Rapporto letture - Settembre 2018

Mesata dedicata interamente alla fantascienza, seppur in diverse declinazioni di tematiche, stili, provenienze ed epoche. Grandi classici, classici moderni, e classici potenziali, tutti autori di grande livello. Che poi mica lo faccio apposta, li scelgo pressoché a caso.

Il primo è Arthur C. Clarke, non so se lo avete mai sentito nominare. E il classicone in questione (perché quasi tutto quello che è ha scritto è considerato “classico”) è Incontro con Rama, riconosciuto come uno dei romanzi più suggestivi dell’autore, una randellata di sense of wonder di quelle che ti lasciano stordito. La storia è quella di un primo contatto, anche se non ci sono in realtà alieni ma soltanto i loro manufatti: una gigantesca astronave cilindrica in avvicinamento al sistema solare, verso cui gli umani indirizzano una spedizione di ricognizione per capire di cosa si tratta. A parte qualche capitolo di introduzione, tutta la storia segue appunto questa esplorazione di Rama, come viene battezzato l’oggetto. Si scoprono poco per volta dettagli e vengono fatte supposizioni a ogni passo, si cerca di interpretare la fisiologia, la mentalità e le intenzioni degli artefici di Rama, soprattutto per rispondere alla domanda: cosa sono venuti a fare da noi? La lunga esplorazione è sicuramente affascinante, l’approccio scientifico rigoroso, però mi sento di schierarmi con gli eretici a dire che a questo romanzo (come a tanti di Clarke, per la verità) manca qualcosa. In effetti, manca proprio una storia: abbiamo un tot di astronauti, ognuno con la sua specializzazione sotto la guida dell’integerrimo comandante, che si muovono in un ambiente extraterrestre (e potenzialmente ostile), affrontano una serie di difficoltà… e poi niente, tutto qui. Non ci sono svolte nella trama, non ci sono obiettivi e nemmeno sviluppi significativi di nessuno di loro. Anche la situazione turbolenta sulla Terra e le altre colonie si risolve senza portare nessun cambiamento. È un po’ come guardare un lungo documentario, che in certi momenti riesce anche a toglierti il fiato ma non ti coinvolge a livello personale, non ti fa sperare che le cose si evolvano in un modo o in un altro, semplicemente perché non c’è nessun tipo di evoluzione, le cose sono solo mostrate per quello che sono. Non dico che sia un brutto libro, ma al contrario di quanti molti mi avevano anticipato non mi ha colpito nel profondo. Forse avrebbe avuto un altro effetto se lo avessi letto a dodici anni, come può valere per altri classici della fantascienza, ma letto ora la reazione è diversa. Voto: 6.5/10 

A seguire sono andato a cercare uno dei testi di Clelia Farris che ho ancora in lista, e ne sono uscito con Chirurgia creativa, un racconto lungo pubblicato l’anno scorso da Future Fiction. La storia è narrata in prima persona da uno studente di bioingegneria che si mette a lavorare con una specialista occulta del settore per iniziare a mettere sul mercato nuove strabilianti creature messe insieme secondo la moda del momento. C’è anche un piano più lungo al di sotto di tutto questo, ma il nostro protagonista ne rimarrà perlopiù all’oscuro fino alla fine. Come tutto quanto scritto dalla Farris, la lettura no è facilissima, perché l’autrice non fa particolari sforzi per facilitare l’immersione in questo mondo futuribile ma così vicino al limite dell’assurdo. Ma una volta acquisita una certa familiarità con parole e nozioni, allora si riesce a godere dell’affresco messo insieme con pochi ma incisivi tratti. Mi è parso di cogliere qualche indizio che questo racconto si possa trovare nello stesso universo narrativo di Rupes Recta, ma non ne sono così sicuro. Un’ulteriore conferma dell’altissimo livello della scrittura di questa autrice, in questo caso applicato a un testo dal tono più leggero del solito. Forse l’ho già detto, ma Clelia Farris è senza dubbio tra i migliori esponenti della fantascienza contemporanea, e meriterebbe una diffusione ben maggiore. Voto: 7.5/10


E concludiamo con China Mièville, autore che ho iniziato a percorrere troppo tardi ma ho intenzione di recuperare. Ho già parlato a suo tempo di Embassytown, uno dei romanzi più recenti (e complessi) dell'autore, il mese scorso invece mi sono letto La città e la città, che da un certo punto di vista si può considerare come qualcosa di molto più semplice. In fondo è costruito come un poliziesco: inizia con l'omicidio di una ragazza, il protagonista/narratore è un agente della squadra omicidi della polizia locale e deve indagare sul crimine. Tutto molto semplice, appunto. Se non fosse che la storia si svolge tra la città e la città, Beszel e Ul Qoma, città che occupano topograficamente lo stesso spazio ma sono separate da una "barriera socio-culturale", che impedisce agli abitanti di una di entrare in contatto con quelli dell'altra, anche quando sono fisicamente vicini, e qualora un contatto dovesse esserci, è pesantemente sanzionato dalla Violazione, una sorta di potere occulto che esiste per mantere le città segregate. L'abilità di Mièville è di far passare questa anomalia gigantesca come una cosa normale, come lo è appunto per il protagonista che a Beszel è nato e cresciuto e quindi da sempre disvede Ul Qoma. L'indagine viene mostrata meticoosamente in tutti i suoi passaggi, dai primi testimoni, al ritrovamento del mezzo usato per trasportare il cadavere, e così via. Naturalmente la morte della ragazza ha alla base qualcosa di più profondo, che potrebbe destabilizzare la struttura stessa delle città, e per questo il detective dovrà passare da una città all'altra per mettere insieme i pezzi. La storia è certamente appassionante ed è gustoso il modo in cui alcune teorie sembrano spiegare tutto e poi si infrangono nel nulla. Tutta la vicenda però è mostrata con un certo distacco, per il nostro eroe non è realmente coinvolto in quanto succede, al di là della sua deontologia professionale. Per la verità il narratore stesso rimane un po' amorfo, non sembra avere una personalità e degli obiettivi definiti, e sono anzi altri personaggi a spiccare come più caratterizzati rispetto a lui. Quindi spesso si ha la sensazione di procedere per scoprire quello che succederà, ma senza davvero tifare per l'eroe che dovrebbe riportare giustizia. Peraltro, ho scoperto da poco che da questo romanzo è stata tratta una miniserie prodotta dalla BBC, e la sto guardando proprio in questi giorni. Ci scapperà probabilmente un prossimo post sul confontro tra film e adattamento. Voto: 7.5/10

Coppi Night 14/10/2018 - Mine

Questo è un film che all'epoca della sua uscita aveva solleticato la mia attenzione ma che poi non ero riuscito a vedere subito, dopodiché, ammetto, me ne sono candidamente dimenticato e solo ora che mi è apparso su Netflix mi sono ricordato dell'interesse che aveva suscitato. L'interesse nasce soprattutto dal fatto che è una produzione internazionale, proposta come un qualunque b-movie hollywoodiano (da intendersi non in senso qualitativo, ma come produzione con budget relativamente basso, ma scritto e diretto da due italiani. Roba che non si vede tutti i giorni, anche se i due in questione, che si firmano Fabio&Fabio e sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, non è la prima volta che si dedicano a produzioni di questo tipo, dato che hanno anche scritto la sceneggiatura di True Love, visto tempo fa e in buona parte apprezzato.

L'idea alla base di Mine è molto semplice: un soldato in terreno di guerra si accorge di aver pestato una mina, deve quindi rimanere immobile con il piede piantato sull'ordigno per evitare di saltare in aria, cercando il modo di salvarsi. Talmente semplice che, chiaramente, non è banale costruirci sopra un film funzionante. Quando il tuo protagonista deve rimanere per tutto il film immobile in mezzo al deserto, devi inventarti qualcosa per rendere la sua storia avvincente.

Difatti Mine cambia più volte registro nel suo svolgimento. Inizia come un film di guerra come se ne vedono tanti, in genere classificati sotto l'etichetta "americanata": il nostro eroe cecchino, il compagno d'armi chiacchierone che è pure il migliore amico, gli scrupoli morali verso l'omicidio di un possibile innocente, il comando insensibile alle richieste dei suoi soldati. La situazione poi cambia quando il protagonista (Mike, interpretato da Armie Hammer) rimane piantato sulla mina come già sapevamo che sarebbe successo: diventa un survival movie, con la ricerca di un modo per rimanere in vita il tanto che basta da ricevere soccorsi. Questa è la fase più lunga del film, durante il quale Mike deve affrontare una serie di difficoltà, rimanendo fermo dove si trova: tempeste di sabbia, sciacalli, disidratazione, delirio, e abitanti del deserto un po' rompicoglioni. Ma poi anche questa fase passa, e dopo qualche piccolo indizio sparso nelle scene precedenti si arriva al vero nucleo della storia: e siamo passati al dramma.

Arrivati a questo punto, non è più tanto la sorte di Mike a importare, ma ciò che lo ha portato a essere lì, adesso. Il fastidioso berbero che gli ronza intorno lo porta proprio a pensare a questo, in una catena di domande che all'inizio sembrano una presa in giro ma poi si fanno più profonde: "perché hai messo il piede sulla mina / persché stavi scappando / perché sei in guerra / perché hai voluto partire". E con l'aiuto di qualche goccia di droga allucinogena (non so bene cosa coltivino nel deserto dell'Afghanistan, oppio forse?) iniziamo a conoscere il suo passato rappresentato in poche, brevi sequenze: il rapporto con i genitori, il padre abusivo e la madre malata, e poi la fidanzata Jenny, che lo aspetta a casa, o forse no, non l'aspetta più. Ed ecco che Mike, in tutte queste occasioni, fa un passo sbagliato, mette il piede su una mina, click, e deve riuscire a trovare il modo di fare quel passo che potrebbe portare alla sua distruzione. Lo vediamo in ginocchio, come adesso, a cercare il modo e la ragione per andare avanti. È una parte relativamente breve nell'economia del film, ma ne racchiude tutto il senso, e lo fa evolvere al di là del semplice giocattolo ben costruito, lo fa diventare una storia personale e universale. Perché le mine che Mike ha calpestato nella sua vita sono quelle che rischiamo di pestare tutti (ok, forse esclusa quella in Afghanistan) e la forza che ha cercato lui è quella di cui abbiamo bisogno tutti.

È un grande risultato per un film con queste premesse, sicuramente oltre tutte le mie aspettative. Forse da un certo punto di vista diventa anche il suo unico punto debole, perché la retorica del "andare avanti" viene esplicitata e ripetuta fino allo sfinimento, nel passato e nel presente, da parte di tutti. Sembra quasi che gli autori avessero timore che non si capisse che loro non stavano facendo un film di guerra e volessero sottolinearlo, perché fosse chiaro oltre ogni dubbio, che c'era un senso nascosto sotto tutto questo. Ci hanno insistito così tanto che la frase diventa quasi melensa, soprattutto nell'ultima parte.

Ma mi sento comunque di perdonare questa sbavatura, attribuirla all'ansia da prestazione di qualcuno che ha qualcosa da dire e ha solo un'occasione per farlo, e teme di essere frainteso. Quindi nonostante qualche difetto trascurabile, che avrebbe potuto essere evitato con qualche limatura, posso dire che Mine è un ottimo film e che adesso seguirò con più attenzione la carriera di Fabio&Fabio, ad esempio a partire da Ride uscito poche settimane fa.

Doctor Who 11x01 - The Woman Who Fell to Earth

E così ci siamo. Ci siamo presi tempo per riguardare indietro, ripercorrere la strada del Dodicesimo Dottore (sigh) e anche analizzare out-of-universe che cosa la lunga era di Steven Moffat ha apportato alla serie. Ma ora basta guardare indietro, è il momento di fare un passo in territori nuovi e inesplorati. New Doctor, new friends, new enemies, mi pare l'abbia promossa proprio così la BBC. It's about time.

Certo per questa inaugurazione della nuova gestione le aspettative erano alte. Fin da subito era importante che la conduzione di Chibnall mostrasse qualche differenza rispetto a quanto eravamo abituati negli ultimi anni. E da questo punto di vista, penso che ci sia riuscito. In certi casi per il meglio, in altri non così tanto.

Partiamo dalle note positive. The Woman Who Fell to Earth è una storia che arriva subito al dunque. Semplice e lineare, ma non si perde in eccessiva drammaticità laddove ci saremmo aspettati momenti più intensi. Tanto per fare un esempio: il Dottore è senza cacciavite sonico? Poco male, se ne costruisce uno. Un minuto e mezzo di montaggio musciale, ed ecco pronto il nuovo attrezzo. I companion? Letteralmente le prime persone che incontra dopo la sua caduta dal cielo: visti e presi. In passato per questi aspetti così "definenti" del Dottore si sarebbe calcalto molto di più l'accento, a sottolinearne l'importanza.

Il Dottore stesso (nota: continuerò a dire "Dottore" al maschile, anche se adesso è una Dottoressa; questo non per affermare qualcosa sulla sua identità di genere, ma perché sono abituato a vedere la serie in lingua originale dove "Doctor" non varia in base al sesso) non perde troppo tempo nella crisi post-rigenerazione. Qualche attimo di smarirmento, uno svenimento e una pennichella sul divano, e siamo pronti all'azione. Anche questa è una controtendenza abbastanza marcata rispetto alle ultime rigenerazioni, per le quali occorreva in genere un episodio intero prima di tornare operativi.

L'aspetto cinematografico della serie è notevolmente differente. C'è forse da considerare che quasi tutto l'episodio si svolge di notte, in vicoli, cantieri e magazzini bui, ma in generale le luci, le scenografie, la regia hanno un registro molto diverso. Non saprei dire se è migliore, non ne ho le competenze tecniche, ma per certi versi sembra qualcosa di più affine a una serie drammatica/thriller. Vedremo se la tendenza continua. In merito al reparto tecnico, anche le musica ha un teglio ben diverso, adesso che sono affidate al nuovo compositore Segun Akinola. Sonorità più elettroniche, più affilate, più eerie, in mancanza di adeguati equivalenti in italiano. Per quanto mi riguarda è un cambiamento estremamente gradito, peccato solo che per questo episodio non siano passati i titoli di testa e quindi non si sia sentito il tema aggiornato (anche se lo si può recuperare).

Passiamo ai nuovi protagonisti. Jodie Whittaker fa il suo dovere. È presto per poter fare paragoni, ma direi che in questa sua prima comparsa è riuscita quantomeno a piantare qualche indizio della nuova personalità del Dottore. Sembra un Dottore ottimista, propositivo, pronto ad agire. Sicurmente empatico, tratto che forse era un po' mancato ultimamente. Una sorta di amalgama tra il Quinto e il Quarto, per chi vuole divertirsi a trovare corrispondenze. Non posso affermare che l'interpretazione mi abbia particolarmente colpito (non mi aspetto che succeda più, dopo Peter Capaldi), ma ho notato comunque la volontà e la capacità di dare un'impronta nuova. Anche per i nuovi compagni forse è presto per tracciare un bilancio, anche perché sappiamo ancora ben poco su di loro: l'allieva poliziotta (non la prima che il Dottore si porta dietro), il ragazzo disprassico, il signore... normale. Se devo dire la verità, è proprio quest'ultimo, interpretato da Bradley Walsh ad avermi colpito di più quanto a interpretazione, in effetti anche più della Whittaker. Ma forse qui sono io ad avere una certa empatia per questo tipo di personaggi.

I punti deboli di questo episodio sono principalmente lo svolgimento della storia vera e propria. Prima di tutto, quando tutti gli spettatori della puntata commentano dicendo "Ah, vabbè, è come Predator" vuol dire che c'è un problema. Qui su Unknown to Millions non siamo sostenitori dell'originalità a tutti i costi (ne parlavamo giusto nel post precedente), ma in questo caso forse si è ecceduto fin troppo nell'appoggiarsi a un'idea di fondo ormai entrata nell'immaginario collettivo. Forse l'unico aspetto interessante a tal proposito è il fatto che il cacciatore alieno in questione è disposto a barare pur di vincere, e proprio su questo suo (inesistente) senso dell'onore il Dottore cerca di batterlo. Altro punto poco convincente è che il twist che permette di battere il cattivo arrivi come un deus ex machina svoltosi off-screen: "Ah, giusto, ho fatto questa cosa quando nessuno mi vedeva, e degli altri nessuno ne ha parlato finora perché sennò non ci sarebbe stata la sorpresa." Un po' cheap, e forse non il modo migliore di presentarsi. Qui su Unknown to Millions non siamo nemmeno sostenitori del twist a tutti i costi, quindi speriamo che non si cerchi sempre di spiazzare il pubblico con trucchi di così bassa lega.

Un'altra cosa che mi è mancata è il momento di "affermazione", in cui il Dottore appena rigenerato fa un passo avanti e dice "Io sono il Dottore." Ora, non deve essere letterale come quello di Matt Smith, ma certo è sempre un passaggio importante. In effetti Whittaker risponde proprio alla domanda dicendo "I'm the Doctor", dopo un breve discorso sull'autodeterminazione che funziona ance metatestaualmente, ma questa sequena non ha l'attenzione che forse meritava. Un po' per quello che dicevo all'inizio, una tendena a sbrigare i punti più tradizionali in modo rapido ed efficace, anche questo momento è passato troppo veloce, e un po' mi è dispiaciuto.

Ma in tutto quanto, l'aspetto forse peggiore della puntata è la morte totalmente fuori luogo e priva di conseguenze. Avevo intuito ben presto che l'amorevole nonnina non l'avrebbe scampata, perché la sua centralità nella puntata cozzava col fatto che non rientrasse tra i companion dichiarati. Vederla morire in modo stupido non mi ha sorpreso, ma mi ha comunque infastidito. Ma certo, non è la prima e non sarà l'ultima morte inutile in Doctor Who. Quello che però davvero mi ha irritato è che la morte della signora non sembra sconvolgere più di tanto né impattare su quanto succede dopo. Sì, facciamo il funerale, ma poi dai, c'è da ritrovare il Tardis. Mi ero aspettato che qualcuno, ad esempio proprio Graham che si era già mostrato recalcitrante a seguire il Dottore nella caccia al cacciatore, le rinfacciasse di aver portato alla perdita perfettamente evitabile di sua moglie. Invece tutti la prendono sorprendentemente bene, e da questo evento tragico non sembra nasere nessun conflitto.

Tutto considerato quindi, non proprio una partenza scoppiettante. Se devo dire la verità, mi è sembrata anzi la puntata post-rigenerazione meno coinvolgente di tutta la serie moderna. Ma non per questo penso che questa nuova stagione e questo nuovo corso saranno un flop. Le basi per fare qualcosa di innovativo e interessante ci sono, e sono disposto ad aspettare che si realizzino. Voto: 6.5/10

Coppi Night 30/09/2018 - The Ritual

Se si inizia una storia con "quattro amici persi nel bosco", è facile prevedere dove andrà a finire. Il gioco che inizia subito è quello di individuare chi sarà il primo a morire, e chi invece rimarrà per ultimo e forse se la scamperà. Da questo punto di vista, The Ritual non fa eccezione, perché è proprio quel tipo di film, nel quale quattro amici nel bosco si perdono e le cose finiscono male.

Ma si sa, di storie originali sono pieni i Blockbuster falliti vent'anni fa, quindi nessuno pretende che una storia sia totalmente innovativa perché sia piacevole. E The Ritual è quel tipo di film, in cui un'idea tutto sommato scontata risulta efficace grazie a come viene proposta.

A reggere tutta la storia c'è un antefatto importante. I quattro amici stanno affrontando un viaggio commemorativo in onore del quinto del gruppo, rimasto ucciso alcuni mesi prima durante una rapina, alla quale era presente anche il protagonsita della storia, che paralizzato dalla paura non è intervenuto per aiutarlo, e forse anche salvarlo. Questo nodo irrisolto sta alla base delle dinamiche del gruppo, da una parte come senso di colpa, dall'altra come rancore nei confronti del vigliacco che ha lasciato ammazzare un amico. C'è tensione, fin dai primi momenti, non è dichiarata ma si percepisce, ed è chiaro che nesssuno si sta divertendo in questa vacanza. Poi naturalmente le cose peggiorano quando entrano di mezzo semidivinità nordiche con i loro boscaioli adoratori pronti a sacrificare vite altrui per placare la loro ira.

E in fondo la parte in cui i mostri (umani e divini) si manifestano è quasi quella più monotona e moscia. Perché il conflitto che sta alla base della storia è un altro, e in quella fase del film viene quasi messo da parte. Sono gli incubi ricorrenti, in cui il protagonista rivive la scena della rapina con alcune varianti, a portare avanti il vero terrore. Il boss finale si rivela poi interessante nella forma, ma non così efficace nel portare avanti il suo dominio, ubbidisce lui stesso a delle leggi più grandi, e non ha potere al di fuori del suo territorio. Ed è lì che si finisce, tornando al mondo normale che piano piano sta perdendo i pezzi, in un territorio governato da leggi che non possiamo controllare.

Se dovessi paragonarlo a qualcosa, potrei The Ritual a The Descent. Struttura e svoglimento sono simili, con un gruppo di amici che esplorano spazi sconosciuti e scoprono qualcosa con cui non hanno la forza di confrontarsi, e dal quale riemergono le diffidenze e le amarezze sepolte per anni. The Descent è più efficace, perché in questo invece c'è una parte centrale un po' più moscia, che è poi quella che dà il titolo al film anche se non ne costituisce il centro. Comunque un buon modo di intendere l'horror, come quel tipo di narrativa che proietta fuori i mostri che stanno dentro.

Una retrospettiva dell'era Moffat di Doctor Who

Nel momento in cui scrivo non ho ancora visto The Woman Who Fell to Earth, il primo episodio della stagione 11 di Doctor Who che segna una linea di demarcazione piuttosto netta con quanto la serie ha proposto negli ultimi anni. Lo si può in effetti considerare un reboot, per quanto mitigato dal mantenimento della continuity precedente: nuovo Dottore, nuovi companion, nuovo reparto tecnico (regia, fotografia, autori, compositore), e soprattutto nuovo showrunner. Dopo sei stagioni e un po' più di anni (ché ogni tanto le stagioni sono arrivate più distanziate), Steven Moffat non è più alla guida della serie, e il timone è passato in mano a Chris Chibnall. Proprio perché non ho visto ancora niente a parte promo e trailer, voglio fare una panoramica di cosa la conduzione di Moffat ha portato a Doctor Who, nel bene e nel male, prima di voltare la pagina e iniziare il nuovo capitolo.

Il fandom si è diviso sulla questione, ma questo non ci dice niente perché dividersi è ciò che il fandom fa per sua natura. Da una parte qualcuno ha adorato Moffat, per la sua capacità di tessere trame complesse e la potenza dei suoi plot twist, dall'altro è stato criticato per la monodimensionalità di alcuni suoi personaggi (soprattutto femminili) e per l'arroganza con cui ha immerso le mani nel canon (anche quello storicizzato della serie classica) rivoltandolo a suo piacimento. A volerla guardare nel modo più distaccato possibile, c'è del vero in entrambe le posizioni. Proviamo a fare una discussione serena sull'argomento.

Fin dal revival di Doctor Who nel 2005, Moffat era già tra gli autori. Nelle stagioni 1-4, alcuni degli episodi indubitabilmente più riusciti sono stati scritti da lui: The Empty Child / Blink / Silence in the Library. Quando poi a partire dalla stagione 5 è stato lui a prendere il posto di Russel T. Davies, ha continuato a scrivere le puntate più significative, quelle che danno l'impronta maggiore e definiscono gli archi narrativi più profondi di stagione in stagione. In tal senso, possiamo ammettere, ci sono stati alti e bassi.

All'inizio della stagione 5 Steven Moffat aveva per le mani una situazione simile a quella di Chibnall adesso: nuovo Dottore, nessun companion in eredità. La possibilità di scrivere una storia nuova, da zero. E questa libertà Moffat se l'è sfruttata alla grande, ha infatti imbastito subito un arco narrativo su più stagioni, che con qualche colpetto di retcon ha coperto tutta la vita dell'Undicesimo Dottore di Matt Smith. E qui forse è dove si iniziano a scorgere le prime incrinature: si potrebbe quasi dire che Moffat sia stato abbagliato dal proprio potere. Avere per le mani uno show mutaforma come Doctor Who, che può attingere dall'immenso immaginario della fantascienza (e non solo) su oltre cinquant'anni di storia, significa poter fare davvero tutto ciò che si vuole. Anche, per dire, cambiare sesso al protagonista (ci torneremo dopo) e renderlo un fatto accettabile. Ma come ci ha insegnato un quarto di secolo fa il professor Ian Malcolm, forse era così preoccupato di poterlo fare che non ha pensato se doveva farlo.

Di questo potere, Moffat ha sicuramente abusato. Ecco quindi che il Dottore ha una moglie, River Song, che gli è forse anche superiore in astuzia. Ed è anche mezza Timelord, perché non so se lo sapevate, ma gli ibridi umano-Timelord esistono. Ecco che c'è un Dottore nascosto, così nascosto che non è nemmeno un Dottore e non rientra nel computo delle rigenerazioni. E poi non so se vi ricordate quando il Decimo viene colpito da un Dalek, alla fine dela stagione 4... ecco, pure quella conta come rigenerazione, così ora il Dottore è alla fine del suo ciclo di incarnazioni possibili. Salvo poi che qualcuno gliene concede altre. E comunque Clara Oswald ha incontato tutti i Dottori, anzi è stata quella che ha detto al Primo di rubarsi il Tardis difettoso. E quando il Dottore ha distrutto i Timelord (punto di partenza della serie rinnovata, quando il Dottore è l'unico sopravvissuto della sua specie), non li ha davvero distrutti. E quando il Master è morto, non è davvero morto. E poi i Timelord possono cambiare sesso da una rigenerazione all'altra, nessuno ve l'aveva detto ma è così. Eccetera, eccetera...

Attenzione, io non sto criticando nel merito tutti questi punti. Alcuni a mio avviso sono ben studiati e aggiungono davvero una dimensione alla serie, che in cinquant'anni e passa è comprensibile possa arrivare un po' al limite delle proprie possibilità. Grazie a queste invenzioni di Moffat, il confine in molti casi è stato posto più in là, lasciando aperte nuove strade da esplorare. In questo senso l'esempio più adatto è proprio il cambio di sesso dei Timelords/Timeladies. Un cambiamento davvero epocale, che Moffat ha iniziato a preparare poco alla volta, fino a renderlo possibile. Qui come in molti altri casi, si sono sfruttate le lacune del canone per portare fuori qualcosa di tecnicamente non impossibile secondo la continuity della serie, ma nemmeno mai suggerito prima. Un'operazione del genere ha sempre dei rischi, e lo abbiamo visto bene proprio nelle reazioni all'arrivo di una Dottoressa. Ma al di là dei singoli casi, è innegabile che Moffat si sia appropriato con estrema disinvoltura di un intero universo narrativo, rivoltandolo a proprio piacere. E quando uno stravolgimento del genere viene fatto per motivi futili, magari solo per un twist in più o per dare senso a una battuta, allora può nascere qualche diffidenza da parte del pubblico.

A parziale discolpa di Moffat, c'è da dire che le vicende produttive di Doctor Who negli ultimi anni non sono state così limpide. Spesso lo showrunner si è trovato a dover progettare la serie senza sapere su quali risorse contare, al punto che nemmeno la partecipazione degli attori principali è sempre stata sicura. Il caso più eclatante è la preparazione del cinquantesimo anniversario della serie, per il quale durante la stesura Moffat aveva inizialmente la conferma solo della presenza di Jenna Coleman (Clara), mentre la presenza di David Tennant (Decimo) e addirittura quella di Matt Smith (Undicesimo) è stata per molto in forse. Tutta l'invenzione del War Doctor di John Hurt deriva infatti dall'impossibilità di avere Christopher Eccleston a reinterpretare il Nono Dottore. Dinamiche simli si sono ripetute anche a cavallo delle stagioni otto e nove per la Coleman, determinando quell'andamento un po' altalenante nelle vicende dei companion, per qusto sembra che Clara sia un personaggio diverso a ogni stagione.

Un altro punto che probabilmente va riconosciuto ai detrattori di Moffat è come molte delle sue creazioni più ambiziose si risolvano in una bolla di sapone. Moffat è molto bravo a creare misteri e hype per renderli interessanti, ma spesso quando si arriva alla resa dei conti, sembra quasi che la soluzione non solo non sia all'altezza, ma venga proprio persa di vista. Anche qui gli esempi sono molti: tutta la storia di River Song, la scoperta delle sue origini che in sostanza non porta a niente; l'arco narrativo sulla morte del Dottore, che finisce con il trucco più vecchio del mondo; il Dottore che "torna nell'ombra" per farsi dimenticare, ma poi dopo due-tre episodi tutti lo conoscono di nuovo; Clara nella sua versione impossible girl, mistero universale archiviato come se niente fosse; la riscoperta di Gallifrey, obiettivo del Dottore fin dal cinquantenario, ma poi una volta raggiunto non è che sia granché; due Master insieme passano un intero episodio a passeggaire per la campagna; la tomba del Dottore su Trenzalore, alla fine non si sa a cosa serviva; e nessuno nomini Orson Pink, per favore.

Spesso Moffat viene paragonato a Davies, esaltando le qualità di quest'ultimo per la costruzione di archi narrativi completi. Personalmente su questo confronto ho qualche riserva: è vero, forse gli archi di Davies avevano una chiusa più lineare, ma d'altra parte erano anche molto più semplici, quasi banali. Bene o male ogni fine di stagione tra la 1 e la 4 consiste in "nemico X sta per distruggere la Terra/l'universo così come lo conosciamo". Sì, certo, bello vedere Dalek contro Cybermen, sempre un piacere incontrare Davies, ma non mi si può parlare di soluzione soddisfacente quando il Dottore-Gollum viene ringiovanito dalle preghiere catalizzate da una rete telepatica planetaria e si manifesta avvolto nella luca come Gesù uscito dal sepolcro. Accostare una scena del genere con l'ultima battaglia di Capaldi in The Doctor Falls rende bene l'idea di quanto più ambizioso sia l'approccio di Moffat. In certi casi, anche coraggioso, dichiaratamente avverso allo zoccolo duro di fan su cui la serie fa affidamento. E questo va apprezzato, in un'epoca in cui ogni prodotto di intrattenimento si barcamena con il pandering verso un gruppo e l'altro.

Considerato tutto ciò quindi, che cosa penso dell'epoca di Steven Moffat? Nel complesso credo si possa considerare un periodo positivo, e dirò un eresia, migliore di quello precedente di Davies. Doctor Who ha raggiunto una sua maturità sotto Moffat, soprattutto con l'arrivo di Peter Capaldi. E se non sempre i singoli episodi sono all'altezza (io stesso ne ho detestati diversi, come si può vedere dai miei commenti pubblicati qui), non si può nemmeno ritenere che lo standard si sia abbassato. A chi sostiene questo considero di guardare un po' di episodi della serie classica, chessò, The Horns of Nimon o Timelash o Time and the Rani. Poi venitemi a dire che la qualità si è abbassata, anche al netto dell'evoluzione di mezzi tecnici ed effetti speciali. E pure voler cercare una coerenza interna perfetta è uno sforzo totalmente inutile in Doctor Who. Certo può essere simpatico quando un elemento si incastra con quanto già visto in passato, ma la contraddizione è la norma, fin dalle primissime stagioni della serie. Forse Moffat avrebbe potuto avere un maggiore "rispetto" per questa creatura così delicata, e non sempre le sue manomissioni si sono rivelate giustificate da un payoff meritevole. Ma se non altro ha osato, tentato di sovvertire qualche aspettativa e cacciare il pubblico a pedate dalla sua comfort zone.

Non so cosa aspettarmi da Chibnall, i pochi sprazzi visti finora non mi convincono del tutto, ma so bene che l'impatto con un nuovo Dottore è sempre problematico. Tranne nel caso di Capaldi, lui mi è stato bene fin dall'inizio e non immagino di poter trovare qualcosa dello stesso livello. Ma va bene così, Doctor Who è uno show speciale prprio perché ha il potere di rinnovarsi periodicamente, pur mantenendo alla base lo stesso spirito. Seguirò con attenzione questa nuova era e spero di affezionarmi presto anche alla Dottoressa.

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