La fiera di Hornet River (parte 3)

Ultima puntata del mio cross-over spin-off che ho deciso di proporre qui spezzettato. Tutto quello che vi serve sapere sulla genesi del racconto lo trovate qui.


La fiera di Hornet River
(segue da qui)

5

Non c’era un modo giusto per farsi colpire. Twilight Jackson sapeva che la saetta si sarebbe abbattuta su di lui, ma non aveva modo di prepararsi a quell’esperienza.
L’impatto fu terribile come sempre. Il fulmine sembrò penetrargli contemporaneamente dalla testa e dai piedi, percorrergli le membra in ogni direzione, cercare di aprirsi strada dentro di lui. Il dolore fu atroce, ma era una sensazione che ormai conosceva. E che sapeva controllare.
Con un immenso sforzo di volontà, compresse tutta l’energia dentro di sé, trattenendola e dirigendola dove la voleva, pronto a rilasciarla al momento opportuno. Doveva fare in fretta: era riuscito a mantenere il fulmine dentro di sé anche per mezz’ora, ma ogni secondo era un’agonia.
Si diresse rapidamente verso la piazza, per rilasciare il fulmine sulla macchina di Zibakis, in modo da attivarla e completare così la sua parte dell’accordo. Mentre i primi goccioloni di pioggia iniziavano a inzupparlo, notò che la gente si era assiepata in quel modo particolare che anticipa una rissa o un duello. E al centro dell’assembramento c’era Zibakis.
Cercò di farsi strada per raggiungere lo scienziato, ma si fermò a metà strada quando vide quella cosa che procedeva nella sua stessa direzione.
Twilight Jackson era un uomo mite, ma alla vista dello spaventoso golem di metallo che si muoveva tra sbuffi di vapore, si lasciò scappare una bestemmia che da sola gli sarebbe valsa l’inferno.
– Questa è la mia Unità Automatica Semovente! – sbraitò l’ometto che stava fronteggiando Zibakis. – E adesso distruggerà la tua macchina, così dovrai tornartene alle tue stufe!
Osservando quella macchina dall’aspetto umano in movimento, non si poteva che dar credito alla minaccia. Era difficile pensare di poter fermare quel mostro.
Jackson vide il panico negli occhi di Zibakis, mentre si guardava freneticamente attorno in cerca di una soluzione. Poi lo scorse in mezzo alla folla, e notando i peli della sua barba irti per l’elettricità che gli scorreva dentro, capì che aveva già incamerato il fulmine.
– Presto, Jackson! Colpiscilo! Abbatti quell’affare! – ordinò.
Lui rimase per un attimo imbambolato. Doveva affrontare l’Unità Automatica Semovente? Era fuori discussione. Poi si rese conto che visto che aveva un solo colpo da sparare, tanto valeva dirigerlo su un altro obiettivo. D’altra parte l’automa si muoveva lentamente, e non sarebbe stato difficile colpirlo.
Si fece avanti per prendere la mira, e stava puntando le mani in direzione del bersaglio quando, al di sopra dello scrosciare della pioggia, una voce attirò la sua attenzione.
– Twilight Jackson! – chiamò una donna che stava emergendo in quel momento dalla folla. Era una vecchia, probabilmente anche più anziana di Zibakis, vestita da cowboy e con i lunghi capelli bianchi abbandonati sulle spalle. – Ti ho trovato, finalmente. Sono Patricia Hillwick.
Quel nome non diceva nulla a Jackson, ma la pistola che lei estrasse da sotto il pastrano era abbastanza eloquente. La canna era puntata nella sua direzione.
Non ebbe il tempo di chiedere spiegazioni, che lei riprese: – Ti stavo cercando da un po’, Jackson. Chi immaginava che ti avrei trovato qui? Quando ho sentito che questi due venivano da Elderberry Field ho capito che erano gli inventori del coso che ha ammazzato il vecchio Wilkinson, e li ho seguiti per vedere in azione questo duellante metallico. Ma non sapevo che ci saresti stato anche tu. Questo rende tutto molto più interessante.
Gridando per farsi sentire dall’altra parte della piazza percorsa da raffiche d’acqua, Jackson chiese: – Vuoi gli ottomila dollari della mia taglia? Va bene, mi hai preso. Ma rinfodera quella pistola, prima che qualcuno si faccia male.
– No, non hai capito, Jackson. Io non voglio i soldi. Io voglio un duello. Contro di te.
In quel momento, con un ultimo sbuffo di vapore dalle ginocchia, l’Unità Automatica Semovente si fermò al centro della piazza, alla stessa distanza da Twilight Jackson e Patricia Hillwick. Si trovavano adesso ai tre vertici di un triangolo, ognuno con un’arma diversa e potenzialmente letale per gli altri.
Non era un duello. Era un triello.
Jackson considerò le alternative, insensibile all’acqua che gli scorreva dalle falde del cappello nel collo del cappotto, sordo agli ordini di Zibakis, concentrato solo sulla potenza che non riusciva più a trattenere e che presto avrebbe dovuto rilasciare. Rivolse lo sguardo al mostro, alla vecchia, a uno scienziato, all’altro, al ragazzo che stava accanto a questo. Guardò la folla e oltre.
Un clic lo avvertì che Patricia Hillwick aveva armato la sua rivoltella.
L’Unità Automatica Semovente rimaneva immobile, forse in cerca come lui dell’obiettivo migliore.
Twilight Jackson percepì l’energia salirgli per le braccia, guizzando nelle vene come sangue elettrico, fino a concentrarsi sulla punta delle dita.
Aveva scelto il suo bersaglio.
Sollevò le mani e sprigionò tutta la potenza del fulmine su di esso.

6

– Sta bene, Docwells? – chiese Kiddo preoccupato.
Nella scarsa illuminazione del vagone merci che li stava riportando a Elderberry Field, il dottore richiuse picchiettò affettuosamente sulla corazza di Sam. – Sì, tutto a posto – lo rassicurò. – Purtroppo non è impermeabile. L’acqua è penetrata dentro e ha fermato la combustione del carbone. Si era solo addormentato, per questo si è fermato in mezzo alla piazza.
– Oh, meno male, mi ero proprio spaventato!
– Certo che l’ha scampata bella. Se quel tizio lo avesse colpito, credo che di Sam sarebbe rimasto poco… – notando l’espressione inorridita di Kiddo, Wells si interruppe subito. – Ma è andato tutto bene. Anzi, anche se era fermo, Sam ci ha salvato la vita. Chissà che sarebbe successo, se lui non ci avesse riparato da quell’esplosione.
– Già – confermò il ragazzo, sollevato. – Sam è proprio un grande amico.

Twilight Jackson era riuscito ad approfittare dal caos che aveva provocato alla fiera per scappare e mettersi in salvo. Sapeva di essersi guadagnato le antipatie di molti, ma aveva fatto quello che gli era sembrato più giusto. In ogni caso, aveva deciso di non sfruttare più il suo “talento”: troppo pericoloso.
Ma aveva ancora una questione da risolvere.
Fece trascorrere un po’ di tempo prima di recarsi a Baton Rouge, in cerca di Zibakis. Lo trovò nel suo laboratorio, indaffarato a riparare una stufa.
– Che cosa vuoi? – lo accolse con astio l’inventore. – Non ti devo niente, vattene di qui!
– Non voglio niente, professore – chiarì subito Jackson. – C’è solo una cosa che voglio sapere. A che cosa serviva il macchinario che avrei dovuto attivare con il fulmine?
Zibakis sembrò quasi offeso da quella domanda. – Era un generatore di flussi ionici pressionizzanti.
Quando Jackson non reagì a quella spiegazione, l’altro si sentì in dovere di precisare: – Una macchina per controllare il tempo, idiota! Pioggia e sole a piacimento!
– Ma… non aveva pagato uno sciamando per far piovere?
– Sì, e allora?
Jackson era confuso. – Non le sembra assurdo, usare la magia per ottenere l’energia per una macchina che fa la stessa cosa di quella magia?
– Cosa? Ma che vai blaterando! Questa è scienza, cosa vuoi capirne tu? – Zibakis scosse la testa, infastidito dalla sua ottusità. – E adesso vattene – ordinò. – Non voglio che tu mi sia vicino quando quella vecchia pazza ti troverà. Se voleva ammazzarti prima, figuriamoci adesso, dopo lo scherzetto che le hai combinato… fuori!
Twilight Jackson accontentò il professore, tenendosi per sé i dubbi su scienza e stregoneria.

– Ha visto, signor Biggs?
– Per la miseria, Tip, è la sesta volta che me lo chiedi. Certo che ho visto!
Tip Wilson compì un’altra elegante mossa con la sua bipala, e il mucchietto di terra alle sue spalle si fece più alto. – Centoventimila dollari, signor Biggs!
Il becchino non rispose. A dir la verità gli rodeva che il suo assistente avesse vinto il premio della fiera di Hornet River. Ma quando lord Stockhammer si era presentato, la bipala era l’unica invenzione i cui delicati meccanismi non erano stati compromessi dall’esplosione di uova semisode e acqua bollente scatenata da quello storpio. Il suo fulmine diretto sulla grossa ampolla in cui cuocevano più di cento uova aveva scatenato il caos nella piazza, ma nessuno si era fatto troppo male, e i più sfortunati se l’erano cavata con qualche ustione. La cosa era dispiaciuta a Biggs, perché prendere l’appalto per seppellire qualche centinaio di vittime sarebbe stato un affare.
Invece era stato il giovane Tip a fare il colpo grosso.
Biggs non capiva perché il ragazzo fosse ancora lì con lui a scavare fosse, ora che era immensamente ricco. Forse solo perché era quello che gli piaceva fare. Era un bravo giovanotto, Tip.
– Certo, Tip. Centoventimila. Questo è il numero dei ceffoni che ti beccherai, se non finisci di scavare prima che faccia buio.

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