Rapporto letture - Luglio 2019

Quelli che ho letto a luglio sono due libri per i quali ho scritto anche un articolo su Stay Nerd, per cui in parte si può già trovare lì un mio commento. Tuttavia su questo blog posso permettermi considerazioni più personali, per cui commenterò di nuovo entrambi con una prospettiva diversa.


Soprattutto sul primo ho qualcosa di diverso da dire. Si tratta infatti di Strani Mondi, l'Urania Millemondi dedicato interamente a racconti di fantascienza di autori italiani. Nell'articolo in cui ne ho parlato, ne ho fatto in realtà il pretesto per fare una panoramica sui racconti italiani di sf degli ultimi vent'anni, senza entrare nello specifico e soprattutto senza citare nessun singolo racconto o autore. Sono consapevole che questo approccio può essere stato interpretato come diplomatico (leggi "paraculo"), perché essendo in parte coinvolto in questo ambiente si capisce che non voglio pestare i piedi a nessuno, perché la mia segreta speranza è l'anno prossimo (se un anno prossimo ci sarà) di essere convocato nel dream team degli italiani su Urania. Quindi meglio starsene in disparte a guardare il carretto che passa senza dire niente di preciso, no? No. Siccome come ho scritto anche nell'articolo, uno dei passi più importanti è quello di sviluppare una critica sana e puntuale, in questa sede passerò a commentare uno per uno i racconti, magari anche solo una riga, come fatto con Prisma qualche mese fa. Certo il mio non è un approccio da critico ma da lettore e, mi azzardo a dire, conoscitore di fantascienza, anche di quella di molti degli autori qui presenti. Quindi una base minima di conoscenza per inquadrare i lavori penso di averla. Procediamo quindi in ordine di apparizione nel libro. La Guerra fredda di Abbate/Di Fazio è in pratica La Cosa riadattato nell'epoca della postverità. L'idea di fondo è buona, forse però il racconto è un po' sbilanciato con una parte introduttiva troppo lunga rispetto a quella che entra nel vivo dell'azione e rivela il tema di fondo. Sandro Battisti per me è un autore problematico, lo ammetto. Mi è capitato di leggere altro in passato, ma già all'epoca del Premio Urania di qualche anno fa condiviso con Franceso Verso, lessi solo il romanzo di quest'ultimo e saltai il suo, sapendo che mi sarei trovato in difficoltà. Con questo racconto ho provato la stessa sensazione. Una storia che pure ha un'idea di base interessante (il "ringiovanimento quantistico") ma inserita in un contesto talmente confuso e con un lessico e costruzione volutamente ostile che il lettore, soprattutto quello occasionale, si trova del tutto spiazzato. Ma non spiazzato nel senso buono, come una lettura che ti sorprende, spiazzato nel senso di privo di punti di riferimento, per cui arrivi alla fine e dici solo "boh". Inoltre la storia fa troppo affidamento sull'universo narrativo dell'Impero Connettivo, in cui il racconto è inquadrato ma che l'autore non si cura di esplicare, per cui chi lo legge senza sapere niente delle opere precedenti non può comprendere buona parte di quanto succede. Infine, mi sentirei di suggerire a Battisti di scrivere qualcosa che non contenga la parola "quantistico" o sue variazioni, i risultati potrebbero essere stupefacenti. Franci Conforti è un'autrice che si è distinta negli ultimi anni e di cui in effetti non ho letto molto. Il suo racconto Come concime ha un'ambientazione molto valida, un futuro di città viventi sorte come soluzione alla crisi ambientale, abitate da umani "normali" e mutanti di vario genere. Forse anche qui la svolta nella storia (che di per sé è fenomenale) si presenta troppo tardi, anzi proprio nell'ultima decine di righe, mentre tutta la parte precedente segue una trama investigativa che mi è sembrata solo un pretesto per far spostare qua e là il protagonista. Il racconto di Del Popolo Riolo è un meccanismo pressoché perfetto. Si presenta come una specie di Guida Galattica per Autostoppisti, con una guida turistica per alieni in visita sulla Terra (e nello specifico a Torino), ma poi ribalta tutto con un plot twist non solo efficace ma anche di notevole impatto emotivo. Nicola Fantini è un autore a me nuovo, il che non è un male. Il suo racconto mette a confronto una creatura artificiale ma dall'intelletto umano con gli umani veri e propri, che tornano a verificare lo stato di una remota base spaziale, con la prospettiva del non-umano. Niente di straordinariamente originale, soprattutto venendo da un recente rewatch di Westworld, ma la storia funziona. Di Clelia Farris c'è poco da dire, visto che la considero attualmente la migliore autrice di fantascienza in circolazione. In tutti i suoi racconti ci sono così tanti elementi da cogliere che è difficile comprendere tutto. Anche in Geografia umana ci sono accenni tanto di cambiamenti climatici, disgregazione della società, evoluzione dei rapporti umani, migrazioni, diritti umai, libertà e responsabilità personali... un piccolo mondo contenuto in poche cartelle, ma non mi aspettavo di meno. Il racconto di Fontana/Tortoreto mi è parso deboluccio. Una generica distopia con accenni di integralismo religioso, il piano per contrastare il regime, la torbida relazione tra l'agente e la ribelle, l'amore salvifico che arriva fuori dal nulla. Come ho già detto altre volte non sono uno sostenitore dell'originalità a tutti i costi (che poi manco esiste), ma se si lavora con i cliché narrativi allora bisogna compensare con personaggi memorabili, stile inconfondibile, struttura complessa, e niente di tutto questo si trova in questo racconto, che quindi risulta alla fine solo banale. Lukha Kremo va a colpi alterni, a volte scrive cose di grande livello, altre perde un po' il tiro e manca il bersaglio, ma gli va riconosciuto che punta sempre alto, quindi quando non colpisce è per eccesso di ambizione. In questo racconto dal titolo troppo lungo, una società utopica trova il suo unico sollazzo in un gioco in realtà virtuale-che-è-più-reale-del-reale, ma non si tratta di un rehash di Ready Player One. Qui c'è in effetti un senso più profondo nelle dinamiche che il giocatore deve scoprire da solo. A mio avviso c'è l'occasione sprecata per un metaracconto molto efficace, che rivela le sue potenzialità nelle ultime battute, proprio quando la storia si chiude in fretta. Fatum di Maico Morellini è un buon esempio di quello che dicevo prima per il racconto Fontana/Tortoreto: la storia dell'astronave generazionale isolata dalla Terra che lancia sonde periodiche in attesa del momento del ritorno, dove poi si scopre che la ragione dell'isolamento è ben diversa da quella presunta, non è niente di nuovo (per i profani basta l'esempio di Wall-E). Ma qui a fare la differenza è proprio il modo in cui la storia è costruita, la focalizzazione interna ai personaggi che interpretano il mondo per le loro convinzioni, la corrispondenza tra registro di scrittura e tematiche. Quindi senza aver pescato l'idea più originale del decennio, Morellini ha comunque tirato fuori un buon racconto. Piero Schiavo Campo ha scritto un racconto di protofantascienza qualcosa che si potrebbe quasi definire Borgesiano nella sua concezione, con questa IA analogica al servizio dei sultani durante le loro conquiste dell'occidente. Peccato che la storia non vada oltre la presentazione di questa idea: la cosa viene costruita, funziona troppo bene, e allora viene dismessa, manca una vera evoluzione del contesto o dei personaggi. Comunque questa reinterpretazione storica è di sicuro affascinante. Tonani presta a questo volume una storia ambientata su Mondo9, cosa che è allo stesso tempo forza e punto debole del racconto. Mondo9 è sicuramente una delle invenzioni di maggior successo degli ultimi anni nella sf italiana, ma il continuo ritorno a questo universo produce alla fine storie fin troppo simili. In questo Picadura troviamo anche Naila, protagonista dell'ultimo romanzo della serie, ma proprio perché si basa su contesto e personaggi prestati da altri lavori, il racconto è poco più di uno spin-off, una breve avventura come un episodio filler di una serie tv, non ha una sua autonomia. Inoltre anche qui, il lettore che non conoscesse già gli elementi principali di Mondo9 (navi, avvelenatori, mangiaruggine ecc) troverebbe ben poche spiegaizoni per poterlo seguire. Personalmente credo che Tonani, dopo aver raggiunto ottimi risultati con Mondo9, dovrebbe trovare il coraggio di separarsene, per non rischiare di rimanere incasellato in un certo tipo di storie e personaggi che alla lunga perdono il loro lustro. Emanuela Valentini racconta gli Hunger Games della Roma del prossimo futuro, e tutto sommato non so se è una storia abbastanza forte da reggersi da sé. Di tornei del genere ne abbiamo visti a decine, e almeno la metà delle volte quando vince l'underdog per qualche motivo si scatena la rivoluzione, come succede pure qui, anche se non mi è del tutto chiaro per quali dinamiche. Inoltre all'inizio sembra assumere una certa importanza una droga che potenzia la visione del mondo (che dà pure il titolo al racconto) ma poi la cosa non riveste importanza nel confronto finale. Credo che ci siano alcuni riferimenti alla sua precedente serie Red Psychedelia, rivisitazione cyberpunk di Cappuccetto Rosso, ma non avendolo letto non ho potuto coglierli in pieno. Comunque sono marginali, la storia fila anche senza capirli del tutto. Zona di contenimento di Claudio Vastano è un altro dei punti deboli della raccolta. Se avete presente l'episodio Hated in the Nation di Black Mirror, l'idea di base è la stessa, ma senza la parte di giustizialismo social che rende interessante quella storia. Mi è sembrato in pratica di leggere la sceneggiatura per il prologo di un monster movie, dove il primo gruppo di sprovveduti si mette in viaggio, scopre la minaccia e qualcuno ci resta secco, e poi scappa. Di fatto la vicenda non evolve oltre quel punto, affida la conclusione a un racconto a posteriori "le cose andarono così, ora invece chissà". Vietti è uno dei pochi autori che ha uno stile riconoscibile, magari non gradito a tutti, ma comunque caratteristico. Il suo racconto è di sicuro uno dei migliori della raccolta. Per certi versi, Essere ovale mi è sembrato una storia simile a quella di Il potere, ma che parte da premesse inverse (handicap vs superpotere, utopia IA vs distopia umana). Comunque un connubio quasi perfetto di potenza delle idee e umanità delle emozioni. E per finire c'è il racconto Orbita pericolosa di Alain Voudì, che se mi chiedessero di fare una classifica dell'antologia metterei al primo posto assoluto. Una storia tutto sommato semplice nello svolgimento, ma che nasconde una lore complessa e significativa. Un protagonsita normalissimo, un tizio qualunque forse nemmeno tanto sveglio, che fa solo il suo lavoro (e magari prova a farci la cresta sopra), ma che nel momento della crisi si trova a compiere una decisione dall'impatto enorme e sceglie la via del cuore. Riconosco che questo racconto mi ha commosso, l'ho sentito tanto vicino alla situazione di oggi che mi ha fatto quasi male. Per riassumere, come si vedrà ho tovato racconti buoni, qualcuno ottimo, altri mediocri e una manciata di passi falsi. Niente di diverso da quanto ci si aspetta di solito da una raccolta di racconti. Nel complesso per me è un voto 7.5/10

E dopo questa bella pappardella non ho più tanta voglia di scrivere ancora, anche perché se si parla di Ted Chiang c'è davvero poco da dire. A più di dieci anni da Storie della tua vita è arrivata la sua seconda raccolta, anche questa portata da Frassinelli (che aveva ritradotto la prima raccolta dopo l'uscita di Arrival). Respiro contiene per lo più racconti già editi, anche in Italia, ma metterli insieme tra le varie raccolte in cui erano comparsi sarebbe un problema, per cui fa piacere trovarli tutti insieme, oltre a un paio di inediti. Come sempre sullo stile di Chiang ci possono essere opinioni contrastanti, per quello che mi riguarda la sua è la cosa che più si avvicina alla mia concezione di cosa la fantascienza dovrebbe essere. Racconti come Respiro e Omphalos sono delle vere e proprie docce gelato di sense of wonder e inoltre veicolano messaggi di grande profondità. Sarà anche che i temi trattati da Chiang sono quelli che sono anche a me più cari, ma per questo vi rimando appunto all'articolo che ho scritto su Stay Nerd. Spiace che anche stavolta Frassinelli abbia voluto prendere le distanze dicendo che Chiang "sfiora la fantascienza", come aveva fatto anche all'epoca di Storie della tua vita. Ma insomma se serve questo perché la gente lo compra e lo legga, ben venga. Ora aspetto solo che Denis Villeneuve metta le mani su qualche raccono di questi, magari l'ultimo del libro, e ne faccia un film. Magari dandogli un titolo più accessibile. Voto: 9/10

Viva l'editoria a pagamento

Su questo blog non ho mai parlato direttamente di editoria a pagamento, è capitato di citarla di sfuggita in altri post, ma non ho mai approfondito. Forse perché quando ho iniziato a scrivere qui mi ero già fatto un'idea del fenomeno e non ritenevo ci fosse molto altro da aggiungere. Giusto per non parlare a vuoto, preciso che con "editoria a pagamento" (per gli amici dell'ambiente, detta per semplicità EAP) si intende quell'approccio di taluni editori che si limitano a richidere all'autore un contributo, di solito abbastanza consistente, e si limitano a stampare il suo manoscritto così come gli arriva, in una tiratura di qualche centinaio di copie (delle quali spesso è obbligatorio l'acquisto di almeno una parte) e bona lì.

Come ogni scrittore emergente anch'io ho avuto la mia brava esperienza con un editore a pagamento. Avvenne chiaramente agli inizi della mia attività, trovai da qualche parte (forse addirittura su un giornale, se ricordo bene) l'annuncio di una selezione in corso da parte di quello che ai tempi era il Gruppo Albatros, poi diventato Il Filo, oggi non so se abbia di nuovo cambiato nome. Si tratta comunque come uno dei più prolifici stampific... ehm, editori che esistano. Meno di dieci giorno dopo l'invio del mio manoscritto (cartaceo) mi arrivò una lettera di risposta, dove era già presente il contratto da firmare e anche un utile libriccino con le esperienze degli altri autori che avevano trovato la felicità grazie ad Albatros/Filo/quelcheè. La somma richiesta era notevole, a memoria credo sui 2.400 €, ma era pagabile anche in due-tre rate. Non vorrei dire una sciocchezza ma ho il vago ricordo che ci fossero anche i bollettini precompilati per le rate stesse. Comunque, al di là della cifra di cui comunque non disponevo, mi insospettì soprattutto quel manualetto in cui decine di scrittori raccontavano il loro rapporto di assoluta fiducia e condivisione con la casa editrice. Quei discorsi che sembravano tanto l'esperienza di Carla, che ha provato il nostro prodotto, che si vedono negli infomercial sui canali regionali della tv. Il mio senso di sparagno si attivò subito, presi qualche informazione (venti minuti di ricerca su google) e conclusi che era una truffa. Da lì imparai cos'è un editore a pagamento e in seguito non ci incappai più, anche perché è abbastanza facile riconoscerli.

Chiaramente tutti gli scrittori e professionisti del settore, primi su tutti gli editori seri, aborrono con convinzione l'EAP. Il famoso forum di scrittori Writer's Dream nacque principalmente con lo scopo di censire gli editori a pagamento e separarli da quelli onesti. Per ironia della sorte poi è stato comprato da un sito di print on demand, che è una cosa diversa ma con alcuni punti in comune alla EAP, ma questo è un altro discorso. La cosa importante da sapere è che tutti, ma proprio tutti, concordano nel dire che l'EAP è una cosa brutta e andrebbe abolita. Gli stessi editori a pagamento lo dicono, perché ci tengono a non essere classificati come tali. Molte fiere letterarie vengono valutate anche in base allo spazio che offorno agli editori di questo tipo, che sono bene o male noti al pubblico più smaliziato.

Anch'io naturalmente la penso in queto modo. L'editoria a pagamento è la morte del settore, è quanto di più aberrante esista nel mondo della letteratura e tutti dovremmo sforzarci per ostracizzare chi lavora in questo modo.

O almeno, la pensavo così fino a un po' di tempo fa. In tempi più recenti, diciamo da un annetto o giù di lì, mi sono formato un'opinione diversa. L'editoria a pagamento è legittima e per certi versi anche auspicabile, in date situazioni.
Provo a spiegarmi.

Cominciamo col sottolineare che di per sé l'EAP non è illegale. Non costituisce truffa, perché l'editore non promette niente che non mantiene. I contratti sono scritti in termini chiari e tutte le clausole sono scrupolosamente rispettate. L'autore che accetta sa, o quanto meno dichiara di sapere apponendo la sua firma, quello a cui va incontro.

Quindi il terreno su cui l'EAP viene condannata è di tipo morale e deontologico. Insomma, sotto sotto lo sappiamo che sfruttano la buona fede e ingenuità degli autori alle prime armi e ci fanno soldi sopra. Siamo dalle parti della circonvenzione di incapace, anche se forse non configurabile negli stretti termini della legge. Ma che sono dei pezzi di merda, siamo tutti d'accordo, no?

Sì, è vero, però anche qui mi sento di fare qualche distinzione. Sarà che negli ultimi tempi è stato un fiorire di arroganti idioti, gente che in base alla propria inesistente esperienza è convinta di sapere come si faccia una certa cosa e quando gli viene fatto notare che non hanno le competenze necessarie per valutare si incazzano anche. Di appelli all'onestà, autenticità, spontaneità, se ne sono sentiti fin troppi, in tutti gli ambiti. E francamente hanno un po' scassato le palle. Mettetici dentro chi vi pare, dai terrapiattisti ai social justice warriors, dai novax a quelli che fanno le petizioni per cambiare il design di un personaggio di animazione. E non sto a buttare il discorso nella sua trasposizione politica, ma ci siamo capiti.

Quindi ecco, il fatto è che io non ho più voglia di difendere queste teste di cazzo, detta con tutta la spontaneità che tanto apprezzerebbero. Se c'è uno di questi cretini che è convinto che sborsando duemila e passa euro il suo libro avrà finalmente il riconoscimento che merita presso i posteri, bene per lui e meglio per l'editore a pagamento che gli spilla i soldi. Non voglio arrivare a dire "se l'è cercata", ma mi è difficile provare empatia per il suo caso, come lo sarebbe per quelli che comprano Life 120. Avrei più rispetto di chi si compra 2500 € di gratta e vinci, per dire, e già lì non bisogna essere proprio delle volpi per far un investimento del genere. Quindi, editori a pagamento: lasciateli in mutande. Non mi importa più. Anzi, fate bene.

Però c'è anche un altro aspetto, che è quello che riguarda il modo in cui l'EAP inquina il mercato editoriale classico, quello serio e professionale. Come i dentisti con la laurea comprata in Bulgaria compromettono la reputazione anche di quelli che hanno studiato in scuole vere, no? Questo è un altro ordine di problema, che non riguarda il libro specifico ma tutto il settore, ed è certamente più complesso da affrontare.

Se non fosse che non esiste. Non esiste perché ciò che viene prodotto dall'EAP non compete con l'editoria propriamente detta. Anzi, non compete del tutto, perché non ha mercato. Avete mai visto in libreria i libri di Albatros/Filo/quelcheè? Li avete mai visti commentare, recensire? Forse può essere capitata qualche presentazione organizzata dall'autore nel circolo Arci del paese, ma la comunicazione si ferma lì. I libri EAP non entrano nei canali degli altri libri. Non concorreranno mai a un Campiello, non avranno mai trafiletti su Tuttolibri, nella maggior parte dei casi non li trovate nemmeno su Amazon. Semplicemente perché l'editore ha concluso il suo lavoro quando intasca i soldi dell'autore in comode rate su bollettini postali, non ha senso per lui fare attività ulteriori dopo quella meramente tipografica. Quindi non c'è da preoccuparsi che la presenza di quesi titoli brutti, non selezionati, non editati, non curati, faccia fare brutta figura ai vicini di scaffale concepiti con tanto amore. Perché non succederà mai che condividano gli stessi spazi.

Qui poi si potrebbe aprire un discorso su come la reputazione dell'editoria la stanno affogando nel fango proprio i Grandi Editori, quelli che devono saturare il mercato di nuove proposte e partecipano all'asta al ribasso, di idee, proposte, professionalità. Questo sì è un problema complesso, ma non è il caso di affrontarlo qui.

Per quanto riguarda l'EAP, invece, con le considerazioni esposte qui sopra finalmente ho trovato la pace. Spero che questi spunti di riflessione possano aiutare anche voi a smettere di preoccuparvi e vivere felici.

Inigo Montoya e altre cose che ho scoperto di recente

No, non vi sto per raccontare di quella volta che ho scoperto The Princess Bride, il film noto da noi con il titolo più generico della storia del cinema mondiale, anche se è vero che molti film definit come cult che hanno contrassegnato una generazione mi mancano. Per esempio, pur conoscnedoli, non ho mai visto The Goonies o Karate Kid, e non ci tengo particolarmente a rimediare, perché questa mia deficienza mi rende immune a quella contagiosa forma di nostalgismo da cui sono affetti molti della mia generazione, e che cercano di curare a colpi di Stranger Things o Ready Player One.

No invece, The Princess Bride lo conoscevo già, e ricordo di averlo visto più volte in gioventù. Ma una cosa che ho scoperto negli ultimi anni, è che per molti di questi film che passavano in televisione quando avevo meno di dieci anni, ricordo bene la parte iniziale, ma quasi nulla di quella conclusiva. Nel caso di Princess Bride infatti ricordavo più o meno tutto fino alla parte del viaggio nella foresta, mentre dell'atto conclusivo con l'assalto al castello non avevo memoria. Non è la prima volta che mi capita con film dell'epoca, e non so se sia dovuto al fatto che magari essendo un bambino mi addormentavo dopo un'ora, o forse dopo un po' semplicemente il mio attention span si esauriva e lasciavo perdere il film. Sia come sia, non la considero una cosa negativa, in quanto mi permette di rivedere il film quasi come se non lo avessi mai visto, e quindi formarmi un'opinione incondizionata dalle emozioni grezze dell'infanzia. Un altro esempio è che allora non avevo idea di chi fosse Peter Falk, mentre vederlo qui adesso mi ha subito suscitato un sorriso.

Un'altra delle cose che ho scoperto rivedendo questi film da adulto, è quanto il doppiaggio faccia perdere caratterizzazione ai personaggi, e a volte anche snodi di trama rilevanti. Non voglio avviare il discorso su come adattatori e doppiatori siano incapaci, ne avete già parlato abbastanza con Neon Genesis Evangelion (serie che, guarda un po', non ho mai visto) e in realtà non ho nemmeno opinioni così drastiche, perché capisco che il lavoro di trasposizione da una lingua all'altra sia molto complesso, ancora di più quando non si tratta di "semplice" traduzione, ma anche di messa in scena che corrisponda ai tempi del film. E per la verità in certi casi l'adattamento può anche apportare dei miglioramenti.
Un caso di questo tipo che ho scoperto di recente è quello del secondo Ace Ventura, quello che da noi è Missione Africa, che rispetto al film iniziale vira in modo drastico e delizio verso l'assurdo. (Note to Hollywood: ma non vi sembra il caso di fare un reboot o un sequel di questo personaggio?) Nella versione originale del film i nomi e la lingua delle tribù visitate da Ventura sono sostanzialmente credibili, mentre la versione italiana si permette di stiracchiarli magistralmente verso il becero: la tribù in pericolo che si chiamava Shikaka diventa Sikaka, visto che quando viene pronunciato il nome dell'animale sacro (appunto, Sikaka) si chinano sulle ginocchia come se... facessero la cacca, get it? La tribù avversaria che sarebbero i Wachati in italiano si chiama Wachitu, e niente mi leva dalla testa che abbiano storpiato il nome in questo modo per dare senso alla gag in cui l'interprete traduce le parole di Ace con un "vafancù" e loro rispondono urlando il coro il loro nome "vacitù! vacitù! vacitù!". Certo, sono battute da terza elementare, ma nel contesto sono azzeccatissime e apprezzo molto questo livello di creatività.

Al contrario, un caso negativo che ho scoperto di recente è quello di Tremors. Rivisto in lingua originale qualche mese fa, ho finalmente potuto dare un senso alla battuta finale del film. Quando Kevin Bacon provoca l'ultimo graboid a corrergli incontro e cascare nel dirupo fino a schiantarsi, nella versione italiana commenta "Ho pensato che qualche limite doveva averlo". Battuta che non ha senso, perché non vuol dire niente. E io sarò pure stato un mocciosetto che non sapeva niente di screenplay, ma ho sempre avuto l'impressione che quella frase non dicesse niente di significativo, e fosse piuttosto anticlimatica, anche se non sapevo ancora cosa fosse un climax. Nella versione originale, Bacon dice "Stampede", che è il termine con cui si indica la fuga di una mandria impazzita (in senso letterale o figurato). La fuga del bestiame è l'argomento di cui discutono i due protagonisti la prima volta che li vediamo nel film, quindi questo ha senso per chiudere il film. C'è da dire che in italiano non mi risulta esista un termine per indicare questo concetto, ma anche una breve locuzione avrebbe avuto senso per ricollegarsi all'inizio, tipo "Come quel maledetto bestiame". Tutti ridono. The end.

Tutto questo per dire che ho rivisto The Princess Bride in lingua originale e non mi ricordavo la parte finale. Non mi ricordavo il duello di Inigo Montoya contro l'assassino di suo padre. Mi ricordavo che si scopriva chi era l'uomo con sei dita, e avevo la vaga impressione che lui lo uccidesse, ma le modalità di questo duello mi erano sparite dalla testa, se mai l'avevo visto. Giusto per dare un'idea, sono questi due minuti qui.

E con la mia consapevolezza di adulto maturo e pratico di storytelling, posso dire signore e signori, che questo è uno dei migliori duelli che abbia mai visto (quanto meno di quelli all'arma bianca, se mettiamo di mezzo le pistole allora Lee Van Cleef ha qualcosa da dire). Funziona innanzitutto perché è breve, ben coreografato, con la giusta musica, e contrappone due avversari antitetici, uno concepito per essere adorato dal pubblico, l'altro per essere odiato. Inigo pur essendo un personaggio secondario conquista da subito, perché è abile, coraggioso, onorevole e ha una missione nobile da compiere. Il suo avversario invece è vigliacco, sleale, arrogante, tutte caratteristiche che quando vediamo negli altri ci portano a disprezzarli (quando le esprimiamo noi sono sempre giustificabili, ma non parleremo qui di bias cognitivi). Il combattimento è eccezionale anche per altre ragioni: Inigo parte in svantaggio, ma poi si riprende con la forza della sua catchphrase, ovvero pensando alla sua missione, e arriva a spaventare il nemico che gli chiede di smettere di ripetere quella frase. E al suo nemico infligge ferite del tutto speculari a quelle che riporta lui: spalla, braccio, guance, addome. Ma mentre Inigo sopporta le ferite e ne trae motivazione (quelle sulle guance le porta addosso da vent'anni), l'altro crolla subito e si rivela disposto a cedere tutto quello che ha per non morire.

Ed è qui che succede la cosa più sorprendente.
Offer me anything i ask for.
Anything you want.
I want my father back, you son of a bitch.
Questo scambio mi ha distrutto. So bene di aver sviluppato un soft spot dopo la morte di mio padre, me ne sono accorto ogni volta che dopo il 13 luglio 2016 mi è capitato di leggere o vedere qualcosa che si basasse sulla perdita del genitore. The Good Dinosaur, The Road, anche Logan mi hanno devastato. Ma non mi aspettavo di subire questo effetto in un fim come The Princess Bride. Tanto più che è l'unica occasione in cui in questo film pensato principalmente per un pubblico di bambini viene usata una "parolaccia" (per inciso in italiano, il personaggio parla un misto di spagnolo e quindi dice hijo de puta, meno riconoscbile per un bambino). Il punto è che quelle poche parole, per come vengono dette, le ho sentite fino in fondo. Ho pensato "Sì, anch'io lo voglio, ti capisco Inigo, ma non potremo mai riaverlo." E a quel punto vederlo uccidere l'assassino di suo padre è stato un momento catartico.

Una cosa che ho scoperto di recente è che se sei in cerca di spunti di riflessione in merito a una canzone o una scena di un film, ti basta cercarla su youtube e dare una scorsa ai commenti. C'è tanto rumore nei commenti, ma ogni tanto ce n'è uno interessante nella massa, che offre una prospettiva interessante, del tipo che fa notare un collegamento di una certa scena a un'altra, oppure come un certo verso possa essere interpretato in qualche modo. Ho fatto la stessa cosa per la scena di questo duello, e ho scoperto una cosa.

Ho scoperto che Mandy Patinkin, l'attore che interpreta Inigo Montoya, aveva perso suo padre pochi mesi prima di girare questo film. Era morto di cancro. In un'intervista, Patinkin racconta che durante questa scena stava immaginando di duellare proprio con quel cancro che aveva assassinato suo padre. Per questo, dicono alcuni, la resa della scena è così potente.

I want my father back, you son of a bitch.

Forse è una confortante illusione la mia, ma scoprire la storia che dietro questa scena mi ha fatto sentire capito. Inigo Montoya mi capisce, Mandy Patinkin mi capisce, William Goldman (che ha scritto il libro e il film) mi capisce. E ho scoperto quindi che forse non sono così solo come può sembrare a volte, e che quelle cose inutili e superficiali con cui passiamo il tempo possono avere un impatto molto più profondo su tutti noi, e forse, ogni tanto, aiutarci a migliorare, se lo vogliamo.

Ma forse quest'ultima cosa la sapevo già.

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