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Coppi Night 27/01/2019 - Day of the Dead: Bloodline

In passato nei commenti ai film visti durante le Coppi Night ho avuto varie occasioni di esprimere apprezzamento per produzoni spagnole: Mientras Duermes, Los Ultimos Dias, El Bar, Cella 211. Con mia sorpresa mi sono sembrati tutti film di buon livello, quindi pur avendo una certa diffidenza di base nei confronti dei filmdi zombie (soprattutto quando non fanno nemmeno lo sforzo di trovarsi un titolo originale), ho pensato che questo potesse avere una sua ragione d'essere.

E invece no.

Questo Day of the Dead, che qualcuno ha pure spacciato come un remake dell'omonimo film di Romero (non mi è chiaro in base a quale criterio, a parte appunto il titolo) inanella uno dopo l'altro tutti i cliché del film horror di serie Z. Dal motore che non parte all'idiota che rimane indietro senza avvertire e mette in pericolo il gruppo, dalla bambina malata che scappa senza ragione al mostro ubiquo. Non c'è nessuna traccia di originalità, di passione, di voglia di mostrare qualcosa di nuovo. L'unica variazione sul tema visto e rivisto fino alla nausea cosmica è lo zombie che oltre a essere morto vivente è anche uno stalker violentatore che mette la sua voglia di carne umana al secondo posto dietro la sua voglia di scopare. Ho sperato e pregato che quando questo punto emerge potesse condurre a una svolta, qualcosa del tipo "se sei abbastanza ossessionato puoi invertire la zombificazione", ma no, niente del genere. Era soltanto un modo per rendere il nemico ancora più disgustoso e pericoloso, o almeno questo voleva essere nelle intenzioni di chi ha fatto il film. Affermare che ci siano riusciti è un'altra cosa.

La sciatteria si rileva in tanti dettagli, alcuni tutt'altro che marginali. In genere in un film di zombie ci si aspetta che venga offerta una minima spiegazione di come il contagio si origina e diffonde, qui invece manco quello. Dal primo infetto nel giro di quatto ore siamo già al livello apocalisse, e poi boom, flashforward cinque anni dopo. E la cosa assurda è che i sopravvissuti tutto sommato se la passano alla grande: hanno il loro villaggio fortificato, sorvegliato da militari con armi cariche, mezzi di trasporto e benzina, bambini che nascono, e una mensa che distribuisce pasti caldi ogni giorno e mannaggialamorte fanno pure jogging intorno al bunker! Roba che quelli di The Walking Dead ci metterebbero la firma subito. Ma invece vogliono farci credere che si trovano in difficoltà, nonostante siano sopravvissuti a una cazzo di apocalisse zombie.

A tutto questo si aggiunge la classica protagonista a cui auguri di mangiare una noce e scoprire solo in quel momento di essere allergica e schiantare di shock anafilattico così, de botto, senza pathos e senza dignità. Bella, intelligente, salda di principi: perfetta. Ha sempre ragione, anche quando è lei a fare le cazzate immense che portano alla morte prima di una, poi due, poi decine e centinaia di persone. Ma lei è nel giusto. Anche se si fa le sue corsette a venti centimetri dalla recinzione che li separa dagli zombie e forse sarebbe il caso di non provocarli: no, lei sa meglio di tutti cosa è giusto fare. E chiaramente si farà una schiera di morti intorno prima di abbassare la testa e ammettere che ha sbagliato. Cosa che infatti non farà, ma i morti li provoca comunque. L'importante è che si salvi la bambina anche se i suoi genitori sono esplosi e hanno tentato di sbranarla, no?

Insomma una schifezza immensa. Sotto tutti i punti di vista, non ci sono nemmeno doti tecniche a redimere il porcaio generale. L'archetipo per cui tutti i film di zombie ormai sono da tenere a distanza, con buona pace di chi ci prova davvero a fare qualcosa di buono.

Coppi Night 30/12/2018 - I tre volti della paura

Ultima Coppi Night dell'anno, anche se come si può notare ho notevolmente ridotto la mia partecipazione agli eventi domenicali del Coppi Club per ragioni logistiche familiari. Cercherò per quanto possibile di essere presente ma per i prossimi mesi non posso garantire la costanza degli ultimi... beh, dieci-undici anni.

Nessun tema natalizio o festivo per questa ricorrenza in punto di morte del 2018, ma una votazione con i soliti criteri che ha portato alla visione di quello che ho scoperto essere considerato un classico del cinema horror. Tre episodi, adattati da racconti di Tolstoj, Maupassant e Checkov. Qui "horror" va inteso in un senso molto ampio, al di fuori dei parametri che definiscono oggi cosa è il cinema di genere. Siamo forse nei pressi di film "thriller" o "del mistero", ma comunque sempre intendendo questi termini con l'accezione che avevano all'epoca, in cui forse non si preoccupavano nemmeno tanto di mescolare tipi di storie diversi.

C'è da dire che, da spettatore smaliziato del 2019, tutti gli episodi risultano piuttosto prevedibili. Si capisce abbastanza presto dove andranno a finire, anche nei casi in cui è previsto che il finale sia una specie di sorpresa (non credo si dicesse "plot twist" nel 1963). Ma forse è anche vero che la sorpresa non era tanto l'obiettivo principale, quanto piuttosto una certa "atmosfera" di tensione e inquietudine, che ammetto di aver percepito in certi momenti. Anche se nella maggior parte dei casi la percezione era un "ma perché sei così idiota?" rivolto ai protagonisti, e forse è proprio in questo che il film è diventato un classico del genere horror, visto che è da decenni che i film di questo genere si basano sull'inettitudine dei loro personaggi.

Ma ammetto di essere stato genuinamente in dubbio se l'anziano capofamiglia fosse diventato un vampiro o fosse semplicemente un vecchio burbero un po' stronzo. E non mi sarei aspettato in un film di quegli anni un'allusione così esplicita a una relazione lebsica (che infatti in alcune versioni internazionali del film è stata in parte censurata).

Riconosco e rispetto quindi il valore storico di quest'opera ma mentirei se dicessi che ne ho tratto piacere durante la visione. Ma si sa che noi millennials abbiamo perso qualunque gusto e riferimento culturale, per cui non prendetemi come esempio e dite pure in giro che vi è piaciuto tanto tanto.

Coppi Night 21/10/2018 - Now You See Mee 2

Io non avevo nessuna intenzione di vedere questo film. Nessuno dei presenti voleva vederlo. Ma hai presente quando sei lì che scrolli nelle sottocategorie di Netflix e non trovi mai quella cosa che ti stuzzica abbastanza, sì questo potrebbe essere però insomma non so, e alla fine caschi su quella cosa che in realtà non ti interessa, ma proprio per questo sai che non ti deluderà, perché non ti importa nulla? Probabilmente questa condotta è l'indizio di qualche stato ansiogeno, ma a me capita spesso. Fato sta che alla fine ci siamo decisi a guardare il seguito di Now You See Me, che già a suo tempo mi aveva fatto piuttosto schifo. E sapevo che questo era peggio.

Di film brutti ne ho visti tanti, sia in quindici anni di Coppi Club sia per conto mio. Però questo per il momento spicca nei miei ricori più recenti come uno dei peggiori. Non si tratta di un prodotto bruto nel senso di scadente, perché l'aspetto tecnico è curato quanto basta per un prodotto Hollywoodiano: buoni attori con nomi di punta, begli effetti speciali, e regia non impegnativa ma dignitosa. Tutto il film però è pervaso da quell'opprimente nebbia di "ora ti faccio vedere quanto sono più furbo di te" che però si ottiene solo grazie a incoerenze, disonestà e vere e proprie stronzate. Non sto a fare la lista di ognuna di queste, anche perché sarebbe davvero frustrante doverci ripensare, ma c'è una continua ostentazione di quello che i protagonisti sanno fare, senza mai avere la pazienza di illustrare perché lo sanno fare, quali sono i limiti delle loro capacità, e soprattutto per quale cazzo di ragione fanno quello che fanno, oltre al far vedere che lo sanno fare al pubblico.

La trama è di una ridicolaggine disarmante, mescola l'anticorporativismo (uuuuh, quello sarebbe Steve Jobs ma è kathtivoh!!!), le teorie del complotto (si vendono la tua privacy, svegliaaaaa!!!!) e quattro maghi che sono capaci di creare qualunque illusione, dal controllo mentale (perché l'ipnosi non funziona così) alla smaterializzazione (non puoi buttarti a terra sul marciapiede e scmparire), che si scoprono anche provetti rapinatori e ottimi combattenti a mani nude. È importante sottolineare che nel mondo del film non esiste la magia vera e propria (che avrebbe anche potuto essere la base del film), e quindi i protagonisti sono semplici illusionisti e prestidigitatori, ma nonostante questo compiono atti al di fuori di ogni legge fisica e in contrasto con i principi naturali di causa-effetto su cui si basa l'universo. E tutto ciò lo fanno agli ordini dell'agente dell'FBI-che-in-realtà-è-un-mago-pure-lui che costituiva il plot twist (indegno) del film precedente. Ma naturalmente in tutto questo gioco ognuno ha una parte doppia, e così i cattivi si scoprono essere buoni, i buoni si scoprono essere più buoni ancora, e tutti quelli che sembravano lì per caso in realtà ci sono perché avevano preparato tutto-tutto fin dall'inizio e ogni mossa era controllata nonostante il piano dipendesse principalmente dal fatto che uno stronzo qualsiasi starnutisse in un momento preciso.

Nel complesso però una delle cose che mi fa più incazzare di tutte è come nel film questo quartetto di esibizionisti abbia una reputazione tale da attirare le folle in mondovisione con le immagini proiettate sulla piramide di Cheope e la muraglia cinese. A parte il fatto che la nuova signorina del gruppo (che sostituisce quella del film precedente) è appena entrata nella compagnia quindi non dovrebbe essere riconosciuta e acclamata come se ne avesse sempre fatto parte, ma come si fa a pensare che un gruppo di maghi abbia un'adorazione così universale da parte di tutto il mondo? Diocristo, ma nemmeno i Beatles erano così acclamati, e qui si sta parlando di attenione mondiale. Al massimo potrebbero vingere America's Got Talent, ma quanto mai si può diventare famosi e fare giochi di carte? Che poi, nonostante questa fama internazionale, quando poi vanno in giro a fingere di essere gente qualunque nessuno li riconosce. Molto comodo.

Insomma, un filmaccio supponente che ti sgambetta di continuo e poi ti dice: "Ha! Sei caduto!" Una brutta riproposizione di stili già al limite con Ocean's Eleven e affini. E un peggioramento netto rispetto al capitolo precedente, il che non era facile. Ma forse per il fatto che metà del film sia ambientato in Cina, e quindi sia stato distribuito là, farà sì che ne venga fuori un altro. Moriremo di pandering.

Coppi Night 14/10/2018 - Mine

Questo è un film che all'epoca della sua uscita aveva solleticato la mia attenzione ma che poi non ero riuscito a vedere subito, dopodiché, ammetto, me ne sono candidamente dimenticato e solo ora che mi è apparso su Netflix mi sono ricordato dell'interesse che aveva suscitato. L'interesse nasce soprattutto dal fatto che è una produzione internazionale, proposta come un qualunque b-movie hollywoodiano (da intendersi non in senso qualitativo, ma come produzione con budget relativamente basso, ma scritto e diretto da due italiani. Roba che non si vede tutti i giorni, anche se i due in questione, che si firmano Fabio&Fabio e sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, non è la prima volta che si dedicano a produzioni di questo tipo, dato che hanno anche scritto la sceneggiatura di True Love, visto tempo fa e in buona parte apprezzato.

L'idea alla base di Mine è molto semplice: un soldato in terreno di guerra si accorge di aver pestato una mina, deve quindi rimanere immobile con il piede piantato sull'ordigno per evitare di saltare in aria, cercando il modo di salvarsi. Talmente semplice che, chiaramente, non è banale costruirci sopra un film funzionante. Quando il tuo protagonista deve rimanere per tutto il film immobile in mezzo al deserto, devi inventarti qualcosa per rendere la sua storia avvincente.

Difatti Mine cambia più volte registro nel suo svolgimento. Inizia come un film di guerra come se ne vedono tanti, in genere classificati sotto l'etichetta "americanata": il nostro eroe cecchino, il compagno d'armi chiacchierone che è pure il migliore amico, gli scrupoli morali verso l'omicidio di un possibile innocente, il comando insensibile alle richieste dei suoi soldati. La situazione poi cambia quando il protagonista (Mike, interpretato da Armie Hammer) rimane piantato sulla mina come già sapevamo che sarebbe successo: diventa un survival movie, con la ricerca di un modo per rimanere in vita il tanto che basta da ricevere soccorsi. Questa è la fase più lunga del film, durante il quale Mike deve affrontare una serie di difficoltà, rimanendo fermo dove si trova: tempeste di sabbia, sciacalli, disidratazione, delirio, e abitanti del deserto un po' rompicoglioni. Ma poi anche questa fase passa, e dopo qualche piccolo indizio sparso nelle scene precedenti si arriva al vero nucleo della storia: e siamo passati al dramma.

Arrivati a questo punto, non è più tanto la sorte di Mike a importare, ma ciò che lo ha portato a essere lì, adesso. Il fastidioso berbero che gli ronza intorno lo porta proprio a pensare a questo, in una catena di domande che all'inizio sembrano una presa in giro ma poi si fanno più profonde: "perché hai messo il piede sulla mina / persché stavi scappando / perché sei in guerra / perché hai voluto partire". E con l'aiuto di qualche goccia di droga allucinogena (non so bene cosa coltivino nel deserto dell'Afghanistan, oppio forse?) iniziamo a conoscere il suo passato rappresentato in poche, brevi sequenze: il rapporto con i genitori, il padre abusivo e la madre malata, e poi la fidanzata Jenny, che lo aspetta a casa, o forse no, non l'aspetta più. Ed ecco che Mike, in tutte queste occasioni, fa un passo sbagliato, mette il piede su una mina, click, e deve riuscire a trovare il modo di fare quel passo che potrebbe portare alla sua distruzione. Lo vediamo in ginocchio, come adesso, a cercare il modo e la ragione per andare avanti. È una parte relativamente breve nell'economia del film, ma ne racchiude tutto il senso, e lo fa evolvere al di là del semplice giocattolo ben costruito, lo fa diventare una storia personale e universale. Perché le mine che Mike ha calpestato nella sua vita sono quelle che rischiamo di pestare tutti (ok, forse esclusa quella in Afghanistan) e la forza che ha cercato lui è quella di cui abbiamo bisogno tutti.

È un grande risultato per un film con queste premesse, sicuramente oltre tutte le mie aspettative. Forse da un certo punto di vista diventa anche il suo unico punto debole, perché la retorica del "andare avanti" viene esplicitata e ripetuta fino allo sfinimento, nel passato e nel presente, da parte di tutti. Sembra quasi che gli autori avessero timore che non si capisse che loro non stavano facendo un film di guerra e volessero sottolinearlo, perché fosse chiaro oltre ogni dubbio, che c'era un senso nascosto sotto tutto questo. Ci hanno insistito così tanto che la frase diventa quasi melensa, soprattutto nell'ultima parte.

Ma mi sento comunque di perdonare questa sbavatura, attribuirla all'ansia da prestazione di qualcuno che ha qualcosa da dire e ha solo un'occasione per farlo, e teme di essere frainteso. Quindi nonostante qualche difetto trascurabile, che avrebbe potuto essere evitato con qualche limatura, posso dire che Mine è un ottimo film e che adesso seguirò con più attenzione la carriera di Fabio&Fabio, ad esempio a partire da Ride uscito poche settimane fa.

Coppi Night 30/09/2018 - The Ritual

Se si inizia una storia con "quattro amici persi nel bosco", è facile prevedere dove andrà a finire. Il gioco che inizia subito è quello di individuare chi sarà il primo a morire, e chi invece rimarrà per ultimo e forse se la scamperà. Da questo punto di vista, The Ritual non fa eccezione, perché è proprio quel tipo di film, nel quale quattro amici nel bosco si perdono e le cose finiscono male.

Ma si sa, di storie originali sono pieni i Blockbuster falliti vent'anni fa, quindi nessuno pretende che una storia sia totalmente innovativa perché sia piacevole. E The Ritual è quel tipo di film, in cui un'idea tutto sommato scontata risulta efficace grazie a come viene proposta.

A reggere tutta la storia c'è un antefatto importante. I quattro amici stanno affrontando un viaggio commemorativo in onore del quinto del gruppo, rimasto ucciso alcuni mesi prima durante una rapina, alla quale era presente anche il protagonsita della storia, che paralizzato dalla paura non è intervenuto per aiutarlo, e forse anche salvarlo. Questo nodo irrisolto sta alla base delle dinamiche del gruppo, da una parte come senso di colpa, dall'altra come rancore nei confronti del vigliacco che ha lasciato ammazzare un amico. C'è tensione, fin dai primi momenti, non è dichiarata ma si percepisce, ed è chiaro che nesssuno si sta divertendo in questa vacanza. Poi naturalmente le cose peggiorano quando entrano di mezzo semidivinità nordiche con i loro boscaioli adoratori pronti a sacrificare vite altrui per placare la loro ira.

E in fondo la parte in cui i mostri (umani e divini) si manifestano è quasi quella più monotona e moscia. Perché il conflitto che sta alla base della storia è un altro, e in quella fase del film viene quasi messo da parte. Sono gli incubi ricorrenti, in cui il protagonista rivive la scena della rapina con alcune varianti, a portare avanti il vero terrore. Il boss finale si rivela poi interessante nella forma, ma non così efficace nel portare avanti il suo dominio, ubbidisce lui stesso a delle leggi più grandi, e non ha potere al di fuori del suo territorio. Ed è lì che si finisce, tornando al mondo normale che piano piano sta perdendo i pezzi, in un territorio governato da leggi che non possiamo controllare.

Se dovessi paragonarlo a qualcosa, potrei The Ritual a The Descent. Struttura e svoglimento sono simili, con un gruppo di amici che esplorano spazi sconosciuti e scoprono qualcosa con cui non hanno la forza di confrontarsi, e dal quale riemergono le diffidenze e le amarezze sepolte per anni. The Descent è più efficace, perché in questo invece c'è una parte centrale un po' più moscia, che è poi quella che dà il titolo al film anche se non ne costituisce il centro. Comunque un buon modo di intendere l'horror, come quel tipo di narrativa che proietta fuori i mostri che stanno dentro.

Coppi Night 23/09/2018 - Pet Semetary

I film tratti da lavori di Stephen King sono sempre una scommessa. Di recente c'è stata anche una nuova esplosione di adattamenti, ma per ogni Gioco di Gerald ti tocca anche una Torre Nera quindi non sai mai dove ti vai a infilare. In questo caso specifico c'è anche da tenere conto di una certa evoluzione dei canoni del cinema, soprattutto di quello horror, ormai quasi trent'anni fa.

Ma, anche al netto di effetti speciali e musiche inascoltabili, c'è molto che non mi ha convinto in questo film cult (almeno, mi pare di averne sentito parlare spesso in questi termini). Credo di non irritare nessuno con gli spoiler se racconto un po' cosa succede... e se anche così fosse andatevi a leggere il mio manifesto anti-spoiler-alert. In sostanza, un medico (che comunque a quanto pare ha ben poco da lavorare, visto che è sempre a casa) si trasferisce in una cittadina con la sua famiglia: moglie, figlia di sette-otto anni, figlioletto di un anno o poco più e gatto. La nuova casa si affaccia su una superstrada continuamente trafficata da tir che per qualche anomalia di fabbricazione non montano i freni e quindi schizzano sempre a 88 miglia orarie. Per questo nella cittadina vengono continuamente sterminati gli animaletti di casa, ed esiste quindi un apposito cimitero dei cuccioli dove le bestiole vengono seppellite. Quando inevitabilmente il gatto viene investito, proprio quando la bambina è fuori casa per qualche giorno, il padre su consiglio del vicino di casa impiccione va a seppellire il micio (il cui cadavere è in splendida forma per essere stato stirato da un autoarticolato) in un vecchio cimitero indiano che ha la sorprendente (ma neanche tanto, per lo spettatore) capacità di riportare in vita i morti. Quindi il gatto torna il giorno dopo, ma è diventato un perfetto stronzo, comunque non più di tanti altri gatti che conosco e non sono stati riportati in vita. Nessuno nota nulla a parte il puzzo di carogna, poi però anche il piccoletto di casa finisce sotto un camion e dopo il funerale, devastato dal dolore e dalla rissa con il suocero, il protagonista decide di riservare lo stesso trattamento al suo figlioletto. Trafuga il corpo dalla bara, anche questo inspiegabilmente integro nonostante sia finito sotto diciotto tonnellate di lamiera a cento chilometri all'ora, e pure il bimbo ritorna. Solo che ora è diventato in pratica la Chucky di La bambola assassina, trafuga il bisturi del babbo e si dedica a scotennare il vicino, la mamma e poi ci prova anche con lui. Alla fine il nostro eroe riesce a sopraffarlo e lo elimina con un'iniezione letale. A quel punto gli viene in mente di poter resuscitare anche la moglie, perché cosa mai potrà andare male?

Ci sono parecchie cose che non vanno in questa storia. Soprattutto non sono chiare le regole del gioco. Nel senso, quali sono i poteri del cimitero indiano? Riporta in vita i morti, ma a che condizioni? Se un corpo è distrutto, lo rimette insieme? E in quanto tempo? E quali "poteri" dona oltre a restituire la vita? Perché il bambino non solo è malefico, ma sembra anche essere diventato incredibilmente loquace quando prima sapeva appena due parole, sa usare il telefono, le armi, sembra che abbia una forza innaturale e ha pure l'intelligenza per preparare delle trappole. Non c'era niente nel gatto ritornato che facesse supporre che avesse acquisito tutte queste capacità. Quindi pare che gli effetti siano piuttosto random, e decisi solo sulla base di quali occasioni per scene gore possono offrire.

Ma c'è anche un altro punto che secondo me brucia tutto il valore di questa storia. Ti muore il figlio, tu sai che puoi riportarlo in vita ma con un prezzo da pagare: non sarà più lo stesso. Questo già di per sé sarebbe terribile. Ma nel momento in cui fai tornare il bambino, e questo si rivela essere diventato il figlio di Satana assetato di sangue, allora è facile pensare che devi eliminarlo. La scena in cui fa l'iniezione al piccolo ha un certo impatto, che però è invalidato da quanto si è visto prima (anche ignorando l'involontaria comicità di un bimbetto che ti salta addosso con il coltello). Perché sappiamo che quella creatura è pura malvagità e tenterà di ucciderti, allora non puoi fare in altro modo, devi ammazzarlo. Immagina se invece il tuo prezioso figlioletto non fosse un concentrato di malvagità e non avesse ucciso tua moglie/sua madre: se fosse soltanto diverso, cambiato, irriconoscibile. Incapace di mostrare emozioni, empatia. Se magari soffrisse il decadimento del suo corpo martoriato, tenuto in vita solo dal sortilegio del cimitero. Se ti incolpasse di averlo fatto tornare in vita quando lui non poteva decidere. E se alla fine fossi costretto a ucciderlo non perché altrimenti lui avrebbe ammazzato te, ma perché ti rendi conto che stava meglio da morto. Non sarebbe immensamente più straziante? Non renderebbe la storia qualcosa di disturbante, basata su un dilemma etico che è un po' quello che ci si pone quando si parla di eutanasia?

Ecco, io ci avevo visto questo potenziale dietro, ma l'ho visto buttato via per seguire il gusto del classico horror con sangue e sbudellamenti. Noioso, imprevedibile solo perché incoerente, e a tratti ridicolo. Non so se il romanzo originale di King seguisse questa stessa trama o fosse più simile alla mia idea. Ma quella mi pare l'unica storia davvero orrorifica che si può raccontare, a partire dalla premessa.

Coppi Night 16/09/2018 - The Signal

C'è stato un certo iato nelle Coppi Night, perché si sa l'estate e le ferie e gli eventi e gli impegni e vabbè. Ma ora può darsi si riesca a riprendere una certa regolarità, e questa settimana ho messo su una selezione frettolosa di film tra cui l'ha spuntata questo The Signal.

Nonostante la criptica descrizione di Netflix, lo avevo identificato subito come un film sulle
abduction, e già lì la mia curiosità e il mio incoffessabile timore per questo tema sono state stuzzicate. Conosciamo tre ragazzi, in viaggio per accompagnare l'amica/fidanzata nel suo trasloco. Il protagonista cammina con le stampelle e i due maschietti sono pure dei programmatori in competizione con un terzo misterioso hacker che li ha messi nei casini. Scoprono di passare vicino al punto in cui lo hanno localizzato ("vicino" per come lo intendono negli USA, sono giusto un 300 km di detour) e decidono di andarlo a smascherare.

C'è giusto il tempo di sospettare che il resto del film diventi un found footage (grazie a dio non è così), che succede quello che doveva succedere e il nostro protagonista si risveglia in sedia a rotelle, in mezzo a gente imbottita in tute di contenimento e Laurence Fishburne che gli fa domande strane. Il mistero comunque dura poco, visto che gli viene subito rivelato che sono entrati in contatto con qualche creatura aliena, ed è per questo che adesso sono lì dentro, sottoposti a esami di vario tipo.

Questa è probabilmente la parte più interessante del film, con la partita mentale tra il protagonista e i suoi carcerieri. Anche se alcuni momenti sembrano un po' forzati, la tensione rimane alta e il conflitto funziona. Poi a un certo punto il ragazzo riesce a scappare, insieme alla sua fidanzata ancora in coma, e qui si inizia a perdere il filo. Vedere gli agenti dell'Area 51 (ops, mi è scappato, ma scommetto che l'effetto sorpresa è migliore di quello ottenuto nel fim) al di fuori del loro ambiente asettico sminuisce la loro figura. È chiaro fin da subito che c'è qualcos'altro di nascosto, ma si fa presto a immaginare di che si tratta, e dopo lo standoff finale si arriva alla rivelazione che tutti a quel punto si aspettavano. Con un sottofondo dubstep del tutto fuori luogo, che sembra alterare il registro tenuto dal film fino a quel momento, come a dire "ehilà, abbiamo scherzato, dai!".

Peccato perché la prima parte era interessante, e a livello tecnico il film è ben realizzato. Fotografia, regia ed effetti speciali sono di livello elevato per una produzione di questo tipo, e avrebbero potuto dare forza a un film capace di dare un messaggio. Sembra invece che gli autori abbiano concentrato tutti i loro sforzi in continui plot twist, che poi non twistano più di tanto, dimenticandosi di dare consistenza alla storia nel suo complesso proprio quando ne aveva più bisogno. Apprezzabile il tentativo, ma poco convincente il risultato.

Coppi Night 05/08/2018 - Regression

Le Coppi Night stanno subendo una battuta d'arresto, un po' per la stagione estiva che scoraggia cinque-sei persone a chiudersi per due ore in una stanza di otto metri quadri, un po' per questioni di disponibilità degli spazi. Anche quella del post attuale non è una Coppi Night vera e propria ma solo un film che mi sono visto a casa mia di domenica sera. Mi pare però il caso di approfittare per farne due parole, soprattutto per mettere in guardia l'ignaro lettore che potrebbe aver voglia di vedere questo film.

Come già ho avuto modo di dichiarare in altri post, non ho una considerazione rigida dello spoiler. Una storia (film/libro/quelchetipare) che può essere di fatto rovinata da uno spoiler ha probabilmente poco valore di per sé. A maggior ragione, una brutta storia necessita di essere spoilerata affinché si possa capire perché non merita il tempo che richiederebbe la sua fruizione. Quindi nel seguito del post, come ho già fatto con altri libri o film palesemente brutti, andrò libero con gli spoiler. Ma credetemi, vi sto facendo un favore.

Regression parte come un'indagine su una violenza sessuale del detective protagnista (Ethan Hawke). È il padre della vittima (una Emma Watson che dovrebbe avere diciassette anni) a confessare e autoincriminarsi delle violenze. Dietro tutto questo però sembra esserci una rete di satanisti, che all'epoca andavano molto di moda. Per recuperare i ricordi che il padre e altri coinvolti nelle vicende (tra cui un collega poliziotto) sembrano non poter afferrare, viene assunto uno psichiatra che applica l'ipnosi regressiva: emergono così questi particolari truci e malefici. Il detective inizia a sospettare di tutti, ha incubi sulla setta satanica, e si aspetta di diventare la prossima vittima dei satanisti. Nel frattempo il suo rapporto con la ragazzina si approfondisce e attraversa anche qualche barriera deontologica. Salvo che poi si scopre che le cose non tornano, non c'è nessun satanista, e la Watson si è inventata tutto per far andare il padre in galera perché odia lui e tutta la sua famiglia. La regressione ipnotica è una puttanata che ha solo suggestionato la gente che ha confessato quello che il detective voleva che dicessero, i ricordi finti si sono autoalimentati e pure lui si è illuso di essere perseguitato quando nessuno se lo cagava. Wow, bel plot twist, a pensarci è un ribaltamento notevole, la vittima che diventa l'unico vero cattivo, gente innocente finita in carcere per accuse orribili solo per un suo capriccio e una tecnica investigativa viziata... però, no. Questa storia non regge. Perché nella prima scena del film, il padre va alla polizia e confessa. Dice testualmente "sì, sono stato io, però non me lo ricordo". E in quel momento, nell'ufficio ci sono solo lui, il detective e il superiore della polizia. Nessuno psichiatra, nessuna regressione o suggestione. Tutta l'indagine parte da lì, dal padre che per quanto ex alcolista, attuale fanatico religioso, e da sempre individuo fragile, non ha motivo di dire di aver violentato sua figlia se non l'ha fatto. In seguito si può credere che la falsa pista della regressione e le notizie sui giornali abbiano influenzato tutti, ma in quel preciso momento non esiste niente di tutto questo. Eppure tutta l'indagine parte da lì! Manca anche un'altra parte importante, tanto che ho pensato che qualche scena sia stata tagliata. Verso la fine c'è un confronto tra il detective e lo psichiatra: il primo accusa l'altro che le sue tecniche hanno portato a un'indagine falsata, il secondo ribatte che la sua è una scienza e non può sbagliare. E finisce lì. Non sappiamo se lo psichiatra stesse volutamente manipolando le sedute, se fosse troppo ansioso di dimostrare le sue capacità o banalmente inesperto. Quello che è il nucleo centrale della storia (tanto che gli dà il titolo) rimane irrisolto.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che il film è di una lentezza estenuante, e totalmente piatto sotto tutti i punti di vista: regia anonima, recitazione (di tutti) senza guizzi, fotografia smorta, colonna sonora non pervenuta. Sembra davvero un film messo insieme senza che nessuno ne avesse davvero voglia. La tesina dell'esame di maturità che vabbè la devi fare per forza allora prendi degli stralci di wikipedia e gli cambi giusto la punteggiatura. Non c'è un attimo di tensione, niente che catturi l'attenzione. Persino il sogno erotico con Emma Watson nuda (che so farebbe la felicità di tanti fanboy) non suscita niente di quel che dovrebbe.

I veri satanisti avrebbero tutto il diritto di prendere le distanze da questo film che li dipinge come gente prevedibile, caricaturalmente cattiva (orge, omicidi, cannibalismo), e in fin dei conti soprattutto noiosa.

Coppi Night 17/06/2018 - Goodbye Lenin

Questa Coppi Night si è configurata come cineforum, in quanto è stato scelta in partenza la proiezione di questo film propedeutico agli studi di un paio di membri del Club. Ammetto fin da subito che in genere parto prevenuto verso questo tipo di film storico-politici, che per la maggior parte mi risultano fin troppo didascalici e strabordanti di retorica. Poi stiamo pure parlando di un film tedesco.

Invece alla fine posso dire che Goodbye Lenin mi è sostanzialmente piaciuto, perché si tratta soprattutto di una vicenda personale e familiare, qualcosa di estremamente quotidiano se pur portato ai limiti dell'assurdo. Forse la parte iniziale è meno convincente, proprio perché si dedica per lo più a illustrare il contesto storico in cui si svolge la vicenda, nella Berlino occupata e divisa tra Russia e potenze capitaliste. Quando poi si arriva al nucleo della storia, con la madre che si risveglia dal coma dopo alcuni mesi, allora il tono cambia e lo fa in modo efficace. C'è un sottile equilibrio tra il dramma e la commedia, che raramente si sbilancia troppo da una parte o dall'altra. Così una pubblicità della Coca-Cola può apparire come il peggiore dei nemici, o dei disgustosi cetriolini in salamoia come l'ostia benedetta portatrice di salvezza.

Una cosa che ho apprezzato molto è come la focalizzazione rimanga sempre concentrata sul protagonista/narratore. Pertanto molti dei momenti più importanti sono visti attraverso il suo filtro, e non ci è dato di sapere come sono vissuti dalla madre, che ne è invece l'epicentro. Per questo non sappiamo cosa il padre le ha detto durante il loro incontro, o se alla fine abbia capito il benevolo inganno a cui è stata sottoposta. Possiamo intuirlo, ma non lo sapremo mai con certezza. Il che è esattamente ciò che si prova quando una persona cara ci lascia.

Fa uno strano effetto vedere come il mondo (o almeno quella parte di mondo, che poi non è tanto lontana da me) fosse diverso solo una trentina d'anni fa. Voglio dire, questi sono eventi che sono accaduti quando io ero già nato, anche se forse non sapevo ancora articolare delle frasi di senso compiuto. Sono avvenimenti così vicini nel tepmo e nello spazio eppure appaiono tanto estranei da essere irriconoscibili. Il che funziona bene da monito, per ricordarci che tornare lì è un attimo.

Che poi, niente afferma che la Berlino Est allineata all'asse sovietico fosse un incubo di repressione, e che solo la via capitalistica della parte Ovest fosse quella libera e giusta. Il film tende a seguire la ragione della storia, ma al di là di qualche gag cercata appositamente non si sbilancia a condannare l'una o l'altra parte. Proprio per questo posso dire che non mi è risultato indigesto nel senso in cui lo sono spesso i film di questo tipo, perché non cerca di impartire lezioni, ma solo di mostrare come i personaggi reagiscono al cambiamenti nel loro mondo.

Coppi Night 10/06/2018 - Annientamento

Ho già parlato di striscio di questo film, in un post di qualche mese fa che era più un'analisi di una certa tendenza del cinema di fantascienza contemporaneo, piuttosto che un commento al film in sé. Avevo già visto Annientamento poco dopo la sua uscita su Netflix in lingua originale (quindi Annihilation), e ho colto l'occasione di rivederlo, seppure in italiano, valutando che sia un film che può giovare di una seconda visione.

Premetteo che nonostante Jeff Vandermeer sia un nome che sta segnando negli ultimi anni il panorama fantascientifico, non ho letto nessuno dei suoi romanzi dell'Area X. Ho sentito dire che il film di Annientamento si discosta per molti aspetti sostanziali dal libro da cui è tratto, ma questo per me non ha alcun impatto sulla valutazione, visto che appunto non li ho letti.

A mio avviso Annientamento è un ottimo film, sotto parecchi punti di vista. Non ho percepito la lentezza dello sviluppo lamentata da molti, anzi credo che questo clima generale di sospensione sia voluto e funzionale alla trama. Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello, fotografia e regia eccellenti ed evocative, effetti speciali contenuti ma efficaci, colonna sonora perfetta (e nel climax del film possiamo ascoltare un ottimo adattamento di Moderat). Ciò che forse può aver perplesso o infastidito molti spettatori è che il film non fa molti sforzi per rendersi comprensibile. In realtà i frammenti per mettere insieme una trama ci sono, e volendo percorrerla in questo modo non sarebbe poi niente di tanto originale: un meteorite precipitato sulla Terra che porta la contaminazione di qualche organismo alieno che è in grado di alterare l'evoluzione, mescolando e rinfrangendo tra loro le informazioni genetiche per creare copie, mutazioni e aberrazioni. Ma in effetti questa è solo un'ossatura, e il film stesso non ci insiste troppo. Quindi chi ha cercato una "storia" nel senso classico non l'ha trovata, ed è rimasto deluso.

Annientamento parla di altro, e per la verità lo fa in termini abbastanza espliciti. Parla di autodistruzione, del desiderio inconscio ma comune a tutti (tutti gli umani? tutte le creature senzienti? tutti gli esseri viventi?) di distruggere se stessi. Questa distruzione può avvenire a più livelli, fisici, psichici e anche solo metaforici, ma rimane un processo continuo. Come viene detto, non significa necessariamente pensare al suicidio: si può anche solo scegliere di fumare, o smontare le basi di una relazione serena con il prossimo. Il paragone con i tumori, che sono al contrario cellule che rifiutano la loro distruzione e portano così al collasso dell'intero sistema, è senza dubbio significativo.

L'entità che ha originato l'Area X, qualunque siano la sua origine e la sua forma, vive di cambiamento. Distrugge, ma solo per ricreare; copia, ma solo per capire. Non ci è dato di sapere alla fine, chi o che cosa sia emerso dall'Area X, se Oscar Isaac e Natalie Portman siano ancora loro, o se lo sono mai stati. "Tu sei me? Io sono me?" chiede il soldato al suo doppio, e ciò rende evidente che il confine tra replicatore e replicato non sia così nitido.

Copiare, mescolare, distruggere. Ripetere. Non serve mica che arrivi un extraterrestre per insegnarci come si fa: lo facciamo da sempre.

Coppi Club 02/06/2018 - Colossal

Il blog è rimasto in standby per un paio di settimane. Cosa sarà successo? Il GDPR? Il nuovo governo? È arrivato il caldo? Gli zingari? Niente di tutto questo, solo una settimana via per lavoro e poi tanto tempo prima e dopo assorbito da altre questioni. Ma ora cerchiamo di tornare a una programmazione regolare.

E lo facciamo parlando di un film che alla sua uscita mi aveva molto incuriosito, ma che finché Netflix non me lo ha presentato davanti tra le novità non mi sono ricordato di andare a cercare (e questa per me è la funzione più importante assolta da Netflix). Colossal è sulla carta un film di kaiju, i mostri giganti distruttori di città dei film giapponesi. Ma si presenta da subito come un film quanto meno particolare: il mostro che terrorizza Seoul infatti (questo non è uno spoiler, lo vedete dal trailer) è controllato da Gloria (Anne Hathaway), una ragazza newyorkese nullafacente e accidiosa, incacape di dare una direzione alla sua vita tra casa, lavoro, relazioni e alcool. Non che Gloria indirizzi di sua volontà la creatura a distruggere la Corea, ma dopo le prime manifestazioni la ragazza si accorge che il mostro ripete le sue azioni in diretta.

Che cosa comporta questo? In realtà ben poco, fino a quando sono costretto a entrare nello spoiler per poter continuare il commento quidni fermatevi qui se non lo avete visto. Ben poco, dicevano, fino a quando anche Oscar, suo compagno di scuola d'infanzia, non scopre di avere la stessa capacità di manifestare un suo alter ego robotico gigantesco sempre a Seoul. Anche Oscar ha dei problemi, di origine oppposta ma convergenti a quelli di Gloria e la loro contrapposizione sarà quella che da metà film in poi dirigerà tutta la storia.

Poco sopra dicevo che Colossal è un film di kaiju "sulla carta". In realtà a mio avviso è più appropriato definirlo un film di supereroi. Nello specifico, una origin story: una persona qualunque scopre di avere un potere che non controlla del tutto, capace di provocare conseguenze enormi, e qualcuno con un potere simile al suo gli si oppone. Il fatto che i personaggi principali siano dei disperati (ancorché tutto sommato "benestanti") mi ha fatto pensare più volte a Lo chiamavano Jeeg Robot, anche se l'esecuzione è ben diversa. Ma l'idea di fondo, quella del potere che comporta responsabilità, è quella.

Per la verità, credo che tutto il film sia meglio interpretato in questa chiave. I kaiju sono chiaramente un pretesto, una proiezione, e di fatto la loro origine non è nemmeno spiegata (sì, c'è un breve flashback ma non fornisce nessuna informazione). Ma non è quello il punto. I mostri sono una manifestazione tangibile delle proprie azioni, e per questo sono così sconvolgenti per la protagonista, che ha passato tutta la sua vita a ignorare le conseguenze di ciò che fa o non fa. La metafora è potente, e in certe sequenze molto intensa.

Ma c'è un altro problema. Quando il vecchio compagno di scuola entra in gioco, la storia vira troppo bruscamente sul conflitto tra i due, e per questo si perde di vista la tematica iniziale in cui Gloria cercava da sola di prendere il controllo di se stessa. Nel momento in cui si manifesta un nemico, allora è scontato che l'obiettivo diventi combattere lui, e per questo sembra perdere importanza il fatto di sapere cosa si sta facendo. Inoltre il conflitto tra i due sembra esplodere in maniera un po' artificiosa, quando il ragazzo scopre di avere lo stesso potere e forse obnubilato da questa idea si lascia andare a istinti biechi e violenti, cosa che non aveva mai manifestato prima.

Sicuramente Colossal è un film intrigante, che affronta un tema visto e rivisto in modo nuovo. Riesce a costruira una prima parte sul filo della commedia nonostante un tema più profondo di quanto sembri, poi perde un po' la strada ma si riprende nel finale. Nel complesso meritevole, forse con qualche potenzialità non pienamente sfruttata.

Coppi Night 13/05/2018 - Circle

Da non confondersi con The Cirle, film dell'anno scorso con Tom Hanks ed Emma Watson sui social network. No, Circle senza articolo davanti è un film di qualche anno fa, che da quando ho Netflix vedo sempre lì tra quelli proposti ma avevo sempre adocchiato con un certo scetticismo.

La storia è semplice, anzi, essenziale. Cinquanta sconosciuti in una stanza, impossibilitati a muoversi; ogni due minuti uno di loro viene ucciso da una scarica elettrica; possono decidere con una votazione chi verrà ucciso. Non c'è altro, tutto il film si basa sullo sviluppo di questa idea di base. Il meccanismo di fondo e le dinamiche che si sviluppano sono simili a quelle di altri film, ad esempio Cube (e il titolo mi fa pensare che la somiglianza non sia casuale) o The Exam. Tutte storie in cui un gruppo di persone che non si conoscono sono costrette a un gioco mortale di cui non sanno le regole, dal quale solo uno potrà uscire vivo.

Il nodo centrale di Circle è che i personaggi sono troppi perché si possa stabilire una qualche empatia con chiunque di loro. A qualcuno sono riservati pochi secondi di dialogo, altri sono più ciarlieri, ma la caratterizzazione è per forza di cose minima, in molti casi ridotta appena al modo di vestire. Questo in un film del genere può essere in un certo senso un vantaggio, perché porta lo spettatore a mantenere il distacco necessario ad accettare la semi-casualità della morte di ognuno; ma dall'altro lato, significa anche che allo stesso spettatotre non importerà niente se a morire al prossimo turno sarà la ragazza incinta o lo yuppy, il pastore o la professoressa. Possono formarsi delle simpatie momentanee, ma mai un attaccamento vero e proprio che provoca sconcerto quando il personaggio viene abbattuto.

Non potendo contare sui personaggi, bisognerebbe puntare sul meccanismo del gioco. Che putroppo, è in realtà abbastana confuso e con regole non sempre chiare. Anche volendo ignorare il fatto che il gruppo scopre troppo velocemente il sistema di voto, sembra che di volta in volta le regole cambino, soprattutto sulla questione degli spareggi. Non ho avuto voglia di contare i presenti e i voti da assegnare a ogni turno, ma sono anche convinto che in diverse occasioni le situazioni di parità non fossero in realtà possibili.

Infine, arriviamo ai temi. Che cosa vuole dire Circle? Un apologo sulla meschinità umana? Certo, ok, ma non c'era bisogno di tutto questo arzigogolo per arrivarci. Un'allegoria sui nostri pregiudizi, potrebbe essere. Spesso le conversazioni nel gruppo per decidere chi condannare vertono su alcune caratteristiche personali che rendono le persone "meno degne" di vivere: età, razza, famiglia, lavoro, religione, orientamento sessuale. Ma sono tutte comete, l'argomento emerge per il tempo di un paio di minuti e poi svanisce, quindi nessuno di questi ha davvero importanza. Sembra quasi che si volesse seguire una checklist: Prete nero? Check. Criminale latino? Check. Lesbica? Check. Ragazza madre? Check. Quelle che sono sullo schermo sono macchiette, non persone, per cui non si può davvero prendere sul serio i loro problemi di rappresentanza e discriminazione. Il finale poi, anche a volergli assumere significati che non sembra dichiarare, non aggiunge comunque nulla a quanto era già emerso prima.

Quindi cosa rimane? Ecco, ben poco. Certamente uno script che ha richiesto una scenografia molto economica, una singola stana con un po' di luci. Un giochino gustoso da vedere dall'esterno, ma che tirato per le lunghe si fa ripetitivo, non offrendo niente al di là della possiblità di scommettere su chi sarà il prossimo. Ridotto a cortometraggio di venti minuti avrebbe potuto funzionare, ma un'ora e mezzo a girare in cerchio è in effetti troppo.

Coppi Night 29/04/2018 - Ares

C'è stata una certa presenza di film spagnoli in Coppi Night recenti, ma a mia memoria non ne è passato nemmeno uno francese, questo è il primo. E quando dici "film francese" pensi o a quelle commediacce che non fanno ridere o a quella roba autoriale da belle epoque. E invece no, questo è un film di botte in un contesto distopico.

Ares è ambientato in un futuro abbastanza vicino, un'epoca in cui la devastazione economica ha colpito tutti i paesi occidentali (così si intuisce, ma di fatto vediamo solo la Francia) e la disparità tra classi ricche e popolo si è accentuta all'estremo, e fin qui tutto plausibile. I diritti civili sono stati quasi del tutto cancellati, lo Stato ha perso la sua autorità e il potere è detenuto in pratica dalle industrie farmaceutiche. La popolazione si sollazza esclusivamente seguendo i match dell'Arena, combattimenti brutali tra gladiatori geneticamente migliorati e potenziati con droghe di vario genere. Ares è uno di questi guerrieri, un tempo uno dei migliori ma ormai finito nei ranghi più bassi della competizone. Almeno fino a quando una di queste malefiche case farmaceutiche non gli mette gli occhi addosso per farne il test subject di una nuova droga, capace di provocare qualche minuto di forza inarrestabile prima di un crollo totale. Ares, ricattato dalla necessità di salvare sua sorella dalla prigione (e prendersi cura delle nipoti rimaste sole), accetta quindi di partecipare all'esperimento e combattere sotto l'effetto della sostanza.

Ci sono due forze trainanti opposte in questo film. Da una parte abbiamo il protagonista, un personaggio costruito in maniera superba, che racchiude in sé diversi archetipi, e percorre un arco di trasformazione davvero magistrale. Le sue motivazioni sono personali, forti, convincenti. Anche quando sbaglia, lo fa per ragioni del tutto coerenti con la sua storia e i suoi principi. E quando trionfa, la sua vittoria è davvero meritata e notevole. Anche altri personaggi principali sono ben delineati, pur essendo caratterizzati in poco tempo: la nipote attivista, il vicino di casa, l'allenatore/broker. Le dinamiche che si instaurano tra questi funzionano in modo impeccabile.

Dall'altra però abbiamo un plot con dei risvolti poco chiari, non sempre credibili. C'è innanzitutto lo strapotere di queste enormi aziende farmaceutiche, che di per sé potrebbe anche reggere, ma a un'analisi più approfondita si sgretola. Infatti, se la maggior parte della popolazione è talmente povera da vendersi per le sperimentazioni, i farmaci che vengono elaborati a chi li vendono? Possibile che quella ridotta élite di super ricchi possa reggere tutto il mercato? E poi, se anche è vero che durante questi esperimenti vengono uccise migliaia di cavie, davvero questo può far scatenare la ribellione del popolo, quando si tratta di un fatto ben noto e non c'è nessun potere costituito capace di far rispettare i loro diritti? E se anche i piani della Evil Corporation (o megio, Corporation Mauvaise) vengono sventati dagli eroi, siamo davvero sicuri che basti questo piccolo fallimento a far crollare il loro dominio economico e politico? Insomma, da questo punto di vista la storia è attaccabile in più modi, e sembra quasi che si sia voluto forzare un messaggio politico in un racconto che invece avrebbe retto benissimo come vicenda personale di affermazione e riscatto.

Comunque alla fine dei conti il bilancio è positivo, un Gladiatore meets Hunger Games con delle belle sequenze di combattimento e qualche colpo di scena azzeccato. Inaspettatamente meritevole, soprattutto per essere, come dicevamo, un film francese.

Coppi Night 22/04/2018 - Assunto dai guai

Mentre tutto il mondo là fuori parla di Infinity War e di come Thanos sia finalmente un villain profondo e credibile, con una solida backstory e una motivazione capace di suscitare empatia, io sono qui a dover dire qualcosa di questa roba.

"Questa roba" è poco più di un film amatoriale, ma anche la parola film non è del tutto adatta perché si tratta di una serie di sketch filmati e messi insieme, con attori tutt'altro che professionisti e una cura pressoché assente per regia, montaggio e sonoro. E uno si chiede, ma come ci arrivi a una cosa del genere? Per semplificare possiamo parlare di passaparola, perché l'intero "film" è girato nelle zone in cui vivo, e anche molti dei personaggi presenti sono interpretati da gente della zona che conosco direttamente o indirettamente. Quindi diciamo che il valore massimo di vedere questo filmettino è quello di riconoscere la strada o il bar, il tizio che era quello che ti ricordi guidava il pulmino della scuola, oppure quella è la mamma di.

Una trama ci sarebbe, quella di un ragazzotto cazzone che cerca lavoro ma per lo più passa la giornata al bar o al campo di calcetto dove ha una faida con l'allenatore della squadra dei bambini del paese, e per questo cerca di convincere il sindaco a licenziarlo. Poi incontra un prete e uno che gli vuole offrire lavoro, e alla fine viene convocata un'assemblea cittadina in chiesa alla presenza del parroco (!?!) per informare tutti di non ho capito cosa. Fine.

Per il resto non c'è davvero niente da dire. Il film è oggettivamente bruttarello e poco divertente, che dovrebbe essere il suo obiettivo. Qualche singola freddura può essere simpatica (la più memorabile è "stasera tutti davanti la televisione, perché dietro non si vede nulla"), ma si tratta di quelle battute che se le senti durante una serata al bar ti fanno sganasciare, ma viste recitate sullo schermo non hanno lo stesso effetto. Non mi sento però di demolire del tutto la cosa, che come viene ripetuto più volte nella lunga introduzione del protagonista al video caricato su youtube, è stato realizzato senza budget e senza mezzi. Quindi valutato come lavoro amatoriale, come fosse la recita di fine anno della seconda media, non gli si può nemmeno dire che vadano a potare le siepi. Va preso per quello che è.

Come dicevo sopra, il film si trova interamente su Youtube, ma non ne consiglio la visione. La comicità toscana di cui dovrebbe essere un'espressione è presente, ma piuttosto posticcia, quindi non funziona. Se volete farvi due risate su questo tipo di umorismo, fate meglio ad andare a vedere un torneo di burraco al circolo ARCI di un qualunque paesino della provincia toscana.

Coppi Night 25/03/2018 - Swiss Army Man

Avrei dovuto fidarmi di più di chi diceva che questo era un film che meritava la visione. Mi è passato sottomano un paio di volte ma non avevo trovato sufficiente stimolo a guardarlo, valutando che sì, poteva essere interessante, ma in fondo, dai, Daniel Radcliffe dove vuoi che ti porti, quando ho provato a guardarlo al di fuori di Hogwarts non è andata bene (per la verità nemmeno Harry Potter mi è mai piaciuto così tanto, ma per il suo pubblico di riferimento di certo funziona). Poi come succede quasi sempre negli ultimi tempi, è arrivato su Netflix e allora, vabbè, proviamolo.

E ora dopo averlo visto due volte in due giorni posso dire che Swiss Army Man è un capolavoro. Non sono solito tenere una lista dei miei "film preferiti", ma di certo se ne dovessi stilare una in questo momento rientrerebbe di sicuro nei primi dieci.

La storia inizia con un naufrago (Hank, interpretato da Paul Dano) abbandonato su qualche imprecisata isola del Pacifico, che proprio quando ha deciso di suicidarsi scorge un corpo sulla spiaggia. Ma già dopo le prime interazioni tra lui e il cadavere (Daniel Radcliffe, appunto) si capisce subito che questo non è Robinson Crusoe e nemmeno Cast Away. L'isola viene abbandonata subito e il film non tiene a mostrarci la sopravvivenza e spirito di adattamento del naufrago. Certo, le strabilianti abilità del morto (un "uomo-coltellino svizzero", come da titolo) sono determinanti nel raggiungere la salvezza e la civiltà, ma la vera storia non è questa.

La vera storia, sommersa sotto uno strato spesso e denso di gag visive, flatulenze, assurdità biologiche e fisiche, travestimenti e musica accappella, è quasi banale nella sua universalità. È la storia di una persona che si perde non perché è finita su un'isola deserta, ma perché non sa cosa il mondo voglia da lui, per cui si fa in disparte, incapace di esprimere le sue passioni, si intiepidisce fino a rischiare di spegnersi del tutto. Ed è poi dal suo confronto con il morto, che invece poco per volta si rianima e riacquisisce le sue capacità, che inizia a emergere qualcosa. Ma non per questo il tutto si riduce a una morale alla Anna dai capelli rossi "la vita è meravigliosa", anzi, il confronto con il mondo esterno (il mondo "reale") è proprio quello che più ci può destabilizzare, ed è proprio lì che Manny, il morto ormai tornato in possesso di tutte le sue facoltà, fallisce. Ma tutto questo è aperto all'interpretazione, può anche trattarsi soltanto di una storia sgangherata di un allucinato introverso che merita di andare in galera per stalking.

Ci sono poi due aspetti in particolare che voglio però sottolineare. Il primo è il valore simbolico della scoreggia in questo film. La flatulenza è il primo segno di quasi-vita di Manny e rimane un elemento costante in tutta la vicenda, i due protagonisti ne parlano spesso. "Alla gente non piace quando gli scoreggi davanti" insegna Hank all'amico cadavere. E quando poi le cose si incrinano tra loro, Manny si chiede "Se il tuo migliore amico si nasconde quando deve scoreggiare, cos'altro ti sta nascondendo?" E nelle scene finali, quando il mondo reale ha schiacciato tutti i sogni dei due amici, è proprio con una scoreggia, e la teatrale ammissione "Sono stato io" che Hank afferma la sua rinnovata prospettiva, il suo desiderio di prendere il controllo della propria vita. A mia memoria non esiste nessun film che abbia trattato la flatulenza diversamente da uno strumento per qualche facile risata grossolana, ma Swiss Army Man la nobilita completamente.

E in secondo luogo, ma con un valore preponderante su tutto il resto, la colonna sonora. Il modo in cui la musica, composta dalle stesse voci dei due attori, si integra nel film, a mio avviso è rivoluzionario. Una concezione totalmente nuova della musica "di accompagnamento" in un film. Sicuramente in molti film la musica riveste un ruolo importante, con la ripetizione di temi oppure (anche senza entrare nel campo dei musical) mettendo in bocca le parole ai personaggi. Ma qui è diverso ed è, per quanto ne so, totalmente nuovo. Peraltro, è ciò che rende questo film sostanzialmente indoppiabile, a meno di non voler reinterpretare anche tutte le tracce della OST. Tempo fa parlavo del fatto che la musica nei film iniziasse a ricoprire un ruolo sempre più marginale, tanto da venire dimenticata subito dopo: questo era quello che volevo, senza sapere di volerlo. A rischio di fornire un piccolo spoiler (ma si tratta proprio dei primi minuti del film), metto un esempio di come il tema del film viene sviluppato la prima volta. Se esistono altri film che usano la colonna sonora come questo, vi prego, segnalatemeli



Swiss Army Man merita di più. Ha ricevuto qualche nomination in festival del cinema indipendente, e Daniel Radcliffe ha vinto anche il premio come miglior attore al Sundance. Ma questo è un film che ha in sé le caratteristiche per segnare qualcosa, oltre a qualcuno. Quindi non fate come me, e date retta a chi vidice di guardarlo. Come sto facendo io adesso, se non si è capito.

Coppi Night 11/03/2018 - I don't feel at home in this world anymore

Che poi un titolo del genere non ci sarebbe niente di male a tradurlo, a volte si sprecano per tradurre un'unica parola comprensibilissima, e invece una frase intera che non tutti potrebbero capire te la lasciano intera. Ma vabbè.

Mi aspettavo forse qualcosa di un po' diverso, ma com'è noto le descrizioni di Netflix non aiutano. Una storia che comincia come il riscatto del bravo cittadino che comincia a rispondere alle ingiustizie della vita (prendine quanti ne vuoi, a partire da Io me e Irene), con la protagonista abituata ad abbassare la testa che dopo aver subito un furto in casa decide di reagire, e trova un improbabile alleato in un vicino di casa un po' stravagante (un Elijah Wood che sembra aver assorbito la personalità del Dirk Gently a cui fa l'assistente nella serie accanto). La cosa sfugge un po' di mano e i due si ritrovano invischiati in affari ben più loschi, fino a una conclusione piuttosto sanguinosa.

La cosa che ho gradito maggiormente in questo film è l'imprevedibilità, che forse (forse) può essere anche il tema di fondo dell'intera storia. Vediamo le cose anche da altri punti di vista oltre a quello dei due eroi, e così sappiamo anche qualcosa dei "cattivi", che alla fine dei conti sono dei disperati arruffoni tanto quanto gli altri. L'imprevedibilità è quella cosa che ti manda all'aria i piani, perché una macchina ti passa davanti nel momento sbagliato o perché pesti una merda nel vialetto di casa, e allora devi pensare veloce e cambiare le cose in corsa ma non è detto che tu ne sia capace, anche perché un altro ingranaggio del tuo infallibile nuovo piano potrebbe incepparsi e allora devi pensare di nuovo, ancora più in fretta.

Questo elemento sembra essere la forza motrice dell'intera vicenda, anche se in certi casi si avvicina fin troppo alla coincidenza estrema, come una pallottola che rimbalza e guarda caso ti colpisce proprio in testa. Scorporata la Legge di Murphy dalla storia però abbiamo però un percorso incompleto nell'evoluzione della protagonista: si parte appunto dal proposito di riprendere il controllo della propria vita, si muovno i primi passi, qualcuno un po' esagerato, ma dopo la tragicommedia finale tutto sembra come prima. Non basta la scena di un barbecue in giardino con gli amici a far capire se qualcosa è cambiato, e anzi, l'impressione è che in effetti tutto sia tornato come prima, e la lezione imparata sia "stai con la testa bassa ché sennò succede un casino".

Un film quindi passabile, facile da assorbire ma non così sfaccettato come vorrebbe far credere, che nella parte finale si arrota su se stesso e non riesce a sciogliere i nodi che ha creato. Da questo punto di vista, Jim Carrey aveva fatto di meglio.

Coppi Night 25/02/2018 - Sicario

Tra Arrival e Blade Runner 2049 ho voluto ripercorrere la filmografia di Denis Villeneuve in modo da arrivare più preparato a un possibile sequel disastroso (spoiler: è andata bene). Ho visto Enemy, Prisoners e Incendies, mi mancano giusto alcune delle sue prime produzioni e fino a qualche giorno fa questo Sicario, film ampiamente acclamato che è stata un po' la rampa di lancio per far decollare la carriera di Villeneuve. Ne avevo già sentito parlare diverse volte quindi avevo delle aspettative piuttosto alte, anche in considerazione degli altri film di Villeneuve che sono riusciti tutti a impressionarmi, magari anche per ragioni diverse.

Per questo, Sicario è stata una mezza delusione. Non è un brutto film, è molto ben concepito e realizzato, dalle scenografie alla regia, dalla recitazione al sonoro, però alla fine dei conti non mi ha impressionati in nessun modo, a differenza degli altri citati. Mi è parso in utlima analisi un film piuttosto ordinario sul traffico di droga, con snodi e scenari che si vedono normalmente in molti show polizieschi o in ben altre tamarrate alla Fast and Furious.

Un merito che si può riconoscere è che le sequenze di azione (inseguimenti, sparatorie, infiltrazioni) sono senza dubbio realistiche, lontane da quei canoni artificiosi a cui il cinema e le serie tv ci hanno abituati negli anni. Niente esplosioni, morti scomposte o spettacolari, piogge di piombo e miracoloso salvataggio dalle pallottole. In compenso però, quella che si svolge sullo schermo è una storia perfettamente ordinaria, pressoché lineare, condita con qualche lieve rivelazione che però non aumenta la posta in gioco.

E un altro grosso problema è che non ho capito ci sia il protagonista. Il punto di vista principale (ma non esclusivo) è quello dell'agente FBI interpretato da Emily Blunt, ma proprio nel climax finale la perdiamo, e l'azione si concentra invece su Benicio Del Toro (che peraltro, a quanto ho capito è proprio il sicario del titolo), che porta a compimento l'operazione e la sua vendetta finale. La Blunt riemerge solo per un'ultima sequenza in cui dimostra di nuovo che niente è cambiato nella sua situazione, e il film finisce. È una storia un po' mozza, un arco narrativo interrotto che non produce la soddisfazione che dovrebbe.

Il film ha avuto un buon successo e anche diverse nomination tra Oscar, Cannes, BAFTA and many more, e la cosa un po' mi stupisce perché onestamente non ci vedo tutto questo materiale da premiare. A meno che: 1) le candidature siano da considerare come un riconoscimento successivo al lavoro di Villeneuve degli anni precedenti, e/o 2) la tematica del traffico di droga tra USA e Mexico sia talmente sentita che basta metterla in scena per far drizzare le orecchie all'Academy. A mio avviso quindi il film più loffio di Villeneuve, che certo con Sicario si può permettere comunque di mangiare in capo alla metà dei registi attualmente in circolazione.

Coppi Night 11/02/2018 - The Good Dinosaur / Il viaggio di Arlo

In questo caso mi permetto di mantenere anche il titolo originale, perché a mio avviso quello italiano è di una genericità scoraggiante. Voglio dire, hai un film con i dinosauri o li togli dal titolo?

Avevo già visto il film al cinema e ne avevo ricavato delle buone impressioni, rivederlo le ha più o meno confermate. The Good Dinosaur si può per certi versi definire Il Re Leone con i dinosauri e senza dinastie. Ci sono molte affinità tra la storia di Arlo e quella di Simba: il rapporto reverenziale con il padre, la sua morte (scivolato da una rupe e travolto), l'esilio volontario e il viaggio per ritrovare la via di casa con una nuova consapevolezza. Le affinità sono anche visive, in alcuni casi sembrano delle vere e proprie citazioni: la già citata morte del padre, la fuga della mandria di bisonti, la visione del padre scomparso, l'incontro con i velociraptor molto simili per atteggiamento alle iene. La differenza principale tra i due personaggi è il loro approccio alla paura: il leoncino era pronto ad avventurarsi fingendo un coraggio che non aveva, l'apatosaurino (la specie deriva dalla descrizione del film, la versione estremamente cartoonizzata dell'animale è impossibile da riconoscere) è un fifone dichiarato che vuole invece superare le sue paure.

La lezione imparata da Arlo è che la paura non è una debolezza da evitare, ma un'emozione preziosa a cui dare ascolto, per poi decidere come agire. Anche i tirannosauri-cowboy (comicamente sproporzionati), che pure vanno orgogliosi delle loro cicatrici, conoscono il valore della paura, ed è questa rivelazione a far guadagnare ad Arlo la sicurezza di cui aveva bisogno. Quando alla fine Arlo parte per salvare Spot dagli pterodattili, non lo fa privo di paura, ma consapevole che la necessità di salvare il suo amico è superiore alla paura che prova. Fear is like a companion, verrebbe da dire, citando uno dei migliori episodi di Doctor Who degli ultimi anni.

Come quasi tutti i film Pixar, il film riesce a essere divertente nei momenti opportuni senza sminuire i momento più drammatici ed emotivi, che a loro volta non sconfinano mai nello stucchevole. Personalmente sono stato distrutto dalla scena in cui Arlo e Spot si raccontano delle rispettive famiglie e perdite usando i bastoncini. So di avere un nervo scoperto su questo argomento quindi forse la mia è una reazione esagerata, ma in generale penso che si possa apprezzare davvero il modo in cui il legame tra i due protagonisti sia stato costruito in modo interamente non verbale. E anche il momento della loro separazione, a dire la verità, è bello tosto, proprio perché dice tutto senza usare una parola.

Un altro aspetto notevole è la cura con cui l'ambientazione è stata animata. La regia indugia spesso su dettagli come foglie, nuvole, neve, acqua. Il livello di definizione delle particelle è straordinario e sembra di vedere immagini reali. Questo introduce un contrasto netto tra l'ambientazione iperrealistica e i personaggi, volutamente "pupazzosi". Una scelta precisa, che a mio avviso contribuisce a dare una connotazione precisa alla storia: questo è il tuo stesso mondo, ma non è esattamente come lo conosci. In considerazione di questo ha poco senso parlare del design dei dinosauri, perché appunto è fumettistico in modo palese. Avrei apprezzato di più se si fosse andati full-feather e i velociraptor fossero stati coperti del piumaggio che meritano, invece di qualche sparuta penna sulla testa e la coda. Anche i tirannosauri ne avrebbero beneficiato, ma forse avrebbero perso il loro appeal per il pubblico. Certo questo peccato si perdona più volentieri a un prodotto del genere che a un Jurassic World...

Ci sarebbe da interrogarsi qualche minuto sul percorso evolutivo seguito dagli animali in questa linea temporale che non ha visto l'estinzione K-T alla fine del cretaceo. Sappiamo che il film è ambientato in un'epoca contemporanea alla nostra perché ci sono degli umani, ma i dinosauri sembrano rimasti sostanzialmente uguali al mesozoico. Contemporaneamente, ci sono uccelli di vario tipo, del tutto simili a quelli che esistono oggi. E gli umani appunto, si sono evoluti in modo completamente identico, nonostante si possa pensare che i primati non abbiano trovato le nicchie ecologiche da poter occupare. Quindi, da dove arrivano questi umani? E soprattutto perché si comportano come cani? Questo stesso problema era stato abilmente glissato anche da Harry Harrison nella sua serie degli Yilanè che vedeva appunto umani contrapposti a una civiltà dinosauriana, dando per scontato che gli uomini potessero essersi evoluti a partire dalle scimmie del nuovo mondo. Ma ecco, anche in questo caso, probabilmente una riflessione del genere, per quanto affascinante, va oltre gli scopi del film.

Coppi Night 04/02/2018 - Oltre il guado

Film comparso qualche settimana fa su Netflix e che era già stato occasionalmente proposto, e sulle prime avevo ignorato, poco attratto dalla sinossi (ma si sa che le descrizioni di Netflix non sono affidabili). In seguito ho scoperto che si tratta di un film italiano, e l'interesse si è risollevato, perché i film horror italiani (contemporanei) sono rari almeno quanto i film italiani di fantascienza. In più qualche commento positivo colto qua e là mi ha incoraggiato a provarlo, e alla fine è passato.

Il mio commento complessivo è un deciso "forse". Oltre il guado si presente bene all'inizio, con un protagonista silenzioso, un ricercatore che studia il comportamento degli animali nei boschi, in quella che si scoprirà essere la montagna friulana, al confine con la Slovenia. Il nostro etologo è esperto e competente, ben attrezzato: visori e telecamere a infrarossi, registratori audio e video, localizzatori satellitari, camper, luci, batterie ecc: l'armamentario di chi sa come cavarasela da solo, lontano dalla civiltà. Ed è questo che mi ha portato a tifare per lui: quando i primi fenomeni paranormali si presentano, lui affronta la cosa con sano spirito scientifico e pragmatico: ascolta, registra, riguarda. Capisci. A questo punto non dispiace nemmeno una piccola dose di found footage mediata dalle telecamere sugli animali, e le reazioni delle stesse bestie selvatiche alle apparizioni soprannaturali: un twist interessante a un trope che ormai è ampiamente superato.

Poi però la storia si annacqua, letteralmente. Il protagonista zampetta avanti e indietro per il villaggio abbandonato, torna continuamente negli stessi posti anche quando le evidenze di attività inspiegabili sono innegabili. Passa il tempo a dormire e bere invece di cercare una possibile, per quanto disperata, via di fuga. Gli ultimi quaranta minuti scorrono senza una sua vera e propria azione ragionata, al di là del ciondolare da un ambiente all'altro. Quello che inizialmente mi era sembrato l'eroe razionale finito in una ghost story a cui non voleva partecipare, diventa pedina e vittima designata.

Non aiuta a immedesimarsi una backstory generica e poco incisiva: crimini compiuti dai partigiani italiani, gemelle ostracizzate dal villaggio, roghi e annegamenti. Non è chiaro se ci sia un valore metaforico dietro la manifestazione di queste entità, e comunque non c'è tempo di pensarci. Quando (a loro giudizio) il tempo sta per scadere, fanno quello che devono fare, tanto al protagonista che ai suoi soccorritori. Peraltro, come purtroppo accade spesso in questo tipo di film, non si riesce a capire con esattezza quali siano i "poteri" delle entità.

Con la sofferenza della seconda parte del film, la fine è quasi un sollievo, ma rimane una sensazione di incompiuto, per una prova con tutte le migliori premesse che fallisce poi nell'esecuzione, apparentemente non per mancanza di mezzi. Bisogna ammettere che il film è capace per tutta la durata di mantenere un livello di ansia percepibile, anche grazie all'uso accurato del suono e la quasi totale assenza di musica. Nessun jumpscare, grazie a dio, ma nemmeno niente che faccia seriamente contorcere le viscere.

Coppi Night 14/01/2018 - Splice

Riprendiamo con la prima serata Coppi del 2018, e facendo due conti approssimativi dovrebbe essere qualcosa come dodici anni che la tradizione va avanti, pur con qualche inceppamento in certi periodi. Fatto sta che in questo modo, una domenica alla volta, si è accumulato un sostanzioso archivio storico di film visti negli ultimi tempi, anche se non sempre c'è molto da dire.

Si inizia quest'anno con una bella storia di ingegneria genetica fuori controllo, con gli uomini che giocano a fare dio e vengono inevitabilmente puniti per la loro presunzione. Avevo già visto il film, forse addirittura due volte, non perché lo avessi gradito tanto da volervo rivedere ma solo perché mi è ricapitato sottomano in una serata in cui l'obiettivo era guardare qualcosa di gross e uncanny, che in questo film si trova in abbondanza dall'inizio alla fine.

La storia dei due scienziati che creano una chimera umano-animale presenta punti interessanti e altri più banali, e il problema principale di questo film è a mio avviso che si sofferma proprio su quelli meno freschi, finendo troppo spesso nel "già visto", in particolare per chi è appassionato di argomenti del genere, nella fantascienza ma anche in altri ambiti.

Tra i temi più insidiosi toccati dal film, c'è quello della ricerca e del modo in cui propone. Di fatto una parte importante del conflitto del film deriva dal modo in cui la ricerca scientifica viene sostenuta e indirizzata da investimenti privati, e pertanto non solo deve mantenere un approccio utilitaristico, ma deve essere anche abbastanza fotogenica da poter superare una presentazione in pubblico. Gli scienziati devono essere anche sowman e il loro studio deve essere catchy, preferibilmente sexy, anche quando si parla di ammassi di blob semoventi.

Un altro tema spinoso è quello del modo in cui la propria esperienza personale influenza l'approccio alla ricerca. Emerge quasi di sfuggita ma ha un potenziale enorme. Quando la genetista donna (di cui ora mi sfugge il nome) rivela di essere cresciuta in una famiglia chiusa e forse violenta, con una madre tutt'altro che amorevole, si avverte che questo avrà un impatto sul suo modo di trattare Dren, creatura pericolosamente sul confine tra "esperimento" e "famiglia". Purtroppo il discorso si afferma in un'unica scena e poi viene archiviato, come accade anche alla disturbante scena di sesso che a seconda dei punti di vista può invadere parecchi territori tabù, dalla zoofilia alla pedofilia all'incesto. Ma l'incidente è presto dimenticato e si torna all'azione.

Maggiore attenzione viene invece concessa all'imprevedibilità della "natura" e all'idea che l'uomo sia la creatura più complessa prodotta dall'evoluzione, una concezione antropocentrista che non può trovare spazio nella formazione di scienziati moderni, tanto più se biologi/genetisti in grado di eseguire splicing di questo livello. Argomenti del genere sono vecchi quanto la fantascienza stessa e forse anche di più, se ne trova già in H.G. Wells ma per il grande pubblico basta citare Jurassic Park (no, Jurassic World non aggiunge niente a tutto questo).

Peccato quindi che a partire da un'idea sempre valida, la capacità di manipolare la vita a nostro piacimento, il film scelga di percorrere le strade già battute e accenni appena a quei temi che avrebbero potuto renderlo più incisivo. Forse la voglia di insistere sugli aspetti più uncanny (come dimostra la cura con cui è stata progetta Dren nelle varie fasi del suo ciclo vitale) ha fatto perdere di vista alcuni aspetti meno estetici ma più profondi. Ma in fondo, forse fare cinema è come ricerca, e bisogna sempre cercare di essere catchy per stare a galla.