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Film che non vedrete mai: Sei giorni sulla Terra

Di solito nell'occasionale rubrica di queto blog "film che non vedrete mai" propongo recensioni di film stranieri che con molta difficoltà arriveranno sul mercato italiano. Il caso vuole poi che io sia stato smentito, quando ad esempio con notevole ritardo Synecdoche, New York è sato doppiato e distribuito, ma l'idea di partenza è quella. In questo caso invece, le cose stanno diversamente. Questo infatti è un film italiano, per cui si presume che vi risulti molto facile da vedere. Solo che non lo farete: al termine di questo post saprete perché.

Sei giorni sulla Terra è un film del 2011 scritto e diretto da Varo Venturi (che interpreta anche un ruolo secondario). È un film di fantascienza, e già questo si può considerare un evento eccezionale, considerato che nel cinema italiano la sf è quasi inesistente (l'unico esempio notevole che mi viene in mente è Nirvana, ci sono poi alcuni prodotti ibridi come L'arrivo di Wang). Il tema principale del film è quello delle abduction, o comunque dell'influenza extraterrestre sull'umanità, ma in effetti ci si trova molto altro. Facciamo un piccolo riassunto, e avverto che ci saranno degli spoiler, non tanto sulla trama del film in sé quanto sulle idee che vi vengono esposte.

La storia segue le vicende del professor Davide Piso, un ufologo di fama internazionale con teorie molto particolari, che pratica abitualmente l'ipnosi regressiva sui pazienti che sono stati vittima di rapimenti alieni, per "estrarre" dal loro corpo le entità aliene che se ne impossessano. Lui ha infatti scoperto che è questo che gli extraterresti vogliono: gli umani sono il contenitore perfetto per la coscienza aliena e fonte di un'energia (di cui essi sono privi) chiamata fantasiosamente "anima". Gli alieni (al plurale, perché non si tratta di una sola ma di tredici razze, dai grigi ai rettiliani, dai nordici agli esseri di luce) hanno bisogno di anima per poter trascendere il loro stato attuale, ed è per questo che hanno opportunamente progettato la razza umana e tenuto sotto controllo la sua evoluzione con mirate alterazioni genetiche durante tutta la storia. La routine quotidiana di Piso cambia quando incontra Saturnia, una ragazza che a sua volta dice di essere stata rapita, e al cui interno il professore scopre la presenza di un'entità arcaica e potentissima, che si presenta come Hexabor di Ur. Hexabor non è solo un ospite nel corpo di Saturnia, ma lo può controllare a suo piacimento, ed è quindi il primo "successo" del millenario piano degli alieni. Intuendo la gravità del caso, Piso si rivolge ad altri specialisti per cercare di allontanare Hexabor, salvare Saturnia e incidentalmente tutta l'umanità.

Come già detto, la cosa sensazionale di questo film è la compresenza di decine di spunti in qualche modi afferenti a quelle che si possono classificare come "teorie del complotto". Non si tratta soltanto di abduction, antichi alieni, e connivenza dei governi mondiali con i poteri extraterrestri. Il film si spinge molto oltre, includendo nel quadro anche massoneria, esoterismo, satanismo, cabala e così via. Ogni dieci minuti un nuovo elemento si aggiunge alla storia, alimentando la rete interconnessa di complotti mondiali che fanno infine tutti capo al grande progetto di dominazione aliena. Tutto questo da una parte può sembrare esagerato, ma dall'altra, diciamolo, è davvero divertente. È come se stessimo guardando Mistero - Il film, scritto e diretto da Adam Kadmon. La forza di Sei giorni sulla Terra sta proprio nella sua spudorata connessione a tutte le più ridicole teorie del complotto (mancano giusto le scie chimiche e gli antivaccini), e nella capacità di collegarle tutte in modo anche originale, ad esempio mostrando le possessioni demoniache come un caso particolare di dominazione aliena, o con l'ingegnoso collegamento tra codici a barre e libro dell'Apocalisse. Per questo merita sicuramente la visione.

Quello che invece non regge più di tanto, è innanzitutto la trama, che dopo l'introduzione passa al solito plot thriller-poliziesco-spionistico, con il professore in fuga con la ragazza e i servizi segreti di mezzo mondo ad inseguirli, che sa tanto di già visto e di poliziottesco provinciale italiota. Inoltre le sequenze finali non sono chiarissime, anzi non sono sicuro che il finale sia davvero definito, ma forse questo rientra nelle intenzioni dell'autore. C'è da rilevare poi una certa carenza a livello tecnico, sia per quanto riguarda la recitazione che il montaggio e gli effetti speciali, piaga che sembra affliggere il cinema italiano di nicchia. Questi aspetti purtroppo vanno a discapito dell'eruzione di idee che sorregge la trama, rendendo la visione non troppo piacevole.

Ora, se dovessi sinceramente consigliare o meno questo film, sarei in dubbio. Questi aspetti al limite dell'amatoriale lo rendono una visione leggermente irritante, per cui ritengo che valga la pena impegnarsi solo se siete spettatori che godono nel veder espresse queste teorie assurde (come me), ma se ufologia e complotti vari vi lasciano indifferenti allora è meglio evitare. Peraltro non è nemmeno tanto facile da recuperare, io stesso l'ho scoperto e noleggatio in una videoteca (esistono ancora!). Per questo probabilmente rimarrà un film che non vedrete mai. Ma se vi siete incuriositi un minimo, concludo con il trailer, in modo da farvi decidere se spendere un'ora e quaranta in compagnia di Hexabor.



Un abbraccio, Adam.

Film che non vedrete mai: Upstream Color

Intanto vi rassicuro, questo non è diventato un blog a tema vermi, ed è solo una coincidenza se queste bestie sono tema ricorrente di due post consecutivi. In realtà a differenza di quello, il film in questione è piuttosto recente, e di tutt'altro livello. Rientra nella categoria dei film che non vedrete mai perché è improbabile che qualcuno decida mai di doppiarlo, anche se devo riconoscere che finora ho portato fortuna, poiché The Man from Earth ha in effetti avuto una sua traduzione e anche Synecdoche New York è finalmente arrivato in Italia a pochi mesi dal mio post. Quindi potrebbe esserci qualche possibilità che vediate anche questo in futuro, e ve lo auguro.

Iniziamo col contestualizzare: Upstream Color è un film del 2013 scritto e diretto da Shane Carruth. Il nome probabilmente non vi dice niente, a meno che non seguiate le produzioni cinematografiche collocate al di fuori dal mainstream, opere di autori misconosciuti ma con grande potenziale. Carruth ha raggiunto un certo livello di fama con il suo primo film Primer, una storia decisamente atipica di viaggio nel tempo. In realtà anche definirlo in questi termini è superficiale, perché Primer è un film complesso, a molteplici livelli di interpretazione, e se anche il viaggio nel tempo è presente in una forma diversa da quella con cui viene di solito presentato, il tema centrale del film è un altro. Devo anche ammettere che Primer è un film che mi ha richiesto più di una visione per riuscire a comprenderlo, e ancora non sono sicuro di esserci riuscito completamente.

Upstream Color è per certi versi affine al suo primo lavoro. Carruth, che oltre a scrivere e dirigere, interpreta anche un ruolo principale in entrambi, costruisce film fatti di pochi dialoghi ma di molti messaggi non verbali, e se questo già si vedeva in Primer, qui è ancora più accentuato. La cura tecnica del film è evidente e impeccabile, e in questo in particolare c'è un'attenzione elevatissima per la componente sonora, ma di questo parleremo tra poco.

La storia di Upstream Color non è facile da riassumere. Quanto segue è potenzialmente uno spoiler, ma in effetti credo che questo sia uno di quei film che non viene rovinato dal conoscerne lo svolgimento, perché la sequenza degli eventi non è la parte determinante. Pertanto mi sento di dire che potete leggere senza perdere nulla, ma se non volete saltate al prossimo paragrafo, o tornate dopo averlo visto. A parte alcune sequenze iniziali che assumeranno significato solo in seguito, il film inizia con un'aggressione alla protagonista Kris (Amy Seimetz), durante la quale le viene spinto in gola un piccolo verme. La creatura le si annida dentro, e la presenza del parassita la rende estremamente passiva e suggestionabile. L'aggressore ne approfitta per manipolarla in modo da farsi intestare tutti i suoi beni, dopodiché la abbandona così com'è. A questo punto entra in scena un personaggio enigmatico ma fondamentale, chiamato nei titoli di coda "The Sampler", il Campionatore (perché lo vediamo andare in giro a registrare e campionare suoni ambientali per farne poi della musica sperimentale... ma forse non solo per questo). Il Campionatore richiama a sé Kris (sempre con l'uso di particolari suoni) e poi esegue un'operazione di estrazione del parassita, trasferendolo nel corpo di un maiale, che alleva insieme ad altri in una fattoria isolata. La ragazza rientra poi a casa sua, frastornata e ignara di quanto successo, e gradualmente riprende contatto con la sua vita dopo alcune settimane di assenza, scoprendo che qualcosa non va. In seguito conosce Jeff (ecco Shane Carruth), e i due sembrano da subito avere un'affinità inspiegabile. Frequentandosi e condividendo esperienze e ricordi, arrivano a capire che c'è qualcosa che li accomuna: entrambi sono stati vittima del complesso furto eseguito tramite il parassita, ma non è solo questo: la connessione è più profonda, perché i loro "corrispondenti suini" sono a loro volta in contatto. Il collegamento tra uomini e maiali è chiaro ma indefinibile, si manifesta con il passaggio di sensazioni da un'estremità all'altra ma senza una vera presa di coscienza, e ha la sua massima espressioni quando la scrofa-Kris rimane incinta e viene poi privata dei suoi piccoli, prelevati dal Campionatore e gettati nel fiume. In una sequenza successiva apprenderemo che dai corpi in decomposizione dei cuccioli scaturiscono delle spore (scusate la pubblicità occulta) che vengono assorbite attraverso le radici da alcune piante, i cui fiori diventano blu e vengono appositamente raccolti, ed è da questi fiori che si trovano i piccoli bachi usati dal ladro per parassitare le sue vittime: il cerchio si completa, un ciclo vitale composto da più soggetti umani e non: il fiore - il parassita - il ladro - la vittima - il Campionatore - il maiale - le spore - il fiore, e così via. Questo ciclo verrà spezzato proprio da Kris, quando insieme a Jeff inizia a mettere a posto i pezzi di quanto è accaduto, e va in cerca dei suoni composti dal Campionatore, trovando proprio nella sua musica il collegamento mancante per raggiungere la fattoria in cui sono tenuti i maiali.


Dicevo prima che questo film ha molto da dire, ma lo fa senza usare parole. Chiaramente i personaggi parlano, ma i dialoghi sono una parte marginale del film, decisamente inferiori rispetto alle sole immagini e ai suoni. Questo è in effetti un film in cui la componente audio riveste un ruolo centrale, ed è uno degli aspetti che più mi ha colpito, poiché nel cinema è difficile che il suono sia sfruttato in modo completo (anche quando vengono prodotte eccellenti colonne sonore), e pure in questo caso il merito va a Carruth stesso, che ha composto anche la musica che accompagna il film (e di conseguenza anche le campionature). Non a caso il personaggio chiave dell'intera vicenda è proprio questo Campionatore, che passa le sue giornate tra registrare e riarrangiare suoni naturali e allevare i maiali parassitati. In effetti il ruolo del Campionatore non è del tutto chiaro, e non si capisce se la sua parte nel ciclo vitale parassita-fiore sia volontario o incidentale: è indubbiamente lui a permettere al ladro di acquisire i vermi, ma non sappiamo se ne è al corrente. Personalmente ritengo di no, ma la questione può essere interpretata. È anche da segnalare che le altre persone associate ai maiali sono chiamate nei titoli di code "The Sampled", i campionati: un indizio del fatto che il Campionatore non archivia e manovra solo i suoni, ma forse, volontariamente o meno, quelle stesse persone di cui racchiude una parte di coscienza all'interno dei suini. Non sappiamo perché lo faccia, ma è evidente che sa quello che sta facendo.

Ma qual è il senso di Upstream Color? Certo è già interessante il meccanismo del parassita, ed è notevole il dramma delle vittime del ladro, ma il film è troppo intelligente per fermarsi a questo livello superficiale degli eventi. Non è quello che succede a definire il significato dell'opera (e per questo mi preoccupavo relativamente di spoilerarlo), ma come lo spettatore percepisce questa serie di immagini, suoni. Come il verme che collega uomini e maiali in un modo profondo ma intangibile, anche il legame tra l'autore e lo spettatore è labile ma tangibile. C'è un messaggio che viene veicolato, a un livello più basso di quello verbale, quasi suggerito. La mia idea (sicuramente opinabile) è che il film cerchi di affrontare il concetto di identità, la definizione di sé: chi sono i protagonisti, chi sono davvero, nel momento in cui seguono le istruzioni di un ladro mediate da un verme? E quando avvertono le sensazioni di un maiale con il quale condividono un parassita? Il sottile entanglement che esiste tra Campionatore e Campionato, tramite un animale da allevamento in che modo influisce sulle loro vite? C'è una scena che in questo senso ritengo fondamentale, a circa due terzi del film: durante le loro uscite, Kris e Jeff si raccontano storie della loro infanzia, e queste si mescolano, si sovrappongono, al punto che quando uno racconta l'altro afferma che sta raccontando un suo aneddoto, che quella storia appartiene al suo passato e non a quello del compagno. Ecco allora, se il legame tra i due, subdolo e incomprensbile quanto può essere, porta le loro vite a sovrapporsi, che cosa rimane a distinguerli?


Non posso essere sicuro che questo sia davvero quanto Shane Carruth volesse trasmettere. Upstream Color è volutamente (e palesemente) un film aperto a interpretazioni, una storia che non ha un unico punto di vista, e che grazie all'utilizzo di un linguaggio non verbale può facilmente prestarsi a diversi approcci. È probabile che ci siano molti aspetti che non sono stato in grado di cogliere, perché già la seconda visione mi ha aiutato molto a mettere insieme i pezzi. In ogni caso, è sicuro che il film riesce a coinvolgere lo spettatore in modo profondo e trasmettere un messaggio (quale che sia) che raramente giunge così forte nel cinema contemporaneo.

Film che non vedrete mai: Synecdoche, New York

Synecdoche, New York è un film del 2008 scritto e diretto da Charlie Kaufman. Questa prima essenziale proposizione dovrebbe bastare a suscitare attenzione, ma se così non è stato, vedo di spiegarmi meglio. Forse il nome non vi è del tutto familiare, ma di Charlie Kaufman, se seguite un minimo il mondo cinematografico, avete sentito sicuramente parlare, almeno indirettamente. Kaufman è infatti piuttosto noto come sceneggiatore per aver scritto diversi film che, indipendentemente dal successo, si sono rivelati in un modo o nell'altro sorprendenti: a partire dall'iconico Essere John Malkovich del 1999, fino a Adaptation/Il ladro di orchidee, e l'immenso Eternal Sunshine of the Spotless Mind, film preferito in assoluto di chi scrive. Purtroppo, per una radicata stortura del mondo/mercato del cinema, l'autore di un film (soprattutto nel caso di sceneggiature originali) non ha mai una posizione di rilievo quanto i suoi interpreti o il regista. Per questo Kaufman rimane comunque una figura di secondo piano, anche se con registi moderni e innovativi come Michel Gondry e Spike Jonze (sì, quello che faceva le cazzate in Jackass, ma è pure un discreto regista) è riuscito a dare vita a pellicole davvero memorabili. È riuscito, addirittura, a dare spessore a un film diretto da George Clooney (sì: George Clooney regista) che racconta la storia di un autore televisivo, e ha pure avuto la sfacciataggine di scrivere un film con se stesso protagonista che scrive il film (ed è poi stato interpretato da un sorprendentemente valido Nicholas Cage). Tutti i suoi film si muovono in un territorio ambiguo tra il fantastico, il misterioso e il fantascientifico, mostrano a tratti elementi surreali, spesso autoironici, e si concludono con finali circolari o aperti. In tutti i casi, anche quando il tono è più leggero come in Human Nature, sicuramente non lasciano indifferenti. Insomma, non voglio dire che Charlie Kaufman sia il Re Mida contemporeaneo della sceneggiatura, ma penso che sia un ottimo esempio di come l'autore di un film sia determinante per la sua buona riuscita.

In Synecdoche, New York, per la prima volta Kaufman non è solo autore ma anche regista. Questo fa quindi pensare che il film sia l'espressione più genuina della sua "poetica" (non mi piace il termine, ma il senso è quello: il complesso di idee, temi, stili e strumenti comunicativi), e probabilmente è così. Attualmente, nonostante ci siano alcuni progetti in corso, non sono usciti altri suoi film successivi a questo, che non è arrivato in Italia e probabilmente, a questo punto, non arriverà più, renendolo di fatto un film che non vedrete mai. Il titolo è un gioco di parole di Schenectady, New York, località in cui si svolge per lo più la storia (lo scopro grazie a wikipedia, ma io non sono newyorchese e non potevo saperlo), ma, se ricordate le lezioni di letteratura del liceo, riconoscerete anche la parola "sineddoche", che è quella figura retorica con la quale si utilizza la parte di un oggetto per rappresentare il tutto, o viceversa.

La trama è in un certo senso abbastanza semplice da riassumere: il protagonista è Caden Cotard, un regista teatrale (interpretato da Philip Seymour Hoffmann) complessato e depresso, la cui famiglia (la moglie Adele [Catherine Keener], e la figlia Olive) si sta disgregando. Inaspettatamente, Cotard riceve un prestigioso premio che gli permette di mettere insieme un grandioso spettacolo tutto suo, e in cerca dell'idea adatta inizia a ricostruire e riprodurre in un gigantesco studio la sua vita, la sua città, il suo mondo. La "storia" è praticamente solo questa, ma lo svolgimento è estremamente complesso. Infatti, mentre nel "mondo reale" Cotard cerca di rintracciare la figlia, portata a Berlino dalla madre, nel suo spettacolo coinvolge centinaia di persone, come personaggi principali, comparse e "doppi", così che progressivamente il confine tra la realtà e la rappresentazione si assottiglia sempre di più, quando ogni doppio (ne esiste anche uno di Cotard stesso) prende non solo a copiare il suo "originale", ma ad anticiparlo, e richiede a sua volta un doppio (quindi "triplo") che lo interpreti. Lo stesso gigantesco set, che riproduce dapprima solo una strada, poi un quartiere, poi un'intera città, si allarga fino a comprendere un altro set identico a se stesso, che ha all'interno tutti gli stessi elementi del primo... incluso un terzo set. La sineddoche del titolo è quindi evidente, con successive stratificazioni di livelli di "finzione" che devono rappresentare quello adiacente, ma a questo si sovrappongono e intrecciano, andando a costituire così uno strato del tutto autonomo e autentico. In tutto questo, Cotard trascorre anni e decenni, quasi ignaro del passare del tempo, cercando di trovare la giusta storia da inscenare. Lo si vede invechiare durante il film, appassire sempre di più, pur cercando, per quanto possibile (e spesso non lo è, o è troppo tardi) di riappacificarsi col suo tormentato passato.

Questo film, assurdamente, non è tanto facile da descrivere quanto lo è da analizzare. Gli elementi metaforici e simbolici, i riferimenti e le citazioni, sono così frequenti ed evidenti che di fatto costituiscono il messaggio che emerge, la parte che rappresenta il tutto, la sineddoche che l'autore/regista vuole mostrare. Il tema di fondo è, a conti fatti, la vita stessa, e non nel senso in cui qualunque opera, per definizione, discende dalla vita dei suoi autori, ma proprio perché nella complessiva figura retorica che il film rappresenta, ogni parte è il tutto, e le vite dei personaggi/attori/protagonisti, come emerge proprio nelle sequenze finali, sono esse stesse le storie principali: la storia di Cotard non è la sua, ma è quella di tutti, e quella di ognuno è quella di ogni altro, in una sorta di olismo che tuttavia non ha niente della mistica new-age.

Come in tutti i film di Kaufman, ci sono dei dettagli surreali, primo fra tutti l'immenso capannone che fa da set allo spettacolo, capace di contenere a sua volta un capannone che contiene un capannone, in aperta violazione di un preciso criterio dimensionale, ma a favore della solita metafora che deriva dal titolo. Si trova poi la casa in fiamme, che Hazel, l'assistente di Cotard, acquista così com'è, e in cui vive quotidianamente tra fuoco e fumo, accettandoli come fossero soltanto complementi d'arredo. Il tema del cambiamento di scala viene poi riflesso da un lato nel tentativo di Cotard di rimettere in scena tutta la sua realtà, e dall'altro nel lavoro di sua moglie, di fatto principale "antagonista", che dipinge ritratti minuscoli, che rimpiccioliscono sempre di più nel corso del film: mentre lui aumenta di dimensione, andando a includere sempre maggiori particolari e particolari dei particolari, Adele fa l'opposto, riducendo sempre di più, ma non di meno riuscendo a suo modo a mostrare il tutto che ha in mente. Ci sono in effetti decine di altri dettagli, apparentemente marginali, come il rapporto con Olive, la percezione del tempo, la continua mise en abyme (che ricorreva anche in Adaptation) per cui si assiste alla stessa scena più volte, ma riprodotta a diversi livelli da diverse persone con diversi significati, l'auricolare che nell'ultima parte suggerisce ai personaggi come muoversi, e riassume, nel drammatico, devastante finale, quanto fino a quel momento Cotard stesso aveva cercato di capire, e solo all'ultimo istante realizza.

Volendo paragonarlo con uno dei film precedenti, l'affinità maggiore è proprio con Adaptation, in cui Nicholas Cage interpreta lo stesso Kaufman alle prese con la sceneggiatura del film. Come il Kaufman di questo film, Cotard è insicuro, paranoico, quasi ossessivo-compulsivo, socialmente inadatto, sessualmente represso e profondamente depresso. Non è da escludere che questa tipologia di personalità sia quella del "vero" Charlie Kaufman, e che portarla su schermo sia un modo per esorcizzarla, ma non mi voglio spingere fino alle analisi psicologiche che comunque non aggiungerebbero molto. Di certo, il senso finale delle due pellicole è abbastanza diverso, forse perché Adaptation ha una vera e propria svolta dopo la metà, quando Kaufman chiede al suo (inesistente) gemello di scrivere lui il film, cambiando completamente tono alla storia. In Synecdoche, New York non sembra esserci un riscatto finale, e anzi proprio nelle ultime immagini tutto confluisce nel disastro e nella distruzione di quanto affermato, ma questo, d'altra parte, era il significato ultimo, quello che fin dall'inizio l'autore cercava di mostrare, e la lunga sineddoche si riannoda quindi manifestandosi un'ultima volta.

Parlando del lato tecnico, il film è ineccepibile, curato in tutti i dettagli, dalle scenografie (che pure hanno sempre un che di claustrofobico, visto che ogni volta che ci si trova sul set che appare come una città siamo in realtà dentro un capannone) alla colonna sonora di Jon Brion (già compositore per Eternal Sunshine of the Spotless Mind). Gli attori stessi sono ottimi, a partire da Hoffmann fino alla Keener, attrice a quanto pare molto cara a Kaufman, visto che appare in metà dei suoi film. Eccellente è anche il livello di coinvolgimento dei "doppi", che nonostante l'apparenza fisica diversa riescono a interpretare un personaggio che interpreta un personaggio, mantenendo tanto la loro parte quanto quella del loro "originale". Sì, è un discorso contorto, ma deriva da un'opera decisamente non lineare, e non posso esprimermi più chiaramente di così.

Synecdoche, New York, in definitiva, è un film complesso, che richiede una notevole attenzione e trasmette una certa angoscia. Non è un film da guardare una sera qualunque, con due amici o con la fidanzata. Anzi, forse è proprio il tipo di film che è bene guardarsi da soli, in silenzio e al buio, per potersi concentrare su quanto viene detto e quanto viene lasciato intuire. Non sarà facile digerirlo, ma ne vale la pena.

Impossible Movies Project: Foundation

Importante: leggere la nota in fondo al post!



Ogni volta che viene annunciata la trasposizione sullo schermo uno dei grandi "classici" della fantascienza, il fandom trema. Prima ancora che vengano dichiarati (o solo ipotizzati) attori, registi, sceneggiatori, si alza un coro di "NOOOOOO!!! NON ROVINATE ANCHE QUESTO!!!" che non sente ragioni. D'altra parte, si sa che il fandom è fanatico per definizione. Ma in certi casi il timore è più giustificato di altri: un conto è quando viene annunciato un Ridley Scott a dirigere The Forever War, un altro è quando si parla di Roland Emmerich alla regia di Foundation. Sì, stiamo parlando proprio della Fondazione di Asimov, la serie di racconti che costituisce essenzialmente la spina dorsale dell'età dell'oro della fantascienza. Stavolta è normale preoccuparsi.

Non solo è normale, ma, col senno di poi, è anche del tutto appropriato. Perché dei racconti di Asimov in questo film c'è vervamente poco, se non i nomi dei personaggi. Ma procediamo con ordine.

La trama, innanzitutto. Per chi non la conoscesse, la serie della Fondazione racconta di un lontano futuro, in cui l'umanità si è ormai sparsa su migliaia di mondi in tutta la galassia, e parte con il crollo dell'Impero che per dodicimila anni ha dominato su tutto l'universo conosciuto. La figura chiave della storia è Hari Seldon, il matematico che, avvertendo l'imminente fine dell'Impero, elabora la psicostoriografia (o psicostoria, a seconda delle traduzioni), una complessa scienza matematico-sociale in grado di prevedere il comportamento delle persone (o meglio: gruppi molto numerosi di persone, un principio analogo a quello della previsione del comportamento delle molecole). Grazie all'applicazione di questa disciplina, Seldon elabora un piano, il "Piano Seldon" appunto, con il quale intende controllare il periodo di barbarie che sarebbe seguito all crollo dell'Impero e far sorgere nel giro di un solo millennio una nuova civiltà. A tal scopo, istituisce una "Fondazione" su un pianeta remoto, Terminus, con l'obiettivo dichiarato di redigere un'Enciclopedia Galattica che raccolga tutto il sapere dell'umanità, ma con l'obiettivo nascosto (almeno all'inizio) di essere il nucleo da cui sorgerà il nuovo Impero. La storia della Fondazione parte da qui, e si dipana quindi nel corso di interi secoli, con personaggi che si avvicendano alla risoluzione delle varie "crisi" che via via mettono in pericolo la sopravvivenza della Fondazione (e di conseguenza della civiltà). Riassumere la trama della serie è pertanto molto complicato, ancora di più se si includono, oltre alla serie di racconti degli anni 50, anche i successivi romanzi che fanno da prequel e sequel, e qui sta la prima difficoltà che qualunque sceneggiatore avrebbe incontrato. Come si può condensare in due ore una storia che si dipana su oltre cinque secoli, con decine di personaggi differenti? Non si può, in effetti, senza stravolgerne la natura, ed era questa la prima obiezione del fandom. Il film infatti si concentra su un momento particolare della storia della Fondazione, forse il più turbolento, e mescola in questo calderone una serie di nomi, nozioni ed eventi che appartengono a contesti diversi. Il risultato è un minestrone dal sapore indefinito, in grado non solo di deludere gli appassionati della serie, ma di lasciare indifferente anche il nuovo pubblico del film.

C'è di buono che riassumere la trama del film risulta molto più agile rispetto ai libri (seguono pesanti spoiler!). Si comincia con la voce fuori campo di un'anziana Arkady Darell, che impegnata a redigere le sue memorie, racconta di "come ebbe inizio tutto". La scena si sposta quindi all'interno della Volta del Tempo, l'anfiteatro in cui, a ogni crisi prevista dal Piano, le registrazioni olografiche di Hari Seldon appaiono per guidare gli uomini futuri. La registrazione del vecchio matematico sulla sedia a rotelle è in pratica l'unica apparizione di Seldon, che porta la faccia di un malandato Harrison Ford non troppo ispirato, che sembra interpretare un cameo più che un ruolo vero e proprio. Si scopre così che ci troviamo nell'epoca del Mule, ed è quasi scontato che sia così, dato che il mutante telepatico è in effetti l'unico "villain" in senso stretto della serie. Mentre tutti i presenti si aspettano che Seldon dica loro come difendersi dal Mule, il suo esercito attacca Terminus, e sottomette in poco tempo le forze della Fondazione, che è costretta a cedere. Nel trambusto generale dell'attacco, tra esplosioni di "laser atomici" e edifici che crollano, una ragazza in fuga inciampa praticamente in un nano deforme riverso al suolo, dopodiché entrambi vengono tratti in salvo da una donna incappucciata e condotti verso un'astronave in partenza. La donna contratta un passaggio sulla Far Star con il capitano, che si rivela poi essere Hober Mallow (uno degli eroi della prima parte della saga della Fondazione, che tecnicamente all'epoca del Mule dovrebbe essere morto da un centinaio d'anni), mentre il nano (Peter Dinklage, perché quando serve un attore nano pare ci sia solo lui a disposizione) è Magnifico, ex "giullare di corte" del Mule... anche se chi ha letto la serie sa bene come stanno le cose in realtà. A questo punto bisognerebbe soffermarsi un minuto sugli attori che interpretano Arkady e Hober: rispettivamente Kristen Stewart e Nicholas Hoult. Se i nomi non vi dicono nulla, googlateli e notate le prime locandine su cui appaiono le loro facce. La scelta di questi due attori dovrebbe già dirla lunga sul target e il tono che si è voluto dare alla storia... ma se ciò non bastasse, ci pensa anche il seguito del film. Tutta la parte centrale è un susseguirsi di fughe da un pianeta all'altro, battaglie nello spazio e sulla superficie, e ostentazione di segreti che non sono tali. A un certo punto si scopre che l'anziana donna che ha soccorso Arkady non è altri che Wanda Seldon, bisnipote di Hari, che convince Hober Mallow della necessità di scovare la Seconda Fondazione, l'entità quasi leggendaria che vigila su Terminus affinché il Piano segua la sua strada per tutti i mille anni previsti. Tuttavia, per quanto sia sicura che la Seconda Fondazione esiste (una specie di segreto di famiglia), la signora Seldon non sa dove si trovi. In seguito, ancora in fuga dalle truppe del Mule, sulla Far Star si imbarca anche uno Sean Bean in tunica che puzza di Seconda Fondazione lontano un miglio. Magnifico naturalmente si innamora di Arkady, ignaro che lei abbia già consumato col capitano della nave, e la cosa fa incazzare il nano, che dimostra di essere piuttosto stronzo e fa nascere qualche sospetto sulla sua vera identità. La combriccola intanto si è recata su Trantor, ex capitale dell'Impero, per accedere agli sterminati archivi della Biblioteca Imperiale dove Walda Seldon pensa di poter trovare indizi sulla collocazione della Seconda Fondazione. Quando poi la donna annuncia di aver scoperto dove si trova e fa per rivelarlo, Arkady la uccide prima che possa parlare, e dalla reazione di Magnifico si scopre che lui è proprio il Mule, e che non aspettava altro che scoprire dove si trovassero i suoi avversari dotati dei suoi stessi poteri, gli unici in grado di fermarlo. Mallow deve dimostrare di essere un duro e lo sfonda di cazzotti, ma poco dopo viene annientato dal "tocco mentale" del mutante, che sembra intenzionato a sottomettere tutti e chiuderla lì. Solo a quel punto si fa avanti Preem Palver, che si rivela a sua volta per essere il Primo Oratore, cioè una specie di presidente della Seconda Fondazione, e ingaggia con il Mule una battaglia mentale, riuscendo, con l'aiuto di Arkady (!!!) a sconfiggerlo. Eseguito il lavoro sporco, racconta a tutti come stanno le cose, rivela l'ubicazione della Seconda Fondazione (ce l'hanno sotto i piedi...) e poi decide di cancellare a tutti la memoria, perché la sua gente deve operare in segreto per poter essere efficace nel perpetrare il Piano Seldon. Si torna quindi alla vecchia Arkady Darell, che a quanto pare da sessant'anni a questa parte sta accudendo l'Hober Mallow reso invalido dall'attacco del Mule, e il Mule stesso regredito allo stato mentale di bambino e ormai innocuo. E tutti, apparentemente, sono felici così.


Forse mi sono dilungato anche troppo nel descrivere la trama, ma trattandosi di una storia tanto diversa da quella che leggiamo nei libri, per poter descrivere il film era necessario srotolarla tutta. Dei racconti originali, come dicevo all'inizio, abbiamo i nomi, e una generica caratterizzazione di base dei personaggi. Anche alcuni eventi sono tratti dalla carta: l'attacco a Terminus, la fuga su Trantor, l'omicidio della persona che scopre l'ubicazione della Seconda Fondazione, lo scontro tra il Mule e il Primo Oratore e così via, sono avvenimenti familiari a chi ha letto la serie. Ma qui sono buttati tutti insieme, forzosamente intrecciati per dare corpo a una storia che, per come viene mostrata, dice veramente poco. Per fare un paragone efficace, si può pensare al film "tratto" da Io, robot: anche lì non si faceva altro che mettere insieme qualche nome e tema di fondo per un film d'azione con qualche elemento sf. Le interpretazioni degli attori non sono tutte allo stesso livello: se Dinklage al solito è impeccabile, e Hoult tutto sommato fa una buona impressione, la Stewart è piuttosto insipida (ma chi si aspettava diversamente?) e pure Bean non sembra metterci grande passione (forse a disagio per il fatto che in questo film non muore, che è la cosa che gli riesce meglio...). E ho già parlato del cameo di Ford, giusto? Naturalmente al tutto deve essere anche aggiunta la componente "sentimentale" (pressoché assente nella storia originale), ed è chiaro che la giovane ragazza e il bel capitano non possono non finire a letto insieme. Cosa che di per sé non è negativa a priori, ma che, come molte altre, appare forzata e innaturale, messa lì solo perché "ci deve essere".

Con questo non voglio dire che Foundation sia sgradevole: il ritmo è buono, le sorprese ben cadenzate, l'azione non manca. Si passa pur sempre un paio d'ore di buon intrattenimento, non è un film di quelli che ti fanno strascicare le gambe in terra dall'esasperazione. Per capirsi, anche Independence Day si guarda volentieri, no? Tuttavia, è irritante constatare come, ancora una volta, è stata completamente stravolta un'idea di fondo storica, per trarne un prodotto "commerciale". A dimostrare queste intenzioni è innanzitutto il cast, ma anche la faciloneria con cui sono stati mischiati tutti gli elementi. Per non parlare dei plot hole... uno su tutti: se alla fine Preem Palver ha rimosso il ricordo della Seconda Fondazione a tutti i presenti, come fa Arkady a raccontarlo? Ci sono anche altri aspetti nebulosi, ma stare ad elencarli è superfluo, basti sapere che, pur ignorando la storia nella sua forma originale, non si rimane del tutto convinti da quelloche si vede sullo schermo. Tutto ciò però conferma questa triste tendenza hollywoodiana di snaturare i prodotti di valore, prendendo quel che basta per giustificare un titolo che si lega alla tradizione ma alterando tutto il resto.

Non dico che io avrei saputo fare di meglio. Per la verità, non credo che il problema sia tanto Emmerich alla regia piuttosto che Nolan. Il fatto è che la Fondazione non è fatta per essere proiettata sullo schermo. Per la sua stessa natura, questa storia non è adatta a una trasposizione cinematografica (o anche in serie televisiva), vista la prospettiva storica impossibile da concentrare in uno spazio così ridotto. Personalmente, era questo che mi portava a gridare "NOOOOOO!!! NON ROVINATE ANCHE QUESTO!!!", la consapevolezza che, in ogni caso, il vero spirito della serie di Asimov sarebbe stato tradito. E purtroppo, come spesso accade, il tempo mi ha dato ragione.



Nota: il film Foundation non esiste. Questo mio lungo articolo è la risposta all'iniziativa Impossible Movies Project lanciata sul blog Minuetto Express. Il fatto che il film però non esista non vuol dire che me lo sono inventato. Di un Roland Emmerich alla regia di una trasposizione della Fondazione si parla da anni, fortunatamente senza sviluppi concreti, ma pare un progetto tuttora aperto e potenzialmente realizzabile. Visto che con ogni probabilità si tratta di fatto di un "film che non vedrete mai", ho deciso di proporlo in questa rubrica. Purtroppo non sono abbastanza abile in termini di manipolazione grafica, e non sono riuscito a realizzare una locandina valida. Se qualcuno vuole prepararla al posto mio, la inserirò nel post.

Film che non vedrete mai: The Man from Earth

Inauguro con questo post una nuova rubrica di approfondimento in ambito cinematografico che si affianca a "dal libro al film". Qui tratterò occasionalmente di film poco conosciuti, difficili da reperire o per qualche inspiegabile ragione non disponibili in italiano, e che quindi non hanno raggiunto il grande pubblico. Film che quindi, con ogni probabilità, non vedrete mai, almeno che non ve li andiate proprio a cercare come ho fatto io. Naturalmente in tutti i casi c'è una ragione se io mi sono sopportato lo sforzo di cercarli e vederli, e pertanto meritano di essere commentati. A fine recensione potrete poi decidere se sia il caso di sbugiardare il titolo della nuova rubrica e guardarli davvero.

Rettifica: a post pubblicato, mi è stato segnalato che la versione italiana esiste! Il titolo è L'uomo che venne dalla Terra e dovrebbe essere disponibile in dvd. Le mie fonti non mi avevano informato della cosa, probabilmente perché è uscito direttamente per il mercato dvd e non è stato distribuito nei cinema. Ne consegue che il film in effetti potreste riuscire a vederlo, quindi è un scelta infelice come primo della nuova rubrica! La ritengo comunque una segnalazione interessante e lascio invariato il resto del post.

Detto questo, passiamo al tema del post. The Man from Earth (o alternativamente: Jerome Bixby's Man from Earth) è un film americano del 2007, ispirato a un racconto di Jerome Bixby, che ne ha poi curato la sceneggiatura fino in punto di morte (l'autore ha scritto numerosi episodi di serie come Stark Trek e The Twilight Zone). È un film indipendente e low budget, caratteristiche evidenti fin dalle prime immagini, anche se non si tratta certo di un prodotto amatoriale, considerato che è stato distribuito (non in italia), ha partecipato a concorsi internazionali e si è aggiudicato alcuni premi. La trama è molto semplice, anzi, quasi assente: tutto il film è in pratica una lunga conversazione tra il protagonista, John Oldman, professore universitario, e alcuni suoi colleghi, che sono andati a fargli visita prima della sua annunciata partenza. Stupiti dalla sua decisione di abbandonare il lavoro e allontanarsi dagli amici, i colleghi cercano di capire perché voglia andarsene. Dopo le iniziali resistenze, John afferma di essere un un Cro-Magnon di 14000 anni costretto a spostarsi di frequente per non destare sospetti sulla sua immortalità. Naturalmente gli altri lo prendono per uno scherzo, e lui stesso sembra non dare troppo peso alla sua presunta storia, ma la conversazione procede, e uno dopo l'altro vengono illustrati tutti i punti che renderebbero possibile (e plausibile) una vita tanto prolungata all'interno della civiltà umana, attraverso epoche, popoli e culture diverse. La discussione prende piede, e se all'inizio John ribatte alle obiezioni con ipotesi, lentamente le sue risposte si fanno più dirette, personali, e si inizia a sospettare che l'incredibile storia sia in effetti vera. John Oldman (o almeno, la persona che si fa chiamare attualmente così) infatti avrebbe vissuto tra i sumeri, i babilonesi, in estremo oriente, in Europa durante la peste, per poi emigrare in America e stabilirsi lì nel XVI secolo, continuando però a spostarsi ogni dieci anni per non farsi scoprire da chi potrebbe accorgersi che non invecchia. Nella sua lunga vita avrebbe conosciuto personaggi storici come il Buddha e Van Gogh, e ne avrebbe effettivamente impersonati altri... come Cristo. La conversazione raggiunge momenti di tensione piuttosto alti, e in più occasioni John è costretto a ritrattare quanto afferma, tanto che fino all'ultimo momento non è chiaro se lui stesso sia convinto del suo racconto o lo stia semplicemente inventando come una giustificazione e una provocazione. Alla fine, esasperati, i colleghi lo lasciano con un ultimo saluto, dopo che lui li ha rassicurati riguardo la sua storia. I dubbi tuttavia non sono del tutto dissipati, e un guizzo finale sembra fornire la risposta definitiva.

Come già detto, il film è a basso budget, infatti l'unica scenografia consiste in pratica nel soggiorno della casa del protagonista, dove si svolge tutta la discussione. Gli effetti speciali sono del tutto assenti, in quanto non necessari, e anche la colonna sonora è piuttosto contenuta. Ne consegue che letteralmente tutto il film è occupato dal dibattito tra i personaggi, sulla plausibilità della storia raccontata da John. Non c'è "azione", non ci sono approfondimenti psicologici o flashback, tutto si svolge nel presente e viene riferito direttamente dalla voce dei presenti. La struttura è quindi estremamente semplice, ma non per questo incapace di accumulare e rilasciare tensione. Tutto sta all'abilità degli attori, non esattamente dei professionisti hollywoodiani, e all'estremo fascino suscitato dall'argomento trattato: non solo l'immortalità in sé, ma come questa plasmi la vita della persona e, di fatto, la storia nel suo complesso. Messo alle strette quando gli altri cercano di coglierlo in fallo, John si difende abilmente, tanto che l'idea di un cavernicolo che accompagna l'umanità dall'alba dei tempi non appare più tanto incredibile. Quando poi vengono messi in campo argomenti filosofici e religiosi (come le affinità tra Buddha e Cristo), la posta si fa ancora più alta, ed è difficile rimanere insensibili alle potenziali implicazioni del racconto di Oldman (che, se ci fate caso, non è un nome casuale...).

Naturalmente l'immortalità non è un tema originale di per sé, e nel corso dei decenni sono state scritte moltissime opere i cui protagonisti sfuggono alla morte e devono confrontarsi con una dimensione diversa da quella umana "standard". Tuttavia, a differenza ad esempio di Highlanders, qui il problema è affrontato in maniera diversa: l'immortale non è un superuomo, che grazie al suo dono acquisisce potere e ricchezza; al contrario, la sua condizione lo spinge ai margini della società, e i suoi tentativi di intervento nella vita degli altri provocano conseguenze impreviste e perlopiù disastrose (come succede ai protagonisti stessi del film). Per la verità, prima di Bixby, L. Sprague De Camp nel 1939 aveva scritto un racconto, The Gnarly Man (L'uomo nodoso, forse reperibile in italiano se trovate il primo volume della raccolta Le grandi storie della SF curato da Isaac Asimov), in cui appunto un "uomo primitivo" (in questo caso un Neanderthal), dopo essere stato colpito da un fulmine si ritrovava immortale, e arrivava così ai giorni nostri. Il racconto procede però su toni ben diversi, mostrando ad esempio come alcune invenzioni della storia derivassero dalle necessità dell'uomo nodoso (come il brodo, che è stato inventato quando lui ha perso i denti per la prima volta). The Man from Earth assume una prospettiva ben diversa, più storica e profonda, e se anche l'idea di fondo non si può considerare del tutto nuova, questo non significa che sia da scartare (perché abbiamo imparato che le idee sono buone anche quando sono vecchie, vero?).

In definitiva, The Man from Earth è un film atipico nella struttura, ma assolutamente coinvolgente e illuminante. Difficilmente verrà mai trasposto in italiano, e non sono nemmeno sicuro che esistano sottotitoli applicabili alla versione originale, per cui se non avete abbastanza dimestichezza con l'inglese probabilmente questo rimarrà un film che non vedrete mai. In tal caso, dovrete accontentarvi del trailer: