Doctor Who 11x05 - The Tsuranga Conundrum

Quando si parla di un "conundrum", io mi aspetto un enigma di qualche tipo, uno stallo logico da risolvere magari con pensiero laterale. Roba tipo Quesito con la Susi, per capirsi. Per questo ero abbastanza incuriosito da questo episodio, in cui pensavo che il Dottore avrebbe fianalmente motrato le sue doti intellettive per salvare una situazione all'apparenza disperata. Dato che era chiara l'ambientazione spaziale, ipotizzato qualcosa come un delitto della camera chiusa su un'astronave, o un paradosso dovuto al viaggio a velocità relativistiche, cose del genere.

Quello che di certo non mi aspettavo era Nibbler (Mordicchio) di Futurama.

Sia chiaro, per me ogni citazione (intenzionale o meno) di Futurama è sempre ben accetta. Ma ecco, diciamo che il plot impostato intorno a una creatura piccola e all'apparenza tenera che si rivela invece vorace e letale mi è sembrata un'altra trovato piuttosto pigra. E di sicuro non è un conundrum. Al confronto c'è un quesito più complesso proprio in Futurama nella puntata in cui appare per la prima volta Nibbler, quando la Planet Express deve salvare gli animali dal pianeta che sta per collassare in contrasto alla legge (nelle specifico, la Legge di Brannigan). Ma basta parlare di uno show di fantascienza che la maggior parte delle volte riesce a essere più acuto e stimolante di Doctor Who e che tutti quelli che cercano ottimi spunti, buon humor e coerenza interna dovrebbero guardare e riguardare. Basta, ok?

Torniamo all'episodio in questione. Il Team Tardis si trova su un'astronave medica, raccolti da un pianeta-discarica su cui fanno inavvertitamente saltare una mina. Il Dottore si preoccupa subito di aver abbandonato il Tardis e doverlo recuperare, poi però si mette di mezzo il mostriciattolo (uno Pting) e la situazione si fa più complessa, perché l'esserino si intrufola e fa saltare uno per uno i sistemi della nave. Trattandosi di una specie pericolosa e incontenibile, i sistemi automatizzati di bordo faranno saltare la nave-ospedale piuttosto che farla rientrare alla base con quell'infestante. Quindi bisogna liberarsene, e nel frattempo tenere a bada gli altri pazienti a bordo: un ragazzo incinto, una generale eroina di guerra e i suoi collaboratori, e il ridotto personale medico già nel panico. Bene, Doctor Who si confronta almeno una volte per stagione con un'ambiente chiuso e prossimo alla distruzione, in cui bilanciare le esigenze di tutti i personaggi per arrivare alla soluzione. Cosa potrebbe mai andare storto?

Eh, diverse cose.

Mi sta bene l'idea del nemico coccoloso ma letale, è un meccanismo che in Doctor Who (ma anche in Futurama) funziona bene. Peccato che nessuno sembri notare che lo Pting è adorabile e verrebbe voglia di stringerlo e solleticargli il pancino, se non fosse che ha la pelle velenosa. Il contrasto sarebbe stato più efficace se qualcuno si fosse fermato a dire "Ma guarda che cariiiino!" per poi venire attaccato. Buono anche il fatto che non sia un pericolo diretto per gli umani, perché si nutre di altro. Pure qui ci sarebbe da far notare che le specie pericolose non sono necessariamente quelle che ci mangiano, tant'è che muore meno gente ammazzata dai leoni che dalle mucche. Ma questo è un equivoco comune dovuto al paradigma antropocentrita che ci vede al vertice della catena alimentare. Doctor Who ha saputo essere più sottile di così in passato, ma molte altre volte non l'ha fatto, quindi siamo in media. Semmai il problema in questo senso è che questo è praticamente il quarto nemico di fila che non è davvero un nemico e la cosa inizia a essere un po' stancante, del tipo che appena vediamo il prossimo mostro staremo già a pensare "Sì ok, ma in realtà chi è il vero mostro?".

C'è poi la questione piuttosto fastidiosa delle pistole di Cechov caricate a salve. È una cosa che ho notato già negli episodi precedenti ma qui è così sistematica da sembrare intenzionale. La teoria della pistola di Cechov la sapete: in una storia ogni elemento apparentemente casuale mostrato allo spettatore deve avere uno scopo in seguito. È un assunto comune nella scrittura, ormai quasi un cliché al punto che spesso queste pistole sono ben riconoscibili. A voler limitare la ricerca al Doctor Who recente, troviamo il sigaro ad accensione automatica in The Ghost Monument, che si rivela determinante verso la fine dell'episodio. Ma in molti altri casi, e in The Tsuranga Conundrum in particolare, viene caricato un intero arsenale di pistole di Cechov, senza che nessuan poi faccia fuoco. Facciamo gli esempi:
  • Il Dottore per metà dell'episodio accusa un dolore dovuto all'esplosione della mina, al punto che non riesce a correre. Poi a un certo punto sta bene. La ferita non è servita a nulla nella storia.
  • Il Dottore si spertica in lodi al motore ad antimateria (di cui peraltro dà una definizione incompleta e imprecisa). Questo motore non lo rivediamo più. L'antimateria non è servita a nulla nella storia.
  • Il generale eroe di guerra soffre di una patologia dovuta al suo continuo collegamento neurale con le astronavi. Collegarsi alla nave-ospedale per pilotarla potrebbe essere fatale. Infatti si collega e muore. Ma tanto si scopre che suo fratello sapeva pilotare anche lui. Il generale eroe non è serivto a nulla nella storia.
  • Lo Pting non può essere toccato a mani nude, ma il generale ha per assistente un androide che in quanto inorganico può toccarlo, e la cosa viene esplicitamente sottolineata. L'androide non entrerà mai in contatto con lo Pting. L'androide non è servito a nulla nella storia.
  • Lo Pting si mangia il cacciavite sonico e lo disattiva, e il Dottore non può più usarlo. Poi a un certo punto funziona di nuovo. Il malfunzionamento del cacciavite non è servito a nulla nella storia.
  • Quando il primo medico finisce nella capsula di sicurezza e sta per morire, fa un discorso motivazionale alla sua collega meno esperta, dicendole di aver sempre creduto in lei. Lei non farà niente di importante nel resto dell'episodio, a parte assistere durante il parto, cosa che rientrava già nelle sue mansioni. Il discorso del medico non è servito a niente nella storia.
Direi che è uno schema piuttosto frequente per 58 minuti di puntata. Quello che non riesco a capire è se queste pistole avrebbero dovuto sparare, ma poi è cambiato qualcosa in corsa (tagli, adattamenti, ecc) oppure se semplicemente scrivendo l'episodio queste cose ci sono state infilate dentro perché sì, perché questa è fantascienza quindi tante più cose inventate ci sono e più alla gente piace! Che importa se queste idee non hanno nessun impatto o risoluzione nella storia? L'androide in particolare, sembrava il personaggi perfetto per dare una scossa alla trama, data la sua capacità di toccare lo Pting avrebbe potuto sacrificarsi per salvare il generale e in questo modo far cambiare idea al suo fratello che lo vedeva con ostilità e allora fargli accettare il fatto che la sorella pilotasse la nave anche se significava morire ma sacrificarsi per qualcosa in cui si crede è una fine nobile e blablabla. Invece no. L'androide, semplicemente, sta lì. Un po' come tutti.

Ad esempio come Yaz. Che povera stella, sembra davvero che sia lì solo per fare le domande che innescano l'infodump. Il Dottore vede un motore ad antimateria che le piace tanto? Mettiamoci Yaz a chiedere di spiegarle come funziona. Ryan deve farci conoscere il suo dramma di orfano? Mettiamoci Yaz a chiedere come è morta sua madre. L'unica azione che questa sciagurata compie in tutta la puntata è buttare una coperta addosso allo Pting e allontanarlo... tirandogli un calcio per mandarlo oltre l'angolo del corridoio. Impeccabile condotta da un'esperta operatrice della sicurezza pubblica, non c'è niente da dire.

Ma il problema peggiore è che a "stare semplicemente lì" è pure il Dottore. È una cosa che ho già evidenziato nei commenti agli episodi precedenti ma ogni volta viene confermata. E mi dispiace doverlo dire, perché poi sembra che io sia uno di quelli che non credono al Dottore perché è una donna, e sono io troppo retrogado per dare crediblità a un personaggio femminile. Ma il fatto è che questo Dottore, finora, non mi è mai sembrato "in control". Succedono delle cose, reagisce, ma non è mai un passo avanti, non ha mai la situazione chiara o un'idea di cosa fare. Il viaggiatore temporale in Rosa era addirittura più furbo di lei, e pure lo Pting per quanto creatura senza intelligenza sembra sfuggirle. E soprattutto, il Dottore non esercita nessuna autorevolezza su chi le sta intorno. Anzi, a inizio episodio viene pure rimbrottata dal medico ed è costretta ad abbassare la testa. Cosa che non è impossibile di per sé (è già successo in passato che il Dottore fosse rimesso al suo posto da altri, anche se magari si parla di personaggi più consistenti come River Song), ma conferma il trend già visto in precedenza: questo Dottore non ha (non ancora, per lo meno) quell'aura di esperienza e sicurezza che incute fiducia e rispetto in tutti, anche negli sconosciuti. Per cui se regali un Tardis e un cacciavite sonico a un tizio qualunque, ottieni le stesso risultato. Questo per me non è il Dottore, e non c'entra niente il fatto che sia sprovvista di pisello. Per fare un esempio, Clara era molto più Dottore di quanto si è dimostrata finora Jodie Whittaker (con questo non intendo che il problema sia l'attrice o l'interpretazione, sono le storie a non renderla credibile).

Una cosa che insospettabilmente mi è piaciuta invece è il subplot con il ragazzo incinto. Pensavo fosse solo una gag passeggera, invece ha un impatto più forte sulla trama ed è anche un buono spunto per un po' di sviluppo dei personaggi (con il che intendo Ryan e Graham, dato che Yaz non ha un personaggio, quindi non può svilupparlo). A dirla tutta, la storia del genitore che vuole dare il figlio in adozione ma poi decide di tenerlo ha un retrogusto vagamente pro-life, e in questo momento storico stride un po' con l'attualità. Inoltre, a mio avviso sarebbe stato più determinante per Ryan se da questa situazione avesse capito che forse suo padre l'ha abbandonato perché era genuinamente convinto di non potergli dare quello che meritava. Un messaggio più profondo del semplice "un buon genitore ti rimane accanto sempre". Ma quanto meno questo dovrebbe portare a qualcosa.

In conclusione, The Tsuranga Conundrum pur avendo un passo più ritmato e situazioni in cui si riesce ad avvertire la tensione, fallisce comunque nel livello generale di credibiltà. Non lo definerei un episodio brutto, ma un grosso "meh", un piattume generale che non cattura abbastanza l'attenzione. Siamo a metà di questa stagione, e finora non c'è stato niente che abbia brillato. È imperativo che il Dottore si ricordi di fare il Dottore, altrimenti non se ne esce. Forse con i prossim episodi, i primi che vedremo che non sono stati scritti da Chris Chibnall stesso, si potrà notare un cambiamento. E a quel punto sarà dimostrato per via empirica qual è il problema di fondo di questa nuova stagione. Voto: 6/10

Alessandro Vietti - Il Potere

C'è un film che adoro, The World's End scritto e diretto da Edgar Wright, l'ultimo della cosiddetta "Trilogia del Cornetto". La storia (spoiler a seguire se non l'avete visto) segue il protagonista quarantenne Gary King (Simon Pegg, e chi sennò?) che convince i suoi vecchi amici a tornare nel paese in cui sono cresciuti per replicare la maratona alcolica che fecero da diciottenni. Gary è quello che secondo i canoni capitalisti si definisce "fallito", un mezzo alcolizzato che non ha mai realizzato nulla nella sua vita. Nel climax del film, nonostante siano sotto attacco da parte di cyborg alieni che stanno sostituendo la popolazione della cittadina, Gary King fugge da solo per arrivare all'ultimo pub sulla sua lista e bere l'ultima birra, quella che decreterà il successo della maratona alcolica che non è riuscito a finire nemmeno da diciottenne. Pur di bere quella birra, mentre il pub viene fatto a pezzi e i suoi compagni sono stati ammazzati, arriva anche a fare a pugni con l'unico amico rimasto (Nick Frost, e chi sennò?). Perché quella birra alla Fine del Mondo è tutto quello che gli è rimasto. È un momento forte, che mi colpisce ogni volta che lo vedo. Anche all'interno del contesto assurdo, e in un film dal tono tutto sommato leggero come tutti quelli di Wright, è una scena estremamente drammatica, che ti si rivolta contro e ti sbatte in faccia le tue aspettative. Quella che credevi una storia goliardica, da ridersela, condita con qualche mistero e un po' di mostri, ti colpisce con un pugno sotto lo sterno e ti fa ripensare a tutto quello che hai già visto, e se davvero lo hai capito. Ti poni delle domande, e se va bene ti dai qualche risposta.

Leggere Il Potere mi ha provocato una reazione molto simile.

Prima di iniziare a parlarne, una doverosa premessa. Nel prosieguo di questo post ci saranno spoiler sul libro. Soprattutto, ci sarà lo spoiler, cioè parlerò apertamente di cosa è questo "potere" del titolo. Questo perché ritengo che per fare un commento ragionato sia necessario poter parlare liberamente di cosa contiene, e perché come ho già detto altre volte, gli spoiler sono sopravvalutati. Ma, anche se la scoperta del potere (o facoltà) avviene molto presto, entro il terzo-quarto capitolo, devo ammettere che arrivare a scoprirla e rendersi conto che è davvero questo!?, è stato molto gustoso. Pertanto chi volesse godere di questo piacere della scoperta chiuda ora questa pagina e torni dopo aver letto il libro, o quantomeno quei primi capitoli in cui il mistero viene delicatamente svelato. Risolto questo, andiamo avanti.

Di Alessandro Vietti ho già parlato in precedenza, in particolare nel mio commento a Real Mars, il precedente romanzo pubblicato sempre da Zona 42 e che a sua volta aveva un'idea di fondo e una struttura molto particolari. Questo nuovo romanzo è per certi versi del tutto diverso da Real Mars, ma per altri sottilmente affine. Non sono in alcun modo collegati e non fanno parte dello stesso "universo narrativo", ma c'è un'unità tematica sottotraccia, come un rumore bianco di fondo che suscita reazioni simili.

Il Potere è un'autobiografia narrata dal protagonista Alessandro durante il suo soggiorno in prigione. Alessandro è famoso, perché è intervenuto in diretta tv in una trasmissione molto seguita e ha dato dimostrazione della sua facoltà: far cacare la gente. Questa è la capacità straordinaria di cui dispone: nelle giuste circostanze (e quali siano le circostanze lo ritegno più interessanto della capacità in sé, per cui questo non lo rivelerò) Alessandro può indurre il bisogno impellente e incontenibile di defecare. Può farlo verso più persone insieme, senza essere fisicamente presente, senza vederle, senza nemmeno conoscerle. Incoraggiato da un agente letterario che gli promette successo assicurato, Alessandro mette insieme le sue memorie e racconta la lenta presa di coscienza della sua facoltà, di cui dispone fino dall'infanzia ma che solo nell'adolescenza inizia a maneggiare con cognizione.

Affrontiamo subito l'argomento: l'idea di questo superpotere è folle e geniale. Folle perché sembra tirata fuori dai peggio film con Alvaro Vitali, o da una barzelletta raccontata da Proietti: "'a sapete quella de Alfredo er Cacatore?". Ma è geniale perché permette di mettere in scena sequenze di qualunque tipo, dal grottesco all'avventuroso al drammatico. E nel contesto più ampio del libro (di cui parleremo più avanti), la scelta di una capacità del genere è quanto di più azzeccato si possa immaginare. Perché indurre il prossimo a cacarsi sotto è un potere sconvolgente, è l'umiliazione definitiva, è un trauma difficilmente recuperabile. Pensate se Superman invece di dover prendere a cazzotti Lex Luthor gli potesse scatenare attacchi di diarrea: al pelato passerebbe la voglia di fare il guappo, soprattutto sapendo che può essere colpito sempre e ovunque. Se sbagli, caghi.

Ma questa idea formidabile è calata all'interno di una storia ben più articolata. La narrazione prosegue grosso modo in ordine cronologico, ma ci sono frequenti salti temporali da un momento all'altro della vita del protagonista, alcuni episodi sono raccontati non per come sono avvenuti ma per come lui ricorda di averli ricordati in passato. Da un flashback si passa a un altro, poi alla situazione presente che si svolge intorno a lui mentre scrive. Poi di nuovo indietro, avanti, nel mezzo. Alla fine si ha un quadro abbastanza esaustivo della vita di Alessandro, praticamente dalla nascita al momento in cui finisce in galera, ma il tutto viene presentato come un puzzle con i pezzi sparsi sul pavimento. Questa confusione iniziale però non è fine a sé stessa, non è disorientamento per il gusto di disorientare. Il racconto atemporale di Alessandro è coerente con il modo e le circostanze in cui scrive, come una conversazione libera in cui ogni appiglio porta alla memoria qualcosa che allora va raccontato subito, per poi tornare al punto iniziale ma magari nel frattempo è successo qualcos'altro quindi lasciamo perdere. Ed è anche l'opera di qualcuno che non ha mai scritto niente in vita sua, e mai pensava di doverlo fare. Non ci sono tentativi di organicità o applicazioni studiate di tecniche narrative. Che è precisamente ciò che ci si aspetta da un personaggio del genere.

Ma appunto, che personaggio è Alessandro? Quando si legge un'autobiografia tutto dipende da questo: che cosa rende la sua storia meritevole di essere letta. Beh, certo c'è il fatto che abbia la facoltà. Cresciuto con i fumetti, lui e il suo amico Saverio fanno presto ad associare la cosa ai supereroi. La facoltà si può a tutti gli effetti considerare un superpotere, per quanto bizzarro. E se inizialmente è una variabile fuori controllo, per poi diventare un gioco, a un certo punto diventa anche un'arma. Uno strumento per intervenire con la forza nei confronti degli altri, un modo di esercitare potere su di loro. Alessandro lo capisce e non ne fa mistero. Anzi, dopo essersi rivelato al pubblico, la sola menzione della sua facoltà è sufficiente a metterlo in condizione si superiorità. Per questo, e per altre vicende che gli sono capitate e nelle quali sente di aver sbagliato, Alessandro si considera (ironicamente) uno stronzo. Una persona senza morale, qualcuno da cui non si può imparare nulla, anzi, dal quale ci si dovrebbe distanziare il più possibile.

Eppure, a mio avviso, questa considerazione di Alessandro per se stesso è soprattuto una posa. L'impressione è che, condizionato dal personaggio pubblico che lui stesso si è creato, debba necessariamente mostrarsi per quello che non è. Certo, non è un paladino, non ha la bussola morale perfetta di un Superman o Capitan America. Ha commesso degli errori, a volte per leggerezza, altre per arroganza. Ma un codice etico ce l'ha e come. E lo si vede metterlo in azione, più di una volta, nei momenti in cui conta. Sono le sue azioni a parlare, più delle parole che lui stesso (ma non solo lui) dice di sé. Ed è questo un livello curioso di "narratore inaffidabile", perché non abbiamo un narratore che mente o che non ricorda o che è limitato nella sua visione, soltanto una discrepanza tra ciò che dice di sé e ciò che effettivamente è. Una sorta di incarnazione del principio dello show don't tell.

Ma Il Potere non è solo una storia personale di formazione. È anche (e forse, ancora prima) un romanzo che affronta importanti temi sociali e politici. Come Real Mars affrontava la pervasività dei media e il modo in cui la realtà viene filtrata dalla loro prospettiva, anche in questo caso c'è un'importante porzione di critica sociale. Non è una di quelle lezioncine didascaliche da Huffington Post, ma qualcosa di molto più subdolo. Il presente narrativo della storia è sostanzialmente paragonabile al nostro presente (potrà essere qualche anno più avanti, ma niente di più), ma il contesto politico e sociale non è quello che conosciamo. Il sistema politico italiano è denominato dalla Società, una sorta di partito unico che occupa tutti i ruoli e vigila sul corretto svolgimento della vita pubblica. La Società affida a ogni cittadino una Spesa di Cittadinanza mensile, un importo predefinito da spendere tutto entro la scadenza, corrisposto in cambio di un lavoro assegnato. È piuttosto evidente quale siano le fonti di ispirazione per questa distopia leggera, ma la cosa più interessante è che la situazione politica è un elemento di fondo, un semplice ambiente in cui Alessandro si muove con naturalezza perché per lui è la normalità. È solo nella parte finale, dopo la sua rivelazione pubblica, che il protagonista entra in contatto diretto con la Società ed è proprio da questo confronto tra diversi tipi di potere (quello personale e sfuggente, e quello pubblico e costituito) che si arriva alla conclusione della storia.

Parlando della forma del romanzo, l'eccellente padronanza di Vietti è di quelle che permette di leggere paginate di wall of text senza sentirsi affaticati. Come dicevo in precedenza, qui a mio avviso è stato molto bravo nell'ignorare volutamente le regole della scrittura professionale, come farebbe uno scrittore che in realtà non è scrittore. Non che ci siano errori ortografici o congiuntivi mancati, ma quello che ci si aspetta a livello di struttura da un narratore di una certa abilità (come sappiamo essere Vietti) viene sovvertito. Un esercizio simpatico per il lettore può essere la ricerca di tutti quei piccoli indizi che concorrono a mostrare che il mondo di Alessandro non è esattamente il nostro. Ci sono decine di easter egg, piccole discrepanze nella storia che conosciamo, per lo più insignificanti ma tutt'altro che casuali. Io ne ho individuate una quindicina, ma ce ne sono sicuramente di più. Ma c'è un'altra caratteristica molto particolare di questo romanzo: la sua italianità. Il Potere è fortemente caratterizzato dall'ambientazione e dalla quotidianità italiana. Non solo nomi, luoghi, eventi, tradizioni, ma anche un certo tipo di situazioni e valori sono molto tipici e caratteristici, ma non nel modo in cui è "caratteristico" il chioschetto a Venezia che vende i portachiavi di Pinocchio. Non è un'italianità macchiettistica, è un terreno da cui crescono gli sviluppi della storia, che forse piantata in un altro suolo avrebbe dato fruddi diversi. In tal senso, l'intero romanzo ha una notevole affinità con un certo cinema italiano, ricorda nei toni e nelle situazioni quelle commedie dal sapore agrodolce come possono esserle quelle di Monicelli.

Ma in ultima analisi, qual è il messaggio de Il Potere? Che cosa vuole dirci Alessandro (quale Alessandro?) con quello che ha scritto? Non credo che ci sia una risposta univoca. Non ci si può limitare a contenere il senso di questo romanzo in un solo tema o in una sola frase. È una storia tanto personale quanto universale. Lo dice proprio in apertura: voi tutti che leggete vorreste essere come lui, e alla fine dei conti in effetti lo siete. Alessandro è un personaggio unico per la sua capacità, ma estremamente vicino al suo lettore, anche quando finge di disprezzarlo. Per questo la sua storia risulta così accessibile e lui, nonostante si presenti come un personaggio negativo, finisce per risultare simpatico e relatable. E forse alla fine è vero, da lui non abbiamo niente da imparare, perché Alessandro non è migliore di noi, ha solo avuto la casualità di ritrovarsi con la facoltà e il resto è andato come è andato. Ma leggendo la sua storia, probabilmente possiamo imparare qualcosa di più su noi stessi, che forse non abbiamo quel potere, ma ne esercitiamo tanti altri, con tanta naturalezza da non accorgercene nemmeno. E se come si usa dire, da grandi poteri derivano grandi responsabilità, questo non significa che poteri limitati liberano dalla responsabilità: sta a noi capire in che modo affrontarla. E se questo libro certo non offre una soluzione, forse può indicare una strada.

Doctor Who 11x04 - Arachnids in the UK

Il Dottore dovrebbe soffrire di un minimo di aracnofobia, in quanto deve avere ricordi poco piacevoli legati ai ragni. Dieci facce fa, il Terzo Dottore infatti cadeva proprio dopo aver affrontato dei ragni telepatici interdimensionali (più o meno) in Planet of the Spiders, per poi rigenerarsi col volto di Tom Baker. E in effetti questo Arachnids in the UK ha un po' il sapore degli episodi di Jon Pertwee: ambientazione nel presente, nessun mostro alieno, nutrita squadra al seguito, interessi politici/economici a costituire il vero nemico. Certo quella era un'altra epoca, e la stessa formula oggi non funziona nello stesso modo. In ogni caso si può dire che Doctor Who è (o quanto meno è stato) anche questo, proprio come lo era per la puntata precedente.

Quindi l'impostazione dell'episodio, per quanto inusuale nelle serie più recenti, può funzionare. Ma ci sono altre cose che non vanno. Il nemico "immediato", cioè i ragni giganti, non costituisce una minaccia seria. Certo sono spaventosi perché sono ragni giganti, ma non c'è mai un momento in cui si sente davvero il pericolo di averli intorno. Basta scappare, o chiuderli in una pentola. L'origine stessa dei ragni è confusa. Pare che qualcuno si sia chiesto: cosa li avrà fatti diventare così, gli esperimenti di scienziati folli, o la i rifiuti tossici degli industriali senza scrupoli? Beh, perché non entrambi? La sensazione è che si sia voluto mettere dei ragni giganti for the sake of ragni giganti: c'è tanta gente aracnofobica, basterà questo a impressionarli. Probabilmente sì, per loro. Ma il resto del mondo vede solo un mostro generico senza motivazioni e facile da sconfiggere... che a ben vedere è quanto si sono rivelati tutti i villain negli episodi di questa stagione visti finora.

Poi certamente si può alzare la manina e obiettare: "Ma no, non hai capito. I ragni non sono il nemico, il vero mostro è il proprietario dell'albergo spietato e senza morale." Ok, mi sta bene. Ed è chiaro che la storia voglia condurmi a pensare questo. Però il finto-Trump (che furbamente nomina Trump proprio per non essere accusato di essere una parodia di Trump) alla fine dei conti non mi è sembrato un personaggio così disdicevole. Certo, è modellato sullo stereotipo del multimiliardario senza cuore e assetato di potere economico e politico, ma tutto sommato nella sua posizione si dimostra più che ragionevole. E se lo si vuole ritenere responsabile dell'invasione degl ultra-ragni, se non altro condivide questa responsabilità con il team di aracnologi, a cui invece non viene mossa la minima critica.

E a questo punto si pone un grosso dilemma etico per una delle ultime scene. Scopriamo che il ragno-madre è diventato troppo grande e non può più respirare a causa delle sue dimensioni: sta soffocando, morirà presto. Il finto-Trump accorre con la pistola spianata e fa fuoco. Dottore e compagni si incazzano perché sparare è un modo inumano di affrontare il problema. Le armi sono brutte, l'ha già detto diverse volte questo Dottore, e siamo tutti d'accordo. Solo che: qual era allora il piano per il ragnone che stava già morendo? Sparargli è inumano, meglio allora lasiarlo morire asfissiato? E per tutta la sua prole di ragni assassini, rinchiusa nella panic room? Quale è il trattamento penasto per loro? Lasciarli morire soffocati, di fame, o cannibalizzati uno con l'altro? Questo che è compassionevole.

Questa moralità ambigua, che però sembra accettata da tutti i suoi accompagnatori, non è un problema da poco. Ora, in oltre cinquant'anni di trasmissione il Dottore si è contraddetto spesso su questo e tanti altri temi epici, ma... per lo meno non nello spazio di una stessa puntata! E la cosa è ancora più frustrante quando questa sua posizione si contrappone a quella dell'avversario. Se la bussola morale dello spettatore deve puntare verso il Dottore, ma poi ragionandoci sopra viene il dubbio che forse era il cattivo ad avere ragione. E a dirla tutta, non è solo questo il problema che sto avendo nei confronti del nuovo Dottore. Finora, Jodie Whittaker per quanto "nella parte", non mi è mai sembrata dominare la scena. Il Dottore in genere emana una sorta di aura di autorità che porta le persone (almeno quelle minimamente ragionevoli) a seguirlo. Succede sempre, ogni volta che capita in mezzo a sconosciuti di cui deve guadagnare la fiducia per poter fare quello che deve fare. Ma il Tredicesimo quest'aura non l'ha ancora tirata fuori. Non l'ho mai vista diventare il punto focale dell'azione, la figura di riferimento a cui tutti danno retta. Certo, i suoi compagni la seguono, ma sembra più l'autorità di un capocuoco verso i lavapiatti che quella di un Timelord intenzionato a sistemare le cose. Probabilmente, questo effetto in parte è voluto, proprio per distaccarsi da quella parvenza di "divinità" che il Dottore stava assumendo nelle ultime stagioni, però forse adesso siamo all'estremo opposto. Siamo al punto in cui io non sarei sicuro di affidargli la mia vita e la mia salvezza. E se il Dottore non è capace di ottenere questo, allora non sta facendo il Dottore.

Anche la conclusione della vicenda è un po' fumosa. Morto il ragno-madre se ne vanno tutti (anche se l'ingresso era bloccato dalle ragnatele ed è per questo che non sono fuggiti prima), lasciano i ragni nella panic room, il finto-Trump va per i fatti suoi libero di candidarsi alle presidenziali (nonostante sia chiaro che era lui il vero cattivo da fermare), e pure gli altri ragni in giro per la città rimangono dove sono. Ehm, questo è risolvere un problema?

Per il resto poco altro da notare. Conosciamo qualcosa della vita di Yaz ma lei si dimentica di essere un poliziotto quando scopre diversi crimini e le viene puntata contro una pistola. Ryan continua a comportarsi da quattordicenne e non credo che la sua patologia sia una scusa sufficiente a giustificarlo. Graham ha qualche flashback un po' stucchevole, ma tutto sommato possiamo capirlo. In realtà la star dell'episodio è proprio il finto-Trump, che pur interpretando una macchietta risulta convincente e anche simpatico.

A questo punto, inizio ad avere seri timori sul nuovo corso che Doctor Who sta prendendo sotto la guida di Chibnall (che peraltro finora ha scritto o contributo a scrivere tutti gli script). Spero di essere smentito presto, ma per ora anche qui devo dare un voto 5.5/10

Doctor Who 11x03 - Rosa

Seguendo una lunga tradizione, un nuovo Dottore nei suoi primi episodi deve spostarsi nel presente, nel futuro e nel passato. Per cui è naturale che dopo The Woman Who Fell to Earth e The Ghost Monument ci si dovesse spostare all'indietro. Nello specifico: Alabama, 1955. Il Tardis parcheggia giusto il giorno prima in cui Rosa Parks inscenerà la sua famosa protesta in autobus, rifiutando di cedere il suo posto a un passeggero bianco, e dando così una scossa al movimento dei diritti per i neri in USA.

Cinquanta e passa anni fa, quando nacque Doctor Who, l'intento era di farne una serie a metà tra l'avventuroso e il didattico, che potesse essere seguita dai ragazzi che con la scusa del viaggio nel tempo avrebbero potuto imparare la storia. Per questo nelle prime stagioni sono molto frequenti le storie ambientate semplicemente nel passato, senza nessun elemento "estraneo" (alieni, mostri, robot, quello che vi pare). Il Primo e il Secondo Dottore sono stati nell'antica Roma, tra gli Aztechi, nella Francia della Rivoluzione, tra i clan della Scozia, e così via. Questa tendenza poi si è persa con il tempo, e in seguito (come oggi) gli episodi di ambientazione "storica" sono rimasti, ma contengono sempre quel qualcosa di estraneo: è il caso ad esempio delle streghe di Shakespeare, dei Dalek durante la WW2, dell'alieno invisibile che attacca Van Gogh, dei mostri infradimensionali che affrontano i legionari romani.

Con Rosa abbiamo invece qualcosa di strano. Sembra che la storia si stata messa insieme da due pezzi tra loro scollegati. L'idea di fondo probabilmente era "ambientamo un racconto durante la segregazione razziale in USA", poi qualcuno è intervenuto e ha detto "aspetta, ma questo è Doctor Who, deve esserci qualcosa di fantacientifico, come la risolviamo?" A quel punto l'idea migliore che è venuta in mente è stata quella di far apparire un viaggiatore temporale dal futuro che vuole alterare il corso della storia ma che poi tutto sommato anche se non ci fosse non cambierebbe niente, ma siccome questa è una serie di fantascienza bisogna mettercelo. Il signor Krasko è uno dei problemi principali dell'episodio: un villain "cattivo perché sì", che sembra incredibilmente astuto (riesce a escogitare vari modi per far cambiare gli eventi) ma al tempo stesso inspiegabilmente ottuso (si espone senza ragione e non gli viene in mente di poter far semplicemente sparire nel nulla il suo obiettivo, come poi succederà a lui). Ma ciò che soprattutto lo rende piatto e insipido è la sua totale assenza di motivazioni: ok, abbiamo capito che è un assassino pericolosissimo, ma perché vuole fermare Rosa Parks? Si risponde, "beh, è solo un razzista, non c'è una ragione logica per essere razzisti". Certo, questo nella vita vera. Non in una storia costurita. Cosa me ne frega a me di un avversario di cui non conosco gli obiettivi, di cui non percepisco il conflitto con gli eroi al di là del fatto che dice di voler fare cose brutte? Eppure avrebbe potuto essere un villain molto più interessante, perché il suo condizionamento neurale che gli impedisce di uccidere o fare del male ne fa una controparte ideale per il Dottore. Ma no, si limita a lanciare qualche occhiata da bulletto e poi scomparire.

Purtroppo, non è l'unico problema. La puntata è expositional in modo estenuante. Sembra letteralmente una lezione di storia. E abbiamo capito che il tema è importante e attuale, ma quando il Dottore letteralmente si mette a scrivere sulla lavagna le nozioni riguardo la Parks, e poi nel finale fa cinque minuti di riepilogo di "come è finita la storia" mostrando immagini reali di Rosa Parks premiata da Bill Clinton... sembra tutto davvero troppo didattico e fuori contesto per essere Doctor Who. Piccola nota: portare come prova della sua importanza il fatto che Rosa Parks abbia un asteroide col suo nome non è molto efficace. Voglio dire, c'è pure un asteroide battezzato in onore a Godzilla, eh.

Ma la cosa più terribile della puntata? Diosanto, la canzone. Quella canzonetta da talent show, da playlist ispirational. Butta lì nel momento più drammatico della storia, all'apice del climax, dove la storia si svolge. Ma a chi è venuto in mente? Ma non si sono resi conto di quanto avrebbe potuto essere POTENTE il silenzio in una scena del genere? E anche a volerci mettere una musica non originale, perché scegliere un pezzo moderno così estraneo a quanto si sta vedendo? Sentire quel pezzo è una manata nel viso allo spettatore: "Oh! Non sei negli anni 50, stai vedendo uno show in tv, capito!?" Cancella in un attimo il lavoro di immersione fino a quel momento abbastanza efficace. E poi il testo stesso della canzone dice "i'll rise" il che è ironicamente proprio il contrario di ciò che Rosa sta facendo, perché rimane seduta. Davvero, quest'unico dettaglio fa scorrere giù nel cesso tutto il lavoro fatto fino a quel momento, è totalmente gratuito e inadatto e fuori fuoco e sbagliato.

Ci sono anche cose buone. La ricostruzione storica per quanto ne so è abbastanza accurata e riesce a mostrare bene il problema del conflitto razziale in un'epoca relativamente recente. Quella prima sequenza in cui Ryan riceve uno schiaffo in mezzo alla strada, in pieno giorno, è davvero ben fatta. L'attrice che interpreta Parks ha fatto un buon lavoro, e pure il cameo di Martin Luther King funziona. Molto signficativo il fatto che in questo caso particolare, il corso dell'azione perché tutto vada nel modo giusto sia non fare niente. E il momento in cui la cosa avviene lo si sente addosso, con Graham che dice "I don't wanna be a part of this" ma è costretto ad esserlo e anzi è lui la persona per cui Rosa è costretta ad alzarsi. Vedere il Dottore immobile, in silenzio, mentre dietro di lei l'autista ordina alla donna di alzarsi, è abbastanza straziante. Peccato che poi arrivi quella terribile canzone e la magia si frantumi.

Bisogna anche ammettere che portare in uno show "per famiglie", come è considerato Doctor Who un tema così forte in maniera così esplicita, soprattutto in questo momento storico in cui le tensioni razziali un po' in tutto il mondo occidentale si stanno di nuovo esasperando, è una scelta sicuramente coraggiosa. Un conto è un Handamid's Tale, che parte già con le premesse di essere una mattonata sullo stomaco, ma qui stiamo parlando di una serie in cui a volte abbiamo degli alieni ciccioni che scoreggiano come nemici. Questo coraggio però è forse l'arma a doppio taglio contro cui gli autori stessi si sono feriti: sembra un po' uno di quei casi in cui ci si preoccupa tanto di far vedere un "messaggio importante" che non ci si accorge di come lo si sta trasmettendo. E purtroppo, se si sbaglia a veicolarlo, il messaggio non solo non arriva, ma potrebbe anche essere interpretato per il contrario di quello che è.

Personalmente penso che la forza della fantascienza stia proprio nella possibilità di parlare di ciò che conosciamo da una prospettiva differente, in modo da non suscitare subito le reazioni aprioristiche con cui siamo abituati a ragionare sul mondo che ci circonda. Invece si lavora in modo più subdolo, sotto la superficie, ti mostro qualcosa di diverso ma che se ci pensi bene (e forse anche se proprio non ci pensi) in realtà ti sta parlando di quello che succede a te, adesso. E magari ti porta a riflettere e vedere le cose in una prospetiva diversa. Doctor Who è una serie eccellente per portare avanti un discorso del genere e lo ha fatto anche di recente, penso ad esempio al meraviglioso discorso di Capaldi in The Zygon Inversion. Chi ha realizzato Rosa sembra invece che si sia dimenticato di questa potenzialità enorme, e abbia deciso per un approccio diretto che, non essendo perfetto, scivola nel didascalico.

Quest'ultimo punto è ciò che a mio avviso rende questa puntata piuttosto mediocre. Il divario tra le intenzioni dichiarate, la portata e complessità del tema e il modo in cui si arriva realizzarlo è troppo vasto. Alla fine dei conto gli assegno un voto 5/10, ma posso dire con sicurezza che sarebbe bastato non mettere quella canzonaccia nel momento più importante della puntata per guadagnare già un punto.

Coppi Night 21/10/2018 - Now You See Mee 2

Io non avevo nessuna intenzione di vedere questo film. Nessuno dei presenti voleva vederlo. Ma hai presente quando sei lì che scrolli nelle sottocategorie di Netflix e non trovi mai quella cosa che ti stuzzica abbastanza, sì questo potrebbe essere però insomma non so, e alla fine caschi su quella cosa che in realtà non ti interessa, ma proprio per questo sai che non ti deluderà, perché non ti importa nulla? Probabilmente questa condotta è l'indizio di qualche stato ansiogeno, ma a me capita spesso. Fato sta che alla fine ci siamo decisi a guardare il seguito di Now You See Me, che già a suo tempo mi aveva fatto piuttosto schifo. E sapevo che questo era peggio.

Di film brutti ne ho visti tanti, sia in quindici anni di Coppi Club sia per conto mio. Però questo per il momento spicca nei miei ricori più recenti come uno dei peggiori. Non si tratta di un prodotto bruto nel senso di scadente, perché l'aspetto tecnico è curato quanto basta per un prodotto Hollywoodiano: buoni attori con nomi di punta, begli effetti speciali, e regia non impegnativa ma dignitosa. Tutto il film però è pervaso da quell'opprimente nebbia di "ora ti faccio vedere quanto sono più furbo di te" che però si ottiene solo grazie a incoerenze, disonestà e vere e proprie stronzate. Non sto a fare la lista di ognuna di queste, anche perché sarebbe davvero frustrante doverci ripensare, ma c'è una continua ostentazione di quello che i protagonisti sanno fare, senza mai avere la pazienza di illustrare perché lo sanno fare, quali sono i limiti delle loro capacità, e soprattutto per quale cazzo di ragione fanno quello che fanno, oltre al far vedere che lo sanno fare al pubblico.

La trama è di una ridicolaggine disarmante, mescola l'anticorporativismo (uuuuh, quello sarebbe Steve Jobs ma è kathtivoh!!!), le teorie del complotto (si vendono la tua privacy, svegliaaaaa!!!!) e quattro maghi che sono capaci di creare qualunque illusione, dal controllo mentale (perché l'ipnosi non funziona così) alla smaterializzazione (non puoi buttarti a terra sul marciapiede e scmparire), che si scoprono anche provetti rapinatori e ottimi combattenti a mani nude. È importante sottolineare che nel mondo del film non esiste la magia vera e propria (che avrebbe anche potuto essere la base del film), e quindi i protagonisti sono semplici illusionisti e prestidigitatori, ma nonostante questo compiono atti al di fuori di ogni legge fisica e in contrasto con i principi naturali di causa-effetto su cui si basa l'universo. E tutto ciò lo fanno agli ordini dell'agente dell'FBI-che-in-realtà-è-un-mago-pure-lui che costituiva il plot twist (indegno) del film precedente. Ma naturalmente in tutto questo gioco ognuno ha una parte doppia, e così i cattivi si scoprono essere buoni, i buoni si scoprono essere più buoni ancora, e tutti quelli che sembravano lì per caso in realtà ci sono perché avevano preparato tutto-tutto fin dall'inizio e ogni mossa era controllata nonostante il piano dipendesse principalmente dal fatto che uno stronzo qualsiasi starnutisse in un momento preciso.

Nel complesso però una delle cose che mi fa più incazzare di tutte è come nel film questo quartetto di esibizionisti abbia una reputazione tale da attirare le folle in mondovisione con le immagini proiettate sulla piramide di Cheope e la muraglia cinese. A parte il fatto che la nuova signorina del gruppo (che sostituisce quella del film precedente) è appena entrata nella compagnia quindi non dovrebbe essere riconosciuta e acclamata come se ne avesse sempre fatto parte, ma come si fa a pensare che un gruppo di maghi abbia un'adorazione così universale da parte di tutto il mondo? Diocristo, ma nemmeno i Beatles erano così acclamati, e qui si sta parlando di attenione mondiale. Al massimo potrebbero vingere America's Got Talent, ma quanto mai si può diventare famosi e fare giochi di carte? Che poi, nonostante questa fama internazionale, quando poi vanno in giro a fingere di essere gente qualunque nessuno li riconosce. Molto comodo.

Insomma, un filmaccio supponente che ti sgambetta di continuo e poi ti dice: "Ha! Sei caduto!" Una brutta riproposizione di stili già al limite con Ocean's Eleven e affini. E un peggioramento netto rispetto al capitolo precedente, il che non era facile. Ma forse per il fatto che metà del film sia ambientato in Cina, e quindi sia stato distribuito là, farà sì che ne venga fuori un altro. Moriremo di pandering.

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