Perché Greta ha ragione e voi avete torto

Insomma ieri lo sapete c'è stata questa cosa delle manifestazioni un po' in tutto il mondo, soprattutto di ragazzi che hanno bigiato la scuola, eheh, furbi loro, e sono andati per le strade con cartelli che variano da "what i stand for is what i stand on" a "mi si stanno scaldando le birre". La mascotte di questo sommovimento globale è quella ragazzina svedese, Greta Thunberg, che ha sedici anni ma è ancora una bambina, per nulla sessualizzata, non come certe sedicenni che ci siamo capiti no, ha il viso tondo da puttino e va in giro con le treccine e il cappello di lana perché al suo paese fa freddo, almeno per ora.



A molti Greta non sta simpatica. Eminenti personalità pubbliche e private hanno espresso perplessità su questo personaggio, che per molti è troppo artefatto, una figura costruita a tavolino apposta per poter smuovere le masse e far abboccare il popolo bue (di cui ovviamente non fa parte chi espone l'idea, perché i buoi non sono mai quelli dei paesi tuoi, sono sempre gli altri) e portarlo in piazza a protestare, come è successo come questo Friday for Future, eheh, mica scemi, gli scioperi sempre di venerdì così ci si allunga il weekend.

Greta non sta simpatica neanche a me. La sua icona e la sua narrazione sono così palesi che potrebbe benissimo essere un fantoccio con un ventriloquo che le tiene una mano su per il colon e le fa scrivere i cartelloni. Diffido di questi storytelling, per usare una parola cara ai magnaschei. Il nome di Greta lL'ho messo lì nel titolo come clickbait perché avete bisogno di essere triggerati per leggere un testo di più di dodici parole emoji incluse. Eppure, ieri ho visto le immagini e i post di queste proteste in tutto il mondo ed ero contento per loro. E quando ho visto invece commenti negativi, ostili, sprezzanti, ho avvertito uno strano fastidio.

E lì mi sono preoccupato. Perché, alla fine ammecheccazzomenefregammé, se uno stronzo qualunque su facebook dice che quei ragazzini farebbero meglio ad andare a lavorare? Succede sempre quando ci sono delle manifestazioni, che ci sia una fazione opposta che scredita chi era presenta e i loro argomenti, e quando mai questo mi ha irritato? Anche quando fosse una manifestazione che promuove valori a me cari, chessò, un raduno di abducted o un matrimonio pastafariano, non me la prendo mica se arriva qualcuno a dire che quelli lì sono tutti degli imbecilli e andassero a zappare l'orto invece di fare tanto casino. E invece stavolta ho sentito quel prurito ai polpastrelli che non sentivo da tanto, quello che mi ha portato a contravvenire a una delle mie regole e discutere su facebook con degli sconosciuti. Orrore. I did not sign for this.

Allora ho cercato di capire come mai la cosa stavolta suscitasse in me questa reazione. Ci sono arrivato la sera, senza averci mai davvero pensato, lasciando che le subroutine del cervello girassero in background per risolvere il problema. E come spesso accade coi grandi dilemmi della vita, la soluzione è di una banalità disarmante.

Il punto è che non c'è motivo di essere contrari a queste manifestazioni.

Non c'è un solo motivo al mondo, nella storia, nella vita. Mai, in nessun posto, per nessuno.

Mi spiego meglio. Quando la gente manifesta, lo fa per promuovere una propria visione del mondo che ritiene importante. Io manifestante ti faccio vedere che questa cosa merita la tua attenzione. È una questione di ideologie, di sensibilità, di priorità. Ma proprio perché ci sono di mezzo ideologie, sensibilità e priorità, è normale che qualcuno non sia d'accordo. Che qualcuno abbia una visione opposta e quindi non voglia sostenere quell'idea, e consideri stupido, superficiale o manipolato chi invece ci crede. Facciamo degli esempi di cause per cui manifestare in ordine sparso di condivisibilità, per mostrare come ci sia sempre qualcuno che ha diritto di essere in disaccordo.

Se gli hippy manifestano per la liberalizzazione delle droghe, è normal che i proibizionisti non saranno d'accordo.
Se gli operai manifestano per ridurre l'orario di lavoro, è normale che gli industriali non saranno d'accordo.
Se i texani manifestano per la liberalizzazione delle armi, è normale che i pacifisti non saranno d'accordo.
Se i cattolici manifestano contro l'aborto, è normale che le donne non saranno d'accordo.
Se un comune manifesta contro la mafia, è normale che i mafiosi non saranno d'accordo.
Se le mamme manifestano contro i preti pedofili, è normale che la chiesa non sarà d'accordo.

In tutti questi casi, per quanto una causa possa apparire nettamente giusta per una persona, può apparire nettamente sbagliata per un'altra. Per ragioni di ideologia, sensiblità, priorità. Ci possono essere punti di vista diametralmente opposti e per quanto molti difficili da comprendere, si sa che esistono. La fede in un'ideologia (politica, religiosa, sportiva) provoca gravi scompensi nelle capacità di ragionamento delle persone, questo è risaputo. È paradossale ma è così, ci siamo tutti abituati, lo vediamo tutti i giorni. Ci possono essere motivi perversi che portano a sostenere qualunque causa contraria al senso comune. Per dire, c'è gente che giustifica pure la zoofilia.

Ma nel caso del Friday for Future, di Greta, delle proteste per la conservazione del pianeta, il discorso è diverso. Chi può essere contrario a questa causa? Quale ideologia impone di distruggere l'ambiente?

Sì, eccolo lo sveglione con la maglietta rossa e i rasta che dice "cioè, zio, il capitalismo sfrenato, no, cioè lo vedi, come consuma tutto e ci ha portati al collasso invece di valorizzare le persone...", al che gli faccio cenno di sedersi e riprendo la parola. No, gli rispondo, il capitalismo non ti dice che devi distruggere l'ambiente: ti dice che devi fare tutto quello che serve per accumulare capitale, che non te ne frega nulla delle conseguenze delle tue azioni, puoi inquinare le falde, impoverire la gente diffondere la malaria, fregacazzo, basta che fai soldi. Però non è che devi distruggere il mondo. Anche perché da bravo magnaschei le vacanze te le vorrai pur fare in sullo yacht ormeggiato a Zanzibar, no? E allora mica possiamo finire tutti a Zanzibar con l'acqua fino alle ginocchia, bisogna che qualche posto sano continui a esistere. La distruzione degli ecosistemi è un effetto collaterale del capitalismo, non è il suo obiettivo.

Quindi si torna lì. Non c'è una ragione, per quanto perversa, per cui una persona possa essere contraria a questo messaggio. Indipendentemente da età, collocazione, ricchezza, razza, religione, orientamento sessuale, regime alimentare, o qualunque altra cosa che vi permetta di dividere un gruppo di persone in categorie separate. Cristosanto, anche un sostenitore dell'estinzione volontaria dell'umanità, pur augurandosi la fine della specie non ritiene di doversi portare il pianeta nella tomba. Se anche non te ne frega nulla del mondo, non hai niente da perdere dal fatto che qualcuno se ne occupi. È una situazione win-win per tutti, sempre, in qualunque condizione.

Ecco perché ho sopportato male tutti quei commenti che puntavano a screditare questo movimento. Perché sono illogici e/o falsi. Nella maggior parte dei casi, presumo, sono una posa. Un atteggiarsi a quello che ha-ha, io mica ci casco,ad andare dietro alla ragazzina con le trecce che manco ha messo su le tette ancora, che poi il nobel per la pace l'hanno dato pure a Obama, bella merda. Qualche ora di di ragionamento dovrebbero portare chiunque a concludere che, se anche non ti importa che il mondo bruci, non cambierà nulla se invece qualcuno soffia sulle fiamme. Anzi, ora che ho messo per iscritto tutto questo, basta qualche minuto, il tempo di leggere questo post. Scusa se non ho aggiunto emoji per facilitare la lettura.

Greta non mi piace. Ho idea che se ci trovassimo insieme a cena sarebbe una di quelle cacacazzo che vogliono la pizza di farina di kamut (che poi non lo sa che il kamut è un nome commerciale mica una varietà di grano, la scema) e la mozzarella senza lattosio ed è pure astemia anche se l'alcool è perfettamente naturale. Sarebbe una serata di sguardi di traverso e tanti silenzi imbarazzati. Ma Greta ha ragione. Lei, e tutti quelli che stanno con lei. Anche tutti quelli che la manovrano, per dio. Hanno tutti ragione, ma non nel senso che sanno loro cosa è giuto fare. Hanno ragione nel senso matematico del termine, come ha ragione la dimostrazione di un teorema: è una correttezza assoluta, che non ammette repliche, che fa parte dello stesso tessuto della realtà.

Greta Thunberg è un personaggio costruito? Può darsi. Il Friday for Future è stato ingigantito dai media? Probabile. Alle manifestazioni c'erano tanti ragazzi che volevano solo saltare un giorno di scuola? Sicuro. Questi bimbetti sono troppo piccoli per capire davvero il problema? Certo, come tanti adulti. Tutti quelli che hanno partecipato sono stati manipolati da qualche centro occulto di potere che vuole far diventare l'ambientalismo l'ideologia dominante? Magari. Di tutto questo di spuò discutore, ma niente toglie un solo grammo alla gravità del concetto di fondo.

Greta ha ragione. E se non siete d'accordo, in realtà non avete semplicemente torto. Non esistete proprio.

I miei articoli per Stay Nerd: gennaio-marzo 2019

Forse ancora non lo sapete, ma più o meno dall'inizio dell'anno ho cominciato a collaborare con Stay Nerd, testata online dedicata a tutto ciò che ruota intorno alla "cultura nerd" in generale: film, serie tv, videogiochi, fumetti, libri, eventi e così via. Il mio apporto sarà soprattutto nella rubrica dedicata alla narrativa, ma non è escluso che possa fare incursioni anche in altri reparti, nei casi in cui la mia competenza è sufficiente.



La mia partecipazione alla rivista spiega anche in parte la riduzione dei post qui sopra. In fondo capite bene che se posso scrivere su un sito che mi garantisce un pubblico molto più vasto (oltre che, ehm, una retribuzione) sono motivato a incanalare un po' delle mie risorse da quella parte. E siccome per scrivere lì sopra non posso fare i post scazzoni che mi permetto di fare qui in casa mia, ma c'è bisogno di documentazione, taglio professionale e rapidità, alla fine mi rendo conto che il tempo che dedicherei al blog spesso se ne va per quegli articoli.

Ma alla fine dei conti, visto che i miei articoli su Stay Nerd riguardano sempre argomenti che potrei trattare qui, penso che possa essere d'interesse per il pubblico affezionato di Unknown to Millions di vederseli segnalati. Quindi ho deciso che periodicamente (ogni 2-3 mesi, a seconda della frequenza dei post), segnalerò anche qui i miei pezzi pubblicati di là. Questo è servizio pubblico, gente.


Doctor Who 11: rigenerazione fallita?
Il mio primo articolo in assoluto è già un'eccezione, perché appunto non tratta di libri. Riconoscendo la mia vasta esperienza in materia di Doctor Who, mi è stato chiesto di fare una panoramica della stagione 11 da poco conclusa. Come sa chi ha seguito i miei commenti agli episodi, sono satto molto critico, e nell'articolo ho confermato le perplessità pur senza addentrarmi troppo nello specifico. Spoiler free, legge pure senza timore.

Lavie Tidhar: al crocevia di due secoli di fantascienza
Mi sono preso la briga di leggere Central Station e Terminale Terra, due recenti pubblicazioni arrivate in italia dell'autore israeliano, e in questo articolo ne ho tratto una visione d'insieme. Chiaramente citerò entrambi i titoli anche nell'imminente rapporto letture, ma buona parte di quello che ho da dire si trova già qui.

I nerd non esistono, secondo la Guida all'immaginario nerd
È freschissima di stampa la Guida all'immagianrio nerd, una delle tante corpose guide della Odoya. In questo caso il volume riveste un'importanza particolare perché affronta un fenomeno complesso e non sempre trattato con l'attenzione che meriterebbe. Che poi se non si parla del ruolo del nerd su un sito che si chiama Stay Nerd, dove altro? Questo articolo a mio avviso offre diversi spunti di riflessioni sul tema, e ho osato muovere anche qualche critica allo stesso mondo nerd. Perché se non critichi i nerd su un sito che si chiama Stay Nerd, dove altro?


Per il momento questi sono i miei contributi, aggionerò quando necessario con le prossime aggiunte, se proprio vi scomoda andare lì e cercarmi tra gli autori.

Rapporto letture - Gennaio 2019

Primo rapporto letture dell'anno! Siete eccitati? Chissà quali fantastiche avventure ci riserva questo 2019 partito sotto tutti i migliori auspici! Future is Bright.

Beh, mica tanto se leggi quel che ho letto io. Vediamo un po'.


Si inizia con Alessandro Forlani. Che se da una parte è una garanzia quanto a qualtà, dall'altra non è certo fonte di ottimismo. In realtà di T ho già parlato in abbondanza e in due parole lo si può inquadrare come "Ubik nell'epoca dei MMORPG". Ha poca utilità ripetere adesso quanto ho già approfondito nell'altro post, quindi vi rimando a quello, che è anche sostanzialmente spoiler free. Qui aggiungo soltanto un'ulteriore raccomandazione: Forlani è un autore dalla voce forte, non sempre facile da seguire ma che permette una soddisfazione notevole notevole se si riesce a sintonizzarsi sulle sue tematiche. Quindi se vi trovate un suo racconto davanti e comprensibilmente il vostro primo pensiero è "ma che è sta roba" non fatevi scoraggiare. Perseverate e sarete ricompensati. T si merita un bel voto 9/10, giusto perché immagino che il prossimo sarà anche meglio/peggio quindi devo tenermi da parte il punteggio pieno.


A novembre a Pisa sono stato a un panel tenuto da Chen Qiufan, autore cinese di fantascienza portato in tour in Italia da Francesco Verso in occasione della presentazione della raccolta L'eterno addio, composta da alcuni racconti già pubblicati in precedenza (come Buddhagram presente in Nebula) e altri inediti, tradotti per l'occasione. Qiufan (perché questo è il nome, l'ho imparato) è giovane, spiritoso e preparato, ed è stato molto interessante confrontarsi sulle diverse visioni della fantascienza che esistono in Cina e da noi (e per "noi" intendo in occidente, non Italia in particolare). Ciò per dire che ho affrontato l'antologia con un'idea già definita di cosa ci avrei trovato, e nonostante questo sono rimasto comunque sorpreso. I racconti di Chen si basano per lo più su un diffuso senso di straniamento, un divario che si apre tra la società nel suo complesso e i singoli individui che ne fanno parte. Questo disagio si declina in vari modi, ma porta in qualche modo i protagonisti a cercare una risposta diversa alle proprie domande, salvo poi (spesso) rendersi conto che anche quella risposta è già stata prevista, precotta e confezionata per metterla a loro disposizione. In questo il legame con Forlani qui sopra è insolitamente forte, ed è quasi un paradosso dato che sono quanto di più lontano si potrebbe immaginare in termini di genere, stile, obiettivi. I racconti di questa raccolta sono inquadrabili tutti come fantascienza ma non richiedono particolari nozioni per poter essere seguiti, solo una certa apertura e disposizione mentale, anche nei confronti di un diverso modo di narrare una storia. Insomma in Cina chi ha inventato lo showdontell non ha fatto molto successo. Voto: 8/10


Infine un autore che già conosco per alcune mirabili opere e che qui leggo per la prima volta in un genere diverso. Walter Tevis ha scritto L'uomo che cadde sulla Terra (da cui è stato tratto il film con David Bowie) e Mockingbird (conosciuto anche come Futuro in trance o Solo il mimo canta al limitare del bosco): entrambi capolavori riconosciuti della fantascienza. Ma con La regina degli scacchi si abbandona l'etichetta e si passa a un romanzo "mainstream": la storia di una ragazzina cresciuta in orfanotrofio che diventa campionessa di scacchi. Beth è una ragazza sfortunata: i suoi genitori muoiono in un'incidente, viene affidata a un'istituto femminile in cui sviluppa una dipendenza dai sonniferi e anche quando viene adottata finisce in una famiglia che forse non aveva davvero bisogno di una figlia da crescere. In tutto questo, scopre gli scacchi nel seminterrato dell'orfanotrofio e dopo le prime partite con il custode viene subito rivelato il suo talento, che la porta giovanissima a competere contro i campioni dello stato, della nazione, e poi del mondo intero. La sua abilità si scontra però con le sue pesanti carenze a livello affettivo, la sua incapacità di mostrare attaccamento o anche solo interesse per chiunque, oltre alla tendenza a sviluppare dipendenza da sostanze varie, dall'alcool agli ansiolitici. Il percorso di Beth è sicuramente descritto bene, ma ho avuto l'impressione che nella parte finale venga chiuso con troppa semplicità, come se da un momento all'altro lei si dicesse "bene, da ora in poi farò le cose come si deve" e puff!, ci riesce davvero. Non è così che si superano problemi di questo tipo e sono convinto che Tevis lo sappia bene, a giudicare le altre sue cose che ho letto. Quindi penso che avesse semplicemente perso interesse in questa storia, arrivato al climax del percorso scacchistico della ragazza. Simpatico il fatto che mi sia trovato a leggere questo libro con le sue occasionali descrizioni delle partite di scacchi proprio mentre stavo scrivendo Scrabble, quindi in un certo senso è stato propedeutico vedere come un autore del genere affrontava le descrizioni del gioco. Voto: 7/10

Projects update: Scrabble, traduzioni, Robot, fuori

Dai, sono passati due anni dall'ultimo post in cui facevo una panoramica sui progetti di scrittura in corso, penso di potermene permettere uno adesso. Cosa che faccio sempre malvolentieri, perché come dicevo già all'epoca mi pare più utile parlare delle cose compiute piuttosto che di quelle che "pensavo di fare questo" ma poi chissà che fine fanno.

Ed è infatti curioso notare come sostanzialmente i punti fondamentali della mia strategia siano gli stessi di allora. Nel post di allora parlavo infatti dell'idea di scrivere il Secondo Romanzo, e di iniziare a lavorare su traduzioni dei miei racconti da mandare in giro. Due danni dopo posso dire di non aver concluso nulla in tal senso.

O meglio. Scrabble di fatto esiste, come dimostra l'istogramma della lungehzza capitoli che vedete qui accanto. Dopo una gestazione durata circa tre mesi, il 20 gennaio ha visto la luce, e giusto un paio di giorni fa è uscito dall'incubatrice perché era nato un po' prematuro, ed è pronto per vedere il mondo. Un romanzo di trecento e rotte cartelle, uno young adult con protagonista un sedicenne sfigatello innamorato di una compagna di classe irraggiungibile. Posso dire che la storia mi è venuta fuori in buona parte come me l'ero immaginata già prima di questi due anni, e che è stato un piacere come tutte le volte vedere come certe cose vanno ad incastrarsi da sole come se le avessi progettate dall'inizio del mondo e invece no, ti escono quasi per caso, o forse per istinto, ma sono proprio giuste così. Cosa ne sarà ora di Scrabble?

La prima prova che subirà sarà un'impossibile competizione al Premio DeA Planeta. Sarò venale, ma l'idea di un anticipo di 150.000 € è sufficiente a motivarmi. Se non altro i tempi di valutazione sono molto rapidi, per cui già ad aprile saprò se il mio lavoro è di nuovo libero per essere proposto ad altri. So già che non posso vincere, se non altro per una ragione molto pratica: il Premio in questione cerca opere da tradurre per il mercato spagnofono, e Scrabble è di fatto intraducibile. Troppo complicato spiegare ora perché, ma a meno di non perdere o svuotare di significato una parte fondamentale di tutta la storia, è impossibile riportarlo in un'altra lingua. O quanto meno estremamente difficile, al punto di non rendere la traduzione una strada economicamente vantaggiosa.

E di questa via parliamo delle traduzioni. Che ho ottenuto in questi due anni? Beh, per il momento ho quattro racconti che hanno rimbalzato tra una rivista e l'altra producendo come reazioni una serie di "thank you for the opportunity of reading your story but i shall pass for this time." Ma questo non ci fermerà, quindi continuerò ad aggiornare la mia tabellina con i rifiuti ricevuti fino a che qualcuno per disperazione non scegliera di prendere il mio racconto in versione inglese. Per il momento non credo che ne farò tradurre altri, mi piaceva segnare almeno un punto prima di aumentare l'investimento, ma vedremo come va.

Comunque non è che nei due anni da quel famoso post non ho fatto niente. A parte racconti sparsi qua e là e la pubblicazione de Il lettore universale, mi sono anche dedicato un po' di sana formazione con editor, corsi e manuali, e devo ammettere che rispetto solo all'anno scorso sento di aver acquisito una consapevolezza ben maggiore delle mie capacità. Questo chiaramente non mi garantisce di poter sfornare un best seller dopo l'altro, ma quanto meno credo di poter lavorare con un'efficienza che non ho mai avuto prima.

E non vorrei sopravvaltuare una semplice coincidenza, ma di fatto i primi due lavori che ho portato a termine dopo questa fase di formazione sono i racconti lunghi Bootstrap e Locuste, che ho inviato all'ultima edizione del Premio Robot e che sono finiti uno tra i finalisti e uno tra i segnalati. In genere tutti i finalisti sono pubblicati sulla rivista nel corso dell'anno per cui è probabile che tra qualche mese potrete leggere almeno Locuste, e potrò finalmente avere la soddisfazione di comparire sulla più importante rivista di fantascienza italiana, risultato che inseguivo da un po' di tempo.

Dopodiché... ecco, le cose si fanno un più confuse. Non so bene quali saranno i miei prossimi obiettivi. Cioè. So quali altre cose ho intenzione di scrivere (ho anche avuto uno sprazzo per un sequel-non-proprio-sequel di DTS, ma ne so ancora troppo poco per poterne parlare io stesso), semmai non so bene dove farle arrivare. La strada che ho intenzione di intraprendere è quella che porta fuori: fuori dal genere, fuori dall'ambiente, fuori dall'etichetta della fantascienza in cui mi sono mosso praticamente da quando ho inziato a scrivere, più di dieci anni fa. Non per rinnegare la sf che è e rimane la mia passione principale e soprattutto il linguaggio più efficace per raccontare il mondo impossibile in cui viviamo o vivremmo, ma perché i confini e i paradigmi autoimposti di questo mondo cominciano a starmi stretti. E se c'è una cosa che ogni appassionato di fantascienza dovrebbe avere imparato è che i confinti vanno superati e i paradigmi abbattuti. Io voglio fare lo stesso, o almeno provarci. Probabilmente è un percorso destianto al fallimento ma preferisco alzare il tiro e fare cilecca, piuttosto che continuare a segnare coi tiri liberi.

Quindi, rinnovo l'appuntamento tra due anni qui si Unknown to Millions per scoprire com'è andata.

Alessandro Forlani - T

Di Alessandro Forlani mi è già capitato di parlare in precedenza, e non so se in quelle occasioni l'ho detto, ma se anche fosse mi ripeto: a mio avviso Forlani è attualmente uno dei due migliori autori italiani di fantascienza in circolo oggi. Anche se in un certo senso è riduttivo definirlo "autore di fantascienza", e non perché, come dicono i critici veri nelle rubriche letterarie dei giornali seri, i suoi lavori "non sono solo fantascienza", ma più che altro perché nelle sue opere si trova una matassa indistricabile di fantascienza, horror, weird, satira, epica e probabilmente tanti altri generi che sono troppo ignorante io per recepire. Ammetto con serenità che Forlani batte con netto distacco tutti gli altri perché ha una cosa che a tutto il resto manca: una poetica. Tutti i suoi romanzi e racconti, anche quando parlano di cose completamente diverse e sono ambientate in universi narrativi differenti, esprimono un'unità di base di tematiche e una coerenza stilistica che non si ritrova altrove. E se ogni nuova storia sembra sempre costruire sulla base delle precedenti, con T si può pensare di essere arrivati al vero e proprio manifesto del forlanismo (ehi, l'ho detto io per primo, libri di letteratura futura, ho coniato io questo termine!).

Come tutte i lavori di Forlani, anche T è "scritto difficile", con una prosa che è quasi poesia, una cantilena continua e ipnotizzante (a me pare che le proposizioni siano sempre di otto sillabe, non so se lo fa apposta o gli escono da sole così, ma nel dubbio ne ho contate a decine e mi sono sempre tornate così), che accoppia tra di loro arcaicismi e neologismi, termini aulici da opertta morale e volgari bestemmie da derby del sabato pomeriggio. Se non si supera questo scoglio è impossibile goderne, ma dopo lo smarrimento iniziale ci si accorge che è estremamente facile seguire la scrittura e perdersi in questo fiume di parole sempre azzeccate. Ma anche volendo ignorare il valore estetico di della composizione c'è molto al di sotto, per cui partiamo dal titolo del libro e cerchiamo di capire che cosa significa quella lettera.

T sta innanzitutto per Thanatolia. Che è anche il titolo di una raccolta di racconti di diversi autori ambientata in un'ambientazione condivisa. Un setting fantasy sword&sorcery, dove si muovono necromanti, tombaroli, paladini e mostri di vario genere: Thanatolia è un intero continente adibito interamente a cimitero, dove secoli e secoli di tombe sono state riempite scavando nelle precedenti e prontamente saccheggiate. In T compare la stessa Thanatolia, ma stavolta non è un universo a parte: è diventata una simulazione condivisa, una specie di MMORPG a cui partecipano centinaia e centinaia di giocatori, non sempre volontari. Infatti, nell'Italia del 2030 circa raccontata da Forlani, la situazione economica è così disastrosa che l'unica via d'uscita per la disoccupazione giovanile è mettere le persone in stasi, addormentarle e collegarle al mondo virtuale insieme a tutti gli altri, dove potranno assumere l'identità che vogliono e passare anni e anni sotto le amorevoli cure di centri specializzati che si occupano di governare i loro corpi inermi. Certamente può sembrare una soluzione un po' estrema, ma è appunto del tutto coerente con la visione del mondo, e in particolare proprio dell'Italia, che da sempre Forlani ha proposto. Il governo dell'epoca ha volutamente emesso il Pointless Act proprio per creare una nicchia socio-ecologica a questo esercito di sfaccendati, e non è così difficile immaginare l'evolversi di certe forme di assistenzialismo attuali verso forme più perverse come questa. I protagonisti di T sono infatti tutti giovani. O meglio, sono ciò che si intende per "giovane" in quest'Italia del futuro: si parla in realtà di quarantenni o giù di lì, ma cresciuti e pasciuti in una società così flaccida che sono poco più che adolescenti nella loro concezione della vita, nei loro rapporti con gli altri, nel modo in cui affrontano le difficoltà.

T sta anche per Tempo determinato. Non solo in termini lavorativi, anche se questa è la prima e più evidente declinazione del termine. I "ragazzi" protagonisti cercano infatti di inserirsi in contesti di lavoro, ma ottengono soltanto pochi mesi di occupazione prima di essere rimandati da dove arrivano. Curriculum di venti pagine, lauree e lingue straniere, ottimo standing, capacità di relazione e hobby, tutto viene esaminato con una scrollata di spalle per poi passare avanti. E così i quarantenni bambini si trovano a non aver mai contribuito alla società, diventano inutili e passabili di Pointless Act. A un'analisi superficiale può sembrare un atteggiamento paternalistico, Forlani che si lamenta di una gioventù rammollita, incapace di prendere controllo della propria vita, ma non è così: è chiaro che i ragazzi sono a loro volta vittime di un sistema gerontocratico e clientelare (come in I senza-tempo), che non valuta minimamente esperienze e competenze e che in fin dei conti non ha proprio bisogno di loro, non sa che farsene di carne nuova, dato che si è già esteso a tutti i capillari e ora non può fare altro che avviare la metastasi e cannibalizzare se stesso. Ma la temporaneità non si riferisce solo a questo, perché il senso di transitorietà si avverte in tutto: non c'è niente di stabile, niente di definito, nessun frame di riferimento sul quale basere un qualsivoglia sistema di valori. Paradossalmente, il mondo simulato di Thanatolia rappresenta quanto di più solido esista per tutti coloro che ne fanno parte. Ed è infatti su questo che si basa un punto cardine di tutta la trama: da un certo punto in poi, le diverse realtà iniziano a intersecarsi tra loro, a fondersi, con scorci di Thanatolia che compaiono nel nostro mondo postmoderno e echi di postcapitalismo nella lande cimiteriali di Thanatolia. I personaggi si trovano ad alternare senza rendersene conto tra un piano e l'altro, magia e tecnologia si contrappongono e si mescolano (come in Eleanor Cole), e capire qual è la verità si fa difficile. È una sorta di Ubik, ma laddove Philip Dick avvisava "io sono vivo, voi siete morti", qui sono tutti morti, e allora di chi è la volontà che sta mettendo insieme questa realtà?

T sta forse anche per Teaser Trailer. Perché il futuro così vicino che ci aspetta è un'epoca in cui l'immaginazione funziona come un algoritmo. I protagonisti di T sono figli dell'era dell'intrattenimento invasivo, onnipresente, incessante. C'è anche un nucleo sovversivo tra questi personaggi, caratterizzati da una serie di particolari che portano a inquadrarli come "nerd". Ma non sono i nerd impacciati e autentici per i quali il termine è nato. Sono nerd consapevoli, autocompiacenti, che hanno abbracciato questa subcultura perché è diventata mainstream. Se un tempo certi generi di narrativa, i giochi di ruolo, alcuni tipi di film, erano considerati sanamente "di evasione", da cosa puoi evadere quando è il Sistema stesso a proporteli, e quindi ne fa la tua nuova gabbia nella quale ti rinchiudi da solo e ingoi la chiave? Sono quindi tutti valori fasulli, emozioni preconfezionate (come in Emoticonio), storie a bivi che portano a un'unica conclusione. Per cui riprendendo l'accostamento di poco fa, T è come Ubik, se Dick fosse vissuto abbastanza da vedere World of Warcraft e partecipare al Comiccon di San Diego.

T potrebbe stare per Troppo Tardi. Da tutto quanto detto sopra, non rimane che concludere questo: non c'è niente che possiamo fare per salvarci. Lo scoprono un po' per volta tutti i protagonisti, anche quelli che cercano sulle prime di opporsi alle atrocità (di chi?) e si ritrovano poi ancora più in profondità nel meccanismo perverso di realtà nidificate. L'unico labile appiglio di speranza è dato dalla ragazza straniera, quella che è fuggita dalla guerra e pensava che in Italia avrebbe trovato una vita più facile e l'ha trovata davvero, ma capisce che questa leggerezza ha un prezzo, e non è disposta a pagarlo. La sua soluzione comunque è andarsene, abbandonare la lotta e tornare all'origine del male da cui era fuggita. La verità è che il Sistema (o forse Thanatolia) non ha bisogno di loro quanto loro hanno bisogno di Thanatolia (o del Sistema), e a ogni proposito di cambiare le cose la risposta è che no, non si può (come ne Il Grande Avvilente).

T in realtà non sta per niente. È solo una lettera dell'alfabeto, una a caso, senza significato, senza scopo. Indifferente. Perché è a questo che si riduce tutto, alla fine: citando ancora Dick, se la realtà è quella cosa che continua a esistere quando smetti di crederci, allora che cosa rimane quando non hai mai creduto in nulla?

Siamo arrivati alla fase in cui concludo dicendo "compratelo e leggetelo". L'autore lo ha autopubblicato su Amazon per sua scelta, dopo aver avuto alcuni rifiuti da parte di vari editori. Però se devo essere onesto non credo che questo sia un romanzo che in effetti può essere letto da tutti in qualunque momento. Di sicuro non è il testo adatto con cui iniziare la lettura di Forlani. Consiglio piuttosto di leggere prima altri suoi romanzi e racconti, e passare poi a questo solo dopo aver preso confidenza con quella poetica di cui parlavo all'inizio. Allora, la potenza di T potrà saltare fuori dalle pagine e prendervi a sberle. E voi godrete di questo dolore.

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