Black Swan

È da un po' che non metto un racconto-lampo qui sul blog, perché tutto sommato mi pare che ci siano cose più interessanti di cui parlare, e se proprio volete leggere la mia narrativa andate a vedere nelle pubblicazioni e vi scegliete qualcosa (sì, anche a gratis, pidocchiosi che non siete altro...). Ma ogni tanto fa bene staccare dalla routine, quindi oggi mi sento di buttare lì una storiella claustrofobica di paranoia da astronave. Non fatevi ingannare dal titolo, non include scene lesbo tra Natalie Portman e Mila Kunis.



Black Swan

SYSTEM CHECK: OK
HULL CHECK: OK
ENGINE CHECK: OK
CRYOCELL CHECK: OK

Desmond lesse le righe di testo che il computer gli chiedeva di verificare a ogni inizio del periodo di veglia. In alto, in un angolo, era presente il numero progressivo del periodo, dal quale, calcolando l'alternanza delle dodici ore di veglia con le otto di sonno, poteva ricavare che il viaggio finora era durato quattordici anni, dieci mesi e un paio di settimane.
E ne mancavano ancora più undici, prima che la Black Swan raggiungesse Vega.
Undici anni in cui avrebbe continuato a eseguire le stesse operazioni, ogni periodo, dieci ore sveglio e otto ore dormendo. Un ciclo infinito, senza possibilità di uscita.
Perché era toccato a lui?
Soffermò lo sguardo sull'ultima riga: la criocella funzionava alla perfezione, come tutto, del resto. Desmond si voltò a osservare la cella. Nell'angusto spazio abitabile della nave, bastava girarsi per trovare qualsiasi cosa. Aveva imparato a memoria ogni dettaglio di quell'ambiente, riusciva a riconoscere alla perfezione tutti i particolari. Paradossalmente, l'unica cosa che non poteva vedere era se stesso, visto che l'abitacolo non conteneva nessun tipo di superficie riflettente. L'unico modo di scorgere il suo stesso volto era osservarlo ritratto sul tesserino di riconoscimento che era incluso sul pettorale della tuta.
Al di là del vetro temperato spesso sei centimetri della criocella poteva scorgere la sagoma di Kelvin, il suo compagno di missione, sospeso in ibernazione fin dal lancio in orbita. Per lui, il viaggio sarebbe durato solo un battito di cuore, e poi si sarebbe risvegliato, fresco e giovane, come se non fosse passato nemmeno un minuto, mentre Desmond nel frattempo era invecchiato di venticinque anni, accudendolo quotidianamente.
Non solo: Desmond avrebbe dovuto anche accompagnarlo nelle prime delicate fasi di recupero, quando, emerso dalla lunga ibernazione, Kelvin sarebbe stato troppo confuso per ricordare chi fosse o dove si trovasse. Gentilmente, pazientemente, Desmond avrebbe dovuto scongelare i suoi ricordi cristallizzati dal criosonno.
Perché era toccato a lui? Era profondamente ingiusto, che di due professionisti equivalenti, lui fosse stato scelto per quel sacrificio.
E allora, dopo quattordici anni, pensò che forse poteva rimediare l'ingiustizia. Forse avrebbe potuto risvegliare Kelvin, e convincerlo che lui era Desmond Bowman, incaricato della manutenzione della Black Swan. Dopo quattordici anni, poteva pur chiedere il cambio...
Forzò il sistema, e avviò la procedura di scongelamento. Si preparò ad estrarre il corpo inerte di Kelvin, ma quando i vapori della criocella si dispersero notò qualcosa di insolito.
Il viso del collega non corrispondeva a quello riportato sul pettorale della criotuta. Eppure, in qualche modo gli era familiare.
Capì troppo tardi, quando l'altro aveva già riaperto gli occhi: se si escludeva la barba incolta, quel volto corrispondeva all'immagine sulla sua tuta. Davanti a lui c'era il vero Desmond Bowman.

Doctor Who 8x10 - In the Forest of the Night

Vedendo il trailer di questo episodio avevo pensato che si sarebbe trattato di una versione dark di una o più fiabe, immaginavo avesse qualche collegamento con Cappuccetto Rosso, e magari Hansel e Gretel, o Pollicino, insomma, tutte quelle che si svolgono nei pressi di un bosco. La cosa avrebbe avuto senso nell'arco di una stagione che già altre volte ha preso dei temi classici dell'immaginario collettivo (come il mostro sotto il letto) declinandoli opportunamente in chiave sf. Le cose si sono mostrate però diversamente, anche se qualche accenno a questo collegamento tra uomo e foresta è stato fatto. Durante la visione invece, quando cercavo di capire cosa stesse succedendo, a un certo punto ho pensato "Vashta Nerada!", e ho voluto credere che questa puntata si ricollegasse al migliore episodio ever del nuovo Doctor Who. Ma neanche questo è successo.

Comincio elencando ciò che questa puntata non ha fatto, perché se devo descrivere quello che c'è stato la recensione si farebbe molto breve e poco simpatica. Perché ci sono parecchi aspetti che rendono In the Forest of the Night il più brutto episodio della stagione attuale, e certamente uno dei peggiori degli ultimi anni. L'idea di una vita vegetale cosciente e impegnata a mantenere vivo il pianeta ha un suo fascino, ma qui si esprime in modo troppo semplicistico. Intanto una gigantesca foresta che copre tutto il mondo (anche i deserti africani, a quanto si vede) nello spazio di poche ore non si può onestamente accettare. Soprattutto se si considera che nessuno se ne è accorto: com'è possibile che su tutta la Terra non ci fosse una persona sveglia a vedere una sequoia di trenta metri crescere nel giro di venti minuti? In secondo luogo, i danni che questa crescita abnorme provocherebbe nei luoghi civilizzati (per fare un esempio, il centro di Londra) sarebbero incalcolabili, basta vedere come si riducono le strade quando le radici affiorano. Infine, se anche volessimo accettare tutto questo, e riconoscessimo agli alberi (o quei fuochi fatui che ne rappresentano la coscienza) il ruolo di guardiani del pianeta, allora, dov'erano finora? Tutte le volte passate che, tanto nella storia reale che nello show, la Terra si è trovata in pericolo (a volte la minaccia era simile a quella mostrata qui), dov'erano gli alberi salvatori? Senza contare che, a mio avviso, un pianeta così completamente verde avrebbe un tasso di ossigeno tanto alto da favorire la combustione, non evitarla...

Insomma, non ci siamo quanto a nucleo narrativo. E nemmeno tanto con lo svolgimento. A parte il fatto che credo ne abbiamo avuti abbastanza, in questa stagione, di episodi con ragazzini come co-protagonisti, ma oltre a questo il triangolo Doctor-Clara-Danny inizia a stufare, visto che non porta da nessuna parte. Cioè, io lo so dove porta, con ogni probabilità il ruolo di mr. Pink è fare da solida àncora di salvezza per quando Clara vorrà abbandonare il Dottore (momento che si avvicina, a quanto pare), però appunto, rimarcare così tanto la differenza di atteggiamento tra i due nei confronti del Time Lord e delle avventure da lui ricercate si fa frustrante. Questo peraltro è uno di quegli episodi in cui Clara è effettivamente stupida e ottusa, quando altre volte si dimostra invece sorprendentemente audace e sveglia. Tutto ciò contribuisce a rendere ancora più irritante quello che si vede, e quando non c'è una trama abbastanza forte da sorreggere tutto la visione diventa sgradevole.

Rimangono poi due cose da spiegare: il titolo, che io non ho capito a cosa si riferisca, a meno che non sia una citazione di qualcosa, che comunque non mi sembra ci azzecchi tanto; e soprattutto, ma da dove è uscita fuori la sorella morta della bambina che sussurrava agli abeti!? Voto: 4/10

La mia esperienza con la Factory Editoriale

Mi ritaglio cinque minuti del vostro sabato pomeriggio per un breve post che riassuma quello che potreste esservi persi della mia esperienza con la Factory Editoriale I Sognatori. Non sto a ripercorrere tutta la storia, che è iniziata l'estate dell'anno scorso, mi ha portato in breve tempo alla pubblicazione di Spore e ha celebrato il suo primo anno di attività con il Factory Day 2014, una manifestazione letterario-culturale tenuta a Viareggio a fine agosto. Voglio spendere questo post perché vista dall'esterno forse la Factory non appare diversa da molte altre case editrici, piccole ma agguerrite, che si affacciano ogni tanto nel panorama underground italiano. Ma vivere quotidianamente l'esperienza dal dentro è un'altra cosa, e vorrei provare a farlo capire a chi è solo di passaggio e magari incrocia la realtà della Factory senza sapere cosa c'è dietro.


Per il suo pubblico tutto sommato I Sognatori si può definire una casa editrice di piccola dimensione, ma nondimeno virtuosa, perché punta su talenti italiani da coltivare e proporre coraggiosamente su canali alternativi (per scelta editoriale non distribuisce direttamente in libreria). Voglio dire, nel suo primo tris di pubblicazioni ci sono rientrato io, con una raccolta di racconti di fantascienza: l'antitesi del bestseller. Eppure l'intenzione si è confermata anche in seguito, con la stampa di libri che in buona parte sfidano i trend di mercato. Da questo punto di vista quindi probabilmente I Sognatori possono essere assimilati ad altre case editrici passate o attuali, come la Gargoyle che fu (non quella attuale, le mitiche Edizioni XII e la nuova arrivata Zona 42 (cito quelle più attive nella letteratura fantastica perché è il settore che conosco meglio). E tanto dovrebbe bastare.

Quello che però non emerge all'esterno è il modo in cui la casa editrice lavora, che giustifica la sua definizione di "Factory Editoriale". Senza addentrarsi troppo nello specifico, basta sapere che il gruppo di autori riunti dall'editore compone una nutrita squadra che mette a disposizione le proprie capacità per tutti gli altri. È stato grazie a questo gruppo che sono riuscito a organizzare la mia prima presentazione al Caffè Letterario Volta Pagina di Pisa (e per inciso, questo pomeriggio sarò di nuovo lì, per la presentazione di Y di Claudio Selva), e ho stabilito contatti per altri eventi simili in posti diversi (dovrei riuscire a dare qualche dettaglio presto). Certo, io sono stato tra i primi a poter approfittare di questa rete, ma lo stesso vale per gli autori che sono stati pubblicati in seguito. La cosa straordinaria è che, se alla partenza del progetto il principio su cui ci si basava (o almeno su cui io stesso pensavo di contare) era il semplice do ut des, ovvero uno scambio di "favori" reciproci di cui alla lunga tutti avrebbero beneficiato, a distanza di un anno posso dire che non è più così. Adesso, un successo della Factory è un successo che percepisco come mio, perché dopo aver conosciuto (attraverso il forum dedicato e di persona) gli autori che compongono il gruppo, il rapporto si è evoluto oltre la collaborazione professionale. Tanto che adesso, quando ancora cerco di stabilire contatti per prossimi eventi o promozioni, la mia logica non è più "come posso spingere il mio libro?", ma "come posso spingere la Factory?"

C'era dello scetticismo all'inizio del percorso, quando Aldo Moscatelli ha lanciato dal suo blog l'idea e poi ha composto la squadra. Io stesso non ero certo sicuro al cento per cento che l'approccio fosse vincente (e forse non posso ancora dire che lo sia in tutto), ma adesso so con certezza che la direzione è sicuramente quella giusta. Qualcuno, soprattutto chi ha una minima conoscenza dei meccanismi editoriali, può ravvisare nella formula della Factory un modo furbo dell'editore per liberarsi del lavoro e delle responsabilità che spetterebbero a lui. Beh, in parte è vero, ma tutto sommato se il fine è quello di diffondere e vendere i libri pubblicati, e la condivisione (ancora più che la suddivisione) dei compiti lo rende più facile, qual è il problema? È meglio fossilizzarsi su posizioni sterili, o impegnarsi personalmente per ottenere un risultato migliore a beneficio di tutti? In secondo luogo però, bisogna anche considerare che l'editore si comporta in tutti i sensi come tale, e non c'è dietro nessun sistema ingegnoso di EAP o vanity press che sia: il gruppo si consulta, propone, valuta, ma poi la decisione finale spetta al capo, che di fatto stabilisce la linea da seguire. Ciò non vuol dire nemmeno che ci sia una dittatura incontestabile, anzi, già in diverse occasioni le proposte dell'editore sono state bocciate dal gruppo, o viceversa una proposta di un membro è stata accolta come parte integrante del "regolamento interno".

Quando sono approdato nella Factory io ero forse uno degli iniziali 80-90 membri (ad oggi sono molti meno, forse poco più di 50) con maggiore esperienza di pubblicazioni e mercato editoriale. Questo per chiarire che non mi sono fatto abbagliare dalla prospettiva della rapida e facile pubblicazione (poi di fatto è stato così, ma per un caso!), e sapevo bene che c'era da dubitare fortemente. Avevo già partecipato a più presentazioni, anche di editori "professionisti", ma non si era mai trattato di eventi ben organizzati come quelli che sono riuscito a realizzare con gli amici factoriani. Ad oggi posso quindi dire che l'idea era azzeccata, non fosse altro per questa intensa rete di collaborazione e rapporti umani che si sono instaurati nel gruppo. Io so che fino a fine 2015 non potrò nemmeno prendere in considerazione l'idea di pubblicare qualcos'altro per I Sognatori, ma non per questo smetto di seguire le iniziative e sostenere i miei compagni. Si parla spesso di come l'editoria sia un settore sterile, marketizzato, dove la qualità non rappresenta un criterio essenziale e la barriera tra i tre soggetti coinvolti (autore - editore - lettore) risulti invalicabile. Qui il sistema è diverso, perché gli autori sono i primi lettori, e l'editore consulta gli autori, e i lettori rispondono direttamente all'editore, e così via. Senza stare a scomodare i paradigmi del socialismo, a me sembra solo un sistema pragmaticamente efficace e soddisfacente per tutte le parti in gioco.

Con tutto questo non sto facendo uno spottone per dire "ehi, guardate quanto siamo bravi e innovativi, leggeteci!". Il pubblico deve giustamente valutare solo sulla base di quanto viene pubblicato e letto, e a essi non si risponde con nient'altro che la qualità. Ma per chi ha la curiosità di sapere come ha fatto il libro che tiene in mano ad arrivargli in mano, questo breve resoconto credo sia interessante. La Factory Editoriale non sarà la panacea in grado di risanare l'editoria, non arriverà mai a competere con i big del settore, i suoi autori non verranno mai invitati da Fazio e probabilmente ci sarà ancora molto da dover mettere a punto e imparare. Insuccessi ce ne sono stati e ce ne saranno, ma niente che non ci si aspettasse, quando ci si muove in un settore così saturo e distorto in partenza. La mia esperienza, finora, è stata una delle più complete e soddisfacenti dal punto di vista "autoriale", e mi ha portato senza dubbio a maturare molto non solo come scrittore, ma anche come "operatore artistico" in genere (perché quando ti sbatti due mesi per organizzare una presentazione nella biblioteca a 40 metri da casa tua impari molto). E non è certo merito esclusivamente mio, ma di tutte le persone disponibili, competenti, eclettiche, sopra le righe, con cui mi sono trovato a condividere il percorso.

Se seguite regolarmente questo blog ci sono buone probabilità che abbiate letto Spore (se non è così, dovreste sentirvi un po' delle merde), e per quanto mi riguarda non avrei altro da richiedervi. Ma fidatevi di me quando vi dico che questi ragazzi meritano di essere conosciuti, e se sfogliate i profili degli autori o il catalogo troverete sicuramente qualcosa di interessante. Le anteprime free abbondano ed è da poco disponibile anche il primo ebook collettivo gratuito, quindi il giudizio potete formarlo in autonomia senza rimetterci più di un'oretta del vostro tempo. You'll thank me later.

Coppi Night 19/10/2014 - Ralph Spaccatutto

Forse è un mio problema, o forse soltanto una fase passeggera, ma l'insofferenza che provo ultimamente nei confronti dei film, soprattutto quelli più popolari, mi sta portando a preferire di gran lunga la visione di un bel "cartone", termine con il quale intendo tutto il cinema d'animazione che a mio avviso, negli ultimi anni, spesso ha molto più da dire rispetto al resto. È per questo che al mio turno del Coppi Club ho proposto un'intera rosa di film d'animazione, e per inciso me ne sono visti un paio nel frattempo (non avevo ancora visto Il gigante di ferro, stupido che ero!).

In effetti avevo già visto Ralph Spaccatutto poco dopo la sua uscita, ma ho voluto proporlo e alla fine è stato questo a spuntarla. Il titolo mi aveva attirato fin dall'inizio perché la sua prospettiva sul mondo dei videogiochi, intesi soprattutto come i vecchi arcade da sala giochi, era estremamente interessante. Non mi posso definire un videogiocatore, ma le mie ore ce le passo (anche in questo caso, a periodi, alternando fasi di picco ad altre di stasi), e graziaddio faccio parte (per un soffio) di quella generazione che ha messo le mani sul Commodore 64, il Dreamcast e il Super Nintendo. Insomma, conosco tutti i giochi "classici" della storia, e soltanto vedere i riferimenti a questi sparsi per tutto il film basterebbe a ritenersi soddisfatti.

Ma il film non si limita a questo, e gli autori sono stati più bravi che furbi, perché in effetti sarebbe stato anche troppo facile fondare un'intera storia sul senso di nostalgia provato dagli spettatori vedendo Qbert e Bowser. La storia di Ralph, cattivo dei videogiochi intenzionato a redimersi, è molto più complessa di quanto possa apparire in partenza, e se all'inizio può sembrare che il film non porti da nessuna parte, arrivati alla fine si realizza che l'eroe ha compiuto l'intero percorso di riscossa-affermazione-caduta-rivincita tipico di tutte le saghe epiche. Se al di là delle citazioni il livello delle gag è forse più adatto agli spettatori più piccoli, la storia una volta dipanata interamente ha una complessità che richiede un impegno ben maggiore, così come i momenti più drammatici raggiungono un'intensità notevole (all'interno del contesto). La forza maggiore di questo film è forse la coerenza con cui il "mondo segreto" dei videogame viene illustrato, con i suoi meccanismi e le sue regole, e come gli eventi si costruicano proprio sulla base di queste regole, o sulla loro deliberata elusione. Questo è quel tipo di coerenza che appunto non ritrovo in molti dei film moderni, e basta rileggere quanto dicevo di The Winter Soldier per capire a cosa mi riferisco. È chiaro che il livello di credibilità è diveros, ma fatte le giuste proporzioni, all'interno del suo universo narrativo Ralph è molto più coerente di Capitan America.
 
C'è anche da dire che forse lo svolgimento della trama non è del tutto equilibrato, e che probabilmente la parte centrale fatica a trovare una collocazione, con la presenza della bambina come controparte di Ralph che risulta piuttosto irritante, almeno fino a quando non si inizia a scoprire che c'è qualcosa di più di quello che si vede inizialmente. Tutte le rivelazioni sono poi concentrate negli ultimi venti minuti, quando forse avrebbero potuto essere diluite meglio per mantenere l'attenzione viva anche nelle parti precedenti. Tuttavia, come molti altri "cartoni", Ralph Spaccatutto non si può definire un film per bambini. La sola presenza di tanti riferimenti ai videogiochi degli anni 80-90 basta da sola a far capire che il pubblico ideale è maturo, di almeno 30 anni o giù di lì, e che forse solo per poter approdare sul mercato il tiro è stato poi corretto cercando di rendere il prodotto appetibile anche al pubblico più giovane. La classica situazione in cui il genitore usa la scusa del "porto i bimbi al cinema" e poi esce lui coi lacrimoni.

Doctor Who 8x09 - Flatline

Ogni tanto Doctor Who ci propone un episodio in cui il protagonsita della serie è per lo più assente, e a sbrigarsela in sua assenza devono essere gli altri personaggi, companion attuali prima di tutto. Nella nuova serie, a parte il caso eclatante e ormai cult di Blink, ci sono anche altre istanze simili, come Fear Her nella seconda stagione, Turn Left nella quarta, The Girl Who Waited nella sesta. In Flatline ci risiamo, e stavolta il Dottore è impossibilitato a partecipare all'azione perché non può fisicamente uscire dal Tardis, che ha avuto un insolito collasso dimensionale e adesso è molto più piccolo on the outside. Il Dottore in effetti non è del tutto assente, e riesce a comunicare con Clara, ma diventa lei l'agente sul campo, tenuta ad affrontare la minaccia in corso e dirigere (possiblmente salvare) i malcapitati di turno.

Il nemico in questo caso è uno di quei pochi antagonisti che riescono ad andare oltre la comprensione del Dottore stesso: forse esseri di un altro universo, creature bidimensionali che si affacciano sul nostro universo 3D e cercano di interpretarlo. Non è del tutto chiaro se gli esseri transdimensionali siano davvero ostili o se le vittime da loro provocate sono soltanto un indesiderato effetto collaterale dei loro tentativi di contatto. Il Dottore prova a comunicare con loro, ma il tentativo non dà risultati apprezzabili, per cui ci si trova a dover affrontare il problema in modo pragmatico: questi flatlandiani malefici stanno facendo del male, e anche se questo risultato fosse involontario, devono essere fermati.

L'idea che stà alla base di questo episodio è una delle più interessanti finora, e il modo in cui non si riesca a stabilire un contatto al di là dell'estrema alienità di questi esseri è affascinante. Anche il modo in cui il Tardis reagisce a questo scombussolamento dimensionale è degno di nota, e sottolinea uno dei tanti "poteri" della macchina del tempo che spesso vengono dati per scontato. Il Tardis è per definizione (Time and Relative Dimensions in Space) un apparecchio che permette di alterare le dimensioni spaziali degli oggetti, e il suo essere bigger on the inside ne è la prova più immediata (il Quarto Dottore, a suo tempo, spiegò a Leela come questo era possibile), ma a volte questa sua capacità può provocare degli inconvenienti, come nell'avventura del Primo Dottore Planet of the Giants, dove tutti i viaggiatori erano stati ridotti alla dimensione di insetti. Personalmente gradisco sempre quando le storie si focalizzano su un aspetto del Tardis, che è un personaggio centrale almeno quanto il Dottore stesso. Inoltre bisogna riconoscere che l'avversario di questo episodio non è un semplice mostro/alieno di un altro pianeta/tempo, ma qualcosa di più complesso, che richiede uno sforzo maggiore per essere compreso. Si tratta di un approccio più "maturo", che forse potrà anche mettere in difficoltà qualche spettatore ma ribadisce che lo show si è evoluto da quando ha ripreso nel 2005 e portava in scena alberi umani e alieni scoreggioni.

Quello che magari potrebbe non andare giù a molti fan è il ruolo da protagonista di Clara. Molti si sono lamentati che la sua presenza in questa stagione è fin troppo pesante, e che sembra quasi che lo show segua le sue avventure in giro per l'universo piuttosto che quelle del Time Lord che se la porta appresso. Questo episodio pende pericolosamente in questa direzione, quindi può apparire per certi versi indigesto, però io non lo reputo debole in questo senso, perché anzi il fatto che Clara abbia dovuto fare le veci del Dottore, e ricoprirne il ruolo in sua assenza, ha contribuito a mostrare qualcosa che già era stato visto in Kill the Moon, che essere un eroe, quello che arriva e salva tutti, non è facile, e comporta spesso scelte pesanti, oltre che una serie infinita di menzogne.

La puntata si conclude con un altro teaser di Missy, e stavolta lei parla direttamente di Clara, dicendo di aver scelto bene. Non è dato di sapere per cosa la ragazza sia stata scelta, e in che senso Missy l'abbia scelta (scelta per diventare companion del Dottore, e quindi pilotata in quella direzione? scelta per qualcosa che dovrà fare in seuito?), ma altri indizi si aggiungono al plot che si svolgerà, ormai tra un paio di puntate, e chiuderà l'ottava stagione, che a mio avviso finora si sta dimostrando più stabile di molte delle precedenti (sicuramente più della settima). Voto: 7/10

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