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Interviste a Bruce Sterling + Vanni Santoni

In un'epoca in cui ancora aveva senso cercare di sviluppare un blog avevo inaugurato un'apposita rubrica dedicata alle interviste che avrei voluto dedicare a temi un po' estranei alla solita roba che trattavo qui, ma dopo un paio di post il progetto è naufragato perché i destinatari delle mie interviste non mi diedero retta, qualcuno nel frattempo è addirittura morto, quindi insomma, fine lì. Durante l'ultimo Lucca Comics mi è stato chiesto di poter intervistare qualche ospite e forte della mia esperienza di rubrica andata a male ho accettato.

Ho avuto così l'occasione di fare una chiacchierata con Bruce Sterling e Vanni Santoni, due personaggi che forse non hanno molto in comune tra loro ma che nei rispettivi campi hanno sicuramente qualcosa di interessante da dire. Le due interviste sono state poi pubblicate sul sito di RiLL da cui mi erano state commissionate (già che ero a Lucca per presentare il libro da loro edito, tanto valeva rendersi utili) quindi non le riporterò qui ma inseriro i rispettivi link:

Colgo l'occasione anche per segnalare che nel corso del Press Café tenuto da Sterling proprio a Lucca, a cui ero presente, il padre del cyberpunk (che si è dimostrato molto informato sulla scena fantascientifica italiana, come si legge anche nella mia intervista) ha citato tra le ultime novità interessanti pubblicate in Italia l'antologia Fanta-Scienza nella quale si trova anche un mio racconto. È stata una gradita sorpresa e anche l'occasione per presentarmi da lui con un sorrisone. Il video integrale della conferenza stampa (preso dal canale di Gerundiopresente che dovreste seguire, tacci vostri) è questo qui sotto, e intorno al minuto 28 potete ascoltare le sue parole su Fanta-Scienza.




Intervista a 6884

Avevo già annunciato che il mio principale proposito per le interviste era quello di dedicarmi all'ambito musicale, e dopo la prima (un po' anomala) a Parallàxis, eccoci davvero a un'intervista musicale. Il personaggio prescelto è 6884, dj e producer italiano con cui ho avuto a che fare in tempi remoti (diobono, saran passati 15 anni!?) e ho pensato potesse rappresentare un buon punto di partenza per illustrare la scena italiana dei "dj emergenti".

Non mi piace fornire la bio in apertura all'intervista, perché non voglio che il personaggio che presento sia inquadrato in partenza da un curriculum, quindi vi rimando alla pagina di 6884 (se non vi fosse ancora chiaro, questo è proprio il suo moniker: ma se per la strada lo chiamate Stefano, si gira lo stesso) e al suo profilo su Bandcamp per farvi un'idea di quello di cui stiamo parlando, e se vi va, potete poi tornare a leggere la chiacchierata mooolto informale che ci siamo fatti. Ho cercato di coprire sia aspetti più strettamente legati alla professione di dj, altri più generali riferiti alla musica elettronica, ed altri ancora del tutto estranei al discorso musicale.

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Iniziamo con una domanda quasi d'obbligo quando si parla di artisti nel campo della musica elettronica. Hai una qualche formazione musicale "classica"? Se sì, come ti aiuta nella tua produzione attuale, e se no come hai imparato a fare musica senza queste basi?
Argh, dopo tutto il tempo passato a maledire quei dj con la biografia "X si è avvicinato al mondo della musica suonando il flauto alle elementari" me la trovo addirittura come prima domanda? Sì, ho cominciato a masticare musica sin da piccino, intorno ai quattro anni, e devo dire che ne sono contento. A otto anni mi sono messo a studiare pianoforte, ma mai troppo (o abbastanza?) sul serio: se mi fossi impegnato di più, e non avessi avuto la fobia di esibirmi, avrei potuto ambire al conservatorio... e invece ho preferito rimanere per più di dieci anni al corso del dopolavoro, col maestro Gino (posso fare un saluto come in TV?). Come dicevano i Bluvertigo? "Sarei potuto diventare pianista"? Beh, poco male. Anche se non ho nessun diploma e per il buon Gino la musica contemporanea arrivava a Celentano, penso che la mia esperienza di quegli anni abbia aiutato enormemente, sia perché secondo me le idee in musica sono al 90% rielaborazione di quello che abbiamo ascoltato (ed imparato), sia perché una volta che l'idea si è formata so come metterla giù e sistemarla. Sinceramente io raccomanderei a tutti di farsi un po' le ossa su qualche strumento tradizionale, anche se posso solo immaginare quante hit (limitatamente ai nostri generi) siano state composte da gente che non ha idea di cosa siano gli accordi maggiori e minori. E fate studiare musica ai vostri figli, mi raccomando!

Dj e producer sono in teoria due figure distinte, spesso ma non necessariamente sovrapponibili, anche se oggi si tende a confonderle, tant'è che la famigerata Top 100 Dj di Dj Mag in realtà è praticamente una Top 100 Producer. Ti ritieni più abile in una di queste due attività, e in che modo una influenza l'altra?
Al di là del discutere la catastrofe sociale causata dal non saper distinguere i due ruoli, io credo di essere, specialmente ora, in massima parte un producer. Semplicemente perché essere un dj richiede un saper gestire il contatto con un pubblico, un relazionarsi con le persone in modo quasi fisico e in un intervallo dello spaziotempo ben delimitato (il set comincia a una certa ora e dura un certo tempo) a cui non sono quasi più abituato. In realtà sto cercando di ritornare "dal lato giusto della console" al più presto, anche perché penso di non essere affatto male e buona parte delle mie esperienze da dj sono state davvero fantastiche, ma non è per niente facile, specialmente quando sei uno che si fa miliardi di seghe mentali. In ogni caso non so se potrei considerarmi un "dj puro", visto che preferisco esibirmi in qualcosa che è una via di mezzo tra dj set e live, ma ne parliamo meglio dopo.  Purtroppo l'essere poco-dj vuol dire che sono spesso tra le nuvole quando si parla di che cosa va forte ora, chi è uscito su che etichette e via dicendo, e questo influenza un po' anche le produzioni, che sono più sincere ma meno vendibili: Jeff Mills ha dichiarato in un'intervista che si isola dagli altri sua sponte per non contaminare il suo stile, e l'idea mi piace... però io che non sono Jeff Mills non so se posso permettermi di dirlo. Essere un producer invece è per me un fare il tramite tra il mondo delle idee, dove vivono in forma potenziale le mie tracce, e il mondo terreno, dove quelle tracce diventano suono; è solo una questione tra me, la mia testa e il mio studio, ed è incredibilmente rilassante. Peccato per il rischio serio di scordarsi di mangiare, bere e dormire. Vorrei potesse essere il mio lavoro a tempo pieno.

Tu forse non te lo ricordi, ma io ho alcune tue vecchie tracce decisamente hardstyle, ad alto tasso di tamarraggine. Quello che suoni adesso invece è più inquadrabile nella minimal con elementi tech-house e una marcata influenza neo-trance. Oppure niente di tutto questo? In che modo definiresti il tuo genere?
Non rinnego nulla! Limitatamente alla musica elettronica, io sono partito da Gigi D'Agostino e Mauro Picotto (nel periodo Iguana e Komodo, per intenderci) per poi passare dalla trance stile Gouryella e avere il mio momento di protesta con l'hardstyle, negli anni del liceo e degli, a posteriori, insopportabili compagni radical chic. Poi vabbè, le cose cambiano ma qualcosa resta: nel frattempo "il mio genere" (ammesso che una cosa simile davvero esista) si sta definendo ma non smette mai di evolversi. Minimal, tech-house e neo-trance? Credo abbia senso, anche se preferisco spiegarmi in termini di altri artisti o etichette: in primis, mi sento vicino a cose melodiche (stile Kollektiv Turmstrasse e Stimming per dirne un paio) e atmosfere più rarefatte (Luke Hess, Echocord); in più adesso sto capendo un certo tipo di techno (Blawan, Shed, Regis) e ogni tanto mi sento di provare a parlare quella lingua lì: dai un'occhiata alla mia release su Physical Techno Records, un primo tentativo. Faccio fatica a deinirmi, o definire il mio genere, con poche parole. Visto che insisti, potrei provare con un "emotional techno", o "progressive tech-house"... però, visto? Detto così fa schifo. Accetto suggerimenti!

Insieme a Marco Mei hai fondato il progetto Bicycle Corporation. Come si lavora in coppia (dovremmo dire "in tandem?") sulla musica?
Non è un segreto che il lato tecnico delle produzioni sia completamente in mano mia anche come Bicycle Corporation, quindi da quel punto di vista non è un gran problema lavorare a distanza, ma il tandem (il senso di bicycle nel nostro nome è legato al fatto che ciascuno è una ruota della bici!) ha comunque un suo perché: Marco ha un bagaglio musicale preziosissimo, ha visto nascere la musica house e ha toccato con mano tutto quello che c'era prima. Col passare del tempo stiamo cercando di rendere Bicycle Corporation un'evoluzione di quel suono, allontanandolo da altre cose che voglio siano più personali, intime (vedi sopra "il mio genere", o il mio album, che è mio e basta) e lui sa dare una direzione a questo cambiamento. Ma soprattutto, a differenza mia, Marco è una persona con i piedi ben per terra, un'esperienza nel mondo reale (ha suonato in decine di paesi, ha visto posti incredibili, e tuttora non sta fermo un minuto) e una spigliatezza che bilanciano il mio non sapere mai bene che giorno sia.

Come ti poni, se ti poni in qualche modo, nell'eterna lotta che divide i dj tra i sostenitori di vinile, cd e laptop come supporto da usare in un dj set?
Sono sempre stato un feticista del vinile, non tanto come strumento da performance quanto come oggetto tangibile in sé, ma ad oggi ho dovuto limitare gli acquisti sia per motivi di costi che di spazio. Relativamente al cosa usare nei propri set, in approssimazione di ordine zero la mia linea guida è "fate come vi pare e non scassate la minchia". Ma nonostante sembri chiaro, ho le idee confuse anche su questa cosa. Io in questo periodo mi diverto di più a lavorare con Traktor in 4 canali, effetti esterni e via così, perché preferisco accostare più elementi rispetto all traccia che esce e la traccia che entra. Però mi è capitato spesso di sentire una differenza in termini di qualità sonora rispetto al tradizionale CDJ o vinile, e ancora non ho capito se è pura suggestione. E poi devo dire che, sarà una coincidenza o no, in nessuno dei set che mi sono rimasti veramente sotto la pelle negli scorsi dieci anni c'era traccia di computer. Sia chiaro che ho sentito molti ottimi set con Traktor o compagnia bella, ma sto parlando di quei set che quando ci ripensi ti vengono i brividi: Jerome Sydenham, Juan Atkins, Motor City Drum Ensemble. Forse l'approccio della vecchia guardia, il voler "semplicemente" farti viaggiare mettendo un disco dopo l'altro, non è del tutto sbagliato, e tutto ciò che c'è di più è "sovrastruttura e sodomia" (cit.). Però in effetti mi sono perso Sasha con 4 CDJ e 4 controller per effetti che pare essere stata un'esperienza mistica... insomma, sospendo il giudizio ancora per un po'. Nel frattempo, liberi tutti.

Hai un album pronto, ti manca solo qualcuno che te lo pubblichi. Come sai le attuali correnti di marketing impongono che dietro ogni prodotto (a maggior ragione se "artistico") esista un adeguato storytelling. Quindi storytellami il tuo album.
E che minchia vuol dire? Ah aspetta, facciamo finta che abbia capito. Questo è il mio primo album, che detto così pare "evvabbè", ma invece per fare un album bisogna sentirsi pronti, bisogna trovarsi in testa abbastanza roba da raccontare che non stia insieme con lo sputo, e io un giorno mi sono svegliato e mi son sentito pronto, quindi voilà. Ci sono pezzi composti negli ultimi 3 o 4 anni, ma la maggior parte sono freschi di Germania. La narrazione (sto usando delle parole belle? sei contento?) comincia con un'intro con cui riscaldo i suoni e comincio a creare il tessuto dello spazio su cui li stenderò, per passare ad esplorare ambientazioni dub che evolvono ed acquistano energia. Ha ancora senso? Giuro che non sto buttando lì parole a caso.

Il tuo aka da solista è 6884. Qual è l'origine di questo nome?
Oh cielo. In realtà mi chiedo sempre se sia stata una buona scelta visto che a detta di molti è difficile da ricordarsi, non evoca nulla e via dicendo, ma visto faccio una fatica mortale a trovare i nomi per i miei pezzi, figurati un nome per me stesso, per ora me lo tengo. Di solito mi piace mantenere un alone di mistero sul perché 6884, anche perché chissà che motivazione complicata si aspettano tutti, ma quasi quasi te lo dico e poi mando chi me lo chiede a leggersi l'intervista. Brutalmente detto: è la distanza tra la mia natìa Torino e Detroit, stando a non mi ricordo quale sito che calcolava le distanze tra città nel mondo. Inutile dire che nel periodo in cui l'ho scelto stavo veramente in fissa con Detroit, la Trinità di Detroit, eccetera, un po' come se fosse la Mesopotamia della nostra musica (in effetti, forse lo è). E dunque 6884 è quello che c'è (o almeno, c'era) tra me, giovane europeo-torinese dalle idee confuse, e questo strano tempio dove tre tizi pressappoco della mia età (rispetto a quando ho adottato 6884 come nome) hanno inventato la techno. Poi sarà stata un'esagerazione da ragazzino, ma anche a distanza di tempo Detroit resta per me un posto misterioso all'interno di un paese di gente strana. Rimandiamo al domanda del "come si legge 6884" alla prossima intervista, però!

Elencami alcuni dj che hanno influenzato notevolmente la tua sensibilità musicale, e che oggi sono pressoché spariti dalla circolazione.
A costo di mandare all'aria tutta la mia pretesa di serietà costruita finora, mi viene in mente solo Tony H! Faccio fatica a pensare a "quello che c'era e ora non c'è più", anche perché di recente mi affaccio così poco al mondo esterno che non so mai se non vedo tizio X da 10 anni solo perché sono 10 anni che non lo cerco. Quindi mi spiace ma qui mi merito un brutto voto perché sono stato poco attento.

Seguendoti sui social si può notare una tua spiccata vena geek, che forse devi dimostrare per contratto a causa dei tuoi studi. Ritieni che questa emerga in qualche modo nella tua musica?
Orpobò! Sinceramente spero e credo di sì: di tanto in tanto infilo spezzoni di voci che arrivano da cose decisamente quella-parola-che-hai-detto-tu (il mio album è stato composto in massima parte in periodo di infogno totale con Destiny, altro non dico), se non prendere direttamente lezioni di topologia differenziale da youtube come base parlata  ma d'altra parte la nostra musica riflette chi noi siamo, ed io sono uno cresciuto a DeLorean e matematica (e versioni di greco). Credo che anche il mio approccio alla produzione sia molto così, tecnico-onanistico da un lato e con sentori di arte classica dall'altra: creo catene di effetti infinite, uso analisi di spettri e menate irrilevanti, ma al contempo mi preoccupo di Ringkomposition, richiami tematici e... vedi? Non hai già voglia di menarmi? C'è ancora margine di peggioramento, però. Magari prima o poi mi dedicherò alla musica per gatti, o diventerò un nuovo deadmau5 (dio quanto amo quel disgraziato!)

Attualmente vivi in Germania, dove stai completando i tuoi studi di matematica. Perché hai deciso di seguire la fuga di cervelli, e che differenze noti rispetto a quando vivevi in Italia, anche (ma non solo) per quanto riguarda la scena musicale?
Ero qui a Colonia per un dottorato in informatica (ma come matematico, specifichiamo) e perché la mia bella era, appunto, tedesca. Dopodiché il dottorato è andato a carte quarantotto, e da quel punto di vista vorrei di gran lunga essermene rimasto a Torino; la bella è diventata una bella ex, ma io sono rimasto innamorato della città e ho deciso di fare di tutto per restare qui, cosa che per ora sta funzionando.  Detto questo, di cui sicuramente sarà fregato a molti, posso dire che qui siamo in un altro mondo: almeno nel piccolo angolo di Colonia in cui mi sento di casa, avverto un senso civico e civile diverso, la gente non è in una eterna competizione contro chissà chi e chissà che cosa per essere i più fighi, i più tosti, i più minchia-oh. E questo si vede anche nella scena musicale, che mi sembra nel complesso enormemente più rilassata e concentrata sulla musica: non c'è la guerra tra organizzazioni a cui ho assistito così di frequente a Torino, forse perché è più facile sopravvivere, perché la musica elettronica non è vista come una devianza per impasticcati ma un lavoro a tutti gli effetti. Il clubbing qui è un fenomeno più trasversale, c'è gente di ogni età, razza, classe e allineamento, mentre il pischello smascellante che vuole attaccarsi a tutti i costi è una rarità. Per carità, la mia esperienza è limitata, non credo che tutta la Germania sia così, e in fondo anche qui non è il paradiso terrestre, ma per me ci va vicino abbastanza.

Racconta un aneddoto relativo al tuo ambito professionale (musicale o accademico) che abbia un retrogusto agrodolce.
Ma è tutto così agrodolce... fammi pescare un ricordo: siamo ai tempi di Myspace, io ho da non molto cominciato col genere di musica che faccio ora (nel senso: basta hardstyle) e come per miracolo sto vincendo un po' di remix contest su quel gran sito che era FOEM.info. Tramite Myspace trovo un altro contest, per remixare una traccia di Moussa Clarke. Il pezzo originale mi piace davvero tanto, sono così ispirato che mando due versioni... e vincono tutte e due! Mi godo i miei quindici minuti di gloria, e vuole il caso che in quel periodo dovessi passare una decina di giorni in Norvegia per uno scambio, in una casetta lontana dal mondo e da internet. Bella esperienza, un sacco di neve, senonché la prima volta che mi riconnetto trovo tra i messaggi di Myspace di ormai quasi due settimane prima: "Ciao, sono Tiger Lou, ti scrivo dalla Svezia e mi piacerebbe avere un tuo remix". Inutile specificare che l'ho letto troppo tardi e il treno era ormai bell'e perso. D'accordo, non è un granché come storia, ma pure tu che te ne esci co' 'ste domande... Sarebbe molto agrodolce anche la storia del mio dottorato, ma non gliene fregava niente a nessuno una domanda fa, non vedo perché dovrebbe esser cambiato qualcosa ora.


A questo punto direi che ci siamo, abbiamo dato un quadro abbastanza ampio di te e del tuo lavoro. Saluta tutti i lettori che si stanno ancora chiedendo chi sei e che ci fai qui!
Davvero qualcuno è sopravvissuto fino a qui? Beh allora ciao mamma! Nel caso ci fosse anche altra gente, hey! Andatemi a mettere like su Facebook, che certamente si tramuterà in pizze e altri generi di primo conforto. Purtroppo, se vi state ancora chiedendo che ci faccia io qui, devo confessare che non lo so poi bene nemmeno io. Però, già che ci sono, cerchiamo di fare qualcosa di bello.

Intervista (di commiato) a Parallàxis

Non so se vi ricordate che qualche tempo fa ho annunciato che presto (relativamente presto) avrei iniziato a pubblicare interviste su Unknown to Millions. Il proposito è ancora attivo, e sono in attesa di ricevere le risposte di due-tre personaggi, per lo più in ambito musicale, come avevo detto era mia intenzione di indirizzare la rubrica. Ma la mia idea era comunque di dedicare uno spazio a quei personaggi un po' nascosti che fanno un gran lavoro, chiaramente negli ambiti di cui mi interesso.

È per questo che tra gli altri avevo pensato di richiedere un'intervista anche a Parallàxis, la rivista di narrativa di genere che tanto mi aveva colpito a Stranimondi, al punto da propormi io stesso per la pubblicazione e ottenerla con il numero 4, uscito a fine 2015. Nel frattempo avevo già chiesto alla redazione (di cui alcuni membri ho conosciuto personalmente proprio durante il festival milanese), la disponibilità per l'intervista, che mi è stata accordata, con tutta la calma del caso (io stesso ci ho messo forse un mese per metterla insieme).

Solo che la calma non è di questo caso, perché il progetto Parallàxis era forse troppo ambizioso per questo mondo. Ho appreso così pochi giorni fa che è stata decisa la chiusura della rivista, o per lo meno la sua sospesione a tempo indeterminato. Al tempo stesso, mi è stato chiesto di pubblicare comunque l'intervista, inquadrata così come una retrospettiva del lavoro svolto, e un modo per tirare le fila e ringraziare quanti hanno seguito il progetto.

Questo comporta che alcune domande possano risultare un po' surreali, lette adesso con il senno di poi, ma non per questo meno interessanti nel delineare quest'esperienza ormai conclusa. L'intervista viene pubblicata in parallelo sul sito di Parallàxis, sempre come commiato finale. A rispondere sono, a turno, Sara dell'Oca, Giordano Bernacchini e Giorgio Majer Gatti (ognuno indipendentemente, ignorando le risposte degli altri), che hanno curato nei vari aspetti la rivista insieme a Tommaso Marzaroli e Francesco Testoni.


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La domanda di apertura forse è scontata, ma credo che in questo ambito sia inevitabile. Perché aprire una rivista di narrativa, in questo periodo di oscuramento culturale? E già che ci siamo, io sono fissato con titoli e nomi, quindi sono curioso di sapere perché avete chiamato la rivista "Parallàxis". Anche il payoff della "a twist in the mind" mi sembra molto significativo, e se lo interpreto bene rappresenta in modo efficace quello che si cerca in un certo tipo di narrativa (e non solo quella). Cosa ci potete dire in merito?
GiordanoIl nome della rivista e il payoff vengono da Francesco, che è l’ideatore di Parallàxis. Venendo alla nascita di Parallàxis, è avvenuta perché la narrativa e la letteratura accomunano tutti noi redattori e, dato l’invito di Francesco, è stato semplice incontrarci su questo progetto che, guardando al mercato editoriale di certi generi letterari, aveva l’ambizione di colmare un vuoto a certe domande, ma questo è stato un po’ meno semplice.
 
SaraProprio perché siamo in tempi cupi era necessario aprire una rivista del genere. Parallàxis è nata col l'esigenza di colmare un vuoto o meglio, come mi piace pensare, per creare dei ponti tra prospettive narrative differenti, come si può notare proprio per l'impostazione stessa della rivista.

Giorgio: Credo sia accaduto perché c’erano un’idea embrionale e degli amici di vecchia data con una qualche sensibilità per la letteratura, la fotografia e la saggistica; il resto l’ha fatto il caso. L’incontro tra Francesco e Tommaso (che è editore-redattore), è stato casuale. Da lì tutto ha iniziato a prendere una sua forma, in poco tempo ci siamo ritrovati la rivista tra le mani. I nomi sono tutti dovuti a Francesco, e sono tutti azzecati. Sul perché «Parallàxis» però rimarrà un certo alone di mistero.

Mettere insieme e dirigere una rivista, per quanto sostanzialmente aperiodica, è sicuramente un impegno non da poco, e richiede organizzazione e competenza. Nella vostra redazione c'è qualcuno che proviene da esperienze simili, e ha quindi potuto dare il suo apporto in questo senso, o vi siete dovuti "inventare" redattori? E come si svolge, a grandi linee, il lavoro dietro le quinte di Parallàxis?
GiordanoCollaborando da diversi anni con un magazine che si occupa di arte e comunicazione visiva, conoscevo già da vicino l’ambito redazionale (per quanto differente da quello di una rivista letteraria) e questo mi ha aiutato; così come mi ha aiutato aver partecipato all’editing di un volume edito da Mudima. Per il resto, per la maggior parte delle mansioni da svolgere all’interno di una redazione, però, ho dovuto testarmi e imparare, man mano che sorgevano problematiche o attività da svolgere.
 
SaraIo mi sono dovuta inventare redattrice, sotto l'impulso di Francesco (vorrei cogliere l'occasione per ringraziarlo) che mi ha spinta a entrare dietro le quinte del progetto. Il lavoro dentro Parallàxis è parecchio e si sviluppa in tempi diversi: le traduzioni richiedono un lavoro di mesi, mentre, come si sa, i social vanno seguiti quotidianamente, anche se hanno bisogno di ragionamenti alle spalle. Sotto chiusura del numero il lavoro si intensifica molto e va a coprire gran parte della giornata, questo anche per il fatto che siamo molto orientati al confronto con tutti i membri della redazione. Abbiamo sempre cercato di dividerci i compiti e di venire incontro agli impegni di ognuno, in modo da poter incastrare il tutto.

Giorgio: Ho avuto qualche esperienza editoriale pregressa, ma nulla che valga la pena di ricordare. Non avendo mai creduto negli articoli "culturali", più o meno generalisti, il mio contatto con questo tipo di cose è stato fallimentare. Tutto quello che ho fatto per Parallàxis l’ho imparato proprio facendo Parallàxis, dedicando molto tempo ai vari livelli implicati nella produzione, gestione e comunicazione di una rivista del genere.

Una cosa interessante della rivista è che vi occupate direttamente della traduzione dei testi stranieri, in alcuni casi anzi traducete da capo opere di cui esisteva già una trasposizione precedente. Perché questa scelta così radicale?
Giordano: Perché non potevamo permetterci di acquistare i diritti della traduzioni. E quest’attività, questa fatica gratuita, fa parte e ben rappresenta quello che è Parallàxis, fuori da ogni retorica, il suo venire dal basso
 
Sara: Non esistono traduzioni, e non esisteranno mai, traduzioni definitive e perfette. Cerchiamo, attraverso il nostro lavoro, di dare nuova visibilità a racconti o saggi che per vari motivi ci hanno colpiti o che riteniamo interessanti da proporre. È anche una grande occasione, per il traduttore, di entrare a stretto contatto sia col testo che con l'autore e penso che dalla lotta appassionata tra lingua d'origine e italiano siamo riusciti a offrire traduzioni non perfette, non definitive, ma sicuramente buone e affidabili.

Giorgio: Si è costretti a fare “di necessità virtù”, e qualche volta (direi quasi mai) viene fuori qualcosa di buono. Nel tempo è maturata una sensibilità particolare per il lavoro di traduzione che all’inizio era contemplata solo per gli inediti. Sara poi ci ha portato nel mondo “tetesco”, e da lì si è pensato a Kafka, che dobbiamo interamente a lei. Poi, volendo essere brutali ma sinceri, tocca dire che in giro ci sono ottime traduzioni, ma anche tante traduzioni di merda, quindi ritradurre è un po’ andare contro il taken for granted. Detto questo, è inutile ricordare che le novità non sono per forza meglio delle cose già fatte (insomma, chi vi pone l’alternativa tra passatismo e innovazione è solo uno stronzo: iniziate a lavorare e poi si vede).

Nella rivista si trovano affiancati racconti recenti, anche di autori giovanissimi, e racconti invece più datati, anche di autori che ormai sono dei "classici", penso ad esempio a Kafka e Basile. Come riuscite a far convivere queste due tendenze in apparenza antitetiche?
Giordano: Semplicemente pubblicandoli nello stesso volume, a poche pagine di distanza, partendo dal presupposto che, come noi proviamo dell’interesse, secondo differenti parametri, sia verso Kafka che verso Kraushaar, lo stesso possa accadere per un nostro lettore.

Sara: Ritorno un po' al discorso della creazione di ponti che facevo prima: per quanto mi riguarda uno degli obiettivi di Parallàxis è proprio quello di superare le eventuali barriere esistenti tra un genere e l'altro o tra un autore e l'altro. Il lettore, penso, può così godersi un'esperienza sì ricca ma imprevedibile. In molti ci hanno chiesto cosa ci facessero Kafka o Basile nella nostra rivista. È il famoso twist in the mind? 

Giorgio: La coesistenza è un problema in generale nelle nostre vite, perché grazie ai social e alla messaggistica siamo tutti "più connessi", quindi ci stiamo tutti più sul cazzo, almeno potenzialmente. Per me l’accostamento tra autori così diversi non è nient’altro che questo: una boutade che può finire bene o male, uno scherzo alla Borges. Mi vien da ridere se penso a tutte le giustificazioni teoriche che potrei utilizzare su questo tema… sarebbero anche coerenti, ed è questo il bello…

Parallàxis non contiene solo narrativa, ma anche saggistica, nelle pagine nere che chiudono ogni volume. È una scelta coraggiosa, quella di includere pubblicazioni accademiche attuali sugli argomenti più vari. Anche in questo caso, perché avete scelto questa strada insolita, e in che modo seguite e selezionate i saggi da inserire?
Giordano: L’ambizione era quella di favorire il rilancio del saggio breve attraverso l’accostamento e la contaminazione della narrativa. Nei fatti è stato più complicato di quel che credevamo, perché il lettore di saggistica non sempre è sovrapponibile al lettore di narrativa (tanto più dei nostri generi). La scelta dei saggi non ha seguito una regola ferrea: in alcuni casi è stata suggerita dalle tematiche emerse nei racconti del numero, altre volte ritenevamo adatto un saggio nonostante apparentemente non fosse ricollegabile ai racconti.

Giorgio: Perché non presupponiamo che i nostri lettori siano in un modo o nell’altro (imbecilli, geniacci, markettari…), e dunque ci interessava diffondere qualche saggio interessante, dandolo in pasto al caso. Se esiste l’analfabetismo funzionale non è perché "ha stato il sistema…" e neanche perché c’è carenza di materiale buono che dovremmo imparare a "selezionare". Questo è lo schema di una società della memoria che sta sparendo. Il problema è l’incontro tra una concezione della cultura come memoria e senso di colpa e il bombardamento ingestibile di "contenuti" insignificanti, cioè tutti quelli che servono al marketing culturale. I saggi li abbiamo selezionati chiedendo contributi qua e là a professori, saggisti (che in più di un caso non ci hanno nemmeno risposto, e si parla anche di “grandi” idolatrati) ecc. oppure scandagliando riviste scientifiche, siti, vecchie edizioni. Forse il filo conduttore dei saggi pubblicati è quello dell’imprevedibilità… e forse è così perché siamo tutti tremendemente prevedibili e ripetitivi, nonostante ognuno di noi pensi sempre e costantemente il contrario di sé stesso.

Ammetto che una delle cose che mi ha colpito di più della rivista è la sua presentazione, la cura del volume, le copertine, il layout, l'impaginazione e anche il font utilizzato. È evidente che non si tratta soltanto di scelte stilistiche ma di un vero e proprio progetto di design. In questo senso assumono un grande valore anche le raccolte di scatti presenti in ogni numero. Cosa c'è dietro la vostra idea di una "bella rivista", inteso in senso puramente estetico?
Giordano: Anche in questo caso ci piaceva l’idea di vedere il cocktail prodotto dall’incontro di ambiti diversi, con le serie fotografiche e le illustrazioni. Tutto ciò, insieme alla scelte grafiche e di impaginazione, fa parte di una concezione della rivista come qualcosa da sfogliare e risfogliare, e non da leggere e accantonare. Perché riteniamo che per “aiutare”, sdoganare e svecchiare certi contenuti testuali, sia importante anche la cura dei contenuti visivi, della cornice in cui sono inseriti.

Sara: È uno degli aspetti di Parallàxis che mi aveva colpita maggiormente. È una rivista elegante e di impatto, ma di questo dobbiamo ringraziare anche i fotografi e gli illustratori che hanno collaborato con noi e che si sono dimostrati disponibili e comprensivi verso le nostre richieste: vi ringrazio uno ad uno!

Giorgio: Oggi la grafica, le griglie e l’impaginazione di molte riviste “cool” sono tutte simili. Rispondono a uno stile dominante, che deve assolutamente esserci ma che di creativo ha ben poco, incarnando una concezione passiva del minimalismo. Il riferimento però era quello, perché le riviste letterarie sono mediamente molto brutte, oppure costrette in canoni dentro ai quali non volevamo stare. Non potendo permetterci niente abbiamo messo insieme le cose il meglio possibile, senza avere reale competenza in materia. Siamo andati per sottrazione, cercando di fare meno danni possibile. Il risultato è stato onesto e ha una sua eleganza. Goffa e ingenua, ma ce l’ha. Siamo un po’ come il doganiere Rousseau…

Passando ad aspetti decisamente più materiali, Parallàxis non ha una vera e propria distribuzione, e si può acquistare soltanto online. Avete pensato anche a utilizzare altri canali, e raggiungere magari alcune librerie selezionate, o progettate di farlo in futuro?
Giordano: Parallàxis è presente in alcune librerie, che hanno abbracciato la rivista. Tra di noi abbiamo affrontato tante volte la questione della distribuzione, ma la dimensione editoriale di EKT, la nostra casa editrice, non poteva sostenere uno sforzo simile. Abbiamo provato a compensare attraverso una serie di iniziative, delle video interviste sul nostro canale youtube, delle rubriche sul nostro sito, degli eventi e altro. Al momento, però, siamo dell’idea di mettere in stand-by la rivista.

Sara: Abbiamo collaborato con diverse librerie di Milano, Roma, Torino e Trento, senza dimenticare gli amici della Miskatonic University di Reggio Emilia! Il loro aiuto è stato fondamentale e prezioso, sia a livello materiale che morale.

Giorgio: Come noto la distribuzione è uno dei più grandi mali dell’editoria, anche se continuo a metterlo alle spalle della sempre più diffusa volontà di “esprimere i propri personali pensieri”, nella quale anche molti editori “piccoli e indipendenti” sguazzano. Dio ci scampi dai nostri pensierini, figurarsi da quelli altrui… per il resto: abbiamo collaborato con diverse librerie del nord Italia, ma di certo il mio pensiero va a quella piccola perla di operosità che è Miskatonic University di Reggio Emilia.

Chi apre oggi (!) in italia (!!) una rivista (!!!) di narrativa (!!!!) fantastica (!!!!!) chiaramente non lo fa aspettandosi un ritorno economico. Qualche soddisfazione però spera di ottenerla. Senza farvi i conti in tasca, come giudicate finora la risposta al vostro progetto?
Giordano: Non era quello che ci aspettavamo. Per questo Parallàxis, come rivista, andrà in pausa, non sappiamo dire per quanto.

Sara: La risposta è stata tutt'altro che negativa: in questi anni Parallàxis è stata sostenuta dall'affetto e dagli apprezzamenti di una base eterogenea di fan. Conservo dei ricordi bellissimi, in particolar modo legati alla fiera di Stranimondi tenutasi a Milano lo scorso anno. Essere redattrice di Parallàxis mi ha portata a conoscere molte persone e stringere legami che col tempo si sono sviluppati in rapporti di sincera amicizia e affetto.

Giorgio: Qui dovrebbe uscire la mitologia del self-made man: la soddisfazione è data dal fatto che abbiamo costruito tutto senza l’aiuto di nessuno, se non di noi stessi. Sarebbe anche sostanzialmente vero. Venendo però alla domanda, giudico la risposta positiva, soprattutto se penso alla follia utopica che ha contraddistinto questo progetto e alle condizioni generali. Tante persone, spesso sconosciute, hanno apprezzato la rivista e il nostro lavoro. Questa era la cosa importante. La cosa migliore poi è conoscere persone interessanti, così come imparare ad evitarne altre per niente interessanti.

Generalmente si conclude un'intervista con una domanda sui progetti futuri. Sentitevi pure liberi di lasciare qualche anticipazione per i prossimi numeri, ma la domanda maligna che vorrei porre è un'altra. Sicuramente sapete che la vostra rivista avrà vita dura, e che potrà andare avanti solo finché avrete la voglia di dedicarle tempo e impegno. Che cosa potrebbe far arenare il progetto, e se Parallàxis chiudesse, come pensate di reimpiegare la vostra esperienza accumulata con la rivista?
Giordano: Al momento, il progetto in cantiere è la pubblicazione di un libro, di un autore esordiente, Enrico Gabrielli, che ci ha proposto un’interessante antologia di racconti.

Sara: Inutile negare le difficoltà presenti nel portare avanti un progetto così corposo. Penso che in qualche modo Parallàxis se la caverà, o ritornerà sotto altre forme e sembianze. Un po' come ne La Cosa di Carpenter insomma. L'esperienza che ho accumulato con la rivista la reimpiego quotidianamente come lettrice, anche se ho avuto modo di far tesoro di ogni singolo spunto che lavorare in un ambiente giovane mi ha offerto. Vorrei continuare ad approfondire e sviluppare la strada delle traduzioni, un percorso che richiede molto tempo e dedizione.

Giorgio: Stiamo lavorando all’antologia di Enrico Gabrielli, che ha bussato alla nostra porta in modo totalmente inatteso. Questo è uno dei risultati del nostro lavoro, un po’ canto del cigno. Vedremo i frutti nei mesi a venire, e vi informeremo. Parallàxis si ferma perché era quasi previsto che si fermasse, si trattava solo di capire quando. Come abbiamo scritto, è un’utopia che dovevamo solo avere il tempo di riconoscere nelle sue fattezze. Una bomba a orologeria ma con un orologio illeggibile e indecifrabile. Ora però non ragioniamo con i se e con i ma, diciamo semplicemente «è stato bello e arrivederci».

Bene, l'intervista è conclusa. Se abbiamo saltato qualche argomento che vi premeva discutere, approfittate di queste ultime righe e poi salutate tutti i lettori.
Giordano: Un saluto e un ringraziamento a tutti coloro che ci hanno sostenuto e che si sono interessati a noi, ma soprattutto a coloro che non ci conoscevano e che, chissà, magari attraverso questo saluto inizieranno a chiedersi cos’è Parallàxis.
Sara: Vorrei spendere qualche parole sugli "esordienti" o "emergenti" che abbiamo ospitato: siamo stati molto fortunati, suppongo, per essere riusciti a trovare scrittori cosi completi e formati, seppur molto diversi tra loro. Avervi ospitato è stato motivo di orgoglio. Così che questi saluti finali non possano lasciare un retrogusto nostalgico, grido ai nostri lettori un chiaro e forte Arrivederci!

Giorgio: In modo un po’ autoreferenziale voglio ringraziare prima di tutto coloro che hanno condiviso con me questa esperienza: Giordano, Francesco, Sara e Tommaso. È poi d’obbligo ringraziare tutti: lettori, scrittori, fotografi, illustratori, librai, collaboratori e amici. Non faccio un elenco di nomi perché gli elenchi mi hanno rotto le palle. Però grazie davvero.

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Come già anticipavo, alcune domande possono essere sembrate fuori luogo o non focalizzate, ma bisogna tenere presente che l'interivsta è stata pensata in un momento precedente, e si è deciso di mantenerla così.

Da parte mia mi unisco ai saluti, ritenendomi onorato di essere riuscito a partecipare a questo progetto avanti di anni rispetto a ciò che si vede in giro, ma al tempo stesso anche amareggiato al pensiero che forse io stesso avrei potuto fare di più. Sono però fiducioso che da persone che hanno investito tanto tempo e passione potremo aspettarci qualcosa di buono, in un prossimo futuro, per cui tengo (e vi invito a tenere) gli occhi aperti.

Mi rendo conto che come prima intervista di Unknown to Millions non sembra di buon auspicio, è come uno che studia per diventare veterinario e una volta che si è aperto il suo ambulatorio la prima cosa che gli capita è sopprimere un coniglietto. Ma conto di recuperare presto, con qualcosa di più leggero. Certamente non posso dire che questo sia stato tempo perso.


Coming soon: le interviste!

Come accennavo qualche mese fa in occasione dell'ultimo restyling del blog, per variegare l'offerta formativa di Unknown to Millions avevo pensato di dedicare un post ogni tanto a delle interviste. So che non è una novità, anzi, la blogsfera si basa parecchio su interviste, guest post, e varie altre forme di incrocio e condivisione di spazi tra blogger. Quello che più mi preoccupa di più di quest'idea è il rischio di cadere in un circolo di autoreferenzialità per cui io intervisto lui che ha intervistato l'altro che ha intervistato me che parlo di quello che lui ha chiesto all'altro che ha chiesto all'altro ancora di cui io ho parlato in un altro post in cui si cita il post in cui lui parlava di me.

Insomma, le interviste ho deciso di farle, ma voglio anche che siano qualcosa di più estraneo possibile all'ambito della blogsfera e dell'ambiente dell'underground letterrario/narrativo/fantascientifico in cui navigo da qualche anno. Per questo, ho deciso che in prima battuta le mie saranno soprattutto interviste musicali. Ora, lo so che quando esce un post con l'etichetta "musica" i miei affezionati lurker tornano al blogroll e vanno ad aprire i post del tipo "5 modi per usare il comic sans senza sembrare hipster", ma l'ambito musicale è uno a cui tengo molto, e mi rendo conto che nel blog non emerge abbastanza. Quindi, il punto di partenza sarà questo: ho già 3-4 contatti che hanno accettato di farsi fare qualche doamnda, non ho idea di come condurre la cosa e tutto sommato non mi sembra un problema.

Poi certo la cosa non si limiterà qui, le mie non saranno solo interviste musicali. Ma l'idea è sempre quella di dare spazio ai tanti unknown che sono lì fuori e con cui in un modo o nell'altro sono entrato in contatto, quindi ad esempio in ambito narrativo penso più ai curatori e ai traduttori che agli autori, che in fin dei conti la loro voce la fanno sentire spesso, anche a livelli più bassi del percorso di "emersione".

Ormai come ti giri è natale, quindi con ogni probabilità partiremo dall'anno prossimo con questo nuovo aperiodicissimo appuntamento, ma rimanete su queste pagine e ne leggerete delle belle e totalmente non richieste!