Leila

Che spasso questa golden age delle serie tv. Ogni settimane escono due o tre titoli diversi da bingare, contemporaneamente ne annunciano altri sette-otto, e altrettanti vengono cancellati senza troppo riguardo per la storia in corso. In quest'eterno buffet audiovisivo, già da tempo ho un atteggiamento di cauto isolamento, tenendomi a distanza dai punti in cui si affolla la ressa che puccia le mani nel vassoio senza sapere quante olive ascolane ci siano per arrivare al fondo. Molte delle serie più popolare degli ultimi anni le ho volutamente evitate, non per snobberia (o almeno non solo) ma perché c'è così tanto da mangiare che se assaggiassi tutto mi troverei subito iperglicemico.

Questo per dire che tra gli arbitrari criteri di selezione da me adottati, c'è anche quello di dare più attenzione alle cose che non provengono dal mondo anglofono. USA e UK sono notoriamente i produttori più assidui di serie tv, ma l'entrata di altri distributori nel gioco (Netflix su tutti), sta dando spazio anche ad altre Nazioni di far arrivare le loro serie su canali internazionali. Ed è proprio con questo criterio che mi sono andato a seguire serie come 3% (che nonostante il livello in calo, ha fatto da apripista a questa mia tendenza), Si no t'hagués conegut, Sintonia e infine, nelle settimane scorse, Leila.

Leila è una serie distopica indiana, che vede tra i suoi protaginisti alcune star del cinema d'oltrehimalaya come Huma Qureshi e Siddarth. Non mi aspetto che siano nomi familiari, perché il cinema indiano è una specie di realtà parallela che raramente tocca quella del cinema occidentale. La storia si basa sul romanzo omonimo di Prayaag Akbar, opportunamente adattata per la tv. Huma Qureshi interpreta la protagonista Shalini, una donna benestante nell'India pre-rivoluzione, prima che si instauri il regime dell'Aryavarta, che si basa su fondamentalismo religioso, segregazione razziale e sociale, propaganda. Nel prologo della serie Shalini, sposata con un musulmano, viene presa di mira da una banda di esaltati aryavartani: sua figlia viene rapita, il marito ucciso, e lei finisce in un centro di rieducazione per donne "impure". Qui trascorre due anni prima che la storia riprenda con il suo tentativo di fuggire dalla prigionia e andare in cerca di sua figlia, la Leila del titolo.

Volendo semplificare al massimo, si può inquadrare Leila come una versione indiana di The Handmaid's Tale. I punti tematici di fondo infatti sono molto simili: il fondamentalismo religioso al potere, la donna ridotta a ruolo di serva e procreatrice, gli inevitabili movimenti di resistenza contro il regime. Tuttavia non sarebbe corretto considerarla solo come una variazione sul tema, tanto per gli snodi della trama quanto per le differenze nell'ambientazione, che mostrando un mondo così diverso già in partenza da quello che conosciamo produce un senso di straniamento molto forte nello spettatore occidentale. La serie è ambientata in un futuro non troppo lontano, e ci sono brevissimi accenni di avanzamento tecnologico come proiezioni olografiche, ma la speculazione tecnologica non è assolutamente il punto centrale della storia, si tratta di aspetti secondari.

Un elemento di forte impatto è l'estrazione sociale di Shalini, che passa da essere tanto agiata da potersi permettere una piscina (e sulle prime si crederà che la ragione dell'attacco sia proprio questo spreco di acqua), a perdere qualunque status: nel centro di rieducazione femminile in cui passa due anni, le donne sono tanto umiliate che una viene fatta sposare ad un cane, per ribadire la sua condizione di sub-umanità. Il contrasto tra la sua vita di prima e quella di adesso emerge in diverse occasioni, e Shalini avrà modo di riflettere su come in precedenza la sua attitudine fosse tutt'altro che inclusiva e altruista. Anzi saranno proprio alcune delle azioni da lei compiute nella sua vita precedente a influenzare l'esito della sua ricerca della figlia. Nel suo viaggio nell'Aryavarta, Shalini si troverà a confrontarsi con altre persone che sono in un certo senso la rappresentazione di se stessa o di chi le stava vicino: la bambina orfana degli slum, la moglie dell'ingegnere che cade a sua volta in disgrazia, i suoi familiari e il braccio destro del dittatore Joshi, con cui ha un legame insospettato. Tutti questi personaggi hanno una loro funzione nel portare la donna a riconsiderare la vita trascorsa prima della prigionia.

Dal punto di vista tecnico la serie è sicuramente ben fatta, e un ruolo notevole lo assumono fotografia trucco e scenografie, che sono eccellenti nel mostrare il contrasto tra la realtà afosa e sudata del popolo rispetto a quella pulita e formale dell'élite. La recitazione è di buon livello, senza le teatralità che ci si può aspettare se si pensa al cinema bollywoodiano. Personalmente mi piace anche sentire gli attori parlare in hindi, con questo miscuglio di inglese dal forte accento e lingua locale.

C'è da rilevare che in patria Leila è stata accolta con parecchie critiche, perché il regime dell'Aryavarta è stato accusato di perpetrare un'agenda hindufobica, argomento a cui certe regioni dell'India sono piuttosto sensibili. Questo forse potrebbe anche influire sull'eventuale produzione di una seconda stagione, che non è ancora stata annunciata. La prima stagione finisce in un momento di altissima tensione, in cui Shalini è in bilico tra riottenere o perdere tutto, di nuovo. Sarebbe un peccato se la storia non fosse portata a compimento, ma si sa, questo è il rischio della golden age delle serie tv. In ogni caso a mio avviso la visione anche di questa prima parte merita, proprio per la prospettiva che la serie offre su una società di cui non conosciamo molto, e che in realtà sta assumendo un peso sempre più alto nell'equilibri globale.

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