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STORY DOCTOR: il mio canale youtube!

Ci avreste mai scommesso? E invece è proprio così: ho aperto un canale Youtube.
Ecco a voi:
https://www.youtube.com/channel/UCWG7HhSO8KN391-61
 Era un progetto che avevo in gestazione già verso l’inizio dell’anno, quando ho fatto quel grosso passo a livello professionale che mi ha permesso di tirare il fiato e decidere su cosa investire la maggior parte del mio tempo. Poi di mezzo c’è stato anche il covid, e così di tempo per studiare, progettare, e imparare a parlare in modo quanto meno accettabile davanti alla videocamera ne ho avuto in quantità…

Quello che vedete adesso sul canale è quindi ciò che affiora da oltre sei mesi di lavoro. E a dirla tutta non è nemmeno la vetta dei progetti che sto curando, ma solo una tappa intermedia.

Che cos’è STORY DOCTOR?

Si tratta di un canale dedicato alle storie, che sono la cosa più importante che abbiamo. Probabilmente la capacità di narrare è la cosa che ci ha permesso di diventare ciò che siamo, oltre alla capacità di sudare. Più mi addentravo nello studio della narratologia e più mi sono convinto di questo, e allora, mi sono detto, dovevo fare qualcosa. Grazie all’esperienza del mio primo corso di scrittura ho sperimentato il modello di analisi che andrò poi a usare sul canale, e quindi ho convogliato tutto questo all’interno del canale.

Su STORY DOCTOR troverete principalmente analisi della struttura di film. Ci tengo a sottolinearlo, non farò commenti o recensioni: parlerò di come si sviluppa la storia, con particolare attenzione ai temi veicolati e alle dinamiche dei personaggi. Ogni tanto magari parlerò anche di libri o serie tv, ma i film sono il mezzo più adatto a questo tipo di analisi, per le ragioni che spiego sul canale stesso.

Certo che spreco tutto questo tempo a scrivere quando ho registrato un video in qui spiego esattamente le stesse cose, quindi perché non guardate quello?
 

Il film con cui inauguro il mio canale è Il Re leone. Ho scelto volutamente un titolo accessibile, conosciuto da tutti, ma ricco di spunti di discussione. Nelle prossime settimane poi si aggiungeranno gli altri, con una certa regolarità. Non vi prometto un vide a settimana, ma uno ogni due dovrei farcela. Il lavoro dietro la realizzazione di ogni singolo video non è banale, e preferisco prendermi qualche giorno in più per ottenere contenuti validi piuttosto che inondare la Rete di fuffa, di cui onestamente se ne trova già in abbondanza.

Ciò che invece non si trova, è un canale dedicato all’analisi della struttura delle storie, perché io ero partito proprio cercando quello e non sono riuscito a trovarlo. E quando hai bisogno di una cosa e non la trovi, la cosa migliore da fare è inventarla.

STORY DOCTOR ha già una sua pagina Facebook, e forse in seguito attiverò anche altri social. C’è già un sito, ancora in costruzione, che diventerà poi la base operativa di tutte le mie attività legate alla scrittura: servizi di consulenza, coaching, videocorsi e così via. È su questo che lavorerò da qui a fine anno, e di nuovo, preferisco fare le cose con calma ma farle bene, piuttosto che arrivare per primo con la macchina scassata.

Sicuramente c’è molto da migliorare e tante cose possono essere affinate, soprattutto dal punto di vista tecnico (lo so, mi serve un microfono migliore), ma mi ero ripromesso di partire entro l’estate e ho fatto in modo di rientrarci.

Quindi, ecco svelato cosa ho fatto in tutti questi mesi. Spero che dopo la sorpresa iniziale il mio progetto riesca anche a convincervi, e che vorrete seguirmi. E non lo intendo solo in senso metaforico eh, seguitemi proprio: iscrivetevi al canale, likate la pagina, commentate, condividete, fate tutte quelle cosa che rendono felice la dea SEO. Questa potrebbe anche essere l’occasione per iscrivervi alla mia newsletter se ancora non l’avete fatto, perché ogni tanto gli iscritti avranno anche qualche contenuto bonus sul canale.

Ci vediamo presto (o almeno, voi vedete me), qui su STORY DOCTOR!

VHEMT su Spore

Vi ricordate tempo fa, quando il mio racconto Natura morta venne pubblicato su Spore, che è una rivista online che per coincidenza porta lo stesso nome della mia raccolta in cui originariamente fu pubblicato lo stesso racconto Natura morta?

Ecco, è successo di nuovo. Stavolta su Spore trovate un altro mio racconto, che si inserisce nell'iniziativa "Diari del domani" a cui la rivista si sta dedicando ad alcuni mesi, un tentativo di tracciare possibil futuri a cui potremmo approdare da qui ai prossimi decenni.


Il racconto in questione è VHEMT, e stavolta si tratta di un inedito, quindi potete leggerlo solo qui. Se il titolo vi suona familiare è perché forse siete così affiatati lettori di questo blog che vi ricordate anche di quando parlai appunto del VHEMT, ovvero il Voluntary Human Extinction MovemenT, anni e anni fa.

Sui social va tanto di moda la catchphrase "meritiamo l'estinzione", e in queste ultime settimane se ne sente parlare sempre di più. Ma siamo davvero pronti a un'eventualità del genere, saremmo tanto maturi da poterla prendere seriamente in considerazione? Nel racconto ho provato a rifletteci sopra.

L'illustrazione che accompagna il racconto (di cui mi permetto di riprodurre solo un dettaglio) è di Caudia Corso aka Aetnensis, ch eha saputo cogliere l'essenza della storia e ha incluso qualche dettagio degno di nota.

Natura morta su Spore

Su Spore trovate il mio racconto Natura morta.

E uno dice, beh, grazie dell'aggiornamento, ma è dal 2013 che lo sappiamo. Cioè da quando appunto è uscito Spore, la mia prima raccolta di racconti pubblicata dall'ormai disgregata Factory Editoriale I Sognatori. Spore ormai è fuori da qualunque catalogo e distribuzione, e le ultime copie esistenti sulla Terra sono quelle quattro-cinque che mi sono rimaste.

Ma non è di questo che stiamo parlando.


Le spore in questione sono quelle di Spore rivista: una webzine piuttosto giovane che pubblica articoli e racconti di genere vario, ma in particolare con qualche livello di "contaminazione".

Ora, secondo voi, quando ho scoperto che c'era una rivista che si chiamava Spore, potevo forse non pensare di farmi vivo? E infatti ho mandat in lettura un paio di racconti, e abbiamo deciso di pubblicare Natura morta, che già a suo tempo era apparso su Spore, l'antologia, ma comunque è qui presentato in una versione rivista e corretta, perché non esiste mai testo che non possa essere migliorato con una lettura ulteriore. Quindi ora potete andarvelo a leggere gratis e ammirare l'illustrazione che gli hanno dedicato. Natura morta è un racconto molto leggero per i miei standard, che non si prende troppo sul serio, quindi forse un po' atipico. Uno spaccato di vita universitaria, viaggio nel tempo fatto in casa, insomma le cose semplici della vita.

E lo so che l'ideale sarebbe stato pubblicare Spore su Spore, ma quel racconto è attualmente incluso in Il lettore universale quindi non era disponibile. Ma qui si parla di muffa, quindi, sotto sotto, ci sono sempre i funghi di mezzo. Andatelo a recuperare e già che ci siete fate un giro su Spore, la rivista, e magari seguitelli anche sulla loro pagina.

Quanticat

Un paio di settimane fa, per ragioni che non sto a spiegare qui, ho ripescato il libretto Corti Terza Stagione, pubblicato alcuni anni fa dalle compiante Edizoini XII, che contiene alcuni (credo tre) miei racconti. Sfogliandolo a caso l'occhio mi è caduto proprio su uno dei miei racconti, che non ricordavo assolutamente di aver scritto, e che per qualche ragione non è nel mio archivio dei testi salvati (per abitudine li conservo tutti, anche quelli di poche centinaia di caratteri come questo). Rileggendolo mi sono detto: wow, è forte (lo so, un autore non dovrebbe compiacersi così tanto del suo lavoro, ma ho potuto giudicarlo proprio perché l'avevo completamente rimosso dalla memoria), e allora ho pensato di ripoporlo sul blog, visto che la reperebilità attuale di questo libretto (piccolo e geniale) è oggi pressoché nulla.

C'è una ragione se era in un libro intitolato Corti. È breve, ma breve davvero. Appena 800 caratteri, se ricordo bene. Eppure, oh... è forte.
 

Quanticat

Erwin aveva evitato Ruth per tutta la mattinata. Ma quando lei gli montò sulle ginocchia non poté negarle la sua attenzione.
«Papà» chiese la piccola «dov’è Bertha?»
Il padre lanciò un’occhiata furtiva alla scatola sul pavimento della cucina. Era lì che la gatta dormiva, ed era lì che lui l’aveva trovata morta, quella mattina. Aveva coperto il giaciglio per evitare che Ruth la scorgesse.
«Tesoro, Bertha è…» Stava per rivelarle la triste perdita, ma si immobilizzò, perso nei profondi occhi di sua figlia, innocenti e pieni di speranza. Come poteva darle quel dolore?
«Bertha è nella scatola» concluse.
«Sta bene? Possiamo giocare?»
«No» ribatté deciso. «Non aprire quella scatola. Finché rimarrà chiusa, Bertha starà sempre bene».
Ruth sembrò sospettosa, ma lui non cedette. E se anche le aveva mentito, il dottor Schrodinger avrebbe fatto in modo che tutto il mondo credesse a quella bugia.

Black Swan

È da un po' che non metto un racconto-lampo qui sul blog, perché tutto sommato mi pare che ci siano cose più interessanti di cui parlare, e se proprio volete leggere la mia narrativa andate a vedere nelle pubblicazioni e vi scegliete qualcosa (sì, anche a gratis, pidocchiosi che non siete altro...). Ma ogni tanto fa bene staccare dalla routine, quindi oggi mi sento di buttare lì una storiella claustrofobica di paranoia da astronave. Non fatevi ingannare dal titolo, non include scene lesbo tra Natalie Portman e Mila Kunis.



Black Swan

SYSTEM CHECK: OK
HULL CHECK: OK
ENGINE CHECK: OK
CRYOCELL CHECK: OK

Desmond lesse le righe di testo che il computer gli chiedeva di verificare a ogni inizio del periodo di veglia. In alto, in un angolo, era presente il numero progressivo del periodo, dal quale, calcolando l'alternanza delle dodici ore di veglia con le otto di sonno, poteva ricavare che il viaggio finora era durato quattordici anni, dieci mesi e un paio di settimane.
E ne mancavano ancora più undici, prima che la Black Swan raggiungesse Vega.
Undici anni in cui avrebbe continuato a eseguire le stesse operazioni, ogni periodo, dieci ore sveglio e otto ore dormendo. Un ciclo infinito, senza possibilità di uscita.
Perché era toccato a lui?
Soffermò lo sguardo sull'ultima riga: la criocella funzionava alla perfezione, come tutto, del resto. Desmond si voltò a osservare la cella. Nell'angusto spazio abitabile della nave, bastava girarsi per trovare qualsiasi cosa. Aveva imparato a memoria ogni dettaglio di quell'ambiente, riusciva a riconoscere alla perfezione tutti i particolari. Paradossalmente, l'unica cosa che non poteva vedere era se stesso, visto che l'abitacolo non conteneva nessun tipo di superficie riflettente. L'unico modo di scorgere il suo stesso volto era osservarlo ritratto sul tesserino di riconoscimento che era incluso sul pettorale della tuta.
Al di là del vetro temperato spesso sei centimetri della criocella poteva scorgere la sagoma di Kelvin, il suo compagno di missione, sospeso in ibernazione fin dal lancio in orbita. Per lui, il viaggio sarebbe durato solo un battito di cuore, e poi si sarebbe risvegliato, fresco e giovane, come se non fosse passato nemmeno un minuto, mentre Desmond nel frattempo era invecchiato di venticinque anni, accudendolo quotidianamente.
Non solo: Desmond avrebbe dovuto anche accompagnarlo nelle prime delicate fasi di recupero, quando, emerso dalla lunga ibernazione, Kelvin sarebbe stato troppo confuso per ricordare chi fosse o dove si trovasse. Gentilmente, pazientemente, Desmond avrebbe dovuto scongelare i suoi ricordi cristallizzati dal criosonno.
Perché era toccato a lui? Era profondamente ingiusto, che di due professionisti equivalenti, lui fosse stato scelto per quel sacrificio.
E allora, dopo quattordici anni, pensò che forse poteva rimediare l'ingiustizia. Forse avrebbe potuto risvegliare Kelvin, e convincerlo che lui era Desmond Bowman, incaricato della manutenzione della Black Swan. Dopo quattordici anni, poteva pur chiedere il cambio...
Forzò il sistema, e avviò la procedura di scongelamento. Si preparò ad estrarre il corpo inerte di Kelvin, ma quando i vapori della criocella si dispersero notò qualcosa di insolito.
Il viso del collega non corrispondeva a quello riportato sul pettorale della criotuta. Eppure, in qualche modo gli era familiare.
Capì troppo tardi, quando l'altro aveva già riaperto gli occhi: se si escludeva la barba incolta, quel volto corrispondeva all'immagine sulla sua tuta. Davanti a lui c'era il vero Desmond Bowman.

Spam

Mi rendo conto di quanto sia poco produttivo intitolare così un post, ma trattandosi del titolo di un racconto non potevo cambiarlo. Quella che segue è una breve storiella sui viaggi nel tempo, che dovrebbe anche insegnarvi a tenere in ordine le vostre caselle di posta.


Spam

La cerimonia di consegna del suo secondo Nobel per la fisica fu il momento più triste della carriera del dottor Herschel Twissell. Nonostante gli elogi ricevuti dalla platea per le sue ricerche sulle particelle subgluoniche, nonostante gli applausi e l’entusiasmo, lui si sentiva profondamente frustrato. Da quando, in gioventù, aveva cominciato a studiare fisica, il suo solo obiettivo era sempre stato quello di rendere possibile il viaggio nel tempo.
Ma proprio con le sue ultime scoperte, aveva definitivamente accertato che solo particelle prive di massa potevano raggiungere le velocità infinite richieste per muoversi liberamente nella dimensione temporale. Pertanto, né lui né nessun altro, mai, avrebbe potuto viaggiare nel tempo.
Mentre i colleghi di tutto il mondo lo acclamavano per le strabilianti prospettive aperte dagli studi che gli erano valsi per la seconda volta il massimo riconoscimento, Twissell, dentro di sé, incupiva sempre più, sapendo che il lavoro di tutta la sua vita si era ormai rivelato inutile.
Quella sera, lasciati i ricevimenti e le cene di gala, il dottore si ritirò nella sua stanza d’albergo a Stoccolma, solo e malinconico, con la medaglia nascosta in una tasca della giacca.
Gli inservienti lo trovarono la mattina seguente, spentosi durante il sonno, il cuscino ancora umido per le lacrime che aveva versato per tutta la notte.

Quando gli esecutori testamentari esaminarono le carte e la corrispondenza lasciate dal dottore, per vagliare quanto avrebbe potuto interessare i seguaci delle teorie di Twissell, trovarono nella cartella “posta indesiderata” della sua casella e-mail centinaia di messaggi, i cui mittenti ringraziavano il loro maestro, che aveva davvero visto giusto: la materia non poteva viaggiare nel tempo… ma i bit non erano materiali. Le mail degli esperti di Twisselistica, tuttavia, datate quarant’anni nel futuro, erano state giudicate inaffidabili dal filtro anti-spam, e non erano mai state viste dal loro destinatario.

La guerra alla fine dell'universo

Approfitto spesso di questo blog per autopromuovere le mie varie e più o meno rilevanti pubblicazioni, ma di fatto sfrutto raramente lo spazio per proporre delle vere e proprie opere di mia realizzazione, pur avendo predisposto una rubrica dedicata proprio a contenere i miei racconti. L'ultimo risale ad agosto dell'anno scorso, quindi non penso di peccare di ridondanza se adesso ne pubblico un altro, giusto per dare un po' di colore a questo blog in pigiama*.

Il racconto che segue è un corto di fantascienza hard, sul filo della space opera, con guerre galattiche millenarie e alieni e armi quantiche e... e a questo punto tanto vale che ve lo leggete.



La guerra alla fine dell'universo


Il sergente McAllister prese l’ascensore panoramico per scendere al livello detentivo della navecittà. Attraverso il tubo che lo spediva quattromila chilometri più in basso, vide la Galassia Nana del Compasso estendersi nel nero cosmico, tinta degli anomali colori del blueshift provocato dalla velocità ultraluce dell'astronave. Sarebbero giunti sull’obiettivo in pochi minuti di tempo soggettivo, e una volta lì avrebbero sferrato l'attacco con la nuova arma a disposizione della flotta terrestre. Ma nel frattempo, a lui era stato ordinato di interrogare il prigioniero.
Entrò nella cella in cui era rinchiuso il brùsio. L’alieno semisolido aveva ritirato le membrane che la sua specie utilizzava per planare tra i sistemi stellari, e appariva come una medusa traslucida avvolta in uno strato multiplo di asciugamani gelatinosi.
– Brùsio – lo chiamò. Quelle creature rispondevano al nome affibbiatogli dagli umani millenni prima.
Parla, sergente. Le parole si formavano come un brusìo nella mente di McAllister: i brùsii comunicavano stimolando il cervello dell’interlocutore, pizzicando i neuroni come le corde di un’arpa. Era a questo che dovevano il loro nome.
– Perché eri sulla nave dei delfiani?
I brùsii erano alleati degli umani da più di tredicimila anni standard nell’eterna guerra contro i delfiani, che aveva ormai assunto proporzioni intergalattiche. Le eteree meduse stellari avevano una percezione del tempo non lineare, e la loro coscienza non si limitava al presente, ma abbracciava contemporaneamente tutto l'arco della loro vita, potenzialmente infinita. Per questo erano dei consulenti così validi, e ogni equipaggio terrestre aveva con sé diversi brùsii che fornivano preziosi avvertimenti in battaglia.
Ma questo brùsio era a bordo del ricognitore delfiano che la navecittà aveva abbattuto prima di passare all’ultraluce. Non era prigioniero dei delfiani, collaborava con loro.
Non vuoi conoscere questa risposta, lo ammonì l’alieno.
– Se sei un traditore dobbiamo sapere quali informazioni hai passato al nemico.
Non sono un traditore. Servo il mio scopo. Il vostro scopo. Lo scopo di tutti.
Una sirena annunciò l’abbandono dell’ultraluce. La navecittà si trovava ora a distanza di sicurezza dal nucleo attivo della Galassia completamente occupata dai delfiani. Avrebbero testato la nuova arma a inversione quantica, dirigendola sul buco nero centrale di PGC50779.
– La guerra è finita. Adesso possiamo far implodere intere galassie. I delfiani hanno perso.
La guerra è sempre esistita, è sempre finita.
– Di cosa parli?
La risposta non giunse subito. Era impossibile cogliere le emozioni di un brùsio, anche ammettendo che ne avesse, ma McAllister pensò che la creatura esitasse a rivelargli qualcosa che voleva rimanesse segreta.
Noi vi abbiamo portato alla guerra. Abbiamo suonato le vostre menti perché attaccaste i delfiani. E lo stesso abbiamo fatto con loro.
– Che stai dicendo? Siete voi ad aver provocato il conflitto? Perché?
L’universo deve finire per iniziare. L’universo è sempre iniziato così, è sempre finito così.
McAllister cercò di capire. Le parole del brùsio erano enigmatiche. Ma l'essere parlava in forza della sua coscienza estesa, e vedeva tutto quanto era accaduto nel corso della sua lunghissima vita. E a quanto diceva, quel particolare brùsio conosceva addirittura l'inizio e la fine dell'universo.
– Vuoi dire che la fine dell'univ... – iniziò il sergente, ma fu interrotto da una nuova sirena. Stavolta era quella che annunciava il caricamento dei cannoni a inversione, che avrebbero fatto fuoco per la prima volta su...
E allora McAllister capì.
Le armi a inversione quantica non erano mai state testate su un nucleo galattico. Possibile che quell’arma innescasse una reazione a catena in grado di annichilire l’intero universo? Tutta la materia esistente avrebbe potuto collassare in un unico punto, per poi esplodere di nuovo ed espandersi ancora, in un ciclo infinito? Possibile che il Big Bang derivasse dall’ultimo atto della loro guerra?
Doveva avvertire il comandante. Chiamò in plancia, e prima ancora di sapere con chi stava parlando, gridò: – Fermate i cannoni! Non spar...
Troppo tardi. Le armi stavano già facendo fuoco, e in pochi secondi avrebbero disgregato il nucleo della Nana del Compasso. E dopo di essa, tutte le altre.
È la fine, è l’inizio, è tutto, furono le ultime parole che il brùsio suonò nella sua mente in quell’iterazione dell’universo.


*Lo dico perché mi è stato fatto notare che il colore azzurrino del blog ricorda quello tipico dei pigiamoni dei bambini. Forse, a suo tempo, prenderò in considerazione l'idea di cambiare il tema di colori.

Panthera tigris sondaica

Era da un po' che non inserivo sul blog uno dei miei racconti. E queste sonnacchiose giornate di fine estate mi paiono l'occasione ideale per sollazzarsi con un testo breve, se non altro per avere una scusa per rimanere in casa o in ufficio, al fresco dell'aria condizionata.

Il racconto che segue, come la maggior parte dei miei lavori brevi, deriva da un'edizione del concorso-lampo "Minuti contati", anche se non ricordo a quale risale. Il tema assegnato era "dall'altra parte dell'isola", che se sulle prime mi aveva ispirato qualche idea in stile Lost, alla fine mi ha portato a scrivere questo breve pezzo in prospettiva quadrupede. Il titolo è volutamente specifico in modo che una ricerca su wikipedia possa consentire al lettore di capire il nucleo della vicenda.



Panthera tigris sondaica

Affamata, esausta, rassegnata, procede acquattata tra i campi di riso, con passo silenzioso ma rapido, portando con sé suo figlio. Affamata per i lunghi giorni di digiuno; esausta per le continue fughe a cui è costretta da troppo tempo; rassegnata nel vedere il mondo intorno a lei cambiare, soffocando ogni sua speranza.
Il piccolo piange, terrorizzato da quell’esperienza sconvolgente. Trascinato contro la sua volontà, cieco e inerme, tutto quello che può fare è rivolgere appelli strazianti perché qualcuno lo aiuti. Ognuno di quei lamenti le strazia il cuore, facendole venire voglia di fermarsi, stringerlo a sé, carezzarlo. Da troppo tempo non sente le sue fusa.
Invece prosegue, spinta dalla disperazione, inoltrandosi in territori che non ha mai attraversato, per cercare un posto, anche lontano, dove le cose possano essere migliori. Dove è cresciuta lei non rimane più niente, la foresta è scomparsa, rimpiazzata dagli odiosi acquitrini che i bipedi fanno crescere per il loro sostentamento, le prede che cacciava con tanta passione in passato si sono esaurite, i suoi compagni e amanti sono morti, uno dopo l’altro, per fame o per l’azione dei bipedi. Non c’è più niente lì, per lei o per i suoi figli.
Ma forse, ha pensato, dall’altra parte dell’isola…
I due cuccioli dormivano quando ha deciso di partire. Non poteva prenderli entrambi, lo sapeva. Per un attimo ha pensato di trucidarne uno, per non dover dividere le poche forze rimaste. Ha avvicinato il muso a uno dei due, dischiudendo le fauci, lo ha afferrato. Il piccolo ha mugolato, appena indispettito dal suo tocco. Il suo sguardo è andato al fratellino adagiato lì accanto.
Se avesse potuto piangere, le lacrime sarebbero uscite nel momento in cui si è allontanata dalla tana, portando via uno dei suoi figli, abbandonando l’altro.
Tornerò, significava l’attimo di esitazione in cui si è voltata verso il vecchio nido, prima di partire.
Ora cammina, la schiena bassa per sfuggire alla vista dei bipedi che sa di dover temere, stringendo il tigrotto tra quei denti che innumerevoli volte hanno squarciato arterie, dilaniato muscoli, frantumato ossa. Ogni fruscio le fa guizzare le orecchie, saltare un battito del cuore, e allora si immobilizza, per un istante, prima di capire che può andare avanti. Vorrebbe che il piccolo si acquietasse, smettesse di pigolare quelle acute note di dolore, perché sa che i bipedi le sentiranno. Ma non ha scelta.
Un tempo era stata giovane e forte. Aveva dominato quelle terre, insieme ai suoi fratelli, con parsimoniosa crudeltà, infliggendo la morte alle altre creature solo quando era necessario. Poi le cose erano cambiate, la morte sembrava arrivare da ogni direzione, senza un criterio, come attirata dai bipedi che si erano moltiplicati così in fretta. A volte sognava di poter anche lei infliggere la morte non per necessità, ma per soddisfazione, e quelle volte le sue prede immaginarie erano sempre loro: i bipedi. A volte pensava che avrebbe potuto…
Ferma.
Un rumore. Movimento tra le piante basse. Un odore. Acido, sgradevole. Familiare.
Altri suoni, e adesso li riconosce: le vocalizzazioni dei bipedi. Toni diversi, in avvicinamento.
Deposita il figlio a terra e si abbassa con lui, lecca il pelo ancora ispido sulla sua schiena cercando di tranquillizzarlo. Il piccolo sembra gradire, e inizia ad appisolarsi. Appena in tempo, forse i bipedi non l’hanno sentito.
No. Troppo tardi. Eccoli sbucare dai campi, sono tre. Due grossi e uno più piccolo, che emette suoni squillanti e scomposti. L’hanno vista, si sono fermati a fissarla. Uno ha un’appendice rigida che gli spunta tra gli arti anteriori, che punta nella sua direzione.
È finita. Sa cosa sta per succedere.
Ma allora pensa che potrebbe davvero provarci, come ha immaginato. Che se il piccolo bipede è come il suo piccolo figlio, allora colpendo lui quelli grandi capiranno. Forse è il panico, forse la fame. Se potesse comprenderlo, saprebbe che è anche vendetta.
Compie un balzo, uno di quelli eleganti e micidiali che praticava spesso in passato, e si avventa sul bipede piccolo, che inizia a squillare ancora di più, emettendo versi che lei riconosce come grida di terrore.
Con le zanne trova subito la gola, afferra e apre, tira e lacera, assaporando l’inebriante sapore del sangue, finché un boato non le ferisce le orecchie e qualcosa la punge e spinge all’indietro.
Viene sbalzata, cade sulla schiena, il muso finisce accanto al cucciolo adagiato al suolo. E allora, si accorge che non si era addormentato. Non respira più.
Un altro boato e un’altra puntura, ancora dolore. Mentre le forze la abbandonano, ripensa al figlio che ha lasciato nella vecchia tana. La vita le scivola via, e sa che presto succederà anche a lui.
Non sa che con lui morirà un’intera specie. Non le importa. Sa solo che non ha mantenuto la sua promessa.

Death Hold 'em su Nero Cafè

Post veloce giusto per segnalare con una sana dose di egocentrismo (oh, ma questo è il mio blog, o no?) che il mio racconto Death Hold 'em ha vinto l'ultima edizione del concorso-flash Minuti Contati, attualmente ospitato sul forum del portale Nero Cafè. Il tema da svilppare nell'arco di due ore, e con un limite di lunghezza di 3666 battute, era "poker con la morte". La mia personale interpretazione, seppur non eccessivamente originale, sembra aver riscosso un discreto successo, e infatti ho distaccato giusto di un punto il secondo classificato.

Il racconto è quindi ora disponibile sul sito di Nero Cafè, e potete quindi scoprire anche voi cosa rischiate a fare gli spacconi al tavolo verde quando dall'altra parte avete il Tristo Mietitore.

La zuppa di Mamma Han

Ehi, ma è passato parecchio tempo dall'ultima volta che ho proposto qui una storia! Un raccontino breve ogni tanto per spezzare il ritmo di post impegnativi come quelli che compaiono su questo blog ci vuole! La cosa mi è venuta in mente quando, spulciando un ammasso di fogliacci con l'intenzione di rimetterli a posto, mi sono imbattuto in due paginette scritte a mano con su un racconto. Il lavoro risale a un'edizione live di Minuti Contati, tenutasi il maggio scorso durante un raduno delle Edizioni XII al quale ho partecipato. In quell'occasione, per la prima volta è stato eseguito "di persona" il concorso storicamente ospitato da XII e che da qualche mese si è spostato su Nero Cafè. Il tema dell'edizione live era "svisceramento d'autore", e, nel giro di un paio di birre, e con enorme sforzo di polso, ho tirato fuori questa storia.



La zuppa di Mamma Han

Chu strappò il foglio dell'ordine per il tavolo 4.
1 x ravioli di carne al vapore
1 x zuppa di mamma han
Chi ha chiesto la zuppa? chiese indispettito a uno dei camerieri.
Uomo con signora, molto bella spiegò disinteressato questi, passando per ritirare due piatti di spaghetti di riso.
Chu si affacciò dalla cucina per spiare il tavolo 4. La donna era davvero bella, era... era lei.
Cinque anni di licelo insieme, cinqe anni di amore non corrisposto. Cinque anni di umiliazioni.
Era proprio il tipo da ordinare una zuppa di Mamma Han, il piatto più elaborato e impegnativo. Gli ingredienti erano innumereveoli e ricercatissimi. Le avrebbe preparato una zuppa adatta a lei.
Si mise al lavoro iniziando a sgusciare i gamberi. Poi, con cura, passò a pulire il pesce palla.

Intossicazione alimentare riferì il medico. Ha ingerito un veleno a rilascio lento. Avete mangiato qualcosa di insolito, ultimamente?
I presenti scossero la testa, straniti. Sconvolti per quella morte improvvisa, non riuscirono a focalizzare l'attezione sulla domanda.
La zuppa rispose infine una di loro. Al ristorante cinese. Ha preso una zuppa di pesce...

Chu la vide tornare la settimana dopo. Una settimana dopo il giorno in cui sarebbe dovuta morire.
Era con un gruppo di amiche, festeggiavano qualcosa. Il cameriere gli consegnò l'ordine del loro tavolo.
Otto zuppe di Mamma Han. Signora festeggia. Marito morto, lasciati molti soldi.
Chu si affacciò a osservarla anche questa volta. Sembrava felice, come la precedente. Una felicità che lui non era riuscito a toglierle.
Sospirando, prelevò gli ingredienti per la zuppa. Iniziò sgusciando i gamberi. Poi passò a pulire il pesce palla, eviscerandolo ad arte degli organi interni, in modo che il veleno non fuoriuscisse.

Cobblestone Dancing Club

Scrivo questo post a poche ore da quello in cui segnalavo la mia conquista del titolo di scrittore dell'anno di Edizioni XII, anche se poi comparirà sul blog a dieci giorni di distanza (ho programmato la pubblicazione di alcuni articoli per non lasciarvi all'asciutto durante la mia assenza!). In quel post elencavo tra i vari concorsi che mi hanno fatto accumulare Karma-points anche Minuti Contati, la gara di scrittura-lampo che da un paio di anni mi fa battere il capo sulla tastiera per una mezz'ora buona, prima che un'idea valida mi si affacci alla mente. 

Come dicevo 10 giorni o 8 ore fa, sono riuscito a strappare una vittoria nei mesi scorsi, e quello che sto per presentare è proprio il racconto vincitore della XVII edizione. Il tema era "lunedì 17", da far rientrare in 1000 striminzite battute. Me ne sono uscito con uno sketch leggero che però è piaciuto, e che mi pare l'ideale per chiudere questo periodo estivo (quando questo post apparirà sul blog, sarò appena rientrato dalle mie vacanze, e mi aspetterà l'ultima notte di libertà prima del rientro al lavoro...).



Cobblestone Dancing Club
(in parte ispirato a una storia vera, soprattutto la parte della kahlua)

Ho visto la barista non prendere la Kahlua per preparare il black russian. La musica è una variazione del pulsare delle tempie di quando hai mal di testa. E altrettanto piacevole.
Un trentacinquenne avrebbe passato una serata migliore con Call of Duty. Ma 15 € di biglietto sono andati.
Le cose migliorano quando incontro lei. Carina, si muove bene. Sorride, si lascia avvicinare. Si struscia, e lo fa dove mi è più gradito.
Le sue prime languide parole sono: – Mi porti a casa?
La assecondo.
– Tu non guidi? – chiedo lungo il tragitto.
– Non ho la patente.
Il brivido parte dal collo e arrivato in basso fa afflosciare tutto. – Ma… quanti anni hai?
– Lunedì diciassette.
Siamo arrivati. Lei scende e lascia la portiera aperta. – Vuoi salire?
– Facciamo di no. E… ti dispiace se ti faccio gli auguri in anticipo?

Il buffone parte con una sgommata.
Meglio, non mi pareva un latin lover. Avrei dovuto inventare un’altra scusa.
Ma stasera mi serviva un passaggio. Che seccatura avere la macchina in revisione!


La fiera di Hornet River (parte 3)

Ultima puntata del mio cross-over spin-off che ho deciso di proporre qui spezzettato. Tutto quello che vi serve sapere sulla genesi del racconto lo trovate qui.


La fiera di Hornet River
(segue da qui)

5

Non c’era un modo giusto per farsi colpire. Twilight Jackson sapeva che la saetta si sarebbe abbattuta su di lui, ma non aveva modo di prepararsi a quell’esperienza.
L’impatto fu terribile come sempre. Il fulmine sembrò penetrargli contemporaneamente dalla testa e dai piedi, percorrergli le membra in ogni direzione, cercare di aprirsi strada dentro di lui. Il dolore fu atroce, ma era una sensazione che ormai conosceva. E che sapeva controllare.
Con un immenso sforzo di volontà, compresse tutta l’energia dentro di sé, trattenendola e dirigendola dove la voleva, pronto a rilasciarla al momento opportuno. Doveva fare in fretta: era riuscito a mantenere il fulmine dentro di sé anche per mezz’ora, ma ogni secondo era un’agonia.
Si diresse rapidamente verso la piazza, per rilasciare il fulmine sulla macchina di Zibakis, in modo da attivarla e completare così la sua parte dell’accordo. Mentre i primi goccioloni di pioggia iniziavano a inzupparlo, notò che la gente si era assiepata in quel modo particolare che anticipa una rissa o un duello. E al centro dell’assembramento c’era Zibakis.
Cercò di farsi strada per raggiungere lo scienziato, ma si fermò a metà strada quando vide quella cosa che procedeva nella sua stessa direzione.
Twilight Jackson era un uomo mite, ma alla vista dello spaventoso golem di metallo che si muoveva tra sbuffi di vapore, si lasciò scappare una bestemmia che da sola gli sarebbe valsa l’inferno.
– Questa è la mia Unità Automatica Semovente! – sbraitò l’ometto che stava fronteggiando Zibakis. – E adesso distruggerà la tua macchina, così dovrai tornartene alle tue stufe!
Osservando quella macchina dall’aspetto umano in movimento, non si poteva che dar credito alla minaccia. Era difficile pensare di poter fermare quel mostro.
Jackson vide il panico negli occhi di Zibakis, mentre si guardava freneticamente attorno in cerca di una soluzione. Poi lo scorse in mezzo alla folla, e notando i peli della sua barba irti per l’elettricità che gli scorreva dentro, capì che aveva già incamerato il fulmine.
– Presto, Jackson! Colpiscilo! Abbatti quell’affare! – ordinò.
Lui rimase per un attimo imbambolato. Doveva affrontare l’Unità Automatica Semovente? Era fuori discussione. Poi si rese conto che visto che aveva un solo colpo da sparare, tanto valeva dirigerlo su un altro obiettivo. D’altra parte l’automa si muoveva lentamente, e non sarebbe stato difficile colpirlo.
Si fece avanti per prendere la mira, e stava puntando le mani in direzione del bersaglio quando, al di sopra dello scrosciare della pioggia, una voce attirò la sua attenzione.
– Twilight Jackson! – chiamò una donna che stava emergendo in quel momento dalla folla. Era una vecchia, probabilmente anche più anziana di Zibakis, vestita da cowboy e con i lunghi capelli bianchi abbandonati sulle spalle. – Ti ho trovato, finalmente. Sono Patricia Hillwick.
Quel nome non diceva nulla a Jackson, ma la pistola che lei estrasse da sotto il pastrano era abbastanza eloquente. La canna era puntata nella sua direzione.
Non ebbe il tempo di chiedere spiegazioni, che lei riprese: – Ti stavo cercando da un po’, Jackson. Chi immaginava che ti avrei trovato qui? Quando ho sentito che questi due venivano da Elderberry Field ho capito che erano gli inventori del coso che ha ammazzato il vecchio Wilkinson, e li ho seguiti per vedere in azione questo duellante metallico. Ma non sapevo che ci saresti stato anche tu. Questo rende tutto molto più interessante.
Gridando per farsi sentire dall’altra parte della piazza percorsa da raffiche d’acqua, Jackson chiese: – Vuoi gli ottomila dollari della mia taglia? Va bene, mi hai preso. Ma rinfodera quella pistola, prima che qualcuno si faccia male.
– No, non hai capito, Jackson. Io non voglio i soldi. Io voglio un duello. Contro di te.
In quel momento, con un ultimo sbuffo di vapore dalle ginocchia, l’Unità Automatica Semovente si fermò al centro della piazza, alla stessa distanza da Twilight Jackson e Patricia Hillwick. Si trovavano adesso ai tre vertici di un triangolo, ognuno con un’arma diversa e potenzialmente letale per gli altri.
Non era un duello. Era un triello.
Jackson considerò le alternative, insensibile all’acqua che gli scorreva dalle falde del cappello nel collo del cappotto, sordo agli ordini di Zibakis, concentrato solo sulla potenza che non riusciva più a trattenere e che presto avrebbe dovuto rilasciare. Rivolse lo sguardo al mostro, alla vecchia, a uno scienziato, all’altro, al ragazzo che stava accanto a questo. Guardò la folla e oltre.
Un clic lo avvertì che Patricia Hillwick aveva armato la sua rivoltella.
L’Unità Automatica Semovente rimaneva immobile, forse in cerca come lui dell’obiettivo migliore.
Twilight Jackson percepì l’energia salirgli per le braccia, guizzando nelle vene come sangue elettrico, fino a concentrarsi sulla punta delle dita.
Aveva scelto il suo bersaglio.
Sollevò le mani e sprigionò tutta la potenza del fulmine su di esso.

6

– Sta bene, Docwells? – chiese Kiddo preoccupato.
Nella scarsa illuminazione del vagone merci che li stava riportando a Elderberry Field, il dottore richiuse picchiettò affettuosamente sulla corazza di Sam. – Sì, tutto a posto – lo rassicurò. – Purtroppo non è impermeabile. L’acqua è penetrata dentro e ha fermato la combustione del carbone. Si era solo addormentato, per questo si è fermato in mezzo alla piazza.
– Oh, meno male, mi ero proprio spaventato!
– Certo che l’ha scampata bella. Se quel tizio lo avesse colpito, credo che di Sam sarebbe rimasto poco… – notando l’espressione inorridita di Kiddo, Wells si interruppe subito. – Ma è andato tutto bene. Anzi, anche se era fermo, Sam ci ha salvato la vita. Chissà che sarebbe successo, se lui non ci avesse riparato da quell’esplosione.
– Già – confermò il ragazzo, sollevato. – Sam è proprio un grande amico.

Twilight Jackson era riuscito ad approfittare dal caos che aveva provocato alla fiera per scappare e mettersi in salvo. Sapeva di essersi guadagnato le antipatie di molti, ma aveva fatto quello che gli era sembrato più giusto. In ogni caso, aveva deciso di non sfruttare più il suo “talento”: troppo pericoloso.
Ma aveva ancora una questione da risolvere.
Fece trascorrere un po’ di tempo prima di recarsi a Baton Rouge, in cerca di Zibakis. Lo trovò nel suo laboratorio, indaffarato a riparare una stufa.
– Che cosa vuoi? – lo accolse con astio l’inventore. – Non ti devo niente, vattene di qui!
– Non voglio niente, professore – chiarì subito Jackson. – C’è solo una cosa che voglio sapere. A che cosa serviva il macchinario che avrei dovuto attivare con il fulmine?
Zibakis sembrò quasi offeso da quella domanda. – Era un generatore di flussi ionici pressionizzanti.
Quando Jackson non reagì a quella spiegazione, l’altro si sentì in dovere di precisare: – Una macchina per controllare il tempo, idiota! Pioggia e sole a piacimento!
– Ma… non aveva pagato uno sciamando per far piovere?
– Sì, e allora?
Jackson era confuso. – Non le sembra assurdo, usare la magia per ottenere l’energia per una macchina che fa la stessa cosa di quella magia?
– Cosa? Ma che vai blaterando! Questa è scienza, cosa vuoi capirne tu? – Zibakis scosse la testa, infastidito dalla sua ottusità. – E adesso vattene – ordinò. – Non voglio che tu mi sia vicino quando quella vecchia pazza ti troverà. Se voleva ammazzarti prima, figuriamoci adesso, dopo lo scherzetto che le hai combinato… fuori!
Twilight Jackson accontentò il professore, tenendosi per sé i dubbi su scienza e stregoneria.

– Ha visto, signor Biggs?
– Per la miseria, Tip, è la sesta volta che me lo chiedi. Certo che ho visto!
Tip Wilson compì un’altra elegante mossa con la sua bipala, e il mucchietto di terra alle sue spalle si fece più alto. – Centoventimila dollari, signor Biggs!
Il becchino non rispose. A dir la verità gli rodeva che il suo assistente avesse vinto il premio della fiera di Hornet River. Ma quando lord Stockhammer si era presentato, la bipala era l’unica invenzione i cui delicati meccanismi non erano stati compromessi dall’esplosione di uova semisode e acqua bollente scatenata da quello storpio. Il suo fulmine diretto sulla grossa ampolla in cui cuocevano più di cento uova aveva scatenato il caos nella piazza, ma nessuno si era fatto troppo male, e i più sfortunati se l’erano cavata con qualche ustione. La cosa era dispiaciuta a Biggs, perché prendere l’appalto per seppellire qualche centinaio di vittime sarebbe stato un affare.
Invece era stato il giovane Tip a fare il colpo grosso.
Biggs non capiva perché il ragazzo fosse ancora lì con lui a scavare fosse, ora che era immensamente ricco. Forse solo perché era quello che gli piaceva fare. Era un bravo giovanotto, Tip.
– Certo, Tip. Centoventimila. Questo è il numero dei ceffoni che ti beccherai, se non finisci di scavare prima che faccia buio.

La fiera di Hornet River (parte 2)

Mentre Piombo contro acciaio a Elderberry Field, il racconto di cui il presente La fiera di Hornet River è un seguito, è stato sbattuto fuori dal Circo Massimo (che in compenso ha prodotto risultati soddisfacenti con l'altro mio racconto... questione di karma?), ecco che arriva la seconda parte del mio spin-off/cross-over di Six Shots di Alfredo Mogavero e del mio già citato racconto precedente.

Per chi si fosse perso la prima parte, basta fare un passo indietro e assimilare introduzione e primi due capitoli.



La fiera di Hornet River
(segue da qui)

3

Hornet River era uguale a tutte le cittadine del west con il nome composto di due parole: poche case basse che delimitavano stradine in terra battuta, che erano più l’involontaria conseguenza del continuo passaggio di bestie e carovane, che l’espressione di un preciso piano di viabilità; alcune botteghe grandi quanto bastava per accogliere i due clienti scarsi giornalieri, e molti saloon abbastanza ampi per il resto della popolazione; cani randagi dal pelo sfoltito per la rogna che rincorrevano topi grossi quanto le loro teste, e che comunque risultavano più simpatici degli abitanti del posto. Gli stranieri si vedevano riservare la stessa occhiata che spettava alla merda di cavallo appena pestata, poco prima che uno scaracchio andasse a spiaccicarsi a qualche centimetro dai loro piedi.
Era la città ideale per una fiera della scienza.
Twilight Jackson si era stancato presto di fare il turista, e aveva deciso di rimanere nei pressi della piazza nella quale veniva allestita la manifestazione, per assistere alla processione di ricercatori, inventori e pazzoidi assortiti che erano accorsi nella speranza di vincere il consistente premio.
– Con i centoventimila dollari che vincerò – gli aveva spiegato il professor Solomon Zibakis due giorni prima – potremo sistemarci entrambi. La mia parte mi consentirà di finanziare le mie ricerche senza dover ricorrere ai prestiti degli strozzini, mentre tu con i tuoi trentamila…
– Trentamila? – aveva sottolineato Jackson, sollevando lo sguardo dal bicchiere di scotch.
– Beh, l’invenzione è mia, e insomma…
– Ma se ho capito bene, non può attivare il suo macchinario senza il mio aiuto.
Zibakis aveva lasciato ricadere la testa sul petto in un gesto di sconfitta. – Sì, è così, ho bisogno dell’energia di un fulmine per metterla in funzione.
– Allora ne voglio cinquantamila per me.
– Quarantotto.
Jackson aveva finto di soppesare l’offerta. In realtà già l’idea di un gruzzolo a quattro cifre lo esaltava. – Ci sto. Ma… come può essere sicuro che ci sarà un temporale, il giorno della fiera?
– Ho regalato una bussola a uno sciamano Choctaw perché esegua una danza della pioggia al momento giusto. Fidati, pioverà.
Jackson dubitava che quel piano avrebbe funzionato. Ammesso che la danza della pioggia funzionasse, lui avrebbe dovuto incamerare un fulmine e dirigerlo con cura sull’invenzione del professore, perché lui potesse fare la sua dimostrazione. E questa avrebbe dovuto valergli il primo premio. Tutto molto improbabile.
Passeggiò tra un banco e l’altro, osservando con curiosità e divertimento le esposizioni degli altri scienziati. Alcuni macchinari avevano forme misteriose ed era difficile intuirne la funzione, altri sembravano soltanto delle fantasiose composizioni di ingranaggi e bracci snodati. Si soffermò a studiare le macchine più interessanti, ricevendo dai rispettivi proprietari entusiaste spiegazioni su come gli oggetti rivoluzionassero la vita di tutti. Forse credevano che lui fosse un inviato di Lord Stockhammer, il patrono della fiera che si sarebbe presentato a sorpresa per valutare le invenzioni ed eleggere il vincitore.
Stava osservando bollitore di uova alimentato a gusci d’uova che poteva cuocerne fino a cento tutte insieme, quando un brontolio che con gli anni aveva imparato a riconoscere attirò la sua attenzione.
Si girò di scatto a osservare l’orizzonte, dove un contingente di nuvoloni neri si stava ammassando per muoversi su Hornet River.
– Maledetto di uno sciamano – imprecò a denti stretti.

4

Quello era il giorno più bello della vita di Kiddo. O forse il secondo, considerando quello in cui si era trovato una moneta da dieci cent nelle mutande. Ma cosa c’era di meglio che scoprire le invenzioni di tutti quegli scienziati straordinari? Tutti erano gentili e rispondevano alle sue domande, e lui si divertiva a cercare di capire quello che gli spiegavano, anche se non ci riusciva poi così bene. Ma di una cosa era certo: di tutti quei grandi inventori, nessuno era bravo come il dottor Wells. Quando gli altri avrebbero visto Sam, non ci sarebbero stati dubbi su chi doveva vincere il premio.
Kiddo proseguì il suo giro fermandosi davanti a due signori che non avevano portato niente di più delle due sedie sui quali erano accomodati. Uno di loro aveva un libro in mano e lo leggeva con trasporto, mentre l’altro lo salutò: – Salve amico. Vuoi vedere la mia invenzione?
– Sì, tanto davvero! – esclamò radioso il ragazzo.
– Lascia stare, Tip – ammonì l’altro senza interrompere la lettura. – Risparmiati un’altra figura di merda.
– Perché dice così? – volle sapere Kiddo, che non osava ripetere quelle parole.
– Oh, il signor Biggs sostiene che la mia sia un’invenzione stupida. Ti faccio vedere.
Raccolse da terra quella che sembrava una pala, e che, in effetti, lo era. Mostro l’oggetto al suo spettatore e si apprestò a usarlo. Ficcò la pala nel terreno, la spinse sotto con un piede, poi rovesciò la terra raccolta di lato… e con un abile movimento delle braccia si ritrovò di nuovo con la lama sopra la buca che aveva scavato, senza dover riportare l’attrezzo nella sua posizione iniziale!
– Hai capito? – chiese quindi Tip con un sorriso esitante. – La lama è montata su entrambe le estremità, ma rivolta nel senso opposto, in modo che con una sola mossa si possa depositare la terra ed essere pronti per un’altra palata. Con un po’ di esercizio si dimezza il tempo occorrente per scavare una fossa! Io la chiamo “bipala”. Ti piace?
Kiddo era senza parole. Era geniale! Lui non aveva scavato spesso, nel saloon di Butch puliva e serviva ai tavoli ma non gli capitava di usare la pala, ma quell’invenzione gli faceva venire voglia di cominciare anche lui! Incapace di esprimere in altro modo la sua meraviglia, applaudì il giovane inventore della bipala.
Tip si profuse in un inchino, poi gli strinse vigorosamente la mano, mentre da dietro il suo libro il signor Biggs sbuffava.
Kiddo passò oltre, preoccupato dai primi rombi di un acquazzone in avvicinamento che gli facevano temere che la fiera venisse sospesa per la pioggia. Il cielo era ormai coperto di nubi scure quando sentì, dall’altra parte della piazza, la voce di Wells.
– Truffatore! Impostore! Fedifrago! – stava gridando il dottore. Il ragazzo accorse, sentendo l’agitazione nel tono del suo compagno.
Il dottor Wells si era avvicinato a un altro scienziato, e i due litigavano animatamente. – Truffatore io? Sei tu che mi hai venduto dei giroscopi difettosi!
– Bada a quel che dici, Zibakis! Se non fosse per me tu oggi saresti solo uno stufaiolo! Dovrai essermi sempre riconoscente per tutto quello che ti ho insegnato!
– Non posso avere riconoscenza per il professore che mi bocciava ai corsi, sapendo che ero più intelligente di lui!
– Le tue fantasticherie erano assurde! Uno scienziato deve limitarsi a ciò che è possibile, non sognare l’irrealizzabile!
Ormai tutti i presenti erano riuniti attorno ai due litiganti. Tra la folla Kiddo aveva visto anche la vecchia signora simpatica che avevano incontrato sul treno, e l’aveva salutata con la mano. Il tono della discussione si faceva sempre più teso, tanto da rendere l’aria quasi elettrica… ma forse quello era un effetto del temporale imminente.
– Presto deciderò io i limiti degli scienziati! – ribatté ancora Zibakis. – Con i soldi che vincerò oggi, avrò l’influenza per farti estromettere da qualsiasi circolo accademico.
Il viso di Wells si fece rosso, e le guance gli si gonfiarono in un’espressione di stizza che sarebbe stata comica, in un’altra situazione. – Ma tu non vincerai proprio nulla! – proclamò. Si guardò attorno, e individuato Kiddo, lo chiamò a sé.
Il ragazzo gli si portò accanto: – Tutto bene, Docwells? Sei arrabbiato? Dobbiamo…
– Shh. – Estrasse un foglio da una tasca del panciotto e lo marcò in fretta con sequenze di puntini. – Prendi questo. Conta i punti e traducili per Sam. Poi accendilo.
Kiddo annuì e fece come chiesto. Tornato al loro banco, scoprì Sam dal telo con cui l’avevano nascosto finora. La vista dell’automa metallico sollevò un coro di esclamazioni da parte della folla di Hornet River. Con la sua innata abilità, Kiddo tradusse in base due i numeri segnati da Wells, perforò una scheda secondo le istruzioni corrispondenti e la infilò nello scompartimento sulla nuca dell’uomo d’acciaio. Dopo essersi assicurato che nella fornace avesse carbone sufficiente, lo accese.
Il vapore schizzò fuori dalle articolazioni di Sam in un fischio acuto, ma il suono fu coperto dal fragore di un fulmine che era caduto proprio lì vicino.

(continua qui)

La fiera di Hornet River (parte 1)

Ogni tanto mi viene voglia di riportare sul blog qualche racconto scritto in altre occasioni, e solitamente prediligo i racconti brevi, che possano occupare un unico post. Per questo, spesso le storie che compaiono qui provengono da "Minuti Contati", il concorso a tempo mensile delle Edizioni XII. Stavolta invece, ho pensato di iniziare a pubblicare un racconto più lungo, e nella più squisita tradizione pulp di inserirlo a puntate, con il duplice obiettivo di rendere la elttura agevole e findelizzare il cliente.

Piccola introduzione sul racconto che sto per presentare. Si tratta di un racconto indipendente, ma è anche un seguito di un altro precedente (e in questo senso, è il primo seguito che abbia mai scritto). Ma non solo: il racconto è stato scritto per "ULAM", un'altra iniziativa di XII dedicata però agli spin-off dei libri pubblicati dalla casa editrice. In questa edizione del concorso agli autori era richiesto di scrivere un racconto che avesse ambientazione, personaggi o temi tratti da Six Shots di Alfredo Mogavero. Il libro di Mogavero contiene sei racconti del "weird west", ovvero un western che a pistoleri, indiani e diligenze mescola mostri, demoni e sortilegi. Per capirsi, un esempio valido del genere è il film Wild Wild West.

E cosa avevo scritto io di ambientazione simile? Se avete seguito le segnalazioni recenti, dovreste aver letto del racconto Piombo contro acciaio a Elderberry Field che è stato recentemente pubblicato nell'antologia Steampunk! Vapore Italico (e che nella sua versione cut era già apparso su N.A.S.F. 6). Ecco quindi che La fiera di Hornet River non è solo uno spin-off di Six Shots, ma anche un cross-over tra i due "universi" creati da me e Mogavero. Uso paroloni e pare che stia parlando di cose serie, ma in realtà si tratta soltanto di un gioco, ma abbastanza divertente. E anche abbastanza riuscito, visto che il mio racconto si è classificato terzo tra quelli presentati.

Per comprendere la storia bisognerebbe quindi aver letto sia Six Shots che Piombo contro acciaio a Elderberry Field. Per il primo, non posso che invitarvi a cliccare sulla copertina e acquistare il libro; per il secondo, dovrei chiedervi di fare lo stesso, e visitando la pagina delle pubblicazioni scegliere uno dei due libri che lo contengono. Ma siete fortunati, perché proprio in questi giorni Piombo contro acciaio sta combattendo nel Circo Massimo, e per tutto lo svolgimento del torneo il pdf è liberamente accessibile qui.

Ma siccome so bene a quali livelli di accidia siete in grado di arrivare, vi fornisco qui di seguito (in spoiler in modo da non rovinarvi la lettura in caso non siate così accidiosi) un microprofilo dei personaggi presenti, in modo da darvi gli elementi di base per assimilare la storia:

Da Six Shots: 
- Twilight Jackson: cowboy-parafulmine, durante i temporali viene regolarmente colpito dai fulmini, e in seguito ha imparato a trattenere l'energia e rilasciarla a suo piacimento
- Solomon Zibakis: inventore di macchine assurde, ha già incontrato Jackson
- Patricia Hillwick: vecchia avventuriera, una con le palle
- Tip e Biggs: coppia di becchini, il primo giovane e inguenuo, il secondo sedicente filosofo

Da Piombo contro acciaio a Elderberry Field:
- Wells: scienziato e inventore geniale
- Kiddo: ragazzo leggermente ritardato, compagno di Wells, che gli ha insegnato a contare in base due
- Sam: così battezzato da Kiddo, incapace di pronunciare il nome completo di Unità Automatica Semovente, si tratta di un robot a vapore progettato e costruito da Wells

Direi che ora siamo pronti. Ecco la prima parte di:


La fiera di Hornet River

1

Correndo alla massima velocità che il dolorante piede sinistro gli concedeva, lo storpio si infilò in un vicolo polveroso che a giudicare dall'odore costituiva la latrina comune del quartiere. Mentre trascinava a passo irregolare le sue membra contorte nel profondo di quel tanfo rancido, sollevò il cappello quanto bastava per lanciare uno sguardo al cielo, una distesa azzurra e placida che lasciava presagire almeno un'altra settimana di caldo torrido.
Niente pioggia in arrivo. Niente temporali. Niente fulmini.
– Merda – imprecò tra sé lo storpio, inoltrandosi nel vicolo maleodorante, senza curarsi delle sospette chiazze umide e schiumose che si trovava a calpestare.
Dall'imbocco della stradina arrivò il suono di passi, rapidi ma non in corsa. Il bastardo che lo inseguiva non si preoccupava nemmeno di affrettarsi, sapeva che lo avrebbe preso.
Stavolta è finita, si disse. Questo vigliacco mi punterà contro una pistola e mi porterà dallo sceriffo. Stasera offrirà da bere a tutto il saloon, con ottomila dollari ad appesantirgli le tasche.
Anche lui aveva una pistola, ovviamente, perché andare in giro senza un’arma ben visibile significava finire accoppati da chi una pistola si curava di nasconderla. Ma di fatto non l'aveva mai usata, e non era nemmeno sicuro di saperlo fare all'occorrenza. La taglia che gli avevano appioppato se l'era guadagnata con altri mezzi.
Mentre cercava di sfilare l'arma dalla fondina, per mantenere un minimo di dignità di fronte al suo avversario sempre più vicino, scivolò con il piede buono su qualcosa di viscido di cui preferì non chiarire la natura, e finì lungo disteso sul terreno. A livello del suolo il fetore era nauseante, ma sfiancato per la fuga non riuscì a risollevarsi.
– Jackson? – chiamò il suo inseguitore, distante solo pochi metri. – Twilight Jackson?
Lo storpio non rispose. Era una domanda retorica: l'altro sapeva bene con chi aveva a che fare. Eppure quella voce...
– Twilight Jackson, sei tu?
L'uomo steso a terra con il naso inzuppato in una pozza di piscio compì uno sforzo notevole per girarsi a osservare chi lo aveva catturato.
– Jackson, ho bisogno di te – disse questi, che lo aveva raggiunto e si era accucciato accanto a lui. Una mano dalle dita contorte lo raggiunse per aiutarlo a sollevarsi.
Twilight Jackson seguì con lo sguardo la mano deforme lungo il braccio, fino al vecchio che ne era il proprietario.
L'umiliazione di essere stato preso svanì quando lo riconobbe: – Zibakis?

2

– ...scienziato. Il più bravo di tutti! – il torrente di chiacchiere di Kiddo aveva rotto la diga più di un'ora prima e stava inondando lo scompartimento del treno su cui viaggiava insieme al dottor Wells e un'anziana signora dai lunghi capelli bianchi che portava sciolti sulle spalle, come facevano le vecchie indiane. Il ragazzo aveva superato la fase iniziale di eccitazione per il suo primo viaggio in treno, e aveva iniziato ad annoiarsi quando il paesaggio che correva fuori dal finestrino si era fatto monotono. Ma la signora si era rivelata simpatica, e pronta ad ascoltarlo, o almeno assecondarlo. Da parte sua, Wells si era calato una mascherina sugli occhi e cercava di dormire tra i sobbalzi improvvisi della ferrovia.
– Io lo aiuto perché lui gli serve aiuto, ma io non sono bravo come lui, no proprio! Infatti non sono uno scienziato io, però ho imparato delle cose insieme a Docwells, per esempio so anche contare so leggere un termomelo, che non si legge come i libri ma...
– Un cosa? – interruppe la signora.
– Un termotero. Temmotreno. Tremo...
– Vuoi dire “termometro”?
– Sì, quello! Io so come si legge, anche se non è come leggere un libro e quello non lo so fare perché  è più difficile, ma so che posso imparare perché prima non sapevo nemmeno quello.
– E dove state andando, tu e il dottore?
– Alla fiera di Hornet River! – dichiarò entusiasta Kiddo, pronunciando il nome della cittadina come se fosse quello del Presidente.
– Oh, capisco. Molti scienziati di tutta la Nazione andranno a mostrare le loro invenzioni migliori per aggiudicarsi il premio. Voi venite da molto lontano?
– Siamo partiti da Elderberry Field. Siamo in viaggio da... – esitò un istante, intento a calcolare il tempo trascorso – da due volte due volte due volte due e due ore.
La vecchia lo fissò con lo sguardo che si riserva a un gallo che ha appena fatto l'uovo.
– Diciotto – intervenne il dottor Wells, senza levare la mascherina dagli occhi. – Siamo in viaggio da diciotto ore circa. Abbiamo fatto il primo tratto in diligenza, poi abbiamo preso il treno.
La donna annuì. – E che invenzione proporrete alla fiera? Centoventimila dollari di premio fanno gola a molti, ci sarà una gran concorrenza...
– Noi siamo venuti con Sam! – rivelò il ragazzo.
La signora non batté ciglio.
– Sam è mio amico, e si muove anche lui ma fa come il treno, che usa il carbone. Infatti è rimasto dietro dove ci sono i bagagli e anche il carbone per il treno, così poi lo possiamo portare via quando arriviamo.
– Non capisco. Chi è Sam?
– Sam lo ha fatto Docwells! Per davvero si chiama Unità Semola...
– Kiddo, basta – si intromise di nuovo il dottore. – Credo che la signora voglia riposare. E io voglio riposare. Basta chiacchiere per ora, dormi anche tu – il tono era sbrigativo.
– Uh, va bene Docwells, sissì, infatti sono stanco anch'io!
Kiddo rivolse un sorriso alla vecchia, poi si appoggiò con la testa al sedile. Lei rimase a osservare lui e il dottore, poi quando si furono addormentati lasciò lo scompartimento.

(continua qui)