Coppi Night 10/06/2018 - Annientamento

Ho già parlato di striscio di questo film, in un post di qualche mese fa che era più un'analisi di una certa tendenza del cinema di fantascienza contemporaneo, piuttosto che un commento al film in sé. Avevo già visto Annientamento poco dopo la sua uscita su Netflix in lingua originale (quindi Annihilation), e ho colto l'occasione di rivederlo, seppure in italiano, valutando che sia un film che può giovare di una seconda visione.

Premetteo che nonostante Jeff Vandermeer sia un nome che sta segnando negli ultimi anni il panorama fantascientifico, non ho letto nessuno dei suoi romanzi dell'Area X. Ho sentito dire che il film di Annientamento si discosta per molti aspetti sostanziali dal libro da cui è tratto, ma questo per me non ha alcun impatto sulla valutazione, visto che appunto non li ho letti.

A mio avviso Annientamento è un ottimo film, sotto parecchi punti di vista. Non ho percepito la lentezza dello sviluppo lamentata da molti, anzi credo che questo clima generale di sospensione sia voluto e funzionale alla trama. Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello, fotografia e regia eccellenti ed evocative, effetti speciali contenuti ma efficaci, colonna sonora perfetta (e nel climax del film possiamo ascoltare un ottimo adattamento di Moderat). Ciò che forse può aver perplesso o infastidito molti spettatori è che il film non fa molti sforzi per rendersi comprensibile. In realtà i frammenti per mettere insieme una trama ci sono, e volendo percorrerla in questo modo non sarebbe poi niente di tanto originale: un meteorite precipitato sulla Terra che porta la contaminazione di qualche organismo alieno che è in grado di alterare l'evoluzione, mescolando e rinfrangendo tra loro le informazioni genetiche per creare copie, mutazioni e aberrazioni. Ma in effetti questa è solo un'ossatura, e il film stesso non ci insiste troppo. Quindi chi ha cercato una "storia" nel senso classico non l'ha trovata, ed è rimasto deluso.

Annientamento parla di altro, e per la verità lo fa in termini abbastanza espliciti. Parla di autodistruzione, del desiderio inconscio ma comune a tutti (tutti gli umani? tutte le creature senzienti? tutti gli esseri viventi?) di distruggere se stessi. Questa distruzione può avvenire a più livelli, fisici, psichici e anche solo metaforici, ma rimane un processo continuo. Come viene detto, non significa necessariamente pensare al suicidio: si può anche solo scegliere di fumare, o smontare le basi di una relazione serena con il prossimo. Il paragone con i tumori, che sono al contrario cellule che rifiutano la loro distruzione e portano così al collasso dell'intero sistema, è senza dubbio significativo.

L'entità che ha originato l'Area X, qualunque siano la sua origine e la sua forma, vive di cambiamento. Distrugge, ma solo per ricreare; copia, ma solo per capire. Non ci è dato di sapere alla fine, chi o che cosa sia emerso dall'Area X, se Oscar Isaac e Natalie Portman siano ancora loro, o se lo sono mai stati. "Tu sei me? Io sono me?" chiede il soldato al suo doppio, e ciò rende evidente che il confine tra replicatore e replicato non sia così nitido.

Copiare, mescolare, distruggere. Ripetere. Non serve mica che arrivi un extraterrestre per insegnarci come si fa: lo facciamo da sempre.

Rapporto letture - Maggio 2018

Maggio è un mese in cui sono stato piuttosto impegnato sul versante lavorativo, ma nonostante gli impegni della "vita reale" sono comunque riuscito a incastrare la mia buona dose di letture.


Il primo libro l'ho estratto dal cappello pescando a fondo, tra i titoli che giacevano nel kindle da anni e anni. Si tratta di Shanti, romanzo di Caleb Battiago (moniker di Alessandro Manzetti) che fa daprequel a Naraka, letto anni e anni fa quando è uscito per la prima volta sotto il marchio Mezzotints. Anche la versione di Shanti che ho io risale a quell'epoca ma finora non mi ero ancora imbarcato nella lettura. Sapevo più o meno cosa aspettarmi e l'ho trovato. Una storia estrema sotto tutti i punti di vista, esplicita nel gore, nel sesso, nella perversione, esagerato e pesante sotto i tutti punti di vista. Di Naraka ricordo il setting generale e il nome della protagonista, poco di più, per cui forse ho perso tanti collegamenti che potrebbero esserci con questo prequel. La storia segue più o meno lo stesso percorso, con personaggi che si lasciano andare alle più becere pulsioni di sesso violenza e alimentazione, tutte strettamente collegate tra loro. Non esiste virtù, non esistono eroi, tutto in questa società futura è livido e sporco. E in sostanza, that is the point. Niente archi di redenzione, solo una discesa continua che tocca a tutti prima o poi. Le sequenze pornografiche si sprecano, da persone che bevono piscio a donne gettate in cisterne di sperma, eppure in qualche modo tutto ciò è funzionale a quello che si racconta. È un delirio totale che potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno, ma devo ammettere che c'è del metodo in questa follia. Non so se è una lettura che consiglierei, ma l'ho trovata comunque soddisfacente. Voto: 7.5/10


A seguire una raccolta di racconti, pubblicata qualche anno fa dall'editore La Ponga (di cui non sento più parlare, purtroppo). Oltre Venere, curata da Gian Filippo Pizzo, è un'antologia di fantascienza di sole autrici donne. Si dice sempre che la sf è roba da uomini, e ultimamente in molti si sono impegnati a voler dimostrare il contrario: tra le autrici in questo volume ci sono alcuni nomi relativamente noti come Alda Teodorani, Alexia Bianchini, Cristiana Astori, Elena di Fazio, Milena De Benedetti, Giulia Abbate, Serena Barbacetto. La raccolta in sé presenta alti e bassi, come è normale quando si riuniscono più racconti, peraltro in questo caso senza un tema comune, perché se le autrici sono tutte donne, non si tratta però di storie a tema "femminile" (pur essendoci qualche storia anche di questo tipo). C'è un po' di tutto, dai roboto alla programmazione, dalla distopia ai reality show. La media dei racconti è buona anche se non ho trovato niente di particolarmente memorabile. Anzi, mi sa che mi devo togliere questo peso dalla coscienza.

Apro una digressione un po' lunga e probabilmente molto antipatica. Chi segue i miei rapporti letture potrà aver notato che le mie valutazioni finali sono pressoché sempre sufficienti. Magari concedo raramente l'eccellenza ma è difficile anche che vada sotto il 5/10. Questo perché negli anni ho affinato le mie capacità di discernimento e so già indirizziarmi in partenza su letture che mi soddisfano. Per cui in casi molto rari mi trovo a parlare di schifezze, che pure porterebbero tanto mormorio in più e tanta tanta VISIBILITÀ!!! In questo caso purtroppo una schifezza mi sono trovato a pestarla, perché appunto in una raccolta ci possono essere alti e bassi... solo che non mi aspettavo qualcosa di così basso. Mi riferisco al racconto di Claudia Graziani (autrice di cui non credo di aver letto altro), Sotto prova. È una storia confusa e senza senso, mal concepita e peggio scritta. A leggerla mi sembra uno di quei mezzi raccontini che scrivevo a scuola media quando la professoressa ci assegnava un tema e io avevo appena letto Abissi d'acciaio e pensavo di saper scrivere fantascienza trafugando un po' di idee e credendo che potessero sembrare originali. Sotto prova racconta di una gara tra Nazioni in cui ognuna compete per dimostrare alle altre di essere la più illuminata e prospera, capace di produrre richezza e assicurare la felicità ai suoi cittadini. Ogni tot anni vengono fatte queste olimpiadi e la Nazione che perde viene isolata con una parete di vetro rispetto al resto del mondo. Lo scopo della competizione è filantropico e non si capisce come isolare un popolo che non raggiunge certi obiettivi possa aiutarlo a prosperare, ma accettiamolo come premessa. La cosa assolutamente insostenibile è il modo in cui la storia è strutturata, con capi di stato che parlano tra di loro esponendo le più illuminanti teorie per la persecuzione del benessere. Ci sono dei poveri nel tuo paese? Dagli un lavoro. L'energia? Fonti rinnovabili. Le metropoli? Crea dei parchi. Il tutto potrebbe essere commentabile con monumentale GRAZIARCAZZO. Si vuole far passare l'idea che per risolvere i problemi del mondo basta applicare queste belle idee che in genere trovano applicazione in seconda elementare durante il concorso "disegna la tua città ideale" sponsorizzato dal MiCulPop. In tutto ciò poi abbiamo la presidente che vuole andare in Canda, uno dei paesi più prestigiosi, per scoprire i suoi segreti. Quindi si incammina (a piedi!?) e arriva davanti alla barriera di cristallo di Toronto (!?) ma qui una guardia che lei conosce per nome (!!??) la ferma e le dice di tornare indietro. Pare che sto esagerando, lo so, quindi riporto qualche riga:

La giovane donna non indugiò a lungo, e decisa a portare a termine la sua missione segreta, scelse come primo obiettivo uno dei migliori Paesi, il Canada. Non tutto però andò secondo i suoi piani. Anzi a dire il vero nulla. Era partita di primo mattino, sotto il manto freddo della rugiada, e giunse sotto la grande barriera, che era non molto distante dalle porte di Toronto. Una sentinella, a guardia dello spazio intorno alla barriera, si accorse della giovane e le intimò di fermarsi.
"Sta lontano Ruth! C'è un accordo, o te lo sei dimenticato? Il Capo Primo della Costituzione di Ginevra è chiaro: nessuno può varcare la soglia della Barriera di cristallo se non per ordine del Gran Cancelliere Gustav Jikram. È vietato a tutti, persino ai delegati e diplomatici. Esibisci l'autorizzazione!"
"Calma Marcèl volevo solo dare un'ochciatina. Non sono mica un ladrucnolo in cerca di guai?"
"Non lo penso Ruth. Nessun dubbio sulle tue brillanti capacità di leader politico, ma non hai il permesso di stare qui. Il tuo Paese dovrà rimanere all'interno dell'embargo. Non siete in grado di garantire una buona sopravvivenza, e finché non uscirete dall'impasse economico e politici che vi debilita, rimarrete isolati. Hai avuto una pessima idea a venire fin qui!"
"Me ne vado Marcèl, me ne vado. Non vale la pena rischiare o infrangere le leggi... Chissà che un giorno anche il tuo Paese non sia relegato ai margini del mondo."
Ruth delusa indietreggiò, raccolse i suoi lunghi capelli castani in un cappuccio e fece ritorno a Pietroburgo. Avrebbe voluto ammirare lo splendore di Toronto. Almeno una volta nella sua vita.

Dopo aver letto questo passaggio, molte domande vi affolleranno la mente. Io non posso rispondere, mi dispiace. Ah, alla fine si scopre che Ruthe e il capo del Canada si amano. Così, de botto, senza senso. D'altra parte cosa ci si poteva aspettare da un racconto che si apre con una citazione di Rotschild? Digressione chiusa, mi dispiace aver dovuto usare questo tono sgradevole, ma appunto non mi capita spesso di imbattermi in roba del genere. Io come autore italiano di fantascienza lo trovo imbarazzante, mi verrebbe da chiedere scusa a nome della categoria. Questo è ciò per cui i lettori si allontanano dalla narrativa autoctona. Non continuiamo a cascarci, per favore, ci perdiamo tutti. Passiamo oltre.


Ultimo libro letto nel mese è Una serie di bistecche, racconto lungo di Vina Jie-Min Prasad pubblicato da Future Fiction (lo so che parlo quasi ogni mese di questa collana, ma che vi devo dire, mi pare che pubblichi i titoli internazionali più interessanti degli ultimi anni quindi torno sempre lì). È una storia del futuro prossimo, in cui una programmatrice specializzata nella creazione di bistecche con stampanti 3D viene ingaggiata/ricattata per un lavoro al di là della sua portata, e deve trovare il modo di portarlo a termine in tempi brevi e nel migliore dei modi. Ho trovato molte affinità tra questa storia e il mio Memehunter: una storia di programmazione/hackeraggio con una squadra di due protagonisti (uno esperto nel settore, l'altro meno) costretti a completare una missione rischiosa e oltre la loro portata, con un twist finale. Sarà anche per questo, e per il tono leggero che il racconto mantiene, che mi è piaciuto così tanto. Una veloce e gustosa storia sul falso d'autore come lo intenderemo di qui a vent'anni. Voto: 8/10

Coppi Club 02/06/2018 - Colossal

Il blog è rimasto in standby per un paio di settimane. Cosa sarà successo? Il GDPR? Il nuovo governo? È arrivato il caldo? Gli zingari? Niente di tutto questo, solo una settimana via per lavoro e poi tanto tempo prima e dopo assorbito da altre questioni. Ma ora cerchiamo di tornare a una programmazione regolare.

E lo facciamo parlando di un film che alla sua uscita mi aveva molto incuriosito, ma che finché Netflix non me lo ha presentato davanti tra le novità non mi sono ricordato di andare a cercare (e questa per me è la funzione più importante assolta da Netflix). Colossal è sulla carta un film di kaiju, i mostri giganti distruttori di città dei film giapponesi. Ma si presenta da subito come un film quanto meno particolare: il mostro che terrorizza Seoul infatti (questo non è uno spoiler, lo vedete dal trailer) è controllato da Gloria (Anne Hathaway), una ragazza newyorkese nullafacente e accidiosa, incacape di dare una direzione alla sua vita tra casa, lavoro, relazioni e alcool. Non che Gloria indirizzi di sua volontà la creatura a distruggere la Corea, ma dopo le prime manifestazioni la ragazza si accorge che il mostro ripete le sue azioni in diretta.

Che cosa comporta questo? In realtà ben poco, fino a quando sono costretto a entrare nello spoiler per poter continuare il commento quidni fermatevi qui se non lo avete visto. Ben poco, dicevano, fino a quando anche Oscar, suo compagno di scuola d'infanzia, non scopre di avere la stessa capacità di manifestare un suo alter ego robotico gigantesco sempre a Seoul. Anche Oscar ha dei problemi, di origine oppposta ma convergenti a quelli di Gloria e la loro contrapposizione sarà quella che da metà film in poi dirigerà tutta la storia.

Poco sopra dicevo che Colossal è un film di kaiju "sulla carta". In realtà a mio avviso è più appropriato definirlo un film di supereroi. Nello specifico, una origin story: una persona qualunque scopre di avere un potere che non controlla del tutto, capace di provocare conseguenze enormi, e qualcuno con un potere simile al suo gli si oppone. Il fatto che i personaggi principali siano dei disperati (ancorché tutto sommato "benestanti") mi ha fatto pensare più volte a Lo chiamavano Jeeg Robot, anche se l'esecuzione è ben diversa. Ma l'idea di fondo, quella del potere che comporta responsabilità, è quella.

Per la verità, credo che tutto il film sia meglio interpretato in questa chiave. I kaiju sono chiaramente un pretesto, una proiezione, e di fatto la loro origine non è nemmeno spiegata (sì, c'è un breve flashback ma non fornisce nessuna informazione). Ma non è quello il punto. I mostri sono una manifestazione tangibile delle proprie azioni, e per questo sono così sconvolgenti per la protagonista, che ha passato tutta la sua vita a ignorare le conseguenze di ciò che fa o non fa. La metafora è potente, e in certe sequenze molto intensa.

Ma c'è un altro problema. Quando il vecchio compagno di scuola entra in gioco, la storia vira troppo bruscamente sul conflitto tra i due, e per questo si perde di vista la tematica iniziale in cui Gloria cercava da sola di prendere il controllo di se stessa. Nel momento in cui si manifesta un nemico, allora è scontato che l'obiettivo diventi combattere lui, e per questo sembra perdere importanza il fatto di sapere cosa si sta facendo. Inoltre il conflitto tra i due sembra esplodere in maniera un po' artificiosa, quando il ragazzo scopre di avere lo stesso potere e forse obnubilato da questa idea si lascia andare a istinti biechi e violenti, cosa che non aveva mai manifestato prima.

Sicuramente Colossal è un film intrigante, che affronta un tema visto e rivisto in modo nuovo. Riesce a costruira una prima parte sul filo della commedia nonostante un tema più profondo di quanto sembri, poi perde un po' la strada ma si riprende nel finale. Nel complesso meritevole, forse con qualche potenzialità non pienamente sfruttata.

Coppi Night 13/05/2018 - Circle

Da non confondersi con The Cirle, film dell'anno scorso con Tom Hanks ed Emma Watson sui social network. No, Circle senza articolo davanti è un film di qualche anno fa, che da quando ho Netflix vedo sempre lì tra quelli proposti ma avevo sempre adocchiato con un certo scetticismo.

La storia è semplice, anzi, essenziale. Cinquanta sconosciuti in una stanza, impossibilitati a muoversi; ogni due minuti uno di loro viene ucciso da una scarica elettrica; possono decidere con una votazione chi verrà ucciso. Non c'è altro, tutto il film si basa sullo sviluppo di questa idea di base. Il meccanismo di fondo e le dinamiche che si sviluppano sono simili a quelle di altri film, ad esempio Cube (e il titolo mi fa pensare che la somiglianza non sia casuale) o The Exam. Tutte storie in cui un gruppo di persone che non si conoscono sono costrette a un gioco mortale di cui non sanno le regole, dal quale solo uno potrà uscire vivo.

Il nodo centrale di Circle è che i personaggi sono troppi perché si possa stabilire una qualche empatia con chiunque di loro. A qualcuno sono riservati pochi secondi di dialogo, altri sono più ciarlieri, ma la caratterizzazione è per forza di cose minima, in molti casi ridotta appena al modo di vestire. Questo in un film del genere può essere in un certo senso un vantaggio, perché porta lo spettatore a mantenere il distacco necessario ad accettare la semi-casualità della morte di ognuno; ma dall'altro lato, significa anche che allo stesso spettatotre non importerà niente se a morire al prossimo turno sarà la ragazza incinta o lo yuppy, il pastore o la professoressa. Possono formarsi delle simpatie momentanee, ma mai un attaccamento vero e proprio che provoca sconcerto quando il personaggio viene abbattuto.

Non potendo contare sui personaggi, bisognerebbe puntare sul meccanismo del gioco. Che putroppo, è in realtà abbastana confuso e con regole non sempre chiare. Anche volendo ignorare il fatto che il gruppo scopre troppo velocemente il sistema di voto, sembra che di volta in volta le regole cambino, soprattutto sulla questione degli spareggi. Non ho avuto voglia di contare i presenti e i voti da assegnare a ogni turno, ma sono anche convinto che in diverse occasioni le situazioni di parità non fossero in realtà possibili.

Infine, arriviamo ai temi. Che cosa vuole dire Circle? Un apologo sulla meschinità umana? Certo, ok, ma non c'era bisogno di tutto questo arzigogolo per arrivarci. Un'allegoria sui nostri pregiudizi, potrebbe essere. Spesso le conversazioni nel gruppo per decidere chi condannare vertono su alcune caratteristiche personali che rendono le persone "meno degne" di vivere: età, razza, famiglia, lavoro, religione, orientamento sessuale. Ma sono tutte comete, l'argomento emerge per il tempo di un paio di minuti e poi svanisce, quindi nessuno di questi ha davvero importanza. Sembra quasi che si volesse seguire una checklist: Prete nero? Check. Criminale latino? Check. Lesbica? Check. Ragazza madre? Check. Quelle che sono sullo schermo sono macchiette, non persone, per cui non si può davvero prendere sul serio i loro problemi di rappresentanza e discriminazione. Il finale poi, anche a volergli assumere significati che non sembra dichiarare, non aggiunge comunque nulla a quanto era già emerso prima.

Quindi cosa rimane? Ecco, ben poco. Certamente uno script che ha richiesto una scenografia molto economica, una singola stana con un po' di luci. Un giochino gustoso da vedere dall'esterno, ma che tirato per le lunghe si fa ripetitivo, non offrendo niente al di là della possiblità di scommettere su chi sarà il prossimo. Ridotto a cortometraggio di venti minuti avrebbe potuto funzionare, ma un'ora e mezzo a girare in cerchio è in effetti troppo.

Rapporto letture - Aprile 2018

Il rapporto letture del mese scorso è stato molto frugale, perché come ho spiegato buona parte del mese di marzo è stata occupata dalla lettura di un volume consistente che ho finito i primi giorni di aprile. Ora ne possiamo finalmente parlare.

Una lettura che ho rimandato fin troppo, uno di quei libri che cambiano il modo in cui ragioni. Godel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante è un'opera che, per quanto incompleta, segna un punto importante nell'evoluzione della scienza umana. Non tanto perché propone idee rivoluzionarie, quanto perché riesce a riassumere e collegare tra loro campi della conoscenza che spesso consideriamo separati e inconciliabili: musica, logica, matematica, programmazione, genetica, neuroscienza, linguaggio, filosofia, arte. Prima di averlo letto si fatica a concepire il modo in cui Douglas Hofstadter possa intrecciare tra loro (il titolo originale usa proprio il termine braid, treccia) temi e argomenti così distanti, eppure lo fa con estrema naturalezza e salvo qualche capitolo più tecnico relativo ai sistemi formali, riesce a risultare accessibile anche a chi non è un esperto di nessuna di queste materie.  Nonostante siano novecento pagine belle dense, la lettura è appassionante e scivola via davvero senza nessuno sforzo. Immagino anche che sia stato un lavoraccio tradurlo, data l'abbondanza di giochi di parole, tra acrostici, doppi sensi e calembour. Mi pare comunque che la versione italiana abbia ottenuto davvero un ottimo risultato, considerando le molteplici sfaccettature presenti. Questo libro mi ha letteralmente aperto la mente su numerose strade che non sapevo di poter percorrere, e in alcuni casi mi ha aiutato a comprendere meglio cose di cui avevo una conoscenza superficiale e che adesso posso interpretare in un'ottica più profonda: dal teorema di Godel (punto di partenza di una delle mie storie più care, su cui ho intenzione di tornare a lavoro), fino alla filosofia zen, che è una delle chiavi di lettura più importanti del gioco The Witness. Forse è un mio limite, quello di leggere poco al di fuori della narrativa, e questo libro mi ha messo voglia di scoprire altri saggi di questo genere. Ma temo che difficlmente troverò qualcosa dello stesso livello.


Dopo questa folgorazione ho deciso di concedermi un (altro) premio, e sono andato a scegliere uno di quei libri che tenevo in lista di lettura da parecchi anni. Si tratta de Il grande notturno, l'ultimo libro delle ormai leggendarie Edizioni XII che mi era rimasto da leggere. Un romanzo horror di Ian Delacroix, che parte come una storia di zombie a Milano, poi assume la forma di una favola dark, reinterptazione del pifferaio magico, e inifne vira in un excursus storico che ricorda Intervista col vampiro. La storia nel complesso funziona, ma ho trovato una certa difficotlà a individuare un personaggio principale a cui legarmi. È evidente che l'autore ha voluto giocare proprio su questo aspetto, presentando diversi potenziali protagonisti per sovvertire poi le aspettative, alla lunga però questo meccanismo penalizza proprio il lettore. La lunga "origin story" che costituisce la parte centrale del libro forse avrebbe potuto essere più breve, proprio perché si capisce fin da subito come andrà a finire. La scrittura invece si mantiene sempre puntuale, efficace, e in certe parti davvero evocativa. Un buon lavoro con qualche margine di miglioramento. Voto: 7/10


Rimaniamo sugli autori italiani, ma saltando avanti di qualche anno. Stefano Paparozzi è un giovane autore (beh, oddio, è mio coetaneo, e io non è che mi senta così giovane ormai) che finora ha scritto poco ma ha sempre azzeccato. Qui sul blog si trova già qualche commento alle sue storie apparse in giro. Paparozzi è anche il terzo scrittore italiano pubblicato da Zona 42, dopo me e Alessandro Vietti. Ed è anche in questo caso una scommessa, dato che appunto si tratta di un autore "esordiente"; doppiamente scommessa se si considera che il suo Madre nostra sfida la definizione del genere. Zona 42 si propone come editore di fantascienza, ma ha già dimostrato di saper uscire dai paletti tradizionali del genere, e qui lo fa in modo palese. Il romanzo di Paparozzi è il diario di una ragazza, o forse una bambina, rimasta incinta "miracolosamente" a dodici anni. Seguiamo Miriam nel corso dei dodici anni successivi, cadenzati da successive gravidanze senza padre. Non si tratta però della storia di una Maria di Nazaret dei giorni nostri. Per quanto infatti la gravidanza e il culto che si sviluppa alla protagonista si auno dei temi principali, in realtà il vero nucleo della storia è un altro: la crescita, la comprensione di sé. Conosciamo Miriam poco più che bambina, la vediamo cambiare opinioni, lessico, schemi mentali, priorità, comportamenti. La vediamo sempre e solo attraverso il filtro che lei stessa applica alla realtà, ma questo è sufficiente, perché è Miriam stessa a rendersi conto del cambiamento che si porta dietro e dentro. C'è molto altro, naturalmente, perché da una premessa del genere non si può evitare qualche riflessione su scienza e religione, così come sulla sessualità e ciò che essa comporta per una persona. Ma c'è anche posto per il distacco, la sofferenza, la morte. A mio avviso la storia si fa davvero concreta verso i due terzi, quando Miriam ormai adulta (o comunque cresciuta in fretta), inizia a mettere insieme i pezzi di se stessa e prendere delle decisioni autonome. Forse non sempre decisioni giuste, ma sono autentiche e lei è pronta a sopportarne le conseguenze. Alcuni capitoli, verso la fine, sono davvero forti, e li ho letti con fatica, non perché fossero difficili o pesanti da seguire, ma perché mi toccavano forse troppo nel profondo, pizzicando corde che cerco di mantenere sempre immobili. D'altra parte, il buon Paparozzi mi cita nei ringraziamenti finali perché la lettura di DTS gli è stata di stimolo a scrivere il suo romanzo, per cui qualcosa avrà pur imparato, no? Ottima prova, come sempre vista lunga di Zona 42 e autore da tenere d'occhio (cosa che già pensavo ma che adesso posso confermare). Voto: 8/10


E per chiudere il mese sono tornato ad attingere al catalogo di Future Fiction, stavolta con un'autrice di origini indiane, Vandana Singh. Entanglement è un racconto lungo, una storia corale in cui seguiamo protagonisti diversi in giro per il mondo, ognuno con la sua storia più o meno personale, un piccolo tassello di un mosaico che solo alla fine si rivela nella sua completezza. L'entanglement del titolo, mai citato direttamente, è quel legame inafferrabile che esiste tra tutte le cose, tra tutte le vite, non solo quelle umane: una concezione olistica che ci avvicina tutti e che la tecnologia potrebbe aiutarci a rendere più solido. Una storia in fondo ottimistica, che nonostante le grandi colpe che ci portiamo addosso come specie riesce a dare valore a quanto di buono ancora possiamo fare, non solo per noi ma per l'intero pianeta che occupiamo. Voto: 7.5/10

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