Doctor Who 10x02 - Smile

Dopo aver conosciuto la nuova companion e appreso che il Dottore si è impegnato a tenere sotto controllo una stanza sigillata sotto l'università (qui mi ero perso qualche battuta nell'episodio precedente, infatti nel mio commento dicevo che non si era ancora intuito quale fosse l'arco narrativo di questa stagione, ma è già abbastanza chiaro che sarà proprio quella stanza segreta), siamo pronti per la prima avventura off-world della stagione 10. Come spesso accade, è il Dottore stesso a chiedere alla nuova compagna di viaggio dove vuole andare: passato o futuro? La scelta è per il futuro, e il Tardis porta i due su un pianeta non identificato che costituisce una delle prime colonie umane al di fuori della Terra. Troviamo qui i temibili emojibot, piccoli e goffi robottoni con facce da emoji che rilevano lo stato d'animo degli umani. Questi sono in realtà solo l'interfaccia dei veri occupanti robotici della colonia, stormi di nanobot che di fatto costituiscono la struttura stessa della città deserta. Qualcosa è andato storto e i robot uccidono gli umani che si dimostrano infelici, così quando il Dottore e Bill scoprono cosa è successo sono costretti a fuggire con il sorriso. Salvo poi tornare per sistemare le cose.

Di Smile va detto innanzitutto non brilla per originalità. Più o meno tutti gli elementi della storia si possono ritrovare sia in episodi precedenti di Doctor Who che in altre opere anche piuttosto note. I robot con faccia-emoticon si vedono ad esempio nel film Moon di Duncan Jones, mentre gli omicidi compiuti dai nanobot volanti si sono visti di recente in Black Mirror, nell'ultimo episodio finora trasmesso Hated in the Nation. Anche l'obbligo di sorriso non è così strabiliante, perché di dittature della felicità se ne vedono spesso nella fantascienza. Infine, il nemico che in realtà non è cattivo ma soltanto incompreso è talmente frequente in DW (basta andare all'episodio della settimana scorsa) che davvero, qualche volta sarebbe bello avere un villain che è semplicemente e genuinamente stronzo. Ma in fondo l'originalità è merce davvero rara, in particolare per una serie iniziata cinquant'anni fa, e non è comunque garanzia di successo.

Lasciando quindi da parte l'originalità come criterio di valutazione, la puntata presenta comunque qualche inceppamento. I primi due atti riescono a creare tensione (per quanto sia possibile farlo attraverso gli emoji): si passa da identificare la minaccia a decidere come eliminarla. È nella parte finale che le cose si fanno confuse e contraddittorie. Quando si scopre che sul pianeta sono già presenti i coloni e questi si armano subito per distruggere i robot, il Dottore è costretto a intervenire e lo fa con un colpo di cacciavite sonico, semplicemente resettando i robot così che possano reimparare da capo la convivenza con gli umani. Anzi, è a questi ultimi che raccomanda "teneteveli buoni, perché i veri padroni di questo mondo sono loro". Francamente, se io fossi stato uno di quei coloni appena decriogenizzato e mi avvessero detto di farmi amico i robot idioti che hanno ammazzato la mia famiglia perché non sapevano come rapportarsi con il dolore... beh, insomma, qualche dubbio su come quel vecchio pazzo con la giacca ha gestito la faccenda mi rimarrebbe. Non è la prima volta che DW si scontra con un problema simile, costruendo con abilità una situazione complessa che si risolve poi in modo banale e poco soddisfacente. Con la variante che, in questo caso, mi pare sia la prima volta in cui la soluzione non è a vantaggio degli umani!

La parte più interessante dell'episodio è forse il modo in cui si sta costruendo la relazione tra il Dottore e Bill. La nuova companion si dimostra ancora curiosa ma abbastanza umile, piena di domande, quasi come un'allieva in gita con il professore. Probabilmente lei stessa non sa ancora come considerare il Dottore, infatti in questa puntata solleva l'ipotesi che sia un poliziotto che va in giro a sistemare le cose. Da parte sua il Dottore sembra anche piuttosto protettivo, in più di un'occasione suggerisce a Bill di rimanere al sicuro mentre lui si occupa dei problemi. La breve presenza di Nardole conferma invece il cambio di ruolo dell'assistente, che adesso sembra comportarsi quasi come "la coscienza" del Dottore, ricordandogli i suoi doveri.

Pesando i vari elementi, Smile non si può ritenere un episodio di buon livello, e riesce a salvarsi forse solo per la presenza di Capaldi e Mackie e il modo in cui va definendosi la loro chimica. Fosse stato un episodio della passata stagione con una companion stagionata come Clara avrebbe perso anche quell'attrattiva, e ci saremmo probabilmente trovati con un pastrocchio come In the Forest of the Night, che guardacaso è dello stesso autore. Quindi per sicurezza direi che è il caso di smettere di farglieli scrivere, ok? Voto: 5/10

Marc Romboy - Voyage de la planète

Molte volte quando mi capita di discutere con altre persone dei miei gusti musicali (cosa che con gli anni ho imparato a evitare, così come per i gusti letterari, ma ogni tanto succede) mi trovo a dovermi "difendere" dalle accuse di inmusicalità dell'elettronica. In genere la posizione dell'interlocutore è piuttosto superficiale, e si basa sull'assunto "musica = canzone", al che mi permetto di sottolineare come certa musica elettronica abbia dei fortissimi punti di contatti con la musica classica, quella che per convenzione siamo abituati a considerare come l'essenza stessa della musica (anche su questo ci sarebbe da discutere, ma approfitto volentieri del preconcetto nell'ambito di tali dibattiti). La centralità della struttura, la gestione degli "strumenti", l'attenzione richiesta dall'ascoltatore sono a mio avviso paragonabili, se penso ad esempio ai pezzi di Villalobos, Minilogue, Ellen Allien. Questo senza andare a scomodare quegli artisti che si sono dedicati a composizione di concerti veri e propri, come il Krieg und Frieden di Apparat o Chronicles of Possibile Worlds di Jeff Mills.

Ma a partire da oggi se dovessi fare un esempio universale e inconfutabile di come musica classica ed elettronica sono sorelle (o quantomeno cugine), citerei immediatamente Voyage de la planète, l'album appena uscito di Marc Romboy.

Questo viaggio planetario è stato appositamente concepito come un'opera di raccordo tra la musica classica da orchestra e la sua controparte contemporanea, con una serie di tracce in cui la complementarità tra gli strumenti da orchestra e apparecchi elettronici è palese e assolutamente naturale, quasi scontata. Serve a mostrare a tutti gli ascoltatori che è sempre stato così, e forse sono stati loro a non aver mai prestato abbastanza attenzione.

Violino, piano, sintetizzatori, fiati, xilofoni, drum machine e tutti gli altri si affiancano con tanta leggerezza che è davvero difficile capire quando si sta ascoltando uno strumento suonato o uno sintetizzato. In questo senso, forse sono io che cerco connessioni anche dove non ci sono, ma credo si possa individuare un risultato per certi versi simile a quello ottenuto da Vale & The Varlet in Believer, di cui ho parlato poco tempo fa. Si tratta dello stesso approccio ma applicato a partire dalla direzione opposta, un equilibrio diverso ma equivalente. In realtà tutta la musica qui contenuta è composta ed eseguita dallo stesso Marc Romboy, ma l'insieme si presta perfettamente a un'esecuzione live con orchestra, occasione che è stata subito colta, e i cui risultati sono davvero straordinari. Stiamo parlando di cose come questa:


Ma come dice il titolo, Voyage de la planète è anche un viaggio, e in questo senso dimostra anche tutto il suo debito all'immaginario fantascientifico. Qualche indizio di questa tendenza tematica di Marc Romboy l'avevamo già avuto nella sua collaborazione con Stephan Bodzin alla realizzazione del progetto Luna, una vasta raccolta di pezzi dedicati ognuno a un satellite del Sistema Solare. Voyage de la planète riprende un approccio simile ed elabora invece un tributo all'esplorazione di nuovi mondi e modi di pensare, che emergono dai suoni, dalle atmosfere, dalle sequenze, dai cambi di registro. Il tutto è reso ancora più evidente dai titoli dei pezzi: l'apertura è riservata a Jules Verne, ma a seguire abbiamo L'univers étrange, L'univers parallèle, La machine du temps, La lune et l'étoile, Nocturne. Ogni traccia rappresenta una variazione del tema di fondo, e interpreta con un diverso rapporto di forze questa unione dei concetti musicali classici e moderni.

Con questa opera Marc Romboy entra di diritto nella mia personale cerchia di punti di riferimento. Da dj solo "interessante" salta di prepotenza diversi gradini e diventa qualcosa di più, un artista capace di mostrare il mondo che già conosciamo in una luce diversa. Può sembrare una formula esagerata per quello che è in fin dei conti soltanto un album di dieci tracce, ma non la uso con leggerezza. Esiste il talento, esiste la bravura e l'esperienza, ed esiste anche il genio. Qui ho il sospetto che ci troviamo dalle parti di quest'ultimo. Ma sono sempre disponibile a scoprire di nuovo, di più e di meglio, a compiere altri viaggi verso altri pianeti.

Doctor Who 10x01 - The Pilot

Dopo un lungo digiuno da Doctor Who interrotto solo da un richiamino sotto Natale, si riparte finalmente con la stagione 10, che segnerà un punto di svolta nella serie in quanto è già noto che sarà l'ultima con l'attuale incarnazione del Dottore e sotto la guida di Steven Moffat, che ha condotto lo show per cinque stagioni e attraverso il cinquantesimo anniversario.

Probabilmente c'è un significato che va oltre lo schermo nel titolo di questo episodio, che è in un certo senso il pilot di una serie che prova a ripartire. Riparte perché abbiamo una nuova companion, quindi l'occasione di fornire un nuovo punto di vista sulla vicenda del Time Lord, e riparte perché con la stagione nove e gli speciali successivi si sono chiusi alcuni degli archi narrativi che avevano trattenuto il Dottore negli ultimi anni: la ricerca di Gallifrey, la relazione morbosa con Clara Oswald, l'ultima (lunga) notte con River Song. Quello che incontriamo all'inizio della stagione dieci è un Dottore dal basso profilo, che si è limitato negli ultimi decenni a fare il professore universitario. "Non faccio più queste cose" dice "ho promesse da mantenere." Sappiamo bene che qualcosa lo porterà fuori dal suo isolamento, e d'altra parte ci aveva già provato in passato a tornare nell'ombra (vedi la fine della stagione 6), ma è chiaro che non gli è possibile.

Conosciamo anche Bill, e appare fin da subito come qualcosa di fresco e leggero. Molti fan si erano lamentati che ultimamente tutti gli accompagnatori del Dottore fossero in qualche modo "le persone più speciali dell'universo", e l'apice di questa tendenza si è raggiunto proprio con Clara, che da personaggio ricorrente in tutta la storia del Dottore è diventata per lui così importante da dover essere dimenticata. Bill invece, almeno per quanto possiamo vedere, è una ragazza normale. Non si presenta come straordinariamente brillante o coraggiosa, è curiosa ma anche spaventata, si rendo conto di trovarsi di fronte a eventi più grandi di lei. È anche lesbica, come già si sapeva, tratto che in The Pilot assuma una sua importanza, ma lo fa con naturalezza, come dovrebbe sempre essere per l'orientamente sessuale di un personaggio (cosa che non si può dire ad esempio del rapporto omo-interspecifico tra la siluriana Vastra e la sua assistente, che fin troppe volte viene sottolineato). L'altro companion occasionale Nardole, per cui avevo espresso già parecchi dubbi in precedenza, non si è dimostrato irritante quanto avrei pensato, anzi ridotta la componente macchiettistica il suo ruolo di spalla del Dottore potrebbe avere un senso, soprattutto se come è plausibile Bill non avrà il tempo (e la predisposizione) per diventare una Vicedottoressa come è stato per molte companion recenti.

La storia di The Pilot è un monster of the week abbastanza blando, una minaccia non così terribile ma abbastanza misteriosa, che il Dottore stesso non riesce a comprendere del tutto. Non c'è un vero senso di minaccia e non è in ballo la salvezza dell'umanità, il che per un episodio che è tutto sommato una series premiere va più che bene. Per la verità ci sono un paio di elementi che sembrano provenire di peso da storie precedenti: l'astronave in cerca di pilota (The Lodger, stagione 5) e le creature grondanti acqua (The Waters of Mars, uno degli speciali dopo la stagione 4). Forse si sarebbero potute trovare soluzioni estetiche diverse per non richiamare troppo le puntate passate, ma la storia fa del suo meglio per distanziarsi da queste. E anzi, per quanto accennata, la storia della ragazza che si sente fuori posto, forse a causa di una piccola imperfezione che si porta dietro da sempre, riesce ad apparire credibile e attirare empatia. Il mostro che non è davvero cattivo ma solo incompreso è un cliché ricorrente, anche in DW stesso, e può funzionare o apparire patetico: stavolta funziona.

Un'altra cosa che si può notare sotto la superficie della storia sono i numerosi particolari riferiti al passato di Doctor Who, e in particolare alla serie classica degli anni 60-80. I vecchi cacciaviti sonici (in uso dal Terzo Dottore in poi), l'incursione nella guerra tra Dalek e Movellan (visti in Destiny of the Daleks, una storia del Quarto Dottore) e soprattutto la fotografia di Susan, la nipote del Dottore che ha iniziato a viaggiare con lui tanto tempo prima, proprio nei primi episodi della serie del 1963. È da tempo che si vocifera una comparsa di Susan, e forse quel momento è arrivato, considerando che finora nella serie moderna è stata giusto citata un paio di volte ma mai nemmeno mostrata. L'impressione anzi è che quest'ultima stagione di Peter Capaldi si ricongiunga in qualche modo a quelle di William Hartnell, vista anche la presenza del primo design dei cyberman, che sono i responsabili della rigenerazione del Primo Dottore.

È ancora presto per poter dire dove punterà questa decima stagione e qual possa essere l'arco narrativo che quasi sempre si snoda lungo i vari episodi, ma alcuni indizi si possono già raccogliere. Susan, la "promessa" del Dottore, l'imminente arrivo di ben due versioni del Master... vedremo cosa ne viene fuori. Rimane il fatto che The Pilot si è dimostrato un ottimo inizio di stagione, con una bassa posta ma un'efficace gestione dei nuovi personaggi e della componente emotiva. D'altra parte si viene da una stagione nove che nonostante un paio di scivoloni è stata di livello davvero alto. E speriamo di aver sentito davvero per l'ultima volta il tema di Clara. Voto: 7/10

Dj set: 30th

Ogni tanto mi riaffaccio sul blog proponendo un dj set da me registrato. L'ultimo risale a un periodo non proprio sereno che è in qualche modo sublimato in musica, e anche questa volta si tratta di qualcosa del genere. Infatti gli 80 minuti che compongono il set linkato qui sotto è in qualche modo una rielaborazione del 2016, l'anno dei miei trent'anni. Questo non significa contiene pezzi del 2016, i miei set sono sempre "astorici", ma racchiude in sé il mood dell'anno da poco trascorso. Che in effetti non è un mood troppo spensierato.

30th contiene alcuni pezzi di cui ho parlato in alcuni post musicali comparsi ultimanete sul blog, ad esempio quelli di Atelier Francesco, Telefon Tel Aviv, Moderat, Stephan Bodzin e Paul Kalkbrenner. Il resto proviene da fonti varie passate e recenti, con alcuni nomi piuttosto ricorrenti. Potete sentirlo qui sotto, e con l'occasione vi ricordo che sulla mia pagina Mixcloud trovate anche gli altri miei dj set registrati negli anni.



Coppi Night 09/04/2017 - La scoperta

Netflix ormai si è già ricavato una posizione di rilievo nell'offerta cinematografica attuale, visto che dopo le serie tv adesso ha preso a rilasciare anche film con una certa frequenza. Se alcune produzioni possono essere considerate di medio livello (ad esempio Spectral) altre rivaleggiano con il cinema "ufficiale" per regia, comparto tecnico, attori di "fascia alta". È questo il caso di The Discovery, che vede nel cast principale Robert Redford, Jason Segel e Rooney Mara e si presenta con un livello qualitativo che non sfigurerebbe visto sul grande schermo. E anche la storia è molto ambiziosa.

La "scoperta" del titolo è quella dell'aldilà. Un neurologo (Redford) ha dimostrato scientificamente l'esistenza di un qualche tipo di vita oltre la morte, o per lo meno della prosecuzione della coscienza in un'altra forma dopo la morte corporale. La scoperta, diffusa presto in tutto il mondo, ha provocato un elevato numero di suicidi, perché in fondo, che sbattersi a fare quando sai che c'è qualcosa dopo? A distanza di qualche anno dall'annuncio seguiamo il figlio dello scienziato (Segel), convocato dal padre in una villa isolata dove sta compiendo ulteriori esperimenti sull'aldilà. Durante il viaggio incontra una donna (Mara), che poco dopo è lui a salvare dal suicidio e portare all'interno della comunità del padre.

Il film prende di petto un tema molto profondo e controverso. Si potrebbe pensare che, una volta dimostrata l'esistenza dell'aldilà, si raggiungerebbe il consenso sul significato e il valore della vita, ma così non è. L'immortalità della coscienza non avalla automaticamente nessuna religione, né dà indizi ulteriori su come sia questa oltre-vita. Per cui c'è chi (come il protagonista) non è affatto convinto che il suicidio sia la scelta più vantaggiosa, e c'è chi pur non dando particolare valore alla vita non è capace di togliersela. Da questa differenze di visioni nasce il conflitto tra il protagonista e suo padre ma anche il fratello, la ragazza e gli altri ospiti/operai della villa. Ne emerge un quadro complesso, in cui non è facile identificare un'unica prospettiva corretta e rimane aperto a interpretazioni ancora differenti.

Poi però succede qualcosa. Nell'ultima parte del film viene approfondita una sottotrama di "investigazione", e nel climax finale emerge un plot twist che non sembra del tutto coerente con quanto visto fino a quel momento. È una visione comunque affascinante, che dà un nuovo significato a tutta la storia (e per certi versi, affine ad alcuni temi da me sviluppati in Dimenticami Trovami Sognami... mica ve la prendete se ne approfitto per spiattellare con nonchalance la copertina?), però sembra essere la conclusione di una storia diversa da quella con cui il film era iniziato. Certo non mi aspettavo che fosse rivelata la "verità" sulla vita dopo la morte o che il technobabble che giustifica la scoperta fosse spiegato interamente, ma il senso finale della vicenda (così come proprio l'ultima scena) sembra adattarsi a tutt'altro tipo di storia e di conseguenza lascia incompiuto ciò che si era aperto inizialmente. Non mi sentirei di definirlo uno scivolone, perché il film gestisce comunque con competenza e intensità anche questo twist, e non si può non rimanerne colpiti. Però appunto, la conclusione fa passare in secondo piano tutta la storia precedente e si arriva quasi a dubitare che tutto la scoperta stessa abbia davvero l'impatto che si pensa inizialmente.

C'è anche da rilevare qualche difformità minore, con alcune scene leggermente fuori registro (mi riferisco soprattutto alla sequenza dell'obitiorio) e qualche incoerenza nello sviluppo dei personaggi, che non sempre sembrano comportarsi come dovrebbero. Anche la relazione tra il protagonista e la ragazza sembra svilupparsi in modo alquanto innaturale, come se a un certo punto il regista avesse semplicemente detto "ok, manca mezz'ora alla fine del film, ora bisogna che vi baciate".

The Discovery merita sicuramente la visione, ma a mio avviso avrebbe avuto bisogno di una maggiore focalizzazione. Si sarebbe potuto interlacciare le due storie principali in modo più profondo, o forse ancora meglio concentrarsi su una sola, senza rincorrere il twist a tutti i costi e dando più forza ai personaggi e alle loro scelte.

Rapporto letture - Marzo 2017



Marzo è iniziato con la lettura dell'epico Seveneves (iniziata già a metà febbraio), ultimo romanzo di Neal Stephenson che dovevo ancora recuperare, di cui ho già parlato in un post dedicato e per il quale non mi soffermo ulteriormente. Finito questo volume enorme e complesso, ho pensato di "disintossicarmi" dalla hard sf e alleggerire con qualche lettura meno impegnativa.





Ho pensato che l'ideale per un defaticamento completo era leggere qualche racconto, e così ho recuperato la raccolta Mucho Mojo Club vol. 1, un'antologia di racconti thriller/noir curata appunto dal Mucho Mojo Club, club letteriario ideato da Mauro Falciani, un libraio indipendente di Firenze (con l'occasione vi invito a conoscere e visitare la libreria Mucho Mojo). Falciani ha chiesto a una decina di autori di livello internazionale di prestargli un racconto per questa raccolta e ognuno di loro ha dato il suo contributo. Perosnalmente non sono un appassionato del genere e quind anche i nomi non mi sono familiari, ma si capisce subito che si tratta di professionisti. Come in tutte le raccolte il livello dei racconti non è sempre costante, alcuni sono meglio riusciti di altri, ma la lettura è sempre piacevole e almeno in un paio di casi inquietante al punto giusto. Un volume quindi ben riuscito, oltre che un'iniziativa da promuovere e sostenere, per cui se vi piace il thriller puntateci gli occhi. Voto: 7/10


Mantenendomi ancora al di fuori del familiare territorio della narrativa fantastica, ho pensato che fosse il momento giusto per leggere Apologia del porco, romanzo di Marco Di Pinto pubblicato un paio di anni fa da I Sognatori (la casa editrice con cui è uscito il mio Spore). Come già esplicitato dalla dedica, Apologia del porco è una storia che mette in evidenza lo sfruttamento dei lavoratori, in questo caso nella Puglia contemporanea, ma in fondo non così diversa da quello che si può trovare in altri posti e altre epoche. La narrazione in prima persona del giovane protagonista che si trova a lavorare per un imprenditore del settore alimentare riporta mancanze, soprusi, umiliazioni e tutta una serie di piccoli episodi sgradevoli. Il tono rimane comunque leggero, quindi la bassezza dei personaggi non porta a una storia cupa, purtroppo quello che mi è sembrato mancare è proprio un arco di sviluppo dei personaggi. Sia il protagonista che l'antagonista non seguono un percorso, manca un vero e proprio finale che concluda la vicenda. Insomma per quanto interessante, alla fine sembra incompleto. Voto: 6/10


E poi vabbè, posso provarci quanto voglio ma poi sempre alla fantascienza torno. E così l'ultimo giorno del mese sono riuscito a infilarci anche uno degli ultimi titoli di Future Fiction, il racconto Sinestesia di Oliver Paquet (incuriosito anche dal fatto che c'è in giro un mio racconto con lo stesso titolo). Storia di un'invasione aliena su un mondo abitato da umani e altre razze, l'elemento di spicco del racconto è il modo in cui gli uomini abbiano sviluppato una tecnologia capace di aprire passaggi per altri mondi, attraverso l'uso di IA "emotive". Solo un piccolo scorcio di un universo molto vasto, di cui si può apprezzare la grande immaginazione nonostante la brevità. Voto: 7/10

Coppi Night 02/04/2017 - Il bosco ha fame

Per una volta mi sento di promuovere il titolo italiano, decisamente più accattivante dell'originale Wrong Turn che non dà nessuna indicazione sul contenuto.

Un onesto b-movie horror con classico gruppo di ragazzi sprovveduti braccati dal mostro di turno, nel caso specifico un trio di montanari cannibali. Tutto inizia con il protagonista che rimane bloccato nel traffico e per arrivare in tempo a un colloquio importante decide di fare una strada alternativa che passa in mezzo al bosco. Qui si schianta contro il camper di un gruppo di amici fermo in mezzo alla strada, mettendo fuori uso entrambi i mezzi di trasporto. Per cercare aiuto sono costretti quindi ad attraversare il bosco per raggiungere la civiltà.

Tutto procede come da copione: il gruppo si separa e si assiste alle prime vittime che come nella migliore tradizione sono quelli rimasti da parte a drogarsi e fare sesso (non c'era nessun nero nella comitiva, altrimenti sarebbe toccato a lui). Gli altri raggiungono invece proprio l'abitazione dei cannibali, e quando capiscono che c'è qualcosa di strano nei vasetti di interiora conservati in frigorifero è troppo tardi, perché gli inquilini sono rientrati portandosi dietro i cadaveri dei loro amici.

Dopodiché si succedono fughe, nascondigli, infortuni e morti alla spicciolata. Degno di nota comunque il fatto che i ragazzi non si comportino da decerebrati come avviene di solito in questo tipo di film, e che le loro reazioni sono per lo più ragionevoli per quanto possano esserlo in un contesto del genere. Dall'altra parte anche i tre cannibali (non è chiaro se imparentati tra loro) si dimostrano piuttosto intelligenti e capaci di rappresentare una sfida reale, cosa non scontata per questo livello di horror, dove di solito i protagonisti soffrono unicamente per la loro propria stupidità. Tutto sommato la credibilità vacilla solo in un paio di occasioni, e non in modo così drammatico.

Naturalmente nessuno grida al capolavoro, ma il film non si rivela irritante quanto le premesse potevano far supporre, ha un buon livello di gore e delle sequenze d'azione valide. Quindi alla fine un prodotto più gradevole di altri sul tema del cannibalismo, tabù così forte che in molti casi pare che basti invocarlo per dare spessore a una trama, quando in realtà non c'è niente intorno. Ce l'ho con te, Green Inferno.

Coppi Night 26/03/2017 - Los ùltimos dìas

Mi permetto di mantenere il titolo originale perché non vedo la ragione per cui dovrei trasporto come The Last Days, in una lingua terza, piuttosto che un semplice Gli ultimi giorni. E anche per rendere evidente che si tratta di una produzione spagnola.

Scovato su Netflix, è un film del 2013 la cui premessa mi ha affascinato subito. In tutto il mondo si diffonde una "epidemia" di agorafobia. Le persone non sono più capaci di sopportare gli spazi aperti, e sono costrette a vivere continuamente all'interno degli edifici. La patologia è abbastanza grave da provocare la morte per shock a chi si avventura al di fuori della porta. La crisi colpisce tutti, gradualmente: l'intera umanità si ripara nelle sue costruzioni: abitazioni, uffici, stazioni, fogne. Qualunque cosa non sia direttamente sotto il cielo aperto. A mesi di distanza dall'inizio della psicosi collettiva, della civiltà contemporanea rimane molto poco.

In questo contesto apocalittico il protagonista della storia è Marc, un giovane impiegato rimasto imprigionato nel suo ufficio insieme ai colleghi. Marc vuole trornare dalla sua ragazza nella loro casa, ma non potendo uscire, decide di raggiungerla attraverso un percorso sotterraneo passando dai binari della metropolitana alle fogne. Suo compagno di viaggio sarà Enrique, un consulente del personale dal fare minaccioso che era stato assunto dall'azienda per eseguire tagli all'organico (e che aveva messo gli occhi proprio su Marc). Entrambi diffidenti dell'altro all'inizio, andando avanti imparano a conoscersi e collaborare, constatando che è inutile mantenere i propri ruoli quando la società non esiste più.

Ma il viaggio lungo la metro di Barcellona è anche l'occasione per mostrare le varie soluzioni adottate dall'umanità per adattarsi alle nuove condizioni di vita. Chi può è rimasto in casa, ma ha dovuto comunque trovare il modo di rifornirsi di cibo, acqua ed energia. Nei luoghi di passaggio affollati come stazioni e supermercati si sono invece create delle comunità complesse, con fazioni in lotta tra loro. I due protagonisti devono quindi cercare di passare indenni attraverso la serie di pericoli dovuti alla disperazione di chi è costretto a convivere con migliaia di sconosciuti in uno spazio chiuso e limitato.

Il film riesce innanzitutto a tasmettere bene l'ansia e l'oppressione a cui tutti si trovano sottoposti (mi ha ricordato in qusto sensto Blindness). Inoltre gestisce con padronanza le storie personali dei due protagonisti, inserendo anche alcuni flashback che mostrano le ultime settimane prima della catastrofe. Come sempre nelle storie in cui la società si è disgregata, la moralità si fa più indefinita, e i protagonisti stessi compiono delle azioni non proprio encomiabili che tuttavia sono in parte giustificate dalla situazione. Dal punto di vista tecnico il film è ben realizzato, e trae il meglio dalle valide interpretazioni degli attori (devo dire che anche il doppiaggio è di buon livello). L'unico scivolone è la scena dell'orso, dove forse per una eccessiva voglia di azione si pecca un po' di credibilita e brutta CGI, ma anche quella sequenza si rivela poi importante nello svolgimento della trama.

Tutto questo fa di Los ùltimos dìas una piacevole sorpresa, il film su cui non punteresti nulla e invece riesce ad appassionare, stimolare e commuovere. E a questo punto, credo che dovrò iniziare a guardare con più attenzione a un certo tipo di cinema spagnolo, perché mi rendo conto che ultimamente tutti i film spagnoli che ho visto mi hanno quanto meno convinto, e in diversi casi anche lasciato qualcosa. Penso a Mientras duermes, Automata, Cella 211 e ora questo. Potrebbe anche essere un caso, ma comincia a farsi abbastanza sospetto da meritare maggiore approfondimento.

Neal Stephenson - Seveneves

Neal Stephenson è quell'autore che può iniziare un romanzo con:
La luna esplose all'improvviso e senza una ragione apparente
e farne seguire 860 pagine di hard sf traboccante di infodump che scorrono con la piacevolezza di un'acqua tonica ghiaccio e limone il 28 luglio. Stephenson si è costruito dagli anni novanta in poi una posizione quasi di culto nell'ambito della fantascienza contemporanea, grazie a una produzione non troppo vasta ma sempre azzeccata. Dall'iconico Snow Crash a Cryptonomicon, dal Ciclo Barocco al capolavoro di Anathem, ogni romanzo di questo atuore è un viaggio completo in una dimensione diversa, sia essa storia alternativa, universo parallelo, futuro, o soltanto il presente che ancora non siamo capaci di riconoscere. Seveneves, pubblicato nel 2015 e colpevolmente ancora inedito in Italia, è solo l'ultimo dei suoi viaggi epici, e in questo caso il termine ha una connotazione quasi letterale.

Seveneves è una storia della fine del mondo, che comincia con quella frase riportata sopra. La luna si frammenta di punto in bianco in sette pezzi, senza che nessun potesse prevederlo o possa capire perché è successo (e mettetevi l'animo in pace: non verrà mai data una spiegazione di come e perché è successo). Dalla iniziale curiosità si passa al terrore quando il calcolo delle meccaniche orbitali degli iniziali sette frammenti porta a concludere che nell'arco di due anni circa la massa di detriti raggiungerà un livello critico di caos tale da iniziare a piovere sulla Terra, sottoponendo il pianeta a una caduta continua di bolidi in grado di devastare la superficie e incendiare l'atmosfera. Inizia allora la corsa contro il tempo per salvare l'umanità e fare in modo che una parte sufficiente della popolazione sopravvivere all'imminente apocalisse. Da qui in poi ci sarà qualche spoiler, ma niente di più di quello che si scopre leggendo la quarta di copertina.

Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima si verifica la distruzione della luna e vengono elaborati i piani di emergenza messi in atto per mettere in salvo la maggior parte possibile della popolazione. La soluzione che viene adottata e condivisa da tutte le nazioni è quella di ampliare la Stazione Spaziale Internazionale (ISS o Izzy per i suoi abitanti) e portare in orbita, al riparo dalla tempesta di fuoco, un numero selezionato di persone che possano poi ripopolare il pianeta, quando a distanza di qualche migliaio di anni la superficie tornerà abitabile. Nella seconda parte viene abbandonata la prospettiva terrestre, e tutta l'azione si svolge in orbita, tra Izzy e le arklet che formano lo sciame di arche su cui è stata trasferita la popolazione. Da qui si assiste all'inizio della Hard Rain che mette fine alla civiltà umana sulla Terra, per poi passare al difficile compito di sopravvivere alle condizioni estreme, mancanza di spazio ed esaurimento delle risorse. Le poche migliaia di occupanti di Izzy e delle arklet sopportano una sequenza di momenti terribili, e l'estinzione dell'umanità si fa pericolosamente vicina. Infine, nella terza parte, si salta di cinquemila anni nel futuro, quando l'umanità si è più o meno ricostituita e ha stabilito la sua vita in una moltitudine di habitat che circondano tutta l'orbita terrestre, e si sta preparando a tornare finalmente sul pianeta.

Il livello di speculazione verso cui si spinge Stephenson è estremo ma sempre coerente. La storia parte da un'epoca tecnologicamente affine a quella attuale. Gli unici due elementi non ancora presenti "nel mondo reale" rispetto a quanto narrato nel romanzo sono la presenza di un asteroide catturato e agganciato alla ISS, e la disponibilità di piccoli robot da lavoro più avanzati di quelli attualmente in uso. Si tratta di due elementi che si rivelano determinanti nel dipanarsi nella storia, le uniche concessioni alla sospensione dell'incredulità richieste dall'autore. Per il resto il mondo è perfettamente riconoscibile: dai social media alla politica internazionale fino a personaggi che sembrano di fatto gli alter ego di personaggi reali, come Neil DeGrasse Tyson ed Elon Musk. A paritre da questo Stephenson si permettere però di sollevare problemi e proporre soluzioni, da questioni apparentemente banali del tipo "come funziona una frusta a gravità zero" ad altre più complesse come "dove trovare la massa di reazione per far cambiare orbita alla ISS in assenza di rifornimenti dalla Tera". Come già successo in molti dei suoi lavori precedenti, l'autore non ha paura di lanciarsi in lunge digressioni, usando terminologia precisa ma non strettamente tecnica, e prendendosi il tempo di illustrare tutte le nozioni di base per comprendere le questioni affrontate. In qualche modo, Neal Stephenson sembra totalmente immune dall'intolleranza all'infodump che affligge la maggior parte degli autori e lettori di oggi, e anzi ha con sé gli anticorpi necessari per debellare questa epidemia contemporanea, perché non si avverte nemmeno per una pagina il fastidio delle informazioni rigurgitate in modo gratuito e anticlimatico. I temi affrontati nel corso delle quasi 900 pagine sono davvero vasti, afferenti a numerose discipline, dalla meccanica dei corpi celesti alla balistica, dalla genetica alla programmazione, dalle arti marziali alla sociologia.

Volendo ricercare un difetto in Seveneves, forse la sproporzione tra le prime due parti e la terza è quello più evidente. Per le prime 570 pagine la storia segue l'umanità come la conosciamo, con il focus su un gruppo di personaggi principali, che si impara a conoscere e apprezzare. Nella terza parte ci si trova sbalzati di 5000 anni, e per quanto sia stimolante vedere come la società e gli uomini si sono evoluti durante la loro permanzenza nell'habitat orbitale, si perdono tutti i punti di riferimento accumulati fino a quel momento e al tempo stesso non si ha modo di acquisirne di altri, perché le rimanenti trecento pagine hanno così tanto da dover raccontare del presente e dei cinquemila anni trascorsi che non c'è spazio per approfondire a dovere personaggi e dinamiche. A lettura ultimata mi è venuto da chiedermi se non avrebbe potuto avere senso raccontare prima la parte ambientata nel futuro, e in seguito riferire come è avvenuta la fine del mondo. Dato che nella terza parte le riprese di alcuni momenti storici dell'epoca della crisi sono continuamente riprodotte e formano un'Epica a cui tutta l'umanità si ispira, forse sarebbe stato giustificato. Peraltro c'è anche chi teorizza che l'intero libro sia una sorta di documento di propaganda in-universe, la storia come viene raccontata da una delle due fazioni in cui l'umanità si è divisa nel futuro.

Nonostante la storia cominci con una catastrofe totale e arrivi vicinissima all'annientamento completo dell'umanità, Seveneves è in un'ultima analisi un'opera ottimista, anzi, quasi positivista. Gli eroi del romanzo sono le persone che si impegnano, quelli che affrontano i problemi e trovano le soluzioni, che pensano e agiscono. Si può avvertire anche una certa contrapposizione tra tecnica e politica, laddove i professionisti (ingegneri, astronomi, medici, programmatori) sono costretti a seguire le decisioni dei burocrati (presidenti, uffici stampa, avvocati, ambasciatori), spesso abbandonando la strategia più efficace a favore di quella più opportuna. Questo contrasto in alcune occasioni si fa esplicito, e culmina a un certo punto in una vera e propria guerra sui social media con conseguenze devastanti.

In definitiva, Seveneves è un'opera totalizzante. Se qualche pecca minore si può individuare, non toglie nulla all'immensità del quadro complessivo. È uno di quei libri che, una volta chiuso, richiede qualche giorno di assestamento, perché la sola idea di poter metterlo da parte e aprire un libro che non parli di quello sembra inconcepibile. Per questo sono anche un po' preoccupato che il film tratto dal romanzo a cui sta lavorando Ron Howard si riveli alla fine solo un disaster movie che poco ha a che spartire con la profondità della narrazione e la speculazione selvaggia del libro.

E in tutto questo, sono riuscito a non rivelare che cosa significa il titolo palindromo. Il che costituisce da sé il momento più wtf di tutto il libro, se si esclude l'incipit.


Piccola nota personale: Seveneves contiene nella sua vastissima trama almeno tre spunti che avevo messo da parte e avrei voluto usare per dei racconti, cosa che a questo punto eviterò di fare. Ma sono ben contento che Neal Stephenson si sia occupato di raccontare le mie storie meglio di quanto avrei mai potuto farlo io!

Coppi Night 19/03/2017 - L'acchiappasogni

Non mi sono preso la briga di googlarlo, ma credo che Stephen King abbia un qualche record relativo al numero di opere tradotte in film. È vero che si parte da una produzione già di per sé sostanziosa, ma di questi lavori la porzione che avuto un adattamento a schermo è sicuramente notevole. Non è sempre garantita la corrispondenza qualitativa tra materiale iniziale e adattamento, così racconti o romanzi mediocri hanno avuto film spettacolari e viceversa. Uno dei problemi di base è che la produzione di King si inquadra in un genere che è facile obiettivo di b-movies splatter, e se ne sono visti parecchi negli anni.

L'acchiappasogni è uscito nel 2003, basato sul romanzo che King ha scritto durante la sua convalescenza dopo essere stato investito da un'auto e avere rischiato la vita. Per sua stessa ammissione, non è un gran romanzo. Non l'ho letto quindi non posso valutare il libro, ma se dovessi fornire un giudizio coplessivo sul film che ne è stato tratto, userei la comune formula "poche idee ma confuse". Non ci sono spunti particolarmente innovativi in questa storia: l'invasione aliena, la telepatia, i bambini speciali, il gruppo di amici che si ritova ogni anno, i corpi militari segreti. Ma ok, l'originalità non è un requisito essenziale, ne possiamo benissimo fare a meno se lo svolgimento è coinvolgente. Purtroppo, anche qui si arranca.

La parte più interessante del film è quella iniziale, in cui conosciamo i quattro protagonisti e si intuisce che hanno qualcosa di "speciale" che li unisce, li sentiamo parlare di qualcosa successo anni prima e di un altro personaggio che ha avuto un ruolo fondamentale nella loro storia. Anche i primi indizi anomali formano inizialmente un mistero interessante: gli animali in fuga, le macchie rosse, le prime vittime. Quando però i primi mostri si rivelano crolla tutta l'impalcatura, perché le situazioni perdono tutto il pathos: un uomo seduto sul cesso che non può fare a meno di raccogliere uno stuzzicadenti da terra merita di morire, per capirsi. Allo stesso modo gli alieni dalla forma indefinita che a quanto pare possono leggere la mente e infilrarsi nel corpo di un umano mantenendo però la sua mente attiva e poi uscirne fuori all'improvviso... boh, è tutto molto controintuitivo. Quando poi, oltre metà film, viene introdotto il personaggo di Morgan Freeman (senza spiegare quelle sopracciglia ridicole) e tutta la sottotrama della caccia agli alieni, ormai si sta già andando avanti per inerzia. Il colpo finale è la scoperta che il diabolico piano degli alieni è infestare l'acquedotto di Boston di vermi assassini, azione che a loro giudizio porta alla dominazione del mondo. Senza contare il deus ex machina finale da parte di un personaggio di cui tutto faceva pensare che fosse morto molti anni prima. Vederlo ricomparire da adulto con tutta la naturalezza, quando fino ad allora ne avevano tutti parlato con timore reverenziale, è stata la cosa più straniante di tutte.

A mio avviso il film ha sofferto nel concentrare in due ore una storia mooolto lunga, di quelle storie di Stephen King che si svolgono metà nel passato e metà nel presente, un po' la stessa formula di It. Nel film ci sono un paio di flashback del gruppetto di ragazzini, ma sono pochi e mal distribuiti, e più che aggiungere contesto alla loro storia sembrano un'inutile interruzione del filone principale. Altra cosa sarebbe stato appunto dividere equamente il film tra le due epoche, ma proabilmente non c'era tempo a sufficienza.

Un film a mio avviso mal concepito e mal riuscito, forse una produzione frettolosa per agganciarsi al treno in corsa del "basato sull'ultimo romanzo di Stepehn King". Con mezzi ben inferiori si sono realizzate invasioni aliene ben più credibili e tese, penso ad esempio a Attack the Block ma anche un semplice L'arrivo di Wang. A questo punto non mi resta che sperare che lo stesso trattamento non sia stato riservato a La Torre Nera, perché a quello ci tengo.

Vale & The Varlet - Believer

Nella mia continua ricerca di proposte musicali che possano suscitare interesse per lo spettatore casuale, ho pensato di dedicare un post a questo insolito duo, che ho avuto l'occasione di vedere esibirsi live poche settimane fa. Vale & The Varlet è un gruppo composto da due "Vale": Valeria Sturba e Valentina Paggio. Se qualcosa vi suona familiare, forse è perché Valeria Sturba è già stata citata su questo blog, quando ho recensito l'album OoopopoiooO di cui è autrice con Vincenzo Vasi. È proprio da questo collegamento tramite theremin che sono arrivato ad ascoltare acquistare Believer l'album autoprodotto nel 2016 da Vale & The Varlet.

La musica delle due Vale è qualcosa che non risulta facile da classificare secondo le usuali definizioni a cui siamo abituati. Gli strumenti principali sono tastiera, violino elettrico, drum machine, theremin e voce, oltre alle rispettive campionature di tutti questi. Da questi ingredienti risultano brani electro-soul, in cui la voce dal timbro blues della Paggio (occasionalmente accompagnata dalla collega) è la componente intorno a cui viene strutturata la musica, con frequenti cambi di ritmo e registro. La parte musicale è comunque tutt'altro che secondaria, e nonostante si basi su pochi strumenti tra loro non complementari, riesce comunque a riempire il contesto, dando una caratterizzazione completa alle tracce.

Si spazia da stornelli surreali come I Forogt Belgium e Alejandro a pezzi più d'atmosfera come la title track Believer, dall'electro effettata di TechOMG alle incursioni soul di Sunday Morning e Only a Man. Non mancano le citazioni, come le melodie riprese dal Bolero e dalla Carmen, e sicuramente tante altre che non so cogliere perché non conosco abbastanza la storia della musica da notarle. Ma la cosa più soddisfacente dell'album rimane la possibilità di accorgersi come i singoli elementi sono rimescolati per creare registri e mood diversi. Il violino e la voce sono le due componenti principali: in un certo senso, il violino è la voce di Valeria contrapposta a quella di Valentina: entrambe infatti si piegano e modellano a seconda delle necessità. Il violino può essere suonato, pizzicato, percosso, la voce estesa e modulata: queste creano il percorso a cui segue il resto degli strumenti. Come nella miglior tradizione della techno minimal che spesso passa su questo blog, a volte basta solo un clic in più per dare corpo e profondità al pezzo e raggiungere il climax. Non che, a dire la verità, i pezzi seguano la struttura base della musica pop con intro, corpo, refrain e outro, anzi in molti casi non si capisce subito quando un pezzo sta arrivando alla fine. Per i miei gusti avrei inserito tanto tanto più theremin, che in questo album non è uno strumento princpale ma un supporto, ma so bene di essere monomaniaco in questo senso.

Come dicevo parlando di OoopopoiooO, per quanto l'ascolto dell'album sia piacevole, la vera esperienza è quella di seguire un live delle Varlet, durante il quale l'improvvisazione e la campionatura in tempo reale e l'effettistica portano a versioni sempre diverse e a volte difficilmente riconoscbili dei pezzi. Durante l'esibizione non è soltanto la musica a catturare, ma anche l'esibizione, con le intense interpretazioni vocali di Valentina e il continuo affanno di Valeria, costantemente impegnata a premere pulsanti e girare manopole, un'attività febbrile da pilota di astronave.

Quindi visto che le due sono tuttora in giro a portare la loro improponibile musica in giro per locali d'Italia, date un'occhiata al calendario delle prossime serate e se avete l'occasione fate un salto ad ascoltarle.

Coppi Night 12/03/2017 - The Zero Theorem

In genere ho un buon rapporto con Terry Gilliam. Non sono mai stato a cena a casa sua, questo è vero, però in linea di massima ce la intendiamo, già dai tempi dei Monty Python. Per quanto molte sue produzioni da regista si muovano ai confini del surreale, riesco a entrare in sintonia con quello che cerca di trasmettere, e ne rimango infine soddisfatto.

Con The Zero Theorem questa affinità non è scattata del tutto. Il film ha molti lati positivi, principalmente per l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi (quasi tutti). Quando arriva però a lasciare il suo messaggio finale mi è sembrato più incerto, incapace di colpire davvero come lo schieramento di idee e attori a disposizione avrebbe permesso di fare. La storia di Qohen (Christoph Waltz) sulle prime cattura per la sua stranezza: un genio matematico, che lavora pedalando e maneggiando un joypad, in attesa di una telefonata da dio o chi ne fa le veci, a cui viene assegnato il lavoro ultimo, dimostrare che l'universo equivale a zero, che tutto è nulla e viceversa. Come punto di partenza ha enormi potenzialità, ma la trama poi sembra incepparsi troppo su alcuni aspetti che forse sono i più banali, nel senso di più facili da ritrovare in centinaia di altri filmetti da domenica pomeriggio. Quante volte si è visto il nerd che si innamora della spogliarellista che gli è stata mandata apposta dagli amici per metterlo in difficoltà? E c'è davvero bisogno di dedicare metà film al suo interesse per quella che è di base una videochat erotica? Anche la spiegazione definitiva di cosa lui sta cercando di dimostrare arriva quando ormai non ha quasi più importanza, né per i personaggi né per lo spettatore, perché la situazione si è protratta abbastanza in altre direzioni da far dimenticare lo spunto iniziale.

Ma soprattutto, per tutto il film aleggia un'atmosfera di già visto che da Terry Gilliam non ci si dovrebbe aspettare: l'ambientazione ricorda Il quinto elemento, lo svolgimento per molti versi riprende invece elementi di Brazil dello stesso Gilliam, che però ha il pregio di strutturare la distopia in maniera molto più efficace. Per un regista/autore che ha fatto sempre dell'imprevedibilità uno dei suoi caratteri distintivi, questo rappresenta la giustificazione scritta dei genitori "mio figlio non ha potuto fare i compiti perché impegnato ad accudire il fratellino".

Peccato perché quando vuole, con pochi dettagli il film riesce a riguadagnare parecchi punti (penso ad esempio ai cartelli di divieto che si trovano sulla strada). Ma un film intero non si può reggere sui particolari, se la struttura non sta in piedi da sé. In fin dei conti non mi sento di dire che The Zero Theorem sia un brutto film, ma non è il prodotto fresco e innovativo che mi sarei aspettato. Questo passo falso non basterà certo ad affossare la mia fiducia in Gilliam, ma forse la prossima volta qualcuno tra me e lui dovrà pensarci meglio prima di dedicare tempo a un nuovo film.

Coppi Night 05/03/2017 - I figli degli uomini

Film che avevo già visto anni fa e che ho ripreso volentieri, ricordando che mi aveva lasciato una buona impressione. Intendo "buona" non nel senso di soddisfacente, visto che è un film che difficilmente si può considerare piacevole, per tema e svolgimento.

La premessa su cui si basa è abbastanza semplice, e per la verità non particolarmente originale nell'ambito della fantascienza apocalittica: per qualche ragione sconosciuta, l'umanità non sono più in grado di concepire. Le donne non fanno più figli, e quando la cosa diventa evidente ormai è troppo tardi per trovare una soluzione, il mondo si sta già avviando al collasso. Senza una prospettiva per il futuro, la società sta vacillando, gran parte delle nazioni sono cadute a causa delle ribellioni e sono poche le isole di civiltà ancora abitabili. Tra queste spicca il Regno Unito, che come in V per Vendetta è riuscito a mantenersi calmo and carry on. Questo fa dell'UK la meta preferita dei profughi, in fuga dalle devastazioni in corso nel resto del mondo, pertanto il governo inglese ha dovuto mettere in atto forti misure restrittive nei confronti dell'immigrazione. Seguiamo la storia di un burocrate qualsiasi, che si trova a dover accompagnare una ragazza incinta (profuga anche lei), forse l'unica al mondo e possibile via di salvezza/sopravvivenza per tutta l'umanità. Ma proprio per questo, sono in molti a volersi impossessare di lei e del nascituro, e la bontà delle intenzioni di ognuno è difficile da valutare.

I figli degli uomini è un film crudo, con una regia frenetica, simile a un reportage di guerra, e non a caso. Attentati, posti di blocco e sparatorie sono la norma in questo mondo preapocalittico. Le città sono posti relativamente sicuri ma sottoposti a severi controlli, al tempo stesso la deportazione degli immigrati irregolari è una costante. Il film è uscito nel 2006, e rivedendolo a dieci anni di distanza, in piena "emergenza migranti" fa un certo effetto. Le cause del fenomeno sono diverse, ma sembra quasi che in Europa ci stiamo avviando su una strada simile, a dimostrazione di come alla fine dei conti l'odio ha bisogno solo di un pretesto per potersi esprimere. Le riflessioni che il film suscita sono parecchie, ma tutte confluiscono nella domanda finale: cosa vogliamo lasciare ai nostri figli? In questo caso, figli non ce ne sono, ma questo è sufficiente a scoraggiare qualsiasi parvenza di costrutto sociale? La consapevolezza di un futuro, l'idea che qualcuno continuerà a occupare il mondo dopo di noi è l'unica cosa su cui si regge la civiltà?

Interessante anche notare come questo scenario appaia come l'opposto di quello auspicato dal VHEMT. Il Movimento per l'Estinzione Umana Volontaria promuove una lenta e serena eutanasia della nostra specie, senza clamore e costrzioni. Se l'assenza di nuove nascite fosse una scelta ragionata e profonda dell'umanità, potremmo davvero pensare di andarcene senza rendere infernali le vite degli ultimi umani? Pensiamoci, seriamente.

Come nota finale, devo rilevare che il doppiaggio finale è davvero insostenibile per il personaggio (tutt'altro che secondario) della ragazza madre. Forse nel tentativo di farla percepire come un'immigrata, la parlata inespressiva da vucumprà rovina completamente l'immersione. Si sarebbero potute trovare soluzioni molto più eleganti.

Rapporto letture - Febbraio 2017

Letture piuttosto variegate a febbraio, sia per genere che per provenienza. Tutte comunque riconducibili a meritevoli editori italiani, il che è un buon segno.

Iniziamo con Guiscardi senza gloria, secondo romanzo di Mauro Longo ambientato nel setting GDR Ultima Forsan. Personalmente non sono un giocatore di ruolo quindi non ho seguito il progetto, a quanto ne so si tratta di un'ambientazione a tema zombie, in cui fondamentalmente al posto dell'epidemia di peste che ha investito l'Europa nel 1300 c'è stata la diffusione del morbo che ha risvegliato i morti. La devastazione delle città e il bilancio delle vittime è stato pesante, ma nonostante questo la società si è ripresa. Questo romanzo è ambientato infatti alcuni secoli dopo, quando si è più o meno ritrovato un equilibrio se pur a condizioni diverse, e la minaccia dell'infezione è sempre presente. La storia segue una banda di avventurieri sulle tracce di un leggendario tesoro lasciato da Marco Polo, braccati da un cavaliere francese in disgrazia che ha lo stesso obiettivo. La trama è un pretesto per spostarsi da una città italiana all'altra (Venezia, Otranto, Salerno) e inscenare qualche combattimento tra le due fazioni e i sempre presenti trapassati redivivi (che possono attraversare diversi "stadi" di attività). La componente forse più interessante, al di là dell'azione arricchita di elementi clockpunk, è il modo in cui la società si è ristabilita, e come nelle diverse città vengono trattati i Corrotti, ovvero gli umani contaminati dall'atramento (il sangue nero che veicola il morbo) ma ancora "normali", destinati a trasformarsi in zombie una volta morti. In molte città esistono ghetti appositi e i Corrotti sono discriminati, mentre altrove sono trattati come cittadini degni di rispetto. A fare la differenza è di solito il fanatismo religioso e la presenza di Corrotti nelle famiglie ricche e nobili che governano le città. Ho trovato un po' debole la motivazione iniziale che spinge il cavaliere francese a intraprendere la sua caccia (e quindi innescare tutta la vicenda), e forse anche la rivelazione finale riguardo il tesoro dei Polo, ma lo svolgimento rimane comunque godibile. Soprattutto, il romanzo funziona come standalone, e non serve aver letto o giocato altre opere dello stesso setting per poterlo seguire, anche se è probabile che in questo modo si perda qualche riferimento inserito qua e là. Voto: 7/10


Come intermezzo tra un romanzo e il successivo ho letto il numero 0 di Parallàxis, la rivista che è giunta fino al numero 4 prima di doversi arrendere e concludere il suo percorso (e che ho avuto l'occasione di intervistare). In questo numero si trovano racconti di Valerio Evangelisti, Lisa Tuttle, Neil Gaiman e Max Barry, tutti piuttosto inquietanti anche se non credo di possa parlare di horror, siamo più sul thriller psicologico, se questa definizione esiste. Di certo qualche moto di repulsione viene a leggere della morbosità delle relazioni reali o unilaterali dei vari personaggi, dal Cicci di Scandicci di Evangelisti alla statua umana di Gaiman. A chiudere il volume c'è un saggio sull'aggressività espressa nella letteratura, che parte dall'esempio iconico della dualità Jekyll/Hyde.


Infine ho voluto leggere Elysium, l'ultimo titolo di Zona 42 da cui ero rimasto parecchio incuriosito dopo la prima presentazione a Firenze. Il romanzo di Jennifer Marie Brissett è senza dubbio classificabile come fantascienza, ma questa è un'etichetta che forse si riesce a dare solo a posteriori. Per una buona parte (forse più di metà), tutto quello a cui si assiste è una successione di sequenze con personaggi diversi che portano gli stessi nomi, in episodi collocati in punti diversi dello spazio e del tempo che però mantengono sempre tra loro un collegamento forte: Adrian/Adrianne e Antione/Antoinette sono sempre in qualche modo legati da un rapporto di amore di varia natura (ora sono una coppia, ora padre/figlio, ora fratelli), ma in questo rapporto c'è sempre qualcosa che li porta ad allontanarsi e perdersi spesso a causa di fattori estremi: la guerra, la malattia, la morte. Si capisce abbastanza presto che quello che si sta leggendo in un certo senso non è "reale" e fa parte di una sorta di simuazione (alcuni capitoli sono inframezzati o interroti da linee di codice macchina che fanno subito pensare a qualcosa del genere), ma lo scopo e la natura di questo ripetersi di episodi simili diventa appunto l'interesse princpale procedendo nella lettura. Arrivati alla fine si riesce in qualche modo a comporre la storia di cosa è "successo davvero", ma rimane comunque un margine di incertezza, dato che molti degli episodi riprendono alcuni elementi del filone principale reinterpetandoli in maniera diversa, quasi un'espressione metaforica del senso originale (ad esempio le parti nell'ucronia romana, e quelle con il virus che provoca mutazioni). È difficile quindi poter affermare con sicurezza quale sia la storia princpale, perché in realtà ognuno degli episodi ha un suo contesto e un significato autonomo. Una volta chiuso il libro viene voglia di andare a riprendere le parti precedenti, e rileggerle alla luce di quanto si è appreso alla fine. Nel suo complesso, Elysium è un romanzo sulla perdita, sull'inevitabilità del dolore e il suo posto all'interno di ognuno, come traccia indelebile di quello che in precedenza era amore. È una storia che cerca di mettere in risalto ciò che è importante, quello che resta quando tutto ciò che conosciamo crolla e smette di sorreggerci. Probabilmente bisogna trovarsi nel mood adatto per poterlo seguire e apprezzare, soprattutto nella parte iniziale quando non è chiaro dove la storia vuole andare, ma vale la pena dare fiducia all'autrice e lasciarsi accompagnare in questo viaggio struggente. Voto: 8/10

Coppi Night 26/02/2017 - The Late Bloomer

Pur essendo un genere che di base evito, ogni tanto non mi dispiace concedermi una commedia, partendo con le aspettative al livello dell'humus e lasciando che qualunque frizzo in più rispetto alla media mi sorprenda. Forse per questo posso dire che The Late Bloomer è un film quanto meno apprezzabile per quello che tenta di fare.

La storia parte infatti con un assunto che promette sviluppi interessanti: un trentenne scopre di avere un tumore benigno al cervello che ha da sempre inibito la sua produzione di testosterone, facendogli in pratica saltare l'adolescenza. Quando il tumore viene rimosso, la scarica di ormoni si presenta di botto, e il protagonista si trova a vivere la sua pubertà con quindici anni di ritardo. Si può forse discutere se succederebbe davvero che lo sviluppo avvenga in tempi così rapidi (non so se esistono casi documentati), ma a beneficio del film che stiamo vedendo diamo per buono, sapendo che da questo ne risulteranno situazioni potenzialmente divertenti. A calcare maggiormente il tema, c'è il fatto che il protagonista è un professionista (consulente/psicologo?) famoso proprio per la sua teoria di canalizzare le "energie sessuali" verso attività più produttive, forte del fatto che lui non ha mai avuto stimoli sessuali e può insegnare agli altri a fare lo stesso. Naturalmente, quando anche lui comincia ad avere erezioni, si accorge che non è così facile gestirle.

Quindi l'idea di base può funzionare, ma quando ci si trova a costruirci tutto un film sopra l'impalcatura inizia a scricchiolare. Abbiamo infatti la tipica trama della signorina bella e dolce da conquistare, anche se inizialmente lui non la considera degna di attenzione (perché non ne ha per nessuna donna) e quando invece vorrebbe approfittarne non sa come fare. Poi ci sono gli amici scemi e i genitori new age a completare il panorama che serve a mettere in atto le gag... che non sempre funziano. Alcune sono azzeccate, soprattutto quando si vede il protagonista aduto alle prese con problemi da ragazzetto (acne, sbalzi di umore, masturbazione compulsiva), ma in altri casi mi è sembrato che si cercasse troppo la battuta forzata alla How I Met Your Mother, puntando su un'assurdità un po' fuori luogo. C'è sicuramente da considerare che qualcosa si sia perso nella traduzione, ma anche al netto di questo non sempre scatta la risata quando dovrebbe.

Un aspetto che ho trovato interessante e che nel film ricorre più volte, è come siano minimizzati certi comportamenti tipici della pubertà, perché appunto giustificabili con le tempeste ormonali a cui sono sottoposti i ragazzi, quando gli stessi comportamenti visti in un adulto destano una preoccupazione maggiore. Il protagonista infatti si trova a suo agio con il vicino di casa adolescente, che a differena dei suoi coetanei riesce a capire cosa si prova a non saper controllare le proprie pulsioni. Forse a volte si sopravvaluta quanto la capacità di giudizio riesca a imporsi sugli ormoni, e quella che consideriamo "maturità" non ha niente a che vedere con l'età, quanto con un mero assestamento della biochimica del corpo.

The Late Bloomers è quindi un film simpatico ma non pienamente riuscito, e viene da pensare che con le stesse premesse si sarebbe potuto ottenere molto di meglio, muovendosi tanto nella direzione del dramma che della commedia.

Person of Interest

Mi pare giusto dedicare un post a una serie tv che ha ricevuto forse meno attenzione di quanta ne avrebbe meritata. Io stesso me la sarei persa, se non fossi stato incuriosito, lo ammetto, dalla presenza dell'ottimo Michael Emerson, il famigerato Benjamin Linus di Lost, qui in un ruolo diverso ma per certi versi affine. Ideato da Jonathan Nolan, la serie è andata in onda dal 2011 al 2016, cinque stagioni per un totale di 103 episodi. È una serie particolare, che partendo come un poliziesco/procedural si evolve poi verso il techno-thriller e la distopia. Ma partiamo dall'inizio.

Person of Interest si basa sull'esistenza della Macchina: un sofisticato software in grado di raccogliere i dati provenienti da ogni fonte di informazione (banche dati, videocamere, cellulari) e incrociarli per ottenere delle previsioni. La Macchina è stata progettata da Harold Finch (Michael Emerson, appunto) e un collega, ed è stata poi acquisita dal governo USA per prevenire atti terroristici. Il progetto funziona perfettamente, ma la Macchina oltre a segnalare le possibili minacce "serie" è in grado di ricavare anche centinaia di casi irrilevanti: crimini che stanno per compiersi, ma che non hanno alcun peso geo-politico tale da dover essere pervenuti. Anni dopo aver creato la Macchina, Finch si convince che anche questi irrilevanti meritano di essere trattati. Programma quindi una backdoor nel sistema che gli fornisca questi dati: riceve dalla Macchina il numero di previdenza sociale delle persone di interesse (termine con cui si indicano gli individui che potrebbero fornire informazioni su un crimine) e nient'altro. Sta poi a lui ricostruire la storia della persona e capire quale sia la minaccia incombente, oltre a determinare se il soggetto sarà la vittima o il perpetratore del crimine. Non essendo esattamente un uomo d'azione, per aiutarlo in questa missione Finch assolda John Reese (Jim Caviezel) ex agente speciale della CIA in fuga. Insieme seguono i vari "numeri" indicati dalla Macchina per cercare di salvare chi è in pericolo.

Come dicevo all'inizio, questa premessa porta a una serie che è sostanzialmente un procedural: la Macchina indica una persona, Finch recupera tutti i dati su di lei, Reese la segue e interviene quando c'è bisogno. Ci si trova davanti a un piccolo caso da risolvere, scene di azione per mostrare la badassery di Caviezel, e titoli di coda. Ma il punto importante, è che la Macchina non è un componente passivo della squadra. Finch l'ha appositamente limitata per evitare che venisse sfruttata per scopi illeciti, ma gradualmente si apprende che la Macchina ha una sua storia, obiettivi, forse anche una personalità. Ovvero, la Macchina è la prima IA della storia. Ci vuole del tempo (tutta la prima stagione) per vedere compiersi questo passaggio, e notare le prime decisioni autonome della Macchina, ma gradualmente questo diventa il focus centrale della storia, fino a quando (segue moderato spoiler) nella stagione 4 e 5 assistiamo allo scontro tra la Macchina e Samaritan, un'IA concorrente dai poteri più vasti ma una "moralità" ben diversa.

Oltre a Finch e Reese ci sono altri personaggi principali che si ricavano un po' per volta il ruolo di comprimari: la detective Joss Carter (Taraji P. Henson), inizialmente ossessionata dall'idea di catturare Reese ma in seguito sua alleata; il detective Fusco (Kevin Chapman), poliziotto corrotto lentamente convertito alla causa della Macchina; Root (Amy Acker) hacker di pari livello di Finch, convinta che la Macchina sia il nuovo dio; Sameen Shaw (Sarah Shahi), agente in precedenza assegnato ai casi rilevanti della macchina ma poi eliminato dal progetto. Ogni personaggio ha un suo ruolo che si incastra con gli altri, e ognuno di questi è legato a una particolare sottotrama, filoni narrativi ricorrenti che si affiancano a quello principale per dare continuità agli episodi, in genere slegati tra loro, ma via via sempre più connessi in un'unica storia, soprattutto nelle ultime due stagioni. C'è da fare fin da subito l'abitudine a scene d'azione un po' sopra le righe, ma d'altra parte sia Reese che Shaw vengono presentati come dei superagenti in grado di maneggiare qualunque arma, o all'occorrenza uccidere a mani nude. Fusco è invece la controparte goffa ma di buon cuore, e la sua presenza serve di solito ad alleggerire la tensione, anche se riesce comunque a compiere atti eroici. La Carter è la poliziotta ligia al dovere che confida nella giustizia e nel sistema, e che deve faticosamente fare i conti con la realtà dei fatti. Root è più difficile da inquadrare, a volte paranoica, altre profetica, la sua unica costante è l'adorazione assoluta per la Macchina. La Macchina stessa, a un certo punto, diventa un personaggio vero e proprio, anche se non ha una sua dimensione fisica: ma se si considera che in pratica tutti gli episodi sono narrati dalla sua prospettiva (vediamo quello che vede lei, seguiamo il flusso di dati nei suoi archivi), il passaggio da strumento a protagonista è naturale.

Person of Interest si rivela a sorpresa una serie di buon livello perché se da un lato non richiede un impegno costante (i singoli episodi autoconclusivi possono essere seguiti con una certa leggerezza), dall'altra quando entra nel merito dei suoi temi princpali tocca argomenti profondi e di grande attualità: il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà, la sorveglianza imposta dai centri di potere, la moralità che consegue dall'intelligenza, l'autodeterminazione. Questi ultimi temi sono presenti fin dall'inizio, ma emergono soprattutto sul finire della serie, quando la Macchina è costretta a intervenire in maniera più diretta per la propria sopravvivenza: si possono riscontrare alcuni echi dei temi che saranno poi ripresi ed espansi da Nolan in Westworld, che tratta con un approccio diverso ma risultati affini le IA.

Purtroppo PoI ha subìto un trattamento non troppo favorevole, e la sua ultima stagione è stata forzatamente accorciata: 13 episodi invece dei soliti 22-23. Questo ha costretto gli autori a correre più del dovuto, tagliando alcune trame secondarie e risolvendo fin troppo in fretta alcune di quelle principali. La serie ha una sua conclusione, e in effetti uno spiraglio rimane anche aperto per un eventuale seguito, ma non si può non notare la brusca accelerata da metà della quinta stagione in poi, che si lascia qualch pezzo per strada. Nonostante questo, il messaggio ultimo è chiaro e il tragitto avvincente, per cui merita sicuramente una visione.

Coppi Club 12/02/2017 - Food Choices

Dopo aver sdoganato con Rats la visione di documentari durante le Coppi Night, a distanza di un paio di settimane* ci siamo cascati di nuovo, stavolta con Food Choices, altro documentario disponibile su Netflix a tema cibo. Titolo e descrizione si sono rivelati leggermente fuorvianti, in quanto non si tratta di un documentario che illustra le diverse abitudini alimentari diffuse nel mondo, ma di una lunga propaganda alla dieta vegetariana/vegana.

Alt. Il discorso alimentazione è diventato negli ultimi anni uno di quei temi dibattuto con tifoserie da stadio, che vede opposti i nazivegani agli ubercarnivori, entrambi in aperta ostilità verso l'altro, sempre pronti a insultare e minacciare. Personalmente mi colloco in territorio neutrale: sono onnivoro ma consumo carne in proporzione limitata, e sono aperto ad altri tipi di regime alimentare, tanto per ragioni di salute che etiche. Non escludo in un futuro prossimo di diventare io stesso vegetariano.

Ciò nonostante, pur essendomi già posto il problema e avendo una mezza idea di spostarmi da quella parte, questo documentario non è riuscito a convincermi. Se l'obiettivo era dimostrare che il vegetarianismo (o meglio: la plant-based diet, visto che tecniamente anche una dieta basta su patatine e cocacola rientra nella definizione di "vegano") è la scelta migliore per tutti in termini salutistici, economici, ambientali ecc, i contributi dei vari intervistati non sono così efficaci nel raggiungere il punto. Forse è da mettere in conto una certa distanza rispetto a quanto descritto nel documentario, che parte dalla tipica dieta americana, per cui molte delle cose riportate non corrispondono alla mia realtà quotidiana: ad esempio le uova a colazione sono date quasi per scontate, quando in realtà da noi non capita così spesso.

Ma anche al di là di questo, il compito è comunque tirato via. Alcuni argomenti trattati sono interessanti, per lo più quelli degil intervistati che si occupano della questione da un punto di vista strettamente scientifico (biologi e nutrizionisti): in quei casi l'evidenza dei fatti è abbastanza forte da non richiedere altre argomentazioni. Ma quanto a parlare sono sportivi, conduttori tv, giornalisti e artisti di vario genere, si cade spesso in tesi aneddotiche che non reggono se sottoposte a un'analisi più rigorosa. In alcuni casi si sfiora proprio l'assurdo: che senso ha dire che le mani col pollice opponibile si sono evoluto apposta per cogliere la frutta? Siamo ai livelli della banana come prova dell'intelligent design per i creazionisti! Anche la donna che racconta come è guarita dalla depessione grazie alla dieta vegetariana mi è sembrata al limite dell'offensivo: nessuno mette in dubbio che a lei cambiare dieta abbia fatto bene, ma suggerirla come cura per una patologia così complessa è fuorviante e tendenzioso. Verso la fine il discorso si sposta anche sugli animali e le atrocità degli allevamenti intensivi, ma anche in questo caso l'atteggiamento è troppo paternalistico per poter colpire davvero.

Insomma Food Choices è indubbiamente interessante, e contiene nozioni utili (come la vera questione dei grassi omega-3). Il problema è che espone una tesi corretta in modo sbagliato, e così perde credibilità. L'autore si pone tropppo spesso su un piano più alto dell'osservatore, facendogli capire che lui ha capito come funzionano le cose, e se stai attento te lo spiega anche. Al che, pure io che come dicevo già pendo in quella direzione, dentro di me mi sono detto che se devo scegliere qualcosa lo farò da solo, non perché me lo dice lui.

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*Non ho fatto post sul film visto il 5 febbraio, perché francamente non valeva la pena perderci tempo per quanto brutto, noioso e inconsistente fosse. Se avete Netflix vi raccomando di stare alla larga dalle scimmie assassine, ma non voglio sprecare una parola di più per parlarne.

Limbo / Inside

Come ho dimostrato già in passato, le rare volte in cui parlo di videogiochi su questo blog mi concentro soprattutto sui cosiddetti indie, ovvero i giochi sviluppati al di fuori delle grandi case di produzione, da piccoli studi o anche singole persone (vedi Braid, The Witness, Axiom Verge). Anche stavolta rimaiamo nel settore, con un post dedicati ai giochi realizzati da Playdead, team danese di sviluppatori che ha ottenuto il primo grande successo nel 2010 con Limbo un puzzle-platformer dalle atmosfere cupe, a cui è seguito nell'estate 2016 Inside, gioco dello stesso genere con molti punti in contatto con il precedente. Proprio in virtù di queste somiglianze può avere senso parlare di entrambi nello stesso post, anche se questo non significa che Inside si limiti a essere una riproposizione di Limbo, ed entrambi meritano comunque il tempo di essere scoperti.

Partiamo appunto da cosa accomuna i due giochi. Come detto si tratta alla base di platform: il giocatore controlla un personaggio in un mondo a scorrimento orizzontale. L'obiettivo del gioco è semplicemente quello di procedere, superando i vai ostacoli sul percorso. Il protagonista è in entrambi i casi un bambino senza nome, che si trova in un ambiente sconosciuto e ostile. Per andare avanti non è necessario abbattere nemici, anche perché non si dispone di armi né alcuna capacità offensiva, ma risolvere una serie di puzzle ambientali, in un sistema reiterato di trial and death, in cui si muore spesso, all'improvviso e brutalmente, e da queste morti bisogna imparare e migliorare. Le morti cruente e reiterate sono uno dei caratteri distintivi di questi giochi: il protagonista può finire impalato, decapitato, schiacciato, frantumato, affogato, sprofondato, polverizzato, bruciato. La telecamera indugia crudelmente sul bambino negli istanti sucessivi alla sua morte, mostrando il suo corpo inerme o le parti che ne sono rimaste, per poi riprendere poco prima e dare modo al giocatore di tentare ancora: non esistono salvataggi o vite da consumare, solo una serie di checkpoint successivi.

Un altro punto importante è che nessuno dei due giochi offre un qualunque tipo di informazione o contestualizzazione al viaggio del ragazzo, e tutte le informazioni devono essere carpite osservando ciò che succede. In effetti, di Limbo sappiamo che il protagonista sta attraversando il limbo in cerca della sorella scomparsa soltanto grazie alla tagline del gioco. Inside è ancora più criptico, e tutto viene lasciato all'interpretazione del giocatore. In questo senso assume quindi un ruolo determinante l'ambientazione, elemento su cui entrambi i giochi investono parecchio. Si può forse dire che una buona metà del valore di tutti e due sta nell'artstyle fenomenale che li contraddistingue. Limbo è interamente in 2D e in bianco e nero, composto solo da immagini sui toni di grigio. Il bambino senza nome è completamente nero, tranne i due occhi bianchi che lo contraddistinguono dalle poche altre creature viventi che incontra. Inside al contrario si svolge in un mondo in 3D, con una elevata profondità di campo che permette di vedere dettagli del paesaggio a grande distanza, e da questi farsi un'idea delle condizioni del mondo che si sta attraversando. Anche Inside mantiene comunque toni smorzati, colori tenui e freddi, tra i quali spicca la maglia rossa del ragazzo. I rari sprazzi di luce sono un'eccezione in entrambi i giochi, tanto che si impara a guardarli con sospetto. Anche la "regia" è attentamente calibrata, spesso le angolazioni e i cambi di zoom non sono soltanto funzionali allo svolgimento del gioco, ma permettono di avere una prospettiva differentesu ciò che sta accadendo (a maggior ragione in Inside, dove l'ambientazione 3D è più ricca di dettagli anche in secondo piano).

Limbo e Inside sono giochi semplici nella loro esecuzione. Il personaggio controllato dal giocatore può soltanto camminare/correre, saltare, arrampicarsi e spostare/usare oggetti. Non ci sono inventari o tesori da accumulare, ci si limita ad andare avanti. La fisica in entrambi ha un ruolo centrale, spesso determinante, ed è fondamentale acquisire familiarità con massa, velocità e inerzia (non che serva conoscere le leggi fisiche che legano queste forze, ma è utile tenere presente come i corpi si comportano e applicare le stesse regole all'interno del gioco). Sono entrambi giochi piuttosto brevi, anche affrontadoli la prima volta si possono finire in un paio d'ore, ma l'intensità del gameplay ripaga in pieno la loro rapidità.

Fin qui quelli che sono i punti in comune tra i due giochi, passiamo adesso a un'analisi più puntuale di ognuno, affrontadoli uno per volta. Come già detto, in Limbo sappiamo di essere un bambino in cerca di sua sorella, in una dimensione che probabilmente non è "reale": si parla appunto di un limbo, quindi un regno intermedio tra la vita e la morte, ma non sappiamo altro. Lo stesso bambino apre gli occhi in mezzo a un prato e si alza in piedi, e non sappiamo come e perché si trovi lì. Inizia così ad avanzare nella foresta, trovando ben presto i primi pericoli. Nel corso della sua avventura attraversa diversi ambienti, via via più "artificiali": la foresta, un villaggio sugli alberi, una città abbandonata, una discarica, un complesso industriale. Anche gli avversari/ostacoli che incontra si fanno via via più "impersonali": inizialmente inseguito da un ragno, poi attaccato da altre persone, più avanti si trova ad affrontare seghe elettriche e mitragliatrici automatiche. Visto che il gioco non offre nessuno spunto per comprendere con sicurezza ciò che accade, diverse interpretazioni sono state date nel tempo. Per alcuni il ragazzo sta facendo ciò che titolo e tagline dicono: attraversa il limbo per ritrovare la sorella morta. Per altri il viaggio è più metaforico, e il protagonista deve affrontare in sequenza le sue paure: il ragno gigante, paura ancestrale e irrazionale, poi la paura degli altri, dell'acqua, delle altezze e così via. A un livello ancora più profondo, si ipotizza che il suo viaggio nel limbo sia in realtà una riproposizione delle fasi della vita: dalla foresta incontaminata dell'infanzia al primo contatto con la società ostile (la scuola?), fino alla vita in città (deserta, senza contatto umano) e l'inserimento nella deumanizzante routine del lavoro (la fabbrica). Ci sono anche molte possibli versioni su chi stia cercando chi, se il protagonista è vivo o morto e se lo sia anche la sorella, o se sia tutto il contrario. La scena finale in cui finalmente ritrova la sorella, e l'immagine durante i titoli di coda, fanno supporre che le cose possano essere diverse da come si credeva. Ma il gioco non dice altro (e i suoi sviluppatori nemmeno), quindi non lo sapremo mai.

Inside ha certamente un plot più complesso, visto che ci troviamo effettivamente nel mondo reale, anche se è chiaro che qualcosa di terribile è avvenuto. Il ragazzo è fin da subito in fuga, braccato da agenti mascherati e cani, sparato a vista. Anche qui si attraversa una serie di ambientazioni diverse, inizando da un bosco per poi procedere in una fattoria, una città, fino a raggiungere un gigantesco complesso (con grandi zone allagate) che pare un centro di ricerca. Quello che scopriamo poco per volta è un mondo in rovina, una distopia in cui a seguire di una non precisata catastrofe si è instaurato un regime dedito al controllo spietato della popolazione. Vediamo gli agenti armati prelevare le persone completamente passive e caricarle su camion. La cosa terribile è che accanto agli adulti vediamo anche dei bambini osservare e commentare la marcia degli zombie, per cui viene da pensare che questa distinzione tra le classi sia normale e socialmente accettata. Sappiamo anche che il controllo mentale è possibile, perché il ragazzo stesso lo pratica più volte, approfittando dell'aiuto di altri inermi uomini-zombie. Più avanti le stesse persone si fanno sempre più indefinite, abbozzi informi di carne cresciuti all'interno di grande vasche d'acqua antigravità. Nell'ultima fase del gioco, sembra proprio che questo fosse il punto centrale della storia, ma anche in questo caso non c'è nessun indizio specifico verso quello che dovremmo pensare. Come in Limbo, il finale è ambiguo e porta a ipotizzare che in fondo niente di quanto abbiamo fatto tramite il ragazzo fosse spontaneo, e la sua motivazione fosse pilotata fin dall'inizio (il finale alternativo avvalora ancora di più questa tesi, ma ve lo lascio scoprire da solo).

Ma posto che nessuno dei due giochi racconta una storia vera e propria, di cosa parlano Limbo e Inside? Sicuramente alla base c'è un senso di limitatezza, che emerge quando il piccolo protagonsita viene posto a contrasto con le enormi ambientazioni nelle quali sparisce. Anche il tema del controllo ricorre in entrambi, e la presenza di un parassita che si attacca alle altre creature e ne dirige il comportamento fa in qualche modo pensare che le due storie siano almeno tematicamente legate, se non ambientate in uno stesso universo narrativo. Se in Limbo a emergere di più è l'incertezza per quanto ci aspetta (sono molto più frequenti le morti accidentali per aver semplicemente mosso un passo di troppo), in Inside è forse più evidente un qualche livello di critica sociale, fin dal titolo: il protagonista fa di tutto per fuggire, ma si ritrova fino all'ultimo dentro, non può uscire dal sistema che lo sta manipolando, anche quando crede di essere lui ad avere il controllo.

Naturalmente, come in tutti i casi in cui ci si trova davanti un'opera che non permette un'interpretazione univoca, è facile anche arrivare a leggere molto di più di quanto fosse realmente intenzione dei suoi creatori trasmettere. Può darsi anche che l'idea fosse soltanto quella di un'ambientaizone inquietante (e ci sono riusciti alla grande), ma è difficile che tutti questi elementi siano solo coincidenze. Anche volendo prendere i giochi per quello che sono al livello più superficiale, e cioè dei puzzle game con un inizio e una fine, l'esperienza è comunque gratificante.

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