Futurama stagione 7/b in USA + Cofanetti vol. 5 e 6

Il countdown che ha accompaganto i fan di Futurama nelle ultime settimane è terminato, e tra poche ore i nuovi episodi andranno in onda sul canale USA Comedy Central, con una premiere di due puntate e poi una a settimana a seguire, fino alla conclusione dei tredici episodi. Naturalmente, Unknown to Millions (e chi ci sta dietro) seguirà la serie e, a cadenza non programmata, pubblicherà le recensioni dei relativi episodi (me le farò durare qualche mese, ma sarà comunque prima di quando verranno trasmesse in italia).




Con l'occasione faccio anche presente che da un paio di mesi (ma me ne sono accorto solo ora) è disponibile anche in italiano il cofanetto delle stagioni 5 e 6. In realtà questa dicitura è impropria, perché i 4 dvd contengono i 26 episodi della stagione 6, che solo per esigenze di network è stata spezzata in due segmenti. La stagione 5 corrisponderebbe ai 4 lungometraggi, ma probabilmente per rispettare la numerazione dei cofanetti, che finora erano 4, si è deciso di rilasciare questo con i numeri 5-6. Ci è andata tutto sommato anche meglio che in USA, visto che lì la stagione è stata divisa in due cofanetti diversi, il volume 5 (con questa stessa copertina) e volume 6 (con un artwork simile che ritrae Leela).

In ogni caso, i dvd contengono, oltre agli episodi trasmessi in tv, anche due puntate inedite in italia (In a Gadda-da-Leela e Proposition Infinity, probabilmente censurati per gli espliciti riferimenti religiosi e omosessuali, urrà per il medioevo di ritorno!), oltre agli extra e ai sempre spassosi e istruttivi commenti di autori e doppiatori. Potete trovare il cofanetti a circa 30 euro sui maggiori store, da e-bay ad amazon a ibs. Dont'miss it!

Rapporto letture - Maggio 2013

Maggio è stato un mese del tutto in media, con alternanza di ebook in inglese, classici di sf, autori italiani, romanzi e racconti. Nello specifico:


Più riguardo a Un calice di soli, un piatto di pianetiIl primo è una raccolta di racconti di Edizioni Della Vigna, che su questo blog ho già citato in quanto è l'editore di alcuni libri che contengono miei racconti, come Fantaweb 2.0 e Strani nuovi mondi 2012. Un calice di soli, un piatto di pianeti contiene una serie di racconti di "fantascienza culinaria", ovvero storie digenere che hanno come tema o argomento la cucina o il cibo. Almeno, questa è l'intenzione iniziale: in effetti, non tutti i racconti rientrano in questa definizione: alcuni non sono di fantascienza (Tre boccali di birra ottobrina) e altri hanno ben poco di culinario (Il numero non numero). In compenso ce ne sono alcuni interessanti, come Strudel alla viennese di Francesco Troccoli, e i due contributi stranieri di Resnik e Silverberg. Tra gli altri anche un racconto di Massimo Mongai che si inserisce nel conteste delle Memorie di un cuoco di astronave. A fine volume anche due brevi saggi che illustrano il (possibile) collegamento tra la cucina e la fantascienza. Nel complesso un'idea sicuramente originale, ma non realizzata pienamente. Voto: 6/10


Più riguardo a The Final EvolutionA maggio ho anche completato la serie di Avery Cates, antieroe protagonista della pentalogia di Jeff Somers di cui, dopo aver letto anni fa i primi due volumi tradotti su Urania, ho rintracciato di recente i libri seguenti per completare la storia. Ho parlato di The Eternal Prison e The Terminal State nel rapporto letture di aprile, e questo The Final Evolution conclude il ciclo riannodando tutti i fili lasciai sparsi negli episodi precedenti. Tutti i personaggi (almeno quelli vivi) tornano in scena e ci si prepara al confronto finale di Cates con il suo ultimo nemico, con la sua vendetta che si contrappone alla sopravvivenza di tutta l'umanità. Il tono è sempre quello pulp, violento, sanguinoso e volgare, e la conclusione si adatta perfettamente a questa tendenza. Jeff Somers si conferma così un'ottima lettura, e per chi vuole saperne di più rimando al post in cui ho parlato appunto di tutta la serie. Voto: 8/10


Più riguardo a Al servizio del TB IIDi Joe Haldeman comincio a diffidare: se si esclude Guerra eterna, genuino capolavoro, ho letto davvero poco di lui che mi abbia convinto e che mi porti a considerarlo un "Grande Autore". Man mano che leggo le sue storie, mi sembrano sempre di più avventure costruite a tavolino, che partono da idee iniziali anche intriganti ma poi si risolvono nel nulla, come se l'autore stesso non avesse cognizioni (o voglia) di come finirle. Mi riferisco ad esempio al pessimo Missione eterna ("seguito" di Guerra eterna) o a Cronomacchina accidentale e I protomorfi. In questo Al Servizio del TB II (che poi non ho capito bene perché si chiami così) il protagonista è un agente di un servizio segreto interplanetario che svolge le sue missioni assumendo la personalità di individui chiave che gli permettono di infiltrarsi dove richiesto. Le avventure in sé sono anche gustose, ma lasciano ben poco, e non c'è nessun filo conduttore che leghi una storia all'altra. A fine libro si rimane quindi con un certo vuoto, incapaci di capire quali fossero le intenzioni dell'autore. Voto: 6/10


Più riguardo a Universo senza luceQuasi opposto l'approccio di Daniel Francis Galouye: storie affascinanti e cariche di contenuti, per un autore non proprio prolifico. Sono suoi capolavori come Psychon, Stanotte il cielo cadrà e Simulacron 3, dal quale è stato tratto il quasi-celebre film Il tredicesimo piano. Universo senza luce è una storia ambientata in un mondo post-apocalittico, ma la fine della civiltà è quasi un aspetto secondario: dopo l'imprecisata catastrofe, l'umanità si è rifugiata nel sottosuolo, e abita in caverne del tutto oscure, dove ha praticamente perso l'uso della vista. I superstiti vivono quindi immersi nel Buio, che è considerato un'entità malefica, mentre la Luce, fonte di ogni virtù, è un ideale astratto irraggiungibile. Il protagonista è un giovane deciso a scoprire la vera natura di queste parole, e si muove nel mondo orientandosi con l'olfatto e l'udito (tramite una sorta di ecolocalizzazione), combattendo con gli animali che popolano gli abissi e fuggendo dalla comparsa di nuovi "mostri" più pericolosi di quelli mai incontrati prima. La storia è avvincente, e soprattutto molto efficace nel dipingere tutto un mondo a partire da sensazioni non-visive, per quanto la conclusione sia in qualche modo intuibile. Voto: 8.5/10


Più riguardo a La corsa selvaticaUltimo del mese è un romanzo italiano: La corsa selvatica, breve libro pubblicato a suo tempo dalle compiante Edizioni XII. La storia è ambientata in altitalia, a cavallo dell'unificazione del Regno, e tira in causa leggende montane e folklore con stregoneria (anzi: stregheria), evocazioni di animali, negromanzia e antichi "poteri della natura". Un horror "artigianale", quindi, un'interpretazione nostrana del genere che non fa rimpiangere i maestri internazionali. Nella prima parte una serie di brevi racconti da punti di vista diversi forniscono il contesto, ed è poi nell'ultima parte che si sviluppa la storia vera e propria, che vede un villaggio assediato da orde di cani, ratti e corvi che sembrano uccidere senza motivo gli abitanti. La storia in sé potrebbe non sembrare particolarmente originale, ma il contesto e lo stile la rendono davvero affascinante, evocando una dimensione "magica" del nostro paese che spesso sottovalutiamo. La scrittura asciutta di Riccardo Coltri (letto anche in Carnevale) è poi efficacissima nel sollevare l'inquietudine del lettore, e basta a rendere un libro apparentemente innocuo un prodotto impressionante. Voto: 8/10

Skan Magazine n. 10

Ormai è diventato un l'appuntamento mensile fisso: sul numero di giugno di Skan Magazine, rivista elettronica gratuita di racconti di narrativa di genere, nella rubrica "Being Piscu" compare il mio racconto Non sono stato io, una breve distopia noir vista dagli occhi di un ragazzino ansioso e spaventato. Il racconto è stato uno dei primi che ho pubblicato, uscito su N.A.S.F. 4, per cui questa è una buona occasione per rileggerlo o scoprirlo.




Al solito, l'ebook è visualizzabile o scaricabile direttamente dal sito, o reperibile su vari portali e come print-on-demand tramite Lulu. Quindi un modo per procurarvelo che vi aggradi lo trovate di sicuro.

Coppi Night 12/06/2013 - Flight

Dopo l'esclusiva Coppi Night in trasferta siamo tornati alle usuali abitudini con una serata in casa, e seddiovole con un film interessante e di buona qualità. Nonostante l'insipidità del titolo (cioè, fare un film su un piloto intotolandolo "volo" è come fare un film su un pescatore chiamandolo "pesce"... a meno che flight non abbia anche qualche significato alternativo, il che non mi risulta), Flight è una storia interessante, che parte con delle premesse piuttosto buone che però si vanno a perdere nelle fasi finali.

Denzel Washington interpreta un pilota di linea alcolista e tossicodipendente, che si prende una bella ciucca prima (e durante) un regolare volo di un'ora, si tira un paio di strisce di cocaina e poi si mette alla cloche. Il problema è che poi l'aereo ha un problema poco prima dell'atterraggio, e il pilota è costretto a compiere una serie di manovre azzardate e potenzialmente diastrose (tipo rovesciare l'aereo a testa in giù!) per riuscire ad atterrare col minor danno possibile... il che significa la morte di "solo" sei persone sulle cento e passa a bordo. Ora, non so niente di aeronautica quindi non riesco a valutare la credibilità delle manovre mostrate, ma c'è da dire che tutta la sequenza è molto realista e impressionante, e pertanto la prima mezz'ora di film è parecchio adrenalinica. Dopo il disastro, che in realtà avrebbe potuto essere ben peggiore perché il mezzo stava letteralmente precipitando, partono le indagini del caso (visto che ci sono stati dei morti), ed è lì che sorgono i problemi, perché dagli esami di routine si è scoperto che Denzel era ubriaco e fatto di coca, che non è esattamente consigliato ai piloti civili. Il protagonista si ritrova quindi a doversi difendere dalle accuse, pur sapendo che se l'aereo non si è semplicemente schiantato al suolo uccidendo tutti è solo merito della sua competenza, inalterata dalla sua condizione psicofisica.

L'idea è quindi buona, e pone un interrogativo stimolante: è più importante riconoscere la "bravura" di una persona, o incolparla per non aver seguito un regolamento che, comunque, non lo avrebbe salvato? Il pilota infatti viene subito acclamato come eroe dai media, e solo in seguito si diffonde la notizia che era sbronzo: qual è la condotta più nobile in questo caso, salvare la reputazione o ammettere l'errore? Purtroppo è qui che il film va alla deriva, perché quello che avrebbe potuto essere un ottimo legal thriller vira drasticamente sul personale, mostrando la vita del pilota da alcolista pesante, i suoi ripetuti tentativi di smettere, la sua relazione con una donna eroinomane che sta cercando a sua volta di disintossicarsi, la sua rabbia nell'affrontare le accuse. Il film non è noioso, ma per tutta la parte centrale si assiste a una serie di scene che essenzialmente ripetono lo stesso concetto. Il climax avviene nel finale, la notte prima del processo, e vede anche una comparsa semicomica di John Goodman, ma anche qui la soluzione è deludentemente buonista.

Per tutto il film poi si subisce un accento fin troppo marcato sul tema di dio e predestinazione, volontà divina e accettazione umana, il che sembra voler ridurre drasticamente la portata delle azioni (qualunque esse siano) del protagonista, come se il suo ruolo fosse solo quello di spettatore, invece che, come è stato, autore delle gesta "eroiche". Questo aspetto di per sé risulta fastidioso, anche perché non porta a una vera e propria conversione religiosa che potrebbe conferire al pilota una diversa prospettiva. A dirla tutta, anche il rapporto con la donna ex-tossica ha ben poco impatto, nonostante un paio di confronti drammatici, perché alla fine dei conti la sua presenza non influisce in modo determinante sullo sviluppo della vicenda.

In definitiva, Flight è un film interessante, che riesce a catturare nella prima parte, ma che forse per mancanza di convizione da parte degli autori non è altrettanto incisivo nel seguito, e cerca di portare sullo schermo dei temi "profondi" senza però riuscire ad evitare qualche banalità, vista e rivista in qualunque film sulla dipendenza. A paragone, per dire, A Scanner Darkly è di certo di tutt'altro impatto. Forse di una mezz'ora più breve, e con una maggiore attenzione al problema etico/professionale di fondo, sarebbe stato un prodotto decisamente migliore.

Ultimi acquisti - Giugno 2013

A volte mi chiedo come faccio ad andare avanti per interi mesi senza nuova musica da ascoltare. In questo caso era da febbraio che non mi pregiavo di consumare una buona parte delle mie risorse per acquisire nuovi dischi, e non è certo stato facile. In effetti, questa volta gli acquisti sono stati piuttosto limitati, almeno come quantità di pezzi, soprattutto per il fatto che con l'occasione ho acquistato un nuovo paio di cuffie Allen&Heath... ma questa è un'altra storia. Ecco i sei cd acquisiti, tra cui se ne trovano un paio notevoli:


Leviamoci subito il dente e parliamo dei Daft Punk, con il Random Access Memories intorno al quale è stato montato un hype colossale da parecchi mesi prima dell'uscita. Forse proprio questo accento calcatissimo gli si è ritorto contro, perché con tanto clamore le aspettative erano parecchio alte. In realta, RAM non è affatto un brutto album, ma non è nemmeno un disco rivoluzionario e memorabile. D'altra parte i Daft Punk hanno già fatto la storia, ed è difficile che possano ripetersi e segnare di nuovo una pietra miliare dell'elettronica. Eseguendo quindi la tara del nome e delle aspettative, e valutando le tracce di per sé, ci sono sicuramente pezzi notevoli: Contact (nel cui intro è inserita una famosa comunicazione della missione Apollo 17), Instant Crush, Doin' It Right, ma anche la Get Lucky che già si sente in radio da diverso tempo, per quanto facilotta è sicuramente carina. Notevoli anche le collaborazioni, da Touch a Giorgio by Moroder (in cui c'è proprio Giorgio Moroder a raccontare in prima persona la sua carriera musicale). Nel complesso quindi un album validissimo, che spazia dall'electro al synthpop, dalla disco al funk, come il gruppo francese ci aveva già abituato decenni fa, che tuttavia non abbatte nessun paradigma: ascolto facile e canzoni di qualità, e questo basta.


Altra uscita recente (fine 2012) è Guten Tag, ultimo album di Paul Kalkbrenner. In realtà questo album lo avevo già ascoltato perché lo avevo comprato per un amico, ma non lo possedevo ancora, e quindi non lo avevo incluso nelle recensioni. Credo che si possa dire che questo album, dopo Berlin Calling (che però era troppo legato alla sua controparte cinematografica), sia quello che afferma maggiormente l'identità dell'autore. Già la presentazione è d'impatto: case completamente nero, con chiusura magnetica e cd nero cromato anche sul lato inferiore (e una serie di adesivi all'interno che non ho avuto il cuore di staccare e appiccicare sulla console...). L'album alterna poi brevi pezzi strumentali con le tracce vere e proprie, mantenendo sempre un'atmosfera delicata, quasi malinconica, pur rimanendo nei canoni di quella moderna techno di cui da diversi anni è un punto di riferimento. Segnatevelo, perché questo è un disco che rimarrà nelle top del decennio.


Sermpre di Paul Kalkbrenner, un altro pezzo acquisito per completare la discografia: Superimpose, album del 2001. Confrontandolo con Guten Tag di sopra la differenza è evidente: questa è una techno più essenziale, e, a dirla tutto, piuttosto monotona. In effetti delle tredici tracce nessuna spicca in modo particolare, e se una qualsiasi sarebbe più che adatta per un set di quelli pesanti, il semplice ascolto non è poi così soddisfacente. Penso si possa dire che rispetto a tutti gli altri album (anche Zeit che gli è contemporaneo) questo sia il lavoro di Kalkbrenner meno ispirato ed organico.




Isolée è un nome che mi è capitato di incrociare ma che non posso dire di conoscere a fondo. L'album Well Spent Youth del 2011 comunque, raccoglie una buona selezione di pezzi, un'elettronica raffinata e dolce, che riesce sia a convincere che a sorprendere. Paloma triste, Trop près de toi, Thirteen Times an Hour sono tutte tracce di ottima qualità, dietro alle quali si avverte la presenza di un "tema" che incanala tutta la produzione dell'autore, che quindi promuovo in pieno.





Discorso ben diverso per Recycled Plastik, altro pezzo delle recente ristampe degli album degli anni 90 di Plastikman. Come negli altri casi (Artifakts, Musik, e quelli che ancora mi mancano come Sheet One) qui abbiamo la minimal più essenziale, pulita, con loop crudi e freddi. Ma da Plastikman è quello che ci si aspetta, e lui lo sa (sapeva) fare. Psichedelico ma efficace.


Per ultima un'altra chicca: LISm è un prodotto di non facile definizione. A metà tra colonna sonora e studio album, questo ultimo lavoro di Ellen Allien nasce in effetti nel 2011 come produzione per un teatro francese (almeno a quanto ho capito), ed è poi stata ripresa, estesa e riadattata in questo cd, che contiene un'unica traccia di 44 minuti. In realtà non si tratta di un'unica lunga soundtrack, ma di pezzi che si possono distinguere, e sfumano l'uno nell'altro (non nel senso che sono mixati), creando così una sequenza ordinata ma fluida. Le sonorità richiamano l'ambient, e includono letteralmente suoni "ambientali" (acqua, vento, eccetera) che accompagnano durante tutto l'ascolto. Un disco insolito ma affascinante, difficile da ignorare anche se allo stesso tempo difficile da assimilare, visto che richiede un ascolto attento e prolungato, che tuttavia ripaga in pieno il tempo e l'impegno spesi.

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