Dune di Villeneuve: SI - NO - UHM

Naturalmente tutti si aspettavano che scrivessi qualcosa. È da tipo un anno e mezzo che la meno con DUNE, e in particolare il Dune di Villeneuve che ora che il momento è arrivato non mi posso tirare indietro. Di fatti, già ho dedicato due video su Story Doctor al romanzo di Herbert, e ho fatto una puntata del podcast Reading Wildlife per una panoramica completa della saga e tutti i derivati. Ma in nessuno di questi casi si parla esplicitamente della resa del film di Denis Villeneuve che attualmente è nei cinema, quindi a un certo punto dovevo confrontarmi anche con questo.

Nel momento in cui scrivo ho visto il film al cinema per tre volte (di cui una in imax, ma non sono riuscito a vederlo in lingua originale), e non a caso tre visioni sono il numero minimo che considero per i film che analizzo sul canale youtube. Nel corso dell'ultima visione ho anche preso appunti per il post che scriverò adesso.

Quella che segue non è una recensione. Non credo di essere nella posizione di fare una recensione obiettiva, perché l'attesa per questo film, l'adorazione per il lavoro di Villeneuve e il mio coinvolgimento nella saga non mi permettono di distaccarmi abbastanza (ho già fatto l'errore una volta di esaminare un film troppo presto e no voglio ripeterlo). Farò un esercizio diverso, forse meno completo ma anche più specifico, e andrò a parlare di singoli aspetti del film dividendoli in tre categorie: SI - NO - UHM. Il SI sono le parti che funzionano, il NO le sbavature, gli UHM le perplessità o le cose che mi hanno lasciato spunti di riflessione irrisolti.

 

I criteri con cui separo nelle tre categorie considerano tutto ciò che sta intorno a Dune, quindi non sarà una semplice questione di fedeltà di adattamento (che non è necessariamente un valore), né confronto con le opere precedenti, né percezione del fandom o del pubbligo generalista, ma un amalgama di tutte queste (e altre) componenti, in modo da ricavare un quadro completo di cosa il lavoro di Villeneuve ha compiuto e potrebbe (avrebbe potuto) ottenere. Questo credo che sia l'approccio che mi permette di dare un'idea più precisa possibile di come ho assorbito e cosa ho tratto da quest'opera. Se poi vi interessa sapere "mi è piaciuto/non mi è piaciuto", fate voi le somme.

Parlerò di questo film come "parte uno" dando quasi per scontato che una "parte due" ci sarà. So bene che niente è ancora deciso, ma ai fini di questa analisi è inutile ricordare ogni volta "se ci sarà un seguito" quindi facciamo finta che sia tutto già previsto. Anche perché continuare a pensare che potrebbe non esserci la parte due mi fa male alla vita.

 

DUNE VILLENEUVE SI

Tecnica: leviamoci subito questo impiccio perché tanto c'è poco da dire. Tutti gli aspetti "tecnici" del film sono perfetti, e non mi aspettavo niente di diverso: fotografia, regia, sonoro, musica, interpretazioni, costumi, props, lingua ecc. Non avendo visto la versione originale mi rimane il dubbio che il doppiaggio abbia appiattito qualche battuta (in particolare le voci nelle visioni) ma ho potuto notare comunque che la trasposizione è stata fatta seguendo i termini in uso nella traduzione italiana, e questo è apprezzabile. Quindi va bene, il film è visivamente spettacolare, musicalmente soverchiante, attorialmente sublime. Questi sono anche elementi sui quali ho meno capacità di giudicare, quindi mi limito a dire che va tutto bene, almeno per quanto mi riguarda. Non è un momento in cui mi sia sentito annoiato, a disagio, disinteressato. Da qui in poi quindi mi riferirò più nello specifico ad aspetti più prettamente narratologici o duniversiani, sui quali ho qualche titolo in più per parlare.

La Voce: degli adattamenti che si son visti su schermo, il modo in cui viene mostrato il funzionamento della Voce è quello che mi ha convinto di più. Quando la vediamo "dall'interno" di chi la subisce (scena a colazione e gom jabbar) il tutto avviene come se il personaggio agisse senza rendersene conto, un blackout di pochi secondi che lo porta di fronte al fatto compiuto.

Duncan Idaho: uno dei personaggi secondari meglio resi da questo film, e meno male. Duncan è il vero action hero della storia, e riesce a essere convincente senza scomporsi troppo. Inoltre la sua dinamica da buddy di Paul lo rende il personaggio più caldo al di fuori della sua famiglia, così che il suo sacrificio diventa davvero una scena epica. Purtroppo Duncan era stato molto sacrificato negli adattamenti precedenti, qui invece ha avuto occasione di brillare. Il che è anche una mossa furba, se la prospettiva (come si è sentito suggerire) è quella di realizzare una trilogia che copra anche Messia di Dune, in cui Duncan ha un ruolo importante.

Battute: o meglio assenza di. In tutto il film ci sono letteralmente due battute (forse due e mezzo), tutte concentrate nella parte iniziale. Anche qui non mi aspettavo molto di diverso da Villeneuve, ma il rischio di creare qualche situazione comedy per andare incontro alla tendenza dei blockbuster sci-fi degli ultimi anni c'era. Ma Dune non è fatto per questo. Quelle uniche due battute sono nel trailer e possono bastare. In questo modo dimostriamo (come d'altra parte Villeneuve sta facendo già da diversi anni) che la fantascienza può essere seria, può essere epica, può essere arte, può essere universale. Bisogna solo averne il coraggio, e Villeneuve l'ha avuto. Grazie.

Gom Jabbar: la prova del gom jabbar è fenomenale. Meno parole, più reazioni. La Reverenda Madre spietata, ma schiacciata da un Paul davvero troppo forte, mentre Jessica si strugge in silenzio. Far recitare a lei la litania invece che a Paul, interrompendo la concentrazione di quel momento, è stata un'ottima scelta. Se confrontiamo questa sequenza con la stessa di Lynch, resa così goffa dai pensieri fuori campo, dobbiamo davvero ringraziare Shai Hulud che sia nato Denis Villeneuve.

Missionaria Protectiva: anche se non viene nominata, questa è la prima volta che viene affermato in un film che il Bene Gesserit ha diffuso leggende e profezie su Arrakis, in modo da "preparare una strada". Il percorso da Messia di Paul passa necessariamente da questo ruolo che è stato costruito per lui, ma nei film precedenti si era tralasciato, facendolo passare per un "vero" predestinato (nel video in cui analizzo il romanzo spiego meglio tutta questa faccenda). Adesso invece Paul capisce che i fremen lo ritengono un profeta perché così gli è stato fatto credere, e ho la sensazione che potrebbe anche decidere di sganciarsi da questo ruolo invece di accettarlo in pieno, come a volte nel romanzo tenta di fare.

Ornitotteri: ma era così difficile? Mi sono sempre chiesto perché negli altri film fossero sempre stati rappresentati come generici velivoli futuristici. Ovviamente non è così significativo avere o meno un affare che vola con le ali o i campi antigrativtà, però è una soddisfazione vedere finalmente quello che Herbert ha sempre raccontato. Inoltre gli ornitotteri (che mi sembra vengano sempre chiamati "thotper") sono davvero eleganti e suggestivi, ma qui si rientra nel punto "tecnico" quindi non mi dilungo.

Liet Kynes: mi è piaciuto come il personaggio è stato leggermente modellato, facendolo diventare più coinvolto nella vicenda. Nel romanzo Liet rimane abbastanza neutrale, anche se offre rifugio a Paul e Jessica perché vede in loro la profezia, per poi morire da solo (in un capitolo pieno di interessanti riflesisoni ecologiche che qui però non trovano spazio, vedi dopo gli UHM). Il Liet di Villeneuve invece sceglie di schierarsi, diventando così una parte essenziale della storia di Paul.

Il deserto: il deserto di Villeneuve è vivo. Nelle altre occasioni, Arrakis era un mondo ostile, il deserto pericoloso ma comunque soltanto un setting. Qui invece lo si percepisce davvero, si vede il vento continuo, la sabbia trasportata che si accumula sugli edifici, le dune smosse dal passaggio dei vermi, i tamburi, gli avvallamenti, la potenza della tempesta. In effetti la sequenza del volo con l'ornitottero nella tempesta a mio avviso è forse la migliore di tutto il film, perché tutto si combina: l'ornitottero, la forza naturale del deserto, le visioni di Paul, il messaggio finale di Jamis (vedi dopo): let go. In altri casi questa scena è stata praticamente omessa, qui diventa una delle più significative. Magnifico.

I vermi: parzialmente collegato al punto precedente, ma merita trattazione separata. Anche i vermi sono i migliori mai visti. Non si limitano a essere fauna locale ostile, ma si percepisce in loro una vera forza ancestrale, viene quasi da chiedersi se sono intelligenti e se non manifestino la volontà del pianeta (allegoricamente sì, ma in questo caso anche letteralmente). In precedenza i vermi per quanto maestosi e pericolosi non mi avevano mai trasmesso questo timore reverenziale. Benedetto sia il Creature e la sua acqua.

Le reazioni alla spezia: il modo in cui la spezia interagisce violentemente con l'organismo mi ha davvero colpito. La prima visione improvvisa di Paul durante il salvataggio della mietitrice, e poi il bad trip nella tenda sono entrambe scene davvero intense. In questo senso Villeneuve si è distanziato da quell'approccio psichedelico che si notava in Lynch (derivato probabilmente dal progetto di Jodorowsky) che io ho trovato sempre fuori luogo. Qui la spezia è qualcosa di forte e pericoloso, e se non sai come affrontarla rischi di rimanerci sotto.

I Sardaukar: fanno paura per davvero. In altri casi erano solo "soldati", nella miniserie anche piuttosto ridicoli per l'abbigliamento da moschettieri. Non c'era molta differenza tra loro e le forze delle altre case. Qui invece i Sardaukar sono i fanatici inarrestabili che meritano di essere: quando arrivano te ne accorgi, quando li senti parlare hai i brividi. Finalmente abbiamo reso giustizia al fatto che impiegarli in guerra contro una Casa sia davvero un atto terribile.

I fremen: anche a loro è stata resa giustizia. Quando li abbiamo visti in precedenza mi avevano sempre dato l'impressione di straccioni del deserto, profughi che si sono adattati a vivere in condizioni ostili ma potendo si affitterebbero un monolocale ad Arrakeen. I fremen di Villeneuve invece sono volutamente lontani dalla civiltà, abitano nel deserto per scelta, e non sono selvaggi primitivi: costruiscono attrezzi tecnologici, come le tute, le parabussole e i compattatori. I fremen sono mostrati già in lotta contro i padroni, e Stilgar lo rende chiaro al Duca: state lontani dai nostri sietch, lasciateci in pace. Non sono vittime, per quanto non abbiano i mezzi per opporsi alle forze delle Case combattono alla pari, e tengono testa anche ai Sardaukar. In generale il tema dell'oppressione dei nativi credo che sia più esaltato rispetto al romanzo, come dimostra la narrazione iniziale, e forse è un approccio capace di rendere più attuale la storia.

Jamis: il personaggio che non sapevo di amare. L'uso che viene fatto di Jamis nella parte finale del film, fin dalle visioni nella scena della tempesta (vedi sopra) mi ha sorpreso e affascinato. Jamis come mentore, la visione forse di un futuro alternativo, o forse solo la manifestazione del destino che si avvicina. "Quando togli una vita uccidi anche te stesso" e poiché "Paul Atreides deve morire perché il Kwisatz Haderach sorga", uccidere Jamis è uccidere Paul. Jamis è il maestro che insegna a Paul gli usi del deserto, perché il primo uso del deserto è la morte. Già nel libro questa sequenza era molto più significativa di quanto fosse stata resa nei film (infatit nella mia analisi l'avevo identificata come midpoint, e non è un caso che il film finisca qui), ma Villeneuve l'ha caricata ancora di più, così che si sente davvero il dramma di Paul nell'uccidere Jamis. Avrebbe potuto essere suo amico, avrebbe imparato molto da lui, ma la morte è il linguaggio che Paul deve imparare a parlare. Anch'io ho dato la mia acqua a Jamis.

 

DUNE VILLENEUVE NO

Parte 1: possibile che non venga comunicato che questo film è solo la prima parte della storia? Forse è una scelta della distribuzione italiana, perché a quanto so nella proiezione a Venezia sotto il titolo era scritto "part one" ma in ogni caso per chiunque non avesse seguito un minimo le vicende produttive non c'era nessun indizio a suggerire che fosse un film incompleto. Questo secondo me può rappresentare un grosso problema, perché parte del pubblico potrebbe sentirsi preso in giro. Non contesto la scelta di dividere in due il film, anzi sicuramente è meglio così, anche perché nonostante duri due ore e mezzo non c'è un momento di stasi, quindi è evidente che c'era davvero bisogno di molto spazio per sviluppare la storia (come dimostra lo sfacelo di Lynch). Però non rendere evidente che il film sia inconclusivo potrebbe creare qualche malumore nel pubblico, quindi non capisco questa scelta. Se è stata una cosa solo italiana, tanto meglio.

Finale: posto che il film doveva interrompersi, e che si interrompe al midpoint, non mi è piaciuta la scelta del finale. La scena generica dei fremen che si addentrano nel deserto, Chani che dice "è solo l'inizio" a beneficio di trailer mi sembra sprecare il climax creato con il duello con Jamis. Credo che avrebbe meritato portare avanti di qualche sequenza la storia fino al funerale, l'acqua donata ai morti, e l'attribuzione del nome. "Il tuo nome è Paul Muad'Dib" sarebbe stata secondo me una battuta finale molto più potente.

L'attacco agli Atreides: si è scelto di non insistere sul traditore all'interno degli Atreides e posso anche capirlo (qualcuno che l'ha visto con me aveva pensato che Jessica potesse essere una traditrice, quindi forse in qualche modo il sospetto è stato comunque trasmesso). Al netto di questo, la sequenza in cui gli Atreides vengono traditi e attaccati mi è sembrata troppo semplicistica, nel senso che la sicurezza sembra del tutto assente, pur sapendo che c'era il pericolo di attacchi (quanto meno di sabotaggi), e Leto che si avventura da solo di notte nei corridoi verso un cadavere quando la sicurezza non risponde... beh, forse li fa sembrare tutti fin troppo sprovveduti.

Jessica: una delle cose che avrei voluto da questo film era una Lady Jessica badass, visto che l'abbiamo vista sempre subalterna al figlio. Questa Jessica non è certo debole, ma nemmeno spicca quanto avrei voluto. In realtà, diciamola tutta, mi è mancata quella sequenza stupenda della cena di gala su Arrakis e di Duncan ubriaco che è presente nel romanzo e che non è mai stata adattata prima. Quella è una delle migliori per mostrare la forza di Jessica, ma non è stata inserita. Peccato.

La morte del Duca: questo è probabilmente il rammarico più grande. La morte di Leto è uno dei momenti più tragici di tutta la saga, e anche senza arrivare alle elaborate torture che aveva pensato Jodorowsky, credo che avrebbe meritato qualche minuto in più. Anche le sue ultime parole non mi sono sembrate così convincenti (nonostante, mi è stato fatto notare, sono uno dei motti degli Atreides, e si ritrovano anche nel libro), quindi avrei preferito qualcosa in più. Mi dispiace soprattutto perché Oscar Isaac era un Leto perfetto, e nelle scene su Caladan e all'arrivo su Arrakis si è davvero sentita tutta la sua autorità e il suo onore, è davvero il Duca che avevo sempre immaginato invece di quel baccalà di Lynch. Però non ci è stato dato modo di soffrire davvero della sua caduta. Mi mancherai.

Gli Harkonnen: resi benissmo, finalmente abbiamo anche un Barone che non è solo un folle sadico edonista, ma un freddo paranoico calcolatore. Però... troppo poco Harkonnen. Forse questo si inserisce in quella scelta di focalizzare la stora su Paul (vedi dopo UHM), ma le loro scene sono davvero ridotte al minimo. Rabban ha forse tre battute in tutto il film, credo che Bautista sia rimasto sul set non più di un paio d'ore...

Arco narativo: questo è un punto delicato, perché stiamo parlando di una storia che non finisce ma viene interrotta a metà, quindi tecnicamente "non possiamo giudicare"... se non che, quello che abbiamo viso finora si può giudicare, e la sensazione è che manchi qualche tassello importante per il setup dell'arco narrativo che dovrà compiersi nella seconda parte. Villeneuve ha creato soprattutto un'esperienza di immersione nel mondo di Dune, e da questo punto di vista è tutto perfetto. Ma se si va a distillare la storia dal worldbuilding, qualcosa scricchiola, qualcos'altro zoppica. Certo, può darsi che la parte due porti a compimento tutto quello che serve, ma stando al momento attuale, se dovessi giudicare questa storia (per quanto incompleta) dovrei comunque notare diversi squilibri. In generale manca a mio avviso un livello profondo di coinvolgimento emotivo per Paul, il film rimane piuttosto "freddo" e se non si viene rapiti dalla grandiosità delle scene si rischia di rimanere indifferenti. È vero da una parte che i romanzi hanno più o meno la stessa caratteristica, ma questa non è una giustificazione per riportare la stessa cosa anche sullo schermo. La speranza è che l'esperienza cinematografica sia così potente da non far soffrire troppo queste carenze, come d'altra parte vale per i romanzi, che non sono certo scritti in modo sublime ma hanno una tale potenza di worldbuilding che tutte le imperfezioni si perdonano. Mi sono interrogato molto sulla ragione di questo squilibrio, perché non posso credere che Villeneuve (e gli altri sceneggiatori al suo fianco, ma comunque anche lui era coinvolto nella stesura) abbia semplicemente sopravvalutato le proprie capacità. La mia sensazione, avendo seguito anche molte (non dico tutte, ma ci vado vicino) interviste e conferenze stampa, è forse l'opposto: essendo un fan dei libri fin da ragazzino (al contrario degli altri adattamenti precendti, che venivano da persone che con Dune non avevano nessun rapporto), Villeneuve ha in qualche modo dimostrato fin troppo rispetto verso l'opera, il che lo ha portato a realizzare una sorta di parafrasi visiva del romanzo senza imporre una sua visione personale che forse avrebbe potuto plasmare la storia in modo più completo e adatto al mezzo. Il problema è che appunto un film non funziona nello stesso modo di un libro (un libro di sessant'anni fa, peraltro) e quindi evocare le stesse sensazioni può non essere sufficiente. Può anche darsi che tutto questo ragionamento sia una mia razionalizzazione, perché amo Villeneuve, amo Dune, e voglio che questo film funzioni whatever the cost, però sentendo parlare il regista e tutti quelli che hanno lavorato con lui non riesco a scorgere niente di diverso dalla dedizione totale e passione assoluta, anche quando parlano della concreta possibilità che non ci sia un seguito della storia. Quindi io ti credo, Denis: hai fatto del tuo meglio, e nessuno avrebbe potuto ottenere altrettanto; se un problema c'è, è un peccato di troppo amore.

 

DUNE VILLENEUVE UHM

La storia di Paul: come ho già accennato prima, la mia impressione è che Villeneuve e i suoi sceneggiatori abbiano deciso di raccontare la storia focalizzandola su Paul, evitando quindi per buona parte tutti gli inserti (che nel libro sono abbondanti) in cui lui è assente, come tutte le scene su altri pianeti. In effetti il personaggio stesso è reso in modo più "umano", laddove nel libro sembra sempre molto impassibile, qui lo vediamo molto più fragile, e la cosa funziona. Non so se sia la scelta giusta, perché lascia fuori molte informazioni che rendono grandioso l'affresco duniano, però è una scelta che reputo interessante, se non fosse per i problemi del punto precedente. Il che ci porta a... 

Informazioni mancanti: raccontare quasi tutto dal POV di Paul fa sì che molte informazioni siano vaghe o del tutto omesse. Chi ha visto il film con me (ignaro dei libri) mi ha segnalato qualche difficoltà nel capire i rapporti di potere tra Impero/Landsraad/Bene Gesserit/Gilda. In effetti il modo in cui funziona questo universo non è spiegato molto nel dettaglio, e se da una parte mi sembra meglio omettere informazioni non rilevanti o sconosciute a Paul (come la presenza traditore) piuttosto che fare la sezione iniziale di infodump come Lynch, dall'altro temo che parte del pubblico potrebbe non comprendere la grandiosità dell'universo narrativo. Anche questa è una scommessa, probabilmente Villeneuve ha deciso che non poteva dire tutto e si è limitato alle nozioni strettamente necessarie, però forse trovare lo spazio per parlare di più della Gilda e dell'Imperatore avrebbe giovato e fissato punti importanti per il seguito. Quindi anche qui non contesto la scelta, ma ho dei dubbi sulla sua efficacia a lungo termine.

Chani uccide Paul: una delle prime visioni di Paul è Chani che lo uccide.Parliamone: è solo un'allegoria o uno dei possibili futuri, come con Jamis? Mi è venuto da pensare che sarebbe una strada narrativa interessante da percorrere, forse questo Paul non sarà così ansioso di diventare Muad'Dib e Chani diventerà una nemica? Non so, c'è da rifletterci. Forse non vuol dire nulla. Ma forse...

Ecologia: tutta la parte ecologicadi Dune è stata praticamente ignorata. Si accenna alle stazioni botaniche, ma non sembra esserci nessun piano dei fremen per inverdire il pianeta. È vero che questa parte potrebbe ancora arrivare nel seguito, ma in generale non sono stati forniti abbastanza appigli perché questo aspetto possa essere sviluppato, soprattutto perché ormai Liet è fuori dei giochi, e il personaggio che avrebbe dovuto portare avanti questa tematica era lei. Può darsi che tra i vari aspetti da trattare, si sia scelto di lasciare da parte questo, e lo posso capire. Però non so se mi convince del tutto. 

Gli assenti: Irulan, Feyd-Rautha, l'Imperatore, dove sono? Credo chesarebbe stato importante quanto meno nominarli, perché farli comparire all'improvviso nella seconda parte forse ne limita l'impatto. Sì è vero, l'Imperatore e sua figlia sono citati, ma quasi come entità piuttosto che come veri personaggi. Mentre Feyd-Rautha, che è uno degli avversari principali di Paul, praticamente la sua ombra, nemmeno viene nominato (a meno che Mohiam non si riferisse a lui quando accenna a "altre possibilità" dopo il gom jabbar). Introdurre un personaggio come Feyd nella seconda parte senza giustificare dove fosse fino a quel momento mi sembra difficile. E anche rimuoverlo del tutto, se non impossibile, certo potrebbe impoverire la storia. C'è anche da dire che, visto che quasi tutti i personaggi della prima parte sono morti e non saranno nella seconda, forse la scelta è stata proprio di non portare in scena quelle che saranno le star della seconda, facendogli ricoprire invece ruoli più rilevanti nel seguito: non avendoli mostrati, sono ancora aperte tutte le possibilità sia di casting che di narrazione. Fatto sta che qualche dubbio mi rimane su questa scelta.

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Ecco qui. Questo era quanto avevo da dire sul Dune di Villeneuve. Prego solo di poter fare un post simile, anche tra quattro o cinque anni. Bi-lal kaifa!


Sinfonia per theremin e merli

Ne ho parlato in abbondanza nei mesi (anni?) scorsi, ma finalmente posso fare il post che ha come titolo semplicemente il titolo stesso del libro: è arrivato Sinfonia per theremin e merli, il mio "secondo romanzo".

 

Uso le virgolette perché tecnicamente ne ho scritto un altro nel frattempo (quello Scrabble che leggerete tra non molto), e poi c'è Diario dal tempo profondo che ha la lunghezza per essere un romanzo ma io continuo a considerarlo un libro illustrato, ma se consideriamo il brutale criterio della pubblicazione, allora il secondo è questo. Il secondo romanzo esce nella stessa collana del primo, a sei anni da Dimenticami Trovami Sognami, sono tornato in casa Zona 42 per questa nuova corposa opera: mi pare che attualmente sia il volume più lungo nel loro, e considerando che DTS era invece il più breve, direi che così abbiamo compensato.

Questo è un post di annuncio quindi non voglio dilungarmi troppo a parlare di cosa racconta il libro, anche perché ho già anticipato molte cose nella newsletter e se non la seguite è solo colpa vostra. Mi limito a riportare qui quella che è la quarta di copertina:

Anni ‘60, colline fiorentine. Andrea Sarti vive nel casolare di famiglia, ha imparato a leggere a catechismo, è il primo della classe. Quando sulla Bibbia scopre il Libro dei Numeri è costretto a chiedersi cosa siano mai questi Numeri, e perché sono stati tutti cancellati. Andrea scopre che esiste la matematica. O almeno, esisteva: nel 1931 il Teorema di Incompletezza di Gödel ne ha infatti demolito gli assiomi, e la matematica ha smesso di funzionare come un incantesimo infranto. All'epoca, mentre le istituzioni crollavano per la crisi della matematica, la famiglia di Andrea ha cercato di salvarsi fuggendo da Firenze.Ora Andrea deve scoprire da solo se esiste un'alternativa. E deve farlo in fretta, perché le Camicie Nere sono sulle sue tracce. E se lo troveranno, lo aspetta l’Inquisizione. A guidarlo ci sono un antico diario, il theremin di nonno Alceste e il canto del suo merlo Gibbs.

Sinfonia per theremin e merli (da ora in poi, STM) è a oggi il romanzo che mi ha chiesto più impegno dal punto di vista della scrittura. Se da un certo punto di vista DTP è stato sfidante per la particolare natura "a incastro" rispetto alle illustrazioni, con STM invece la difficoltà derivava proprio dalla necessità della struttura narrativa e documentazione. Se siete scaltri potreste notare che nella mia bibliografia si trova già qualcosa con questo titolo, e infatti nel 2010-2011 scrissi un racconto con questo titolo, che arrivò in finale al Premio Robot e secondo classificato al Premio Giulio Verne (oggi non più attivo). Di conseguenza quella prima versione racconto, che deriva in realtà da un progetto ancora precedente legato alle compiante Edizioni XII, si trova in un'antologia che comunque è ormai fuori catalogo.

Questo libro riprende il concept di fondo e lo sviluppo che era presente in modo molto condensato in quello stesso racconto, ma espande enormemente il contesto narrativa, non solo nel presente della storia ma anche nel passato, quel 1931 in cui la matematica ha smesso di funzionare provocando la più grande Crisi dai tempi della Peste Nera. Questo quindi mi ha richiesto di studiare quell'epoca, in particolare la situazione tra Firenze e le colline circostanti, come Arcetri, Fiesole e Ontignano. Rispetto al racconto ho aggiutno personaggi, luoghi, snodi, conflitti, archi narrativi. È stato soprattutto questo che mi ha richiesto un notevole sforzo di progettazione e ristruturazione, che se è riuscita (e giudicheranno i lettori) è anche grazie ai suggerimenti di beta e alfa reader che mi hanno seguito nelle varie fasi del lavoro. Ho cercato di far confluire in STM non soltanto gli argomenti relativi al concept matematico/filosofico, perché questa è una storia, non un trattato né un documentario, e la storia la fanno le persone. Se nel racconto tutto era incentrato solo su Andrea, adesso abbiamo anche il punto di vista del nonno Alceste a guidarci negli anni '30, contrapposto a quello di sua moglie Dafne, la musicista che avrebbe potuto diventare la prima suonatrice di theremin italiana, in un altro mondo, in un altro universo. Allo stesso tempo ho approfondito molto di più le figure storiche presenti, in particolare matematici, fisici, ingegneri ed economisti che transitavano da Firenze in quell'epoca. Pur all'interno della divergenza storica da cui scaturisce la storia, anche loro hanno adesso un ruolo di primo piano.

Ma probabilmente di questi aspetti tecnici vi interessa il giusto. Magari ne parlerò più nel dettaglio in un video dedicato su Story Doctor, tra qualche mese, sia per esporre la struttura narrativa della storia sia per il processo di adattamento da racconto in romanzo. Per adesso, quello che conta, è che dopo dieci anni STM è davvero completo (quanto meno al meglio delle mie possibilità) ed è vostro.

Ci sarà occasione di parlarne nei prossimi mesi, anche di persona (ci sono già due presentazioni in anteprima programmate a Milano e Firenze). Per qualche dettaglio aggiuntivo sul libro e aggiornamenti sugli eventi, vi consiglio di seguire la pagina di Zona 42 e il mio instagram. Intanto si può già ordinare sullo store di Zona 42, e dal 22 settembre sarà distribuito anche in libreria.

Wir mussen wissen.


Rapporto letture - Luglio 2021

Mese dedicato a fantascienza italiana distopica, non per un preciso disegno ma perché mi sono trovato a leggere due libri etichettabili in questo modo, anche se dobbiamo sempre ricordare per i bambini a casa che Le Etichette Non Contano, fatevi aiutare da un adulto se non sapete come usarle.

 

Il primo libro di cui parliamo è Scatole nere, romanzo d'esordio di Matteo Romiti, che a quanto dice la quarta di copertina è di origine italiana ma vive in francia. Quando ho saputo di questo libro ero moderatamente curioso, perché sono sempre ben disposto verso le "nuove voci" della fantascienza italiana, ma devo ammettere che dopo aver letto la presentazione sul sito dell'editore l'entusiasmo è un po' scemato. Dice infatti la fascetta: un thriller psicologico, una storia di fantascienza distopica, un romanzo di scissione e ricomposizione inconsueto e inquietante. Il racconto scurissimo di come quello che viviamo determina in modo incontrollabile ciò che diventeremo. Ora, a me che sono un po' sgamato di gergo editoriale, a me questa presentazione (che poi prosegue con una sinossi più o meno con lo stesso tono) puzza vagamente di supercazzola. Del tipo: guarda non so bene nemmeno io di che si parla, però c'è questa atmosfera cupa che non ti dico, proprio forte eh. Che per carità, può essere un approccio interessante e magari è proprio l'intenzione del libro, però è una partita rischiosa. Perché se scegli di tenermi trecento pagine a leggere qualcosa che non è una storia, o che comunque non mostra i tratti evidenti di quello che una storia dovrebbe avere, allora ci sono due possibilità per rendermi soddisfatto: o proponi un concept così mindblowing che ogni pagina che giro mi pare di cascare di nuovo nel buco del bianconiglio, oppure hai una scrittura così incredibile che è come se mi prendessi a schiaffi con le parole e non ci capisco nulla. Scatole nere però non ha nessuno dei due. Ci prova, forse, ma fallisce in entrambi i casi. L'ambientazione è un generico mondo distopico diviso in settori e afflitto da una pandemia (duh) per cui tutti sono sottoposti a rigidi controlli e non possono transitare liberamente: niente che non si sia visto centinaia di volte negli utimi 180 anni di fantascienza mondiale (con un imprevedile picco negli ultimi 18 mesi), per cui sul lato concept e worldbuilding non ci sono punti da segnare. La scrittura ha quella patina di ermetismo con le frasi secche ed enfasi continua (quando tutto è in tensione, niente è in tensione), senza segni di dialogo e personaggi che non hanno nomi ma vengono indicati continuamente con locuzioni tipo "la donna dai capelli fini". Se inizialmente questo stile crea un notevole straniamento, che è senza dubbio una delle sensazioni che il libro vuole suscitare, l'impatto non si stempera andando avanti e si continua a rimanere distanti e ignari della storia che si svolge. Quale sia questa storia che si svolge ho difficoltà a dirlo, perché se pure vengono presentati dei personaggi con delle caratteristiche riconoscibili (l'uomo in cerca della moglie, la donna con le spine all'interno, il medico contagiato), dopo aver inquadrato i protagonisti ci si trova soltanto ad avere gente che si muove, che prova ad andare da una parte o dall'altra, senza che sia chiaro perché lo facciano e quali rischi corrano. Tutto quello che viene raccontato è estremamente vago e confuso, offuscato da questa scrittura che tende a ricoprire le azioni con una pesante nebbia di fraseggi a vuoto. Ora, siccome io non ho la pretesa di essere infallibile, prima di parlarne mi sono andato a cercare un po' di commenti in giro, e ho trovato nella maggior parte dei casi semplicemente la ripetizione di quelle parole che si trovano nella quarta o nella cartella stampa (es: "Le scatole possono essere stanze, giardini, persone, proiezioni di una mente malata o semplicemente disperata"). Quindi deduco che nemmeno gli altri che lo hanno letto (bookblogger e magazine vari) ci abbiano capito granché, e si sono limitati a copiare le parole che avevano già a disposizione. C'è un commento uscito su un giornale di Valerio Evangelisti che ne parla bene come testo slipstream, e in un certo senso ha ragione, ma anche lui non va oltre le "atmosfere" che derivano dalla lettura, mentre per quanto riguarda temi, intreccio, coinvolgimento, e tutte quelle caratteristiche che dovrebbe avere una storia, nessuna menzione. Insomma, può essere un libro interessante come esercizio di scrittura ermetica, ma arrivati alla fine a me non è rimasto niente se non la locuzione "la donna dai capelli fini". A mio avviso (ma può benissimo essere un limite mio, come con Pynchon), questo non è ciò che deve fare la narrativa. Una scommessa persa, che avrebbe dovuto essere ponderata meglio, perché se ti mostri pretenzioso o sei davvero un fenomeno oppure finisci per passare da dilettante inconsapevole dei propri limiti. Voto: 4/10


Il secondo libro che ho letto è completamente diverso ma ha per certi versi alcune affinità con il precedente, nel senso che è un libro fortemente legato alla personalità dell'autore, che nel caso specifico è Michele Vaccari. Vaccari è un personaggio interessante nel panorama editoriale italiano, uno di quelli che ha saputo muoversi dall'underground e arrivare a toccare se pur fugacemente gli ambienti "rispettabili" della cultura mainstream senza perdere la sua dedizione alla controcultura. Urla sempre primavera si capisce molto meglio tenendo presente questo percorso e questo suo ruolo, non perché altrimenti sia incomprensibile (una storia da raccontare ce l'ha eccome, anzi più di una), ma i temi più profondi e l'identità del romanzo sono strettamente collegati alla visione e ai valori dell'autore, e forse mancando queste nozioni un lettore potrebbe non cogliere del tutto il messaggio del libro. Questo aspetto è a un tempo la forza e la debolezza del romanzo, perché richiede un certo coinvolgimento del lettore come parte attiva della narrazione, ed è a suo modo una scommessa, che in questo caso a mio avviso si può considerare ben giocata, nel senso che le possiblità di perderla ci sono ma solo nei casi in cui il piatto è ridotto, mentre quando il piatto è ricco allora è più facile vincerla (fuor di metafora: il piatto è appunto il coinvolgimento del lettore non solo in quanto lettore). La storia di USP copre cento anni di storia italiana centrata su Genova, dal 8 settembre 1943 al 8 settembre 2043, con tre generazioni della famiglia Delfino che attraversano, vivono e plasmano la storia, ognuno con una diversa idea di resistenza. Uno dei perni centrali della narrazione è il G8 del 2001, come evento che ha svelato le carte mostrando qual era il percorso che il mondo aveva intenzione di prendere e che, già a distanza di vent'anni, pare prorio che abbia tenuto fede alle promesse. Anche se non viene direttamente raccontato, il G8 è il punto di accumulazione dell'intera storia, che non per nulla parte dalla resistenza antifascista e arriva alla resistenza antigherusia, che è il sistema politico che si è instaurato a partire dal 2020 in Italia: un concilio di boomer che dichiarano candidamente di non avere alcun interesse per il futuro e le generazioni successive, e che pertanto vietano del tutto la nascita di nuovi bambini, così che il paese possa avviarsi finalmente a una meritata estinzione, in una riproposizione più oscura del piano non violento del VHEMT. La narrazione inizia da Zelinda, seconda generazione dei Delfino, che proprio in opposizione alle leggi della Gherusia ha concepito una figlia (Egle) ed è in fuga per impedire che venga catturata ed eliminata. Il romanzo è diviso in libri che raccontano la vicenda dal punto di vista di vari personaggi, e dopo Zelinda troviamo il Commissario, che porta la storia nel futuro del 2043 con un omicidio da risolvere in un'epoca in cui la gente non muore più se non di vecchiaia. La parte più corposa è poi la storia di Spartaco, padre di Zelinda che è stato partigiano prima e assassino poi, e che con le sue azioni ha deciso il destino del paese (e si potrebbe dire che ha segnato il punto di divergenza storico da cui inizia questa ucronia). Abbiamo poi la storia di Egle, cresciuta nei boschi con altri orfani e gli animali, anch'essi "liberati" dalla società e abbandonati in massa fuori dalla città. Egle è la chiave per cambiare il futuro, perché è dotata del potere di plasmare la realtà con i suoi sogni, con un meccanismo piuttosto affine a quello della retcon in DTS (non sto implicando plagi o ispirazioni, solo sensibilità affini). Quello che dicevo all'inizio, ovvero che è un libro molto personale, lo si ricava perché nonostante la storia cambi cinque protagonisti, in realtà si percepisce sempre la voce dell'autore che si rivolge al lettore, questo nonostante i personaggi siano caratterizzati in modo abbastanza diverso e non siano semplici contenitori di idee. È senza dubbio un romanzo molto politico, ma politico in senso universale, ovvero che parla dei valori più profondi che muovono le scelte delle persone nei momenti di crisi, e che solo raramente si identificano con una sigla parlamentare. Da questo punto di vista è un libro molto denso, che però perde in altre sitauzioni: in particolare la speculazione futura, ovvero il modo in cui viene descritto il mondo distopico del 2043 mi è sembrata piuttosto cheap, una sorta di retrofuturo, con delle trovate un po' grossolane come le mentefonate: quel tipo di futuro che si poteva immaginare leggendo la fantascienza degli anni 60 (al di là delle connotazioni politiche). Anche la parte finale con la rivoluzione di Egle è un po' affrettata e approssimativa, nel senso che il potere affidato nelle mani della ragazzina è troppo potente ma al tempo stesso troppo vago, così che basta dire "ora è così, ora è così" e la situazione si risolve. Non mi aspettavo di vedere la battaglia finale tra Orfani e Gherusia, non sarebbe stato appropriato, ma per com'è adesso in effetti non si capisce cosa abbia portato al cambiamento, a meno di non dire semplicemente "l'ha voluto lei", che non è una soluzione narrativa molto soddisfacente. Al netto di queste imperfezioni, USP è un libro potente e significativo, con le parti di Zelinda e Spartaco capaci davvero di scavare e ferire il lettore ricettivo. Non è un libro facile e come dicevo probabilmente richiede di avere una minima conoscenza della "poetica" dell'autore, visto che ve lo troverete seduto accanto che vi racconta con le sue parole tutto quello in cui crede e per cui si batte. Se però siete disposti ad ascoltarlo, qualcosa vi lascerà. Voto: 8/10


I miei articoli per Stay Nerd: aprile-giugno 2021

Consueto recap trimestrale delle cose che ho scritto altrove dove mi pagano per farle invece che stare a perdere tempo in questo immondezzaio che chi me l'ha fatto fare (scherzo ti voglio ancora bene Blogger, anche se temo che sarai tu ad abbandonarmi).

 


 

William Gibson starter kit - Beh lo dice il titolo, una panoramica del padre del cyberpunk che però il cyberpunk se l'è anche lasciato giustamente alle spalle.

Abbiamo sempre vissuto nella nave - Libri e altre storie di astronavi generazionali - Uno di quei topoi della sf che non stancano mai, a cui si sono cimentati prima o poi tutti i Grandi Autori e che anche in tempi recenti continua a riscuotere successo.

Star Wars è fantascienza anche se non lo è - Guida definitiva a un flame che dura da quarant'anni - Prima o poi ne dovevo parlare, era già capitato anche qui sul blog ai tempi del primo film della nuova trilogia. Finalmente ho messo in ordine i pensieri e ho fornito la mia versione definitiva sull'annosa questione dell'inclusione di SW nella fantascienza o meno. E poi lo so che triggera i fan, quindi divertimento assicurato.

Lezioni di civilità - La rappresentazione culturale in Civilization VI: Mi è sembrato corretto che dopo aver speso seimila ora di gioco in Civ6 coagulassi quest'esperienza in un articolo che parli di uno degli aspetti più interessanti di questo titolo, ovvero come sono state scelte e rappresentate le civiltà e i leader storici inclusi nel gioco. Leggibile anche se non sapete nulla ci Civilization o dei giochi di strategia in generale.

Ragnarok stagione due: non basta essere un dio per salvare il mondo - Mi sono guardato in due giorni tutta la seconda stagione della serie norvegese Ragnarok (visto che mi diverto sempre con le serie non anglofone) e ne ho parlato qui. Un prodotto che conferma la sua inclinazione teen e forse incespica un po', ma comunque interessante per chi vuole trovare una prospettiva diversa sullo scontro tra divinità.

La migliore fantascienza del Ventunesimo secolo - Senza alcuna pretesa di esaustività, ma soprattutto con un occhio di riguardo alla rappresentazione di tutte le più recenti correnti e movimenti, ecco la mia umile idea di quali sono i titoli di fantascienza must read dal 2000 in poi.

I migliori racconti di fantascienza - Dopodiché mi sono permesso di elencare anche quali siano i migliori racconti ever di fantascienza. Per priimo ci ho messo Asimov così siete tutti contenti.


Vi fa fatica leggere?

Say no more! Perché da giugno insieme ad Angela Bernardoni siamo partiti anche con il podcast Reading Wildlife, sempre ospitato da Stay Nerd, in cui ovviamente parliamo (ancora) di libri. Per ora sono usciti i primi due episodi, che trovate su spreaker, youtube e spotify.

Episodio 1 - Cosa aspettano a farci un film? - Una lista di libri di fantascienza da cui sarebbe stato bello trarre un film ma che ormai forse non lo avranno mai

Episodio 2 - Mondi senza adulti - Libri che raccontano di società in cui gli adulti sono scomaprsi o hanno abdicato, tra storie di formazione e scontro generazionale


Bonus track

Se vi ricorate qualche mese fa avevo segnalto il primo di una serie di articoli pubblicati sulla rivsita Argo e scritti da me e Maico Morellini, sullo stato della fantascienza italiana dagli anni 80 in poi. Sono usciti anche i pezzi successivi che coprono gli anni 2000 e 2010

Secondo dialogo - Nuove forme di simbiosi

Terzo dialogo - Scambi evolutivi verso il futuro


Rapporto letture - Maggio/Giugno 2021

Nuovo rapporto bimestrale, e stavolta abbiamo in canna un paio di letture fuori dai canoni tipici di Unknowo to Millions. Visto che quest'anno mi sono ripromesso di dedicare spazio a libri diversi dai generi a cui mi dedico di solito, qui è dove ci ho provato e ho trovato conferma che forse non facevo mica male.

 

L'arcobaleno della gravità ce l'avevo sullo scaffale da almeno dieci anni, forse di più. Sapevo che si trattava di una lettura impegnativa e quindi non avevo disturbato Thomas Pynchon fino a che non mi sono sentito pronto. Finalmente ho deciso di provare e... non è andata bene. Ammetto di non aver finito il libro, ho provato difficoltà già nelle prime cento pagine ma mi sono imposto di andare almeno fino a metà per poter affermare con maggior criterio se era un libro per me o no. Dopo quattrocentocinquata pagine e rotte di sofferenza, posso dire che una cosa di questo tipo è totalmente estranea alla mia idea di narrativa (a meno che nelle ultime venti pagine non succeda qualcosa di così strabiliante da ribaltare tutta la concezione delle ottocentottanta pagine precedenti, ma dubito). Qui l'autore non racconta una storia, ma sbrodola pagine su pagine di wall of text (che già di per sé non facilitano la lettura, infatti l'ho usato come esempio per un video proprio su questo) con personaggi vagamente collegati tra loro, ma continuando ad aggiungerne altri, e senza una vera progressione di alcun tipo ma solo elencando situazioni, che se possono essere anche gradevoli per alcune dinamiche grottesche e paradossali, per lo più lasciano disorientati perché non si capisce cosa sta succedendo e perché. Mi rendo perfettamente conto che questa era la precisa intenzione dell'autore e sono disposto ad ammettere che sia un limite tutto mio quello di non entrare in sintoia con questo libro, ma davvero faccio fatica a parlare di narrativa in casi come questo, e se questo è il Grande Romanzo Americano allora mi sa che mi tengo i piccoli romanzi provinciali. Forse in realtà non ero ancora pronto. Ma non credo che tra altri dieci-dodici anni penserò di riprenderlo in mano. Non ho finito il libro quindi non esprimo un giudizio complessivo, ma per me a posto così, grazie.


Siccome poi avevo per casa il Premio Strega del 2018 assegnato a Helena Janeczek, ho pensato di leggere La ragazza con la Leica, anche perché in quelle settimane stavo lavorando a un romanzo con ambientazione storica simile ho pensato che potesse contenere qualche spunto interessante da cogliere. Questo libro si dichiara come biografia romanzaga di Gerda Taro, fotografa di guerra morta negli anni 30 che è stata compagna e ispiratrice di Robert Capa e altri fotografi dell'epoca. Personalmente non ho un gran rapporto con la fotografia, ma il libro non è assolutamente tecnico in questo aspetto quindi non mi sono perso nulla. Il problema semmai è che se prima di leggerlo non avevo idea di chi fosse Gerda Taro, a lettura ultimata ancora non so chi sia Gerda Taro. La storia è raccontata a posteriori da tre personaggi storici che hanno conosciuto e accompagnato Taro nel corso della sua vita, che riferiscono le loro esperienze dopo la sua morte. Ma il punto è proprio che vediamo questa gente farsi le sue passeggiate per il centro di Buffalo, NY ed elucubrare su come e quando hanno visto/parlato/bevuto con la ragazza, ma lei non la vediamo mai. Di Gerda Taro sappiamo solo che era fenomenale in tutto: bella affascinante spiritosa coraggiosa sensuale intelligente incrollabile furba tosta. Tutti la ammiravano tutti la amavano segretamente o meno. Addirittura quando è finita in carcere pure lì non ha avuto un attimo di cedimento e anche le guardie quasi quasi erano dalla sua parte. O almeno così ci viene detto. Perché di cosa ha fatto Gerda, a parte ammaliare tutti quelli che ha incontrati nella sua vita, non sappiamo davvero nulla. Anzi viene quasi il dubbio che sia esistita davvero, tanto è vaga e idealizzata la sua rappresentazione in questo libro. Se doveva essere la biografia di un'eroina, non le rende affatto giustizia. Se non altro la scrittura è abbastanza semplice, senza quei virtuosismi artificiosi che ci si aspetta dai premistrega, ma appoggiata a una narrazione che non narra nulla intorno a un personggio che non esiste, risulta tutto piatto e vuoto. Ci sono inoltre problemi con la gestione delle molteplici lingue usate dai personaggi (e anche di questo ho parlato in un video). Insomma se questo è il meglio della narrativa italiana del 2018 come vogliono farci credere, c'è davvero da stupirsi se la gente apre un libro e pensa che la lettura non faccia per loro? Voto: 4/10

Per disintossicarmi dalle pretese di artisticità mi sono orientato su un autore che, conoscendolo, ero quanto meno sicuro che mi avrebbe proposto una storia onesta. Metallo danzante è il secondo romanzo del Ciclo dell'Uovo di Leo Munzlinger, il primo letto qualche anno fa era Il lavoro dei maiali, ma la numerazione si riferisce solo all'ordine di uscita, poiché non si tratta di episodi successivi ma soltanto di storie ambientate in un'ambientazione condivisa, ovvero l'Uovo, questo pianeta di tipo terrestre in una dimensione parallela alla nostra abitato da creature di ogni sorta e su cui gli umani possono manifestarsi durante lo stato di sogno (insieme a polpi e corvi). Se il libro precedente saltava dalla Terra all'Uovo, Metallo danzante è interamente ambientato sull'Uovo e si addentra ancora di più nelle bizzarrie di questo mondo/universo. La storia è quella di Dragonetto, un uomo-rettile orfano che ha perso il suo padre adottivo e vuole vendicarsi della strega che lo ha maledetto causandone la morte. Per compiere la sua vendetta, Dragonetto vuole risvegliare il Montone, un'antica entità semidivina biomeccanica (io me lo sono immaginato un po' come il T1000 di Terminator 2) che in epoche remote ha combattuto in una guerra planetaria. Ma Dragonetto ha anche altri problemi da gestire, tra la vigna che era di suo padre da mandare avanti e il rapporto con la sua ragazza che è una sorta di entessa. Dragonetto è un giovane di buon cuore, forse un po' ingenuo, che cerca di fare il suo meglio per non scontentare gli altri e forse proprio per questo si ritrova spesso in difficoltà quando gli altri si approfittano delle sue debolezze. Lui spera che sarà il Montone a risolvere i suoi problemi, ma quando riesce finamente a risvegliarlo. Se vuole davvero portare a compimento la sua vendetta contro la strega deve mettere pelo sullo stomaco, ed è proprio di questo suo percorso di crescita (caduta?) che parla questo romanzo. La storia di per sé è piuttosto semplice (come dicevo: onesta), ma uno degli aspetti più affascinanti dell'Uovo di Munzlinger è senza dubbio la vastità e assoluta follia di questo mondo, a ogni frase si percepisce l'esistenza di un universo vivo e attivo, che non si esaurisce solo nella dimensione di questo libro ma che esiste davvero, da qualche parte. Molti aspetti secondari spesso non sono chiariti, ma non si ha mai la sensazione che manchi qualcosa, si capisce che tutto ha una sua giustificazione, siamo solo noi a non conoscerla perché ci stiamo affacciando da un treno in corsa e non abbiamo fatto in tempo a contare quanti alberi c'erano dietro la curva. Una lettura scorrevole, con un paio di twist azzeccati (e uno particolarmente terribile), e un mondo immenso in cui perdersi. Voto: 7.5/10

Visto che avevo bisogno di una lettura inframezzabile tra vari altri progetti da seguire di editing e revisione, mi sono poi pescato un altro libro che tenevo sugli scaffali da tempo, una raccolta di racconti di James G. Ballard. È stato molto confortante leggere delle buone storie di breve-media lunghezza, tutte fondate su un concept interessante sul quale veniva costruita una storia con personaggi che "fanno cose". I racconti di quest raccolta (come in generale la produzione di Ballard) oscillano tra fantascienza, horror, realismo magico e quello che oggi chiameremmo weird. È interessante che nonostate siano storie di 50-60 anni fa siano tutte ancora validissime, perché anche gli spunti scientifici inseriti non sono troppo tecnici e quindi non sono diventati obsoleti. Si nota anche una certa fascinazione di Ballard per l'acqua, molti racconti sono ambientati in prossimità di mari, laghi e fiumi, e si possono cogliere alcuni vaghi riferimenti incrociati tra alcune storie (oltre che la frequenza di donne chiamate Judith). Era da tempo che non leggevo qualcosa di suo ma devo dire che mi ha pienamente soddifatto e credo che potrei aumentare il suo rank nella mia classifica personale degli autori di riferimento. Voto: 8/10


Projects update: api, merli e scarabei

Breve post di raccordo per aggiornare i passanti sui progetti a cui abbiamo lavorato nell'ultimo anno. Come sempre mi viene da dire che sono consapevole di stare trascurando questo blog, ma il mondo va avanti, e nuovi canali richiedono le mie risorse, infatti sono tutt'altro che sparito, anzi sono quasi ovunque tranne che qui.

Il primo importante update non riguarda una mia uscita, ma è comunque un progetto al quale ho dedicato quasi un anno di lavoro in backstage. Nei giorni scorsi Moscabianca Edizioni ha pubblicato Non muoiono le api, romanzo di esordio di Natalia Guerrieri, giovane autrice che lavora già da tempo nel campo della sceneggiatura ma qui si trova per la prima volta a pubblicare narrativa in forma lunga. Il risultato è un libro attuale, che potremmo definire distopico se questo termine non avesse perso buona parte del suo significato negli ultimi anni, eppure Guerrieri non si limita ad aderire ai topoi della distopia ma introduce degli elementi di disturbo, creando una storia di resistenza e riappropriazione che parte da un futuro-che-è-già-qui e lo sconvolge alle fondamenta, affinché i protagonisti della storia siano forzati a mettere in discussione i loro paradigmi. Non mi metto a fare la sinossi, quella la trovate sulla pagina del libro, ma posso dire che è un romanzo che parla molto di adesso senza i facili manicheismi che si trova nella narrativa generalista (che è quello che intendevo quando parlavo di "scrivere una storia sulla pandemia", anzi il riferimento al testo su cui stavo lavorando era proprio lui.)

 

 

NMLA è stato di fatto il primo romanzo che ho curato dalla prima stesura fino alla pubblicazione. Avevo già avuto modo di fare schede di lettura, editing e consulenze varie, ma molti di questi non so che fine abbiano fatto, erano lavori richiesti dagli autori e spesso è morto tutto lì. Finora quindi non mi era mai capitato di accompagnare un libro da una versione quasi embrionale fino all'uscita in libreria, e devo dire che è stato un processo inebriante. È andata che l'estate scorsa sono stato contattato da Moscabianca con cui stavo avviando la collaborazione come editor (poco prima che mi chiedessero pure "ma che ce la scrivi una storia sui mammiferi preistorici?", consapevoli che c'era una sola risposta possibile), e mi hanno sottoposto la prima stesura del romanzo di Natalia, chiedendo una mia scheda per la possibile pubblicazione. Quel testo, molto diverso da quello che potete leggere nel libro pubblicato, conteneva una storia forte e aveva uno stile definito, ma aveva bisogno di trovare più spazio. Abbiamo deciso che valeva la pena lavorarci, e così è iniziato il mio confronto diretto con l'autrice, che ha portato a far più che raddoppiare le dimensioni del romanzo (non che la lunghezza sia un pregio in sé, ma in questo caso ce n'era bisogno).

Lavorare con un'autrice "giovane" (comunque lo vogliate intendere), con una prospettiva non viziata dai paletti dei generi ma una discreta conoscenza degli strumenti narrativi è stato anche immensamente rinfrescante. Mi ha dato l'idea che ci sia davvero un pubblico in attesa di sentire storie come questa e che dobbiamo solo liberarci dei pregiudizi in cui a volte ci crogioliamo noi stessi (dico "noi" perché ci sono anch'io dentro) per raggiungerlo. Probabilmente ospiterò Natalia anche sul mio canale per parlare del lavoro che abbiamo fatto, ma non abbiamo fretta, per adesso le lascio godere qualche settimana di riposo.

Parallelamente, per via di quelle coincidenze cosmiche che ti fanno pensare che dio ci prende tutti per il culo, durante l'autunno scorso ho ripreso il corso di apicoltura che avevo dovuto interrompere a causa della pandemia, e così mi sono trovato nell'insolita ma ideale posizione di editor con nozioni di attività apistica. Non mi voglio sbilanciare, ma penso che potrei essere forse l'unico in Italia. Accetto smentite, se arriveranno.

Comunque, sono stati mesi di lavoro a intensità variabile, ma sempre con il pensiero in background a questa cosa che era in gestazione, e ho visto crescere NMLA fino al punto di essere pronto ad affrontare il mondo. Il libro ora è là fuori, lo stanno già leggendo, e io lo considero anche un mio successo. Non mi prendo il merito del prodotto finale, tutto quello che c'è nel libro è uscito dalla testa di Natalia, però mi sento un po' come lo zio orgoglioso alla partita di hockey del nipotino. Se lo leggerete, sappiate che fate contento anche me.

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In seconda battuta, siamo alle tappe finali del lavoro su Sinfonia per theremin e merli, il mio secondo romanzo che uscirà con Zona 42 a settembre. Avrebbe dovuto uscire verso fine anno, e invece vicende editoriali hanno portato ad anticipare tutto, il che forse giocherà a nostro favore perché ci permetterà di approfittare di qualche settimana di eventi prima della Quinta Ondata e lockdown annesso. Il romanzo adesso è in una versione alfa pre-definitiva, in lettura presso una squadra di selezionatissime alfalettrici e in mano alla persona a cui abbiamo chiesto la prefazione.

STM è forse la storia più complessa che abbia mai scritto. Ambientato a Firenze e dintorni, tra gli anni 30 e gli anni 60, mi ha richiesto di mettere insieme nozioni storiche, matematiche e filosofiche, all'interno di una trama che è un po' storia di formazione e un po' saga familiare. Ci ho messo tanto dentro, anche perché è una storia che mi portavo dietro da dieci anni, ovvero da quando scrissi il racconto con lo stesso titolo per un contest indetto da Edizioni XII. Sapevo che era una storia ambiziosa e forse per questo l'ho tenuta in disparte per tanto tempo, aspettando il momento in cui mi sarei sentito pronto ad affrontarla. Quel momento è arrivato, e non ho potuto più rimandare.

 


La prova del "secondo romanzo" è sempre rischiosa, perché se al primo libro ti viene concessa qualche attenuante perché sei ancora uno scrittore acerbo, adesso nessuno ti perdonerà superficialità o leggerezze di qualunque tipo. Venendo peraltro da un romanzo come Dimenticami trovami sognami, che, per quanto mi riguarda, parte dall'high concept più mindblowing che io potrò mai sperare di raggiungere, dovevo muovermi in una direzione diversa per ottenere qualcosa in grado di competere. STM è completamente diverso da DTS, ma credo di aver fatto un buon lavoro rispetto a quelle che erano le differenti premesse e obiettivi. Quando leggerete di Andrea, Alceste, Dafne e Gibbs, mi saprete dire. Non manca molto.

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Infine, è notizia di questi giorni che il mio romanzo young adult Scrabble di cui accennavo anche sul blog diverso tempo fa ha trovato la sua collocazione. Il twist interessante è che, salvo imprevisti di livello cataclisma globale (formula che ormai non sa più di battuta), il romanzo dovrebbe uscire con uno di quelli che chiamano "grandi editori".

Non posso dire altro per il momento, perché non credo di essere libero di farlo e non vorrei iniziare il mio rapporto con una querela. È anche molto probabile che quando inizieremo a parlarne in termini più precisi non si chiamerà nemmeno così, ma intanto tenetelo a mente: nel 2022 uscirà quel young adult che millantavo almeno dal 2016 (segue prova fotografica in ottemperanza alla Rule 32).



E se dovete passare di qui a dire "ah ma come, scrivi young adult, perché non fai cose serie" allora mi dispiace, ma c'è stato un equivoco. Lo YA è sempre stato il mio obiettivo a lungo termine (e infatti già DTP andava in quella direzione), perché è lì che si può fare davvero la differenza. Oltre che i soldi, ma questo è secondario, per chi mi avete preso?

Insomma, si prospetta un periodo interessante, e tutto questo al netto dei vari altri progetti, collaborazione e sailcazzo che vengono fuori ogni settimana dispari. Come sempre, vi suggerisco di seguirmi nei vari altri posti in cui mi muovo, perché questo non è più il mio hub principale. Ma prima o poi a casa ci torno sempre.


Rapporto letture - Marzo/Aprile 2021

Arriviamo un altro rapporto letture due in uno, e se non mi davo una mossa rischiavo di doverne fare tre in uno quindi meglio così. Come già ho accennato altre volte, il tempo per il blog è sempre meno, perché ho varie cose a cui dedicare le mier risorse, infatti è passato più di un mese dall'ultimo post. Ma insomma, non è che me ne sto in silenzio, infatti mi trovate in tutti questi altri posti se proprio sentite la mancanza. 

Fatta la solita excusatio (perché un po' mi sento in colpa a tralasciare UtM), passiamo a parlare dei libri. Non sono sicuro che siano proprio nell'ordine in cui li ho letti ma, ma fottesega presumo.

Il (presumibilemnte) primo libro letto in questo periodo è La città dell'orca. In realtà questo libro lo avevo iniziato anni fa, poco dopo la sua uscita, ma ero arrivato a circa un terzo e l'avevo interrotto. Non perchémi facesse così onta da abbandonarlo, ma perché probabilmente mi ero dovuto spostare su altre letture "urgenti" (può darsi che dovessi preparare qualche articolo per Stay Nerd) e poi boh... me ne sono dimenticato, credo. Mi sono reso conto sistemando la scenografia per i video sul canale che non l'avevo più ripreso e così ho rimediato. Comunque, il romanzo di Sam J. Miller è un ottimo esempio delle nuove correnti della fantascienza, quelle che oscillano tra il solarpunk, il transumanesimo e la narrativa dell'antropocene. La storia si svolge a Qaanaaq, città galleggiante posizionata vicino al polo, posto in cui confluiscono molte delle popolazioni di profughi in fuga dal mondo devastato dal cambiamento climatico. In questa ambientazione si svolge una storia "corale" con diversi personaggi che un po' alla volta convergono e si scoprono collegati tra loro. Devo ammettere che la lettura mi ha interessato più per il worldbuilding speculativo che per il dipanarsi della trama, poiché dei vari personaggi mi è sembrato che solo uno avesse davvero un obiettivo, mentre gli altri erano passeggeri della storia. Anche considerando questo rimane comunque un libro valido e molto significativo per il momento in cui viviamo. Voto: 7/10

 Siccome la voglia di oceano non mi era passata, dopo i cetacei sono passato ai cefalopodi con Altre Menti, un saggio di Peter Godfrey Smith basato su anni di studi e osservazioni su polpi, seppie e calamari. In particolare il libro si concentra su tutti quei comportamenti che suggeriscono la presenza di qualcosa che saremmo portati a definire come "intelligenza" o "coscienza", se non addirittura "cultura". Dalla misteriosa città subacquea di Octopolis, ai polpi in laboratorio che sembrano riconoscere gli umani che li accudiscono, ai segnali che le seppie lanciano involontariamente durante il sonno, facendo pensare che stiano sognando. Il testo è interessante anche perché pur parlando di cefalopodi contiene anche diverse nozioni più generali di biologia evolutiva, neurobiologia, anatomia, etologia, ecc. L'impressione che mi ha lasciato è una certa malinconia, perché anche se non viene mai detto in modo esplicito, tutto lascia supporre che polpi, seppie e calamari abbiano effettivamente sviluppato una forma d'intelligenza, diversa dalla nostra perché "diffusa" in tutto il corpo, ma che il loro ecosistema e la loro biologia non gli permettono di trarne vantaggio, e così si ritrovano a essere "sovradimensionati" in questo senso, come se usassimo un acceleratore di particelle per asciugare i panni. Dispiace quindi per queste creature con un potenziale così alto, costrette a una vita breve in un ambiente che non le valorizza.

Naturalmente non ci facciamo mancare un manuale di scrittura, e stavolta mi sono rivolto direttamente a Chuck Palahniuk. In effetti ho letto prima di questo anche un manuale di sceneggiatura di Syd Field, ma l'ho trovato così vacuo che è inutile parlarne, e siccome ero rimasto insoddisfatto sono andato a cercarmi altro. Essendo io formato nella scuola della scrittura immersiva dicui Palahniuk è uno dei più noti testimonial, ero abbastanza curioso di vedere cosa avesse da dire. Consider This è strutturato con una serie di macro-temi ai quali Palahniuk collega anche episodi personali, che vanno dalla costruzione della storia alla scrittura vera e propria. In generale ho trovato le sue raccomandazioni abbastana utili, anche se appunto, avendo già studiato molte di queste tecniche/teorie non ho trovato niente di sconvolgente. Quello che semmai ho rilevato è che sì, tutto molto interessante, ma se segui i consigli che dà Palahniuk nel suo libro finisci per scrivere come Palahniuk. Questa "aneddoticità" è una cosa che ho notato in molti manuali/corsi di autori famosi, e mi sembra un aspetto rilevante, a cui forse dedicherò un video su Story Doctor. In ogni caso devo dire che tra i manuali di scrittori contemporanei che ho letto questo è sicuramente il più interessante.

Ultimo titolo del bimestre è La mia vita con le blatte, un romanzo bizarro fiction di Vaporteppa (anche perché in italia la pubblicano solo loro) scritto da Simone Corà, autore che conosco praticamente da quando ho iniziato a scrivere (ai tempi ci si scontrava nel ghetto della narrativa underground sul forum di Edizioni XII). La premessa della storia promette bene: il protagonista si trasferisce in una nuova casa in campagna e scopre che è invasa da scarafaggi antropomorfi ottusi, volgari e arrapati che gli rendono la vita impossibile, quindi è costretto a trovare il modo di toglierli di mezzo. I presupposti per ottenere qualcosa di esagerato c'erano tutti, però a mio avviso qualcosa si è perso per la strada. Uno dei problemi principali credo che sia proprio la gestione dell'aspetto umoristico della vicenda: a tratti gli sarafaggi si comportano come dei Pierini Alvarovitaliani della commedia sexytrash italiana (tant'è che il loro idolo erotico è Edwige Fenech), in altri casi invece si scontrano con il protagonista o tra di loro con toni e sequenze drammatiche: non si capisce quindi se stiamo assistendo a una farsa fantozziana, in cui si ci si può appiattire la lingua con il ferro da stiro, o invece ci si deve aspettare qualcosa di gore, in cui ci arrivano addosso schizzi di sangue e budella. Anche il registro delle battute inserite nel testo non sempre è coerente, perché a volte sdrammatizza gli eventi, altre sembra evocare scene del tutto surreali. Inoltre la storia prende una brusca svolta nella terza parte del libro, in cui il protagonsita si trova catapultato letteralmente in un altro mondo, e una volta arrivato qui deve praticamente ricominciare da capo la sua ambientazione (e di conseguenza quella del lettore) con nuovi personaggi, nuove dinamiche, nuove regole, nuovi obiettivi. Anche se si capisce che il suo percorso di trasformazione sta procedendo anche in questa nuova dimensione, in effetti si ha la sensazione che tutto quando avvenuto prima non abbia più importanza (come tutte le relazioni con i vicini di casa o l'agente immobiliare), perché adesso il contesto e gli obiettivi sono radicalmente cambiati. Insomma, forse avevo aspettative diverse, e volevo davvero farmelo piacere, ma non sono riuscito ad andare oltre un blando gradimento di base. Voto: 6/10


I miei articoli per Stay Nerd: Gennaio-marzo 2021

Iniziamo una nuova annata di collaborazione con Stay Nerd, e come sempre ogni tre mesi riepilogo qui quello che pubblicato sulla rivista, che peraltro proprio in questi mesi ha cambiato veste grafica e logo, adottando un look più minimal e pulito, quindi vi consiglio anche di farci un giro nella sua nuova versione.


10 libri fantasy e sci-fi che diventeranno film o serie tv nel 2021 - Una rapida carrellata delle nuove uscite in vista nell'ambtio degli adattamenti da libro a film. Da Foundation al Signore degli Anelli (che forse nel frattempo è stato rimandato) con qualche young adult e il ritorno di R.L. Stine. Non è detto che sia tutta roba di qualità, ma sono comunque progetti che hanno avuto una certa attenzione, quindi potete scegliere quale vi sembra interessante.

Tribes of Europa: la Disunione Europea dopo l'apocalisse - Come ho detto più volte anche qui sono sempre curioso per le serie non anglofone (vedi 3% o Beforeigners) e in questo caso ho guardato la prima stagione di questa serie tedesca ambientata in un'Europa frammentata in tante piccole comunità dopo la fine improvvisa di tutta la tecnologia. Certamente non un prodotto estremamente originale ma onesto, con un taglio principalmente young adult ma capace di rappresentare in modo allegorico la stanchezza del vecchio continente che già oggi si perscepisce.

Forse avremmo dovuto rileggere La Fattoria degli Animali invece di 1984 - Facile parlare di distopia, e facile citare il solito Grande Fratello di Orwell. Ma anche nella Fattoria degli animali si possono trovare elementi interessanti per guardare il presente, al di là della più immediata allegoria stalinista. Mi sono riletto il libro (in lingua originale) che avevo letto ai tempi della scuola, ed è stata un'esperienza sicuramente interessante.

Il cybperunk aveva previsto tutto, ma ora anche basta - Per la serie degli articoli in cui sono tenuto per contratto a fare l'antipatico, qui mi sono permesso di dire che tutta questa fascinazione moderna per il cyberpunk è roba da poser e tradisce in effetti gli intenti stessi del movimento. Sempre che di cyberpunk si possa davvero parlare...

Harlan Ellison starter kit - In occasione dell'uscita di un omnibus dei racconti di Ellison, che in Italia mancavano da tanto, un profilo di questo scrittore di culto e personaggio controverso

Otto libri per introdurre i ragazzi alla fantascienza - Questo è uno degli articoli di cui sono più fiero, perché riscattare la dignitià della fantascienza per ragazzi è un passo importante per lo sdoganamento del genere. Qui si parla di testi middle-grade, quindi per ragazzi di 9-11 anni, prima della fascia young adult. Titoli interessanti (e recenti) ce ne sono, e poterli mettere insieme come suggerimento per tutti quelli che cercano cosa far leggere ai propri figli/nipoti/studenti è il miglior contributo che potessi dare alla causa della sf in Italia.

La nostra casa si allaga: libri che raccontano il cambiamento climatico - Tema caldo (pun intended) degli ultimi anni, il cambiamento climatico, e lo scioglimento dei ghiacciai in particolare, è stato trattato da tantissimi autori di speculative fiction, e qui ne ho elencati alcuni dei più rappresentativi.


Bonus track

Cronache dellaa fantascienza italiana - Primo dialogo

A marzo è uscito anche il primo articolo scritto in collaborazione con Maico Morellini sulla sotrica rivista Argo, in cui cerchiamo di tracciare una cronistoria recente della fantascienza italiana. Compito gravoso e rischioso, ma qualcuno doveva pur farlo. Giochiamo un po' a poliziotto buono e poliziotto cattivo, e indovinate quale sono io...


Dj set - Deep Time

Voi forse non ve lo ricordate, ma ancora prima dell'uscita di Dimenticami Trovami Sognami, quando ancora il romanzo di chiamava Retcon, misi insieme una colonna sonora mixata che nelle mie intenzioni poteva accompagnare degnamente il libro per mood e contenuto. Quella colonna sonora fu poi ripresa anche da Zona 42 che la ripropose sul sito con una mia breve esegesi del dj set. Negli anni scorsi, ho selezionato anche delle tracklist da accompagnare alle mie antologie Spore, Il lettore universale e L'esatta percezione, ma in questi casi si trattava solo di una selezione di pezzi, senza mixaggio.

Ora che però è uscito Diario dal tempo profondo che può essere definitivo "romanzo" secondo gli standard internazionali di lunghezza (anche se io preferisco parlare di "libro illustrato" perché è così che è nato), era doveroso comporre un'altra soundtrack mixata appositamente come nel caso di DTS. In questo caso, a dire la verità, il compito è stato più facile, perché durante la frenetica stesura di DTP mi sono davvero focalizzato su un tipo particolare di musica, in particolare le sonorità tripping di Stephan Bodzin e gli inni alla natura di Dominik Eulberg, che insieme esprimevano al meglio l'essenza della storia che stavo costruendo, fatta di esplorazione e creature incredibili.

Sono partito quindi da alcune di quelle tracce che mi hanno continuamente accompagnato e sostenuto durante quei mesi di lavoro, come Diamant e Goldene Acht e ho aggiunto alcune altre che mi sembravano adatte a rappresentare alcuni elementi della storia, dell'atmosfera e dei temi di DTP. Non sarà troppo difficile capire a cosa si riferiscono La machine du temps e Solastalgia, oppure Orca, Madagascar e Tears for Animals. Alcuni collegamenti sono più sottili, come nel caso di Don't Skip e Momentan, ma ho cercato comunque di seguire con la musica il percorso del libro. Non sono riuscito a farci rientrare alcuni pezzi che mi sembravano adatti (come qualcosa di Minilogue e Moderat), per limiti di spazio o perché difficili da amalgamare con gli altri già presenti, ma sono soddisfatto del risultato, anche perché come spesso cerco di fare sono riuscito a far rientarre in un unico set generi diversi (dalla minimal alla trance, dall'idm all'elettronica strumentale) e diverse epoche (pezzi che vanno dagli anni 90 a pochi mesi fa).

Ecco quindi Deep Time, la soundtrack ufficiale di Diario dal tempo profondo, che potete ascoltare sul mio mixcloud insieme a tutti gli altri dj set che carico ogni tanto (con la sconvolgente media di uno all'anno). Mi auguro che possa suggerire a voi le stesse suggestioni che ne ho ricavato io, con o senza libro.



Rapporto letture - Febbraio 2021

Il post precedente a questo è il rapporto letture del mese scorso, chiedo scusa per non aver aggiunto altro nel frattempo, ma tra Story Doctor, Specularia, Instagram e i vari contributi qua e là le risorse per il blog sono sempre più limitate. Mi viene sempre da giustificarmi perché Unknown to Millions è l'archivio storico delle mie considerazioni (10 years and counting) e mi dispiace lasciarlo in standby, ma il tempo è quello che è.

Comunque, ecco il mio commento ai libri di gennaio, come da proposito per quest'anno, alla lettura di fantascienza e affini ho deciso di affiancare altri generi e testi non di narrativa. E infatti.


Infatti il primo libro che ho letto è stato Armi acciaio e malattie, un saggio degli anni 70 di Jared Diamond ormai diventato un punto di riferimento per storici e antropologi. L'obiettivo del libro è trovare una spiegazione al fatto che il progresso delle diverse civiltà umane sia stato così difforme sul pianeta, e giustificare senza l'uso di paradigmi razzisti la predominanza delle nazioni auropee e asiatiche sugli alti continenti. Diamond parte molto indietro, dalla fine dell'ultima glaciazione, e cerca di mettere insieme i passi che i vari popoli umani hanno compiuto verso la formazione della "società", identificando i fattori chiave nella costituzione di aggregati più strutturati di tribù. L'analisi è molto convincente e trova riscontro in alcuni esempi pratici, con approccio scientifico alle discipline storiche che a volte sembra mancare nelle teorie più diffuse e studiate. In effetti molte di queste nozioni le avevo già trovate altrove, quindi non mi è risultato del tutto nuovo, ma probabilmente la fonte primaria era proprio lo studio di Diamond. Quindi questo testo rimane fondamentale per chiunque si interessi della storia evolutiva della nostra specie e dell'impatto dell'uomo sul pianeta.

 

In queste settimane ho anche recuperato un grande classico, uno di quei testi che si leggono forse troppo presto. Infatti ho vaghi ricordi aver letto La fattoria degli animali in terza o quarta superiore, ma non ne ricordavo granché. L'ho ripreso (in lingua originale) per scrivere poi un articolo su Stay Nerd. Ora, ovviamente non serve nel 2021 arrivi uno stronzo qualunque come me a recensire George Orwell, quindi in questo caso mi risparmio le considerazione su trama, scrittura e così via. Posso dire che riletto adesso, anche alla luce di come la società globale si sta movendo, Animal Farm continua ad avere una notevole rilevanza, anche al di là degli immediati rimandi allo stalinismo. Ma di questo ho parlato appunto nell'articolo linkato prima, quindi vi rimando lì per approfondire.


E a questo punto devo parlare di La quinta stagione. Di questo romanzo e della serie della Terra Spezzata che ha vinto per tre anni di fila il premio Hugo avevo sentito parlare fino alla nausea, e forse proprio per questo lo avevo deliberatamente ignorato. Sono sempre diffidente nei confronti di quei libri che sbancano tutto, quegli autori che sono considerati i nuovi qualcosa, le next big thing che tutti devono leggere. In questi casi sospetto che ci sia dietro una forte operazione di marketin che poi, arrivati a scartare il pacco, non contiene niente. Poi ho iniziato a leggere il romanzo di N.K Jemisin e mi sono sentito un idiota totale. La quinta stagione è potente, avvincente, ben progettato, ma soprattutto significativo. In un settore che spesso propone storie che hanno concept interessanti ma che poi non dicono nulla, questo invece ha un messaggio di fondo forte e attuale. Il worldbuiling è eccellente e non si limita a mettere insieme dettagli su dettagli, ma li utilizza e li rivela in modo funzionale allo svolgimento della trama e all'arco narrativo dei personaggi. Le rivelazioni e i momenti climatici sono ben dosati e gestiti, e portano quindi a seguire col giusto livello di interesse una vicenda che alla fine non ha dissolto quasi nessuno dei suoi misteri. Siccome come sempre non voglio sembrare il fanboy con gli occhi a cuore ma voglio mantenere l'obiettività, come aspetto negativo posso dire che in certe sequenze lo stile si fa forse troppo enfaico, con ripetizioni e rientri a capo accumulati (e non credo sia una questione di traduzione). A mio avviso avrebbe funzionato anche senza, ma forse in questo modo si rende meglio la cinematograficità del tutto. In ogni caso, La quinta stagione è uno di quei libri che segnano davvero i lettori capaci di comprenderli, e per me è stato così. Sono convinto che se dessimo da leggere storie come questa ai ragazzi a scuola invece dei Malavoglia formeremmo persone più autonome e consapevoli, e magari anche interessate alla lettura, pensa te che roba. Voto: 9/10

 Infine usciamo ancora dalla narrativa con Helgoland, un libro breve ma completo sulla meccanica quantistica di Carlo Rovelli. Partendo dal ritiro mistico di Werner Heisenberg su quest'isola sacra, dove è nata l'idea di base che avrebbe portato alla definizione dei quanti, Rovelli traccia un percorso relativamente accessibile a questa interpretazione della fisica che per quanto appaia paradossale riesce invece a conciliare molte delle contraddizioni che si rilevavano tra la fisica classica e quella microscopica. L'autore riesce a non sconfinare troppo nel tecnico e si limita a mettere giù solo due-tre formule, dedicandosi poi soprattutto a interpretare il loro signifiato in termini fisici e filosofici. Una lettura stimolante che non richiede particolari nozioni, e che fornisce un importante tassello nella comprensione (o non-comprensione) del mondo, che è più liquido di quanto ci immaginiamo. Peraltro, visto che sono in fase di revisione del mio prossimo romanzo Sinfonia per theremin e merli, che include arogmenti simili, la lettura di questo libro si è rivelata propedeutica e complementare alla trattazione di questi temi.


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