Coppi Night 07/02/2016 - The Last Witch Hunter

Se questo fosse un blog di tipo diverso da quello che è, inizierei il post dicendo che questa è la prima Coppi Night che si è svolta nella mia CASA NUOVA, che pur richiedendo ancora qualche lavoro di messa in ordine, è dalla settimana scorsa abitabile e abitata, il che non è cosa da poco visto lo sbattimento degli ultimi mesi. Ma questo non è un blog di quel tipo, quindi parliamo del film.

Per quanto mi riguarda ho istintiva adorazione per Vin Diesel, probabilmente dovuta all'amore totale per Pitch Black (e in misura minore, per i seguiti). Mi rammarico solo che l'attore dedichi buona parte del suo tempo alla serie di Fast and Furious, perché i film che puntano sui motori proprio non riescono ad appassionarmi (con poche notabili eccezioni). Ma quando ho saputo che stava uscendo un altro suo film, slegato da entrambi i personaggi di Riddick e Toretto, sono rimasto fiocamente incuriosito.

Il film non si presenta male, con una premessa intrigante: il protagonista viene "maledetto con la vita", condannato all'immortalità, e per questo diventa l'unico e definitivo cacciatore di streghe in grado da solo di tenere a bada l'intera sottopopolazione di creature dotate di poteri magici. Poi chiaramente le cose si complicano, ed emerge una minaccia che il buon Vin (non mi ricordo il nome del personaggio) credeva di aver eliminato, che potrebbe annientare l'umanità e blabla, solite cose, pretesto per qualche scena d'azione.

Ma non tutto funziona perfettamente in The Last Witch Hunter. La prima cosa che a mio avviso stride sono le controparti del protagonista, che non dimostrano in nessun modo il carisma necessario per potersi affiancare alla pari a uno che per svariati secoli ha distrutto a randellate le streghe. L'alchimia tra lui e la ragazza (la Ygritte di Game of Thrones, ma anche, più memorabilmente, la protagonista di Honeymoon) appare imposta e artificiosa, per cui quando lui si preoccupa della sua sorte non c'è in realtà nessuna tensione. In effetti l'unico comprimario che poteva reggere il ruolo era Michael Caine (vabbè, hai detto nulla), ma probabilmente non potevano permettersi pagarlo per tutta la durata del film per cui la sua parte è quasi marginale. Anche lo scontro finale me lo aspettavo più epico, invece sembra concludersi in pochi minuti, anzi sembra quasi che qualcosa sia stato tagliato nella versione finale.

Infine ho trovato parecchio fastidiosi gli espliciti rimandi ai possibili seguiti, sulla linea di "ho visto cose terribili che ci aspettano", e la nuova squadra che si prepara nelle ultime scene, come a dire che sì, ehi, ci vedrete ancora, tornate presto!

Insomma, un film nel complesso godibile ma che avrebbe potuto essere molto meglio, soprattutto se doveva convincermi a vedere eventuali seguiti, ancora non confermati, per i quali al momento sarei in dubbio. Ma so che poi mi farò di nuovo convincere da Vin Diesel, soprattutto se si fa ricrescere la barba.

Zoo (stagione 1)

Un paio di post fa parlavamo di Mort(e) di Robert Repino, romanzo il cui antefatto è un'aperta guerra tra umani e le altre specie animali, seppur "elevate" e indirizzate dalle formiche. Questo mi ha fatto tornare in mente una serie tv vista un paio di mesi fa, che ha più o meno lo stesso tema, e di cui non mi dispiace scrivere due righe.

Zoo è una serie americana del 2015, basata sul romanzo di James Patterson e Michael Lewidge, andata in onda a metà dell'anno scorso e approdata poco dopo anche in Italia. Mi sono infatti imbattuto per caso nel primio episodio, trasmesso la domenica pomeriggio sui Rai4, e ne sono rimasto abbastanza incuriosito da continuarne la visione. La trama di base della serie è proprio l'inizio di una "ribellione" degli animali nei confronti dell'uomo, dapprima con attacchi inusuali ma sporadici, poi con azioni sempre più coordinate e mirate, strategicamente efficaci. La rivoluzione coinvolge ipoteticamente tutti gli animali, ma nella serie (o almeno, nella prima stagione, unica trasmessa finora) la vediamo messa in atto da mammiferi e uccelli: leoni, gatti, cani, orsi, pipistrelli, corvi, passeri e così via. I protagonisti della serie fanno parte di una squadra messa insieme appunto per studiare il fenomeno e cercare una possibile soluzione, analizzando i casi noti e intervenendo sul posto.

Di fatto, buona parte della serie consiste nel seguire il gruppo (un etologo, una guida di safari, una giornalista investigativa, un veterinario, un'agente dei servizi segreti) che saltella da una località all'altra del mondo sulle tracce delle ultime aggressioni documentate, e tenta di ricostruire quanto avvenuto per trovare indizi su come la rivolta si sta diffondendo. Naturalmente, la loro è una squadra che agisce in segreto, senza coperture ufficiali, perché la potenziale crisi non può essere resa pubblica, quindi non hanno le giornate facili.

Il fatto che parli di questa serie non significa necessariamente che mi sia piaciuta, o almeno non nel senso straordinario. Zoo è una produzione di medio livello, che soffre palesemente di qualche problema di sceneggiatura e di budget. Ma riesce a raggiungere dei notevoli momenti di assurdità che la fanno quasi tendere al so bad it's good. Faccio un solo esempio su tutti, citando la sequenza in cui, per rilevare se un animale era stato contaminato, il veterinario crea un cervello simulato usando latte di cocco perché, a suo dire, è il liquido più simile a quello contenuto nel cervello, e scaldandolo se ne ottiene una replica efficace, e quando l'ampolla scoppia hanno la prova che l'animale era infetto. Ma oltre a questo, in tutte le puntate c'è un momento di intensa drammaticità quando gli animali si organizzano per un attacco, come i gatti sugli alberi davanti all'asilo, o gli orsi che vanno in letargo per sviluppare la corazza. D'altra parte già la sigla è abbastanza eloquente (perché, ammettetelo, avete mai visto qualcosa di più inquietante di un occhio di zebra?):


Questa involontaria tendenza al comico rende la visione leggera e scorrevole, e tutto sommato anche i twist che si succedono, e concludono pressoché ogni episodio, contribuiscono a rendere la storia avvincente, nonostante le assurdità di fondo.

Per la verità non sarei in grado di riassumere di preciso cosa è successo in questa prima stagione (seguono lievi spoiler), perché non si capisce bene se gli animali si stiano evolvendo tutti insieme, o se il loro comportamento anomalo (rivelabile quando gli animali manifestano la pupilla indomita, gli si legge negli occhi!) è dovuto alla contaminazione da parte di una "cellula madre" diffusa in tutti i prodotti di una multinazionale, che infatti cerca di mettere a tacere la task force dei protagonisti. Ma devo anche ammettere che l'ultimo episodio (spoiler un po' più pesanti!) in cui la ribellione delle bestie è ormai un fatto noto e accettato, e le persone devono stare attente a uscire di casa, ha un suo fascino come ambientazione postapocalittica.

La stagione uno si conclude con un ulteriore cliffhanger, e la seconda è attualmente in produzione, quindi presto potremo sapere come prosegue la vicenda. E, nonostante sia cosciente che non si tratta della serie dell'anno, sono effettivamente curioso di proseguire.

Coppi Night 24/01/2016 - Dead Snow

Nazisti zombie! No, cioè, non so se avete capito: nazisti ZOMBIE!!! Questo è il modo in cui si presenta questo film, e uno che lo approccia ha la comprensibile pretesa di trovarsi davanti qualcosa di eclatante, esagerato, pirotecnico. E invece quello che ottiene è solo meh.

È già insolito vedere un film norvegese, quindi non si sa bene cosa aspettarsi, ma attribuire la generale fiacchezza e improvvisazione di questo film alla sua nazionalità sarebbe una scappatoia. La storia si apre nel più classico stile horror, con il gruppo di amici in vacanza che si reca in una capanna nel bosco in mezzo al niente per trascorrere alcuni giorni di baldoria. Si potrebbe aprire un capitolo a parte sul modo in cui questi ragazzi intendono la "baldoria", ma questo, forse, si può davvero attribuire a differenze culturali, quindi sorvoliamo. Nel pieno del loro divertimento, vengono prima visitati da un indigeno che gli racconta delle leggende sui nazisti, e poi attaccati dai non-morti. Questo avviene ben oltre metà film, quando abbiamo già perso abbastanza tempo a vedere sequenze inutili di interazioni all'interno del gruppo.

Quando poi la mattanza inizia, uno pensa di potersi finalmente gustare qualche bella scena di azione, ma anche qui Dead Snow scarseggia, mancando di coraggio e carisma. Le sequenze splatter ci sono (molte delle quali incentrate sullo srotolamento degli intestini), ma appaiono piatte e senza brio, come se nemmeno dei nazisti zombie si divertissero a sviscerare le vittime. E comunque tutto lo splatter del mondo non potrà mai eguagliare lo schifo di una scena in cui due ragazzi scopano mentre lui è sulla tazza del cesso a cacare. Ci sono anche diversi problemi di coerenza interna, ma a un certo punto passando in secondo piano rispetto alla noia e comunque niente che non si veda normalmente in your average horror movie.

Il tutto si svolge senza un criterio preciso, con il peccato imperdonabile di non identificare un protagonista, facendo occasionalmente baluginare uno dei personaggi per poi rispegnerlo poco dopo. E non si tratta di quelle furbizie del tipo "pensavi fosse il protagonista, invece muore!" che ogni tanto certi sceneggiatori riescono ad azzeccare, qui è proprio una sequenza casuale di cose che accadono a persone. La recitazione appare monocorde e impersonale, ma qui sono disposto a credere che una buona dose di colpa sia del doppiaggio, che a sua volta forse soffre di problemi di lip sync. Ma anche con tutte le attenuanti del caso, il risultato è pessimo.

Ho scoperto che è in produzione un Dead Snow 2, e se volete il mio consiglio, statene lontani come da un nazista zombie.

Robert Repino - Mort(e)

Prima di scegliersi il suo nome, Mort(e) si chiamava Sebastian. Sebastian viveva con la famiglia Martini, una coppia con due figli e qualche problema di relazione, ma lui non lo sapeva. Passava tutto il suo tempo in casa, osservando l'esterno solo dalle finestre. Aveva un'amica, Sheba, che veniva a trovarlo occasionalmente, e con cui condivideva i suoi posti segreti, dormendo l'uno accanto all'altra. Ma dopo lo scoppio della Guerra Senza Nome, le cose sono cambiate. Sebastian si è svegliato, ha iniziato a capire, i Martini sono scappati, lasciandolo da solo, Sheba è scomparsa. Allora Sebastian ha abbandonato il suo nome da schiavo, e dopo essersi unito a uno squadrone di altri soldati, ha scelto il suo nuovo nome: Mort(e).

Mort(e), e Seastian prima di lui, è un gatto. Come tutti gli animali è rimasto coinvolto nella Guerra, quella che le formiche hanno scatenato contro l'umanità, dopo millenni di pianificazione. Uno dei loro primi atti è stato quello di diffondere un ormone in grado di elevare l'intelligenza delle bestie, quelle più comuni e vicine all'uomo, donando loro la consapevolezza del loro stato di schiavitù, e impiegandole come esercito. Gli animali cambiano nel corpo e nella mente, diventano bipedi e crescono, sviluppano il pollice opponibile, acquisiscono memoria, intelletto e coscienza. Il messaggio della Regina è diffuso chiaramente a tutti: ribellatevi, eliminate i padroni. E per i padroni, gli umani, non c'è niente da fare. La Guerra Senza Nome è rapida e devastante, e nonostante poche sacche di resistenza, della civiltà umana rimane poco, sostituita gradualmente dalla zootopia degli animali di specie diverse che convivono pacificamente.

In tutto questo, Mort(e) è il personaggio centrale per entrambe le fazioni: eroe di guerra per gli animali, messia per gli uomini sopravvissuti. Mort(e) compie il suo dovere, ma non è convinto dagli ideali della guerra agli umani. Il suo unico obiettivo è ritrovare Sheba, portare a compimento quella promessa che le aveva fatto di proteggerla sempre. C'è in questo una traccia di nostalgia dei tempi andati, quando il mondo era piccolo e lui ne capiva così poco. Ma c'è anche dell'altro: Mort(e) capisce che la liberazione degli animali è solo uno strumento, forse un esperimento della Regina, e che le sue promesse non saranno mai mantenute. L'EMSAH, il virus diffuso dagli umani che fa impazzire gli animali, non è quello che sembra, perché lui lo ha visto. Lui sa. E la Regina sa che lui sa, perché la Regina vede tutto.

Questa è in sostanza la trama di Mort(e), romanzo d'esordio di Robert Repino, autore di cui non avevo mai sentito parlare prima, e in cui mi sono imbattuto tra le segnalazioni di testi di fantascienza più interessanti dell'anno scorso. Vista così sembra una storia scontata e sconclusionata: animali parlanti e la natura che si ribella, gli uomini puniti per la loro arroganza. Niente che non si sia già visto nei post dei gruppi vegani estremisti. Tuttavia, questa è solo la superficie. Mort(e) è un romanzo complesso e profondo, che parte dalla guerra tra uomini e animali per affrontare temi vasti e articolati. In effetti, la guerra non è l'evento centrale della storia, e si conclude nei primi capitoli, portando presto l'attenzione sul seguito, quando la popolazione umana è ormai decimata e gli animali stanno prendendo il loro posto in superficie, sotto la guida onnipresente della Regina dal sottosuolo.

I personaggi che affiancano Mort(e) nella narrazione sono delle specie più varie, e di ognuno di questi conosciamo la storia, a un certo punto: Culdesac la lince, Wawa il cane, Bonaparte il maiale, Imenoptera Unus la formica regina. Questi tasselli compongono la storia vista da una pluralità di voci, rendendola tridimensionale e di interpretazione non così immediata. Ne deriva che Mort(e) non è, come ci si potrebbe aspettare, un romanzo sul rispetto della Natura, ma nemmeno una distopia alla Fattoria degli animali. Gli animali antropomorfi che popolano il romanzo sono fin troppo simili a noi per non poterci riconoscere: degli uomini mostrano le stesse incertezze e debolezze, e a volte loro stessi se ne rendono conto. C'è sicuramente un messagio anti-specista in questo libro, ma non è l'unico. C'è anche una riflessione su cosa ci differenzia gli uni dagli altri, e cosa invece ci rende affini. Si parla di religione, che può salvare o può distruggere, e che spesso sono le singole persone (inteso in senso ampio: persone umane e non) a seguire su una delle due strade. Si parla anche di amore, quello che la Regina cerca di comprendere, e di dedizione, quella che spinge Mort(e) a cercare Sheba fino all'ultimo, pur non sapendo se sia ancora viva, se sia cambiata o rimasta un normale cane quadrupede.

Forse, lo ammetto, Mort(e) mi ha colpito tanto perché l'ho letto in un momento particolare. Da pochi mesi infatti ho acquisito un gatto (vi risparmio La storia di Opel per il momento), e mi sono trovato a immaginare cosa penserebbe di me in una situazione del genere. Mi vedrebbe come il suo schiavista o come un padre benevolo? Pur sapendo di aver fatto tutto il possibile per il suo bene, lo sto di fatto recludendo, e proprio come Sebastian, lo castrerò per rendergli la vita più facile. Mi sono quindi detto che, se un giorno un Opel bipede e antropoide mi puntasse contro un fucile, non credo che potrei biasimarlo. Ma questa è una considerazione personale, che forse mi ha reso più partecipe del romanzo ma non incide sul giudizio complessivo.

Mort(e) è uno dei libri più coinvolgenti che abbia letto negli ultimi mesi. Grazie ai suoi personaggi forti, ben caratterizzati, e a una storia lineare ma incisiva, mi ha tenuto più volte appiccicato al kindle oltre l'orario limite per la lettura. Il che, per un libro con animali parlanti, non è affatto male. Naturalmente, non lo si trova in italiano, ma potete leggerlo in lingua originale, nella sua edizione cartacea e digitale pubblicata da Soho Press.

Gandalf Web Radio 004 - Il mio primo podcast!

Scommetto che questa non ve l'aspettavate. Beh, io non me l'aspettavo, questo è sicuro. La cosa è stata improvvisa e imprevista: qualche settimana fa mi è arrivato l'invito per partecipare a un podcast, da parte di Federico Galdi, autore fantasy che ha iniziato con Nytrya una saga pubblicata da Plesio.

Federico ha da alcuni mesi aggiunto sul suo blog la rubrica Gandalf Web Radio, un podcast dedicato ad argomenti tipici del fantasy e della narrativa. Ma, oh, aspè, si parla di fantasy, checcestoaffà io? No, ecco, nello specifico, questa puntata era dedicata a un tema un po' diverso: Lo Zen e l'arte della fantascienza italiana.

Gli ospiti della puntata, oltre a me, sono Stefano Andrea Noventa, autore che conosco e che balzella agilmente tra fantascienza e fantasi, e Sergio Giardo, fumettista di grande rilievo nel panorama italiano. Nel corso della trasmissione abbiamo parlato delle nostre esperienze con la fantascienza, sia da lettori che da autori, del rapporto con il fandom, la percezione del genere... e anche del Risveglio della Forza, sì.

Essendo il mio primo podcast non ero adeguatamente attrezzato, per cui il mio chiaramente è l'audio meno nitido e con più ritorno... comunque probabilmente le cose più interessanti da sentire non sono le mie. Ecco qui i tre quarti d'ora spremuti dalle due ore circa di chiacchiere di un venerdì sera.




Limiti tecnici a parte, mi sono divertito molto e mi auguro che in futuro si possa ripetere qualcosa di simile, ringrazio quindi Federico per l'invito e l'immane lavoro. Buon ascolto, e ricordate di recuperare anche le puntate precedenti del podcast!

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