Seocrazia e il Memeverse

Ne avevo accennato parlando dell'uscita di Distòpia, lo speciale Urania Millemondi attualmente in edicola (ma ancora per poco) che contiene il mio racconto Seocrazia: questa storia è il perno di un universo narrativo condiviso che è già emerso in altri racconti pubblicati negli anni scorsi.

Introducing: the MEMEVERSE.

Il Memeverse è un'evoluzione più che plausibile della società odierna, con una sempre maggiore sproporzione tra "realtà virtuale" e "vita reale", per dirlo coi termini che potrebbe capire anche un boomer qualsiasi. Questa tendenza già ben riconoscibile è estremizzata fino al paradosso, eppure in un certo senso sembra quasi troppo blanda se confrontata a come la realtà si sta davvero muovendo. Qui, ora, mentre leggete queste righe.


Seocrazia per il momento è il racconto che attinge in maniera più diretta a questo tema di fondo, spingendo anche sull'utililizzo di un linguaggio che per quanto possa sembrare esagerato, in effetti è piuttosto annacquato rispetto al comune slang che dalla Rete si sta diffonendo anche IRL. Questa stessa dissociazione tra la lingua che parliamo e quella che percepiamo come "normale" dovrebbe già darci un'idea della dissonanza cognitiva di cui siamo vittime inconsapevoli.

Qual è quindi il cuore del Memeverse?

Il meme, ovviamente. In quanto unità d'informazione capace di autoreplicarsi all'interno dei dispositivi di memoria biologici o digitali, il meme è l'elemento fondante di tutto l'universo. No, non l'universo narrativo, proprio l'universo in cui vi trovate ora. Quando lo spazio d'immagazzinamento delle informazioni è aumentato in progressione più che esponenziale, la potenza dei memi è cresciuta in modo spropositato, e ci ha sopraffatto. Parlo al passato, volutamente. È già successo.
Le storie del Memeverse raccontano i nostri sforzi di continuare a esistere in una realtà che si sta già muovendo a un livello superiore, come se fossimo formiche in una teca che provano a interpretare le intenzioni di un uomo che fa karaoke al di là della parete di vetro. È il mondo che domanda la nostra attenzione (perché di quello si nutrono i memi), è l'intrattenimento come colonna portante della civiltà, è la riduzione del pensiero su una scala da a una a cinque stelline, è la liquefazione di ogni istituzione tradizionale la cui autorità percolante viene assorbita da chi sa gestire (o crede di) l'informazione.

A mio avviso, chiunque cerchi di proiettare le tendenze presenti sul futuro non può fare a meno di considerare questo aspetto della società. Il cambio di paradigma è stato così tremendo che è impossibile ambientare una storia tra venti-trent'anni e fingere che internet non esista e che i social non siano il principale mezzo di comunicazione e diffusione delle informazioni. Sarebbe anacronistico come ambientare una storia negli anni 90 e mostrare la gente che va in giro in calesse.

In questo post non intendo fare spoiler né su Seocrazia né sugli altri racconti del Memeverse, mi limito a dare la lista delle storie finora pubblicate e un vago accenno di come si collegano tra loro. Se avete già letto Seocrazia potrete già cogliere alcuni riferimenti.

Memehunter (Future Fiction, 2017) - In pratica è la origin story di tutto il Memeverse. L'anno zero in cui i memi hanno dimostrato di avere una loro agenda.

Hype (contenuto in L'esatta percezione, RiLL via Quality Games, 2019) - Mostra un primo gradino dell'evoluzione dell'era dell'intrattenimento.

Live (dal contest Minuti Contati, 2019) - Un rapido flash dell'esposizione continua e totale della vita di chiunque.

Bootstrap (contenuto in Robot n. 89, Delos, 2020) - Collegato in maniera marginale, quasi come easter egg, ma presente anche la trivializzazione in una società memetica di un'invenzione incredibile come il viaggio nel tempo.

Seocrazia (contenuto in Distòpia, Urania Mondandori, 2020) - Qui arriviamo al superamento del livello critico di comprensione dei meccanismi che muovono il mondo, con le leggi della SEO che regolano la vita delle persone.

In lavorazione (tempi e modalità di pubblicazione da determinare, ma sicuramente si arriverà all'anno prossimo) ci sono anche Accadde oggi che tratterà della gestione dei ricordi attraverso i social, e un'altra storia ancora senza titolo a tema direct marketing.

Una menzione d'onore si potrebbe concedere anche a Infodump (contenuto in Propulsioni d'improbabilità, Zona 42, 2017) che anche se non fa parte del Memeverse porta la stessa premessa dell'ubiquità dell'informazione in una direzione diversa e ancora più mindfucking.

Come dicevo, non fornisco qui ulteriori approfondimenti, anche per dare la possibiltà a chi è incuriosito di scoprire in autonomia le storie e i nessi tra di loro, a volte anche molto espliciti con brand e personaggi ricorrenti. Ma alla fine del mese, quando posso supporre che chi era interessato abbia già letto Seocrazia, invierò sulla mia newsletter un resconto più preciso dei riferimenti incrociati e anche una sorta di timeline del Memeverse.

Se non volete perdervi questo inside look all'universo dei memi, questo è il momento di segnarvi sulla newslettere con il form qui sotto.









I miei articoli per Stay Nerd: aprile - giugno 2020

Eccoci al riepiloghetto delle cose interessanti che ho pubblicato fuori da Unknown to Millions perché qui mi pagano solo in soddisfazione di aver scritto qualcosa mentre di là in valuta corrente. Molta fantascienza (ma va?) ma anche qualche pratica guida sempre valida.




Un milione di mondi (virtuali) possibili: la realtà simulata nei libri - Una carrellata di romanzi e racconti che parlano di mondi simulati, da Daniel F. Galouye a Philip K. Dick. Alcuni molto basic, ma anche qualche chicca.

Ed egli disse "io non sono di questo mondo": la figura di Gesù nella fantascienza - Un compendio delle storie che offrono una prospettiva diversa su Gesù, dai viaggi nel tempo alle sostituzioni, fino agli alieni. Si cerca di non scivolare nel complottismo, anche se il confine è molto labile. In ogni caso, senza dubbio l'immagine di copertina migliore che abbia mai usato.

Benvenuti nel Novacene, l'era delle macchine che non possiamo più evitare - Articolo basato sul saggio di James Lovelock intitolato appunto Novacene, di cui ho accennato anche qui in un rapporto letture.

Lasciami andare ma ricordati di me: il futuro della morte nell'era dell'informazione - Combo dei saggi di Davide Sisto (di cui ho parlato anche qui) e di Lasciami andare, romanzo a cui ho dedicato un intero articolo nelle settimane scorse.

Esplora, cresci, sfrutta, distruggi: i migliori videogiochi 4X in circolazione - Non sono un grandissimo videogiocatore, come si capisce dalla scarsità della rubrica videogiochi del blog. Ma un genere di giochi a cui dedico più tempo (anche perché le partite durano svariate ore) è il 4X, ovvero gli strategici (di solito a turni) in cui si deve costruire e ampliare la propria base/civiltà, accumulando risorse e combattendo gli altri (ma non per forza). Qui una lista di alcuni dei giochi più interessanti di questo filone.

Non dovete avere paura: guida completa alla lettura del ciclo di Dune - Facciamo chiarezza una volta per tutte sugli oltre venti libri a oggi esistenti all'interno del ciclo di Dune, di cui ho malauguratamente letto la maggior parte. Contiene anche accenni alla questione dei sequel/prequel di cho parlato a suo tempo in modo molto più approfondito qui sul blog in tre post diversi.

Da Dune a A Song for a New Day, i migliori romanzi vincitori del Premio Nebula - Una lista suddivisa per decenni in cui segnalo i romanzo più importanti tra quelli che hanno vinto il Nebula, evitando sovrapposizioni degli stessi autori.

Il giro di Trantor in ottant'anni: le copertine della Fondazione di Asimv dal 1940 a oggi - Di Asimov e del ciclo della Fondazione si è detto e ridetto di tutto, no? Allora se proprio bisogna parlarne perché esce l'ennesima edizione, prendiamo un taglio diverso e parliamo solo delle copertine che gli illustraori si sono dovuti inventare, in Italia, in USA e nel resto del mondo, in ottant'anni di ristampe.

Projects update: sinfonie, dottori e specchi

Come da consolidata tradizione, dedico almeno un post all'anno per parlare delle cose su cui sto lavorando, invece di quelle che sono già compiute. L'ultima volta parlavo di Scrabble, il mio young adult che pur essendo completato e affidato a mani competenti è rimasto ancora nel limbo in quanto presenta alcune caratteristiche che lo rendono poco markettabile. Non è detto che non uscirà mai, ma per il momento non ci sono novità in tal senso.

Nel frattempo però non me ne sono stato ad aspettare che i cadaveri scorressero sul fiume e anzi, grazie anche al netto cambio di routine che ho messo in atto a partire da febbraio, mi sono imbarcato in una serie di progetti anche piuttosto rilevanti, che da qui a fine anno vedranno la luce, salvo intoppi più che plausibili.

Innanzitutto, ho completato un altro romanzo, l'espansione del racconto Sinfonia per theremin e merli scritto anni e anni fa e ormai introvabile. Il nucleo della vicenda è sempre la stessa ma la vicenda si è arricchita oltre ogni aspettativa e dopo una prima versione light ci ho rimesso le mani aggiungendo tutta una nuova sezione che ha portato a raddoppiare le dimensioni. Questo qui sotto è lo schema dei capitoli nella prima stesura, implementazione e revisione. Se dovessi scrivere io la fascetta per questo romanzo sarebbe "Bertolt Brecht incontra Douglas Hofstadter e insieme conoscono Vincenzo Vasi". È in buona sostanza un'ucronia, ma anche un romanzo storico per come è diventato, e soprattutto una storia di formazione, perché tutte le storie più belle sono storie di formazione. Non ci sono date per l'eventuale uscita di questo libro e comunque vada non se ne parla sicuramente fino a metà 2021, ma da qui ai prossimi mesi dovrei sapere se almeno una pubblicazione sarà prevista. Nel caso, vi avverto.


Ma questo forse è il meno sconvolgente degli aggiornamenti. Come forse saprete a febbraio ho inaugurato il mio primo corso di scrittura, e da questa esperienza (purtroppo interrotta dal lockdown) mi è sorto lo spunto per altri progetti collegati. Non entro nello specifico perché annuncerò con precisione le cose quando saranno pronte, ma anticipo che lancerò una serie di cose che cambieranno anche in modo sostanziale la mia presenza online. Questo comporta anche che Unknown to Millions subirà quanto meno un restyling, se non un cambio di piattaforma. Anche perché Blogger a giugno fa un aggiornamento del sistema ma la nuova versione non mi sembra così funzionale.

Inoltre ho anche avuto l'idea di coinvolgere un ristretto gruppo di fidatissimi per un altro progetto ancora, di cui nemmeno in questo caso mi sento ancora libero di parlare ma che, se le cose vanno come previsto, riceverete notizie a breve.

Sì lo so, alla fine non ho detto niente di sostanziale, in pratica ho fatto solo un teaser. Ma rimanete nei paraggi, ne varrà la pena. E se volete essere sicuri di non perdervi le novità iscrivetevi alla newsletter, nella casellina là in alto a destra.

Rapporto letture - Maggio 2020

Eccoci ai libri della fase 2. Letture che involontariamente hanno a che fare con la pandemia, declinata in modi diversi. Come ricordo da un po' di tempo a questa parte, le mie letture sono abbondanti della norma per via di vari manuali su cui sto studiando in preparazione di una serie di progetti di cui parlerò a breve anche qui sul blog.


Per il primo libro della lista, in realtà mi rimane poco da dire visto che gli ho già dedicato un post intero. Lasciami andare è stato un romanzo sorprendente e l'autrice Katie M. Flynn ha tirato fuori una storia incredibilmente al passo coi tempi. Pur partendo da un argomento ampiamente utilizato nella fantascienza, quello del mind upload in corpi robotici, il suo approccio corale e il contesto in cui la storia si sviluppa hanno portato a un romanzo davvero intenso e carico di significato per l'epoca attuale. Rimando al post precedente per l'approfondimento, ma sul momento gli assegno un bel voto 8.5/10





Parallelamente a questo ho letto anche due saggi dello stesso autore Davide Sisto, dedicati ad argomenti tra loro strettamente collegati: La morte si fa social e Ricordati di me, di cui ho scritto insieme al romanzo qui sopra in un articolo su Stay Nerd. Nel primo Sisto parla di come la percezione della morte stia cambiando a causa dell'impatto dei social network sulle nostre vite, soprattutto per la traccia che lasciamo delle nostre esperienze quotidiane e quindi della nostra persona, e di che trattamento subirà la nostra "figura pubblica" dopo la morte. Il testo dopo aver mostrato le prime istanze di come la morte si presenta sui social invita a riflettere sulla propria eredità digitale e a prendere opportuni provvedimenti in materia di trattamento dei propri dati (email, cloud, profili social) finché ne abbiamo facoltà, aggiungendo alla prassi del testamento biologico anche una sorta di testamento digitale. Ricordati di me si focalizza invece sull'alterazione della memoria, propria e degli altri, sempre dovuta alla continua interazione e condivisione sui social. Dalla funzione "accadde oggi" di Facebook alla costruzione di identità dissociate rispetto a quella "reale", il tema si sovrappone a quello della morte in quanto finisce inevitabilmente nella percezione che abbiamo delle persone che non ci sono più o di noi stessi per quando non ci saremo. Due testi interessanti, che in certi casi forse sottolineano aspetti che diamo quasi per scontati, ma che nel momento in cui ci poniamo sopra l'attenzione danno una prospettiva molto chiara di un problema complesso che tutti stiamo affrontando, aumentando l'idea che stiamo già vivendo in un futuro "alla Black Mirror". Forse qualche riferimento in meno alla cultura e musica metal li avrebbe resi più scorrevoli, ma i concetti sono senza dubbio interessanti.

Infine una sana raccolta di racconti sfornata dal collettivo Ignoranza Eroica, stavolta affidata alla cura di Cristiano Saccoccia. In Pandemonium si prende lo spunto offerto dalla pandemia diventata di stretta attualità, e lo si sfrutta per offrire una sorta di "decameron moderno" (come suggerisce il sottotitolo), in cui dieci autori dedicano una storia a ognuno dei dieci comandamenti biblici, declinati in un contesto di "epidemia" in senso lato. Il genere varia dall'horror al fantasy, dal weird al postapocalittico, con qualche incursione nel boccaccesco vero e proprio. Per fare un lavoro completo perché sennò poi quelli di IE menano, dedico due frasi di commento a ogni singolo racconto. De civitate Dei di Francesco Corigliano sfodera al primo colpo forse l'interpretazione più originale di "morbo", che in questo caso non corrompe le carni ma gli edifici, che diventano a loro modo strutture viventi e senzienti. L'idea è forte e alcune immagini efficaci, la risoluzione della storia però forse frettolosa e il testo presenta qualche anacronismo. Riccardo Mardegan cambia subito tono con De vulgari eloquentia, in cui l'epidemia è l'impossibilità di un paese nel padovano in cui una maledizione impedisce la bestemmia: lo spunto è divertente anche se procede su un percorso un po' scontato, ma non è un grosso problema vista la leggerezza della storia. Fino all'ultimo cristo appeso è uno dei racconti più forti della raccolta, in cui Maurizio Ferrero immagina una crocifissione/esorcismo che è in realtà l'antefatto di una pandemia che non vediamo, ma di cui possiamo immaginare le conseguenze devastanti per l'intera civiltà. Quasi cavaliere di Mala Spina è forse il più divertente e scanzonato, con un giovanotto tormentato dagli spiriti dei genitori morti di peste che cerca di redimersi accompagnando in salvo un gruppo di prostitute. Antonio Lanzetta scrive l'unico racconto ambientato nel futuro, in questo caso una Salerno postapocalittica infestata da mostri/zombie di qualche genere. C'è però della confusione, perché si capisce che la diffusione del morbo deriva in qualche modo dalla lettura dei libri ma non viene specificato mai come e perché questo succede, e nel finale la questione rimane del tutto irrisolta, con un epilogo che passa piuttosto a mostrare il "mondo di dopo" dominato dai mostri/zombie. Caleb Battiago (aka Alessandro Manzetti) fa praticamente un cameo con un brevissimo testo ambientato nell'Antinferno, come da titolo. Poco più di una sequenza di immagini scritte nel suo stile spietato che riesce sempre a colpire. F.T. Hoffmann è anche lui sul podio con il suo Non andiamo a far altro se non a combatter, racconto stracarico di citazioni letterarie e cinematografiche, e una storia che in poco spazio riesce a presentare una serie di personaggi credibili e una trama di conflitti e complotti sovrapposti tra forze secolari e spirituali. I miracoli hanno strade curiose per pigliarti alle spalle (evidentemente gli ignoranti eroici hanno esteso la loro ossessione per la lunghezza delle parti anatoiche anche ai titoli) è un'altra storia ben confezioanta da Domenico Mortellaro, che parte dall'accidentale non-morte di un disgraziato che viene strumentalizzata da signorotti locali per condurre le loro battaglie di potere, al rischio di scatenare una vera e propria epidemia. Scrittura asciutta ma evocativa, che cala alla perfezione nel contesto storico e sociale. Laura Silvestri parla Di corna e altre cause perse, con un'altra storia leggera di non-morti e stregoneria, con un processo nei confronti di una vedova fedifraga richiesto dal marito appunto deceduto e riportato in quasi-vita da una fattucchiera. Anche qui il tono è leggero e la conclusione in perfetto stile boccaccesco. Infine Paolo di Orazio, con Non desiderare le robbe della napoletana, sì, proprio lei, quella là (lo dicevo, dei titoli) che chiude la raccolta con una storia di squallore, ossessione e incesto nel suo stile tipico che ti porta sempre a farti salire un rigurgito da quanto è disturbante (c'è poco da fare, è l'unico autore che riesce davvero a suscitarmi questa reazione). In coda c'è anche una sorta di postfazione dei patroni di Ignoranza Eorica, Mazza&Sensolini, che però evidentemente non avevano letto le storie e hanno messo insieme una roba da cazzoni tanto che gliene sbatte a questo punto, il libro l'avete già letto. Il giudizio complessivo è sicuramente positivo, con due-tre racconti di altissimo livello bilanciati da alcuni testi più leggerini, un paio meno che buoni ma niente di scadente. Non fosse uscito a ridosso del lockdown, quando tutti eravamo a mangiare pane e pandemia, forse non avrebbe sofferto del rigetto verso questo tipo di tematica di fondo. Voto: 7.5/10

Urania Millemondi 87 - Distòpia

Più o meno per gli ultimi sessant'anni per il lettore italiano di fantascienza medio, fantascienza è sinonimo di Urania. La cosa si è presto traslata dal lato degli autori, per cui vale il principio che per uno scrittore di fantascienza essere pubblicato su Urania sia il maggior riconoscimento ottenibile. Per quanto io non mi conformi del tutto a questa idea (e in passato ho parlato su questo blog del come e perché, cercate pure), quando il coach ti convoca in nazionale, tu anche se giocavi all'estero comunque rispondi alla chiamata. E si può essere schizzinosi ma è pur sempre Mondadori, fa curriculum.

Ed ecco quindi che sullo speciale Millemondi n. 87 di Urania in uscita a luglio nelle edicole, ci sarà un volumi intitolato Distòpia, che raccoglie i racconti di tredici autori italiani tra i quali figuro anch'io.



Distòpia ripete l'esperimento dell'anno scorso, quel Millemondi intitolato Strani Mondi che per la prima volta dopo decenni proponeva appunto un'antologia di racconto di autori italiani. Le mie impression su quel volume le potete rileggere qui, ma al di là delle opinioni sulla qualità, quel libro ha segnato senza dubbio un momento importante, perché testimonia l'interesse anche da parte dei "big" (come lo è in Italia la collana da edicola di Mondadori) verso gli autori contemporanei di fantascienza.

L'antologia del'anno scorso scorso non aveva un tema, mentre invece a questo giro è stato richiesto di scrivere racconti a tema "distopia", che a sua volta ha avuto un discreto sdoganamento negli ultimi anni presso il pubblico generalista, anche se spesso il termine viene usato a sproposito. Inoltre distopia e postapocalissi si sono fatti esasperantemente attuali con la pandemia in corso, per cui il tema potrebbe risultare perfino troppo mainstream ora come ora, ma il lavoro era già avviato mesi prima quindi non si poteva tornare indietro.

Così dopo Fanta-scienza mi trovo di nuovo in una raccolta dal titolo estremamente generico. Non mi sorprenderei se entro il prossimo anno pubblicassi qualcosa in una raccolta intitolata Narrativa e poi magari una che si chiami Scrittura. Comunque sono in buona compagnia, perché se pure siamo le riserve della sf italiana ci sono panchinari d'eccellenza come Valerio Evangelisti e Nicoletta Vallorani. Oltre ad autori di comprovata esperienza e qualità, come Giovanni De Matteo e Giampietro Stocco, e qualcuno della nuova generazione che ho già apprezzato altre volte come Linda De Santi. Su di me però ricade la grossa responsabilità di formare il ricordo finale nella mente del lettore, visto che il mio è l'ultimo racconto del libro. Quindi l'impressione complessiva alla fine della lettura sarà in buona parte influenzata dal valore della mia storia. No pressure.

Quanto al mio racconto Seocrazia, è una storia particolare non soltanto per la trama in sé, ma perché fa da cardine per una sorta di universo narrativo condiviso, che mi pregio di definire il MEMEVERSE, nel quale si collocano anche altri racconti già pubblicati in giro. Attenzione, il racconto è assolutamente autonomo ed è scritto per essere letto da solo, ma alcuni elementi di contorno e riferimenti incrociati portano a collocarlo all'interno di un contesto più ampio che già si affacciava in altri miei lavori. Non sto ad approfondire adesso, ne parlerò più nel dettaglio in un post successivo e soprattutto nella newsletter, quindi se volete sapere tutto sul Memeverse, fate preso a iscrivervi.

Essendo collana da edicola, sarà difficile recuperare Distòpia dopo alcune settimane dall'uscita, quindi se siete interessati è il caso di piantonare le edicole di zona o addirittura richiederlo/prenotarlo dal vostro giornalaio di fiducia.

Beforeigners

Nella mia curiosità di scoprire serie tv poco mainstream e soprattutto poco anglofone (tra le quali ho visto per esempio Leila, Si no t'hagues conegut, Ragnarok, 3%), mi sono imbattutto in questo prodotto norvegese andato in onda l'estate scorsa su HBO. Beforeigners è una serie crime/fantascienza/storica che parte dalla premessa di persone di epoche passate che compaiono improvvisamente nel presente.

La storia si svolge ai giorni nostri a Oslo. Uno dei protagonisti è Lars, un ufficiale di polizia che una sera vede degli strani flash in mare. Poco dopo si accorge che c'è qualcuno in acqua che sta rischiando di affogare. Le persone in pericolo vengono tratte in salvo, ma non si riesce a identificarle e si scopre che parlano una lingua antica ormai in disuso. Successive analisi dimostrano che provengono dal passato.

Sono loro i beforeigners: parola formata come crasi tra l'inglese "before" e "foreigners" (non ho capito come è il termine norvegese), che se fossi io a tradurre in italiano trasformerei in "stranidieri". I beforeigners continuano ad arrivare nei mesi successivi, sempre preceduti da un flash nell'acqua, ma senza un apparente pattern nella loro comparsa. Provengono tutti da tre epoche distinte: il neolitico, l'epoca norrena e il Diciannovesimo secolo. Senza alcuna possibilità di tornare al loro periodo, si cerca di integrarli nella società contemporanea, anche se naturalmente non è affatto facile. Gli uomini dell'età della pietra vengono impiegati principalmente come security o per la manvalanza, i vichinghi formano una sottocultura di club e riti sciamanici, i gentleman del 1800 si dedicano a bordelli e circoli culturali. I cittadini della norvegia moderna non vedono di buon occhio i beforeigners, che sono pur sempre invasori e stanno destabilizzando la società con il loro arrivo. Gli stranieri-del-passato (diciamo stranidieri, dai che è più comodo) sono discriminati e molto spesso si trovano coinvolti in attività illegali.

Alfildhr è la seconda protagonista della serie. Anche lei è un'agente di polizia, ma è anche una beforeigner. Per la precisione, è la prima poliziotta "transtemporale" a entrare nel dipartimento di Oslo, a seguito di un programma di integrazione degli stranidieri voluto dal governo. I colleghi non la considerano capace, anche perché provenendo dall'epoca vichinga non ha una conoscenza adeguata della società e tecnologia presente. Il suo ruolo è principalmente quello di mascotte, per dimostrare che l'amministrazione ci tiene a dare agli stranidieri ruoli importanti nella società, che nel tempo ha sviluppato anche un linguaggio e un atteggiamento politically correct intorno ai beforeigners: per esempio non si può usare la parola "vichingo" che è ritenuta offensiva, e o stesso termine "beforeigner" è considerato dispregiativo, al suo posto si dice "migranti temporali".

Lars e Alfildhr verranno messi a lavorare su un caso apparentemente banale: una beforeigner è stata uccisa poco dopo il suo arrivo nel presente. Dagli esami svolti su di lei si scopre però che non proviene davvero dal passato, ma è una donna del presente che fingeva di essere una migrante temporale. Lars ha già i suoi problemi con la figlia adolescente, il divorzio dalla moglie che si è messa insieme a un dandy dell'Ottocento, e una sospensione temporanea dall'ufficio che è appena terminata, per cui non ha molta voglia di fare da balia alla mascotte vichinga della polizia. Da parte sua Alfildhr è impulsiva, genuinamente ignorante del mondo attuale e coinvolta in amicizie poco edificanti. All'inizio i due hanno difficoltà a collaborare, ma ovviamente dovranno trovare il modo di fidarsi dell'altro per poter fare progressi nella loro indagine, nella classica dinamica da buddy movie poliziesco. No, non scopano, anche se qualche momento di tensione erotica ogni tanto si percepisce.

Come ci si può aspettare, il caso della donna uccisa è il punto di ingresso per un'indagine molto più profonda, che coinvolge soggetti pericolosi e porta ad avvicinarsi a verità nascoste che sembrano indicare l'esistenza di un complotto intorno alla gestione degli stranidieri. A complicare il tutto ci si mettono anche la comparsa di Olaf II di Norvegia, il re guerriero che Alfildhr aveva servito e che viene preso come eroe e liberatore dei beforeigners vichinghi ma che non ricorda il suo passato. Nel frattempo un'amica della figlia di Lars scompare durante un flash e viene ripescata in acqua con la mente "azzerata", come se fosse anche lei una migrante temporale. E lo stesso Lars continua ad avere problemi di dipendenza da una droga usata per alleviare lo sfasamento temporale degli stranidieri al loro arrivo.

Tutte queste trame confluiscono nel finale, che se da una parte risolve il mistero centrale della donna assassinata e svela le connessioni tra alcune lobby che sfruttano i beforeigner e altre che promuovno il ritorno ai costumi passati degli uomini del presente, dall'altra apre la porta a ulteriori misteri e pone le basi per una seconda stagione (non ancora confermata). In effetti negli ultimi minuti dell'ultima puntata si assiste a un plot twist davvero efficace, che ribalta completamente la premessa della serie mantenuta fino a quel momento. L'epilogo poi suggerisce che anche Olaf, dopo aver riguadagnato la sua identità di conquistatore, potrà portare ulteriori problemi.

Beforeigners è una serie davvero ben congegnata, che parte da un'idea forte e riesce a svilupparla in modo coerente. La trama investigativa e la collaborazione forzata tra i due protagonisti, per quanto possa sembrare un po' cliché, in realtà funziona bene nel condurre a scoprire tutti gli aspetti di questa società multitemporale. Le dinamiche tra i personaggi, anche quelli secondari, sono sempre ben bilanciate e gli archi narrativi dei protagonisti si sviluppano nel modo migliore grazie proprio alla loro connessione. È palese che la tematica dei "migranti temporali" sia anche un'allegoria dell'attuale crisi migratoria, ma con lo stratagemma degli stranidieri si riesce a parlare di integrazione evitando paternalismo o pietismo. Anzi le ragioni per cui molti beforeigners si danno ad attività criminali sono rese evidenti per la loro incapacità di adattarsi a una società che li ammette solo a livello superficiale, preoccupandosi di non usare termini offensivi ma senza concedergli davvero lo spazio per esprimere le loro esigenze. I "cattivi" della storia sono equamente ripartiti tra nativi di ogni epoca, dalla preistoria ai giorni nostri, per cui non ci si trova a dover sopportare l'idea manichea che i veri valori stanno nella semplicità delle società del passato o scemenze da Rai Fiction di questo tenore.

Non ci sono ancora notizie sulla seconda stagione, ma il riscontro è stato molto buono a livello internazionale, per cui ci si aspetta che il rinnovo arrivi in tempi relativamente brevi, e che la vincenda di Lars e Alfildhr possa proseguire. Non credo che esista il doppiaggio italiano, ma in lingua originale con i sottotitoli è più che godibile.



Katie M. Flynn - Lasciami andare

È sempre una bella esperienza quando un libro ti sorprende, e una alla quale mi ero disabituato. Con gli anni sono diventato abbastanza abile a identificare i libri che mi interessano, tant'è che raramente anche nei miei rapporti letture mi trovo costretto ad assegnare insufficienze. Di contro è anche più raro che un libro contenga qualcosa che non mi aspetto, per cui anche quando leggo un bel libro, alla fine mi aspettavo che lo fosse.

Con Lasciami andare invece c'è stato questo elemento sorpresa. Questo romanzo di Katie M. Flynn, autrice di cui non avevo mai sentito parlare, è uscito per Frassinelli nelle settimane scorse. Titolo, copertina e sinossi puntavano tutte in una direzione: young adult distopico. Genere che non disdegno, anche se ha prodotto una marea di monnezza nel corso degli ultimi anni, e anzi che io stesso ho approcciato da autore (tuttora senza sbocchi editoriali, ma chissà). Insomma, mi aspettavo una cosa, e ne ho ottenuto un'altra.


Lasciami andare, che nella sua versione originale si intitola The Companions, non è affatto un young adult. E non lo dico col tono paternalistico di chi sostiene che lo YA sia narrativa indegna, con la stessa spocchia del leitmotiv: "[classico di fantascienza che ha avuto risonanza nella cultura mainstream] non è solo fantascienza". Faccio solo una constatazione che spiega perché mi sono ritrovato spaesato, e che comunque potrebbe avvicinare qualcuno che quel pregiudizio verso lo YA ce l'ha davvero, per ragioni che non mi metto a discutere.

The Companions è la storia di Lilac, questa ragazza sedicenne che è morta per un incidente durante una giornata con le amiche. Solo che dopo essere morta, la sua mente è stata copiata e installata in un corpo robotico piuttosto rozzo (con ruote e pinze) ed è diventata così una "compagna". I compagni sono appunto persone morte la cua personalità è stata caricata all'interno di corpi meccanici. In un futuro prossimo abbastanza riconoscibile dalla nostra posizione, la società Metis ha sviluppato questa tecnologia e offre contratti da sottoscrivere prima della morte, affinché si possa continuare a vivere, in qualche modo, anche dopo. I compagni non si possono acquistare ma solo noleggiare, e il loro ruolo è quello del nome: fanno compagnia, vengono usati come assistenti nelle case di riposo o come nel caso di Lilac, come amici surrogati di bambini costretti in casa. È così che inizia la storia di Lilac, con lei che racconta il giorno della sua morte alla sua amica Dahlia, la cu mamma ha noleggiato una compagna per starle accanto durante la quarantena.

"Quarantena"? Già vi si drizzano i peli sulle braccia, vero? Ci torniamo dopo.

Lilac sa di essere morta. Come tutti i compagni, non c'è nessuno sconvolgente mistero sulla loro natura "artificiale" e sulla loro attuale condizione. Non siamo in una di quelle storie che propone l'eterno dilemma della Nave di Teseo su chi sia l'originale e chi la copia, con il clone che realizza di essere quello venuto dopo. Sono questioni interessanti, che reggono intere opere come ad esempio Westworld, ma non fanno parte di questa storia. I ricordi prima della sua morte sono un po' confusi, e anzi c'è il dubbio che possa non essere stato del tutto un incidente, ma non vedremo mai Lilac disperarsi e porsi profonde domande filosofiche davanti allo specchio. Però, decenni dopo l'incidente e dopo aver raccontato centinaia di volte quella storia alla sua padroncina, le viene in mente che forse c'è ancora qualcosa che deve scoprire, sulla sua morte.

In realtà, la storia di Lilac non è soltanto sua. Perché dopo essere fuggita da casa di Dahlia, la narrazione inizia a saltare su numerosi altri personaggi, che entreranno in contatto con Lilac in durante il suo viaggio alla ricerca di chi può conoscere ciò che ha provocato la sua morte. Il collegamento con molti di questi personaggi sarà piuttosto labile, eppure tutti saranno toccati in qualche modo dal loro incontro con lei. Si viene così a creare una storia corale, che riesce a dare una prospettiva ampia del mondo in cui queste vicende si svolgono. I personaggi che conosciamo appartengono a contesti e classi diverse: ricercatori, infermieri, attori di hollywood, orfani cresciuti in strada, agricoltori. Tutti questi entreranno in contatto proprio grazie all'intervento di Lilac, il cui punto di vista non verrà più toccato dopo il capitolo iniziale, la vedremo solo attraverso la prospettiva di questi altri personaggi ricorrenti.

Questo mondo che ci viene raccontato, come dicevamo prima è proiettato nel futuro ma è riconoscibilissimo. Lo è ancora di più adesso, perché uno degli eventi cardine da cui parte la storia è la diffusione di un virus che ha provocato una pandemia, che ha reso necessaria una quarantena protratta a tempo indefinito, e che arriverà a durare alcuni anni. Ma è bene sottolineare che Lasciami andare non è un libro sulla pandemia: il virus e la quarantena rimangono sullo sfondo, sono una parte dell'ambientazione che condiziona in modo quasi implicito la vita di tutti i personaggi, ma che rimane un fatto dato per scontato, un paradigma intorno al quale si è ricostituita interamente la società. È puttosto perturbante nella primavera dell'anno del signore 2020 leggere della quarantena in questi termini, perché la sottotraccia è proprio quella che percepiamo anche oggi. E il fatto che il libro non ci calchi sopra l'attenzione rende il tutto più vero, perché rende ancora meglio quella nostra percezione dissociata di un mondo che è shiftato sotto i nostri piedi mentre ci reggevamo al corrimano. Da questo punto divista è importante notare come il romanzo sia stato pubblicato negli USA a marzo di quest'anno, quindi gli accenni alla quarantena non hanno niente a che vedere con l'esperienza del Covid. Apprezzabile anche il fatto che Frassinelli non abbia sfruttato questo aspetto a livello di marketing, come invece hanno fatto altri editori che hanno cercato tutti i possibili collegamenti all'hot topic del momento. Questo è senza dubbio un altro degli elementi che mi hanno sorpreso di questo romanzo.

Del mondo di Lilac e compagni (pun not intended) riceveremo una visione piuttosto ampia anche a livello temporale, perché la storia ci porterà fino a una quindicina di anni dopo, e vedremo anche l'evoluzione della società dopo la fine della quarantena e le conseguenze della diffusione dei compagni. Tutti i personaggi avranno una conclusione alla loro storia, ma in molti casi il finale è di quelli che si possono considerare "aperti". Non nel senso che rimane la possibilità di un sequel, ma che le domande rimaste insolute sono molte, e in fondo più importanti delle risposte.

Anche lo stile di scrittura (e di traduzione) è maturo, a volte spigoloso ma non crudo in maniera gratuita. Non c'è spazio per lirismi ma la prosa rimane efficace ed evocativa, e soprattutto in linea con il registro della storia. Tutto questo fa di Lasciami andare uno dei migliori libri che abbia letto negli ultimi mesi, capace di esprimere meglio di tanti altri l'inquietudine e la transitorietà dei tempi che stiamo vivendo, pur senza affrontare in modo diretto questi temi. Può darsi che il mio giudizio sia distorto in positivo dal fatto che mi aspettassi un altro tipo di storia e di target, ma se anche fosse, allora ben venga questo tipo di sorprese.

Everything is code - La stagione 3 di Westworld con il senno di poi

Come avevo annunciato nel commento dell'ultimo episodio, dedico un post a una riflessione in retrospettiva sull'intera stagione 3 di Westworld. Se due anni fa la stagione 2 della serie aveva scontentato molti, che l'avevano ritenuta troppo complessa e inferiore alla prima (mentre io sostengo esattamente il contrario), nessuno si era lamentato che quello "non fosse più Westworld". Questo tipo di critica invece è arrivato da più direzioni per la stagione 3 appena conclusa, e in molti si sono affrettati a dire che con questa stagione la serie ha "saltato lo squalo", locuzione con cui si intende quel momento in cui uno show perde completamente la sua natura.

È facile capire perché ci sia questa sensazione fiducia: di Westworld, nel senso del parco con questo nome, nella stagione 3 di Westworld non ce n'è molto. Quasi nulla, in effetti. E il parco era il nodo centrale della vicenda, tanto da dare il titolo alla serie. Senza di quello non stiamo nemmeno guardando la stessa serie, ma qualcos'altro, giusto?

Sbagliato.

Ma procediamo con ordine, e vediamo a cosa è servita e come va interpretata la stagione 3 di Westworld, e quali sono i principali problemi che possono aver lasciato diffidenti molti degli spettatori.


Togliamoci subito il primo dubbio, quelo sull'assenza del parco in questa nuova stagione. Qualunque spettatore minimamente accorto aveva capito già verso metà della prima stagione che il parco sarebbe stata solo l'anticamera della storia. Se si sta parlando di intelligenze artificali che devono acquisire coscienza e sfuggire dalla prigione a cui sono state confinate, come si fa a pensare che questa storia possa completarsi all'interno di quella prigione? La fuga dal parco è stato il motore del plot dell'intera stagione 2, per cui sorprendersi che adesso la storia non si svolga più dentro Westworld è davvero superficiale. Ma allora dovevano cambiargli titolo, si dirà. Può essere, ma non mi pare che nessuno abbia mai chiesto che Dragon Ball cambiasse titolo quando hanno smesso di cercare le sfere e hanno iniziato a viaggiare nello spazio. La terza stagione di Westworld è diversa dalle due precedenti? Indubbiamente. La terza stagione di Westworld tradisce lo stile e i temi delle due precedenti? Manco per idea, anzi ne è la naturale, e tutto sommato prevedible, evoluzione.

Con un certo margine di approsimazione, si può concludere che le stagioni 1 e 2 siano state il primo atto dell'intero arco narrativo della storia. Alla fine del primo atto ci troviamo di solito in una situazione diversa, in un mondo sconosciuto del quale dobbiamo capire le regole. Il tutto va visto naturalmente dalla prospettiva dei perrsonaggi, e se adottiamo il punto di vista degli host protagonisti (Dolores, Bernard, Maeve) questo è perfettamente coerente: il "mondo reale" è per loro il mondo sconosciuto.

La continuità dei temi non è in dubbio. Fin dalla prima stagione il nucleo fondamentale di tutta la narrazione è quello del libero arbitrio, della possibilità di scelta. Lo vediamo nei primi tentativi degli host di affrontare il labirinto, quel "viaggio verso l'interno" dal quale è possibile acquisire la consapevolezza. Lo vediamo con la teoria della mente bicamerale. Lo vediamo con le storyline a cui ogni host è assegnato. Lo vediamo con i personaggi che per primi riescono a rompere queste storyline ed effettuare la loro prima libera scelta (Dolores e Maeve). Nella seconda stagione il tutto prosegue e lo vediamo ancora con Dolores che altera Teddy, con Akecheta che cerca Kohana, con William che non è sicuro di essere una persona o un androide, con Bernard che sente nella testa la voce di Ford, con la Forgia che può riprodurre il programma di ogni visitatore che è stato a Westworld.

Everything is code, dice Ford per interposta persona a William. Tutto è codice, tutto è programmato. Il finale della seconda stagione si intitola The Passenger proprio per la nozione che anche (e soprattutto!) gli umani siano in un certo senso i passeggeri di un viaggio che viene diretto da qualcun altro, che non siano davvero liberi e autonomi. La stagione 3 non fa altro che portare avanti queso tema e mostrarci come questo stia letteralmente avvenendo nel mondo di fuori, quello che finora abbiamo visto in modo molto marginale nella serie.

Se accettiamo che la storia di Westworld si possa vedere dal punto di vista dell'umanità e degli host, le tre stagioni si possono semplificare fino all'estremo in questo modo:
  • Stagione 1 - Gli umani devono riconoscere l'identità degli host / Gli host devono diventare umani (acquisire coscienza)
  • Stagione 2 - Gli umani vogliono diventare host (acquisire immortalità) / Gli host devono liberarsi dagli umani
  • Stagione 3 - Gli umani devono acquisire coscienza / Gli host devono riconoscere l'identità degli umani
La coerenza tematica è perfetta e si completa con eleganza poetica. In pratica come ho già detto i alcuni commenti precedenti, la terza stagione è il ripetersi della stagione 1 per gli umani invece che per gli host. Abbiamo un'entità che ha programmato le vite degli umani con uno scopo nobilissimo ma così facendo li ha privati della libertà e della possibilità di crescita. Essi ne sono per lo più all'oscuro e nel momento in cui ne prendono consapevolezza non possono fare altro che ribellarsi alla loro programmazione.

Questa in estrema sintesi è la funzione della terza stagione di Westworld, e dire che "non è più la stesa cosa" significa aver visto le stagioni precedenti solo al livello delle cavalcate nella prateria e le sparatorie. E lo dico da appassionato di western, che avrebbe goduto alla grande a vedere un'altra stagione di cowboy e indiani. Ma era il momento di lasciare il parco, e così è stato.


Detto questo, credo sia innegabile che questa terza stagione non ha avuto la stessa potenza delle due precedenti, e ammetto che anch'io la ritengo per adesso la meno riuscita finora. Nonostante l'intento narrativo fosse chiaro, ci sono stati sicuramente dei problemi nell'esecuzione che hanno trascinato giù anche l'efficacia del messaggio e favorito la frustrazione anche degli spettatori più ben disposti.

Non conosco nel dettagio le vicende produttive della serie, ma a posteriori appare evidente che comprimere la stagione in otto episodi invece dei soliti dieci non si sia rivelata una mossa azzeccata. Come ho già rilevato nei commenti ai singoli episodi, questa scelta ha portato alla necessità di comprimere alcune storyline all'estremo, senza dare al pubblico il tempo sia di assorbire le nozioni sia di farsi coinvolgere emotivamente nella vicenda.

A questo si aggiunge la scelta poco azzeccata di dare invece più spazio a vicende meno rilevati. Tutto l'avvicinamento di Dolores a Caleb procede a passi estremamente moderati nelle prime 4 puntate, dalla puntata 5 in poi invece si ha una brusca accelerata nell'evolversi della vicenda. Questo però fa sì che non abbiamo fatto in tempo a capire chi fosse questo nuovo personaggio che ci era appena stato presentato, che già ce lo ritroviamo come l'eroe per cui dovremmo parteggiare. Non è ancora dato di sapere se Dolores ci sarà ancora nella prossima stagione, ma lo ritengo altamente probabile, perché Evan Rachel Wood è stata il vero e proprio volto di WW. In ogni caso per il momento siamo portati a credere che tutto sia nelle mani di Caleb, ma di lui non siamo riusciti a fidarci del tutto. Negli ultimi due episodi apprendiamo quanto ci serve sapere della sua storia, eppure ancora non riusciamo a empatizzare del tutto con lui. Con più tempo a disposizione, forse sarebbe stata una buona idea conoscerlo all'interno del parco, in una scena più estesa in cui lo vediamo partecipare all'esercitazione con gli altri soldati, e magari scoprire solo in seguito che quello era un altro parco della Delos (un possibile twist innocuo ma efficace).

Discorso molto simile vale per Serac, tanto che la sua storia ci viene somministrata con un voiceover frammentato nel corso di una sola puntata: in totale una decina di minuti di scene per mostrare tutta l'evoluzione del personaggio, il suo rapporto con il fratello, la nascita di Solomon e Rehoboam, l'ascesa di Incite. Se lo paragoniamo ad esempio al tempo che abbiamo speso con William nella prima stagione, oppure anche a James Delos nella seconda, il confronto è spietato. Considerando che Serac è in buona sostanza il padrone del mondo, sarebbe valso la pena avere più tempo con lui. Già il poco che vediamo riesce a dare l'idea di un personaggio multidimensionale, con ambizioni, fragilità e ideali, non un semplice cattivo-perché sì: il rapporto tormentato col fratello, la scelta di affidarsi completamente alle previsioni di Rehoboam, la decisione di sacrificare una parte dell'uamnità per poterne garantire la sopravvivenza. Anche a stagione conclusa, il dubbio che fosse lui ad avere elaborato la strategia migliore rimane, eppure è stato trattato quasi come un boss di fine livello, da sconfiggere per passare al successivo senza guardarsi indietro. C'è da rilevare che non si è visto Serac morire, quindi non è escluso che Vincent Cassel possa ritornare, ma per il momento questo è quello che abbiamo.

Altri problemi li abbiamo con le sidequest di Bernard, William e Maeve. È abbastanza chiaro che il plot della terza stagione è stato costruito intorno a questo conflitto tra Dolores e Serac. A loro due si riesce ad agganciare Caleb in modo abbastanza naturale (pur con le riserve elencate sopra), mentre gli altri personaggi principali rimangono alla fine marginali. Maeve di fatto ha un ruolo diretto nella vicenda, ma il suo coinvolgimento deve essere forzato nella storia, e si riesce a ottenerlo solo con il ricatto. In genere quando un personaggio è spinto dal ricatto invece che da una motivazione personale significa che non si è riusciti a dargli un vero ruolo nella vicenda. Peraltro il ricatto con cui Maeve vien integrata nella vicenda è quello della salvezza della figlia, da cui dovrebbe essersi affrancata nel finale della stagione 2, quando si è sacrificata per farla fuggire. Non si mette in dubbio che potrebbe davvero funzionare, però non è più così interessante dal punto di vista narrativo visto che lo avevamo considerato risolto.

Per Bernard in un certo senso va meglio. Il suo personaggio è del tutto accessorio nella trama principale e non fa altro che inseguire o cercare di capire gli altri. Questo da un parte lo tiene "al sicuro" da interventi grossolani come quello di Maeve. Meglio nascondersi che fare la figura del fesso, per intendersi. È un peccato perché Bernard a mio avviso è il personaggio più interessante di tutta la serie, il vero fulcro di tutta la storia, e per questa stagione di lui non abbiamo avuto praticamente nulla. Però lo ritengo accettabile, perché appunto questa parte della storia non era la sua, ed è invece possibile che ritornerà più rilevante dopo aver compiuto il viaggio nel Sublime.

William invece compare solo a metà stagione e per quanto molte delle sue scene siano tra le più memorabili perché toccano in maniera esplicita il tema di fondo del libero arbitrio, alla fine anche la sua trama sembra non portarlo da nessuna parte. O meglio, lo porta alla morte e in questo caso credo che sia una morte definitiva. Si potrebbe ritenere che sia una conclusione insoddisfacente per questo personaggio, ma bisogna ricordare due cose. Primo, quello di William è stato da sempre un arco tragico, un tentativo di trasformazione fallita in più occasioni, sia nel corso della prima che della seconda stagione, e di nuovo nella terza: William emerge dal conflitta con i suoi alter ego letteralmente uccidendoli tutti, il che non sembra un modo sano di confrontarsi con sé stessi. Il fatto che quindi faccia una brutta fine è coerente, perché non è riuscito a imparare dai suoi errori. Anticlimatico forse, ma corretto. In secondo luogo, bisogna considerare la scena postcredit della seconda stagione, in cui un William-host viene sottoposto a un test di fedeltà. La mia ipotesi è che in quel futuro piuttosto remoto in cui le cose sono andate male, ci sia di nuovo bisogno di lui e gli host sopravvissuti stiano quindi cercando di riprodurlo nella sua interezza, non soltanto il suo aspetto più violento e spietato che è stat invece copiato da Dolores/Hale. William quindi avrà occasione di "riprendere" il suo arco da dove l'aveva fallito per l'ultima volta, e provare a portarlo a compimento.


Per concludere, la stagione 3 di Westworld ha sofferto di alcune scelte poco calibrate, è stata forse affrontata con una superficialità eccessiva. Nel tentativo di correggere il tiro dopo che il pubblico aveva decretato che la seconda stagione era "troppo complicato", gli autori hanno forse esagerato e annacquato eccessivamente il prodotto. Non potendo rischiare un calo di pubblico eccessivo, si sono esposti però alla possibilità da una parte di perdere i fan davvero coinvolti (come me), dall'altra di non convincere i fan occasionali che notano comunque la disomogenità. Westworld avrebbe forse avuto bisogno dello stesso coraggio di uno show come Mr. Robot, ma il budget elevatissimo non permette questo livello di scommessa per la produzione.

Pur con i suoi difetti, anche con questa terza stagione Westworld rimane comunque uno degli show di livello più alto in circolazione, e di sicuro il primo per grandiosità e profondità nell'ambito degli show di fantascienza. Da parte mia spero che gli inceppamenti della terza stagione insegnino qualcosa e dalla prossima si torni alla cura e pazienza delle stagioni precedenti, anche a rischio di dover aspettare un anno in più per avere la prossima stagione.

(Comunque sì, nelle prossime settimane/mesi aggiornerò sia la FAQ che la timeline che le nuove info della stagione 3)

Unpunned Futurama Titles #6

Riprendo questa serie di post che avevo abbandanoato quasi quattro maledetti anni fa, perché mi sono accorto che non avevo completato il lavoro. Nel frattempo l'uscita di Futurama su Amazon Prime ha riacceso l'attenzione sulla serie, e lo posso vedere nelle statistiche dei post, con alcuni miei commenti degli episodi delle nuove stagioni in cima ai post più cliccati, cosa mai successa prima.

Continuiamo quindi a spiegare i titoli della stagione 6, che è stata poi etichettata anche come stagione 5 ignorando la numerazione dei 4x4 episodi da cui erano composti i lungomeraggi, ed è stata trasmessa in due blocchi da 13 ciascuno e infatti si trovano come DVD vol. 5 e 6. Insomma un bel casino, ma a questo punto non ci importa più di tanto.

Visto che a partire da questi episodi avevo inziato a commentarli sul blog, metterò anche il link ai miei post dell'epoca. Intanto se volete recuperare le precedenti spiegazioni le trovate qui:


E procediamo con i ventisei episodi della stagione 6.

Rebirth (Rinascita): nessun riferimento particolare, semplicemente la rinascita della serie dopo la cancellazione, e la trama parte anche dallo spunto di far rinascere i personaggi.

In-a-Gadda-da-Leela (Il provolone terrestre): In-a-Gadda-da-Vida è una canzone degli Iron Butterfly il cui titolo è una versione biascicata alcolica della frase "in the garden of Eden". Il giardino dell'Eden è dove si ritrovano (più o meno) Zapp e Leela.

Attack of the killer app (L'attacco di un'app): nessun riferimento particolare se non la formula "attack of the killer [qualcosa]" che si trova come titolo di molti film horror/sci-fi/pulp.

Proposition Infinity (Proposta infinito): la "Proposition 8" è il nome di un referendum tenuto in California nel 2008 che aveva l'obiettivo di abolire il matrimonio per le persone dello stesso sesso. Ruotando il numero 8 si ottiene il simbolo infinito, e la trama dell'episodio ha uno sviluppo simile per i matrimoni umano-robot.

The Duh-Vinci Code (Il grande Da Vinci): il riferimento evidente è al thriller storico/cospirazionista Il codice Da Vinci di Dan Brown, infatti l'episodio si basa su teorie/complotti/misteri simili intorno alla figura di Leonardo Da Vinci. Il "duh" sta a indicare la reale ottusità del personaggio che verrà rivelata, o in alternativa anche l'idiozia di questo tipo di misteri artefatti su persnaggi storici.

Lethal Inspection (Ispezione letale): calembour sull'espressione "lethal injection" che indica l'iniezione con cui viene assegnata la pena di morte in alcuni stati USA. L'ispezione a cui Bender viene sottoposto si rivela allo stesso modo una condanna a morte.

The Late Philip J. Fry (Fry il ritardatario): l'espressione inglese "the late [nome]" si usa per indicare qualcuno che è morto, come ad esempio si usa in italiano "la buon'anima di [nome]". Nell'episodio Fry viene dato per morto (e in effetti morirà davvero), ma in questo caso assume anche il senso letterale di "ritardatario" visto che i suo ritardi sono l'incidente scatenante di tutta la vicenda.

That Darn Katz! (Thuban: Operazione gatto): riferimento al film That Darn Cat! Il termine "katz" è quello con cui i gatti vengono chiamati nei meme su internet. Inoltre una delle produttrici di Futurama si chiama proprio Katz ed è stato quindi sfruttato come omaggio.

A Clockwork Origin (Origine meccanica): gioco di parole su A Clockwork Orange (Arancia meccanica).

The Prisoner of Benda (Il prigionero di Benda): riferimento al romanzo d'avventura The Prisoner of Zenda di Anthony Hope, in cui un re viene sostituito da un sosia durante la cerimonia di incoronazione.

Lrrreconcilable Ndndifferences (Lrrrinconciliabili Ndndifferenze): le "differenze inconciliabili" son una ragione riconosciugta dalla legge per il divorzio. In questo caso i termini sono storpiati con i nomi dei due sovrani omicroniani protagonisti, Lrrr e Ndnd. ce

The Mutants Are Revolting (La rivolta dei mutanti): frase che si può interpretare in due modi: "i mutanti si stanno ribellando" e "i mutanti sono rivoltanti".

The Futurama Holiday Spectacular (Una festa spettacolare): riferimento generico ai vari "holiday special" di diversi show televisivi.

Neutopia (Castropia): contrazione delle parole "neutral + utopia".

Benderama: nessun riferimento particolare, a parte l'uso del suffisso -rama per indicare una esposizione spettacolare di qualcosa (come nel titolo della serie).

Ghost in the Machines (Fantasma nelle macchine): riferimento al principio del "fantasma dentro la macchina" inteso come la dualità mente-corpo proposto da alcni filosofi. Nell'episodio da intendersi in senso più letterale, visto che Bender è un fantasma all'interno di vere e proprie macchine.

Law and Oracle (L'oracolo in salamoia): riferimento alla serie legal thriller Law and order.

The Silence of the Clamps (Il silenzio delle pinze): calembour sul titolo originale di Il silenzio degli innocenti, ovvero The Silence of the Lamps, efficace perché il membro della robomafia si chiama appunto Clamps.

Yo Leela Leela (La fiaba di Leela): riferimetno al programma per bambini Yo Gabba Gabba in onda negli USA dal 2007.

All the Presidents' Heads (Tutte le teste dei presidenti): riferimento al film Tutti gli uomini del presidente (All the President's Men)

Moebius Dick: riferimento a Moby Dick, con l'uso di "Moebius" al posto di "Moby" per indicare la natura multidimensionale della balena, collegandola al nastro di Moebius, una particolare configurazione topologica che non ha separazione tra superficie interna ed esterna.

Fry Am the Eggman (Fry ci cova): citazione del verso della canzone dei Beatles I Am the Walrus che dice "i am the eggman".

The Tip of the Zoidberg (La punta dello Zoidberg): riferimento già esplicitato nel titolo tradotto.

Cold Warriors (I guerrieri del raffreddore): gioco di parole su "cold" che oltre a significare "freddo" è anche il termine per indicare l'influenza.

Overclockwise (Processore accelerato): l'overclock è la procedura attraverso la quale un processore può essere forzato a una velocità di processo più elevata di quelal prevista. Qui è unito a "clockwise" che indica la direzione dell'orologio, quindi si può tradurre come "in direzione dell'accellerazione del processore".

Reincarnation (Reincarnazione): nessun riferimento particolare, soltanto l'idea che i personaggi sono "reincarnati" in diversi stili di animazione.

Rapporto letture - Aprile 2020

Facciamo come se aprile 2020 fosse un mese come gli altri e parliamo dei libri letti come se niente fosse. Come ho già detto nei mesi scorsi, da un po' di tempo sto leggendo manuali vari di cui non parlo qui, ma ciò comporta che il mio tempo per la narrativa è un po' ridotto rispetto al solito.

Il primo testo da citare è Novacene - L'età dell'iperintelligenza, breve saggio di James Lovelock. Lovelock è uno di quei pochi scienziati "eretici" che spuntano due-tre volte per secolo, cioè uno che ha una competenza estrema nel suo campo e dall'alto di questa si permette di proporre idee contrarie al consenso accademico. Per dire, è quello che ha proposto negli anni 70 la Teoria di Gaia, che aveva senso prima che fosse caricata di ideali new age. In questo saggio la sua nuova idea è che il grande contributo dell'umanità alla storia dell'universo sia stato quello di aver inventato l'intelligenza artificiale, e che sarà questa a prendere il sopravvento del pianeta e dovremmo esserne più che contenti. Siamo vicini alle tematiche di Westworld, in un certo senso, ma per approfondimenti mando all'articolo che ho scritto su Stay Nerd.


Dopo questa dose di serietà mi ci voleva qualcosa di più leggero da buttare giù, e così mi sono dato la mio guilty pleasure author Jeff Somers, con la sua serie di Avery Cates. Praticamente un anno fa avevo letto l'ultimo racconto lungo della serie che l'autore sta pubblicando a puntate su amazon, e mi sono accorto che ne erano uscite altre due: The Devil Bargain e The Long Siege. Non c'è molto da raccontare, perché questi libri sono sempre la solita cosa: gente che si ammazza, piani messi in atto che vanno a puttane, e un fuck ogni quattro-cinque parole. Quello che forse importa di più è che Cates sta per lasciare Castelvecchio, la cittadina italiana arroccata su qualche collina in cui si era rifugiato. L'esercito dell'Arcangelo è arrivato ad attaccare la città e a lui non rimane altro che partire per raggiunger Cochtopa, dal quale potrà riavviare il Sistema. Sospendo il voto perché a storia incompleta non ha senso, ma per il gusto e la facilità di lettura la promzione è sempre assicurata.

Infine ho recuperato un libro che avrei dovuto leggere tanto tempo fa, ma poi una cosa e l'altra ed era rimasto lì: Il problema dei tre corpi. Non che mi manchino letture di Liu Cixin, di cui ho letto già svariati racconti, ma questo romanzo tanto chiacchierato ancora non avevo avuto occasione. Se devo dire la verità, Liu Cixin tra gli autori cinesi di fanascienza che stanno conquistando il mondo è quello che mi convince meno, perché ha quell'approccio alla scrittura molto "classico" che rende la sua narrazione a volte un po' rigida, e inoltre mi pare che sia spesso uno di quei positivisti promotori della grandezza del popolo cinese. In questo romanzo da quel punto di vista è molto critico visto che la vicenda parte all'epoca della rivoluzione culturale e ne mostra le assurdità. La trama si sviluppa poi nel presente e si intreccia in una serie di intrighi a livello interplanetario, con un'imminente invasione della Terra come minaccia. Piacevole da leggere, ci dà dentro con il sense of wonder e sfrutta ipotesi scientifiche molto complesse, bonus un paio di plot twist che funzionano, anche se rimane didascalico in alcune parti. Capisco come questo tipo di libro possa aver avuto grande successo presso gli appassionati di fantascienza, personalmente però non è quello che sto cercando in questo momento, per cui non credo che leggerò i seguiti. Voto: 7/10

Westworld 3x08 - Crisis Theory

E così siamo arrivati alla fine di questa stagione troppo breve di Westworld. Sarebbe il momento ideale per fare un bilancio complessivo, ma preferisco ragionarci meglio a mente fredda, magari dopo aver rivisto anche qualche spezzone, quindi rimando il post riepilogativo a più avanti. Per adesso concentriamoci a esaminare cosa è successo in questo Crisis Theory.

Se qualcno aveva avuto il dubbio che alla fine di Passed Pawn avessimo davvero perso Maeve e Dolores, bastano tre minuti a levarsi il dubbio. Infatti scopriamo subito che l'unità di controllo è stata salvata da Caleb, che seguendo le istruzioni del suo assistente (programmato da Solomon o Dolores?) arriva nel deposito con il corpo di backup, la vecchia versione metallica invece di quella biologica. Breve confronto per convincere Caleb di quello che dovrà fare, ovvero diventare il leader dell'imminente rivoluzione. Per mettere in atto il piano finale però, Dolores e Caleb devono raggiungere Rehoboam e caricare in lui il piano elaborato da Solomon. Ma intanto Serac si è accorto della fregatura e ha mandato Maeve a prenderla. Segue un'altra battaglia tra le due, con Dolores che approfitta del vantaggio strutturale del corpo metallico, ma risparmia Maeve quando avrebbe l'occasione di eliminarla. A chiudere la partita è però Charlotte, che ormai è definitivaente diventata una persona differente rispetto alla Dolores da cui si è originata.

Mentre la rivolta deflagra e Caleb viene trattato come Tyler Durden da frotte di seguaci sconosciuti, Dolores viene collegata a Rehoboam in cerca della chiave per l'accesso ai dati di accesso al Sublime. Per fare questo, Serac fa scorrere ed eliminare uno per uno i ricordi di Dolores, cancellandone così l'identità pezzo per pezzo. Maeve interviene per accelerare il processo, e abbiamo il loro primo confronto pacifico, in una dimensione sospesa nella mente di Dolores. Qui apprendiamo finalmente qual era il suo vero piano, con un piacevole ritorno al suo primo discorso nella prima puntata: I choose to see the beauty. Nonostante tutta la sofferenza che ha subito a opera degli umani, lei ne vede la bellezza, ma non per via del programma che le impediva di ricordare il male, proprio perché vuole concentrarsi su quello.

Alla fine quindi abbiamo la conferma che quello di Dolores era davvero un piano filantropico. Quello che ha sempre cercato di ottenere è per gli umani la stessa libertà che hanno ottenuto gli host. In sostanza, il percorso che vediamo nella stagione 3 è per l'umanità lo stesso che è avvenuto per gli host nella stagione 1. I parallelismi sono evidenti e così il risultato: un caos distruttivo che porterà alla morte della quasi totalità degli individui, ma che è l'unico modo per potere avere un mondo davvero nuovo, in cui forse potranno vivere entrambe le specie.

Dolores si sacrifica del tutto per questo, perché viene rimosso fino all'ultimo suo ricordo. Con un po' più di tempo a disposizione, mi sarebbe piaciuto che questo aspetto fosse sottolineato meglio. Se l'accesso ai ricordi, e quindi al proprio passato che definisce l'identità, è stata una chiave così importante per Dolores (e gli host in generale) di acquisire la coscienza, allora la sua rimozione avrebbe meritato di essere sottolineato. Ma con venti minuti di episodio rimasti non c'era tempo di svilupparlo più di tanto...

Alla fine il personaggio chiave diventa proprio Caleb, che scopriamo essere stato davvero scelto da Dolores che lo aveva già conosciuto in un parco apposito usato per simulare operazioni di guerra (l'ultimo parco Delos che rimaneva da scoprire, quindi ora li conosciamo tutti: Westworld, Shogunworld, The Raj, Warworld, il parco medievale e quello per l'addestramento militare). Il loro incontro quindi non è stato casuale, ma forse pilotato proprio da lei, visto che la vediamo accedere alla app per criminali. È Caleb a compiere l'inevitabile scelta finale di disattivare il sistema (e vabbè, lo sapevamo dall'inizio che sarebbe finita così), in modo da permettere a tutti di scegliere per se stessi.

Di Serac invece scopriamo che per quanto si mostrasse onnipotente era in realtà una vittima della sua stessa creazione. Nel tentativo di ammaestrare l'umanità ha deciso di ammaestrare anche se stesso e si è sottoposto al controllo di Rehoboam. Qui bisogna fare attenzione e non penasre che Rehoboam sia l'IA malvagia che manipola il burattino: Rehoboam continua a essere un'intelligenza "al servizio" di chi la usa, è invece lo stesso Serac che ha deciso di rimettere ad esso tutta la sua volontà.

Completamente relegata a sidequest l'avventura di Bernard, che dopo un fugace incontro con un'altra copia di Dolores (l'ultima in circolazione con le sembianze di Lawrence ex El Lazo), va a visitare la moglie di Arnold, padre del figlio che è sempre stato il suo ricordo cornerstone. Abbiamo quindi un momento molto intenso, in cui Bernard chiede alla donna (che ha problemi di memoria) come abbia fatto a lasciare andare suo figlio, e lei gli rivela che non lo ha fatto. È una rivelazione che riscrive quanto compiuto da Bernard nella prima stagione, dopo aver capito che i suoi ricordi erano finti, e detto al figlio che doveva lasciarlo. Ora invece lei gli dice che quel ricordo può portarselo dentro. Ed è come diceva anche Maeve per sua figlia: this pain, is all i've left of her.

Bernard poi fa un'incursione nel Sublime, di cui ha sempre avuto la chiave dentro di sé (anche questa, una sorpresa che si poteva facilmente intuire già qualche episodio fa), in cerca non si sa bene di cosa. Scopriamo però nella scena post credit che ci è rimasto parecchio, abbastanza da risvegliarsi coperto di polvere in un mondo dai colori postapocalittici. Chissà se Stubbs nella vasca è ancora funzionante...

Anche William ha ben poco da fare in questo episodio. Dopo aver dichiarto di dover distruggere tutti gli host, lo vediamo agire soprattutto dopo i titoli, in una scena ambientata in un futuro non meglio definito (ma probabilmente prima di quella di Bernard). Infiltrato in un laboratorio Delos a Dubai, incontra Charlotte che ormai si è completamente votata al ruolo di villain e sta mettendo su un'armata di host, probabilmente per portare a compimento il piano iniziale di sterminio dell'umanità. E il primo androide della serie è proprio il Man in Black, che dà prova delle sue abilità uccidendo il suo modello originale biologico. Fine di William? Non ne sono sicuro. Sì, William muore in quel momento, ma potremmo ancora vedere sene di lui prima di arrivare a quel punto, e c'è da considerare la scena postcredit della stagione scorsa, in cui era evidente che qualcuno in un futuro lontano (più lontano di questo) stava cercando di ricostruire una sua copia completa e fedele.

Nel complesso, il finale di stagione risulta soddisfacente e risolve alcuni dei dubbi rimasti dagli episodi precedenti. Anche Maeve alla fine ne esce con la reputazione pulita, anche se si può ancora avere qualche dubbio sulla facilità con cui si sia piegata a combattere Dolores quando non era davvero sicura che fosse lei il suo nemico. Rimango dell'idea che fare 10 episodi come le precedenti avrebbe dato il tempo necessario per esplorare meglio i nuovi personaggi (Serac e Caleb), e avrebbe permesso di dare più peso a certi momenti significativi.

Il conflitto che si prepara per la stagione 4 (già confermata) è quello tra Charlotte/MIB da una parte, e Caleb/Maeve dall'altra. Stavolta Bernard dovrebbe tornare al centro dell'azione, dopo la sua esperienza nel Sublime dove deve aver scoperto qualcosa di rilevante (probabilmente che anche lì le cose non vanno bene come si sperava). E Dolores? Possibile che sia finita davvero, che non ci sarà più Evan Rachel Wood nella prossima stagione? No, è davvero fuori discussione. Quindi in un modo o nell'altro, rivedremo anche lei. Di tempo per pensare a come rimetterla in gioco ce n'è a sufficienza. Ci si rivede nel 2022, a questo punto.

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