri, di cui uno piuttosto breve. E per il criterio con cui sono regolati i rapporti letture su questo blog, devo parlare quindi solo di quelli.


Il primo, quello breve, è un racconto lungo di Jeff Somers. Riprende la storia che era stata lasciata in sospeso con The Shattered Gears, di cui parlavo appena tre anni fa, sicuramente ve lo ricordate. The New World si innesta quindi nella serie di Avery Cates, di cui sono un affezionatissimo seguace e probabilmente uno dei pochi lettori italiani che l'hanno seguito dopo la pubblicazione dei primi due sparuti volumi su Urania. Gli ingredienti sono sempre quelli: violenza, personaggi assurdi, humor nero, e volgarità di vario genere. La cosa simpatica è che la storia al momento si sta svolgendo proprio in Italia, in una non meglio precisata località chiamata Castelvecchio, di cui Cates si ritrova a essere il sindaco. Ma si sposterà presto di cui perché a quanto pare se ne deve andare a Mosca a resuscitare il ghost in the machine di Dick Marin, uno dei villain principali della serie originale, perché dopo aver distrutto il sistema in The Final Evolution si sono accorti che forse si stava meglio prima, quindi ora stanno pensando di rimetterlo in piedi, un po' alla Mr. Robot. Nell'introduzione del racconto, Somers spiega anche i suoi progetti della serie, che si comporrà di altri due volumi costituiti ciascuno da 5-6 storie di questa lunghezza che verranno pubblicate a distanza di qualche mese. Per quanto mi riguarda, per me potrebbe continuare a scrivere di Avery Cates per sempre. Una valutazione si dà male perché è un episodio di una storia non ancora completa, quindi non lascio il voto finale.


Il secondo libro finito a maggio è una raccolta di racconti, il volume 1 di Prisma, l'antologia/rivista dedicata alla fantascienza pubblicata da Moscabianca, che si prefigge di farne una serie periodica di un paio di uscite l'anno. Sapevo del progetto perché la selezione per i racconti era aperta già da qualche mese, e quando infine sono arrivati i nomi degli autori selezionati mi sono sorpreso di non trovarne praticamente nessuno di quelli che sono soliti comparire negli ambienti della sf italiana. Non che sia un male, bazzicare quegli ambienti, ma quando vedi girare i soliti nomi ti viene un po' l'impressione di essere alla recita di fine anno della scuola, in cui incontri sempre i genitori dei compagni di classe di tuo figlio, con cui ti trovi sempre a fare i soliti discorsi. In questo caso invece è come se il figlio lo hai iscritto in piscina e allora conosci i genitori di altri ragazzini, mai incontrati prima, ed è assolutamente rinfrescante. Forse gli autori qui presenti non sono del tutto familiari con la scrittura di fantascienza, ma appunto questo rappresenta in certi casi un aspetto positivo, perché permette una certa variazione di temi e stili che forse ci siamo un po' persi (mi ci metto dentro anch'io, ben inteso) a guardarci l'ombelico. Naturalmente in una raccolta ci sono alti e bassi, ma qui devo dire che se anche non tutti i racconti mi hanno soddisfatto in pieno quanto a tema e sviluppo, di sicuro sono tutti scritti e curati con attenzione, quindi non c'è nessuna traccia di dilettantismo. Spendo giusto due righe di commento per ognuno dei racconti. Il primo autore è L.K Peka con Agente ecologico, una storia breve su un mondo postapocalittico tenuto sotto controllo da automi che cercano di ripristinare un ecosistema che non esiste più. Atarax di Claudia Petrucci è anch'essa una storia breve ma fulminante, che provoca un deciso senso di straniamento con il suo ribaltamento di prospettiva sulle emozioni. Zone di caccia di Simone Giraudi è un meta-racconto che parte da un'ambientazione classica di realtà in disfacimento e poi prende una direzione inaspettata, riuscendo però in questo a evitare facile autoreferenzialismo in cui una storia del genere finisce di solito per infilarsi. Gilgul di Andrea Cassini, che in superficie è una sorta di space opera deromanticizzata, ma ha un livello di lettura più profondo che ruota intorno al senso responsabilità che ognuno detiene nei confronti della società e forse anche di tutta la vita. L'immarcescible Motara di Jimmy Fontana è quasi una fiaba allegorica, anche questa breve e di cui si intuisce presto lo schema, ma comunque molto efficace. Di Ouroboros di Luca Guiso mi limito a dire che forse ricorda un po' troppo L'ultima domanda di Asimov, soprattutto nelle fasi finali, anche se la costuzione iniziale è ben diversa. Un posto chiamato casa di Diletta Crudeli (che in seguito ho scoperto essere una delle artefici di Spore rivista!) presenta una distopia morbida, che però si rivela diversa da quella che sembra, sovvertendo lo schema del classico racconto distopico con il protagonista che si oppone a un sistema ingiusto: qui invece rimane il dubbio di quale sia, se esiste davvero, il vero mondo distopico. L'unierso accanto di Loreta Minutilli è uno di quelli che mi hanno colpito di più, soprattutto per lo stile particolare. Pur non presentando spunti notevoli a livello speculativo, l'intervista condotta all'anziana borghese sprezzante del mondo moderno e tutto ciò che questa attira intorno a sé riescono a calamitare davvero l'attenzione. Matteo Moscarda mi ha fregato l'idea con il suo Veganocrazia, anche se devo dire che il suo spunto per la distopia vegana forse è più forte nel concetto che nello svolgimento, che è interessante ma un po' affrettato nella parte finale. Infine c'è l'unico autore che conoscevo già, anche se non come autore: Donato Rotelli scrive su Un blog senza pretese e sostiene di leggere quello che scrivo, ci siamo già incontrati un paio di volte ma questa è la prima in cui sono io a leggerlo. Il palazzo di Atlante è un racconto ambizioso che mescola musica, filosofia, vita e morte, e mi ha ricordato altre cose lette o viste, come Storia della tua vita e Mr. Nobody, ma forse anche tante altre che non riesco bene a collocare. Nel complesso posso dire che questo primo volume di Prisma ha soddisfatto le aspettative e riservato qualche buona sorpresa, per cui posso dargli un buon voto 8/10 e sperare che i prossimi siano altrettanto validi, ché c'è bisogno di racconti e c'è sempre bisogno di voci nuove.

Robot 86

Di solito evito di fare due post di autopromo di seguito, ma visto che sto riempiendo un po' meno il blog e le cose si sovrappongono, mi trovo a dover segnalare questa pubblicazione poco dopo il racconto su Spore. Peraltro non mi è chiaro come mai non lo avessi già segnalato visto che è già fuori da un paio di settimane.

Comunque, picchia e mena sono riuscito a piazzare un racconto su Robot, la più longeva e di fatto forse l'unica rivista di fantascienza in italia. Sul numero 86 troverete il mio racconto Locuste, che era arrivato finalista all'ultimo Premio Robot, oltre al racconto vincitore di Linda De Santi e altre storie di Greg Egan, Lavie Tidhar, Nicoletta Vallorani, che insomma mica è poco. Oltre alle illustrazioni di ognuno (quella del mio racconto è di Matteo Di Gregorio) e una copertina stupenda.



Locuste è un racconto che con gli insetti non ha nulla a che vedere. Credo che in termini molto ampi si possa definire un post-apocalittico, forse climate-fiction, ci sono nozioni di evoluzionismo, o almeno una branca molto specifica di esso, ma il tema centrale è comunque qualcosa che ha a che fare con l'identità, ma insomma non ve lo devo dire io, sennò che l'ho scritto a fare.

Per me pubblicare su Robot è un traguardo importante perché erano diversi anni che ci provavo. Devo dire che finora tutte le volte che ho partecipato al premio sono finito tra i finalisti o almeno tra i segnalati (ad esempio anche con Memehunter, poi uscito in seguito per Future Fiction). Questa volta sono riuscito a fare entrambe le cose visto che oltre a Locuste in finale anche l'altro che avevo inviato, Bootstrap è stato menzionato, e ci sono buone probabilità che venga pubblicato, ma si parla dell'anno prossimo. Comnque per ora tenetevi le locuste, e degli hamburger istantanei ne parleremo più avanti.

Natura morta su Spore

Su Spore trovate il mio racconto Natura morta.

E uno dice, beh, grazie dell'aggiornamento, ma è dal 2013 che lo sappiamo. Cioè da quando appunto è uscito Spore, la mia prima raccolta di racconti pubblicata dall'ormai disgregata Factory Editoriale I Sognatori. Spore ormai è fuori da qualunque catalogo e distribuzione, e le ultime copie esistenti sulla Terra sono quelle quattro-cinque che mi sono rimaste.

Ma non è di questo che stiamo parlando.

Le spore in questione sono quelle di Spore rivista: una webzine piuttosto giovane che pubblica articoli e racconti di genere vario, ma in particolare con qualche livello di "contaminazione".

Ora, secondo voi, quando ho scoperto che c'era una rivista che si chiamava Spore, potevo forse non pensare di farmi vivo? E infatti ho mandat in lettura un paio di racconti, e abbiamo deciso di pubblicare Natura morta, che già a suo tempo era apparso su Spore, l'antologia, ma comunque è qui presentato in una versione rivista e corretta, perché non esiste mai testo che non possa essere migliorato con una lettura ulteriore. Quindi ora potete andarvelo a leggere gratis e ammirare l'illustrazione che gli hanno dedicato. Natura morta è un racconto molto leggero per i miei standard, che non si prende troppo sul serio, quindi forse un po' atipico. Uno spaccato di vita universitaria, viaggio nel tempo fatto in casa, insomma le cose semplici della vita.

E lo so che l'ideale sarebbe stato pubblicare Spore su Spore, ma quel racconto è attualmente incluso in Il lettore universale quindi non era disponibile. Ma qui si parla di muffa, quindi, sotto sotto, ci sono sempre i funghi di mezzo. Andatelo a recuperare e già che ci siete fate un giro su Spore, la rivista, e magari seguitelli anche sulla loro pagina.

Introduzione di Elvezio Sciallis

Sono passate quasi due settimane da quando Elvezio Sciallis è morto. Elvezio era un nome piuttosto noto nell'underground letterario di genere, anche perché è un nome che una volta che l'hai sentito ti rimane in testa. Ho saputo la notizia quasi subito tramite Giorgio Raffaelli, uno dei fondatori di Zona 42, e la cosa mi ha sconvolto come ha sconvolto molti altri. Ho riflettuto se scrivere qualcosa per onorare la sua memoria e sulle prime non ero molto convinto. Di fronte alla scomparsa tragica e improvvisa di una persona non sono sicuro che alzarsi in piedi e fare un discorso sia la cosa più appropriata, a maggior ragione quando quella persona non rientra tra le proprie conoscenze intime. Finora ringraziando il cielo mi è capitato di subire solo un paio di perdite davvero profonde, ma mi sono bastate a capire che la morte di una persona vicina è qualcosa di profondo e terribile, una cosa che non si può superare ma solo constatare. Death is always true, e in considerazione di questo non me la sentivo di prendere il posto in prima fila per raccontare il mio dolore, quando ci sono molti altri che ne hanno diritto ben prima e più di me. Nel frattampo però la notizia si è diffusa, molti hanno dedicato qualche riga a ricordarlo, e allora mi sono detto che forse potevo aggiungere anche il mio contributo alla memoria collettiva.

Non conoscevo bene Elvezio. Ci siamo incontrati di persona quattro-cinque volte, della quinta non sono sicuro perché credo fossimo entrambi presenti a un evento ma in quell'occasione non abbiamo ineragito. La nostra conoscenza risale ai tempi in cui gravitavo nell'orbita delle Edizioni XII, uno dei periodi che mi hanno formato maggiormente a livello professionale e personale. Non ho la pretesa di affermare di essergli stato vicino, probabilmente se avesse dovuto fare una lista delle persone più importanti della sua vita io non ci sarei sarei rientrato. Non importa, non è questo il punto. Usando una terminologia bastarda, si potrebbe dire che ero uno suo fan, perché dopo aver capito che tipo di persona era sono sempre rimasto attratto da ogni sua uscita.

Elvezio era un grande scrittore, non nel senso di autore di testi editi ma proprio di "persona che scrive". Ha scritto e pubblicato alcuni racconti di genere horror/weird, ma a un certo punto ha capito che non era quella la sua strada e con estrema serenità ha smesso. Ha continuato però a scrivere, principalmente sul suo blog Malpertuis. Era prolisso, verboso, si perdeva in lunghe premesse e infinite divagazioni e io assorbivo tutto quanto. Di solito iniziava commentando la visione di un film ma non era mai quello il fulcro centrale dei suoi post. Anche parlando del più ignobile degli slasher riusciva a rendere profondo e interessante il testo, ricco di spunti, riflessioni e prospettive. Aveva un modo totalizzante di trattare gli argomenti, per cui si percepiva la completa padronanza di ogni tema che tirava fuori, dovuta forse non tanto e non solo a puro nozionismo, ma a una attenzione assoluta e un acume davvero raro, soprattutto nell'era dei social network. Il tutto sempre con la massima umiltà, senza la minima traccia di arroganza che pure sarebbe stata più che giustificata da parte sua.

Avete presente quella citazione che ormai non si sa più se era di Seneca o di Morgan Freeman "non condivido la tua opinione ma darei la vita perché tu possa esprimerla"? Ecco, Elvezio ne era l'incarnazione. Lui esprimeva dei punti di vista inusuali, a volte estremi, eppure risultava sempre convincente, senza dare l'impressione di essere salito in cattedra. Ho perso il conto di quanti argomenti e teorie ho appreso dai suoi discorsi: da cose in apparenza banali come film da vedere (penso ad esempio a Babadook) a temi complessi di ambito scientifico come i bias cognitivi o l'epigenetica, fino a considerazioni filosofiche e sociologiche di alto livello. Credo che molti dei suoi post mi abbiano influenzato senza che nemmeno me ne rendessi conto, e che la mia visione attuale del mondo sia almeno in parte legata alle riflessioni suscitate da ciò che scriveva. Se un giorno mai dovessi scegliere di diventare vegetariano, cosa che non escludo di poter fare in futuro, sarà probabilmente a causa sua, per dirne una.

In quelle quattro volte e mezzo che l'ho visto, ho avuto a che fare con una persona del tutto diversa da quella che ci si sarebbe aspettato dalla lettura dei suoi lavori. Era sicuramente un introverso, nello stesso modo in cui lo sono anch'io, ma affrontava questa chiusura in modo positivo, affidandosi all'autoironia e, mi ripeto all'umiltà, ma l'umiltà vera, non la modestia di facciata di chi sa di saperne più di te e non vuole fartelo pesare, che è invece l'approccio che mi rendo conto di applicare io in molte occasioni. Forse per questo lo avevo eletto a uno dei miei modelli, per il modo in cui nonostante il palese disagio con cui si trovava a muoversi in questo mondo perverso, riusciva a manenersi coerente. Quella di oggi non era la società adatta a un tipo come lui, ma forse nessun tipo di società lo sarebbe stato, e probabilmente proprio come forma di difesa lui cercava un senso diverso, più profondo, una prospettiva alterata che potesse spiegare qualcosa, o almeno dimostrare che non c'era niente da spiegare. Credo che ne soffrisse abbastanza di questa cosa, ma al tempo stesso ne rideva anche. Se dovessi fare un paragone, credo che fosse la persona più simile per forma mentale a Philip K. Dick che ho conosciuto, con tutti i lati positivi e negativi e i non-lati che questo comporta.

Mi piace pensare di averlo influenzato in modo sottile e marginale, portandolo a scoprire o almeno prendere sul serio la musica elettronica. Ne abbiamo parlato, un paio di volte, e da alcuni anni era diventato un appassionato di techno, di quella più viscerale e alienante. Anche se la viveva in modo diverso da come la fruisco io, provavo un'inconfessabile soddisfazione quando lo vedevo postare pezzi di Len Faki, Blawan, Villalobos, Mathew Jonson, Johannes Heil. Ma non sono per nulla sicuro di avercelo portato io, probabilmente è un percorso che avrebbe intrapreso anche da solo. Ma come ho detto, mi piace pensare di aver contribuito almeno in minima parte a fargli sopportare il mondo.

Negli ultimi anni aveva gradualmente abbandonato l'ambiente virtuale, prima cancellandosi dai social e poi chiudendo anche il suo storico blog, e questa è la cosa che non gli perdonerò mai. Malpertuis era una risorsa senza fine di spunti e approfondimenti, e per molti anni avevo continuato a riprendere post vecchi in cerca della sua prospettiva. Ultimamente gestiva la pagina di La Tela Nera, e anche se la penna dietro i post era ancora riconoscible, si capiva che lo faceva con maggior distacco, non con l'intimità e la confidenza che teneva sul suo blog. Credo che avesse capito un po' in anticipo rispetto ai tempi come quella dei social fosse una trappola e che la cosa migliore fosse uscirne finché eravamo in tempo. Come per il vegetarianismo, se un giorno dovessi decidere di abbandonare i social, cosa che non escludo di poter fare in futuro, sarà probabilmente a causa sua.


Elvezio ha scritto l'introduzione a Dimenticami Trovami Sognami. Contattato da Giorgio di Zona 42, ha letto il libro in anteprima, prima della revisione finale, e ha scritto un pezzo lunghissimo pieno di divagazioni che poi abbiamo dovuto fargli tagliare. Io però quelle parole, suscitate dalla lettura del mio romanzo, le ho lette e ho sentito in quel momento una profonda connessione, come se lui fosse riuscito a leggere tutto quello che io non ero riuscito a scrivere. Quell'introduzione, asciugata e riadattata per necessità editoriali, è lì all'inizio del mio libro, e a quanto mi risulta è di fatto l'ultima cosa di Elvezio che sia stata pubblicata. Per me è un onore immenso vedere sul mio libro anche il suo nome in copertina, quella scritta Introduzione di Elvezio Sciallis.

Ma forse sbaglio tutto. Tra le cose che ho imparato da lui ci sono appunto quei cognitive bias per cui siamo portati a contestualizzare tutto nella nostra prospettiva costretta dalle percezioni limitate di questo veicolo di carne e sangue. Forse quello che credevo di conoscere non era Elvezio e quello che lui credeva che io fossi, se anche aveva un'opinione di me, non ero io. Ma mi sta bene. Quello che è certo è che lui era un passo avanti a tutti e forse anche quell'ultimo passo ha voluto farlo prima.




Ho visto tutto Doctor Who

Ieri, 19 maggio 2019, ho visto Doctor Who - The Movie, il film tv del 1996 con il quale la BBC tentò (fallendo) di rebootare la serie sospesa nel 1989. Con questo si conclude il mio percorso iniziato qualcosa come otto anni fa alla scoperta di tutta la serie classica di DW, a partire da An Unearthly Child con William Hartnell fino a Survival con Sylvester McCoy, e infino questa ora e mezzo di effetti speciali di livello Gremlins con Paul McGann.

Ho lasciato fuori dalla mia morbida maratona tutto ciò che non è canone, come i due film con Peter Cushing, e tuttò ciò che non è televisione. So bene che esiste un enorme expanded universe fatto di romanzi, fumetti e audiodrammi (si dice così?) e che alcuni di questi sono anche di buona qualità, ma non ho intenzione di addentrarmi così a fondo.

Non è stato un percorso facile, innanzitutto per la reperibilità delle serie più vecchie, di cui molti episodi sono in realtà perduti per sempre e in certi casi esistono solo come ricostruzione fatta con audio e alcuni fotogrammi presi dal set. Inoltre, il modo di intendere uno show televisivo di fantascienza nel 1963 era molto, molto diverso da quello di oggi. La visione in molti casi è stata piuttosto faticosa, vuoi per i costumi ridicoli o per la recitazione a livello di teatro parrocchiale, vuoi per la colonna sonora a rischio acufene o per le storie sconclusionate e spesso fin troppo dilungate per coprire quattro episodi quando ne sarebbe bastato uno solo. Non dirò quindi che ho adorato ogni minuto di Doctor Who e men che mai consiglio di fare altrettanto a chi è appasionato della versione attuale della serie.

Si dirà, soprattutto in questi tempi in cui sembra che avere un'opinione su un prodotto di intrattenimento comporti "o con noi o contro di noi", che se è stato così faticoso chi me l'ha fatto fare? Potevo lasciar perdere, no? Certo, e ne sono sempre stato consapevole. Ma era un'esperienza che volevo fare, perché nonostante tutti i difetti c'è qualcosa al nocciolo, alla radice di Doctor Who che soddisfa qualche parte remota di me. Non sto dicendo che sia una vritù, magari anzi è una patologia.

Comunque, fatto sta che da ieri sono uno dei pochi italiani che ha visto tutto quanto c'era da vedere di Doctor Who. Non mi spingo a dire di esserne il maggior espereto italiano come con Futurama, sono sicuro che ci sia in giro qualche fanatico più fanatico di me che ha attinto anche a quelle cose non televisive che io invece evito. Ma insomma, anche se non sono il più grande, di certo sono a mio modo una modesta autorità del settore. Quindi, se avete bisogno di consulenza sulla storia di DW, su tutto ciò che riguarda la serie classica che in Italia è per lo più inedita, sapete a chi rivolgervi.

A visione ultimata potrei sfatare un sacco di miti che si sono autoalimentati col tempo, ad esempio che il Sesto Dottore di Colin Baker sia il peggiore di sempre (d'altra parte se ti vestono come un Falstaff daltonico un po' di credibilità la perdi), oppure fare una selezione delle idee migliori che varebbe la pena di riproporre nella serie di oggi, e forse un giorno lo farò, solo non è questo il posto adatto.

Per il momento, mi limito a constatare come per la prima volta da parecchi anni non ho altro Doctor Who in attesa di essere visto in assenza di altre cose più pressanti. E che in tutta onestà considerato il risultato finale dell'ultima serie con Jodie Whittaker non ho nemmeno una grande ansia per la stagione 12 di cui ancora non si sa niente, e forse il film con Paul McGann potrebbe in effetti essere per me l'ultima cosa che vedo di DW per molto tempo.

Ma d'altra parte il tempo è relativo, insieme alle dimensioni nello spazio, quindi non c'è niente da preoccuparsi.

Spore 90210

DISCLAIMER: con questo post non voglio mancare di rispetto nei confronti di una tragedia accaduta a una persona che per combinazione aveva la caratteristica di essere "famosa". Il tono di quanto scrivo è leggero ma non per questo canzonatorio. Grazie per l'attenzione.

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Ogni tanto capita che "la realtà superi l'immaginazione", cioè che accadano cose nel mondo reale che sono straordinariamente simili a cose inventate. La questione si fa più intricata quando si parla di storie inventate che hanno la pretesa di anticipare possibili scenari futuribili, i.e. fantascienza. Anche se lo scopo della fantascienza non è prevedere il futuro, e chi lo sostiene o non ha capito la fantascienza o non ha capito il futuro, può succedere che un'idea o un tema alla base di una storia di sf inventata diventi di stretta attualità.

Quando ho scritto la prima versione di Spore, credo fosse il 2010-2011, il progetto della Infinity Burial Suit era poco più di una curiosità portata a qualche Ted Talk. C'era forse un crowdfunding, ma la possibilità concreta che l'idea venisse realizzata era ben lontana. Per questo mi presi la libertà di ipotizzare una futura diffusione del decompikit infestato di funghi, stabilendo come data d'inizio di questa diffusione il 2019.

Suona familiare questo numero?

Nel 2019 ci siamo, e nel frattempo è sorta la Coeio, l'azienda che materialmente produce e commercializza il decompikit. Certo non le vendono alla Obi o su QVC, ma la possibilità di acquistarle esiste. Qualche tempo fa ho parlato del primo uomo che ha scelto di far finire il proprio corpo nella Infinity Burial Suit, risalente al 2013.

È notizia di pochi giorni che a scegliere questa modalità di inumazione si è aggiunto un nome conosciuto al grande pubblico, un vip. Si tratta di Luke Perry, l'attore americano che ha guadagnato la fama da giovane, interpretando uno dei protagonisti della serie tv (ma all'epoca forse si chiamano in un altro modo) Beverly Hills 90210. Certo, in seguito Perry ha fatto molto altro, ma nell'immaginario collettivo è rimasto legato a questo ruolo iconico in uno dei primi teen drama diffuso a livello mondiale.

Luke Perry è morto a marzo di quest'anno, in seguito a un ictus improvviso da cui non è riuscito a riprendersi. La notizia ha fatto il giro del mondo, qualche giorno di coccodrilli e finita lì, come d'altra parte è giusto che sia per chi è ancora vivo. Ma a distanza di qualche mese, è emerso un aggiornamento interessante sulla sua morte: pare che avesse lasciato disposizione affinché il suo corpo fosse sepolto in una Infinity Burial Suit prodotta dalla Coeio, e così sarà fatto. Ecco quindi che il decompikit, la Coeio e le mie Spore hanno guadagnato un testimonial d'eccezione, che mi rendo conto essere un modo cinico per parlare di una persona scomparsa peraltro in circostanze tragiche, ma d'altra parte è proprio al confronto con la morte che ci spinge l'idea della tuta micotica, e in misura molto minore, il mio racconto.

I primi nodi della Micosfera iniziano a costituirsi, non vorrete mica perdere l'occasione? Pensateci finché siete in tempo.

(No, non mi sponsorizza la Coeio. Non ancora almeno. Ma se, ehm, volesse farlo, sanno dove trovarmi)

Rapporto letture - Aprile 2019

Mese atipico, con autori praticamente esordienti, altri d'esperienza, alcuni di livello internazionale e pure saggi oltre alla narrativa. Poi dite che leggo sempre la solita roba, mi raccomando...


Iniziamo con Cenere, il primo libro di Zona 42 di un'autrice italiana donna (c'era qualche autrice in Propulsioni d'improbabilità ma in misura ridotta sul totale). Peraltro Elisa Emiliani è poco più che esordiente, ha qualche titolo all'attivo ma si tratta più o meno di autopubblicazioni, e non è questo il momento per discutere se l'autopubblicazione sia editoria propria o no. Sia come sia, Cenere è una distopia, di quelle con le ragazze quindicenni come protagoniste. Non lo definirei young adult, perché per struttura e arco narrativo lo vedo più "maturo", nel senso non propriamente pensato per un pubblico giovane, ma questo non vuol dire che non possa essere apprezzato anche dai ragazzi. Il libro racconta la storia di Ash e delle sue amiche, nella provincia romagnola di un futuro molto prossimo, dove la pervasività dei social ha mosso il passo successivo e il sistema politico/economico, qui chiamato semplicemente "corporativismo" detiene un controllo abbastanza capillare sulla vita dei cittadini. Le ragazze non si pongono molti problemi, abituate a questo modello di società, fino a quando non trovano un documento criptato che racconta proprio di quelle libertà personali che loro non hanno e mai pensavano potessero esistere. La cosa miglire di questo libro è come protagoniste e personaggi secondari sono resi, con una loro identità e personalità ben definita, e a leggere sembra quasi di sentire gli aneddoti di vecchi compagni di scuola. Questi personaggi si integrano con perfetta naturalezza nell'ambiente in cui si muovono, e traspare un senso di autenticità davvero appagante. Forse l'impalcatura inizia a scricchiolare un po' nel momento in cui, dopo metà libro, avviene un fatto che fa accelerare la trama e il piano delle ragazze per liberarsi dal regime corporativo. Da lì in poi la storia assume i connotati un po' troppo statici della distopia standard, seguendo alcune trovate che a mio avviso non sono del tutto coerenti con il sistema descritto all'inizio. Si tratta comunque di un buon romanzo, con una fortissima personalità e temi molto attuali. Voto: 7/10


A seguire abbiamo Antropocene, una raccolta di saggi e racconti compilata da Future Fiction e Italian Institute for the Future. I curatori Francesco Verso e Roberto Paura hanno selezionato una serie di racconti di cli-fi, ovvero climate fiction, storie che si concentrano sulle conseguenze dell'alterazione del clima e dell'ecosistema dovute in particolare all'intervento umano. I racconti arrivano da tutto il mondo, con autori che sono già comparsi nel catalogo di Future Fiction come Clelia Farris, Chen Qiufan e Jean-Loius Trudel. A ogni racconto è associato poi un articolo di un ricercatore che illustra il tema principale della storia appena letta. L'accoppiata racconto-saggio si rivela vincente poiché il primo solletica la curiosità su un certo aspetto, che viene approfondito subito dopo fornendo anche altri spunti interessanti a margine di quelli trattati nella storia. Personalmente la coppia che mi ha dato più soddisfazione è il racconto Macaoni giganti di Marian Womack e il successivo pezzo di Gennaro Fucile, ma in generale sia le storie che gli articoli sono di livello, con nozioni tutt'altro che scontate. Voto: 8/10


Infine un autore che ha segnato la fantascienza italiana ed è scomparso da poco più di un anno. Conosciuto soprattutto per le sue Memorie di un cuoco di astronave (scritto quando ancora il mondo non era in fissa per la cucina), Massimo Mongai nella sua carriera ha scritto un sacco di cose, anche al di fuori dello stagno della fantascienza. E infatti Morte a Montecitorio è un thriller investigativo, che parte proprio con la scoperta di un omicidio nel Parlamento italiano. Interessante la scelta del protagonista, che è un commissario di polizia da poco eletto in parlamento, e gode quindi di privilegi derivanti dai due incarichi che lo rendono pressoché intoccabile nelle sue indagini. La storia dietro l'omicidio annoda tra loro intrighi di palazzo, pettegolezzi, mafia, e televisione. Devo ammettere però che ci sono un paio di cose che non mi hanno convinto del tutto. Al di là di aver individuato abbastanza presto chi fosse il colpevole, perché la sua apparizione non è stata nascosta troppo bene, ho trovato in generale la prosa meno brillante di quella che mi aspettavo da Mongai, e inoltre il protagonista duro e puro, che non sbaglia e non cede mai, non mi ha per nulla trascinato con lui. Probabilmente ci sarebbe qualcosa da dire anche sul modo in cui sono rappresentate la maggior parte delle donne nella storia, io non sono uno che crede al test di Bechdel ma qui non c'è una donna che non sia portata in scena a causa della sua relazione sessuale con un personaggio maschio. Lettura moderatamente piacevole, e che ha il pregio di non trascinarsi più del dovuto, ma certo non memorabile: Voto: 6/10

Un'opinione laica su Avengers Endgame

E quindi sì, sono andato a vedere Avengers: Endgame. Ho miseramente ceduto alla pressione della società che un tempo ti spingeva a fare figli e oggi invece pretende che tu sia in pari con il MCU. In realtà mi mancano parecchi episodi di questa serie tv al cinema, ma ho visto quanto basta per poter capire quello che succede. Mi sono giusto aggiornato con Infinity War un paio di giorni fa, e pronti via.

Il mio interesse era per lo più narratologico, nel senso che mi piaceva vedere come gli autori avrebbero portato a compimento la storia. Interesse che è nato soprattutto nel momento in cui ho potuto apprezzare come Infinity War abbia in effetti una costruzione piuttosto solida, pur sempre contestualizzato all'interno della categoria cinecomic. Inoltre i primi commenti dopo l'uscita del film non esitavano a parlare di capovaloro, perfezione, degna conclusione, epica, eccetera. Salvo poi alcuni altri commenti usciti subito dopo che invece parlano di delusione, sciatteria, ruffianismo, incoerenza, noia, eccetera. L'impressione però è che entrambe queste opinioni siano polarizzate per partigianeria, il dovere di identificarsi con una parte precisa per cui tutto ciò che è MCU. Sì insomma, fanboy vs haters, niente di nuovo, grazie internet.

Personalmente credo di potermi collocare a distanza da entrambe queste categorie. Non sono un appassionato dei film Marvel (tantomento dei fumetti, mai aperto uno), e in generale dei film di supereroi, fatico a torvarne uno che posso dire di aver apprezzato, così al volo mi viene in mente solo Logan. D'altra parte, non ho nemmeno motivo di dover per forza sottolineare le mancanze di questi prodotti, proprio perché non ho un particolare coinvolgimento emotivo nella vicenda. Per questo, ho la presunzione che la mia opinione possa essere interessante per chi vive circondato dai mujaheddin di questa guerra santa. Ovviamente seguiranno spoiler, ma ve lo devo davvero dire?

Leviamoci subito di torno la domanda principale: Endgame non è al livello di Infinity War. Non mi piace parlare di "meglio/peggio" ma in quanto sostanzialmente due parti della stessa storia, il confronto è doveroso, e quest'ultimo film non lo regge rispetto al precedente. La ragione di questo divario sta tutta nella mancanza di un'unità tematica di fondo, che invece nel primo era forte. Cerco di spiegare meglio cosa intendo con qualche dettaglio.

Endgame praticamente si apre con la morte di Thanos. Molto bene. Lo spettatore arriva pensando che questo film sarà la vendetta contro il cattivo, e il cattivo viene fatto fuori al minuto 6. Solo che ammazzato lui, non cambia niente. In contrasto alla logica dei blockbuster, non è così che si risolvono i problemi: non basta eliminare l'avversario per far tornare tutto alla normalità. Ottimo spunto di partenza, che prelude a uno svolgimento molto maturo della storia.

E invece no. O meglio, abbiamo modo di vedere come i personaggi affrontano la perdita e questo di nuovo è un bene: Black Widow ossessionata dal suo ruolo di protettrice del mondo, Capitan America aiuta gli altri a superare il lutto, Iron Man si rifugia lontano da tutti e si dedica alla famiglia, Hawkeye diventa un assassino per togliere di mezzo quelli che avrebbero dovuto sparire e invece sono rimasti, Hulk prende confidenza con la sua parte mostruosa, Thor rifiuta tutto e si lascia andare a una vita sregolata. Ricordiamo che questi sono i sei Avenger origianli, quindi i veri protagonisti, e qualcuno di loro è più protagonista degli altri. Come punto da cui muovere la storia questo funziona, peccato però che quasi nessuno di loro abbia poi un percorso che li porta davvero a cambiare e ridefinire il proprio ruolo. Anzi, per alcuni è proprio il contrario. Vediamoli uno per uno.

Iron Man: l'unico che cambia davvero, e in sostanza il reale protagonista di tutta la serie, come già si era visto in Infinity War. Percorso classico di redenzione dove un personaggio inizialmente egoista si sacrifica alla fine per gli altri. Tony Stark è senza dubbio il personaggio meglio caratterizzato, e in quest'ultimo film anche il suo rifugiarsi nella famiglia era in realtà un modo per scappare dalle responsabilità e dal bisogno di fare la propria parte. Niente da dire.

Capitan America: bene ma non benissimo. Cap è sempre stato la bussola morale del gruppo e questo lo ha già portato in contrapposizione con gli altri, soprattutto con Iron Man (vedi Civil War ma non solo). Il problema nel suo caso è che alla fine del film sembra in realtà regredire. Certo, è bello e romantico sapere che ha trascorso una vita felice con il suo amore, ma è contraddittorio rispetto a quello che il suo personaggio avrebbe dovuto realizzare. Proprio lui che all'inizio del film tiene i gruppi di sostegno per aiutare la gente ad "andare avanti", alla fine sceglie di tornare indietro, al suo passato semplice e confortante. Invalida quella che avrebbe dovuto essere la lezione da apprendere.

Black Widow: anche qui, la sua fine contraddice quello che avrebbe dovuto essere lo sviluppo. Fin dall'inizio lei è quella che vuole sistemare le cose, disposta a sacrificare tutto per riportare le cose come stanno. Ed è proprio questo che succede. È eroico, per carità, ma non compie niente a livello di evoluzione del personaggio. Quello che voleva è quello che ottiene, quindi aveva ragione. Non ha imparato niente.

Hawkeye: simile a Black Widow. Il lutto lo ha portato a diventare un personaggio oscuro, forse anche malvagio, un assassino motivato da nobili intenti ma pur sempre un assassino. Un Thanos in miniatura, se vogliamo fare il paragone. Ma sta di fatto che anche lui non cambia. Non c'è un momento in cui realizza di aver sbagliato e cambia qualcosa di sé per tornare a essere la persona che vuole essere. È evidente che si rende conto che le sue azioni sono sbagliate, come dice appunto nel suo ultimo dialogo con Black Widow. Ma non cambia niente. Forse se fosse stato davvero lui a sacrificarsi avrebbero assunto più senso sia il suo arco che quello di Black Widow: lui perché dimostra che non è eliminando i non meritevoli che si migliora il mondo, ma a volte anche sacrificando chi invece ha buone intenzioni; lei perché avrebbe capito che il suo desiderio di perfezione e controllo non poteva estendersi anche alle scelte degli altri. Un po' meglio, ma comunque non perfetto.

Hulk: grosso spreco. Personalmente è anche uno dei personaggi di cui capisco meno il potenziale, comunque l'impressione in Infinity War era che fosse in difficoltà con il suo alter ego. Qui lo troviamo che ha già raggiunto il suo stato di equilibrio e da lì non si muove. È vero che il tema di Hulk che non riesce a controllarsi è già stato esplorato, ma tutto il setup del film precedente si rivela del tutto inutile. Lo troviamo come un personaggio già realizzato e così rimane. Che va bene, ci può anche stare, è tutto sommato una nota positiva. Ma priva lo spettatore dell'emozione di vedere appunto il cambiamento, piuttosto che trovarselo davanti già compiuto.

Thor: enorme, imperdonabile spreco. Ammetto che Thor è in effetti quello per cui ho meno considerazione, ma qui quando l'ho visto nella sua versione Big Lebowski ho visto l'opportunità di una grande storia. E all'inizio sembra proprio che vada in quella direzione: qui abbiamo l'eroe non solo riluttante (come è già Iron Man), ma anche debilitato, fisicamente incapace di poter fare l'eroe. Ma niente. Quando arriva la battaglia è pronto, forte e scattante come sempre nonstante la buzza alcolica. Non c'è nessun momento di illuminazione, nonostante dovrebbe essere uno di quelli che è coinvolto a livello più personale: "l'ho ucciso io Thanos", lo dice anche. È lui a toglierlo di mezzo, rimediando all'errore di Infinity War, e quindi più di tutti dovrebbe essere lui a portare il peso di questa vendetta che non lo ha davvero soddisfatto. Mi sta bene che per la prima parte del film sia il personaggio su cui si concentrano le gag, purché poi in seguito avvenga il suo riscatto, e a quel punto sarebbe davvero epico. Thor avrebbe dovuto combattere senza la sua forza, senza martelli e asce, scoprire che il suo valore di erore, asgardiano e re non sta nei muscoli e nei fulmini. Lo abbiamo già visto risolvere i problemi coi muscoli e coi fulmini, e a cosa è servito? Peccato, davvero peccato.


Questo per quanto riguarda i protagonisti. Ma ne manca uno, ed è uno dei punti fondamentali di tutta la questione: Thanos. Pubblico e critica sono stati concordi nel decretare che uno dei grandi meriti di Infinity War era quello di aver dato al villain una personalità, una motivazione, una filosofia. Se Thanos è un cattivo memorabile, che funziona, è perché non è uno di quelli che arriva dal nulla col desiderio di dominare il mondo. Anzi, una volta fatto quello che ha fatto, se ne va in ritiro nel suo casale in campagna, a coltivare fichi d'india. Vecchio, stanco, provato. Arriva anche a capire che il potere delle gemme dell'infinito è una tentazione troppo forte e decide di distruggerle. E in questa condizione viene scovato ed eliminato, senza appello, senza processo. Fine del tiranno che si è finito da solo. "Cosa ti è costato? Tutto". Tragico, fortissimo. Ma poi in Endgame viene fuori un nuovo Thanos, quello del passato, che ha appena iniziato la sua quest per le gemme dell'infinito. Ed ecco che tutta la filosofia scompare, che il suo atteggiamento benevolo da padre di tutto il creato sparisce per fare posto a un semplice generale sanguinario. Ha un esercito, lo usa, stavolta per sterminare tutti. Chi se ne frega. Va bene, la battaglia di proporzioni immani ci deve essere, è pur sempre un cinecomic. Io ne farei volentieri a meno ma capisco, e la spettacolarità la riconosco. Ma non c'è cuore sotto quest'ultima battaglia, non c'è uno scontro di valori come era invece in Infinity War. Le scene migliori di quel film infatti erano quelle in cui Thanos si rivelava non come mostro genocida, ma come persona con una sua morale, perversa quanto si vuole, ma coerente. Quando sacrifica Gamora, quando dimostra il suo rispetto per Stark, quando accarezza la testa a Scarlet Witch dicendole che capisce il suo dolore. Quello è il Thanos che funziona, non questo pupazzo sostituibile a piacere con uno qualunque degli altri villain visti in ogni altro film. Si dirà che il Thanos che agisce qui è appunto una sua versione passata quindi può avere una personalità diversa, che è cambiata poi negli anni. Sì, può essere. Non dico che questo Thanos non sia realistico, che fosse un cattivo spietato sterminatore di mondi lo sappiamo già. Ma questo Thanos non è interessante, per cui in un modo o nell'altro avrebbero dovuto portare su schermo la sua versione che già conoscevamo.

Tutto questo per illustrare appunto dove sta la carenza tematica del film. Non vado ad analizzare il plot che si affida allo stratagemma un po' cheap del viaggio nel tempo: quando in un universo narrativo introduci il viaggio nel tempo è sempre una mossa pericolosa, che apre a qualunque possibilità, e questo non è un bene. Capisco l'esigenza di fare un excursus sul passato della serie, anche se forse due ore di solo fanservice sono un po' eccessive. Tralascio le incoerenze nelle stesse leggi che vengono illustrare rispetto ai viaggi nel tempo e tante altre piccole storture, che si possono trovare in qualunque film, non è questo il punto principale. La mia analisi si limita a quello che è il nucleo narrativo della storia, dal punto di vista di temi e personaggi. E purtroppo, le carenze sono evidenti e pesanti. Non dico che sia un brutto film, probabilmente lo si può ritenere nella media di quello che è il livello del MCU, e non nego che ci siano dei momenti di forte impatto. La battuta finale "I am Iron Man" è un gran colpo, così come "Avengers: assemble!". Fa il suo dovere, e chiude una stagione cinematografica lunga e complessa, che forse lascerà un vuoto. I Marvel Studios andranno avanti, ma forse in un certo senso davvero non sarà più come prima e non è detto che il successo continui. Se alla Marvel fossero davvero coraggiosi, chiuderebbero qui, con una storia compiuta, invece di spremere finché è possibile i personaggi e il pubblico e smantellare tutto in fase calante, lasciandosi dietro un retrogusto amaro. Ma di soldi ce ne sono troppi che girano perché davvero si possa pensare a una conclusione così ragionata, quindi non è nemmeno argomento di discussione.

Per concludere in merito a Endgame, ho comunque il sospetto che passata l'emozione iniziale, con una seconda visione a freddo anche molti dei fan che lo hanno osannato inizieranno a notare tutto questo potenziale sprecato. Una storia che aveva le premesse per essere grandiosa e memorabile, è rimasta solo grande. E Infinity War probabilmente continuerà a essere considerato l'apice di tutta questa serie.

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