La stanza profonda dentro il salotto buono

Sabato scorso sono stato al Pisa Book Festival da cui ero mancato da un paio di anni, e ho partecipato con interesse a un panel, il primo che ho trovato: un incontro con Vanni Santoni per parlare del suo libro La stanza profonda. Era uno di quegli incontri obbligati dalle scuole, inserito nel contesto di una qualche iniziativa di promozione culturale per i ragazzi delle superiori, e la sala era occupata praticamente solo da studenti dai quattordici ai diciotto anni, mese più mese meno. Esclusi professori e accompagnatori, credo di essere stato l'unico ad assistere al panel di mia iniziativa. Il tema mi sembrava comunque abbastanza attuale da voler assistere, visto che di Vanni Santoni e del suo ruolo di "ambasciatore della cultura nerd" sentivo parlare già da qualche mese.

Premetto che non ho letto La stanza profonda, che mi si dice essere un testo quantomeno valido, né altre opere di Vanni Santoni, anche se ho una certa curiosità per Muro di casse, in cui l'autore parla della cultura dei rave techno clandestini dei primi anni 90. Non parlerò quindi del libro in sé ma del suo impatto sull'ambiente culturale italiano.

La stanza profonda tratta essenzialmente di due argomenti di base: il gioco di ruolo e la provincia. Il secondo tema è perfettamente in linea con quelli di un libro arrivato in finale allo Strega, ma il primo mica tanto. Nchessenso "giochi di ruolo"? avrà detto uno degli esimi giurati del Premio quando si è visto arrivare il libro davanti. In una parola: Dungeons & Dragons. Il gioco di ruolo inteso proprio come attività ricreativa di gruppo, in cui ogni patecipante interpreta un personaggio e si muove in un mondo immaginario seguendo le indicazioni di un master che crea la storia e l'ambientazione. Santoni nel libro riporta in parte quella che è stata la sua esperienza, e come il gioco di ruolo abbia accompagnato la sua crescita dai dodici fino ai quarant'anni suonati, costituendo un potente collante nei rapporti con gli amici di sempre. Una visione romantica, un po' nostalgica come lo è ogni volta che un adulto guarda alla sua infanzia, ma non autoindulgente. Personalmente non ho mai giocato di ruolo, nemmeno online: la mia esperienza si limita a qualche RPG giocato sul computer (Baldur's Gate, Might and Magic, Diablo), ma quando avevo interesse per questo tipo di attività non esistevano connessioni capaci di reggere una sessione di gioco multiplayer, e quando la tecnologia lo ha reso possibile non ero più interesato io. Poco male, il punto non è se e come i giochi di ruolo abbiano davvero un valore formativo. Quello che mi interessa è come Dungeons & Dragons venga ora percepito materia di studio, argomento meritevole di ricerca e quasi quasi anche di un Premio Strega.

Insomma, come funziona davvero questo sdoganamento della cultura nerd.

Se ne sta parlando tanto in molti ambiti, soprattutto all'interno di chi quella sottocultura l'ha vissuta e animata fin dall'inizio, all'epoca in cui nerd era l'etichetta in grado di garantire la verginità fino ai 30 anni. Molto è stato già detto, ma la mia esperienza a questo incontro mi sembra interessante perché ho visto il modo in cui i giovani studenti si approcciano all'argomento: un vero e proprio confronto tra generazioni, i nerd storici contro le possibili nuovi leve del movimento.

Ma l'approccio dei ragazzi si è rivelato tutt'altro che leggero. Formale, distaccato, analitico. Certo, bisogna sempre tenere presente che sono studenti probabilmente costretti a partecipare a questo evento, che si trovano a intervistare e interagire con uno Scrittore, e una certa soggezione è perfettamente giustificabile. Ma non è tanto nell'atteggiamento mostrato, quanto nei contenuti che sembravano cogliere o voler imporre al libro di Santoni ad avermi perplesso. La loro lettura de La stanza profonda è stata una ricerca di un significato profondo, di allegorie e critica sociale, una rincorsa all'artisticità che deve esserci in un libro.

Sono ben consapevole che questa impostazione non se la sono inventati i ragazzi. Ci mancherebbe altro che un adolescente analizzi di sua iniziativa un romanzo contemporaneo per trovarne le figure retoriche. È ovvio che questo modo di esaminare il testo è stato a loro suggerito dagli insegnanti. Ed è qui la stortura di base che mi è saltata gli occhi: il gioco di ruolo, come Santoni stesso dice, era un fenomeno nato dal basso, un'espressione della cultura di massa estranea alle élite e trascurata nel migliore dei casi, fraintesa negli altri, sia dall'ambiente culturale che dai media. Ma adesso, grazie a una serie di circostanze che sarebbe troppo complesso affrontare qui, la prospettiva sta cambiando. Il gioco di ruolo, ma più in generale la cultura nerd, sono diventati oggetto di analisi da parte di chi la Cultura la fa di mestiere. L'élite se ne è appropriata, e ha iniziato a trattarla con gli strumenti con cui affronta ogni tema.

Non sto dicendo che Vanni Santoni sia il responsabile di questo trattamento, né che fosse sua intenzione suscitare questo tipo di attenzione da laboratorio. Anzi, è evidente che la sua passione e il suo coinvolgimento siano genuini. In un articolo scritto dopo l'ultimo Lucca Comics, sul suo blog Mauro Longo parla di Santoni come di un possibile leader capace di riscattare la cultura nerd agli occhi del grande pubblico. E anch'io credo che lui potrebbe riuscirci e lo farebbe col cuore. Ma non è lui il problema, e nemmeno il "grande pubblico". Il nemico è lo stesso che avevano i nerd trent'anni fa: l'estabilshment. Il Sistema che se non può comprenderti, ti imbriglia. Ti digerisce in modo da assimilare quanto gli è utile, ed espellere il resto.

L'ho percepito nelle domande che gli studenti, incoraggiati dai professori, hanno rivolto all'autore. E ho notato anche le sue risposte evasive, tese a minimizzare l'impatto Artistico e Sociale di quello di cui si stava parlando. Scambi del tipo:
D: Quindi il gioco di ruolo è anche una lezione di vita?
R: Lo è stato per me in quel momento, ma tutto può essere una lezione di vita.

D: Quindi giocando online si perde il vero valore che sta dentro il gioco di ruolo?
R: In tutti i periodi di transizione si perde e si guadagna qualcosa, e oggi viviamo in un periodo di transizione verso l'era digitale.
Questo desiderio di vedere per forza il risvolto sociale, storico, attuale, attinente alla vita reale e alla Cultura, è lo stesso atteggiamento che ha portato in origine i giochi di ruolo e tutto quanto vi ruota intorno a essere considerati come lo erano. Ora possono aver guadagnato lo status di "fenomeno culturale" ma questo non significa che se ne tragga lo spirito, l'idea fondante.

Rispondendo alla domanda in cui spiegava il titolo del libro, Santoni spiegava che "la stanza profonda" è in senso letterale la cantina dove si ritrovava coi suoi amici a giocare a D&D, ma che questo ritrovarsi nel seminterrato assumeva anche una connotazione diversa: i ragazzi dovevano svolgere questa attività quasi di nascosto, nella stanza più lontana e inaccessibile rispetto al salotto di casa, dove invece si compivano tutti quei rituali di affermazione di una società medio-borghese che scimmiottava le abitudini dei nobili di un secolo prima.

La mia impressione è che nemmeno adesso si possa giocare apertamente nel salotto: la stanza profonda si è trasferita dentro il salotto buono, ma è ancora un ambiente separato. Il gioco di ruolo e tutta questa sottocultura nerd è ora a portata di mano, e può essere osservata e discussa con il distacco e la curiosità con cui si studia un formicaio. Ma non se ne fa parte, non la si comprende nelle sue motivazioni e origini.

Non voglio che questo ragionamento suoni come un banale "ai miei tempi era diverso", anche perché come ho detto ai miei tempi manco giocavo di ruolo, come non lo faccio ora. E non voglio nemmeno accusare le nuove generazioni di superficialità e disinteresse, anzi. Certo durante l'incontro c'era chi chiacchierava e stava attaccato al telefono, ma in fondo sono adolescenti ed è normale che mostrino poco interesse per attività imposte dall'alto. Io stesso a quell'età prendevo gli incontri con gli "ospiti" a scuola come occasione per saltare ore di lezione; diamine, anche andare ad Auscwhitz per me è stata poco più di una gita sulla neve, quando avevo diciassette anni. Ma non sono i giovani il problema, è l'ambiente che li indirizza e insegna loro cosa è importante e come lo si affronta. E la risposta è: sempre nel solito modo. È curioso notare come la persona in tutta la sala che si è data più da fare con le foto all'autore e ai ragazzi (a volte richiamandoli per farli mettere in posa), senza prestare attenzione a una sola parola di tutto ciò che veniva detto, era una delle professoresse accompagnatrici.

Avrei voluto rivolgere una domanda in questo senso a Vanni Santoni. Chiedergli se lui ci crede davvero, anche se mi rendo conto che la sua è una posizione un po' scomoda. Purtroppo non c'è stata occasione perché il panel si è protratto oltre l'orario prestabilito e ci hanno mandato fuori in fretta per far spazio all'evento successivo. Santoni è stato circondato per i selfie, io mi sono allontanato, e nelle ore seguenti che sono rimasto al Book Festival non l'ho più visto.

A proporre il primo selfie, naturalmente, c'era quella prof.

Coppi Night 05/11/2017 - Ratatouille

Ma come, non avevi visto Ratatouille? No, non l'avevo visto. Se è per quello non ho mai visto nemmeno Apocalypse Now o Citizen Kane. Un po' alla volta cercheremo di rimediare, e a questo giro è toccato a uno dei primi film Pixar di successo.

Ratatouille, manco a dirlo, segue una ricetta perfetta. È scritto seguendo il più classico dei manuali di sceneggiatura, rispetta una struttura tipica e riconoscibile, crea conflitti e li risolve, rende i personaggi relatable e ci fa empatizzare con loro. Le tematiche di fondo sono comuni a tutti, e valgono per entrambi i protagonisti, bipedi e quadrupedi: l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra già assegnarcene uno, il tradimento delle aspettative di chi abbiamo intorno. In più, tratta un argomento non molto seguito dal cinema (la cucina), e riesce lungo il percorso a essere abbastanza divertente.

Quindi c'è poco da dire su un film del genere, che nella sua semplicità (intesa come aderenza ai principi base della cinematografia) funziona al meglio su tutti i fronti. No, ok, una cosa da dire ce l'ho: la sceneggiatura è stata scritta da Brad Bird, autore di diversi altri film di grande successo, come Gli Iincredibili (anche questo mi manca), Tomorrowland alcune puntate dei Simpson, e soprattutto Il gigante di ferro, che è una delle opere d'animazione che è stata capace di farmi piangere. Ora, vedendo quest'ultimo film si possono notare diverse affinità con Ratatouille. Per esempio, quali sono i temi di fondo nel Gigante di ferro, che riguardano sia i protagonisti organici che quelli meccanici? Così a naso direi l'inadeguatezza, la ricerca di un proprio ruolo in un mondo che sembra... ehi, ma è la stessa cosa del topo cuoco!

Esatto, ci troviamo con due storie che hanno un tema di fondo praticamente identico, eppure sfido chiunque a dire che siano uguali tra loro, o a sostenere che una volta visto Il gigante di ferro, non c'è nessuna ragione per guardare Ratatouille e viceversa. Tutto questo come efficace esempio di come sia possibile raccontare la stessa storia, trasmettere lo stesso messaggio, in modi diversi e sempre validi, mantenendo potenzialmente all'infinito l'interesse e l'intrattenimento dello spettatore. È una bella lezione di tecnica narrativa mi è balzata davanti, forse per via del mio interessamento recente all'aspetto teorico di questa disciplina.

Lo so, è una digressione totalmente slegata dal contenuto del film, ma d'altra parte quando si parla di un lavoro universalmente conosciuto e apprezzato, non avrei comunque molto da aggiungere ai chilometri di post e giorni di conversazioni già esistenti.

Rapporto letture - Ottobre 2017

Considerando che ho passato la prima metà del mese in giro per siti Maya, penso che due letture totalizzate siano un buon risultato. Una delle due è peraltro un libro che mi ero promesso di iniziare da diversi anni.

Sto parlando de La bussola d'oro, o come da titolo originale Northern Lights, il primo libro della trilogia His Dark Materials di Philip Pullman. Avevo sentito consigliare questo libro spesso, come esempio virtuoso di young adult scritto quando ancora questo termine non esisteva, e che unisce alla classica storia di formazione temi profondi sull'autoderminazione e il potere della religione. Non avendo nemmeno visto il film mi sono approcciato senza nessuna aspettativa, e sono rimasto prima di tutto folgorato dalla ricchezza dell'ambientazione. Il mondo alternativo in cui si svolge la storia, chiaramente una Terra che non è la nostra Terra, è carico di particolari interessanti: la tecnoogia, le materie di studio, gli orsi corazzati, le streghe, e soprattutto i daemon. Quello del compagno animale legato alla propria anima, una sorta di totem vivente mutaforma, è una delle idee più formidabili che mi sia capitato di leggere ultimamente. Mentre scrivo questo commento ho da poco finito di leggere anche il secondo volume della raccolta, quindi so già molto più sull'arco narrativo completo di quando ho finito Northern Lights, tuttavia posso dire che il viaggio di Lyra mi ha catturato e trascinato, anche se non sono riuscito a entrare in completa sintonia con la giovane protagonista. Per quanto determinata e brillante, in molti casi mi è sembrata motivata solo dal suo capriccio, o forse dalla profezia che si porta addosso. Questo però non toglie niente alla bellezza del percorso, mi sono trovato letteralmente attaccato alle pagine per scoprire di più su quel mondo e sapere come finisce. E qui arriva il secondo problema, perché Northern Lights non finisce, quindi è difficile da valutare per sé. Al netto quindi di quanto so già dal secondo libro, devo comunque limitarmi a un voto 7/10 per la piacevolezza di un viaggio di cui ancora non so la destinazione.

Come defaticamento prima di passare a The Subtle Knife, ho scelto uno degli ultimi titoli di Future Fiction, nello specifico il piiù recente autore italiano pubblicato... me escluso. Nicoletta Vallorani è un'autrice d'esperienza, che si è occupata di generi diversi e in Il catalogo delle vergini affronta in tre racconti diversi un tema comune, quello dello sfruttamento, in particolare delle donne e del loro corpo. Le tre storie sono indipendenti tra loro, ma si capisce che si svolgono nello stesso futuro vicino e difficilmente definibile distopico, nel senso che oggi ci sono già tutti gli indizi che potrebbero portarci a un futuro del genere, senza bisogno di catastrofi, guerre o dittatori. Donne senza identità, senza vita, o alle quali tutto ciò viene sottratto, e che trovano riscatto solo combattendo con gli stessi mezzi che dovrebbero renderle schiave. Se c'è un appunto che posso fare è che alcune parti sono fin troppo raccontate, quasi come la narrazione introduttiva di un film, e si fatica a capire quello che sta accadendo ora all'interno della toria. La qualità e drammaticità della scrittura compensa comunque questi momenti di azione sospesa, e la lettura rimane quindi densa di suggestioni. Voto: 7/10

Coppi Club 29/10/2017 - Mindhorn

Il revival anni 80 è una delle tendenze che tira di più ultimamente, vedi il successo di serie come Stranger Things, ma anche film tipo il nuovo It, e il continuo fiorire di remake/reboot di franchise di successo di quegli anni. Sappiamo tutti che finirà presto, ma come usano dire tutti i produttori di cinema, "finché dura fa verdura". E in questo solco si inserisce anche Mindhorn, action comedy prodotto da Netflix e uscito pochi mesi fa.

La storia è quella di attore in disgrazia, popolare ai tempi del poliziesco degli anni '80 (Mindhorn, appunto) di cui era il protagonista, che cerca di far sopravvivere la sua carriera nonostante la palese assenza di qualsivoglia talento, e un nome che ormai non apre più nessuna porta. Abbandonato dal suo agente, dimenticato dai colleghi, e costretto a dubbie performance nella pubblicità, coglie l'occasione di un killer che sembra ossessianto dal vecchio telefilm e dichiara di voler parlare solo con lui. L'attore viene convovato dalla polizia sull'isola di Man per collaborare alle indagini, ed è qui che mette in scena la sua nuova performance, certo dell'attenzione mediatica che il caso riceverà.

Il film si muove quindi su due piani, da una parte seguendo l'omicidio e il mistero che si nasconde dietro a questo, che va oltre un "normale" killer; dall'altra i tentativi dell'ex Mindhorn di riguadagnare la sua popolarità, rientrando in contatto con i colleghi dell'epoca, tutti passati a nuove fasi della loro vita, a differenza di lui. Il protagonista è un personaggio egocentrico e presuntuoso, convinto che il mondo debba riconoscere il suo talento. Si appoggia anche a personaggi di caratura simile, falliti che vivono delle briciole lasciate dalle altre star. La maggior parte delle gag deriva quindi da questo contrasto tra le illusioni del protagonista e la realtà di un mondo che è andato avanti per trent'anni.

Ma questo è allo stesso tempo anche il punto debole del film. Dopo la sequenza iniziale durante le riprese di Mindhorn e le prime scene che servono a capire l'attitudine del protagonista, il resto del film prosegue sempre sulla stessa strada, proponendo a oltranza le stesse situazioni. Rimane quindi difficile empatizzare con un personaggio che di per sé è odioso, e dopo mezz'ora di film non è più nemmeno simpatico. Oltre a questo, anche la soluzione degli omicidi avviene in modo del tutto indipendente dalle sue azioni, e per tutto il film è soltanto un agente passivo, capace solo di autocompiacersi.

Mindhorn avrebbe funzionato meglio se invece di durare un'ora e mezzo fosse durante venticinque minuti, una specie di mediometraggio alla Kung Fury, dove l'assurdità delle situazioni e l'incoerenza dei personaggi non pesa troppo, visto che tutto è talmente concentrato da non dare il tempo di pensare. In questa forma allungata invece tutto appare molto presto annacquato e stantio, a danno di un'idea di base valida e interpretazioni efficaci.

Coppi Night 22/10/2017 - El Bar

Ho già avuto modo di constatare in passato come i film di genere spagnoli si rivelino più interessanti di quello che si direbbe, e che forse vale la pena approfondire l'argomento. La scelta di El bar deriva in parte da questo tentativo di conoscere meglio la produzione cinematografica spagnola e anche in questo caso posso dire che ci si trova di fronte a un film per lo meno interessante e ben costruito.

La base della storia è piuttosto semplice: un gruppo di sconosciuti rimane chiusa in un bar nel centro di Madrid e deve cercare di uscirne. La complicazione sta nel fatto che a quanto pare chiunque metta la testa fuori viene abbattuto da dei cecchini. La ragione di questo stillicidio viene chiarita nel corso del film, ma fin da subito risulta evidente che c'è qualcuno, all'interno di quel piccolo gruppo, che nasconde un segreto per il quale c'è gente disposta ad uccidere.

Il meccanismo quindi è quello dell'ambiente chiuso e sospetto reciproco. Tutti sanno di trovarsi in una situazione dalla quale potranno uscire soltanto agendo prima degli altri, tenendo nascoste le proprie conoscenze e capacità, alimentando i conflitti per approfittare della confusione. Le alleanze tra i vari personaggi si formano e si sciolgono, i contrasti esplodono e si arriva presto alle mani. La situazione peggiora quando, una volta compresa l'origine della loro situazione, si rende chiaro che sarà impossibile uscirne tutti vivi, e sono richiesti dei sacrifici.

Personalmente lo trovo uno spunto sempre valido, da cui possono nascere dinamiche differenti ogni volta (penso ad esempio a Cube). Certo la sfida in questo caso è quella di caratterizzare i personaggi senza farli cadere nello stereotipo, cosa in cui il film in questione riesce solo in parte. Mentre alcuni dei protagonisti hanno effettivamente una dimensione reale e plurisfaccettata, altri agiscono un po' da macchietta. Chiaramente quando ci sono 7-8 protagonisti è ovvio che non tutti possono ottenere lo stesso sviluppo, e maggiore cura sarà data a quelli che alla fine si riveleranno gli attori del climax. In generale comunque i personaggi funzionano e si possono considerare coerenti con le proprie intenzioni.

C'è anche da dire che a visione ultimata non rimane molto di questo film, non ci sono particolari temi che emergono, anche in forma allegorica/metaforica, e rendono le vicende mostrate più significative. Il tutto va preso per il suo senso letterale e lì ci si ferma. Ma insomma, un film senza livelli di lettura ulteriori può comunque funzionare, se è ben realizzato, e in questo senso El bar si può considerare soddisfacente.

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