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[quote] # 8


È raro che io proponga un post "a tema" riferito a una particolare giornata o evento di attualità, visto che al di là della poco nutrita rubrica "today in the universe" cerco di mantenere i post universalmente validi, al di là della data di pubblicazione. Questo [quote] però si può considerare attuale, visto come ogni altro 14 febbraio, oggi si tende a dedicare la giornata al complesso di sensazioni/sentimenti che viene comunemente definito "amore".

Ma che cos'è l'amore, e perché se ne parla tanto? La parola passa quindi ad Osho, uno dei più importanti guru contemporanei. Devo ammettere che non sono esattamente un suo seguace, e sono venuto a conoscenza di questa lezione tramite il pezzo Love and Hate di Johannes Heil e Christian Pass, uscito alcuni anni fa. Chiaramente non sto a tradurre, sbrigatevela da soli o con google translator.

Love and hate are just two sides of the same coin. But with love something very drastic has happened. It is unimaginable how this drastic step was taken by people who had all the good intentions in the world. You may never have suspected what has destroyed love. It is the continuous teaching of love that has destroyed it. Hate is still pure. Love is not. When you hate, your has an autenticity. And when you love, it is only hypocrisy. This has to be understood.

For thousands of years, all the religions, politicians, have been teaching one thing. That one thing is love. Love your enemy, love your neighbour, love your parents, love god. Why in the beginning it started, this strange teachings of love? They were afraid of your authentic love. Because the authentic love is beyond your control. You are possessed by it. You are not the possessor, you are the possessed. And every society wants you to be in control. The society is afraid of your wild nature. It is afraid of your naturelness, so from the very beginning it starts cutting your wings. And the most basic thing which is dangerous in you is the possibility of love. Because if you are possessed by love, you can go even against the whole world.
Se poi volete sentirlo direttamente detto da lui, potete anche vedere il video originale:



Il passaggio che mi pare più significativo è la frase "Hate is still pure, love is not." Si tratta uno spunto di riflessione estremamente interessante: l'amore è ormai, da millenni, un sentimento imposto, controllato, pilotato, mentre l'odio è ancora puro perché non è stato manipolato (al contrario ad esempio della paura). Quindi viene da pensare se il vostro amore che ritenete tanto speciale e unico e autentico non èsiaaltro che il più subdolo strumento imposto dalla società per controllarvi. Certo, come dice il maestro, c'è la possibilità che il vostro amore sia davvero autentico... ma quanto ci credete?

Meglio quindi odiare. Odiare sinceramente, con tutti voi stessi. Allora proverete davvero un sentimento spontaneo e profondo.

[quote] # 16

Nell'ultimo rapporto letture ho parlato di Anathem, il capolavoro di Neal Stephenson che ho letto solo a novembre di quest'anno, con imperdonabile ritardo. Come dico in quel post, il libro è talmente denso di temi, concetti, lezioni, riflessioni, idee, che tattaro tutto quanto vi è contenuto risulta praticamente impossibile, almeno all'interno di uno spazio come questo (ma se volete approfondire, esiste un'apposita wikia). Tuttavia, proprio perché il lungo romanzo è un concentrato di idee, tanto all'interno del contesto narrativo quanto fini a se stesse, mi pare appropriato estrarre un piccolo brano che parla proprio delle idee in quanto tali, e del processo creativo che le origina.

Quella qui riportata è una conversazione tra il protagonista, fra Erasmas, e sua cugina. Non serve che spieghi come si arriva a questo dialogo, è sufficiente sapere che Erasmas è una specie di... ehm, "monaco della scienza", che vive in un "convento" i cui abitanti si dedicano tanto al lavoro manuale quanto allo studio, pratica ormai consolidata da millenni di storia e tradizione. E proprio per questo, c'è bisogno di qualcuno che tenga le fila di questa storia, come viene spiegato.

(Nota: ho letto il libro in ingles, questa è una mia traduzione libera; il termine "Saunt" indica un saggio riconosciuto del passato [una specie di "santo della scienza"])

– È frustrante, parlare con te. Ogni idea che la mia piccola testa riesce a concepire è stata già concepita da qualche Saunt duemila anni fa, e discussa fino alla morte.
– Non voglio passare per saccente, ma questa è l'Affermazione di Saunt Lori, e risale al Sedicesimo secolo.
– Davvero?
– Davvero.
– Letteralmente duemila anni fa, un Saunt ha proposto l'idea che...
– Che ogni idea che una mente umana può concepire è stata già concepita tempo prima. È un'idea molto in voga...
– Aspetta, ma l'idea di Saunt Lora era nuova?
– Secondo alcuni paleo-Loriti ortodossi, è stata l'ultima idea nuova.
– Allora, devo chiederti...
– Cosa abbiamo fatto qui negli ultimi 2100 anni, visto che l'Ultima Idea era già stata concepita?
– Gia.
– Non tutti sono d'accordo con questa affermazione. Tutti odiano i Loriti. Ma i Loriti sono utili.
– In che modo?
– Tutte le volte che qualcuno ha un'idea che crede nuova, i Loriti ci si buttano sopra come sciacalli e cercano di dimostrare che in realtà è vecchia di cinquemila anni. E di solito, hanno ragione. È fastidioso e umiliante, ma alla fine previene che le persone perdano tempo su cose vecchie. E i Loriti devono essere studiosi eccellenti per svolgere il loro lavoro.
– Quindi tu non sei un Lorita.
– No. Se apprezzi l'ironia, può farti piacere sapere che dopo la morte di Lori, un suo allievo scoprì che la sua idea era già stata anticipata da un filosofo quattromila anni prima.
– Divertente. Ma questo non dimostra la tesi di Lori? Sto cercando di capire cosa ne ricavate voi.
– Le idee sono cose buone, anche se sono vecchie. Per comprendere le più avanzate teorie è richiesta una vita intera di studi. Mantenere il cumulo di idee già esistenti richiede tutto questo.
– Quindi siete come dei giardinieri. Accudite dei fiori rari. Questa è una serra. Dovete mantenere la serra e curare i fiori per sempre, altrimenti si estinguono. Ma...
– Ma raramente troviamo un fiore nuovo.

È una prospettiva interessante, quella suggerita da Erasmas: il fatto che le idee si succedano e si rincorrano, spesso si sovrappongano. Infatti è successo anche a me, di trovare espressa altrove quella che credevo fosse una mia idea esclusiva. Per questo sarebbe davvero utile avere un buon team di Loriti sempre a disposizione, per non incappare in questi equivoci.

Eppure, come viene detto, le idee sono buone, anche se sono vecchie. Non importa se un Lorita verrà a dirvi che la vostra geniale intuizione l'aveva già avuta un tizio morto di gonorrea dall'altra parte del mondo quattromilaseicento anni fa: se la vostra idea è genuina, valida, è comunque buona. Quindi datevi da fare, in culo ai Loriti!

[quote] # 15

Quello che segue è un (lungo) brano tratto da La guerra contro gli Chtorr, romanzo di David Gerrold, primo di una saga dedicata al conflitto tra gli umani e invasori extraterrestri che non solo cercano di occupare la Terra, ma ne trasformano l'ecologia per adattarla alle proprie esigenze. La serie (attualmente incompleta) segue principalmente le vicende del soldato Jim McCarthy, ma come avviene spesso nella "military sf" (da Starship Troopers in poi) il tema della guerra fa da spunto per riflessioni di carattere storico/sociologico/politico anche piuttosto forti.

Ne è un esempio proprio questo brano, in cui un professore universitario illustra con un esempio pratico come si fa a instaurare una tirannia e come la si può sconfiggere. Non dico che sia un testo con valore di attualità, ma, insomma, nemmeno lo nego.


– Quanti di voi pensano che sia giusto ribellarsi a una tirannia?
Immediatamente si alzarono alcune mani. Poi qualche altra, incerta, come se avessimo paura che significasse offrirsi volontari per il fronte. Poi qualche altra ancora. Whitlaw non aspettò di vedere se c'era l'unanimità. Indicò uno di quelli che non avevano alzato la mano. – E tu? Non credi che sia giusto?
– Penso che lei dovrebbe definire meglio i termini della questione. È stato troppo generico. Quale tirannia? Di che tipo?
Whitlaw si irrigidì e fissò il ragazzo con occhi socchiusi. – Fai parte del circolo culturale? No? Dovresti prendere in considerazione questa possibilità. Sei il tipo adatto... eviti di affrontare il problema. Va bene, ti voglio aiutare... – chiuse il libro. – Diciamo che questa stanza è lo stato di Miopia. Io sono il governo. Voi siete i cittadini. Voi sapete che i governi hanno bisogno di soldi. Così la prima cosa che faccio è imporre le tasse. Voglio un casey [la moneta in uso nell'epoca in cui è ambientato il romanzo] da ciascuno di voi. – Cominciò a camminare fra i banchi. – Dammi un casey. No, non sto scherzando. Queste sono le tasse che dovete pagare. Dammi un casey. Anche tu. Mi dispiace, non accetto assegni o banconote id carta. Cos'hai detto? Sono i soldi per il pranzo? Cribbio, questo è un guaio! Purtroppo le esigenze del governo hanno la precedenza.
– Ma questo non è giusto!
Whitlaw si fermò, la mano pian di monete. – Chi è che ha parlato? Portatelo fuori e giustiziatelo per sedizione!
– Un momento! Ho il diritto a un processo equo!
– L'hai appena avuto. E ora sta zitto. Sei stato giustiziato. – Whitlaw continuò a raccogliere i soldi. – Mi dispiace, voglio il denaro contato. Non ce l'hai? Non ti preoccupare, allora trattengo gli altri quattro casey come soprattassa. Considerala una multa per il fatto di aver pagato le tasse con banconote di carta. Grazie. Grazie... cinquanta, settantacinque, un casey. Grazie. Allora, ho racolto quarantotto casey. Il che significa che posso andare a farmi una bella mangiata. Domani ricordatevi di portare tutti un altro casey. Da oggi in poi riscuoterò le tasse tutti i giorni.
Ci guardammo l'un l'altro preoccupati. Chi avrebbe avuto il coraggio di protestare per primo? Ma non era scorretto che un insegnante prendesse soldi dalla sua classe?
Una mano si alzò incerta. – Mmm, signore... vostra maestà...
– Sì?
– Mmm... posso fare una domanda?
– Mmm... dipende da quale domanda.
– Possiamo chiedere cosa farà con il nostro denaro?
– Non è vostro, è mi.
– Ma prima era nostro...
– … e ora è mio. Io sono il governo. – Aprì il cassetto della cattedra e vi fece cadere le monete con grande rumore. – Eh!? Hai la mano ancora alzata?
– Il fatto è che a me sembra... a tutti noi sembra...
– A tutti? – Whitlaw ci fissò con le sopracciglia alzate. – Si tratta forse di un'insurrezione? Sarà meglio che mi procuri dei mercenari. – Arrivò faticosamente fino in fondo all'aula e puntò il dito verso i ragazzi più alti e robusti della classe. – Tu, tu e... sì, tu. E anche tu. Venite con me. Siete arruolati. – Aprì il cassetto e ne tirò fuori alcune monete. – Ecco, due casey per ciascuno. E ora non fate avvicinare questa marmaglia al palazzo reale.
I quattro ragazzi sembravano incerti. Whitlaw li spinse tra sé e la classe. – Allora... cosa stavate dicendo?
Signor Whitlaw? – Janice MacNeil, una ragazza alta e bruna, si alzò in piedi. – Va bene, abbiamo capito. Adesso ci ridia i nostri soldi... – Janice era una rappresentante degli studenti. Un Whitlaw ghignante fece capolino da dietro le spalle dei due “soldati” più alti: – Ah, ah. Ma questo non è un gioco. Che cosa hai in mente di fare?
Janice non s'innervosì. Disse: – Mi rivolgerò a un'autorità superiore.
Whitlaw stava ancora ghignando. – Non ce ne sono. Questo corso è autonomo. Vedi quel cartello sul muro? È lo statuto del Sistema Federale Educativo. Sei stata in quest'aula tutti i giorni per diciotto settimane e scommetto che ancora non l'hai letto, vero? Peccato... perché quando ti sei iscritta a questo corso hai automaticamente accettate quel regolamento. Io ho potere assoluto su tutti voi.
Certo, lo so! – ribatté lei. – Ma io sto parlando del mondo reale, quello in cui viviamo. Lei deve darci indietro i soldi!
No, tu non hai capito niente. – Whitlaw le sorrise. – È questo il mondo reale. Proprio questo. E io non devo darti proprio un bel nulla. Il governo federale mi ha autorizzato a fare qualunque cosa io consideri necessaria per lo svolgimento del corso. Questo significa che posso imporre tasse... se lo ritengo necessario.
La ragazza incrociò le braccia. – Va bene, ma noi possiamo rifiutarci di collaborare.
Whitlaw si strinse nelle spalle. – Benissimo. Ti farò arrestare.
Che cosa!? Mi manda dal preside?
No, ho detto arrestare nel senso di “conosci quali sono i tuoi diritti” e ti sbatto in galera, agli arresti, in guardina, alla Bastiglia, alle Tombe, alla Torre di Londra, all'Isola del Diavolo, ad Alcatraz... mi sono spiegato?
Lei sta scherzano.
Niente affatto. Vuoi vedere?
Ma non è giusto!
E allora? Hai accettato il regolamento e dunque perché adesso ti lamenti? – Sospinse due dei suoi soldati. – Sbattetela fuori... e anche quell'altro, quello che abbiamo giustiziato prima. Sono espulsi. – I soldati di Whitlaw non avevano un'aria molto soddisfatta, ma cominciarono a dirigersi verso i due ragazzi.
Janice sembrava veramente impaurita, e raccolse i suoi libri e il bloc-notes e uscì.
Aspettate nell'aula acanto fino alla fine della lezione – disse Whitlaw. – C'è nessun altro che vuole mettere in dubbio l'autorità di questo governo?
No. Non c'era nessuno.
Bene – Whitlaw sedette e appoggiò i piedi sulla cattedra. – Espellerò chiunque apra bocca a sproposito. – Prese un libro e una mela e aprì il libro. Di quando in quando dava un morso alla mela facendo molto rumore per ricordarci la sua presenza.
L'esercito sembrava incerto sul da farsi. – Ci possiamo mettere a sedere, signore?
No, naturalmente. Siete in servizio.
Noi ci scambiavamo occhiate. Dove voleva arrivare? Il tipo al quale Whitlaw aveva consigliato di entrare in un circolo culturale si chinò in avanti e bisbigliò a un amico. – Ci sta sfidando a fare qualcosa.
Be', provaci tu. Io non voglio essere sbattuto fuori.
Ma non capisci... se ci organizziamo...
Whitlaw balzò in piedi lanciando occhiate di fuoco. – Che cosa!? Questa è sovversione! – Si avvicinò al tipo da circolo culturale, lo afferrò per la camicia e lo sollevò di peso. – Non te lo permetterò! – e lo trascinò fuori dall'aula.
Durante i pochi istanti che rimase fuori dalla porta scoppiò il pandemonio.
Quell'uomo è pazzo...
– … tutto questo è assurdo...
– … non possiamo fare qualcosa?
Mi alzai in piedi. – Ascoltate! Noi siamo in tanti e lui è uno solo! Non dobbiamo permettergli di farla franca!
Sta' zitto, Jim! Così ci metti in guai ancora più grossi.
Fallo parlare...
Hai qualche idea, Jim?
Be', no... però...
In quel momento rientrò Whitlaw e io m'infilai di nuovo nel banco a tutta velocità.
Whitlaw si rivolse alle sue truppe: – Che razza di esercito siete? Lascio la stanza per meno di un minuto e quando torno trovo degli agitatori che incitano la marmaglia a insorgere! Vi ordino di arrestare ed espellere chiunque si è lamentato... o caccerò voi!
Toccò a cinque di noi.
Non c'è nessun altro? – ringhiò Whitlaw. – Se vi fate sfuggire qualcuno, saranno le vostre teste a cadere.
L'esercito sembrava impaurito. Si consultarono tra loro bisbigliando e poi indicarono altri tre ragazzi che insieme a noi cinque furono accompagnati fuori dalla classe. – Ma io non ho detto niente! – Joey Hubre stava per piangere. – Diglielo! Implorò rivolto al suo gemello.
Fallo... – urlò Withlaw –... e caccerò anche te. Anzi, è meglio che te ne vada comunque anche tu... è probabile che siate tutti e due dei piantagrane.
Ormai nella classe accanto alla nostra eravamo in dodici e stavamo seduti a guardarci con aria depressa. Eravamo confusi, sorpresi, e veramente offesi. Potevamo sentire Whitlaw che urlava. E poi all'improvviso si fece silenzio. Un momento dopo tre nuovi esiliati si aggiunsero al nostro gruppo.
Cos'ha fatto? Ha fatto giustiziare tutta la classe?
No, ha dichiarato silenzio nazionale – disse Paul Jastrow. – È per questo che ci ha cacciato fuori... io ho passato un biglietto e lui h detto che stavo organizzando una congiura.
Cosa sta cercando di provarci? – si lamentò Janice.
Che cos'è la tirannia, credo. È così che ha incominciato, no?
E allora che cosa dobbiamo fare?
È ovvio, dobbiamo ribellarci!
Ma figurati! Non possiamo nemmeno aprire bocca per protestare, come facciamo a organizzarci?
Certo che possiamo organizzarci – dissi. Proprio qui. Organizziamo un esercito di liberazione. I compagni che sono rimasti in classe ci sosterranno.
Sei sicuro? Whitlaw li ha così terrorizzati che si stanno pisciando addosso.
Beh, comunque dobbiamo tentare – disse Hank Chelsea alzandosi in piedi. – Io ci sto.
Io no – disse Paul Jastrow.
Mi alzai in piedi. – Credo che sia l'unica cosa da fare.
Janice si alzò. – A me... non piace molto, ma ci sto anch'io perché dobbiamo fargli vedere che non può comportarsi così.
Altri due ragazzi e una ragazza si alzarono in piedi. Dai John. Joey?
No, no. Non voglio sentirlo ancora urlare.
Ma non ce l'hai con lui?
Voglio solo indietro i miei soldi.
Paul?
Ci sbatterà di nuovo fuori dall'aula.
Aspetta un momento, Jim. – Era Mariette. – Che cosa vuoi che facciamo? Qual è il tuo piano?
Entriamo nell'aula e gli diciamo che la dittatura è finita.
Che bella idea! Lui ci urlerà dietro e ci farà sbattere fuori dall'esercito. Ha arruolato ancora due criminali.
Non sono due criminali...
Tutti i giocati di calcio lo sono, secondo me. In ogni modo adesso sono in sei. Allora, che facciamo?
Cominciarono a rispondere in sei, ma Hank Chelsea alzò la mano e disse: – No, aspettate... Mariette ha ragione! Dobbiamo fare un piano! Sentite, proviamo così. Apriamo tutte e tre le porte dell'aula nello stesso momento. Questo li prenderà di sorpresa. Poi, prima che lui riesca a parlare, le ragazze si avvicineranno all'esercito... no, ascoltatemi. Ci scommetto che non avranno il coraggio di colpirle. Quello che dobbiamo fare è mettere una ragazza vicino a ogni soldato. Poi lei lo abbraccia e lo bacia e gli chiede di unirsi a noi...
...e poi?
...e gli dice che gli daremo il doppio di quanto lo ha pagato lui
Ma lui gli ha dato tre casey a testa.
No, vedrete che si uniranno a noi. Ma solo se ogni ragazza si dedica a un ragazzo. Afferrategli il E gli uomini cosa fanno?
Noi ci occupiamo del capo e pretendiamo che ci consegni il tesoro nazionale.
Discutemmo il piano ancora per qualche minuto e nel frattempo fummo raggiunti da altri due esiliati che immediatamente aderirono alla rivoluzione e dettero alcuni suggerimenti per perfezionare l'attacco. Eravamo quasi pronti quando Joey Hubre tirò su col naso e disse: – E se qualcuno si fa male, cosa facciamo?
Questa osservazione provocò un momento d'esitazione e fummo costretti a rivedere il piano. Ma Paul Jastrow disse: – E allora? Siamo in guerra, no?
No, Joey ha ragione – disse Hank. – Forse a Whitlaw non importa niente se qualcuno si fa male, ma noi siamo un esercito di liberazione e non dobbiamo fare male a nessuno.
A meno che proprio non lo vogliano – borbottò Jastrow.
No, nemmeno in quel caso – ribatté Hank.
Qualcuno ti ha nominato generale? Io no!
E va bene... – Hank alzò le mani. – Votiamo...
No! – dissi io. – Abbiamo già un piano e siamo pronti ad agire. Gli eserciti non votano!
Adesso sì! – disse Jastrow.
Ma non in tempo di guerra! C'è qualcuno che vuole che si voti?
Sì, io voglio ridiscutere questo piano d'attacco...
Ah, splendido! È così che si fanno le rivoluzioni! Ci mettiamo a fare le battaglie parlamentari! Aspettate un momento, ho una copia dei Regolamenti d'Ordine di Robert...
McCarthy, smettila, non fare il cretino!
Ah sì?
Ehi, aspetta un momento... stiamo perdendo di vista il nostro obiettivo. Ci stiamo dimenticando chi è il nostro vero nemico! – Hank Chelsea si mise fra di noi. – Sentite, abbiamo un piano, mettiamolo in atto. Va bene?
Jastrow guardò la mano tesa di Chelsea con aria scettica. – Non sono d'accordo...
Dai, su, Paul... – dissero Mariette e Janice e poi tutti gli altri. Paul sembrò imbarazzato, si strinse nelle spalle e disse: – E va bene. – Ci preparammo tutti insieme a invadere il corso di Etica Globale di Whitlaw.
Lui ci stava aspettando.
Aveva fatto ammucchiare tutti i banchi per formare una barricata a metà aula. Il regno di Miopia aveva costruito la sua linea Maginot.
Ci fermammo e ci guardammo in faccia.
Parlavano di paranoia, ma questo è proprio pazzo! – disse Janice.
Sì, hai ragione, ma io vi avevo detto che non avrebbe funzionato – borbottò Paul.
E adesso che facciamo? – disse Mariette.
Restammo fermi a scambiarci occhiate. – Possiamo buttarli giù?
Possiamo provare – dissi. – Ma non credo che sia questa la maniera di risolvere il problema.
E va bene signor Extrastrong – disse Paul Jastrow. – Che cosa proponi?
Non lo so. Ho solo detto che la maniera forte non mi sembra la soluzione migliore. Credo che dobbiamo usare il cervello. – Mi resi conto che stavo fissando Whitlaw al di là della barricata. Stava prendendo appunti sul suo bloc-notes, ma in quel momento si era fermato e mi fissava con un leggero sorriso. – Mmm... – cercai di dire qualcosa, ma avevo la testa vuota. – Facciamo una riunione. Nel corridoio. Credo di avere un'idea.
Uscimmo tutti insieme nel corridoio. Io dissi: – Penso che dovremmo entrare a negoziare un trattato di pace.
Ma Whitlaw non ha nessuna intenzione di negoziare con noi.
Invece credo di sì – dissi io.
Perché ne sei così sicuro?
Perché altrimenti non possono uscire di lì. Noi controlliamo la parte dell'aula dove si aprono le porte e non credo che abbiano voglia di uscire da una finestra del terzo piano.
Ci fu un attimo di silenzio soddisfatto. Si potevano quasi sentire i sorrisi che spuntavano sulle nostre bocche.
È vero, andiamo. Chi ha un fazzoletto? Abbiamo bisogno di una bandiera bianca...
Rientrammo in forze e annunciammo: – Veniamo in pace. Vogliamo trattare.
E perché dovrei essere d'accordo? Siete un branco di radicali sovversivi espulsi dal sistema perché non avete voluto collaborare.
Questo sistema non funziona – disse Janice. – Ne vogliamo uno migliore.
Sì – disse Mariette. – Un sistema in cui anche noi possiamo dire la nostra.
Ma voi dite già quello che volete. Siete dei ribelli. E a noi i ribelli servono per punirli e dare l'esempio.
Allora non vogliamo più essere dei ribelli!
Peccato – disse Whitlaw da dietro la barriera. – Siete dei mestatori. E il vostro ruolo è quello di ribelli. Siete buoni solo a questo. – Potevamo vedere che stava ghignando.
Lei deve prenderci indietro, Whitlaw... – era Paul Jastrow.
Cosa? Io non devo fare proprio niente!
Sì che deve – dissi io. – Non potete uscire dalla stanza se noi non ve lo permettiamo.
Ahh! – disse Whitlaw. – Avete trovato un terreno di trattativa. E va bene, cosa volete?
Vogliamo indietro i nostri soldi! – strillò Joey Hubre. Ma era proprio Joey?
Vogliamo tornare in classe – disse Janice.
...amnistia! – disse Paul.
...un trattamento equo! – dissi.
...una carta dei diritti e dei doveri – disse Hank a bassa voce. Ci voltammo tutti a guardarlo. – Eh?
Ma Whitlaw sorrideva. – Tu... come ti chiami? Chelsea? Bene. – Scrisse qualcosa sul suo taccuino. – Un punto a tuo favore. Ora vediamo se sei capace di andare avanti. Quali sono questi diritti?
Hank stava dritto davanti alla barriera con le braccia conserte. – Niente tasse, signor Whitlaw, a meno che noi non possiamo dire la nostra su come devono essere impiegati i nostri soldi. Niente più espulsioni dalla classe senza un giusto processo. Niente più uso illegittimo della forza. Vogliamo poter esprimere liberamente il nostro dissenso senza rischiare di essere cacciati via.
Questo è il mio corso e il regolamento dice che posso gestirlo come voglio.
Bene, allora vogliamo cambiare il regolamento.
Mi dispiace ma questo regolamento non l'ho fatto io e quindi non posso cambiarlo.
Non importa. Può cambiare il modo di gestire il corso. Lei ha detto che ha completa autonomia. Allora trattiamo qualche modifica che renda questo corso accettabile per tutti noi.
Da quando in qua gli studenti hanno il diritto di dire agli insegnati come insegnare?
Da quando possiamo controllare tutte le porte!
Sss... – disse Hank.
Chi ti ha nominato presidente?
La vuoi smettere? Vuoi stare zitto? È meglio che parli uno solo per tutti.
Non mi va bene!
Non importa se non ti va bene... le cose stanno così!
Tu sei peggio di lui! Va' all'inferno! – Paul andò in fondo all'aula e si mise a sedere furioso.
Hank ci guardò in preda al panico. – Ascoltate, gente.... se non collaboriamo fra noi, la cosa non funziona. Non dobbiamo mostrare che siamo deboli.
È vero – disse Janice. – Hank ha ragione. Non possiamo permetterci di litigare.
Certo, ma questo non significa che tu debba fare il prepotente – disse Mariette. – Paul ha ragione. Non abbiamo eletto nessuno.
Un momento – dissi. – Non voglio litigare... e sono d'accordo sul fatto
che dobbiamo restare uniti perché altrimenti ci faranno a pezzi... Ma credo che dobbiamo ammettere che ciascuno di noi si ribella per ragioni diverse e ciascuno di noi vuol dire la sua nelle trattative. Io sono d'accordo con Paul... voglio essere ascoltato.
Poso dire una cosa? – si fece avanti John Hubre, il gemello che non parlava mai. – Mettiamo giù un elenco delle richieste e votiamo quelle che vogliamo che Whitlaw ci conceda.
Hank sembrava sconfitto. – Va bene. Chi ha un po' di carta? Io scrivo.
No – disse John. – Proiettiamolo sullo schermo in modo che tutti possano vedere. Credo che la classe dovrebbe discuterle e votarle. Va bene, signor Whitlaw?
Ho qualche scelta
John trasalì. – Mmm... no. Naturalmente.
Mmm... va bene.
Smontiamo questa montagna di mobili in modo da poter lavorare meglio. La guerra è sospesa fino a nuovo ordine.
In breve tempo l'aula aveva ripreso il suo aspetto abituale, salvo il fatto che invece di tiranneggiare, Whitlaw se ne stava tranquillo da una parte, ci osservava e solo di tanto in tanto ci dava qualche suggerimento.
In poco meno di cinque minuti la lista delle ricerche era arrivata a trenta.
Whitlaw gli dette un'occhiata e disse: – Non fate gli stupidi.
Le reazioni della classe andarono da – Eh? Cosa c'è che non va in queste richieste? – a: – Lei non ha scelta!
Whitlaw alzò una mano. – Per favore... vorrei che deste un'occhiata a questa lista. La maggior parte delle vostre lamentele sono giustificate, ma dategli un'altra occhiata e ditemi se notate qualcosa.
Beh, qualcuno non è molto importante – disse Paul Jastrow. – Per esempio la numero sei. Non strappare più camicie. Forse è importante per Doug... ma per tutti gli altri?
Janice disse: – E altre sono ripetitive... per esempio il diritto di potersi esprimere liberamente comprende quello di riunione, quello di parola e quello di stampa. Mi pare che non ci sia bisogno di elencare gli ultimi tre, no?
Si sentirono altre voci fare nuove proposte. Whitalw dovette alzare la mano per ottenere silenzio. Disse: – Avete tutti ragione, naturalmente. È importante essere protetti in ogni situazione, sia che lo specifichiamo o no. Mi sembra che quello di cui voi sentite il bisogno è una specie di ombrello al riparo del quale poter lavorare... una legge per tutti gli usi.
Ci lasciò discutere per qualche momento poi ci riportò al nocciolo del problema. – Le vostre richieste sono valide. Studiate di nuovo le regole che avete formulato e guardate se potete riassumerle in una o due frasi.
Facemmo come ci aveva detto. A un certo punto con un po' d'aiuto da parte sua arrivammo a: “Il governo sarà responsabile delle sue azioni davanti al popolo. Il popolo avrà il diritto di esprimere liberamente il proprio dissenso.”
Congratulazioni – disse Whitlaw sorridendo. – Cosa succede se ora rifiuto di accettare le vostre richieste.
Lei non ha scelta – disse Mariette.
Perché no?
Perché se non lo fa, noi ci ribelleremo di nuovo.
Ho capito. E se io arruolo qualche altro calciatore?
Ma lei non può arruolarne quanti ne vuole.
Imporrò nuove tasse.
Queste parole provocarono immediatamente la reazione di uno dei ragazzi che non erano stati espulsi. – Dove posso firmare per aderire alla rivoluzione?
È questa la ragione per cui lei non ha scelta... i cittadini si rifiutano di pagare le tasse.
Hai ragione – disse Whitlaw. Tornò verso la cattedra. – Va bene, allora... siamo d'accordo su questo punto? Se un governo non è responsabile davanti ai suoi cittadini, i cittadini hanno il diritto di togliergli il potere... con qualunque mezzo.
Tutti annuirono.
Mmm... il trucco è proprio nelle ultime parole. “Con qualunque mezzo.” Naturalmente. Compresa la ribellione aperta. E allora il terrorismo? E l'assassinio? In che momento decidete che queste azioni sono necessarie?
Paul Jastrow era ancora teso. Disse: – Quando non c'è altra via d'uscita.
Va bene, parliamone. La vostra ribellione era giustificata?
Tutti annuirono.
Perché io non volevo ascoltare quello che volevate dire, giusto?
Di nuovo tutti annuirono.
Whitlaw disse: – Supponiamo che io installi una cassetta per i reclami. La ribellione sarebbe ancora giustificata?
Ci fu un momento di pausa di riflessione. Alzai la mano. – Che cosa ne farebbe dei reclami messi nella cassetta?
Whitlaw ghignò: – Li butterei via tutte le sere senza leggerli.
Allora sì... – dissi. – La ribellione sarebbe ancora giustificata.
E se invece li leggessi?
E poi cosa farebbe?
Niente.
Allora la ribellione sarebbe ancora giustificata.
E se facessi qualcosa solo rispetto alle cose su cui fossi d'accordo? Quelle che non mi disturbano troppo?
Ci pensai un momento. – No, non sarebbe ancora sufficiente.
Whitlaw era esasperato. – Ma allora cosa pretendente?
Che le nostre lamentele siano prese seriamente in considerazione.
Ahhh... adesso cominciamo a ragionare. Cominciate a capire? Le vostre convinzioni sono corrette, ma non valgono nulla se non esistono garanzie che le sorreggono. Che tipo di sistema chiedi... mmm, McCarthy, vero?
Sissignore. Che ne dice di una commissione di arbitraggio formata da tre studenti? Lei ne sceglie uno, noi scegliamo il secondo e i due scelgono il terzo collega. L'associazione di cui fa parte mio padre adotta questo sistema in caso di disaccordi.
Va bene, allora io prendo la decisione di attuare questo sistema.
No signore, dobbiamo votare. Dobbiamo essere d'accordo tutti. Altrimenti saremmo ancora sotto una dittatura.
Whitlaw annuì e guardò il suo orologio. – Congratulazioni. In meno di un'ora abbiamo ricostruito più di mille anni di storia dell'umanità. Avete abbattuto un governo, formulato la base per un nuovo sistema politico e creato un sistema giudiziario che lo applichi. Oggi abbiamo fatto un buon lavoro.
Suonò la campanella. Avevamo utilizzato tutti i novanta minuti di lezione. Mentre cominciavamo a raccogliere i libri, Whitlaw alzò una mano. – Un momento. Restate seduti. Oggi salterete la prossima lezione. Non vi preoccupate, i vostri insegnanti sono stati avvertiti e sanno che non devono aspettarvi. Qualcuno deve fare pipì? Va bene, dieci minuti di intervallo. Vi aspetto pronti a ricominciare alle undici e quaranta.
Quando riprendemmo la lezione Joey Hubre fu il primo ad alzare la mano. – Quando riavremo indietro i nostri soldi?
Whitlaw lo guardò sarcastico. – Ma non hai ancora capito? Non li riavrete indietro. Il governo fa sempre sul serio.
Ma... ma... noi pensavamo che questo fosse...
Che cosa? Un gioco? – Whitlaw sembrava arrabbiato. – Ma non siete stati attenti? Era una tirannia! Avreste forse abbattuto un governo se non aveste pensato che facesse sul serio? Naturalmente no!
Ma io voglio indietro i miei soldi...
Fanno parte del tesoro nazionale ora. E se anche io volessi ridarveli, non potrei. Sono stato sconfitto. Tocca al nuovo governo decidere cosa fare dei soldi.
La classe stava di nuovo diventando nervosa. Janice si alzò in piedi e disse: – Signor Whitlaw! Lei ha sbagliato a prendere i nostri soldi!
No, non ho sbagliato... fintanto che rappresentavo il governo era mio diritto farlo. Avete sbagliato voi a farmeli prendere. Tu... – puntò il dito verso il primo studente che gli aveva dato un casey. – Hai sbagliato a darmi la prima moneta. Perché l'hai fatto?
Me lo ha detto lei.
Ti ho detto che ti avrei dato qualcosa in cambio?
No.
Ti ho detto che te l'avrei ridata indietro alla fine della lezione?
no.
Allora perché me l'hai data?
Mmm...
Me l'hai data tu. Non te l'ho presa io. Perché allora continui a dire che sono stato io a sbagliare?
Lei aveva un esercito!
Non l'avevo fino a quando voi non mi avete dato i soldi per pagarlo – disse rivolto a tutta la classe. – Il vostro solo sbaglio è stata la mancanza di tempestività. Dovevate ribellarvi quando io ho proclamato di essere il governo. Non avevo nessuno diritto di farlo, ma voi me l'avete lasciato fare. Avreste dovuto chiedere in quel momento di rispondere delle mie azioni prima che io avessi abbastanza denaro per pagarmi un esercito.
Aveva ragione. Era da quel momento che ci aveva avuti in mano. Ci sentivamo tutti un po' in imbarazzo.
Bene, che cosa dobbiamo fare ora? – domandò Mariette.
Non lo so. Io non sono più il governo. Mi avete sconfitto. Mi avete tolto ogni potere. Tutto quello che posso fare è eseguire degli ordini. I vostri ordini. Di questo denaro farò quello che la maggioranza deciderà.
Ci vollero meno di trenta secondi per far passare la decisione di chiedere la restituzione di tutti i fondi prelevati durante la tassazione.
Whitlaw annuì e aprì il cassetto della scrivania. Cominciò a contare le monete. – Mmm... abbiamo un problema... in classe siete quarantaquattro. Ma ci sono solo trenta casey qui. Come vi ricorderete, il passato governo ne ha spesi diciotto per pagare l'esercito.
Quattro ragazzi si alzarono in piedi per esprimere l'opinione che gli ex membri della Guardia Nazionale dovessero restituire i soldi. Whitlaw mise il veto. – Mi dispiace. Ma questa si chiama confisca. Vi ricordate il biglietto da cinque casey che ho preso illegalmente? Vi siete ribellati proprio perché non volevate un governo che si comportasse in quel modo. E ora invece volete un governo che faccia esattamente la stessa cosa.
Ma ora è diverso...
No, non lo è! Una confisca è una confisca! Non importa chi è che la fa... si tratta sempre di qualcuno che perde qualcosa!
Ma... allora come possiamo raddrizzare le ingiustizie passate?
Non so nemmeno questo. Adesso siete voi il governo. Ditemelo voi.
Allora perché non possiamo semplicemente riprenderci indietro i soldi?
Perché l'esercito è stato pagato secondo le regole. Hanno fatto il loro lavoro e sono stati pagati per questo. Voi non potete prendere quei soldi perché ora sono loro di diritto.
Ma lei non aveva il diritto di darglieli!
Certo che lo avevo! Io ero il governo!
In quel momento si alzò Hank Chelsea. – Un momento, signore! Credo che abbiamo capito quello che sta cercando di insegnarci. Tocca a noi trovare il modo corretto per riavere i nostri soldi, non è vero?
Se ci riesci, vorrà dire che sei più bravo di me. Sono undici anni che tengo questo corso e in tutto questo tempo non c'è mai stata una classe che sia riuscita a trovare un modo, che fosse al contempo equo e legale, di prendere i soldi dalle tasche di una persona per metterle in quelle di un'altra. – Fece cenno a Hank di scendere. – Permettete che vi dica qualcosa su cui riflettere. Un governo, qualsiasi governo, non è nient'altro che un sistema per ridistribuire benessere. Prende soldi da un gruppo di persone lo dà a un altro. Quando accade che un numero sufficiente di persone non sono d'accordo su come questo benessere è ridistribuito, è il momento in cui quel governo viene sostituito da un altro che incontra il favore della popolazione. Proprio come è successo qui! Ma non si può usare il nuovo governo per raddrizzare le ingiustizie di quello precedente senza creare più problemi di quelli che si vogliono eliminare. Si finirebbe con l'avere un governo interessato solo al passato e non al presente. Ed è proprio il miglior modo di fallire. Se si vuole avere successo si devono gestire le situazioni reali, non quelle passate o quelle che vorreste che si verificassero. In altre parole, bisogna gestire solo le circostanze sotto controllo. È questo il solo modo per ottenere risultati. La domanda allora diventa: che cos'è che abbiamo sotto controllo? Passeremo tutto il resto del semestre cercando di rispondere a questa domanda. Ora però occupiamoci del problema immediato. – Aprì il cassetto della cattedra. – Ci sono trenta casey e voi siete quarantaquattro. Se decidete di non rimborsare i sei membri della Guardia Imperiale, mancano sempre otto casey. E uno di voi perderà comunque quattro casey perché gliene ho presi cinque.
La proposta di restituire a Geoff Miller quattro casey per equilibrare la sua perdita con le nostre fu discussa e approvata. Questo ridusse il tesoro nazionale a ventisei casey. Adesso mancavano dodici casey se volevamo che tutti riavessero i loro soldi.
Uno degli ex membri della Guardia Imperiale si alzò in piedi. – Ecco, restituisco i due dollari in più che mi ha dato Whitlaw. Non credo che sia giusto che io li tenga. – Dette di gomito al suo amico che si alzò in piedi. – Sì, anch'io. – Altri due ex soldati tirarono fuori i soldi, ma gli ultimi due restarono seduti in fondo all'aula con le braccia incrociate.
Li abbiamo guadagnati onestamente e abbiamo il diritto di tenerli.
Bene – disse Whitlaw. – Questo fa diminuire il debito nazionale a due casey. Niente male. Ora tocca a voi decidere a chi tocca rimetterci.
Ma non è giusto! – disse di nuovo Mariette.
Whitlaw si disse d'accordo. – State cominciando a rendervene conto. Anche se ci impegniamo al massimo non riusciremo mai a fare in modo che il governo sia equo verso tutti. Non può. Tutto quello che può fare è di essere equamente ingiusto con tutti.
Il problema immediato fu risolto quando John ci ricordò che il casey non è indivisibile. A trentotto studenti che avevano sborsato un casey ciascuno, furono restituiti novantaquattro cent. Whitlaw cominciò a rimetterli in tasca, ma Hank Chelsea disse: – Scusi... ma quello è il tesoro nazionale. Lo terrà uno di noi, se non le dispiace.
Whitlaw ce lo dette con un sorriso. – State imparando – disse.

[quote] # 5

Riporto un estratto da una pubblicazione periodica sempre densa di interessanti spunti:


In una scuola del Missouri l'insegnante di biologia chiese ad Aspen, una ragazzina che allora aveva 12 anni, di spiegare all'intera classe il motivo per cui credeva nella creazione piuttosto che nell'evoluzione. Aspen difese la creazione in maniera eccellente, spiegando che ogni organismo è progettato in modo perfetto, il che dimostra l'esistenza di un progettista e di un creatore. L'insegnante sapeva che i genitori di Aspen erano geologi, quindi le chiese di fare una ricerca che indicasse come la documentazione fossile sosteneva la creazione, e di presentarla alla classe.
Il giorno seguente Aspen portò a scuola alcuni campioni di fossili e spiegò ai suoi compagni che la testimonianza fossile non fornisce prove a sostegno di cambiamenti graduali. Inoltre spiegò che ciascun gruppo di fossili compare in un'era geologica differente, e questo conferma il racconto dei giorni creativi contenuto nella Genesi.
Durante la spiegazione di Aspen era presente il preside, il quale si congratulò con lei per le convinzioni che nutriva e per come aveva difeso la creazione. La professoressa di biologia disse che mentre l'evoluzione lascia molti dubbi, la creazione rende tutto chiaro. Dopo di che Aspen lasciò all'insegnante, ai compagni e al preside delle pubblicazioni che fornivano una base scientifica a sostegno della creazione.


A parte il tono da favoletta (si potrebbe sostituire "Reame dell'ovest" a "Missouri", e "Boccolidoro" ad "Aspen", che già di per sé è un nome abbastanza assurdo), il messaggio che emerge da questo brano è semplice: l'evoluzione lascia dubbi, la creazione no. Quindi la seconda è vera.

Ora è tutto chiaro! Quando non si riesce a spiegare qualcosa, beh, allora a wizard did it! Che bisogno c'è di cercare spiegazioni, quando è tutto così semplice? È sicuramente una bella morale. Rassicurante ed educativa.

[quote] # 6

Il brano che segue è una composizione di estratti dei libri L'età dell'oro e La luce del millennio di John C. Wright. I romanzi sono rispettivamente il primo e l'ultimo volume di una trilogia (la parte centrale è intitolata Phoenix) fantascientifica in cui viene immaginato un lontano futuro in cui la società umana ha raggiunto un inimmaginabile livello di splendore, grazie all'affermazione di sofisticate nanotecnologie e controllo dell'energia, e con l'aiuto di potenti intelleigenze artificiali, i sophotec.

L'eroe della saga, Phaeton, si accorge però che qualcosa minaccia la splendida utopia dell'Ecumene Dorato, e decide di opporsi alle istituzioni per salvare il futuro dell'Umanità. Messo in minoranza viene però esiliato dalla società, ed è così costretto a portare avanti la sua battaglia contando solo sulle proprie risorse e la collaborazione di ambigui personaggi. Alla fine, com'è giusto che sia in ogni epopea, riuscirà a trionfare, ma non prima di mille pagine di rivelazioni, battaglie e colpi di scena.

Quella che viene riportata è parte della conversazione che Phaeton tiene con il sophotec del suo Casato, Rhadamanthus, prima di essere esiliato e quindi escluso per sempre dalla possibilità di comunicare con lui. È un momento triste, perché per tutta la durata del libro Rhadamanthus, mostrandosi in forma di pinguino, ha assistito Phaeton, e si percepisce la scena come l'abbandono di un grande amico. La conversazione non viene però riferita completamente, ed è solo alla conclusione del terzo libro che si scopre cosa il sophotec ha dettoal suo protetto. Ciò che seguie è quindi moderatamente spoileroso, ma in fondo niente che vi sottrarrà il piacere della lettura di una saga immaginifica e sorprendente in tutti i sensi.
[da L'età dell'oro]
Lui appoggiò la fronte al battente di quercia, guardandosi le mani. Poteva sentire la tensione nelle nocche delle dita. Stava cercando di radunare tutto il suo coraggio.
Girò ancora la testa. "Perché diavolo ti travesti da pinguino? Me lo sono sempre chiesto."
Il goffo ucello si strinse nelle spalle. "Io sono una creatura fatta di puro intelletto, ma mi sono assunto il compito di badare alle faccende degli umani, alle loro belle qualità e alle loro folli passioni. Mi sento fatto per qualcosa di più gradevole del duro ambiente che mi circonda. Come il pinguino, sogno di volare, ma non ho vere ali, e mi trovo ad annaspare nel mare."
"Sei... sei felice, qualche volta?"
"Io sono sempre felice. Molto. Anche un uomo condannato a un esilio crudele, tuttavia, può esserlo."
"Come? Qual è il segreto?"
Il pinguino venne avanti, spiccò un salto e si appollaiò su una spalla di Phaeton. Poi si chinò, gli accostò a un orecchio il freddo becco odoroso di pesce, e mormorò un breve messaggio. Lui sorrise, annuì e raddrizzò le spalle. Il pinginuo balzò al suolo.

[da La luce del millennio]
"Per curiosità", domando il più anziano, "cosa ti ha detto Rhadamanthus in quegli ultimi istanti, nell'aula dell'inchiesta, prima che gli esortatori di mandassero in esilio?"
Il più giovane sorrise. Da qualche tempo sembrava che la sua faccia fosse assai più incline al sorriso. "Ha detto che per essere felici bisogna conoscere la propria natura, e vivere secondo questa natura.  Se sei un pinguino, impara a fare ciò che i pinguini fanno meglio, ovvero nuotare, pesacre, sopportare il freddo, e non sognare di volare. Ma se sei un uomo, la tua natura è quella di un essere razionale. La ragione deve dirti di non desiderare le cose fuori dalla tua portata. La mente, la volontà, la capacità di giudizio, sono sotto il tuo controllo; il mondo esterno non lo è. Controlla ciò che puoi controllare, e lascia stare il resto. Riproponiti di avere una mentalità solida, una volontà forte e una buona capacità di giudizio, e li otterrai. Ma tratta col mondo esterno come se fosse un sogno, magari interessante ma non di eccessiva importanza. E, a differenza dei pinguini..."
"Sì...?"
"Sogna di volare."

Mi paiono parole di valore universale, che difficilmente possono essere contraddetti. Forse come "segreto per la felicità" può sembrare scontato, eppure, a pensarci, non è così banale. È qualcosa di più profondo di un semplice "chi s'accontenta gode": riuscire a comprendere i limiti della propria natura non significa non avere aspirazioni, ma mantenerle entro un raggio realistico. Questo implica consapevolezza, maturità, razionalità... quanti possono vantare la giusta combinazione di questi elementi?
Vi lasci a rifletterci, e aggiungo solo che consiglio la lettura della Trilogia del Millennio a tutti gli uomini e pinguini.

[quote] # 14

Sui miei scaffali ci sono una serie di "classici", definibili tali a vario titolo, che di quando in quando, tra un'astronave e un demone, mi tiro giù. Che non s'abbia poi a dire che non ho dimestichezza con i 100 libri che tutti dovrebbero aver letto! Di recente ho sfogliato Il mondo nuovo di Aldous Huxley, sorprendendomi per la sua attualità e la forza dei concetti espressi. Ne consiglio assolutamente la lettura (regge egregiamente i suoi ottant'anni), ma in particolare mi preme riportare questo brano, che offre un interessante punto di vista sulla sanità mentale all'interno della società contemporanea.

Non fatevi confondere dalla citazione nella citazione.

Noi vediamo dunque che la tecnologia moderna ha portato alla concentrazione del potere economico e politico, e alla formazione di una società controllata (spietatamente negli stati totalitari, pulitamente, nascostamente nelle democrazie) dalla Grande Impresa e dal Gran Governo. Ma le società sono composte di individui e sono buone solo nella misura in cui aiutano gli individui a realizzare le proprie possibilità, e a condurre vita felice e creativa. Ebbene, i progressi tecnologici di questi ultimi anni in che senso hanno agito sull'individuo? Ecco la risposta del filosofo e psichiatra Erich Fromm:

"La nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare invece la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d'amore dell'individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere."

La nostra sempre più grave infermità mentale può esprimersi in sintomi nevrotici, palesi, quanto mai desolanti. Ma continua il dottor Fromm: "Attenti a non ridurre l'igiene mentale alal semplice prevenzione dei sintomi. I sintomi, in quanto tali, sono per noi non nemici, ma amici; dov'è un sintomo, là è conflitto, e conflitto significa sempre che forze vitali lottano anocra per l'integrazione e per la felicità." Le vittime veramente disperate ell'infermità metnale si trovano proprio fra gli individui che paiono normalissimi. Molti di essi sono normali solo perché si sono adattati al nostro modo d'esistenza, perché la loro voce di uomini è stata messa al silenzio in età così giovanile che essi nemmeno lottano, né soffrono, né hanno i sintomi del nevrotico. Non sono normali, diciamo così, nel senso assoluto della parola; sono normali solamente in rapporto a una società profondamente anormale. Il loro perfetto adattamento a quella società anormale è la misura della loro infermità metnale. Questi milioni di individuii abnormemente normali, che vivono senza gioia in una società in cui se fossero pienamente uomini, non dovrebbero adattarsi, ancora carezzano l'illusione della individualità ma di fatto sono stati in larga misura disindividualizzati. Il loro conformismo dà luogo a qualcosa che somiglia all'uniformità. Ma uniformità e libertà sono incompatibili. L'uomo non è fatto per essere automa, e se lo diventa, va distrutta la base della sanità mentale.

Nel corso dell'evoluzione la natura si è adoperata in ogni modo perché ciascun individuo fosse diverso da tutti gli altri. Noi riproduciamo la nostra specie mettendo i geni del padre a contatto con quelli della madre. Questi fattori ereditati possono combinarsi in modi pressoché infiniti. Da un punto di vista fisico e mentale, ciascuno di noi è unico. Qualsiasi cultura che, nell'interesse dell'efficienza o in nome di un dogma religioso o politico, cerca di standardizzare l'individuo umano, commette un'offesa contro la natura biologica dell'uomo.

Mi sembra un paragrafo interessante perché, come il [quote] di Richard Dawkins, sottolinea come la nostra società attuale, e anzi forse qualunque tipo di società, sia un elemento estraneo alla nostra stessa natura. Le circostanze che ci hanno portato all'evoluzione di quella che consideriamo "intelligenza" non sono le stesse che si perpetrano nel nostro modo di vivere, ed è pertanto perverso pensare di poter vivere in un sistema ordinato secondo leggi che riteniamo naturali ma che, appunto per questo, non si adattan più al contesto in cui vengono applicate.

Probabilmente è un discorso molto complesso per poter essere affrontato in così poche righe. Ma mi piace far notare che, con ogni probabilità, la struttura sociale dell'uomo non è una componente così innata come siamo solitamente portati a credere. Nasciamo prima di tutto come individui, e come tali ci muoviamo all'interno del mondo. Pretendere di standardizzare la nostra variabilità, adeguando le caratteristiche personali a quelle degli altri, è un processo di "snaturamento" pericoloso, dalle conseguenze inaspettate. Huxley, e Fromm da lui citato, parlan di follia, ma che si manifesta in realtà come il completo adattamento ai paletti della società, la conformazione totale agli schemi imposti dal gruppo.

Il che dovrebbe costituire un motivo di conforto, per quanti di voi ricevono occhiate sospettose dalle altre persone solo perché camminano sotto la pioggia senza ombrello o cantano mentre vanno in bicicletta. Tenetevi strette le vostre follie, manie e paranoie, perché probabilmente sono la parte più autentica di voi.

Non garantisco però che questa argomentazione possa convincere un giudice, quindi fate sempre attenzione.

[quote] # 13

Questo è un [quote] a tema letterario. Forse non è apprezzabile da tutti, perché potranno capirlo principalmente coloro che si dedicano alla scrittura, oltre che alla lettura. E ancora più nello specifico, si parla di scrittura di fantascienza, quindi il cerchio si restringe ancora. Ma in effetti, anche se gli autori parlano espressamente di fantascienza, credo che quanto dicono possa applicarsi alla scrittura di qualsiasi tipo.

Il brano è tratto dal racconto Jellyfish di David Gerrold e Mike Resnick, racconto contenuto nella raccolta The Solaris Book of New Science Fiction, di cui ho parlato un paio di post fa nell'ultimo rapporto letture. Jellyfish è a sua volta un metaracconto sullo scrivere fantascienza, da due autori che di certo sanno quello che dicono. Il protagonista è appunto uno scrittore di fantascienza, piuttosto disturbato, dedito a un buon mix di droghe pesanti che gli consentono di buttare giu le sue quattro pagine giornaliere di romanzo. Con questa scusa Resnick e Gerrold tirano in ballo la definizine di realtà, di capacità di immaginare, di esistenza e possibilità, il tutto in tono decisamente parodistico, che nonostante la pesantezza degli argomenti li fa percepire con leggerezza. E per quanti sono in grado di cogliere i riferimenti, i due si permettono anche di fare una lista di autori di fantascienza dallo stile e abitudini assurdi, nei quali si possono riconoscere molti dei grandi nomi del passato e del futuro.

Quello che segue è uno dei tanti rant del protagonista, che si lascia andare spesso a flussi di coscienza del tutto incoerenti.

Science fiction was a gutter literature, the bastard child of Thirties-era pulp magazines and Saturday matinee serials.The postwar era had infected more than a few authors with delusions of relevance. They started showing off for each other. It evolved inevitably to a community of cancerous self-indulgence and an annual cycle of tawdry ceremonies where people in blue jeans handed each other awards. And every time, the winners would stand up and talk about the higher aspirations of writing: to seek out new worlds and all that shit and what does it mean to be a human being?
No.
The purpose of science fiction is not out there. It's down here. In the gut. It's about naming the nameless horrors. All that other crap was just wallpaper. This thing we really do at the typewriter, at the keyboard, or even with pad and pencil, it's about giving voice to all that malignant malevolent festering stuff that lurks in the underneath and mutters, like the undigested detritus of last night's falafel, making its presence known with uncomfortable rumblings and occasional bad smells. Forget about the top of tomorrow. This is about the bottom of today and the nightmares that creep out when you stop pasting illusions all over everything like bunny-rabbit wallpaper in a slaughterhouse.
Under oll those self-indulgent and sick civility were the flashing teeth and clasw of bloody truth, violent, unforgiving, heart-pounding, adrenaline-flushed, enraged, muscle-tautening, scraped and scarred, the unspeakable need to battle and rage and conquer and mate and fill oneself with raw organic sensation, all those turbulent storms that we politely call emotion, all the cumulative capacity for violence of a million years of DNA scrabbling to assemble itself into ever-more aggressive combinations, each one more cunning than the last, so it can repeat the process over and over again, each time in a more ferocious form.
That's all it was, all it ever would be, and everything else was pretension. And the best that any human being could ever hope to achieve wasn't escape, but merely respite from the relentless struggle. That's what was under all that crap all those people kept shilling.

Raramente ho trovato una definizione più forte e attendibile di quello che è la scrittura, almeno per chi scrive. Non è arte, non è la volontà di esplorare i confini dello sciibile e what does it mean to be a human being? Magari non è tutto qui, e non è sempre vero, ma leggendo queste parole mi sono sentito come quando a nascondino mi scoprivano alle spalle rannicchiato nel mio anfratto, senza che me ne accorgessi.

Oh, non mi prendo la briga di tradurre. Conto che chi passa di qui possa capire almeno la maggior parte di quello che ho riportato. Se così non fosse, fate un fischio.

[quote] # 12

Il [quote] che segue è tratto da Le Sirene di Titano di Kurt Vonnegut, un libro che avevo già trafugato per una citazione in una bustina di zucchero. Ma come ho spiegato a suo tempo, Vonnegut è uno degli autori che più riescono a ispirarmi, per cui non è raro che una sua opera mi coinvolga intensamente in più momenti.


Breve introduzione per poter comprendere il brano che segue. I due personaggi presenti, lo Zio e Boaz, si trovano su Mercurio, sul quale sono capitati dopo essere fuggiti dall'invasione della Terra da parte dell'esercito marziano (esercito di uomini, niente alieni). Su Mercurio vivono sottoterra in un intricato sistema di caverne, occupato, oltre che da loro, dagli Armonium, creature fosforescenti simili a stelle marine che stanno appiccicate alle pareti, e reagiscono (e si nutrono) di vibrazioni e suoni. In particolare, pare che gradiscono la musica suonata da Boaz. Quando finalmente lo Zio scopre il modo per riattivare l'astronave e tornare sulla Terra, corre dal compagno per invitarlo a prepararsi alla partenza, ma l'altro lo interrompe:

Boaz alzò la grossa mano destra, e fu un gesto tenero per chiedere silenzio, un gesto fatto da un uomo veramente grande. "Tu non dirmi la verità, Zio" disse Boaz "e io non la dirò a te." Si asciutò le lacrime col pugno.
Lo Zio non era mai stato capace di passare sopra quell'invito. Era una cosa che lo spaventava. Una parte della sua mente lo avvertiva che Boaz non stava bluffando, che Boaz conosceva realmente una verità sullo Zio in grado di farlo a pezzi.
Lo Zio aprì la bocca e la richisue.
"Tu vieni a darmi la grande notiza" disse Boaz. "'Boaz...' tu dici, 'presto saremo liberi!' E io mi faccio prendere dall'entusiasmo, mollo tutto quello che stavo facendo, e mi preparo a essere libero."
"E non faccio che dirmi che presto sarò libero" disse Boaz "poi cerco di pensare a come sarà, e tutto quello che riesco a vedere è la gente. Che mi spine di qua, poi mi spinge di là... e non le va bene niente, e si arrabbia sempre di più, perché niente la rende felice. E se la prende con me perché non l'ho resa felice, e allora tiriamo e spingiamo tutti un po' di più."
"E poi, improvvisamente" disse Boaz " mi ricordo di tutti questi strampalati animaletti che rendevo così felici, tanto facilmente, con la musica. E quando li vado a cercare scopro che sono morti a migliaia perché Boaz si era completamente dimenticato di loro, perché si era tanto entusiasmato all'idea di essere libero. E tutte quelle vite perdute io avrei potuto salvarle, se solo avessi pensato a quello che stavo facendo."
"E allora mi dico" disse Boaz "'Io non ho mai fatto nulla per la gente, e la gente non ha mai fatto nulla per me. Perché dunque voglio essere libero in mezzo a tutta quella gente?'"
"E allora ho saputo cosa ti avrei detto, Zio, quanod tu fossi tornato qui" disse Boaz.
Boaz ora lo disse: "Mi sono trovato un posto dove posso fare del bene senza fare alcun male, e io capisco che faccio del bene, e quelli cui faccio del bene sanno che lo faccio, e mi amano, Zio, più che possono. Mi sono strovato un focolare."
"E quando morirò qui, un giorno" disse Boaz "potrò dire a me stesso: 'Boaz, tu hai reso milioni di vite degne di essere vissute. Nessuno ha mai seminato più gioia di te. Non hai un solo nemico in tutto l'Universo.'" Boaz era diventato per se stesso gli affettuosi genitori che non aveva mai avuto. "'Dormi, adesso'" si disse, immaginandosi steso su un roccioso letto di morte nelle gortte. "'Sei un bravo ragazzo, Boaz'" disse. "'Buonanotte.'"

A parte la commovente immagine di queste fragili creature che soffrono per la mancanza della musica e muoiono per essa, ho voluto riportare questo estratto perché contiene un altro concetto importante. Lo Zio e Boaz, nelle caverne di Mercurio, erano prigionieri: prigioneri per definizione, perché chiusi in uno spazio in cui non avevano desiderato di arrivare, impossibilitati a uscirene e ad avere contatti col mondo esterno. Eppure, anche lì, Boaz era riuscito a trovare una ragione di vita, e non solo: "un posto in cui posso fare del bene senza fare del male". Per lui, la prospettiva di morire sapendo di aver reso felici milioni di Armonium è sufficiente a renderlo sereno. Non c'è altro di cui abbia bisogno.

È comprensiblie: perché voler essere liberi in mezzo alla gente, quando questa non ha mai fatto niente per te e viceversa? Ci può essere altro, ci può essere di più, oltre a quello che è il mondo in cui viviamo, fatto di persone, di edifici, di rumori. Ci sono cose che possono anche sembrare una prigione, ma che rappresentano l'occasione per tirare fuori tutto quello che si è in grado di dare, per quanto poco sia. E questo è un messaggio davvero confortante.

[quote] # 11



Vi è una sorte unica per tutti:
per il giusto e per il malvagio,
per il puro e per l'impuro,
per chi offre sacrifici e per chi non li offre,
per chi è buono e per chi è cattivo,
per chi giura e per chi teme di giurare.
Questo è il male in tutto ciò che accade sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e per di più il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza dimora in loro mentre sono in vita. Poi se ne vanno fra i morti. Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi, c'è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto.
I vivi sanno che devono morire, ma i morti non sanno nulla; non c'è più salario per loro, è svanito il loro ricordo. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.
Su, mangia con gioia il tuo pane
e bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha già gradito le tue opere.
In ogni tempo siano candide le tue vesti
e il profumo non manchi sul tuo capo.
Godi la vita con la donna che ami per tutti i giorni della tua fugace esistenza che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua parte nella vita e nelle fatiche che sopporti sotto il sole. Tutto ciò che la tua mano è in grado di fare, fallo con tutta la tua forza, perché non ci sarà né attività né calcolo né scienza né sapienza nel regno dei morti, dove stai per andare.
Tornai a considerare un'altra cosa sotto il sole: che non è degli agili la corsa né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, e nemmeno degli intelligenti riscuotere stima, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. Infatti l'uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l'uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Una bella dichiarazione di  fatalismo, in tono cinico e a tratti ironico. Un inno al materialismo, non inteso nel senso dispregiativo di "superficialità", ma come capacità di cogliere il buono e bello che la vita materiale offre a tutti, a dispetto degli imprevedibili capovolgimenti della sorte. Perché, che che se ne dica, non è vero che ognuno ha quel che si merita. Una lezione che tutti, all'ingresso della vita adulta, dovrebbero aver compreso.

E da chi proviene questa lezione? C'è un motivo se non ho citato subito, come al solito, la fonte e il contesto di questo [quote]. Quella appena presentata è nientepopodimenoché una citazione della Bibbia. Sì, proprio il testo sacro di ebrei e cristiani dal quale, a quanto si dice, emerge il sacro messaggio di amore universale di Dio. Per la precisione, si tratta del libro di Qoelet, capitolo 9.

Ho voluto proporre questo estratto per rimanere vagamente in tema con il post precedente, anch'esso a contenuto pressoché biblico. Quindi, oltre a essere una citazione che mi pare interessante, credo che meriti un attimo di riflessione anche la collocazione di questo testo. Tanto per dare un'idea di quello che si può trovare anche in un cosidetto "testo sacro", di cui spesso mi sembra di sapere di più di quelli che se ne dichiarano ferventi osservatori. La lezione è sempre la stessa: basterebbe leggere, leggere davvero, non per sentito dire, e si capirebbero tante cose.

Sono forse troppo didascalico? Può essere. Prometto che il prossimo posto sarà una cazzata.

[quote] # 10

Questo primo [quote] del nuovo blog (ma preceduto da altri nove su quello vecchio) potrà apparire di natura sociologica, o politica, o anche etica, e forse in fondo è un po' tutte queste cose. Ma come spiego nell'elenco delle rubriche, l'intenzione dei [quote] è quella di riportare pezzi che reputo abbastanza interessanti da essere condivisi, indipendentemente dal contesto e dalle intenzioni.

Il brano che segue è tratto da Il gene egoista di Richard Dawkins, un libro che ho finito di leggere solo di recente e che, come mai prima mi era capitato con un "saggio" mi ha catturato, affascinato e stravolto (non era successo nemmeno con L'orologiaio cieco, dello stesso autore, che ho citato nel post riepilogativo delle letture del 2010). Il libro in sostanza tratta di una teoria elaborata dall'autore, che appartiene (e anzi si può dire sia attualmente il maggior esponente) alla corrente dei cosiddetti neodarwiniani, secondo la quale l'oggetto della selezione naturale non siano gli individui ma i geni, e che tutta la vita nell'universo non sia altro che un complesso sistema di giganteschi automi costruiti allo scopo (inconscio) di replicare i geni che portano in sé. Partendo da questa assunzione, Dawkins esamina alcuni importanti aspetti della vita e della selezione naturale, dandone un'interpretazioe in chiave di "geni egoisti". Nel capitolo dedicato alla "pianificazione familiare" si legge:

Gli individui che hanno pochi figli sono penalizzati non perché l'intera popolazione si estingue, ma semplicemente perché pochi dei loro piccoli sopravvivono. I geni per avere troppi figli non vengono passati in gran numero alle generazione successiva perché pochi dei piccoli che portano questi geni raggiungono l'età adulta. Oggi all'uomo civilizzato succede che le dimensioni della famiglia non sono più limitate dalle risorse finite che i genitori possono fornire: se una coppia ha più bambini di quanti ne può nutrire, lo stato, che significa il resto della popolazione, si fa avanti e tiene in vita e in salute i bambini in più. Non c'è in effetti nulla che trattenga una coppia senza alcuna risorsa dall'avere e allevare esattamente quel numero di figli che la donna può fisicamente avere. Ma lo stato sociale è una cosa del tutto innaturale. In natura, genitori che hanno più figli di quanti ne possono mantenere non hanno molti nipoti e i loro geni non vengono passati alle generazioni future. Non c'è bisogno di limitazioni altruistiche del numero delle nascite perché in natura non c'è uno stato sociale. Qualunque gene dell'indulgenza in questo senso viene immediatamente punito: i piccoli che contengono quel gene moriranno di fame. Poiché noi umani non vogliamo ritornare a quei vecchi sistemi egoistici in cui i figli di famiglie troppo grandi venivano lasciate morire di fame, abbiamo abolito la famiglia come unità di autosufficienza economica, sostituendole lo stato. Ma non si dovrebbe abusare del privilegio del mantenimento garantito dei bambini.
La contraccezione talvolta viene attaccata perché considerata innaturale. È vero, è fortemente innaturale. Il problema è che anche lo stato assistenziale è innaturale. Penso che la maggior parte di noi creda che lo stato assistenziale sia una cosa positiva, ma esso non può esistere se non esiste anche un controllo delle nascite (innaturale), altrimenti il risultato finale sarà una miseria ancora maggiore di quelal che si ha in natura. Lo stato assistenziale è forse il più grande sistema altruistico che il regno animale abbia mai conosciuto. Ma qualunque sistema altruistico ha un'inerente instabilità, perché è vulnerabile all'absuo da parte di individui egoisti pronti a sfruttarlo. Individui umani che hanno più bambini di quanti ne possano allevere sono probabilmente nella maggior parte dei casi troppo ignoranti per essere accusati di sfruttamento malintenzionato cosciente. Più sospettabili mi sembrano le istituzioni potenti e i capi che deliberatamente li incoraggiano a comportarsi così.
Com'era prevedibile queste parole sono state fraintese, anche se Dawkins (qui e in seguito) afferma più volte che il suo non è un manifesto pro-egoismo o un elogio della selezione naturale all'interno della società, ma soltanto una constatazione di come le cose sono nate e si evolvono. In questo caso, il punto centrale non è l'inadeguatezza dello stato sociale o la necessità di abbandonare le famiglie coi loro figli. Si cerca di sottolineare come, in un sistema del tutto innaturale come lo è appunto l'enorme complessa società umana, si rendono necessarie misure innaturali per mantenere la stabilità.

E questo veniva detto nel 1976. Trentacinque anni dopo, a chi dareste ragione?