Tutori della Scienza: Perché non discendiamo dalle scimmie


Questo post si inserisce nel contesto dell'iniziativa "Tutori della Scienza" lanciata da Gianluca Santini sul suo blog, e che invita i blogger a farsi appunto "tutori" e dedicare uno o più post a un argomento scientifico da divulgare ai loro lettori. Per la verità mi è già capitato in passato di scrivere post inquadrabili nel filone divulgativo, ad esempio quello sul Principio di Fermat e sui dinosauri piumati. Tuttavia l'iniziativa è sicuramente lodevole, e mi sento di appoggiarla sia passivamente che attivamente, aggiungendo quindi questo post alla lista di quelli diffusi dagli altri tutori.

Come si deduce dal titolo, l'argomento che tratterò è da sempre uno dei miei più cari: l'evoluzione, e nello specifico l'evoluzione della specie umana. Si tratta di un tema che affronto spesso, e che si ritrova in una forma o nell'altra in diversi miei lavori (avete letto La staffetta o Il raccolto, per esempio?). Ora voglio parlare proprio di come l'uomo è capitato su questo pianeta, o meglio ancora di come non lo ha fatto, e lo farò partendo col dirvi che quello che vi hanno insegnato è errato.

Ok, facciamo un passo indietro: in realtà siete già abbastanza fortunati che vi sia stato insegnato che l'evoluzione esiste (non state a sentire quelli che dicono "l'evoluzione è solo una teoria", anche l'elettromagnetismo è una teoria: nel lessico scientifico teoria non è sinonimo di ipotesi), ma è probabile che il modello che avete appreso si riassuma in una storiella che parte da una singola cellula nell'acqua, diventa un globulo di cellule, poi un pesce, esce dall'acqua, inizia a camminare sulle pinne, poi mette su due zampe robuste, poi altre due, gli crescono i peli le inizia ad alzarsi sulle zampe posteriori, e infine, eccolo, è un uomo! Praticamente questa cosa qui:


Magari ricordate distintamente quell'immagine sul libro di scienze delle medie con quegli ominidi messi in fila, a sinistra una scimmia curva, poi via via un bipede sempre più eretto, qualcuno con un pezzo di pelle addosso, poi con una lancia in mano, con sempre meno peli, fino al glabro e distinto Uomo Moderno. Ecco: questo è sbagliato.

Infatti immaginare un percorso lineare che dalle prime forme di vita conduca all'Homo Sapiens di cui studiamo la storia a scuola è un errore logico, un fraintendimento che deriva da un'interpretazione superficiale dei meccanismi dell'evoluzione. Perché l'evoluzione, appunto, non è un tracciato chiaro e diretto da un punto di partenza a un punto di arrivo, anzi, non ha nessun punto di arrivo (e anche sul punto di partenza non è che si possa essere così sicuri). La specie a cui apparteniamo non è il culmine di un processo iniziato miliardi di anni fa, ma solo una delle tante istanze che si sono venute a originare a causa della combinazione di migliaia di fattori in migliaia di secoli. Per questo è errato dire che "l'uomo discende dalle scimmie": le scimmie (per quanto questa stessa definizione sia generica) non sono un gradino inferiore della scala evolutiva, perché altrimenti avrebbero ragione quei creazionisti che affermano che crederanno all'evoluzione solo dopo aver visto una scimmia che partorisce un uomo. Le scimmie sono un ramo parallelo al nostro di quello stesso albero di cui probabilmente condividiamo il fusto, ma affermare che sono i nostri antenati è falso. È chiaro che esistono organismi più e meno complessi, creature che sono la "base" da cui se ne sono sviluppate altre, ma formare una scala che implicitamente attribuisce un valore a ognuna di esse è un approccio errato. Non esistono punteggi evolutivi, che che ne dicano i videogiochi dei Pokemon, non ha senso quindi ritenere una specie superiore all'altra in termini di evoluzione.

Il comune fraintendimento non è solo di un errore logico, ma anche etico. Questa concezione infatti non è altro che l'adattamento del più ottuso antropocentrismo alle moderne teorie evoluzionistiche. L'idea che l'essere umano sia l'obiettivo finale anche in un processo disordinato e imprevedibile, è palesemente una distorsione egocentrica di qualcosa di estremamente complesso e per certi versi incomprensibile. Per capire come l'Homo Sapiens non sia la punta di diamante dell'evoluzione basta pensare che, nel corso della storia, più specie di ominidi hanno convissuto: è il caso noto dei Sapiens e Neanderthal, ma anche in epoche ancora più remote è probabile che più "versioni" dell'uomo si siano trovate a vivere contemporaneamente sul pianeta.


Concludo la piccola lezione ammettendo che questo stesso pezzo non è scritto in termini rigorosamente scientifici, che il tema è complesso e che ci sarebbero centinaia di sfumature e teorie da includere in questo discorso, ma l'intento non era certo quello di fornire un valido supporto di tipo scientifico, quanto dare uno spunto iniziale per far consocere qualcosa che forse troppo spesso diamo per scontato, e magari far scoppiare quella scintilla di curiosità che vi farà venire voglia di scoprirne di più.

Coppi Night Special 20/03/14 - Transcendence

Come accade ogni tanto, per la sera di Pasqua invece della classica pizzefilm casalinga il Coppi Club ha deciso di fare una sessione in esterna, anche perché le pizzerie sono chiuse. E con la prospettiva di vedere The Winter Soldier o Transcendence, alla fine è stato scelto questo. Era un film di cui avevo sentito parlare, di chiaro stampo fantascientifico, e ritenevo che la storia potesse essere interessante.

Sbagliavo.

Provo a riassumere, e da qui in poi non avrò riguardo per gli spoiler, quindi beware. Johnny Depp è Will Caster, un programmatore che ha dedicato anni della sua ricerca alla creazione di un'intelligenza (e una coscienza) artificiale. Questo gli ha attirato le antipatie di alcuni gruppi neoluddisti (praticamente quello che succede quando la gente che scrive su Facebook "get a life, the world is out there" si organizza) che infatti a una conferenza gli sparano con proiettili radioattivi (mica male per dei luddisti!) e ne determinano quindi una morte prevista nel giro di qualche settimana. Con questa prospettiva, Caster assistito dalla moglie (anch'essa programmatrice, a quanto ci viene detto, anche se non si capisce quale sia il suo apporto alla ricerca) e da un amico/collega, decide che vale la pena provare a trascrivere la propria personalità all'interno del gigantesco computer autocosciente che già hanno progettato (sì, appunto, un'AI ce l'avevano già). L'operazione riesce, e così Caster si ritrova "scritto" dentro un server quantistico. Con l'aiuto della moglie, e nonostante i neoluddisti lo stiano ancora cercando, riesce a diffondersi in rete ed accedere praticamente a qualunque computer, network e server del globo. Da qui le sue possibilità diventano quindi infinite, e infatti dopo aver risolto la sua prima priorità (i soldi!), progetta un'intera città da lui controllata in cui condurre le sue ricerche, che includono straordinari avanzamenti nanotecnologici, superfertilizzanti e innesti cibernetici wireless. Caster si sta quindi creando un esercito, dicono i luddisti e l'FBI, così per buona norma iniziano a bombardarlo, e la guerra esplode tra le fazioni, se non che il nuovo dio-computer ha praticamente il controllo di un plotone di T1000 (umani velocissimi e fortissimi che si rigenerano dalle ferite). I suoi vecchi amici, sua moglie inclusa, comprendono che ormai Will è "andato troppo oltre", quindi progettano un virus per annientarlo, e ci riescono, con pesanti conseguenze per tutta la civiltà.

La storia può sembrare anche interessante, il problema è che presenta dei plot hole e delle incoerenze mostruose. Intanto, appunto, un'AI esisteva già prima dell'upload di Caster. Ma anche ammettendo che quel supercomputer non avesse le "emozioni" necessarie a renderlo abbastanza intelligente, e che solo la tracrizione di un essere umano potevano dargli, il risultato dell'operazione non è affatto una trascendenza: la singolarità tecnologica infatti (che viene esplicitamente nominata all'inizio del film) non ha niente di trascendente, perché il potere del Caster digitalizzato non sta nel suo immenso potere di calcolo e nella capacità di pensiero che trascende interamente quelle umane, ma si manifesta in maniera strettamente fisica, grazie alla conveniente invenzione delle nanomacchine che gli permettono di ridare la vista ai ciechi, far camminare gli storpi e controllarli a suo piacimento. Quello che vediamo non è quindi un umano trasceso, ma un computer parecchio attaccato alle sue componenti materiali, tanto da farsi ricrescere alla fine un corpo nel quale muoversi. Il concetto stesso di singolarità è banalizzato e ridotto a una dimensione che fa pensare molto più a Skynet che a Vernor Vinge. C'è molta più coerenza (e drammatcità), in questo ambito, nel Bender di Overclockwise, che trascende le sue capacità e si allontana completamente dalla sua precedente natura, arrivando a prevedere il futuro ed estraniandosi dal mondo e dalle persone che conosceva prima.

Inoltre ci sono tutta un'altra serie di dettagli che non quadrano. A poche ore dal suo upload, Caster è in grado di localizzare tutti i componenti del gruppo neoluddista e farli arrestare, dimostrando il suo completo controllo delle banche dati di tutto il mondo, ma questo non gli permette di prevedere i successivi attacchi, nonostante dovesse sapere con largo anticipo che dalla base X un plotone di Y soldati stava per partire con Z mezzi per assaltarlo. Inoltre, una superintelligenza come la sua avrebbe dovuto senz'altro prevedere che sarebbe stato mira di attacchi (tanto più che ne aveva subiti già quando era solo umano), e questo avrebbe dovuto far salire tra le sue priorità la realizzazione di un impenetrabile sistema di difesa, che data la tecnologia a sua disposizione era perfettamente realizzabile. Questo è lo stesso problema che avevo riscontrato anche in Limitless: la superintelligenza che non pensa come prima cosa alla sua preservazione non è superingelligente. Caster poi, una volta iniziato l'upgrade dei suoi dipendenti, dimostra di poterne in pratica ricostruire e migliorare qualunque parte del corpo. Cionondimeno continua a "reclutare" persone, quando è chiaro che potrebbe in pratica creare dal nulla degli automi completamente composti di nanomacchine, come in effetti farà in seguito per ricreare se stesso. C'è anche qualche serio dubbio sulle modalità per cui un virus inoculato nel sangue di sua moglie possa in effetti contaminare il suo codice, e solo una volta entrato in contatto con il suo avatar fisico, che appunto dovrebbe essere solo una manifestazione, ma non la sua reale natura né il fulcro essenziale del suo essere, che risiede nei server quantistici venti piani sottoterra. Ah, giusto, il tutto viene ospitato su server quantistici, perché per far capire che sono computer più potenti di quelli attuali bisognava pur metterci una parola che significa tutto e niente, non si abbia a pensare che un'AI possa girare su Linux. E tutto questo anche senza considerare i mogi orpelli tecnici con cui la trascendenza è mostrata, con Will che una volta scritto nel comptuer ha la necessità di comporre la sua immagine sullo schermo per parlare con sua moglie, con tanto di stringhe di codice inutili che scorrono ai lati del suo volto. Perché, viene da chiedersi, se sei un'AI onnipotente, dovresti preoccuparti di far scorrere queste linee di testo ai margini della tua vecchia immagine umana, che comunque stai proiettando presumibilmente a solo beneficio delle persone con cui stai parlando?

Tutti questi elementi rendono la trama estremamente superficiale e qualunquista. A differenza di Her (che forse vi è sfuggito ma avevo recensito si Il Futuro è Tornato), con il quale il paragone viene abbastanza facile, qui lo sviluppo dell'intelligenza artificiale è tuttaltro che imprevedibile ed esponenziale, perché in realtà tutto quello che digi-Caster fa è mettere a punto due o tre tecnologie che lo legano ancora di più alla dimensione umana, piuttosto che affrancarlo da essa. Il messaggio che ne emerge poi è la solita morale dei limiti che non possono essere superati, dell'uomo che vuole sostituirsi a dio (come fa notare uno dei terroristi nelle prime scene, e diamine, aveva ragione lui!), e la constatazione che se sei superintelligente diventi anche superstronzo, che i sentimenti umani sono la cosa più importante e che la cosa che più di tutte deve essere salvaguardata è la propria natura fisica. Cuore batte cervello, nerds! Sarebbe questa la trascendenza?

Coppi Night 13/04/2014 - Dagon

È sempre un piacere accogliere uno di queli film sobaditsgood, che di solito sono horror rabberciati prodotti in Paesi poco riconosciuti per le loro abilità cinematografiche. Il caso precedente infatti era Troll 2, produzione italiana che ha segnato la storia come "best worst movie ever". In questo caso invece ad adattare il racconto di Lovecraft (!!!) ci pensa un'equipe spagnola, e i risultati non si fanno attendere.

Non voglio rovinare la visione, ma non c'è nessun pericolo nel rivelare che la storia è il classico "villaggio corrotto", in cui gli abitanti nascondono un segreto, che (come si scopre presto) è il culto verso una divinità pagana (il Dagon del titolo) che promette a tutti la vita eterna nell'oceano, che per essere ottenuta richiede necessariamente la lenta tramutazione in pesci. Abbiamo così i nostri sprovveduti eroi (che dovrebbero essere americani, ma lo sono solo perché lo dicono loro stessi) che si trovano isolati proprio in questo buco di mondo e si accorgono troppo tardi che qualcosa non va, quando ormai hanno contro tutta la deforme e afasica popolazione. Il finale mi è sembrato lo stesso della serie Mario, ma bisogna riconoscere che sia il racconto di Lovecraft sia questo film gli sono antecedenti, quindi o si tratta di un finale banale o il team di Maccio Capatonda ha pescato a piene mani negli archetipi dell'orrore.

Ora, la storia in sé ha sicuramente dei risvolti inquietanti, se la si pensa per come può averla pensata e scritta Lovecraft: gli umani semimutati, goffi e viscidi, che venerano un dio del mare (peraltro molto più pragmatico delle divinità cristiane), e scuoiano gli sparuti visitatori che gli capitano a tiro, può causare un brivido o due. Lo farebbe se il film, in ogni sua parte, non risultasse involontariamente comico, quasi parodistico. Dai dialoghi forzati, alle sequenze inutili, ai comportamenti improbabili, le inquadrature dubbie: tutto concorre per screditare a ogni minuto il presunto terrore che il film dovrebbe suscitare. Eppure questo è anche il punto di forza del film, perché proprio grazie a questa continua corsa agli armamenti di ridicolezza si è continuamente stimolati (a colpi di risate) a seguire con attenzione il film, e arrivati alla fine ci si può ritenere soddisfatti. La componente splatter non è determinante, anche se la scena dello scuoiamento del vecchio (che a quanto pare è morto davvero, visto che il film è dedicato a lui) è abbastanza forte, per il livello medio di quello che si vede prima.

C'è un altro particolare piuttosto insolito degno di nota: io ho visto la versione italiana, quindi non so se l'originale (in inglese o spagnolo che fosse) fosse stato concepito diversamente, ma alcuni personaggi parlano unicamente in spagnolo, senza alcun tipo di sostegno alla comprensione (sottotitoli, altri personaggi che fanno da interprete, ecc). E non mi riferisco al tizio casuale che passa per la strada e saluta il vicino di casa, ma a personaggi che parlano per far progredire la storia, e che quindi è cruciale poter comprendere. Mi chiedo come mai non siano stati doppiati o tradotti: se il film è girato in spagnolo, in effetti tutti parlano la stessa lingua, ma se invece è in inglese, questi parlano ugualmente in spagnolo, e pertanto non sono stati tradotti? Ma perché fare un ascelta del genere, soprattutto se il film si rivolge a un target internazionale (un anglofono capisce molto meno lo spagnolo di un italiano)? Altri misteri di cui solo i Grandi Antichi  conoscon la risposta...

Futurama 7x22 - Leela and the Genestalk

Da quando si è scoperto che Leela non è un'aliena, ma un'umana mutata discendente dai mostri che abitano nella sub-New York delle fogne, il suo personaggio ha guadagnato tutta una serie di nuovi scenari verso cui svilupparsi, dall'impossibilità di vivere coi genitori alla causa per la liberazione della sua gente (culminata nel memorabile 100° episoio), fino alla scoperta di sue nuove disgustose mutazioni tenute nascoste. In questo episodio la situazione di partenza è ancora quella, perché Leela scopre di essere affetta da squidification, una malattia gentica (evidentemente derivante dalla madre) che porta il suo corpo a sviluppare una serie di tentacoli. La malattia è irreversibile e incurabile, per cui dopo la diagnosi Leela è costretta ad abituarsi all'idea di "seppizzarsi" completamente e perdere per sempre quel collegamento pur traballante che la faceva ancora considerare umana. Non si rassegna però Fry, che deciso a non lasciar trasformare la sua adorata in un mostro, va alla ricerca di una cura miracolosa, e se ne torna in effetti con dei fagioli magici. Ovviamente tutti lo redarguiscono per la sua ingenuità, per essersi fatto fregare ancora una volta, ma una volta gettati via i fagioli giganti iniziano effettivamente a germinare, e questo conduce quindi alla storia vera e propria, che si svolge in una inedita fortezza voltante della Momsanto, la divisione di ingegneria genetica dell'impero industriale di Mamma.

Il parallelismo con la favola della pianta di fagioli magici è evidente fin dal titolo, quindi non bisogna stupirsi di vedere la storia che si svolge in un castello tra le nuvole, e che comprende un gigante con la sua abitazione delle dovute proporzioni. A prima vista ci si trova davanti a fenomeni descrivibili come "magici", ma bisogna ricordare che Futurama è una serie di fantascienza, per cui applicando la Terza Legge di Clarke si ottiene che ciò che sembra magia è in realtà una tecnologia sufficientemente avanzata, e così si dimostra anche in questo caso. Da notare che "il tentacolo" si manifesta ancora, e si conferma così uno degli accessori anatomici preferito dagli autori, tanto che lo si vede davvero spesso: da Zoidberg a Yivo, da H.G. Blob a Munda Turanga. Dal punto di vista dello humor si hanno alti e bassi, e le sequenze più divertenti sono probabilmente nell'introduzione (soprattutto quando Fry si reca al mercato rionale), ma come un po' tutte le storie incentrate su Leela non ci sono situazioni estremamente assurde e diverenti, né idee di fondo particolarmente intriganti.

In realtà la puntata cerca di calcare l'accento sul tema dell'ingegneria genetica, e sulla possibilità di stabilire un confine tra come e quanto è lecito intervenire nel codice della vita, se l'uomo può "giocare a fare dio" eccetera. Il problema è che in effetti questo argomento emerge solo nella brevissima sequenza di chiusura che vede il confronto finale tra Leela e Mamma, mentre il resto dell'episodio si è soprattutto concentrato sulla parte avventurosa/favolistica. L'equilibrio quindi non è perfetto, e il messaggio finale ne esce privo di parte del suo valore. Ma quello che forse manca maggiormente è qualche forte motivazione dei personaggi. Leela infatti, profondamente turbata dalla sua trasformazione, non esita ad avventurarsi sulla pianta magica, così come Mamma, da sempre antagonista perfido e vendicativo, sembra qui muoversi a metà tra il capitalismo e la filantropia, mostrandosi fin troppo disponibile ad aiutare il prossimo senza un immediato ritorno personale (tranne, forse, il solo gusto di avere ragione). L'unico a suo modo coerente è Fry, che preoccupato per la sua compagna non perde tempo a lanciarsi al suo inseguimento, pur non sapendo niente di quanto le è successo. Ma, beh, lui è Fry, è normale che agisca così. L'episodio quindi manca il bersaglio, esprimendo il suo senso più profondo solo come chiosa finale, invece di svilupparlo, e tratta i suoi protagonisti con una certa superficialità. Per questo credo di non potergli assegnare più di un voto 5/10.

Rapporto letture - Marzo 2014

Altra mesata dedicata quasi interamente alla fantascienza, seppur declinata in varie forme e contaminata con tematiche differenti, più o meno equamente divisa tra autori italiani e stranieri.

Più riguardo a Millemondi Estate 2013: Il fantasma di LaikaIl primo libro del mese è una delle periodiche raccolte di David G. Hartwell, lo Year's Best SF 17, trasposto in Italia da Urania con il titolo Il fantasma di Laika. Come sempre questa raccolta annuale offre una serie di racconti di buon livello (come è giusto aspettarsi da un best of) di autori più o meno noti. Tra questi poi non sono in molti a spiccare, visto che non si trovano idee eccezionalmente originali o storie assolutamente sconvolgenti. Da segnalare in questo lotto sono probabilmente La cosa più vicina, un racconto lungo che tratta in modo profondo (ma alquanto ambiguo) il tema della progettazione di un IA, mentre diverse altre storie interessanti trattano della civilità successiva al tracollo ambientale. Un particolare da notare è come molti dei racconti qui inclusi sono stati originariamente pubblicati solo online, e la loro inclusione nello Year's Best è di fatto la prima versione cartacea. Fa riflettere il fatto che nel campo della letteratura internazionale lavori usciti online o in cartaceo siano sostanzialmente equiparati, mentre qui da noi, ogni volta che si pensa a un premio o una menzione, un'opera online (ma anche un e-book vero e proprio) sia di fatto considerato inesistente. Eppure a quanto pare, un buon numero di ciò che compare sulle testate digitali poi finisce nel meglio dell'anno: vorrà dire qualcosa? Voto: 7.5/10

E visto che si parla di editoria (solo) digitale, tra un tomo e l'altro ho infilato pure due e-book di autori italiani. Il primo è I Robot di La Marmora, primo capitolo di una trilogia di Alessandro Girola, blogger e selfpublisher piuttosto noto per essere stato nominato tra i 10 più interessanti secondo il sondaggio di Wired Italia. Si tratta di una storia ucronico/steampunk, in cui la divergenza storica sta nell'atterraggio di un contingente di alieni (i Nekton) in Europa alla fine del 1800. Le nazioni europee già in lotta tra loro hanno così attinto dalle tecnologie messe a disposizione dagli alieni, aggiungendo al loro arsenale potenti macchine da guerra tra le quali mecha chiaramente ispirati agli anime classici (io non li conosco granché, ma quella roba tipo Gundam e Goldrake, capito?). La storia è ben contestualizzata, con parecchi riferimenti a fatti e personaggi dell'epoca (illustrati nelle note), tuttavia sembra mancare qualcosa, al di là degli epici scontri tra mecha e creature aliene. Inoltre mi sono trovato a cogliere fin troppe affinità con la serie di Leviathan di Scott Westerfeld. Non sto parlando di plagio, anche perché l'autore chiarisce fin da subito le influenze riversate nel libro (da Invasione di Turtledove a Pacific Rim), tuttavia quando di scopre che le due fazioni di alieni si dividono in quelli che usano tecnologie meccaniche e biologiche sembra proprio di trovarsi di fronte a Darwinisti e Clanker. La cosa emerge ancora di più quando gli alieni attaccano a bordo di un'ammiraglia che è una grossa balena, e in una frase questa viene chiamata "il leviatano"! Westerfeld non è stato citato nelle influenze, quindi non credo che l'autore conoscesse Leviathan (che poi è ambientato all'epoca della Grande Guerra, quindi sono sotanzialmente contemporanei), però trovare così tanto coincidenze ha smorzato parecchio il gusto della lettura. Voto: 6.5/10

Il secondo e-book italiano è La polvere del tempo di Daniele Picciuti, pubblicato dal nuovo e agguerrito e-editore La Mela Avvelenata. Si tratta di un racconto di media lunghezza ambientato in una Roma postapocalittica, anche se, a dirla tutta, non ho capito di preciso di che entità fosse l'apocalisse in questione. La storia segue la giovane protagonista nel suo quotidiano percorso di sopravvivenza, che comprende sciacallaggio, fughe e resistenza ad aggressioni e tentativi di stupro. Tutto regolare fino a quando non si decide a scappare dalla città, e si stabilisce sulla spiaggia dove fa una scoperta sconvolgente. Ora, per la verità, io non ho capito così bene in che cosa sia rivoluzionaria questa scoperta finale. O meglio, si intuisce qualcosa, ma mi sembra che tutto sia lasciato piuttosto nel vago, quasi nel mistico, e avendo da poco finito di vedere Battlestar Galactica mi viene quasi spontaneo fare dei parallelismi. Insomma, alla fine sembra che manchi qualcosa, che la storia lasci fin troppi particolari sottintesi, quasi come se un racconto molto più ampio fosse stato pesantemente sforbiciato per ottenere questo. Voto: 6/10

Più riguardo a XeeleeTorniamo quindi all'appuntamento con Stephen Baxter e la sua saga degli Xeelee. Il terzo romanzo dell'omnibus è Flux, che come Raft è una storia a sé stante, parallela a quella principale dello scontro universale tra Xeelee, umani, photino birds e tutte le altre specie senzienti. I protagonisti di Flux sono delle creature che si autodefiniscono umani, ma sono versioni in scala microscopica (in senso letterale, un uomo è alto 10 micron) adattati per vivere sulla superficie di una stella. La stella in sé ha tutto un suo ecosistema, con flora, fauna e cicli ecologici, nel quale gli umani sono stati inseriti a forza per uno scopo preciso. Questo scopo però è stato dimenticato, ed è solo quando i glitch della stella minacciano di destabilizzare il delicato campo magnetico che permette la vita degli umani che qualcuno inizierà a cercare una risposta e una soluzione, scoprendo così il ruolo di questi microumani nella guerra con gli Xeelee. La storia in alcuni tratti si dilunga forse un po' troppo nel descrivere la biologia e la società di questa specie artificiale, mettendo in secondo piano la storia principale. È sicuramente interessante scoprire come Baxter sia riuscito a inventarsi un modo per sostenere la vita in un ambiente e su una scala del genere, tuttavia sembra che si sia compiaciuto anche troppo della sua immaginazione. In ogni caso niente che risulti sgradevole, soltanto qualche piccolo inceppamento nel ritmo della narrazione. Rispetto a Raft inoltre questa storia ha collegamenti anche più diretti con il contesto complessivo, per cui si incasella meglio nella saga. Voto: 7.5/10

Più riguardo a NarakaInfine si torna agli e-book italiani, con Naraka di Caleb Battiago (pseudonimo di qualche autore probabilmente già noto nell'ambiente), pubblicato da Mezzotints e pompato con intense campagne di hype, proclamato come rivoluzionario e destrutturante e inclassificabile eccetera. Allora, per quanto mi riguarda devo dire che non mi è dispiaciuto, perché la storia di fondo, pur intrecciata e non originalissima (uno dei temi principali è l'allevamento di umani da carne: soylent green, anyone?) ha comunque degli spunti interessanti, soprattutto per come riesce a mostrare un'umanità marcia, autodistruttiva, irredimibile, nella quale l'industria del cannibalismo non è che un sintomo del totale dissesto sociale. Tuttavia questo argomento di fondo viene fin troppo esasperato, e l'autore sembra spesso dimenticarsi di stare raccontando una storia per la voglia di colpire, presumibilmente scandalizzare con la descrizione accurata di sordide scene di sesso violento (anche letale) e un linguaggio esplicito e sboccato. Ora, non che a me disturbi leggere in continuazione cazzo-fica-culo-troia-sperma, ma qui sembra che il linguaggio e i temi siano forzatamente esagerati proprio per suscitare reazioni viscerali, quando appunto, a me lettore del 2014, non è certo leggendo di frullini infilati nel culo che mi sale lo sturbo. C'è quindi del potenziale, ma se non si fossero perse così tante energie a rendere il tutto "cattivo" probabilmente ne sarebbe uscito un prodotto migliore. Voto 7/10

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