Doctor Who Christmas Special 2017 - Twice Upon a Time

Sapevamo che sarebbe arrivato ma questo non lo ha reso più facile. Il momento in cui il Dodicesimo Dottore di Peter Capaldi ha ceduto il passo alla successiva incarnazione del personaggio a Jodie Whittaker, la prima donna a interpretare il ruolo. In più, questo era l'ultimo epsiodio sotto il controllo di Steven Moffat come showrunner, che ha indirizzato la serie per le ultime sei stagioni. Twice Upon a Time è quindi un episodio cruciale sotto molti punti di vista, non solo perché è un episodio che contiene la rigenerazione del Dottore, ma anche perché è un momento di svolta importante per la serie nel suo complesso.

E chi ha scritto l'episodio (Moffat stesso) deve aver sentito il peso di questa imminente chiusura di un lungo capitolo. Infatti questa puntata è stata insolita per essere una "regeneration story", perché non c'è stato nessun confronto epico tra il Dottore (anzi, due Dottori) e avversari formidabili e spietati. Al contrario di tutte le rigenerazioni della serie moderna, e di quasi tutte quelle della serie classica, il Dottore non arriva allo stremo delle sue forze dopo una lunga battaglia che mette in pericolo la sopravvivenza dell'universo. Certo, si può considerare che a portarlo vicino alla morte siano state le ferite durante la battaglia contro i cybermen di The Doctor Falls, ma anche qui come abbiamo visto qualche mese fa non stavamo combattendo una minaccia incombente sul mondo, l'umanità o la realtà, ma qualcosa di molto più contenuto, quasi trascurabile. Ed è proprio questo il punto.

Si sono fatte molte speculazioni su come questa storia di compresenza tra il Primo e il Dodicesimo Dottore (entrambi reduci da un combattimento con i cybermen, entrambi al polo sud, entrambi in procinto di rigenerarsi) si sarebbe svolta. Uno dei punti chiave della vicenda è stato colto pressoché da chiunque, anche perché dalle ultime battute del finale di stagione si poteva anticipare: entrambi i Dottori rifiutano di rigenerarsi, e cambieranno idea dopo gli eventi di questo episodio, una volta compreso che è importante cambiare. Anche un'altra teoria ricorrente si è rivelata corretta, quella che il soldato della Prima Guerra Mondiale (Mark Gatiss) che affianca i due fosse un antenato del brigadiere Lethbridge-Stewart, ma questo era quasi un easter egg, non un punto essenziale della trama: fosse stato chiunque altro, non sarebbe cambiato niente. Una delle ipotesi più gettonate era che i due Dottori avrebbero preso parte al salvataggio di Gallifrey visto in The Day of the Doctor, ma questo non è successo. Di fatto, non c'è stato nessun combattimento e nessun nemico da combattere, anzi: quella che sembrava inizialmente la minaccia si è rivelata poi una fazione con un obiettivo quanto meno condivisibile. Abbiamo quindi un episodio lento, riflessivo, portato avanti dai numerosi dialoghi tra i vari personaggi piuttosto che dall'azione. E per quanto anomalo, viste le cirocstazione eccezionali di questa puntata, si riesce ad accettarlo.

Non tutto però funziona come dovrebbe. Forse quello che sulla carta appariva intenso e profondo non è venuto fuori come previsto. La mancanza di scene di azione (a parte qualche breve fuga) fa incespicare lo svolgersi della trama, di cui non si capisce quando si arriva al climax. Il Primo Dottore è interpretato con cura magistrale da David Bradley, che riesce a renderne in modo quasi perfetto la parlata e l'atteggiamento, ma il personaggio è scritto al limite del macchiettistico, e la gag del suo sessismo da anni 60 si trascina un po' troppo. La comparsa di Bill (vera o simulata che sia) appare un po' forzata e in ultima analisi non così necessaria... sembra che l'abbiano voluta inserire perché ormai l'avevano pagata per tutta la stagione, e allora tanto vale mettercela, quando la sua chiusura in The Doctor Falls era più che sufficiente. Tra tutti, è sicuramente il personaggio di Mark Gatiss (sempre più apprezzabile come interprete che come autore, vedi Sleep No More): un soldato nobile, altruista, pronto al sacrificio ma anche alla compassione, uno spiraglio di umanità davvero rincuorante. Anche se il modo in cui compare nella storia è piuttosto artificioso, concede l'occasione per una commovente cronaca della tregua di Natale durante la prima guerra mondiale. Infine, il percorso che porta il Dodicesimo Dottore ad accettare la rigenerazione non è così esplicito. Sembra anzi che gli eventi vissuti abbiano convinto più il Primo, mentre non si riconosce il momento in cui anche il Dodicesimo capisce che è giusto cambiare e andare avanti. Quando saluta per l'ultima volta i suoi companion (Bill, Nardole e Clara, di cui ha riacquisito i ricordi dopo averli persi alla fine della nona stagione) vediamo ancora un uomo sofferente e stanco.

Molto probabilmente questo episodio è stato costruito intorno a Peter Capaldi, infatti gli sono concesse diverse occasioni per i suoi monologhi. Anche il discorso finale, rivolto alla sua prossima incarnazione, è estremamente teatrale nei tempi e nella scelta delle parole, un'ultima occasione per l'attore di dimostrare le sue capacità. Per questo l'enfasi maggiore è data ai suoi momenti di intimità e riflessione, che sono sempre stati quelli in cui Capaldi si è distinto e, diciamo la verità, ha spiccato rispetto a tutti gli altri Dottori dell'era moderna.

Twice Upon a Time è anche farcito di easter egg, citazioni che attingono dal passato recente e remoto della serie. Dai più ovvi richiami al Primo Dottore, con quello che è sicuramente il "previously on" più lungo della storie della televisione, a riferimenti anche più sottili al Nono, Decimo e Undicesimo, suggeriti anche dall'utilizzo di temi musicali che non si sentivano da tempo. E come in molti altri casi, la scrittura di Moffat è anche metatestuale e indugia non solo sul Dottore in-universe ma anche sulla serie in quanto tale. Quando Bill dice che la cosa più difficile da fare dopo aver conosciuto il Dottore è lasciarlo andare, la sua frase ha almeno tre diversi livelli di lettura.

Ed è proprio questo lasciarsi andare, o meglio, lasciar andare il Dottore, come se fosse un ruolo che altri dovranno ricoprire (cosa che, out-universe, è vera) che giunge infine come consapevolezza e permette al Dottore (di ora) di rigenerarsi nel Dottore (di dopo), non senza qualche raccomandazione essenziale. Laugh hard. Run fast. Be kind.

Forse non è la rigenerazione più spettacolare che si sia vista, ma è perfetta per il personaggio che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, serio, riflessivo. Quello del Dodicesimo Dottore è stato un arco di crescita personale, molto più dei precedenti, e magari su questo tornerò con un post più specifico per esaminare qual è stato il suo percorso. È stato un bel viaggio, e anche se non è finito col botto, ha raggiunto la conclusione più appropriata.

Ho sempre affrontato il cambio di Dottore con spirito positivo e curiosità, ma so già che Capaldi mi mancherà molto, e che sarà difficile trovare un altro interprete così valido per un personaggio tanto sfaccettato.

Mr. Robot, avatar dei Millennials

Si è da poco conclusa la terza stagione di Mr. Robot, la serie ideata da Sam Esmail che a partire dal 2015 segue le vicende di Elliot Alderson (Rami Malek), un giovane hacker coinvolto in un piano per sovvertire in pratica il Nuovo Ordine Mondiale. Le cose sono abbastanza più articolate e complesse di così, anche per la molteplicità di personaggi collaterali a cui la storia si allarga, ma posso proseguire solo dopo un'allerta spoiler, che in realtà riguardano solo l'idea generale della serie e non eventi specifici. Meglio comunque aver visto almeno la prima stagione prima di continuare a leggere questo post, che comunque non è una recensione alla serie in sé.

Questa terza stagione è stata a mio avviso la migliore vista finora, perché la serie è davvero esplosa (no pun intended) in tutto il suo potenziale, mostrando quanto profondo e vasto sia il bacino di tematiche a cui attinge. Ed è forse solo dopo aver visto questa stagione (in particolare un paio di episodi: Runtime Error e Don't Delete Me) che sono riuscito ad afferrare cosa mi affascina davvero della serie, e forse anche cosa Mr. Robot tratta davvero. Per quanto la premessa, il protagonista e i comprimari appartengano tutti al mondo dell'informatica e dell'hacking, l'argomento centrale della serie non è questo. D'altra parte sarebbe piuttosto noioso e inaccessibile per chi non è familiare con tecnologia e lessico specifico. Certo, diversi snodi della vicenda hanno a che fare con operazioni di questo tipo, ma vengono in genere illustrate velocemente e in termini generici e comprensibili anche a chi non capisce nulla di programmazione (come me). Quindi non è di questo che parla Mr. Robot.

Mr. Robot parla di una generazione. Parla dei Millennials, con i quali si intende grosso modo i nati tra la metà degli anni 80 e i primi 2000 (non, come spesso viene dato da intendere, i nati dopo il 2000): la generazione successiva ai Baby Boomers e alla Generazione X, quelli che si sono trovati adulti negli anni in cui il mondo occidentale è più o meno andato a puttane. I Millennials, come concordano pressoché tutte le fonti, sono la prima generazione dall'inizio del Novecento che si troverà più povera di quella che l'ha preceduta. Non è intenzione di questo post analizzare il fenomeno, ma un resoconto abbastanza esaustivo della situazione si può trovare in questo articolo di Michael Hobbes (focalizzato sugli USA, ma di base applicabile anche nel resto del mondo civilizzato).

Tutti i protagonisti di Mr. Robot sono millennials: Elliot e sua sorella Darlene (così come soci e sostenitori della FSociety), Angela e Tyrell Wellick, l'agente FBI Dominique DiPierro. Anche lo stesso Mr. Robot, essendo una parte dissociata della personalità di Elliot, è in un certo senso suo coetaneo, nonostante appaia con le sembianze del padre. Tutti questi personaggi, anche se moralmente ambigui, sono di fatto gli eroi della storia, mentre gli antagonisti sono tutti delle generazioni precedenti: Colby, Price, Whiterose/Zhang, Irving, Santiago.

Ed ecco che lo scontro tra le generazioni diventa una guerra. Da una parte quelli che hanno il potere, l'un per cento dell'un per cento capaci di decidere il futuro del mondo, che giocano senza rimorsi con le vite e il Sistema stesso (nazioni, economia, media) per piegarle ai loro scopi relativamente futili: troppo grandi per fallire, troppo forti per cedere; dall'altra, elementi isolati di una Generazione Y che si è vista sbriciolare sotto i piedi il terreno su cui stava cercando di costruire quello stesso futuro, e che quindi cerca senso e compimento in obiettivi e direzioni diverse da quelle che gli sono state insegnate: quando ogni meccanismo del sistema sembra studiato per impedirti di ottenere una qualunque forma di stabilità, l'unica soluzione è distruggere il meccanismo.

Esmail non fa mistero delle sue ideologie anti-sistema e anti-capitalismo, e attinge da un ampio bacino di opere precedenti per mettere in scena il suo dramma contemporaneo. Una delle influenze più evidenti è Fight Club (più il film che il libro, in effetti), con cui si possono trovare diversi tratti in comune. Dal piano per abbattare la EvilCorp molto affine al Progetto Mayhem, alla stessa patologia dissociativa di cui soffre il protagonista, con un alter ego spietato e determinato che non è in grado di controllare. I dialoghi (o forse è più appropriato parlare di soliloqui) tra Elliot e Mr. Robot contengono spesso echi molto familiari rispetto al discorso motivazionale di Tyler Durden, il famoso "siamo i figli di mezzo della storia". Il tutto aggiornato di una ventina d'anni, con l'inasprirsi di quelle stesse condizioni sottolineate da Palahniuk e Fincher alla fin degli anni 90. Per esempio:


Quello che parla, pur avendo l'aspetto di un uomo di mezza età, è in realtà una parte di Elliot stesso, quella che gli continua a ripetere che tutto questo non è accettabile, non è giusto, e va combattuto. Quella parte che sentiamo, ogni tanto, tutti quanti, nel profondo delle nostre coscienze, ma che cerchiamo di sopire perché, tutto sommato, non ci va così male, e comunque potrebbe solo andare peggio se decidessimo di fare qualcosa... come puntualmente accade proprio in Mr. Robot.

Mr. Robot (il personaggio) rappresenta questo: l'avatar di una generazione costretta a confrontarsi con un mondo che non gli concede spazio. È il nostro grillo parlante, che ci mette in guardia di fronte a quello che ci aspetta, il futuro che è già presente per cui non disponiamo di strumenti adatti ad affrontarlo. Non a caso qualche settimana fa quando parlavo dei temi della fantascienza italiana di oggi citavo questa serie. Mr. Robot non è una serie di fantascienza, non in senso stretto, ma è sicuramente un'estrapolazione sociale che mostra un presente alternativo ma credibilissimo e anzi, per quanto ne sappiamo, molto vicino a ciò che sta accadendo davvero nel mondo.

Tutto questo, unito a una realizzazione eccellente (dalla regia alla colonna sonora, dal linguaggio alle interpretazioni magistrali soprattutti di Rami Malek, Christian Slater e Martin Wallstrom), fa di Mr. Robot una serie fondamentale per comprendere il mondo di oggi. Non è una visione sempre facile, ed è tutt'altro che leggera, ma riesce a raggiungere apici di profondità grazie al coinvolgimento emotivo per personaggi ben costruiti e coerenti. Sappiamo già che ci sarà una quarta stagione, e per come le cose si concludono nella terza, sarà interessante vedere in quale direzione si svilupperà. Avete tutto il tempo per recuperare le stagioni precedenti se ancora vi mancano.



...e se invece siete già in pari, parte di queste tematiche si ritrovano in qualche modo anche nel mio racconto Memehunter, come la copertina già suggerisce, ma con un approccio meno apologetico e qualche elemento di evoluzionismo dell'informazione in più.

Yoda si sbagliava, o l'apologia del fallimento in Star Wars VIII


Con queste parole quasi quarant'anni fa Yoda insegnava al giovane Luke Skywalker che rimuginare sulle proprie capacità, valutare la difficoltà di un'impresa, analizzare i pro e i contro non servono a niente se non si decide di agire.

Quello che all'epoca era un mantra, in un universo narrativo che stava appena accennando a espandersi oltre un singolo film dal successo inaspettato (e opportunamente dimentico del Holiday Special), oggi sembra essere sovvertito, all'interno della sterminata e complessa vastità che questo universo ha assunto (dentro e fuori dalla narrazione). Anche se questo post non è propriamente una recensione dell'ultimo film, seguiranno spoiler.

Di The Last Jedi si sta parlando molto, com'era inevitabile che fosse, e mi pare di notare una generale tendenza alla delusione e scoraggiamento: Star Wars è morto, la Disney lo ha assassinato, JJ Abrams ha piantato il primo chiodo nella cassa, e ora Rian Johnson gli ha spalato addosso un cumulo di terriccio. Partendo dal fatto che non sono un fan oltranzista di SW, nel senso che non ho mai sentito lo stimolo di comprare una maglietta con Darth Vader e mi sono pure concesso il lusso di non guardare Rogue One e ancora non ne sento la mancanza, da parte mia la vedo in modo diverso. Star Wars non è morto, è cresciuto. E forse gli zii affettuosi che lo avevano visto nascere e muovere i primi passi non sono in grado di accettarlo.

Quando parlo di "crescita" non intendo necessariamente maturazione. Star Wars rimane lo stesso tipo di prodotto che era quando è nato (e no, non è fantascienza e non mi farete mai dire il contrario), e se cambia la sensibilità e il gusto del pubblico nel corso dei decenni è normale che lo si segua. E questo Episodio VIII riesce finalmente a raccogliere il coraggio necessario da fare un passo importante: accettare il fallimento come possibile risultato.

In The Last Jedi, tutti falliscono. Da una parte e dall'altra, buoni e cattivi (per quanto già queste categorie si fanno meno distinte), vecchi e giovani, meccanici e generali:

- Poe Dameron porta a compimento il suo attacco all'incrociatore ma con perdite devastanti, e viene degradato.
- Finn e Rose non riescono a disattivare il radiofaro.
- Il piano di evacuazione della viceammiraglio viene scoperto.
- Snoke viene ucciso senza cerimonie dal suo apprendista.
- Il generale Hax non riesce a mantenere il controllo del suo esercito e si ritrova sotto il controllo di Kylo Ren.
- Rey non riesce a "convertire" Kylo nonostante il loro legame appaia forte e combattano insieme contro i soldati di Snoke.
- Kylo Ren non riesce a distruggere la resistenza e si fa ingannare da Luke Skywalker.
- Luke è costretto a sacrificarsi e soprattutto rivela il suo momento di debolezza durante l'addestramento di Ben Solo, che è stato l'origine vera e propria di Kylo Ren.

Non c'è un solo personaggio il cui piano abbia funzionato e che si possa dire soddisfatto di come le cose sono andate. A confronto anche con L'impero colpisce ancora, notoriamente il capitolo più cupo della saga, in cui i protagonisti si trovano alla fine in una brutta situazione, qui le cose sono anche peggio, perché nemmeno i cattivi hanno guadagnato qualcosa.

E quindi anche Yoda è costretto ad ammettere, parlando con Luke: il fallimento è il maestro migliore. Forse anche lui ha finalmente capito i suoi errori, quegli errori compiuti dalla casta Jedi che Luke stesso ammette, in un dialogo che serve a dare una maggiore consistenza anche ai prequel, il cui senso adesso si può considerare proprio l'idea di mostrare un clero decadente che non è stato in grado di proteggere la Repubblica. Forse provare è proprio quello che bisogna fare.

Con tutto questo non voglio dire che The Last Jedi sia un capolavoro. Come qualunque film ha delle imperfezioni, qualche buco di trama, tempi comici non sempre azzeccati, qualche punta di pandering troppo marcata. Ma nel complesso, riesce a mostrare finalmente qualcosa di diverso e tasmettere un messaggio chiaro: lascia indietro il passato, uccidilo se necessario. O almeno provaci...

Coppi Night 03/12/2017 - Hush / Il terrore del silenzio

Qualche settimana fa lodavo la consistenza di un film che si basa su un'unica protagonista, una donna chiusa in casa da sola e costretta a difendersi da un nemico che la assale dall'esterno. La stessa tagline de Il gioco di Gerald si potrebbe in linea di massima applicare anche a questo Hush. Con risultati però sul disastroso andante.

In questo film troviamo per protagonista una scrittrice muta che vive in una casa isolata nel bosco (abbastanza anomalo che una persona incapacitata nel comunicare con il mondo esterno decida di isolarsi del tutto, ma vabbè, la gente è strana) e viene attaccata da un killer che ha tutta l'intenzione di fare fuori lei e tutti quelli che si avvicinano, senza una ragione precisa (abbastanza anomalo che un killer "casuale", metta tutto questo impegno per un omicidio qualsiasi, ma vabbè, la gente è strana).

La quasi totalità del film mostra una serie di tentativi del killer di raggiungerla e di lei di fuggire o isolarsi, e davvero è difficile schierarsi con vittima o carnefice, perché entrambi ce la mettono tutta per dimostrarsi completamente inadatti al loro ruolo. In un certo senso si può sire che le loro incapacità sono complementari e quindi alla fine lo scontro risulta bilanciato. Ora, per continuare il paragone di prima, nemmeno ne Il gioco di Gerald avevamo una protagonista con particolari doti o capacità, eppure il suo percorso la rendeva tridimensionale, viva, autentica. Qui invece non è così: l'autrice muta non è caratterizzata nemmeno dalla sua afasia, che nel corso della storia non assume in nessun caso una rilevanza a livello narrativo.

La caccia si sviluppa per l'estenuante durata del film (meno di un'ora e mezzo, ma pare la seconda prova della maturità), in cui a parte lui fa questo-lei fa quello-non ci riesce-ci riprova e un continuo dentro-fuori-dentro-fuori dalla casa, non succede niente. O meglio, succedono un sacco di cose, ma nessuna muove di un centimetro la storia e i protagonisti al loro interno. Il livello di tensione è costantemente quello di una minestrina col formaggino.

Da aggiungere anche un altro dettaglio particolarmente frustrante, per quel che mi riguarda: quelle due-tre frasi che la inquadrano come scrittrice, con i discorsi sull'ispirazione e sulle vocine nella testa che sono quelli che tipicamente chi non ha mai scritto nulla pensa di coloro che scrivono.

Rapporto letture - Novembre 2017

Una discreta variazione di generi e temi nei libri letti il mese scorso, qualità altalenante.

La lettura principale di novembre è stata The Subtle Knife, il secondo volume della trilogia di Philip Pullman His Dark Materials. Il mese scorso avevo parlato di come avessi trovato affascinante The Golden Compass ma non ero riuscito a entrare completamente in sintonia con la protagonista. In questo libro, a Lyra si affianca un altro personaggio principale: Will, un ragazzino del nostro mondo (quindi senza deamon). E Will è il personaggio che aspettavo e che sono arrivato a considerare fin da subito un vero eroe: abbandonato dal padre (che a sua volta ricoprirà un ruolo centrale nella storia), cresciuto presto per prendersi cura di una madre non in salute, costretto a difendersi e uccidere per proteggere la sua famiglia, abbastanza forte da poter maneggiare il coltello del titolo, artefatto dal potere immenso. Ma The Subtle Knife si prende anche il tempo di espandere la storia che nel primo libro si era vista solo da un punto di vista limitato, e si scopre così che sta per scoppiare una guerra, un conflitto totale che coinvolge tutti i mondi, quello di Lyra quanto il nostro e ogni altro. Gli eserciti si stanno formando, e i due protagonisti sono tenuti a schierarsi, in un continuo salto tra mondi in cui troviamo spettri, angeli, zombie e così via. Apprendiamo anche che l'alethiometro di Lyra non è l'unico strumento che permette di conoscere la verità, ma ce ne sono anche altri a noi noti, come l'I Ching e un software molto specifico. Tra i nuovi personaggi secondari introdotti infatti il più interessante è forse Mary Malone, ex suora del nostro modno passata alla ricerca astrofisica, che lavora a un progetto di studio sulla materia oscura (notare l'assonanza con il titolo della serie). Questa commistione tra ciò che consideriamo scienza e quella che nel libro precedente sembrava solo magia aggiunge un livello di complessità ulteriore che rende il tutto più convinvente e vicino a noi. Il libro si conclude con un cliffhanger e avevo tanta voglia di passare subito al successivo, ma ho voluto inframezzare con qualcosa di più disimpegnato. Voto: 8/10
 

Sono passato a leggere Aibofobia, un thriller di Mariachiara Moscoloni il cui titolo mi aveva stuzzicato fin dall'inizio (e di cui ho rimandato la lettura fin troppo). La storia si svolge intorno a una serie di omicidi che sembrano avere un collegamento con qualche disciplina esoterica, visto che si scopre presto che sembrano avvenire tutti in prossimità di luoghi "speciali" e contrassegnati dal quadrato magico (sator-arepo-tenet-opera-rotas). La trama viene seguita da più punti di vista, un avvocato, la sua segretaria e un libraio indagato per uno degli omicidi. Gli indizi si accumulano e alla fine si scopre il collegamento con i palindromi, così come l'origine remota di tutta la vicenda. Devo ammettere però che nonostante l'enigma sia costruito in modo da suscitare curiosità, la sua soluzione non è altrettanto soddisfacente. O meglio, anche se si capisce cosa è successo, non è del tutto chiaro perché, ovvero la ragione per cui l'assassino ha ucciso chi ha ucciso. Inoltre un paio di sottotrame collegate ai personaggi secondari non hanno una chiusura completa, quindi forse qualche approfondimento in più soprattutto nella parte finale avrebbe fatto comodo. Voto: 6.5/10


E infine passiamo alla sf action di quella schietta: Abaddon è un romanzo che si può sostanzialmente inquadrare (per stessa ammissione dell'autore Giuseppe Menconi) come l'equivalente letterario di un videogioco fps: team di soldati speciali che fa irruzione in un'astronave aliena e si fa strada tra i mostri a mitragliate. Questo non significa che sia una storia banale ammazza-il-mostro-e-scappa. Il protagonista che narra in prima persona è un decorato veterano di guerra meno coraggioso di quello che tutti si aspettano da lui, e quando si trova chiuso con la sua squadra dentro l'astronave (che staziona da decenni immobile nel cielo), è costretto a dimostrare chi è davvero e prendere decisioni che sperava di non dover mai più affrontare. La storia dietro l'astronave, che si svela man mano tra un raid di mutanti e l'altro, è lunga e complessa, abbraccia molte dimensioni ed epoche. Alla fine dei conti niente di sconvolgente o particolarmente originale, e forse qualche richiamo di troppo a immaginari già conosciuti (un paio di sequenze mi sembrano pari-pari scene di Stargate), ma l'attenzione è tenuta sempre viva e si rimane con un dubbio abbastanza pesant riguardo al finale, non è affatto certo che le cose si siano concluse nel modo migliore. Voto: 7/10

Coppi Night 26/11/2017 - It Follows

Quando qualche settimana è uscito al cinema It, mi è capitato di leggere numerose recensioni e commenti che riconoscevano il valore dell'opera al di là del semplice horror, per la presenza di tutta una serie di tematiche direttamente derivanti dal libro: la paura di crescere, il distacco tra le generazioni, il terrore indefinito che assume forme riconoscibili e per questo ancora più efficaci. Tutto questo, personalmente, non sono riuscito a ritrovarlo nel film di Muschietti, che mi ha lasciato l'impressione di un horror piuttosto ordinario, peraltro con pesante affidamento su jumpscare.

Per trovare davvero queste tematiche, basta aggiungere una parola al titolo del film e guardarsi It Follows invece di It. Lo avevo già visto poco dopo l'uscita e rivederlo a distanza di un paio di anni mi ha permesso di approfondire ancora di più, notando i particolari che possono sfuggire alla prima visione.

La premessa del film è già inquietante di suo: una creatura/entità/maledizione che ti cammina incontro, assumendo l'aspetto di una persona qualunque (nota o sconosciuta) e da cui puoi scappare solo morendo o passandola a qualcun altro. E il passaggio avviene con un rapporto sessuale: fai sesso con una persona, e l'essere inizierà a seguire questa. Se non che, nel caso riesca ad ucciderlo com'è il suo obiettivo, allora tornerà da te. Ogni "contagiato" tende quindi ad allontanare il più possibile la maledizione, facendo in modo che anche le sue vittime la passino a loro volta.

Puzza di metafora, vero? Il mostro del film non riceve nessuna origin story, non sappiamo da dove arriva, cosa lo motiva, quale siano la sua natura e i suoi poteri. Ma non è questo il punto. È evidente già dalle prime battute del film, che la creatura che segue è la rappresentazione di qualcosa. Ma di cosa?

Una delle teorie più in voga, e piuttosto facile da individuare è quella delle malattie sessuali, in particolare le più terribili come ovviamente l'AIDS. A sostegno di questa ipotesi il fatto che l'ambientazione del film sia pressappoco negli anni 80, come suggeriscono alcuni particolari sul set (le televisioni, le biciclette, l'assenza di cellulari) e anche la musica. Eppure anche senza squalificare del tutto tale ipotesi, credo che fermarsi a questo livello sia una lettura poco più che superficiale, che gratta appena la patina superficiale sotto cui si nasconde il messaggio del film.

Perché l'angoscia di It Follows non deriva soltanto da quel tizio che ti guarda e ti cammina incontro, vuole ucciderti e solo tu lo vedi. E nemmeno dal pensiero che la persona con cui hai fatto sesso potrebbe morire e allora il tizio tornerà da te. C'è un senso diffuso, più effimero ma anche più potente, che è in ultima analisi un'ansia di crescita. Il desiderio di sentirsi adulti, che viene di fatto espresso in una delle prime battute della protagonista. L'idea che se sei grande abbastanza per scopare allora sei cresciuto, ma dopo averlo fatto ti rendi conto che non è cambiato niente, anzi, non solo quel legame speciale che ti dicevano avresti sentito non c'è, ma forse hai perso anche qualche pezzo di quello che esisteva prima. Mi è parso di sentire questo tema rappresentato più volte, in molti dei rapporti in cui vediamo coinvolta la protagonista e anche in quelli solo suggeriti. Anche l'ultimo, quello che nelle intenzioni dovrebbe liberarla del tutto, non ha niente di coinvolgente o catartico. È quasi routine, solo qualcosa da ripetere perché è così che va fatto, come lavarsi i denti tre votle al giorno.

Questo abbandono dei ragazzi si percepisce anche nell'assenza di figure adulte. A parte qualche breve comparsa, quello di If Follows sembra un mondo quasi privo di genitori, tutori, anziani. I ragazzi per quanto giovani (presumo intorno ai sedici anni visto che guidano) si occupano da soli del problema, non hanno l'idea né il bisogno di avvertire nessuno che possa aiutarli. Nelle loro case sono sempre da soli, quando urlano e fuggono nessuno si interessa di quanto sta succedendo.

Ed è qui che interviene anche quell'ambientazione pressappoco anni 80, perché nonostante i dettagli che richiamano quest'epoca, vediamo anche tecnologia più recente, primo su tutti il lettore ebook di una delle ragazze. Si avverte una stranda dissonanza tra il livello tecnologico possibile e quello percepito, come se ci trovassimo in una comune luddista, ma nessuno dei personaggi lo nota, per cui si capisce che è normale così. È un effetto strano, artificioso, che contribuisce a quel generale senso di spaesamento che pervade tutto il film.

Per questo dico che It Follows è ciò che It dovrebbe (o avrebbe dovuto) essere, perché riprende molte delle stesse tematiche e le mostra in modo efficace, opprimente, disturbante. Il tutto senza un solo jumpscare.

L'improbabile presente: di cosa parla oggi la fantascienza italiana

Questo è un post che avrei voluto scrivere parecchi mesi fa, poco dopo la lettura di Propulsioni d'improbabilità, l'antologia di racconti curata da Giorgio Majer Gatti e pubblicata da Zona 42, che riunisce diciotto testi di autori italiani che più o meno rappresentano quello che si muove oggi nella fantascienza italiana. Non l'ho fatto all'epoca perché, visto che il volume contiene anche un mio racconto, mi pareva che sarebbe potuto apparire come un ampio eufemismo pubblicitario. Ma a distanza di mesi la polvere si è posata, e penso se ne possa parlare senza essere tacciati di bieca autocelebrazione.

In realtà, non avrei rimesso mano a questo post nemmeno adesso, se non fosse venuto fuori un tema simile in un paio di discussioni ravvicinate che si sono succedute su alcuni gruppi e profili facebook, nei giorni scorsi. E che in un certo senso si riagganciano anche a quanto dicevo qualche settimana fa sulla percezione del "mondo nerd" da parte del resto del pubblico. La combinazine di queste circostanze mi ha portato a pensare che sarebbe stato interessante condividere questa riflessione sugli attuali trend della fantascienza italiana.

DISCLAIMER: quando parlo di "fantascienza italiana", ovviamente non intendo tutta. Vi voglio bene, eh, ma non ce la faccio a leggere tutto quello che pubblicate. E di sicuro la mia stessa scelta delle letture dipende da una visione personale delle cose, vuoi che si parli di gusti o predisposizioni, per cui la prospettiva che propongo potrebbe soffrire di un bias di fondo. Quello che propongo quindi non è un quadro completo della scena fantascientifica italiana, ma un'estrapolazione di quelle che mi sembrano le tendenze attuali degli autori italiani di fantascienza, in base alla mia esperienza diretta e ai movimenti che vedo intorno. Accoglierò con piacere e curiosità appunti e smentite.

Dicevo che la riflessione parte da Propulsioni d'improbabilità (per gli amici PrImp), e il motivo è questo: è una raccolta senza un tema. Agli autori contattati è stato chiesto soltanto di scrivere un racconto di fantascienza, senza nessun vincolo. Si può quindi pensare che ognuno di loro abbia scritto ciò che in quel momento sentiva più vicino, importante, meritevole di essere raccontato. Se invece fossero stati interpellati su un qualunque tema, si sarebbero tutti in qualche modo "forzati" all'interno di un argomento preciso. Invece ognuno era libero di scrivere ciò che voleva, ed è a questo punto che diventa interessante notare che pur senza un tema comune sembra di scorgere comunque un filo conduttore tra le diverse storie.

Personalmente ad esempio non posso fare a meno di notare un'affinità quasi sospetta tra il mio racconto e quelli di Maico Morellini o Alessandro Forlani. Si tratta di storie diverse, con obiettivi e stili ben distinti, eppure mi pare che, alla base, ci sia lo stesso nucleo. Qualcosa che ha a che vedere con l'incertezza di sé, la perdita di fiducia in un mondo in cui non ci si riconosce. E partendo da questo punto, si può ritrovare questa stessa sensazione anche in molti degli altri autori della raccolta: Lukha Kremo, Emanuela Valentini, Miki Fossati, Paolo Zardi. Sfido chiunque a dire che siano racconti tutti uguali, che letto uno letti tutti. Eppure, senza vincoli imposti, si sono trovati tutti a gravitare intorno allo stesso centro di attrazione, quel tema pregnante che sta alla base di tutte queste storie: il presente. Il qui e adesso, l'inadeguatezza rispetto a un luogo e un tempo che non siamo capaci di comprendere e affrontare, un presente improbabile e imprevedibile in cui ci troviamo tutti coinvolti.

Molti dei migliori racconti di fantascienza italiana che ho letto ultimamente (e in questo caso parlo anche al di fuori di PrImp) funzionano così. Non puntanto tanto sulla speculazione strettamente scientifica, e spesso non si spingono nemmeno tanto oltre nel tempo, raccontanto un futuro prossimo, o un presente alternativo. Il focus sembra quasi sempre quello: comprendere quello che ci sta succedendo, affinare strumenti diversi per analizzare ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Forse per molti appassionati questo significa dedicarsi a una fantascienza "pessimista". Dove sono finite le avventure, il sense of wonder, il positivismo, la fiducia nella scienza? Non dico che non ci sono, ma sicuramente ora come ora hanno un ruolo secondario. Ma non mi sembra così difficile capire perché. La fantascienza, da sempre, è un mezzo per parlare di ciò che si conosce attraverso ciò che è sconosciuto. Parlare del presente attraverso il futuro, parlare dell'uomo attraverso l'alieno. Non sto rivelando nessuna verità evangelica, credo. Viene quasi naturale collegare un momento (e per "momento" intendo decennio abbondante) di profonda incertezza, precarietà, mancanza di appigli, a storie che si sviluppano in questa stessa direzione. Quale futuro si può immaginare, a partire da oggi? Se negli anni 50 era facile inferire il continuo progresso sociale e tecnologico, forse solo con qualche comunista di mezzo, quale può essere l'estrapolazione che si può fare oggi, con i dati che abbiamo a disposizione? Il futuro è Black Mirror, il futuro è Mr Robot; anzi, in molti casi, sono già il presente. La fantascienza italiana di oggi parla di questo.

Ovviamente, non solo di questo, a tal proposito rileggetevi il disclaimer sopra. Ma mi pare innegabile questo punto di vista. Che sia un bene o un male, o che si debba in assoluto valutare in questi termini, lo lascio decidere a ognuno secondo la sua sensibilità. Sicuramente qualcuno preferisce un approccio più leggero alla fantascienza, ed è suo pieno diritto farlo. Io stesso riesco a godermi qualche bella storia positivista, quando è fatta bene. Ma non posso fare altro che pensare che se, in questo momento storico, scriviamo questo tipo di storie, è ciò di cui davvero abbiamo bisogno.

Coppi Night 18/11/2017 - Anomalisa

Vista la mia adorazione per Charlie Kaufman e tutte le sue opere, pare strano che non abbia mai scritto nulla su Anomalisa, il suo film più recente, di cui è autore e regista, e che ha richiesto qualcosa come otto anni di lavoro. Questa tempistica completamente al di fuori dei parametri hollywowdiani di oggi è parzialmente giustificata se si considera che stiamo parlando di un film in stop motion. Realizzare, animare e filmare decine di pupazzetti è un lavoro immane di per sé, e diventa colossale quando ogni dettaglio dell'ambientazione e dei personaggi è studiato per apparire il più realistico possibile, con l'obiettivo di far dimenticare allo spettatore che sta guardando un film d'animazione invece che un live action.

In realtà, fin dai primi fotogrammi non si può fare a meno di notare che stiamo vedendo dei simulacri invece di "persone vere", nonostante la cura con cui sono realizzati i volti e i movimenti dei personaggi. Quella giunzione ai lati della testa (che io all'inizio avevo interpretato come stanghette degli occhiali) ci ricorda continuamente che stiamo vedendo qualcosa di artificiale, o meglio ancora una maschera. È stata una precisa scelta mantenere questi dettagli, che conferisce a tutti i personaggi su schermo un senso di uncanny difficile da scrollarsi di dosso per l'intera durata del film. Quelli che vedi sono umani, ma non sono proprio umani, e forse lo sanno. Lo sa, o almeno lo intuisce, il protagonista, che arriva pericolosamente vicino a togliersi la maschera.

L'altro particolare determinante, e a mio avviso genuinamente geniale di Anomalisa non si nota subito, ma solo dopo una ventina di minuti. All'inizio è solo un sospetto, poi si pensa di essersi confusi, poi ne abbiamo la conferma: tutti nel film hanno la stessa voce. Escluso il protagonista Michael (e in seguito Lisa), uomini donne e bambini parlano tutti con la stessa voce. Considerando che la voce è fondamentale per caratterizzare un personaggio animato, questo influisce in modo pesante sulla percezione del film, e anzi, in ultima analisi è probabilmente il punto centrale di tutta la vicenda. In effetti, sempre esclusi Michael e Lisa, tutti gli altri hanno anche lo stesso volto, ma questo è un particolare che forse si nota meno, camuffato da diverse acconciature e abiti... o forse è solo colpa della mia comprovata incapacità di distinguere i lineamenti di un volto.

La trama è abbastanza semplice, anzi quasi impercettibile. Il protagonista Michael è l'autore di un manuale di auto-aiuto che ha avuto un discreto successo, e deve tenere una conferenza a Cincinnati proprio sul suo libro. In albergo conosce Lisa, l'unica persona con un volto e una voce diversa dagli altri, e ne rimane subito affascinato, nonostante lei sia bruttina, timida, impacciata. Passano la notte insieme e la mattina dopo Michael inizia a vedere Lisa in modo diverso, anzi uguale, uguale a tutti gli altri. È importante considerare che Anomalisa è l'adattamento di un pezzo teatrale scritto dallo stesso Kaufman, e si nota molto nei tempi narrativi e nella trama portata avanti in pratica dai dialoghi. Mi rendo conto però che il film in questa forma, superato lo straniamento visivo e uditivo iniziale, possa risultare abbastanza noioso. Insomma, alla fine è la solita storia di due persone fuori luogo che si incontrano e cercano di trovare senso l'uno nell'altro: been there, done that.

Ovviamente i lavori di Charlie Kaufman non sono mai da prendersi per quello che appaiono, e i livell di lettura sono molteplici, a volte nascosti sotto strati di indizzi disseminati qua e là. Un esempio è il nome dell'hotel, oppure le voci uguali di cui già ho parlato. Per chi ha familiarità con l'opera di Kaufman, si possono notare tanti temi ricorrenti e citazioni, le più palesi a Essere John Malkovich, ma anche Adaptation, Eternal Sunshine, perfino il meno apprezzato Human Nature. Vedere Anomalisa senza conoscere la "poetica" di Kaufman può essere un'esperienza incompleta, come andare all'opera senza il libretto di sala e quindi non essere in grado di seguire cosa i personaggi stanno dicendo.

Devo ammettere che io stesso mi aspettavo altro (e meglio) da questo film, soprattutto visto il lungo periodo di gestazione, ma forse dopo l'opera definitiva Synecdoche New York avevo aspettative troppo alte, impossibili da raggiungere. La riproposizione di temi già noti e l'adattamento della versione teatrale penalizzano l'impatto di Anomalisa, che resta comunque un'opera di grande ispirazione e tecnicamente impeccabile.

Coppi Night 12/11/2017 - Il gioco di Gerald

È un periodo d'oro per Stephen King, con il continuo avvicendarsi di trasposizioni di suoi lavori, come se in passato fossero mancati. I risultati sono al solito altalenanti, da una dimenticabilissima Torre Nera a un It godibile ma poco incisivo, e i risultati migliori pare possano arrivare dalle storie che nelle premesse non sembrano avere la stessa forza. Il romanzo Il gioco di Gerald infatti è noto per essere uno dei più lenti di King, in cui si passano oltre trecento pagine su unico personaggio incapace di muoversi: come ce lo fai un film?

Eppure un film ce l'hanno fatto, e sorprendentemente è uscito anche bene. La storia non è quella del Gerald del titolo, ma di sua moglie Jessie: rintanati in una cabin in the woods per un weekend romantico, Gerald ammanetta Jessie al letto per risvegliare la libidine sopita ormai da tempo, e si aiuta anche con una magica pasticchina azzurra. Ma l'emozione forse è troppo forte, e il marito ha un attacco di cuore e le crolla addosso, morto. Jessie rimane quindi sola e isolata, legata a letto, senza possibilità di muoversi, mangiare, bere, chiedere aiuto... e con qualche strana presenza che sembra avvicinarsi di notte.

Non ho letto il libro quindi non so se lo svolgimento è lo stesso. Ma il modo in cui viene affrontata la parte centrale del film, con i dialoghi di Jessie con le allucinazioni del marito morto e di se stessa libera, riescono a tenere alto il ritmo. A questi si alternano flashback su un ricordo traumatico della sua infanzia, e momenti di alta tensione quando la presenza misteriosa (reale o immaginaria) si avvicina.

C'è molto in questo film, ed è stato confezionato con un'attenzione particolare a temi molto attuali... forse troppa attenzione (ci torneremo tra poco). Ma il percorso interiore di Jessie è davvero autentico e avvincente, e si arriva a sentire come la sua liberazione dalle manette che la incatenano al letto possa venire solo da questa sua liberazione interiore. Ci sono scene forti, quasi gore, ma sono poche e così ben dosate che non sono nemmeno quelle le più impressionanti del film. Spoiler da qui a fine paragrafo: personalmente la scena più terribile è stata a mio avviso quella in cui si vede il padre di Jessie convincere la bambina a non raccontare dell'episodio avvenuto durante l'eclissi. Un episodio che non si configura tecnicamente come violenza sessuale, ma che certo può avere un impatto sulla ragazzina: il modo in cui il padre riesce a manipolarla facendole credere che sia lei a voler tenere il segreto è una vera mattonata, e parla per migliaia e migliaia di casi simili di cui non si è mai saputo nulla.

Ma questo tentativo di voler mostrare la violenza e la sopraffazione subìta da Jessie (e per estensione, da altre donne) è anche il punto dove il film scivola nel finale. E lo fa in modo grossolano, con una lunga narrazione fuori campo in cui Jessie racconta l'epilogo della sua storia in una lettera a se stessa. Tutto ciò che fino a quel momento era suggerito, allegorico, rimesso all'attenzione e sensibilità dello spettatore, viene spiattellato con le parole. Come se arrivati a quel punto gli autori si fossero chiesti "sì ok, ma si capisce cosa vogliamo dire?" e nel dubbio abbiano deciso di renderlo esplicito. Nel momento in cui, durante un sogno, Jessie vede se stessa da ragazzina, seduta sul letto dove ha parlato con il padre, con le manette che le ha messo Gerald, si capisce perfettamente il valore metaforico di quella immagine. Invece no, è stato necessario citare espressamente le manette che lei ha ricevuto, da bambina e da adulta. Anche il mistero della presenza/mostro viene svelato, e se anche questa soluzione è fedele al libro (non so), avrei preferito di gran lunga che il dubbio rimanesse vivo. Non capisco perché si sia voluta rovinare tanta atmosfera con un infodump così brutale, e se dovessi consigliare a qualcuno la visione direi di terminarla a 6-7 minuti dalla fine.

Da notare anche come il film sia punteggiato di riferimenti ad altre opere kinghiane: l'eclissi e altri particolari di Dolores Claiborne, le cose preziose, la bag of bones, Cujo. La storia in realtà non è direttamente collegata alle altre, quindi si tratta poco più di easter egg, come quelli sparsi all'interno de La Torre Nera e lo stesso It. Qui fortunatamente si incastrano abbastanza bene negli eventi da non distrarre, ma visto che ultimamente piace a tutti fare questo tipo di giochi, starei attento a non arrivare al punto in cui queste piccole citazioni siano il punto focale della narrazione, invece della storia in sé.

La stanza profonda dentro il salotto buono

Sabato scorso sono stato al Pisa Book Festival da cui ero mancato da un paio di anni, e ho partecipato con interesse a un panel, il primo che ho trovato: un incontro con Vanni Santoni per parlare del suo libro La stanza profonda. Era uno di quegli incontri obbligati dalle scuole, inserito nel contesto di una qualche iniziativa di promozione culturale per i ragazzi delle superiori, e la sala era occupata praticamente solo da studenti dai quattordici ai diciotto anni, mese più mese meno. Esclusi professori e accompagnatori, credo di essere stato l'unico ad assistere al panel di mia iniziativa. Il tema mi sembrava comunque abbastanza attuale da voler assistere, visto che di Vanni Santoni e del suo ruolo di "ambasciatore della cultura nerd" sentivo parlare già da qualche mese.

Premetto che non ho letto La stanza profonda, che mi si dice essere un testo quantomeno valido, né altre opere di Vanni Santoni, anche se ho una certa curiosità per Muro di casse, in cui l'autore parla della cultura dei rave techno clandestini dei primi anni 90. Non parlerò quindi del libro in sé ma del suo impatto sull'ambiente culturale italiano.

La stanza profonda tratta essenzialmente di due argomenti di base: il gioco di ruolo e la provincia. Il secondo tema è perfettamente in linea con quelli di un libro arrivato in finale allo Strega, ma il primo mica tanto. Nchessenso "giochi di ruolo"? avrà detto uno degli esimi giurati del Premio quando si è visto arrivare il libro davanti. In una parola: Dungeons & Dragons. Il gioco di ruolo inteso proprio come attività ricreativa di gruppo, in cui ogni patecipante interpreta un personaggio e si muove in un mondo immaginario seguendo le indicazioni di un master che crea la storia e l'ambientazione. Santoni nel libro riporta in parte quella che è stata la sua esperienza, e come il gioco di ruolo abbia accompagnato la sua crescita dai dodici fino ai quarant'anni suonati, costituendo un potente collante nei rapporti con gli amici di sempre. Una visione romantica, un po' nostalgica come lo è ogni volta che un adulto guarda alla sua infanzia, ma non autoindulgente. Personalmente non ho mai giocato di ruolo, nemmeno online: la mia esperienza si limita a qualche RPG giocato sul computer (Baldur's Gate, Might and Magic, Diablo), ma quando avevo interesse per questo tipo di attività non esistevano connessioni capaci di reggere una sessione di gioco multiplayer, e quando la tecnologia lo ha reso possibile non ero più interesato io. Poco male, il punto non è se e come i giochi di ruolo abbiano davvero un valore formativo. Quello che mi interessa è come Dungeons & Dragons venga ora percepito materia di studio, argomento meritevole di ricerca e quasi quasi anche di un Premio Strega.

Insomma, come funziona davvero questo sdoganamento della cultura nerd.

Se ne sta parlando tanto in molti ambiti, soprattutto all'interno di chi quella sottocultura l'ha vissuta e animata fin dall'inizio, all'epoca in cui nerd era l'etichetta in grado di garantire la verginità fino ai 30 anni. Molto è stato già detto, ma la mia esperienza a questo incontro mi sembra interessante perché ho visto il modo in cui i giovani studenti si approcciano all'argomento: un vero e proprio confronto tra generazioni, i nerd storici contro le possibili nuovi leve del movimento.

Ma l'approccio dei ragazzi si è rivelato tutt'altro che leggero. Formale, distaccato, analitico. Certo, bisogna sempre tenere presente che sono studenti probabilmente costretti a partecipare a questo evento, che si trovano a intervistare e interagire con uno Scrittore, e una certa soggezione è perfettamente giustificabile. Ma non è tanto nell'atteggiamento mostrato, quanto nei contenuti che sembravano cogliere o voler imporre al libro di Santoni ad avermi perplesso. La loro lettura de La stanza profonda è stata una ricerca di un significato profondo, di allegorie e critica sociale, una rincorsa all'artisticità che deve esserci in un libro.

Sono ben consapevole che questa impostazione non se la sono inventati i ragazzi. Ci mancherebbe altro che un adolescente analizzi di sua iniziativa un romanzo contemporaneo per trovarne le figure retoriche. È ovvio che questo modo di esaminare il testo è stato a loro suggerito dagli insegnanti. Ed è qui la stortura di base che mi è saltata gli occhi: il gioco di ruolo, come Santoni stesso dice, era un fenomeno nato dal basso, un'espressione della cultura di massa estranea alle élite e trascurata nel migliore dei casi, fraintesa negli altri, sia dall'ambiente culturale che dai media. Ma adesso, grazie a una serie di circostanze che sarebbe troppo complesso affrontare qui, la prospettiva sta cambiando. Il gioco di ruolo, ma più in generale la cultura nerd, sono diventati oggetto di analisi da parte di chi la Cultura la fa di mestiere. L'élite se ne è appropriata, e ha iniziato a trattarla con gli strumenti con cui affronta ogni tema.

Non sto dicendo che Vanni Santoni sia il responsabile di questo trattamento, né che fosse sua intenzione suscitare questo tipo di attenzione da laboratorio. Anzi, è evidente che la sua passione e il suo coinvolgimento siano genuini. In un articolo scritto dopo l'ultimo Lucca Comics, sul suo blog Mauro Longo parla di Santoni come di un possibile leader capace di riscattare la cultura nerd agli occhi del grande pubblico. E anch'io credo che lui potrebbe riuscirci e lo farebbe col cuore. Ma non è lui il problema, e nemmeno il "grande pubblico". Il nemico è lo stesso che avevano i nerd trent'anni fa: l'estabilshment. Il Sistema che se non può comprenderti, ti imbriglia. Ti digerisce in modo da assimilare quanto gli è utile, ed espellere il resto.

L'ho percepito nelle domande che gli studenti, incoraggiati dai professori, hanno rivolto all'autore. E ho notato anche le sue risposte evasive, tese a minimizzare l'impatto Artistico e Sociale di quello di cui si stava parlando. Scambi del tipo:
D: Quindi il gioco di ruolo è anche una lezione di vita?
R: Lo è stato per me in quel momento, ma tutto può essere una lezione di vita.

D: Quindi giocando online si perde il vero valore che sta dentro il gioco di ruolo?
R: In tutti i periodi di transizione si perde e si guadagna qualcosa, e oggi viviamo in un periodo di transizione verso l'era digitale.
Questo desiderio di vedere per forza il risvolto sociale, storico, attuale, attinente alla vita reale e alla Cultura, è lo stesso atteggiamento che ha portato in origine i giochi di ruolo e tutto quanto vi ruota intorno a essere considerati come lo erano. Ora possono aver guadagnato lo status di "fenomeno culturale" ma questo non significa che se ne tragga lo spirito, l'idea fondante.

Rispondendo alla domanda in cui spiegava il titolo del libro, Santoni spiegava che "la stanza profonda" è in senso letterale la cantina dove si ritrovava coi suoi amici a giocare a D&D, ma che questo ritrovarsi nel seminterrato assumeva anche una connotazione diversa: i ragazzi dovevano svolgere questa attività quasi di nascosto, nella stanza più lontana e inaccessibile rispetto al salotto di casa, dove invece si compivano tutti quei rituali di affermazione di una società medio-borghese che scimmiottava le abitudini dei nobili di un secolo prima.

La mia impressione è che nemmeno adesso si possa giocare apertamente nel salotto: la stanza profonda si è trasferita dentro il salotto buono, ma è ancora un ambiente separato. Il gioco di ruolo e tutta questa sottocultura nerd è ora a portata di mano, e può essere osservata e discussa con il distacco e la curiosità con cui si studia un formicaio. Ma non se ne fa parte, non la si comprende nelle sue motivazioni e origini.

Non voglio che questo ragionamento suoni come un banale "ai miei tempi era diverso", anche perché come ho detto ai miei tempi manco giocavo di ruolo, come non lo faccio ora. E non voglio nemmeno accusare le nuove generazioni di superficialità e disinteresse, anzi. Certo durante l'incontro c'era chi chiacchierava e stava attaccato al telefono, ma in fondo sono adolescenti ed è normale che mostrino poco interesse per attività imposte dall'alto. Io stesso a quell'età prendevo gli incontri con gli "ospiti" a scuola come occasione per saltare ore di lezione; diamine, anche andare ad Auscwhitz per me è stata poco più di una gita sulla neve, quando avevo diciassette anni. Ma non sono i giovani il problema, è l'ambiente che li indirizza e insegna loro cosa è importante e come lo si affronta. E la risposta è: sempre nel solito modo. È curioso notare come la persona in tutta la sala che si è data più da fare con le foto all'autore e ai ragazzi (a volte richiamandoli per farli mettere in posa), senza prestare attenzione a una sola parola di tutto ciò che veniva detto, era una delle professoresse accompagnatrici.

Avrei voluto rivolgere una domanda in questo senso a Vanni Santoni. Chiedergli se lui ci crede davvero, anche se mi rendo conto che la sua è una posizione un po' scomoda. Purtroppo non c'è stata occasione perché il panel si è protratto oltre l'orario prestabilito e ci hanno mandato fuori in fretta per far spazio all'evento successivo. Santoni è stato circondato per i selfie, io mi sono allontanato, e nelle ore seguenti che sono rimasto al Book Festival non l'ho più visto.

A proporre il primo selfie, naturalmente, c'era quella prof.

Coppi Night 05/11/2017 - Ratatouille

Ma come, non avevi visto Ratatouille? No, non l'avevo visto. Se è per quello non ho mai visto nemmeno Apocalypse Now o Citizen Kane. Un po' alla volta cercheremo di rimediare, e a questo giro è toccato a uno dei primi film Pixar di successo.

Ratatouille, manco a dirlo, segue una ricetta perfetta. È scritto seguendo il più classico dei manuali di sceneggiatura, rispetta una struttura tipica e riconoscibile, crea conflitti e li risolve, rende i personaggi relatable e ci fa empatizzare con loro. Le tematiche di fondo sono comuni a tutti, e valgono per entrambi i protagonisti, bipedi e quadrupedi: l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra già assegnarcene uno, il tradimento delle aspettative di chi abbiamo intorno. In più, tratta un argomento non molto seguito dal cinema (la cucina), e riesce lungo il percorso a essere abbastanza divertente.

Quindi c'è poco da dire su un film del genere, che nella sua semplicità (intesa come aderenza ai principi base della cinematografia) funziona al meglio su tutti i fronti. No, ok, una cosa da dire ce l'ho: la sceneggiatura è stata scritta da Brad Bird, autore di diversi altri film di grande successo, come Gli Iincredibili (anche questo mi manca), Tomorrowland alcune puntate dei Simpson, e soprattutto Il gigante di ferro, che è una delle opere d'animazione che è stata capace di farmi piangere. Ora, vedendo quest'ultimo film si possono notare diverse affinità con Ratatouille. Per esempio, quali sono i temi di fondo nel Gigante di ferro, che riguardano sia i protagonisti organici che quelli meccanici? Così a naso direi l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra... ehi, ma è la stessa cosa del topo cuoco!

Esatto, ci troviamo con due storie che hanno un tema di fondo praticamente identico, eppure sfido chiunque a dire che siano uguali tra loro, o a sostenere che una volta visto Il gigante di ferro, non c'è nessuna ragione per guardare Ratatouille e viceversa. Tutto questo come efficace esempio di come sia possibile raccontare la stessa storia, trasmettere lo stesso messaggio, in modi diversi e sempre validi, mantenendo potenzialmente all'infinito l'interesse e l'intrattenimento dello spettatore. È una bella lezione di tecnica narrativa mi è balzata davanti, forse per via del mio interessamento recente all'aspetto teorico di questa disciplina.

Lo so, è una digressione totalmente slegata dal contenuto del film, ma d'altra parte quando si parla di un lavoro universalmente conosciuto e apprezzato, non avrei comunque molto da aggiungere ai chilometri di post e giorni di conversazioni già esistenti.

Rapporto letture - Ottobre 2017

Considerando che ho passato la prima metà del mese in giro per siti Maya, penso che due letture totalizzate siano un buon risultato. Una delle due è peraltro un libro che mi ero promesso di iniziare da diversi anni.

Sto parlando de La bussola d'oro, o come da titolo originale Northern Lights, il primo libro della trilogia His Dark Materials di Philip Pullman. Avevo sentito consigliare questo libro spesso, come esempio virtuoso di young adult scritto quando ancora questo termine non esisteva, e che unisce alla classica storia di formazione temi profondi sull'autoderminazione e il potere della religione. Non avendo nemmeno visto il film mi sono approcciato senza nessuna aspettativa, e sono rimasto prima di tutto folgorato dalla ricchezza dell'ambientazione. Il mondo alternativo in cui si svolge la storia, chiaramente una Terra che non è la nostra Terra, è carico di particolari interessanti: la tecnoogia, le materie di studio, gli orsi corazzati, le streghe, e soprattutto i daemon. Quello del compagno animale legato alla propria anima, una sorta di totem vivente mutaforma, è una delle idee più formidabili che mi sia capitato di leggere ultimamente. Mentre scrivo questo commento ho da poco finito di leggere anche il secondo volume della raccolta, quindi so già molto più sull'arco narrativo completo di quando ho finito Northern Lights, tuttavia posso dire che il viaggio di Lyra mi ha catturato e trascinato, anche se non sono riuscito a entrare in completa sintonia con la giovane protagonista. Per quanto determinata e brillante, in molti casi mi è sembrata motivata solo dal suo capriccio, o forse dalla profezia che si porta addosso. Questo però non toglie niente alla bellezza del percorso, mi sono trovato letteralmente attaccato alle pagine per scoprire di più su quel mondo e sapere come finisce. E qui arriva il secondo problema, perché Northern Lights non finisce, quindi è difficile da valutare per sé. Al netto quindi di quanto so già dal secondo libro, devo comunque limitarmi a un voto 7/10 per la piacevolezza di un viaggio di cui ancora non so la destinazione.

Come defaticamento prima di passare a The Subtle Knife, ho scelto uno degli ultimi titoli di Future Fiction, nello specifico il piiù recente autore italiano pubblicato... me escluso. Nicoletta Vallorani è un'autrice d'esperienza, che si è occupata di generi diversi e in Il catalogo delle vergini affronta in tre racconti diversi un tema comune, quello dello sfruttamento, in particolare delle donne e del loro corpo. Le tre storie sono indipendenti tra loro, ma si capisce che si svolgono nello stesso futuro vicino e difficilmente definibile distopico, nel senso che oggi ci sono già tutti gli indizi che potrebbero portarci a un futuro del genere, senza bisogno di catastrofi, guerre o dittatori. Donne senza identità, senza vita, o alle quali tutto ciò viene sottratto, e che trovano riscatto solo combattendo con gli stessi mezzi che dovrebbero renderle schiave. Se c'è un appunto che posso fare è che alcune parti sono fin troppo raccontate, quasi come la narrazione introduttiva di un film, e si fatica a capire quello che sta accadendo ora all'interno della toria. La qualità e drammaticità della scrittura compensa comunque questi momenti di azione sospesa, e la lettura rimane quindi densa di suggestioni. Voto: 7/10

Coppi Club 29/10/2017 - Mindhorn

Il revival anni 80 è una delle tendenze che tira di più ultimamente, vedi il successo di serie come Stranger Things, ma anche film tipo il nuovo It, e il continuo fiorire di remake/reboot di franchise di successo di quegli anni. Sappiamo tutti che finirà presto, ma come usano dire tutti i produttori di cinema, "finché dura fa verdura". E in questo solco si inserisce anche Mindhorn, action comedy prodotto da Netflix e uscito pochi mesi fa.

La storia è quella di attore in disgrazia, popolare ai tempi del poliziesco degli anni '80 (Mindhorn, appunto) di cui era il protagonista, che cerca di far sopravvivere la sua carriera nonostante la palese assenza di qualsivoglia talento, e un nome che ormai non apre più nessuna porta. Abbandonato dal suo agente, dimenticato dai colleghi, e costretto a dubbie performance nella pubblicità, coglie l'occasione di un killer che sembra ossessianto dal vecchio telefilm e dichiara di voler parlare solo con lui. L'attore viene convovato dalla polizia sull'isola di Man per collaborare alle indagini, ed è qui che mette in scena la sua nuova performance, certo dell'attenzione mediatica che il caso riceverà.

Il film si muove quindi su due piani, da una parte seguendo l'omicidio e il mistero che si nasconde dietro a questo, che va oltre un "normale" killer; dall'altra i tentativi dell'ex Mindhorn di riguadagnare la sua popolarità, rientrando in contatto con i colleghi dell'epoca, tutti passati a nuove fasi della loro vita, a differenza di lui. Il protagonista è un personaggio egocentrico e presuntuoso, convinto che il mondo debba riconoscere il suo talento. Si appoggia anche a personaggi di caratura simile, falliti che vivono delle briciole lasciate dalle altre star. La maggior parte delle gag deriva quindi da questo contrasto tra le illusioni del protagonista e la realtà di un mondo che è andato avanti per trent'anni.

Ma questo è allo stesso tempo anche il punto debole del film. Dopo la sequenza iniziale durante le riprese di Mindhorn e le prime scene che servono a capire l'attitudine del protagonista, il resto del film prosegue sempre sulla stessa strada, proponendo a oltranza le stesse situazioni. Rimane quindi difficile empatizzare con un personaggio che di per sé è odioso, e dopo mezz'ora di film non è più nemmeno simpatico. Oltre a questo, anche la soluzione degli omicidi avviene in modo del tutto indipendente dalle sue azioni, e per tutto il film è soltanto un agente passivo, capace solo di autocompiacersi.

Mindhorn avrebbe funzionato meglio se invece di durare un'ora e mezzo fosse durante venticinque minuti, una specie di mediometraggio alla Kung Fury, dove l'assurdità delle situazioni e l'incoerenza dei personaggi non pesa troppo, visto che tutto è talmente concentrato da non dare il tempo di pensare. In questa forma allungata invece tutto appare molto presto annacquato e stantio, a danno di un'idea di base valida e interpretazioni efficaci.

Coppi Night 22/10/2017 - El Bar

Ho già avuto modo di constatare in passato come i film di genere spagnoli si rivelino più interessanti di quello che si direbbe, e che forse vale la pena approfondire l'argomento. La scelta di El bar deriva in parte da questo tentativo di conoscere meglio la produzione cinematografica spagnola e anche in questo caso posso dire che ci si trova di fronte a un film per lo meno interessante e ben costruito.

La base della storia è piuttosto semplice: un gruppo di sconosciuti rimane chiusa in un bar nel centro di Madrid e deve cercare di uscirne. La complicazione sta nel fatto che a quanto pare chiunque metta la testa fuori viene abbattuto da dei cecchini. La ragione di questo stillicidio viene chiarita nel corso del film, ma fin da subito risulta evidente che c'è qualcuno, all'interno di quel piccolo gruppo, che nasconde un segreto per il quale c'è gente disposta ad uccidere.

Il meccanismo quindi è quello dell'ambiente chiuso e sospetto reciproco. Tutti sanno di trovarsi in una situazione dalla quale potranno uscire soltanto agendo prima degli altri, tenendo nascoste le proprie conoscenze e capacità, alimentando i conflitti per approfittare della confusione. Le alleanze tra i vari personaggi si formano e si sciolgono, i contrasti esplodono e si arriva presto alle mani. La situazione peggiora quando, una volta compresa l'origine della loro situazione, si rende chiaro che sarà impossibile uscirne tutti vivi, e sono richiesti dei sacrifici.

Personalmente lo trovo uno spunto sempre valido, da cui possono nascere dinamiche differenti ogni volta (penso ad esempio a Cube). Certo la sfida in questo caso è quella di caratterizzare i personaggi senza farli cadere nello stereotipo, cosa in cui il film in questione riesce solo in parte. Mentre alcuni dei protagonisti hanno effettivamente una dimensione reale e plurisfaccettata, altri agiscono un po' da macchietta. Chiaramente quando ci sono 7-8 protagonisti è ovvio che non tutti possono ottenere lo stesso sviluppo, e maggiore cura sarà data a quelli che alla fine si riveleranno gli attori del climax. In generale comunque i personaggi funzionano e si possono considerare coerenti con le proprie intenzioni.

C'è anche da dire che a visione ultimata non rimane molto di questo film, non ci sono particolari temi che emergono, anche in forma allegorica/metaforica, e rendono le vicende mostrate più significative. Il tutto va preso per il suo senso letterale e lì ci si ferma. Ma insomma, un film senza livelli di lettura ulteriori può comunque funzionare, se è ben realizzato, e in questo senso El bar si può considerare soddisfacente.

Che fine hanno fatto le colonne sonore?

La settimana scorsa sono stato al cinema tre volte, battendo il mio record di frequenza cinematografica. Certo non era un record difficile da battere, con una media di 4-5 volte all'anno, spazzato via da due film al cinema nello stesso giorno. Ho visto due volte Blade Runner 2049 (mai successo prima di rivedere al cinema lo stesso film, questa è stata una mirabile eccezione con validi motivi) e una volta It. La visione di quest'ultimo è stata una delle esperienze al cinema più terribili che io ricordi, visto che ho passato buona parte del film a zittire i ragazzetti in sala invece che a seguire lo schermo. Ma questo post non parla né di Blade Runner 2049 né di It, almeno non in maniera diretta.

Forse la riflessione mi è sorta confrontando a distanza di poche ore l'impianto musicale del primo film (prepotente, ossessivo, coerente) con il secondo (marginale, prevedibile, generico), ma il discorso si applica in termini molto più ampi di questo caso specifico. E la questione è: perché nei film di oggi si sta perdendo la componente musicale?

È una cosa che emerge in modo evidente se vado a ripercorrere gli ultimi film che ho visto, sia al cinema che in altre occasioni (vedi Coppi Night, ma anche l'abuso di Netflix). Sembra che la tendenza attuale sia quella di tenere la musica come un elemento di contorno, un plus che serve a sottolineare qua e là alcuni momenti salienti, ma che di fatto non fa parte del film, al pari ad esempio dei titoli di coda... anzi meno ancora, negli ultimi anni i titoli di coda stanno acquisendo sempre più importanza con le scene bonus. Ovviamente ci sono delle notabili eccezioni, vedi appunto Blade Runner 2049 che riesce nell'arduo a ricordare la musica di Vangelis senza copiarla paroparo.

Eppure mi pare che il ruolo della musica in un film sia tutt'altro che secondario. Per dire se io adesso riascolto questo pezzo, riesco a rivedere distintamente la scena, e in parte provo di nuovo le stesse emozioni provate in quel momento, o quantomeno ricordo quello che ho provato.


E se ripercorro in rapida successione i film che in tempi recenti mi hanno catturato di più, non ce n'è uno di cui non riesca a ricordare la musica. Prendendo come campione solo quelli di cui ho parlato su questo blog, posso pensare ad Arrival, Predestination, Upstream Color, Mad Max: Fury Road, Chappie

Lo stesso esercizio non riesco a compierlo invece per tanti altri, e secondo me è un gran peccato che l'attenzione il livello di attenzione per la colonna sonora stia calando, forse per via di meccanismi di produzione che privilegiano altri aspetti: si chiama colonna sonora, si capisce che è qualcosa di importante che serve a sorreggere il film.

Parlando di colonna sonora non mi riferisco solo alla musica originale composta per un film, ma anche una soundtrack composta da pezzi appropriatamente scelti. In questo caso mi vengono decine di altri esempi validi, da Trainspotting all'altrettanto valido Trainspotting 2, da Scott Pilgrim vs The World a pressoché tutti gli altri film di Edgar Wright (e ancora non ho visto Baby Driver). Si può pensare che comporre una soundtrack in questo modo sia la strada più semplice, ma in realtà riuscire a inserire dei pezzi già noti al di fuori del film in modo che lo spettatore si sintonizzi sul giusto stato emotivo (indipendentemente da ciò che lui associa con un pezzo che magari già conosce) è tutt'altro che banale. Anzi, sbagliare in questo caso è molto più facile, quando si scambia la popolarità di una canzone per la reazione che susciterà (Suicide Squad, presente?).

Forse sono io che esagero il problema, può darsi che sia perché ho una predisposizione abbastanza spiccata per la parte uditiva piuttosto che quella visiva di un'opera. Per dire, la fotografia mi suscita effetti molto blandi, quindi un film esteticamente perfetto mi cattura meno di uno con una musica fenomenale. Ma al di là delle percezioni personali, credo che il problema della musica all'interno dei film esista davvero, e che si ricolleghi in ultima analisi a quel grande carrozzone senza conducente che sta diventando l'industria cinematografica globalizzata.

Purtroppo sono praticamente digiuno di teoria musicale per cui non sono in grado di affrontare un discorso ragionato su questo tema. Ma è un argomento che mi sta molto a cuore, per cui mi sono un po' documentato negli ultimi giorni e voglio proporre una selezione di video interessanti che sono cruciali per capire il problema della moderna composizione musicale nell'ambito del cinema. Li lascio qui, così potete seguirli e farvi una vostra idea sulla questione.





Memehunter

Dopo qualche settimana di silenzio radio, torno a pubblicare sul blog con una segnalazione fresca fresca. Era da un po' di tempo che non annunciavo una nuova pubblicazione, ma nonostante le turbolenze dell'ultimo anno e mezzo ho continuato a lavorare nell'ombra, anche se meno del solito, ed eccoci qui con un titolo su cui ho investito parecchio.

A fine settimana sarà disponibile in ebook Memehunter, un racconto lungo pubblicato sotto il marchio di Future Fiction. Se il nome della casa editrice vi suona familiare, può essere perché ne ho parlato diverse volte nei miei rapporti letture, visto che ho letto diversi titoli nel catalogo, e lo ritengo uno dei progetti più interessanti nel panorama attuale della sf italiana, con il suo obiettivo di curare la "biodiversità narrativa". Ho proposto tempo fa la mia storia a Francesco Verso, e dopo parecchi mesi di lavoro siamo arrivati alla versione finale, che vede ora la luce.


Volendo dar retta alle etichette, Memehunter si può definire un racconto cyberpunk. Lo è nella misura in cui i protagonisti sono dei giovani hacker, impegnati in una missione oltre la loro portata, e perché buona parte della storia si svolge nella Rete. Ma, signori miei, il mondo è andato avanti parecchio dai tempi di Mirrorshades, e quello stesso cyberpunk oggi ha poco senso. Oggi gli hacker non combattono tanto le multinazionale ma le bufale, e il terreno di gioco non è il cyberspazio ma i social network. È in questo contesto che si muovono Derek, un memehunter e il suo amico e socio Jo, uno snark. Insieme sono assunti da un committente misterioso per compiere la caccia al meme dei memi.

Quindi Memehunter è un po' la mia versione aggiornata di La notte che bruciammo Chrome, ma con facebook, gattini e droni. Vi si trova un po' di quella ideologia anarchica disillusa che riecheggia anche in Mr. Robot (si nota il riferimento in copertina?) e che è a sua volta una riproposizione degli ideali del movimento hacker delle origini. Ma soprattutto ribolle del caos della Rete di oggi, che come in molti addetti ai lavori hanno ammesso, è completamente sfuggita al nostro controllo, ed è diventata molto più e molto di peggio di quello strumento di comunicazione universale e democrazia diretta che tutti si aspettavano vent'anni fa.

Ne consegue anche che Memehunter potrebbe soffire di obsolescenza precoce. Soprattutto l'aspetto tecnologico e lessicale potrebbero venire superati nel giro di un paio di anni, al ritmo con cui queste cose si evolvono oggigiorno. Uno ci prova a estrapolare e speculare, ma siamo nell'era pre-singolarità, in cui le macchine si insegnano da sole i giochi da tavolo, per cui c'è un limite alla capacità di fare previsioni del nostro scadente wetware mammaliano. Tutto questo per dire che volete leggere il racconto, mai come stavolta è importante farlo ora invece che tra sei mesi!

Se siete abbonati a Future Fiction lo avete già ricevuto, altrimenti Memehunter sarà disponibile per l'acquisto da venerdì, sul sito di Future Fiction e sui maggiori store online.

Coppi Night 1/10/2017 - Okja

Okja mi era stato presentato come un film controverso che sollevava interrogativi importanti sull'alimentazione e il rapporto tra l'uomo e gli animali. E forse, scavando un po', queste cose si ritrovano davvero, ma il problema è che bisogna scavare sotto strati di noia per raggiungere questo nucleo.

Metto le mani avanti come ho già fatto in occasioni simili, dichiarando la mia scarsa familiarità col cinema coreano. In questo caso la produzione è un mix di coreano e americano, ma in certe parti si percepisce molto l'influenza di una cinematografia diverda da quella di Hollywood, di cui ammetto non essere un esperto. Ciò detto, rimane il fatto che personalmente ho trovato Okja estremamente blando, incapace di impressionare davvero nonostante il tema trattato consentisse scene forti ed emotivamente devastanti.

La multinazionale cattiva alter ego della Monsanto ci tiene tanto a fare bella figura col suo nuovo megamaiale OGM (e nessuno sembra rendersi conto che assomiglia molto di più a un ippopotamo), e forse questo piano di marketing di durata decennale è una delle parti meglio riuscite della storia. Il rapporto tra la ragazzina e l'animale viene mostrato inizialmente con qualche scena idilliaca, ma a parte abbracci e corse nel bosco non si riesce mai a percepire un vero legame. Ma peggio ancora, la bambina protagonista manca completamente di caratterizzazione, visto che parla poco e agisce sempre dietro manipolazione di qualcun altro. Il suo personaggio esiste solo in quanto controparte del maiale gigante, per questo mi è stato davvero difficile fare il tifo per lei, e di conseguenza anche per la pover bestia vittima di tutto ciò.

Paradossalmente, alcuni personaggi secondari sembrano avere una complessità molto maggiore e suggeriscono uno sviluppo narrativo tragico non indifferente. L'amminstratice della multionazionale col suo rapporto difficile con padre e sorella e i tentativi di tenere sotto controllo un'azienda troppo grande; alcuni degli animalisti, combattuti tra l'adesione ai principi del loro manifesto e la necessità di agire in modo diretto e violento; ma soprattutto, il presentatore amico degli animali interpretato da Jake Gyllenhaal, una specie di Wild Frank caduto in disgrazia e costretto a fare da testimonial a un'azienda che lucra su ciò che lui ha sempre amato. Mi sarebbe piaciuto quasi di più conoscere la sua storia, che quella della ragazzina e del suo nonno avaro.

Quindi alla fine, Okja non riesce a raggiungere la forza che potrebbe, anche nelle sequenze finali in cui viene mostrato esplicitamente il macello dove gli animali sono ammazzati e processati per farne bistecche, hamburger e salsicce. Quello che avrebbe dovuto essere un momento estremamente drammatico mi è sembrato solo una prevedibile arma tirata fuori all'ultimo momento per scioccare lo spettatore, che però, se è come me, a quel punto ha già perso interese. Peccato, perché il tema merita acute riflessioni e io stesso ci sto pensando molto nell'ultimo periodo. Non sarà però un'opera del genere a farmi propendere in una direzione o l'altra.

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