L'astensione è l'unico voto puro

Su Unknown to Millions non si parla di "politica". Si parla poco anche di attualità, salvi i casi in cui i fatti recenti si collegano ai temi più specifici del blog. Quindi è un caso davvero eccezionale che questo post si occupi di argomenti del genere, ma nel fervore che sta iniziando a diffondersi tra giornali, tv, radio e precaritaddidio social, ho scorto un paio di dichiarazioni che mi hanno indotto a una riflessione.

Parliamo di astensionismo, inteso in senso lato come "rifiuto del voto", che può esprimersi col disertare le elezioni, oppure partecipare ma consegnare scheda bianca o annulata. L'astensionismo come scelta consapevole di voto non è ammessa nella società civile, è un tabù che viene insegnato fin da piccoli, quando alle elementari si studia educazione civica. Molto spesso, chi si dichiara astensionista viene trattato come un ateo viene trattato da un religioso: l'astensionista è vigliacco, vuoto dentro; non comprende la scala di valori naturale del mondo; non merita il bene che gli arriva perché non ha fatto niente per ottenerlo; dovrebbe essere privato dei diritti fondamentali perché rifiuta il sistema di cui fa parte.

È mia intenzione invece dimostrare come l'astensione sia l'espressione di voto più ideale e compatibile con i principi della democrazia. Per arrivarci, facciamo un passo indietro.

Il voto di scambio è la pratica con cui un elettore "vende" il suo voto in cambio di un vantaggio personale e immediato. Io ti do duecento euro, tu mi voti. Come tutti sanno il voto di scambio è vietato in tutte le sue forme, non solo quando viene effettivamente compiuto ma anche solo promesso (ricordate le polemiche di qualche mese fa su De Luca e la sua frittura di pesce?). Il voto di scambio è l'antitesi della democrazia.

Il punto è che, a ben pensarci, qualunque voto è un voto di scambio.

Mi pare un concetto estremamente banale. Per definizione, se voto il partito/candidato X, è perché mi aspetto che il suo operato mi porti un vantaggio. Non sarà un vantaggio immediato, come un mazzetto di banconote, ma comunque qualcosa che ritengo mi farà stare meglio. Come abbiamo già visto (e come è stabilito dalla legge), non è necessario che la transazione si compia perché si configuri la fattispecie del voto di scambio, basta la promessa. Dire "Se mi voti ti duecento euro" è già reato, anche se poi non avviene.

Ora facciamo un test: segue una serie di affermazioni, il candidato contrassegni quelle che sono qualificabili e perseguibili come voto di scambio.

Se mi voti ti do duecento euro
Se mi voti ti regalo una bicicletta
Se mi voti ti faccio assumere in comune
Se mi voti ti offro una frittura di pesce
Se mi voti non ti faccio pagare il bollo auto
Se mi voti non ti taglio la pensione
Se mi voti ti condono il box auto abusivo
Se mi voti aumento i dazi sulle importazioni
Se mi voti non faccio più entrare immigrati
Se mi voti legalizzo la cannabis

Dove tracciamo la linea? Fin dove queste promesse sono lecite e quando invece sono l'espressione della peggior forma di corruzione? E in ultima analisi, ha davvero senso un ragionamento del genere?

È ovvio e scontato che qualunque voto viene diretto in base agli interessi personali. È l'assunto su cui si basa la politica moderna, è la base di tutte le campagne elettorali da un paio di secoli a questa parte. Se io elettore ritengo più utile per me ricevere subito duecento euro, perché devo essere colpevole rispetto a chi invece vota perché vuole avere il reddito di cittadinanza? Ma anche se non si parla di corrispettivi economici diretti, se sono un imprenditore e indirizzo il voto verso il partito che ha promesso di ridurmi la tassazione, non sto facendo lo stesso ragionamento, solo più a lungo termine? Entrambe le scelte sono legittime, o per lo meno, a livello razionale se una è reputata legittima deve esserlo necessariamente anche l'altra.

Si può obiettare che votare non è solo ricercare il proprio interesse ma anche affermare dei principi, sostenere degli ideali. Benissimo. Ma questo non fa che spostare il problema. Perché l'affermazione dei miei ideali è comunque un vantaggio che perseguo in maniera egoistica. Se sono Henry Ford, il mio principio è lo sfruttamento capitalistico delle masse, e voterò in modo da realizzarlo; se sono Mohandas Gandhi voglio ottenere la pace tra i popoli e voterò in modo da realizzarla. In entrambi i casi, il mio voto per quanto idealistico punta a far prevalere la mia visione del mondo, il mio progetto. E per quanto nobile e utopistico, tale progetto sarà sempre contrario agli interessi di qualcuno, e quindi il mio tentativo di imporlo è comunque una forma più subdola di ottenere un vantaggio personale a discapito di altri.

Per rimanere coerenti, questa linea di pensiero non ha nessun limite. Qualunque espressione di voto ricade nello stesso tipo di ragionamento egoistico di fondo. Ne consegue che esiste un unico modo per esprimere un voto scevro da condizionamenti egoistici: il non voto.

In quanto astensionista, evito di imporre ad altri la mia visione del mondo, rifiuto di cercare il mio tornaconto, ideologico, sociale o economico che sia. Lascio che a scegliere siano gli altri, ognuno secondo le sue propensioni, e in questo modo affermo nel modo più diretto il diritto universale all'autodeterminazione di ogni uomo. È una sorta di nirvana elettorale, il raggiungimento di uno stato di non-individualità che è la più importante affermazione di sé.

Provate a immaginare un'utopia in cui tutti comprendono questa verità palese e decidono di non votare: un mondo libero e sano, privo di acredine, sotterfugi, malumori. Una società serena in cui non serve continuamente correre, spingere e calpestare la fazione opposta.

Ma si sa, ogni popolo ha il governo che si merita. E noi, ora come ora, ci meritiamo la democrazia.

Rapporto letture - Dicembre 2017

Arriviamo all'ultimo rapporto letture del 2017, che sarebbe l'occasione ideale per fare un bilancio dei libri consumati nell'anno appena finito: quanti sono, quali i migliori, distribuzione geografica degli autori, voto medio... tutti dati molto interessanti che vi lascio scoprire da soli scorrendo i vecchi post. Credo che per un po' farò a meno delle statistiche, anche perché comincio il 2018 con la ferma idea di non usare più aNobii (dopo dieci anni di fedeltà) vista la cronica inaccessibilità del portale; dall'altro lato, approdare su Goodreads richiederebbe un investimento iniziale di tempo troppo elevato.

Quindi è bene che parli di questi libri finché li ho in mente, perché non avrò una memoria di backup da cui recuperarli.


Il primo libro di dicembre è stato Laguna, l'ultimo romanzo pubblicato da Zona 42 e prima apparizione italiana di Nnedi Okorafor, autrice americana di origine nigeriana che sta emergendo parecchio negli ultimi anni, sprattutto per il suo apporto di "afrincanità" alla narrativa di fantascienza, tanto che qualcuno inizia a parlare di qualcosa come afrofuturismo. Laguna è sulla carta la storia di un'invasione aliena: un'astronave atterra nell'oceano al largo di Lagos, e i suoi occupanti iniziano a interagire con i terrestri, umani e non. La storia è raccontata principalmente dal punto di vista di tre protagonisti (una biologa marina, un soldato, un rapper), ma ci sono anche altri personaggi che compaiono ogni tanto che danno una visione corale dell'evento. L'invasione è di fatto pacifica, ma questo non significa indolore, perché gli alieni per loro stessa ammissione "portano cambiamento", e a non tutti il cambiamento piace. Il romanzo è molto interessante, anche per il modo in cui la quotidianità di una città come Lagos viene resa attravesro i protagonisti, cosa che induce un doppio senso di straniamento nel lettore europeo/americano. La struttura stessa della storia non segue con cura i costrutti della narrativa occidentale, si sente l'influenza di una tradizione diversa (quelle fiabe africane per noi sconclusionate e incomprensibili), e gli stessi contenuti scivolano dalla fantascienza a qualcosa di meno definito, un "realismo magico" di qualche tipo se proprio lo si volesse inquadrare. La cosa che mi ha un po' insospettito, è che per un romanzo che ci tiene tanto a sconvolgere l'ordine precostituito, insiste forse troppo sulla Nigeria come terra dei sogni e delle utopie, tanto che lo stesso Presidente della Nigeria diventa un personaggio centrale nella storia, un po' come di solito succede per il Presidente USA. Se davvero vogliamo cambiare, che stiamo ancora qui a ragionare di nazioni e presidenti? Voto: 7/10

In seconda posizione abbiamo l'ultimo libro della serie di Philip Pullman His Dark Materials. Dopo Northern Lights aka The Golden Compass e The Subtle Knife, arriviamo infine a The Amber Spyglass, che da sé è quasi lungo quanto gli altri due messi insieme. Alla fine del secondo romanzo le cose non sembravano messe bene, e riapriamo qui poco tempo dopo, con Will e Lyra separati, e uno scontro epico tra i mondi che si prepara ad esplodere. Succedono davvero tante cose, forse non tutte così necessarie alla fine dei conti, ma lo scorrere delle pagine è sempre piacevole con l'alternarsi dei personaggi. Will e Lyra prima di tutti, ma anche Mary Malone, che si trova a vivere in mezzo a delle strane creature con le ruote, Lord Asriel e Mrs Coulter, e diversi altri ancora. Lo schieramento di esseri fantastici si infittisce ancora, con angeli, arpie, fantasmi, gallivespiani ecc, tutti schierati nel conflitto che si sta preparando per sovvertire l'ordine cosmico, ovvero uccidere Dio in persona (detto anche "L'Autorità"). La cosa fenomenale è che quando si arriva all'apice di questo conflitto, in realtà accade quasi in sordina, vediamo la battaglia di sfuggita, e si apprende solo in seguito cosa è successo. Segue un lungo epilogo in cui Will e Lyra tornano ai propri mondi e cercando di ristabilire una vita normale. Questo terzo e ultimo libro è molto stratificato e complesso, evolve in molte direzioni non sempre fruttuose e finisce con una nota dolceamara. Senza dubbio merita la lettura, ma devo ammettere che il secondo capitolo mi aveva catturato di più. Voto: 7.5/10


Infine, una cosa mai avvenuta prima: ho letto un fumetto! Consigliato da qualcuno che aveva ravvisato delle somiglianze tra DTS e questo albo, mi sono fatto prestare Il lungo addio, numero non-so-quale-ma-molto-vecchio di Dylan Dog, scritta dallo stesso Tiziano Sclavi. Ci sono in effetti delle suggestioni simili a quelle che si possono trovare nel mio libro, come il ritorno a un luogo familiare che è cambiato, una relazione interrotta e ripresa, l'esplorazione di una realtà che-avrebbe-potuto-essere. Però, sarà che non sono abituato ai fumetti, ma non sono riuscito a godermelo. Mi pare di avere soprattutto un problema coi tempi narrativi, che si sviluppano in modo diverso rispetto a un romanzo o anche a un film. Mi sono trovato in difficoltà a seguire le tavole con la giusta cadenza e comprendere il ritmo della storia, ma sicuramente è un problema mio. Immagino che come molte forme di arte/comunicazione, il fumetto sia qualcosa che bisogna imparare a conoscere per poter essere apprezzato, e io per adesso ne sono molto lontano.

La sfida a... Dimenticami Trovami Sognami (ebook)

Primo post del 2018, yuppi-yuppi-yadda-wadda-yuuu, e lo sfrutto per una breve segnalazione che non riguarda direttamente un mio lavoro.

Se ricordate bene, qualche mese fa avevo annunciato la partenza sul forum di Minuti Contati a un contest dedicato al mio DTS, che prevedeva la scrittura di testi che contenessero una serie di elementi tratti dal romanzo. La competizione si è conclusa nelle settimane successive, e da pochi giorni è disponibile l'ebook gratuito che raccoglie i racconti migliori usciti dal concorso.


http://www.minuticontati.com/book-la-sfida-dimenticami-trovami-sognami/


Il volume contiene racconti di Eugene Fitzherbert (vincitore del contest), Francesco Capozzi, Angelo Frascella e Valter Carignano. È scaricabile liberamente su varie piattaforme, potete raggiungere i link appositi dalla pagina del libro.

Buona lettura, e con l'occasione vi ricordo di fare un giro sulla community di Minuti Contati che promuove spesso iniziative interessanti (come il contest live a cui ho partecipato a inizio dicembre).

Doctor Who Christmas Special 2017 - Twice Upon a Time

Sapevamo che sarebbe arrivato ma questo non lo ha reso più facile. Il momento in cui il Dodicesimo Dottore di Peter Capaldi ha ceduto il passo alla successiva incarnazione del personaggio a Jodie Whittaker, la prima donna a interpretare il ruolo. In più, questo era l'ultimo epsiodio sotto il controllo di Steven Moffat come showrunner, che ha indirizzato la serie per le ultime sei stagioni. Twice Upon a Time è quindi un episodio cruciale sotto molti punti di vista, non solo perché è un episodio che contiene la rigenerazione del Dottore, ma anche perché è un momento di svolta importante per la serie nel suo complesso.

E chi ha scritto l'episodio (Moffat stesso) deve aver sentito il peso di questa imminente chiusura di un lungo capitolo. Infatti questa puntata è stata insolita per essere una "regeneration story", perché non c'è stato nessun confronto epico tra il Dottore (anzi, due Dottori) e avversari formidabili e spietati. Al contrario di tutte le rigenerazioni della serie moderna, e di quasi tutte quelle della serie classica, il Dottore non arriva allo stremo delle sue forze dopo una lunga battaglia che mette in pericolo la sopravvivenza dell'universo. Certo, si può considerare che a portarlo vicino alla morte siano state le ferite durante la battaglia contro i cybermen di The Doctor Falls, ma anche qui come abbiamo visto qualche mese fa non stavamo combattendo una minaccia incombente sul mondo, l'umanità o la realtà, ma qualcosa di molto più contenuto, quasi trascurabile. Ed è proprio questo il punto.

Si sono fatte molte speculazioni su come questa storia di compresenza tra il Primo e il Dodicesimo Dottore (entrambi reduci da un combattimento con i cybermen, entrambi al polo sud, entrambi in procinto di rigenerarsi) si sarebbe svolta. Uno dei punti chiave della vicenda è stato colto pressoché da chiunque, anche perché dalle ultime battute del finale di stagione si poteva anticipare: entrambi i Dottori rifiutano di rigenerarsi, e cambieranno idea dopo gli eventi di questo episodio, una volta compreso che è importante cambiare. Anche un'altra teoria ricorrente si è rivelata corretta, quella che il soldato della Prima Guerra Mondiale (Mark Gatiss) che affianca i due fosse un antenato del brigadiere Lethbridge-Stewart, ma questo era quasi un easter egg, non un punto essenziale della trama: fosse stato chiunque altro, non sarebbe cambiato niente. Una delle ipotesi più gettonate era che i due Dottori avrebbero preso parte al salvataggio di Gallifrey visto in The Day of the Doctor, ma questo non è successo. Di fatto, non c'è stato nessun combattimento e nessun nemico da combattere, anzi: quella che sembrava inizialmente la minaccia si è rivelata poi una fazione con un obiettivo quanto meno condivisibile. Abbiamo quindi un episodio lento, riflessivo, portato avanti dai numerosi dialoghi tra i vari personaggi piuttosto che dall'azione. E per quanto anomalo, viste le cirocstazione eccezionali di questa puntata, si riesce ad accettarlo.

Non tutto però funziona come dovrebbe. Forse quello che sulla carta appariva intenso e profondo non è venuto fuori come previsto. La mancanza di scene di azione (a parte qualche breve fuga) fa incespicare lo svolgersi della trama, di cui non si capisce quando si arriva al climax. Il Primo Dottore è interpretato con cura magistrale da David Bradley, che riesce a renderne in modo quasi perfetto la parlata e l'atteggiamento, ma il personaggio è scritto al limite del macchiettistico, e la gag del suo sessismo da anni 60 si trascina un po' troppo. La comparsa di Bill (vera o simulata che sia) appare un po' forzata e in ultima analisi non così necessaria... sembra che l'abbiano voluta inserire perché ormai l'avevano pagata per tutta la stagione, e allora tanto vale mettercela, quando la sua chiusura in The Doctor Falls era più che sufficiente. Tra tutti, è sicuramente il personaggio di Mark Gatiss (sempre più apprezzabile come interprete che come autore, vedi Sleep No More): un soldato nobile, altruista, pronto al sacrificio ma anche alla compassione, uno spiraglio di umanità davvero rincuorante. Anche se il modo in cui compare nella storia è piuttosto artificioso, concede l'occasione per una commovente cronaca della tregua di Natale durante la prima guerra mondiale. Infine, il percorso che porta il Dodicesimo Dottore ad accettare la rigenerazione non è così esplicito. Sembra anzi che gli eventi vissuti abbiano convinto più il Primo, mentre non si riconosce il momento in cui anche il Dodicesimo capisce che è giusto cambiare e andare avanti. Quando saluta per l'ultima volta i suoi companion (Bill, Nardole e Clara, di cui ha riacquisito i ricordi dopo averli persi alla fine della nona stagione) vediamo ancora un uomo sofferente e stanco.

Molto probabilmente questo episodio è stato costruito intorno a Peter Capaldi, infatti gli sono concesse diverse occasioni per i suoi monologhi. Anche il discorso finale, rivolto alla sua prossima incarnazione, è estremamente teatrale nei tempi e nella scelta delle parole, un'ultima occasione per l'attore di dimostrare le sue capacità. Per questo l'enfasi maggiore è data ai suoi momenti di intimità e riflessione, che sono sempre stati quelli in cui Capaldi si è distinto e, diciamo la verità, ha spiccato rispetto a tutti gli altri Dottori dell'era moderna.

Twice Upon a Time è anche farcito di easter egg, citazioni che attingono dal passato recente e remoto della serie. Dai più ovvi richiami al Primo Dottore, con quello che è sicuramente il "previously on" più lungo della storie della televisione, a riferimenti anche più sottili al Nono, Decimo e Undicesimo, suggeriti anche dall'utilizzo di temi musicali che non si sentivano da tempo. E come in molti altri casi, la scrittura di Moffat è anche metatestuale e indugia non solo sul Dottore in-universe ma anche sulla serie in quanto tale. Quando Bill dice che la cosa più difficile da fare dopo aver conosciuto il Dottore è lasciarlo andare, la sua frase ha almeno tre diversi livelli di lettura.

Ed è proprio questo lasciarsi andare, o meglio, lasciar andare il Dottore, come se fosse un ruolo che altri dovranno ricoprire (cosa che, out-universe, è vera) che giunge infine come consapevolezza e permette al Dottore (di ora) di rigenerarsi nel Dottore (di dopo), non senza qualche raccomandazione essenziale. Laugh hard. Run fast. Be kind.

Forse non è la rigenerazione più spettacolare che si sia vista, ma è perfetta per il personaggio che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, serio, riflessivo. Quello del Dodicesimo Dottore è stato un arco di crescita personale, molto più dei precedenti, e magari su questo tornerò con un post più specifico per esaminare qual è stato il suo percorso. È stato un bel viaggio, e anche se non è finito col botto, ha raggiunto la conclusione più appropriata.

Ho sempre affrontato il cambio di Dottore con spirito positivo e curiosità, ma so già che Capaldi mi mancherà molto, e che sarà difficile trovare un altro interprete così valido per un personaggio tanto sfaccettato.

Mr. Robot, avatar dei Millennials

Si è da poco conclusa la terza stagione di Mr. Robot, la serie ideata da Sam Esmail che a partire dal 2015 segue le vicende di Elliot Alderson (Rami Malek), un giovane hacker coinvolto in un piano per sovvertire in pratica il Nuovo Ordine Mondiale. Le cose sono abbastanza più articolate e complesse di così, anche per la molteplicità di personaggi collaterali a cui la storia si allarga, ma posso proseguire solo dopo un'allerta spoiler, che in realtà riguardano solo l'idea generale della serie e non eventi specifici. Meglio comunque aver visto almeno la prima stagione prima di continuare a leggere questo post, che comunque non è una recensione alla serie in sé.

Questa terza stagione è stata a mio avviso la migliore vista finora, perché la serie è davvero esplosa (no pun intended) in tutto il suo potenziale, mostrando quanto profondo e vasto sia il bacino di tematiche a cui attinge. Ed è forse solo dopo aver visto questa stagione (in particolare un paio di episodi: Runtime Error e Don't Delete Me) che sono riuscito ad afferrare cosa mi affascina davvero della serie, e forse anche cosa Mr. Robot tratta davvero. Per quanto la premessa, il protagonista e i comprimari appartengano tutti al mondo dell'informatica e dell'hacking, l'argomento centrale della serie non è questo. D'altra parte sarebbe piuttosto noioso e inaccessibile per chi non è familiare con tecnologia e lessico specifico. Certo, diversi snodi della vicenda hanno a che fare con operazioni di questo tipo, ma vengono in genere illustrate velocemente e in termini generici e comprensibili anche a chi non capisce nulla di programmazione (come me). Quindi non è di questo che parla Mr. Robot.

Mr. Robot parla di una generazione. Parla dei Millennials, con i quali si intende grosso modo i nati tra la metà degli anni 80 e i primi 2000 (non, come spesso viene dato da intendere, i nati dopo il 2000): la generazione successiva ai Baby Boomers e alla Generazione X, quelli che si sono trovati adulti negli anni in cui il mondo occidentale è più o meno andato a puttane. I Millennials, come concordano pressoché tutte le fonti, sono la prima generazione dall'inizio del Novecento che si troverà più povera di quella che l'ha preceduta. Non è intenzione di questo post analizzare il fenomeno, ma un resoconto abbastanza esaustivo della situazione si può trovare in questo articolo di Michael Hobbes (focalizzato sugli USA, ma di base applicabile anche nel resto del mondo civilizzato).

Tutti i protagonisti di Mr. Robot sono millennials: Elliot e sua sorella Darlene (così come soci e sostenitori della FSociety), Angela e Tyrell Wellick, l'agente FBI Dominique DiPierro. Anche lo stesso Mr. Robot, essendo una parte dissociata della personalità di Elliot, è in un certo senso suo coetaneo, nonostante appaia con le sembianze del padre. Tutti questi personaggi, anche se moralmente ambigui, sono di fatto gli eroi della storia, mentre gli antagonisti sono tutti delle generazioni precedenti: Colby, Price, Whiterose/Zhang, Irving, Santiago.

Ed ecco che lo scontro tra le generazioni diventa una guerra. Da una parte quelli che hanno il potere, l'un per cento dell'un per cento capaci di decidere il futuro del mondo, che giocano senza rimorsi con le vite e il Sistema stesso (nazioni, economia, media) per piegarle ai loro scopi relativamente futili: troppo grandi per fallire, troppo forti per cedere; dall'altra, elementi isolati di una Generazione Y che si è vista sbriciolare sotto i piedi il terreno su cui stava cercando di costruire quello stesso futuro, e che quindi cerca senso e compimento in obiettivi e direzioni diverse da quelle che gli sono state insegnate: quando ogni meccanismo del sistema sembra studiato per impedirti di ottenere una qualunque forma di stabilità, l'unica soluzione è distruggere il meccanismo.

Esmail non fa mistero delle sue ideologie anti-sistema e anti-capitalismo, e attinge da un ampio bacino di opere precedenti per mettere in scena il suo dramma contemporaneo. Una delle influenze più evidenti è Fight Club (più il film che il libro, in effetti), con cui si possono trovare diversi tratti in comune. Dal piano per abbattare la EvilCorp molto affine al Progetto Mayhem, alla stessa patologia dissociativa di cui soffre il protagonista, con un alter ego spietato e determinato che non è in grado di controllare. I dialoghi (o forse è più appropriato parlare di soliloqui) tra Elliot e Mr. Robot contengono spesso echi molto familiari rispetto al discorso motivazionale di Tyler Durden, il famoso "siamo i figli di mezzo della storia". Il tutto aggiornato di una ventina d'anni, con l'inasprirsi di quelle stesse condizioni sottolineate da Palahniuk e Fincher alla fin degli anni 90. Per esempio:


Quello che parla, pur avendo l'aspetto di un uomo di mezza età, è in realtà una parte di Elliot stesso, quella che gli continua a ripetere che tutto questo non è accettabile, non è giusto, e va combattuto. Quella parte che sentiamo, ogni tanto, tutti quanti, nel profondo delle nostre coscienze, ma che cerchiamo di sopire perché, tutto sommato, non ci va così male, e comunque potrebbe solo andare peggio se decidessimo di fare qualcosa... come puntualmente accade proprio in Mr. Robot.

Mr. Robot (il personaggio) rappresenta questo: l'avatar di una generazione costretta a confrontarsi con un mondo che non gli concede spazio. È il nostro grillo parlante, che ci mette in guardia di fronte a quello che ci aspetta, il futuro che è già presente per cui non disponiamo di strumenti adatti ad affrontarlo. Non a caso qualche settimana fa quando parlavo dei temi della fantascienza italiana di oggi citavo questa serie. Mr. Robot non è una serie di fantascienza, non in senso stretto, ma è sicuramente un'estrapolazione sociale che mostra un presente alternativo ma credibilissimo e anzi, per quanto ne sappiamo, molto vicino a ciò che sta accadendo davvero nel mondo.

Tutto questo, unito a una realizzazione eccellente (dalla regia alla colonna sonora, dal linguaggio alle interpretazioni magistrali soprattutti di Rami Malek, Christian Slater e Martin Wallstrom), fa di Mr. Robot una serie fondamentale per comprendere il mondo di oggi. Non è una visione sempre facile, ed è tutt'altro che leggera, ma riesce a raggiungere apici di profondità grazie al coinvolgimento emotivo per personaggi ben costruiti e coerenti. Sappiamo già che ci sarà una quarta stagione, e per come le cose si concludono nella terza, sarà interessante vedere in quale direzione si svilupperà. Avete tutto il tempo per recuperare le stagioni precedenti se ancora vi mancano.



...e se invece siete già in pari, parte di queste tematiche si ritrovano in qualche modo anche nel mio racconto Memehunter, come la copertina già suggerisce, ma con un approccio meno apologetico e qualche elemento di evoluzionismo dell'informazione in più.

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