Visualizzazione post con etichetta ultimi acquisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ultimi acquisti. Mostra tutti i post

Ultimi acquisti - Ottobre 2019

È passato così tanto tempo da un post con gli ultimi acquisti musicali che avevo quasi dimenticato che esistesse una rubrica del genere su questo blog. I motivi non li sto a ripetere, che sennò sembra che mi lagno sempre, ma se scavate nel passato li trovate. Fatto sta che nelle settimane scorse ho sentito l'esigenza di acquisire nuova musica, e a motivarmi è stata essenzialmente l'uscita di un disco in particolare, dalla quale poi ho colto l'occasione per aggiungere altra roba.


Iniziamo quindi da chi ha reso possibile questo post, ovvero Dominik Eulberg. A settembre di quest'anno, otto anni dopo l'uscita di Diorama, Dominik ha pubblicato il suo nuovo album Mannigfaltig. Non che fosse rimasto fermo in questo tempo, perché di EP ne sono usciti parecchi, ma finora nessuna raccolta organica di tracce come questa. Mannigfaltig ovvero "molteplicità" se riesco a interpretare abbstanza il tedesco, trae ispirazione come sempre nel caso di Eulberg dal mondo naturale. Ogni traccia infatti è dedicata a un animale, nello specifico ogni titolo è il nome di una creatura che (sempre in tedesco) contiene nel proprio nome comune un numero da uno a dodici. Lo stile di questo autore è inconfondibile e non riesco a capacitarmi di come pur producendo una techno a volte anche abbastanza dura ma ricca di calore, Eulberg riesca a far risuonare davvero l'armonia di questo mondo naturale come lui la percepisce. Sfido chiunque ad ascoltare Goldene Acht e non percepire la fiera leggiadria di questa farfalla, oppure non venire sopraffatti dalla maestosità dei ghiacciai a cui è dedicata Elfenbein-Flechtenbarchen. Questo è un disco da secondo-terzo-quarto ascolto, perché se al primo passaggio certe tracce possono sorprendere, in seguito si riesce a capire meglio ciò che rappresentano. Dominik Eulberg si conferma così uno dei miei artisti preferiti, una mente profonda e ingenua allo stesso tempo.


Parlando di bestie, mi ricollego con James Holden, qui presente nell'imaginaria compagnia di un collettivo denonimanto The Animal Spirits, con un album intitolato, appunto The Animal Spirits. Un disco di difficile collocazione, da parte di un autore che praticamente da solo ha inventato un nuovo genere di musica elettronica, la neotrance, e poi con la stessa nonchalance l'ha abbandonata, uno che si è permesso nel suo primo album di inserire una traccia intitolata Intentionally left blank, con cinque-sei minuti di silenzio, alla John Cage. Insomma, da Holden ci si può aspettare l'inaspettato, e qui lo troviamo perché le tracce contenute in questo album per certi versi sembrano delle improvvisazioni, intrecci di IDM, electro-jazz e ambient. Musica piacevole ma straniante, che a volte come in Thunder Moon Gathering sembra non prendersi troppo sul serio e altre invece come con The Animal Spirits forma una cappa di claustrofobia difficile da reggere. Si sente comunque la presenza di un'ispirazione che si collega in qualche modo a suoni naturali, ritmi da raduni pagani nei boschi sotto la luce della luna.


Propaganda è un album del 2017 di Oliver Huntemann che mi ero perso. Una collezione di tracce techno-electro oppressive e cupe, una variazione sul tema introdotto già tempo prima in Paranoia, come già la copertina suggerisce. Tracce da titoli poco rassicuranti come Kamikaze, Malaria, Egoist, Doppelganger. Non c'è niente in questi pezzi che metta a suo agio l'ascoltatore, anzi la generale sensazione di inquietudine è il nucleo intorno a cui si sviluppa tutta l'opera. Viste le prove precedenti di Huntemann probabilmente non si può dire che si tratti di materiale di grande originalità, ma la capacità di evocare certe atmosfere è innegabile.



Discorso simile si può fare anche per Drown, ultimo album dell'anno scorso di Fritz Kalkbrenner. Anche qui si avverte per lo più una sensazione di urgenza e ansia. La differenza sta nel fatto che finora il meno famoso dei fratelli Kalkbrenner si era invece contraddistinto per il calore dei suoi pezzi, che declinavano la techno quasi in chiave folk, con testi ricchi e avvolgenti, e l'aggiunta di strumenti come armonica, sax e sitar. In Drown invece è tutto diverso: non c'è un solo vocal in tutto l'album, le sonorità sono asciutte, asettiche, l'ispirazione è una tech-house precisa e impersonale, come già i titoli dei pezzi composti da singoli verbi fanno intuire. Si farebbe fatica ad attribuire questi pezzi a Fritz Kalkbrenner, se non ci fosse il suo nome sulla copertina. Difficile dire se si tratti di un'evoluzione cercata dall'autore, oppure di un esperimento in un territorio a lui meno familiare, proprio per dimostrare di potersi sganciare dall'immagine che finora si era creato. Di per sé forse questo album non sarebbe così innovativo, tutt'altro, ma considerato all'interno del percorso artistico del suo autore acquisisce tutto un altro significato.

Ultimi acquisti - Giugno 2017

Qualche settimana fa sono passato da Bologna per la presentazione di Propulsioni di improbabilità e ne ho approfittato per un breve tour del centro. Su consiglio di un amico indigeno ho visitato SEMM Music Store e nel pur limitato reparto dedicato alla musica elettronica ho scovato un paio di dischi interessanti, uscite recenti che ho voluto subito accaparrarmi (ce n'erano anche altre, ma per problemi di budget mi sono dovuto contenere... scusa Apparat).


Il primo è il nuovo album di Ellen Allien, che si trova spesso nei miei post musicali. La signorina Allien era da un po' che non metteva insieme qualcosa, anche se era tutt'altro che sparita dalla scena clubbing. Ultimamente ci aveva abituato a musica più contemplativa, al limite dell'ambient (vedi LISm che nasceva in effetti come colonna sonora teatrale), ma abbiamo sempre saputo che quando vuole sa pestare forte. Infatti Nost è un ritorno alla sua anima techno più pura. Tracce strutturalmente semplici, che si reggono su kick, basso e synth, condite con qualche vocal in loop. Niente che non si sia già sentito da quarant'anni a questa parte, ma che è sempre un piacere ritrovare, soprattutto quando proviene da un'artista che ha saputo dimostrare capacità anche ben diverse.


E per secondo viene invece l'ultimo album dei Booka Shade, altro nome ricorrente nei miei post e nei miei set. Anche loro non producevano un album da diversi anni, e con Galvany Street confermano il loro stile tech-house ricco di melodie e lyrics, per le quali si sono affidati al nuovo collaboratore Craig Walker. Anche qui ci muoviamo quindi su un territorio conosciuto, con alcuni pezzi che sicuramente spiccano rispetto agli altri (ad esempio l'apertura Digging a Hole), ma il livello di qualità è comunque buono e soprattutto confortevole. Musica accessibile anche a chi non pratica il genere, che si presta bene all'ascolto casuale.

Ultimi acquisti - Aprile 2017

È un dato di fatto ormai che i miei acquisti musicali si sono notevolmente ridotti da un anno a questa parte, infatti gli ultimi risalivano a ottobre. Certo il portafoglio ringrazia, ma lo stimolo che arrivava ogni due-tre mesi da nuova musica è qualcosa che a tratti mi manca. Cerchiamo se non altro di compensare con la qualità.


Tra i nuovi acquisti c'è un album di cui ho già parlato, perché mi ha sorpreso oltre ogni aspettativa. Voyage de la planète di Marc Romboy è un disco che unisce in maniera sublime due generi apparentemente antitetici, musica classica ed elettronica, con una chiave tematica gustosamente fantascientifica. Non serve aggiungere altro a quanto già ampiamente espresso nel post dedicato, quindi rimando a quello.




Altro album di cui non mi rimane molto da parlare è Live dei Moderat. Si tratta come intuibile di una versione live dei pezzi del gruppo, registrato durante il tour del 2016 tra Berlino e Milano. Non contiene solo pezzi tratte dall'ultimo album III (di cui ho parlato qualche mese fa) ma anche dei due precedenti. Si trovano così le interpretazioni sul palco di pezzi diventati classici come A New Error e Bad Kingdom, così come le nuove aggiunte come Reminder e Intruder. Di scarsa consolazione per chi avrebbe potuto essere presente, ma comunque coinvolgente.



Passiamo alle novità anche se ci manteniamo sui nomi familiari di questo blog. Fritz Kalkbrenner si è visto spesso da queste parte, sia parlando dei suoi album che per l'inclusione in diversi miei dj set. Il suo lavoro Grand Départ è uscito verso la fine del 2016 e l'ho recuperato solo adesso. Tredici pezzi techno-folk come ci ha abituato da anni, col suo stile particolare e riconoscibile. Niente di stravolgente per la verità, un buon equilibrio tra tracce strumentali e lyrics e l'aggiunta di qualche strumento che contribuisce a rendere l'atmosfera per lo più malinconica di questo viaggio. Affidabile come sempre.


Nicolas Jaar è probabilmente quanto di più hipster troverete su questo blog in termini musicali. La sua house/downtempo avvolgente piace molto in certi ambienti, e devo dire che per molti versi piace anche a me. Pezzi lenti dari ritmi semplici con qualche incursione tribal, testi basilari e mai invadenti, attenzione ai suoni. Sirens, uscito anch'esso verso la fine del 2016, è un album tutto sommato di ascolto non così facile, con le sue poche tracce alcune delle quali al confine con l'ambient più astratta. Si percepisce però un criterio e un progetto, e l'impronta dell'autore, per quanto non assimilabile da tutti, è ben presente.


Infine torniamo da uno dei miei patroni favoriti della techno propriamente detta, il polacco Jacek Sienkiewicz, che ha fatto uscire Hideland l'anno scorso. Sienkiewicz è uno che non cede ai cormpromessi delle tendenze, la sua è una techno dritta, essenziale nella struttura ma complessa nella realizzazione. Pezzi psichedelici e ripetitivi, ma nonostante questo mai monotoni o uguali a se stessi, impossibili da ridurre a minimi termini. Siamo ovviamente dalle parti che i profani commentano con "ma è tutto così?", ma chi sa cogliere le sfumature può apprezzare la perenne asimmetricità e circolarità di ogni traccia. Non lo consiglio a chi è digiuno di techno old school.

Ultimi acquisti - Ottobre 2016 (parte 2)

Dopo la prima parte dedicata ai dischi degli anni passati che ho acquisito il mese scorso, in questo post parliamo invece delle aggiunte alla mia collezione recenti, sono in effetti tutti album del 2016, mese più mese meno.

Trentemoller è uno dei miei artisti preferiti ever, e anche uno dei pochi che sono riuscito a sentire durante un live. La sua carriera è iniziata come autore di tracce techno/electro, poi il suo stile si è ibridato sempre di più con rock e pop, e oggi è difficile inquadrare la sua musica in una casella definita, perché tutte le tappe del suo percorso continuano a emergere di traccia in traccia. Fixion è uscito un mesetto fa, quarto album di Trentemoller (anche se ormai il nome si riferisce più all'intero gruppo piuttosto che a lui soltanto). Fixion mi è sembrata un'opera più coesa rispetto a Lost di qualche anno fa. Si può quasi pensare che dopo un periodo di ricerca di un nuovo stile, rappresentato appunto da Lost (e il titolo forse non è casuale), adesso Trentemoller abbia trovato con Fixion una sua nuova collocazione. Le sonorità sono ben riconoscibili, l'uso di bassi e percussioni sempre determinante, così come la voce delle sue ormai regolari cantanti. Le tracce riescono a variare nel tono e nella struttura senza perdere la loro aderenza ai canoni di fondo, abbiamo così canzoni più spigliate come River In Me, pezzi strumentali sincopati come Circuits e ambient come Sinus. Il punto di equilibrio tra pop, rock e IDM non è facile da trovare, ma lui sta facendo un gran lavoro nell'interpretare al meglio qualcosa che potrebbe rivelarsi "la musica del futuro".


Anche i Moderat nel 2016 hanno tirato fuori un nuovo album, il terzo, chiamato semplicemente III. E mi sento di dire che questo sia il lavoro migliore che hanno fatto finora. Certo se si parte da Moderat e si passa a II il livello qualitativo è sempre alto, ma se il primo album era in un certo senso la novità e il secondo la conferma, questo terzo sembra affermare la maturità raggiunta dal gruppo, che forse solo adesso (trattandosi di una composizione di tre artisti che lavorano anche indipendentemente) è riuscito a trovare la propria armonia. Così, se anche non ci sono particolari innovazioni per quanto riguarda lo stile e la concezione dei pezzi (i ritmi sono quelli dell'IDM e del downtempo, i testi sono cantati da Apparat/Sascha Ring), si sente però una maggior consapevolezza di quello che si sta facendo, un'efficacia maggiore nel veicolare un messaggio di fondo, che è unitario per tutto l'album. È difficile individuare una traccia più rappresentativa delle altre, perché tutti i pezzi riescono a trasmettere in modo diverso e sorprendente la stessa idea di fondo. Un grandissimo album, e a questo punto un live dei Moderat passa di diritto tra le mie priorità per i prossimi mesi.


Mi trovo invece in una certa difficoltà a parlare di Ultra, album di poche settimane fa di Zomby. Sono abituato ad ascoltare musica insolita e difficile da descrivere, ma questo è uno dei casi più al limite che mi sia capitato (non il peggiore eh, vi ho mai parlato di TXRF di Felix Kubin?). La musica di Zomby sembra dubstep a cui sia rimosso il dub, è un continuo rimandare un momento che non arriva mai. Composta principalmente di suoni va videogame e percussioni, costruita con una metrica dissonante, che sulle prime fa pensare a suoni composti casualmente, salvo poi accorgersi che ci sono degli schemi ricorrenti, ma non sono quelli che ti aspetteresti. Non sono nemmeno sicuro di poter dire che questo album mi piaccia in senso stretto, ma di certo lo trovo affascinante, curioso, in grado di solleticare un pizzicore che non sapevo di avere. Non so se esista qualcun altro che fa musica di questo tipo, ma credo che dovrò approfondire.


E concludiamo con la Cocoon Compilation P, la raccolta annuale dell'etichetta dedicata al 2016. Sappiamo già di trovarci di fronte a una compilation di buona techno interpretata da autori noti ed esordienti. Quest'anno i nomi forti sono abbastanza presenti, troviamo infatti Mirko Loko, Alex Smoke, Einzelkind, Ilario Alicante, Alex Bau. Livello qualitativo medio-alto che ci si aspetta, ma forse le sorprese come spesso accade arrivano dai nomi meno noti, sono infatti i pezzi di Atelier Francesco e Jacob Korn a spiccare. Forse nessuna perla indimenticabile, ma è sempre una raccolta che merita il tempo e i soldi spesi.

Ultimi acquisti - Ottobre 2016 (parte 1)

Dato che il mio post precedente ha avuto una svalangata di visite, mi pare il caso di ridimensionare le aspettative del blog con un sano post a tema musicale. È da un po' che non riprendo la rubrica degli ultimi acquisti, e la cosa è ampiamente giustificata dal fatto che dopo la chiusura di Disco Mastelloni (e soprattutto la morte del grandissimo Roberto Bianchi, che da quindici anni circa mi accompagnava nel mio percorso di selezione e formazione musicale) mi sono trovato senza un posto in cui farli, gli acquisti.

"Duh, siamo nel 2016, mai sentito parlare di Amazon?" Ovvio, e risparmierei anche parecchio. Ma non sarebbe la stessa cosa. La musica sì, sarebbe la stessa, gli oggetti sarebbero i medesimi... ma l'esperienza è diversa. Dopo un paio di mesi però ho dovuto fare pace con me stesso ammettendo che l'esperienza che avevo da Mastelloni non potrò più ritrovarla. Un negozio di musica (cd, vinili, attrezzatura, gadget) specializzato in elettronica? Ho provato a cercarli, ne esistono forse tre in tutta Italia. E se Firenze era alla mia portata, di certo non posso arrivare fino a Pordenone una volta al mese per comprare due dischi. Quindi sì, ho ceduto allo spirito dei tempi e, per stavolta, mi sono affidato ad Amazon per recuperare qualche uscita che mi ero perso e aggiudicarmi qualche novità. Non è la stessa cosa, ma non potevo continuare con l'astinenza.

Torniamo quindi a una parvenza di normalità, ed ecco i primi quattro dischi che puntavo da tempo e ho finalmente aggiunto alla mia collezione.


Di Holden ci sarebbe tanto da parlare, si tratta di uno dei personaggi più influenti per il rinnovamento della IDM avvenuto nei primi anni 2000, un dj che ha in una certa misura ridefinito i parametri di cosa si può fare nella musica elettronica, e il suo The Idiots Are Winning è ormai un classico. Nel 2013 ha pubblicato The Inheritors, il suo secondo album, a distanza di sette anni (e dopo diversi anni di inattività) dal precedente. The Inheritors a voler essere obiettivi non fa molto più di quanto faceva The Idiots, ma quello che fa lo fa bene. Le sonorità scomposte, asimmetriche, imprevidibili di Holden sono sempre lì, lyrics che non sei sicuro di comprendere e che forse non dicono proprio nulla. Questo album di certo non rimarrà nella storia come il primo, ma è un altro importante tassello di un percorso artistico preciso e consistente.


Mi era capitato di imbattermi spesso in Telefon Tel Aviv, ma non avevo ancora nessun loro disco. Trovando l'occasione ho quindi preso Immolate Yourself del 2009, che ho poi scoperto essere l'ultimo album del duo. La ragione dell'inattività dopo questo disco è che uno dei due componenti del gruppo è morto proprio nel 2009, in circostanze non chiare che includono il suicidio o un accidentale mix di farmaci letale. Fatto sta che Immolate Yourself è l'ultimo lavoro del gruppo così com'è nato. Sarebbe scorretto dire che si avverte l'imminente senso di catastrofe, ma di certo le atmosfere sono gravi e per lo più malinconiche. Quando sono presenti dei testi raramente apportano calore alla musica, ma spesso sono suggestioni, brandelli di parole volutamente ambigue. Qualche sprazzo di speranza compare, ogni tanto, quasi come un ripensamento finale, ma non basta a riscattare la sofferenza precedente.


Con Nathan Fake ci si risolleva un po' l'umore, perché il suo album Steam Days del 2012 si occupa principalmente di giocare con i suoni e la meccanica dei pezzi, anche questi riconducibili per lo più a techno/IDM, ma con toni più leggeri anche rispetto ad altri lavori precedenti dello stesso autore. Una raccolta di pezzi equilibrata, che riesce a seguire un tema fatto soprattutto di melodie semplici e ritmi serrati ma non asfissianti, con tracce che raramente superano i quattro minuti, durante i quali ci si occupa di trasmettere l'idea di base senza insistere incessantemente su di essa.




Dall'anno scorso ancora non avevo acquisito la Cocoon Compilation arrivata alla lettera O, cosa del tutto imperdonabile. Finalmente sono riuscito ad aggiungera alle precedenti e ascoltare la raccolta annuale dei pezzi selezionati tra dj di lunga carriera o nuovi talenti. Come sempre il livello qualitativo è medio-alto, si spazia per lo più tra techno, house e sfumature electro. Tra i contributi più interessanti ci sono alcuni pezzi ipnotici di Steve Parker, Dast e youANDme. Ottimi anche i contributi di Lee Van Dowski e l'esordiente italiano Luca Ballerini.

Ultimi acquisti - Settembre 2015 (parte 2)

Dopo i primi cinque album di recente entrati nella mia collezione, passiamo alla seconda parte degli acquisti di settembre (ce ne sarà una terza per gli EP).


Ho già parlato in qualche occasione di Ruede Hagelstein, autore non troppo prolifico e non troppo di spicco che però seguo con interesse. Pochi mesi fa è uscito il suo secondo album, Apohpenia. Oltre ad avere un titolo e una copertina eccezionali, questo album contiene una serie di tracce facilmente etichettabili come techno, ma in cui troviamo comunque una saporita varietà di stili. Dai pezzi più minimal a quelli più ricchi e fantasiosi, con una buona presenza di vocal morbidi e melodici, che erano invece la base del suo precedente Soft Pack. Ottimo lavoro di un artista che a mio avviso meriterebbe maggior riconoscimento.


Torniamo alla techno più classica con l'album di Mirko Loko uscito per Cadenza. Comet Plan si basa su un'idea semplice di techno, rifacendosi in gran parte agli schemi minimal con l'aggiunta di qualche pezzo strumentale. Disco interessante da ascoltare, che non regala (ma nemmeno promette) particolari guizzi, buono da avere nella collezione ma certo non un game changer.






...discorso che invece non si applica a Rebellion der Traumer. L'unico album dei Kollektiv Turmstrasse uscito finora, che in effetti risale al 2010 ma ho acquisito dolo adesso, è decisamente qualcosa di atipico e sorprendente. I due certo avevano già dimostrato di avere una concezione molto personale della techno, e di saperla proporre in atmosfere e registri inaspettati. In questa raccolta la loro abilità viene dimostrata, con una serie di tracce al tempo stesso essenziali e complesse, che fa un uso abbondanto del breakbeat, e riesce ad armonizzare bassi e percussioni creando sonorità profonde e per lo più cupe. Anche gli innesti di vocal, quando compaiono, contribuiscono a creare un senso di straniamento e dissociazione. L'ascolto di questo disco è piacevole a livello estetico, ma provoca sensazioni non del tutto positive. Il che è un merito notevole.


Anche l'ultimo album che presento per questo mese è qualcosa di anomalo. E d'altra parte cosa ti puoi aspettare quando metti insieme Ricardo Villalobos e Max Loderbauer? Eccoli fusi nell'alias Vilod a presentare la loro prima collaborazione ufficiale (anche se hanno già lavorato assieme più volte), Safe in Harbour. Ecco, questo è uno di quei casi in cui se qualcuno mi chiedesse "ma che questa la chiami musica?" avrei effettivamente qualche imbarazzo a rispondere di sì, come faccio di solito. Perché questa è quella che potremo definire musica astratta, suoni che seguono una metrica non sempre facile da individuare, tracce spoglie, che fanno della ripetitività e dell'asimmetria la loro caratteristica principale. Per me è un ascolto che apre la mente su dimensioni diverse, quasi aliene, e per questo ne traggo soddisfazione. Ma non mi aspetto che per molti valga lo stesso.

Ultimi acquisti - Settembre 2015 (parte 1)

Sei mesi! Tanto ho dovuto patire prima di poter finalmente mettere le mani su qualche disco nuovo, visto gli acquisti precedenti risalgono a marzo! Che poi non è che nel tempo trascorso da un blocco di acquisti e l'altro me ne stia in silenzio, di materiale da vagliare me ne passa comunque diverso, ma è un'altra cosa quando finalmente maneggio della musica nuova. Perché è vero che gestisco con tranquillità libri e film in digitale, ma la musica è un'altra cosa... forse un giorno ne parleremo.

Passiamo a descrivere i dischi acquistati questo mese, che essendo numerosi divideremo in tre parti. Nessuna compilation, solo album e un paio di EP.


Cominciamo con un disco che aspettavo da un po'. Beh, dai, il nuovo album di Stephan Bodzin è un'occasione esaltante. Powers of Ten continua il percorso che Bodzin ha iniziato diversi anni fa, quando è stato uno dei primi a porre le basi per un nuovo sottogenere della techno da alcuni definito neotrance. Si può intravedere anche una certa affinità, tanto di sonorità che di tematiche, con i lavori inclusi in Luna, prodotto in collaborazione con Marc Romboy (con cui negli ultimi anni ha continuato a rilasciare nuove tracce in linea con il progetto). Musica ipnotica e ben strutturata, con una componente melodica dietro cui si riesce comunque a percepire una precisa geometrica, quelle potenze di dieci che stanno alla base di un sistema metrico.


Qui sono arrivato in ritardo io, perché Abaporu, quarto album di Gui Boratto, è uscito da quasi un anno, ma sono riuscito ad averlo solo adesso. Poco male, perché la musica di Boratto mantiene quasi sempre una certa leggerezza che la rende fruibile senza troppa preparazione. In Abaporu ritroviamo i suoni a cui ci ha abituato coi lavori precedenti, vocal dolci e testi semplici e orecchiabili. Tutto sommato niente di nuovo rispetto a quanto si è già sentito da parte sua, ma è un genere in cui ha pochi concorrenti, per cui è sempre un piacere.



Joris Voorn, devo ammetterlo, mi ha leggermente sorpreso con questo suo album. Conoscendo già la sua produzione (e i suoi ottimi remix), mi aspettavo una raccolta di pezzi più marcatamente techno, mentre qui sembra che si sia divertito a mettere insieme tracce con una varietà di generi e stili ben più ampia. Ben venga, perché in Nobody Knows si trovano pezzi techno, house, breakbeat, ambiente e strumentali, con un inaspettato gusto per vocal e melodie. E così quando pensi ormai di conoscere i tuoi dj, questi arrivano dal nulla e ti spiazzano così...



Anche con Fritz Kalkbrenner sono in ritardo, perché Ways Over Water è uscito a fine 2014. Finalmente ho recuperato, e ne sono sollevato, perché mi stavo perdendo qualcosa di veramente buono. Fritz ha sviluppato uno stile tutto suo, un modo di far combaciare la techno con certe sonorità folk che non si ritrova altrove. I testi e le atmosfere tendono spesso al malinconico, e contribuiscono a creare un viaggio ideale lungo il quale l'autore ci accompagna. Una cosa che mi fa molto piacere è che Fritz abbia trovato una strada indipendente rispetto al fratello Paul, del quale sarebbe stato facile cavalcare l'onda: i due invece si mantengono su percorsi paralleli, che solo raramente si incrociano per remix o collaborazioni occasionali.

E parlando del fratello, ecco anche il nuovo album di Paul Kalkbrenner, questo invece fresco fresco di pubblicazione. 7 è (come si potrebbe intuire) il settimo album di Paul, uscito quasi tre anni dopo l'ultimo Guten Tag. Si può dire che il Kalkbrenner più famoso dei due mantiene il suo stile riconoscibile, perché è facile attribuire le tracce al loro padre anche al primo ascolto. Come nei suoi lavori precedenti, anche qui Paul gioca molto con la campionatura di pezzi rock e acustici, includendo ad esempio parti di White Rabbit dei Jefferson Airplane. Devo dire che mi sembra di percepire, col tempo, una crescente angoscia latente nelle sue tracce, come se ci fosse qualcosa che sta avanzando in lui, che lo sta costringendo sempre di più... ma forse sono io che ci vedo (sento) più di quanto ci sia realmente. La musica rimane bella, e sono convinto che qualunque demone possa portarsi dentro, Paul riesce a liberarsene, almeno temporaneamente, quando ci fa ascoltare cose come queste.

Ultimi acquisti - Marzo 2015 (parte due)

Dopo aver illustrato album ed EP nella prima parte del post, passiamo adesso ai singoli, con i quali intendo tracce uniche arricchite al più da un remix. Si parla di diverse cose interessanti.


Cominciamo con un disco che in realtà stavo già ascoltando da alcuni mesi ma che ancora non possedevo: Awake di Santé (con un featuring per la parte vocale) è una di quelle tracce ma decise, una techno che si colloca efficacemente a metà strada tra il semplice ascolto e l'uso in pista. Agoria si diverte a giocare un po' con i suoni nel suo remix, e il disco risulta così completo. Pezzo fissa del momento, uno degli esempi non frequenti in cui il testo di un pezzo techno conferisce forza ed emotività.




Questo l'ho preso semplicemente perché era bello da vedere, si tratta di fatto del mio primo vinile stampato. Poi l'ho anche ascoltato e allora mi sono convinto: Len Faki remixa Everything di Fauntleroy, traendone la parte più psichedelica e inseerndo un paio di drop ben studiati. Ottimo pezzo da ascoltare a ripetizione, con ogni componente che assume a turno la sua importanza.






Passiamo nel reame della techno più hard, con Arrivals di Jay Lumen: due tracce che fanno a meno di qualunque tipo di melodia, concentrandosi sulle componenti essenziali, kick, hat e clap, con qualche vocal di contorno per enfatizzare i momenti topici. Un genere di musica che per quanto possa apparire ripetitivo riesce a non stancare mai, anche se non è più in auge come una ventina d'anni fa...





Dall'hard alla minimal più tipica, e il nome che focalizza l'attenzione qui è ovviamente Villalobos, che insieme a Tobias si impegna per questo EP remixando Ambiq. Non era una cosa facile, perché Ambiq è un album di Claudio Puntin, Samuel Roher e Max Louderbauer (quest'ultimo già collaboratore di Villalobos in altre occasioni) di difficile definizione, sospeso tra ambient, jazz musica astratta. Forse l'unica strada per un remix era una minimal looposa e asimmetrica, come quella in cui Villalobos eccelle. Ne esce quindi un disco lento e riflessivo, che trasmette in modo efficace le atmosfere del lavoro originale.


Concludiamo con un disco che non dovrebbe rientrare tra i miei acquisti. Dj Slugo infatti è (brrr, solo a dirlo ho i brividi) un rapper, credo anche di media fama. E non avrei mai preso questo se non avessi notato sul retro che la musica di questo pezzo è in effetti di Nicolas Jaar, il che cambia tutto. Ghetto è un pezzo deep house sul quale il suddetto Slugo canta alcune semplici frasi di classica impostazione rap. Ma a fare la differenza è appunto Jaar, e il fatto che il lato B del vinile presenti la versione dub, che non eccelle magari in virtuosismi di nessun tipo ma è più che suffficente a giustificare l'acquisto.

Ultimi acquisti - Marzo 2015 (parte 1)

La cadenza dei miei acquisti musicali si sta riducendo a uno ogni tre-quattro mesi circa, cosa che da una parte mi lascia parzialmente insoddisfatto (e arrivo a un certo punto con il bisongo fisiologico di nuova musica) ma dall'altra rappresenta un sollievo notevole per le mie risorse finanziarie, soprattutto da quando ho iniziato ad accedere al mercato dei vinili. Questo mese è stata infatti la prima occasione in cui ho acquistato solo vinili, senza nessun cd. Vista la difficoltà a suddividere i dischi in base a contenuto/tipologia, applico una suddivisione abbastanza arbitraria commentando in questo post LP ed EP, e nel prossimo i singoli (sort of).


Cominciamo con quella che è stata una delle maggiori sorprese/rivelazioni di questa tornata. Non conoscevo Rebotini, autore francese di elettronica, ma con questo Music Components del 2008 mi sono trovato subito di fronte a qualcosa di notevole. Non è ben chiaro come mai ma i francesi hanno un loro talento nell'elettronica, e Arnaud Rebotini si inserisce in una lunga tradizione. Il disco riporta in copertina tutti gli strumenti utilizzati dall'autore, ed è una gioia constatare come si possa creare un'infinita varietà di suoni a partire da questi pochi oggetti. I pezzi spaziano tra techno ed electro, con un'attenzione particolare a distorsioni ed effetti. Alcuni pezzi sono davvero eccezionali in questo senso, come quello che chiude l'album. Mi rammarico della tardiva scoperta, ma è diventato un autore sul quale documentarsi bene.


Anche Timothy J Fairplay mi era sconosciuto fino a pochi giorni fa, e con Stories of Prison ho scoperto un nuovo esponente di una electro un po' antiquata, ma che ha sicuramente ancora molto da dire. Suoni che ricordano certe colonne sonore di film anni '80, roba alla Vangelis, in cui ogni piccola componente del suono finale ha la sua importanza. Il disco contiene sei pezzi tutta sulla stessa linea ma interessanti.





Butch invece lo conosco già, e so che si tratta di un buon interprete della techno contemporanea, anche se devo ammettere di non averlo mai seguito più di tanto, lo conosco per un paio di pezzi e qualche remix. In Songs About Uncosciousness il polpo biomeccanico in copertina accompagna durante l'ascolto di due pezzi di techno ipnotica: The Spirit richiede più di 5 minuti per arrivare alla sua parte centrale, mentre Shahrzad introduce alcune atmosfere vagamente orientaleggianti, ma mantenendo sempre l'atmosfera onirica, sull'orlo dell'inconscio. Come probabilmente era intenzione dell'autore.


Altra conoscenza di lunga data (ma diciamo pure: unico dj internazionale con cui ho voluto una foto) è Johannes Heil, in quest'ultimo disco in coppia con Markus Suckut per l'EP Souls uscito con Cocoon. Ultimamente Johannes è tornato alla techno più dura, come nelle altre collaborazioni con Len Faki iniziate un paio di anni fa. Anche Souls contiene tre pezzi definibili soltanto come "techno", con predominanza di kick, hi-hat e clap e senza un attimo di tregua. Intramontabile.




Includiamo in questo blocco anche un classico che mi sono voluto aggiungere alla collezione, dietro caloro incoraggiamento del buon Mastelloni. E così da oggi possiedo anche I Robot degli Alan Parsons Project, disco che non potevo lasciarmi sfuggire se non altro per il titolo. Ora, può sembrare roba piuttosto lontana dai miei standard di ascolto, e santiddio, sì, lo è, eppure ci ho comunque trovato qualcosa, una modo di intendere la musica, che paradossalmente mi sembra molto affine a quello che ascolto di solito, e mi ha consentito quindi di apprezzare anche questo. Poi non sto ad aggiungere il mio commento perché presumo che da quarant'anni a oggi ne abbiano già parlato abbastanza.

Ultimi acquisti - Dicembre 2014 (parte due)

Dopo aver esaminato nella prima parte degli acquisti di dicembre gli album ed EP appena entrati nella mia collezione, passiamo adesso a compilation e singoli.


Cominciamo con un classico stagionale: la Cocoon Compilation, arrivata quest'anno alla lettera N, che come ogni anno raccoglie una dozzina di pezzi appositamente realizzati da nomi affermati ed emergenti della scena techno internazionale. Anche quest'anno sembra che l'attenzione sia più su autori non esattamente al centro della scena. Tra i più rilevanti troviamo Ripperton, Truncate e Aril Brikha. La qualità è sempre elevata, anche se mancano autentici capolavori. Tra i pezzi più efficaci troviamo For Fear Tonight Is All di Alan Fizpatrick e VA2 del già citato Brikha insieme a Vince Watson.


Altra compilation, stavolta mixata, è In the House of Disco, una selezione eseguita da Dimitri From Paris, veterano del panorama house mondiale. Si tratta di una raccolta interessante, perché è a metà tra una retrospettiva e un manifesto programmatico. Per quanto la musica selezionata (due cd suddivisi tra house e disco) possa apparire frivola, in realtà l'idea che sta dietro questo progetto è molto più profonda, e al tempo stesso la storia dei due generi, tra loro interdipendenti fin dalle origini, sembra affermare in modo deciso quanto lo sviluppo di questa musica sia stata l'espressione di un momento storico preciso. L'intento didattico non appesantisce però quella che è sostanzialmente musica da ballare, e per questo si può dire che l'operazione di Dimitri è stata intelligente ed efficace.


Proseguiamo quindi con i dischi singoli. Il primo che ho dovuto acquisire appena visto è stato L'Esperanza (Ame reinterpretation). Il disco contiene questo pezzo e un altro classico di Sven Vath, The Beauty and the Beast, remixato da Tuff City Kids. Certo Sven ha ormai un potere tale da poter far uscire praticamente qualunque starnuto gli venga in mente, in questo caso comunque l'apporto degli Ame (che andrebbe scritto con un'accento circonflesso sulla A) è notevole, d'altra parte i loro remix sono sempre molto interessanti. Forse non un disco che passerà alla storia, ma sicuramente un'operazione malinconia interessante.


Il secondo singolo è una produzione di Sebastian Mullaert (noto per essere una metà di Minilogue) e Patrick Siech. Genome è un pezzo di acid techno forte e incisivo, che ricorda molto certe sonorità di diversi anni fa, a metà tra Plastikman e CJ Bolland. Il lato B del disco contiene un remix dello stesso Mullaert, che insiste ancora di più sulla parte ipnotica della traccia. Il fatto che il disco si intitoli Genome I fa inoltre pensare che a breve potremmo avere una parte II.



Infine ecco il disco che più di tutti mi ha sorpreso e deliziato. Sorpreso perché non conoscevo né l'autore né l'etichetta: Alex Niggemann pubblicato da Watergate, che roba è? Ho però ascoltato il lato A di Sorrow e ne sono rimasto subito incantato. Il pezzo è una tech-house profonda, con lyrics intense che creano un'atmosfera emozionante. Una di quelle tracce "d'apertura" che introduce lentamente una grande energia coinvolgendo fin dalle prime battute. I due remix sull'altro lato (uno di Deetron) sono una valida varazione sul tema che mantiene comunque intatti i temi di fondo.

Ultimi acquisti - Dicembre 2014 (parte 1)

Diomio, come ho fatto a resistere quasi per sei mesi? Noto solo scrivendo questo post che gli ultimi acquisti prima di questi risalivano a luglio, e sono riuscito a tirare avanti per tutto questo tempo? Forse ha contribuito il fatto di aver avuto un'agenda piuttosto fitta, ultimamente. In effetti ho trovato il tempo per il mio periodico giro a Firenze comprensivo di visita a Disco Mastelloni solo con la scusa dei regali di Natale.

Come già sapete già da un po' miei acquisti comprendono sia cd che vinili, e non faccio distinzioni di supporto (come non la faccio tra carta ed ebook nei rapporti letture). Suddivido l'elenco in due parti, parlando adesso di album ed EP, e nel prossimo di compilation e singoli.


Cominciamo con un album per cui avevo la bava fin da quando ne ho sentito parlare: EX è l'ultimo lavoro di Plastikman, una sessione live registrata e successivamente incisa. Di Plastikman, prima incarnazione di Richie Hawtin, e dell'importanza fondamentale da lui ricoperta nello sviluppo della minimal, non serve parlare (e se serve, non lo farò io). Bisogna però ammettere che negli ultimi anni lo stile di Hawtin si era arricchito dal punto di vista tecnico, ma al tempo stesso impoverito in termini di contenuto e "purezz". Con EX invece si ritorna proprio alle sonorità pulite delle origini, quelle di Musik e Recycled Plastik. Non si può quindi parlare di novità, ma di una piacevole rievocazione di un genere che oggi non ha più la presa che aveva un tempo.


 
Passiamo a Ernesto Ferreyra, uno dei produttori della squadra latina di Cadenza, etichetta techno/minimal di alto livello. Some Kind of Sign è un EP che contiene una serie di pezzi di buona minimal, anche se forse l'ispirazione non è così evidente. Non si tratta di un album, è vero, quindi il paragone con il precedente El Paraiso del las Tortugas non è del tutto corretto, tuttavia i sette pezzi non sembrano avere una loro unità, anche se il livello è comunuqe buono.



 
Rimanendo in casa Cadenza, abbiamo un altro EP, stavolta di un autore di minor diffusione riseptto a Ferreyra. Eduardo De La Calle non è un nome di spicco, ma con The Methodical Machines potrebbe attirare una certa attenzione. Siamo sempre nell'ambito della minimal, ma De La Calle riesce ad azzeccare una buona combinazione di suoni morbidi, e siamo in grado di percepire anche un filo conduttore che unisce tutti i pezzi della raccolta. Grazie a questa completezza si ha l'impressione di ascoltare un lavoro con una forte caratterizzazione, e il coinvolgimento è amplificato. Un autore da tenere d'occhio.

Kink invece lo conosco già bene, il suo nome come produttore o remixer si già fatto notare molte volte negli ultimi tempi. Under Destruction è il suo primo album, e qui conferma l'impressione di distanza dagli schemi attuali che già aveva dato in precedenza. L'album infatti contiene pezzi di una techno difficilmente classificabile, che fa ampio uso di loop e suoni elettronici, quasi affini alla VGM, e alcuni dei quali si sviluppano in direzioni imprevedibili. Anche qui si percepisce un'unità di temi che conferisce l'identità al lavoro nel suo complesso, e si può quindi promuovere a pieni voti la prima prova sulla lunga distanza di Kink.

 
Il prossimo disco è una chicca, perché si tratta di qualcosa di estremamente di nicchia: questo Wrong Steps EP, dell'eponimo Wrong Steps della cui identità non sappiamo nulla, è un disco di ottima techno prodotto dalla misconosciuta etichetta Huntley & Palmers. Purtroppo in questo caso non sono in grado di fornire nessun tipo di contesto, perché appunto non so nulla dell'etichetta né degli autori. È uno dei classici esempi di quando ascolti una cosa, ti piace, e decidi di prenderla senza necessariamente conoscerne la storia. Non posso nemmeno dirvi di provare ad ascoltarlo, perché non credo sia facile trovarlo anche da scaricare...


Anche l'ultimo pezzo di questo primo blocco è senza dubbio qualcosa di molto gustoso. Il Mawa EP di Anchorsong si presenta come un vinile da 10 pollici trasparente (il primo che mi capita). La copertina è da subito indicativa del contenuto: quattro tracce di techno tribale, con campionature, sonorità e atmosfere provenienti direttamente da qualcuna delle più remote tribù africane. Quando si parla di tribal techno è facile cadere nello stereotipo delle tracce costruite semplicemente aggiungendo il loop della canto tradizionale del popolo sconosciuto su una base, qui però il discorso è più complesso e profondo, e si percepisce una forte armonia e compenetrazione reciproca tra le parti campionate e quelle aggiunte dall'autore. Se si pensa poi che Anchorsong è in effetti un dj giapponese, fa quasi strano pensare al modo in cui culture così diverse riescano a integrarsi in questo modo, e non sto facendo un discorso da united colors of benetton, parlo proprio della constatazione che questo EP è nato grazie all'apporto di menti che distano più di mezzo pianeta in termini di spazio, e ancora di più a livello culturale. E questo sì, fa un po' impressione.

Ultimi acquisti - Luglio 2014 (parte 2)

Dopo aver commentato nella parte 1 i nuovi album acquistati a luglio, passiamo adesso a raccolte e dj mix di vario genere appena finite nella mia collezione.


Voglio iniziare subito con quella che considero la chicca delle novità: questo doppio vinile The Best of Disco Demands 2 è un album che il buon Roby di Mastelloni ha sentito la necessità di consigliarmi: una raccolta Compilata da Al Kent che mette insieme una serie di pezzi disco degli anni 70 ormai introvabili in qualunque forma. Ora, io non conosco così bene questo genere da poter citare con cognizione gli artisti più rappresentativi ivi inclusi, tuttavia si tratta di pezzi che rievocano con forza quel sound che è stato l'origine di tutta la club culture mondiale, per cui l'ascolto è davvero piacevole. Ascoltati oggi questi pezzi assumono tutto un altro significato, perché se all'epoca potevano essere canzoni leggere e di poco conto, in retrospettiva si tratta di un fenomeno che ha rivoluzionato la musica nel mondo. È quindi un'esperienza non solo piacevole ma anche istruttiva. Senza nemmeno considerare le vistose zinne in copertina, che non fanno mai male.


Rimaniamo poi in un ambito leggermente al di fuori di quello cehe tratto di solito, con la raccolta Coming Home compilata in questo caso da Sven Vath (di cui evito di fornire notizie biografiche, chi non sa di chi sto parlando non ha motivo di leggere questo e tutti gli altri post musicali da me scritti). Siamo abituati a sentire Sven almeno una volta l'anno, con il suo mix The sound of the #th season, ma in questo caso si tratta di qualcosa di diverso: qui dentro non ci sono i pezzi suonati da Sven durante le sue performance, ma quelli che lui ascolta e ama. Un po' come le Late Night Tales di Trentemoller, qui scopriamo l'altro lato di un artista della musica elettronica: i pezzi scelti da Vath sono infatti profondi e variegati, e spaziano dal puramente strumentale all'ambient, dal downtempo al pop. Troviamo tra gli altri Boards of Canada, Holden, Horror Inc, ma anche tanti altri autori sconosciuti e che difficilmente avrei potuto scoprire diversamente. Questo tipo di operazioni mi piace sempre di più, e credo che a suo tempo mi andrò a cercare altre raccolte di questa o altre serie simili.

Torniamo poi a parlare di Paul Kalkbrenner, altro nome che va conosciuto e basta. Giusto l'anno scorso è uscito il suo ultimo album Guten Tag, e a breve distanza ecco arrivare X, che non è un album ma una raccolta di remix. I pezzi di Guten Tag ma anche degli album precedenti (li trovate tutti recensiti sul blog) sono stati qui reinterpretati da colleghi di Kalkbrenner come Vitalic, Joris Voorn, Format:B, Pig and Dan, e il fratellino Fritz. Meriterebbe quasi un intero discorso a parte i remix di Robag Wruhme di Sky and Sand, ma per spiegare il valore di questo pezzo soltanto mi infilerei in una serie infinita di digressioni che non è il caso di affrontare qui. Magari ascoltatelo, non prima però di aver ascoltato la versione originale della canzone, che in realtà conoscete già ma non sapete che è proprio quella. Insomma, una delle migliori raccolte di remix, per calibro degli artisti coinvolti e qualità dei pezzi, dai tempi di Luna. Interessante notare che c'è anche un remix eseguito dai Martini Bros, aka Artist Unknown, autori di quell'Unknown to Millions che dà il titolo a questo blog!


E concludo con un mix cd vero e proprio, l'edizione 2014 di una compilation che avevo acquistato l'anno scorso: Enter. Ibiza 2014, che si può pressappoco considerare l'equivalente di Richie Hawtin del Sound of the Season di Sven Vath, anche quest'anno presenta 4 cd mixati da quattro autori diversi, che a parte Matthew Hawtin (che sospetto essere parente di Richie, ma non ho controllato), che contano nel complesso una sessantina di pezzi di quella salutare techno che potremmo ascoltare appunto in una settimana ad Ibiza, ma ad un prezzo decisamente più accessibile. Sempre apprezzabile la presenza di un cd dedicato a pezzi instrumental/ambient, che fa da valido intermezzo agli altri.