Rapporto letture - Marzo/Aprile 2024

Primavera di letture variegate. Alcune non ve le aspettate, garantisco. E alcune altre se le rispettive autrici sapessero di essere accomunate in un post darebbero di matto. Così va la vita.

Premetto che odio Italo Svevo e la sua collana di libri da tagliare. Mi dispiace, non la reggo questa idea, questo feticismo per l'oggetto-libro da prof di lettere di liceo classico. Infatti le pagine non tagliate di Lingua madre non le ho aperte io, ma sono stato aiutato da una persona con più pazienza e passione per la cartoleria. (Mi si dice che IS ha smesso di fare i libri così e le ultime uscite hanno le pagine normali: grazie). Ciò detto, ho voluto legger questo romanzo di Maddalena Fingerle per una congiunzione particolare: il completamenteo della mia Trilogia delle Lingue (vedi sotto) e la sua presentazione che avrei dovuto condurre a fine marzo (vedi ancora più sotto); also: funghi in copertina. La storia di Lingua madre è quella di un giovane bolzanino cresciuto in un paese di bilinguismo che però proprio nella lingua trova tutto il suo disagio, infatti non riesce a sopportare l'uso "sporco" che viene fatto delle parole, e questa sua fissazione diventa un'ossessione che porterà a risvolti drammatici nel finale. L'idea è valida e si aggancia bene al concetto di identità e appartenenza, e l'ossessività del protagonista è ben resa, tuttavia ho avuto l'impressione che la parte centrale della storia vagasse un po' a vuoto, attendendo il momento in cui le cose si sarebbero poi compiute verso la fine. Comunque una lettura piacevole e stimolante anche per lo stile ben controllato. Voto: 7/10

Poi, la tragedia. Scusa Maddalena  per averti messo sopra e sotto Colleen Hoover. È andata così signori, a gennaio sono stato ospite dell'evento Ape Booktok a Viterbo (se volete recuperare c'è il video qui) e dopo l'amabile chiacchierata, la host Arianna mi ha regalato non uno ma due libri: La Strada di McCarthy e It Ends With Us di Hoover. Se non avete familiarità con questo titolo, si tratta di uno dei maggiori successi mondiali degli ultimi anni, inquadrabile nel genere "dark romance", ovvero storia d'amore tormentata di protagonisti coi probbblemi, e trallaltro è da poco uscito il trailer del film che arriverà tra qualche mese, perché ovviamente ci fanno il film. Colleen Hoover è amatissima e odiatissima e questo libro in particolare ha ricevuto grande visibilità soprattuto negli ambienti booktok, nel bene e nel male. La storia è quella di una ventenne che si trasferisce a Boston e qui trova l'amore a prima vista di un neurochirurgo megaricco e strafigo che normalmente non si innamora ma per lei fa un'eccezione. Ah, e ogni tanto alza le mani. Quindi il racconto segue l'evolversi di questa relazione tossica con il partner abusivo e il modo in cui la protagonista giustifica le sue azioni. Ora: il tema è delicato, e certasmente bisogna essere sempre cauti ad approcciarlo. E Hoover scrive di merda, è la scrittura tipica delle fanfiction. Il libro quindi non è bello. Tuttavia, rispetto a cosa avevo sentito dire, ovvero che fosse diseducativo perché romanticizzava le relazion tossiche, che minimizzava le violenze e gli abusi, che promuoveva la sottomissione delle donne, ho trovato tutt'altro. La storia è raccontata dal punto di vista di una ragazza che, proprio perché si trova in un rapporto tossico tende a giustificare le violenze del partner, almeno fino al momento in cui si rende conto di quello che sta succedendo e quidi riesce a troncare. Non mi sento di poter confermare che sia diseducativo e pericoloso, anzi l'ho trovato fin troppo didascalico nel veicolare questo messaggio. Del tipo che non lo si può proprio mancare, non c'è verso che non si capisca cosa vuole dire. Ci sono tanti motivi per odiare questo libro e Colleen Hoover, ma il fatto che promuova gli abusi domestici, no, davvero. Al netto di tutto ciò, è comunque una sofferenza di lettura, quindi non gli si può dare più di un voto 4/10

Come dicevo, a fine marzo mi sono trovato a presentare l'ultimo romanzo di Maddalena Fingerle alla libreria Il giardino delle parole di Pistoia (passateci, nda), e per questo mi ero preparato leggendo Lingua madre ma poi ho dovuto leggere anche quello oggetto della presentazione, cioè Pudore. Questo romanzo racconta la storia di una ragazza abbandonata dalla sua compagna, che però non riesce a staccarsi da questa relazione e mantiene il legate cercando trasformarsi in lei: si veste come lei, si trucca come lei, si mette una parrucca come la sua, prova a parlare come lei (ma non ci riesce). In tutto questo possiamo vedere che la protagonista comunque ha una vasta schiera di problemi psicologici e relazionali, molti dei quali derivanti dal suo rapporto con la famiglia che da una parte detesta ma dall'altra non riesce a lasciare. Anche qui, la sensazione che avevo avuto con l'altro libro è simile, ovvero un'idea di base forte, una scrittura capace di trascinare nell'ossessione, e una risoluzione finale improvvisa e drammatica... ma nel mezzo un po' di vuoto, quasi che non si sapesse come riempire il tempo che deve passare dalla situazione iniziale della stori alla sua conclusione. Quasi come se avesse potuto essere un racconto, o al più una novella, piuttosto che un romanzo. Sommato al fatto che qui la situazione è molto più quotidiana e non c'è quella traccia di bizzarria dell'altro romanzo, Pudore mi è parso inferiore al precedente, e per me si assesta su un voto 6/10

Il terzo libro della Trilogia delle Lingue (il primo, se ve lo state chiedendo, era Lingua nativa) è Lingua Ignota di Hildegard Von Bingen / Huw Lemmey / Bhanu Kapil, che è il primo libro che leggo della casa editrice Timeo che fa roba fuori di testa (tipo il romanzo di Nicolas Jaar, di cui ho parlato occsaionalmente anche qui nelle sue vesti di dj [quando ancora su questo blog parlavo di musica *sigh*]). Ho messo tutte queste autrici perché Ildegarda di Bingen e le sue visioni sono l'ispirazione principale, intorno a queste è costruita sia la biografia poetica di Bhanu Kapil sia il racconto postapocalittico di Huw Lemmey. Difficile dire con precisione cosa si trovi in questo libro: rivelazione, fine del mondo, morte, rinascita, comunicazione, anticapitalismo, misticismo, epifania, femminismo, vuoto. Devo dire però che seppure affascinato dal tema e dal personaggio centrale, il libro mi è parso un po' disgiunto, i tre blocchi messi insieme (c'è anche una sorta di ted talk finale) non sembrano davvero coesi, e anche se ruotano intorno a Ildegarda sembrano puntare in direzioni diverse. Il racconto principale (quello di Lemmey) forse è un po' diluito e si trascina un po' troppo, e forse ha anche una bassa densità di Hildegard. Insomma, mi piace l'idea di aver letto questo libro e di poter parlare di questo libro, ma non sono sicuro che consiglierei la lettura di questo libro. Voto: 6.5/10

Siccome non vogliamo farci mancare una presentazione al mese, ad aprile mi sono trovato a presentare alla libreria Ornitorinco di Firenze (andateci, nda) due tardigradi di Eris: Creature dell'assenza di Bernareggi/Riva (di cui avevo già parlato [peraltro linkando il post noto ora che era nello stesso periodo in cui leggevo la biografia dello stesso Nicolas Jaar citato sopra]) e Il focolare è una bestia affamata di Angelo Maria Perongini, che mi sono letto per l'occasione. Si tratta di una novella ambientata nel giorno di natale, con il protagonista fuori sede che torna a casa della mamma piuttosto controvoglia per il pranzo coi parenti, e qui si instaura la solita dinamica di conflitti familiari causati soprattutto dal rancore della sorella per l'averla abbandonata con la mamma demennte senile. Sembrerebbe che tutto ciò non abbia niente di fantastico, quando verso metà la nipotina sparisce e la casa stessa inizia a manifestare strane proprietà. Nel complesso, la migliore definizione che ho trovato durante la presentazione è stata "Parenti serpenti incontra The Others". Forse ci mette un po' a ingranare, ma poi accelera bene nella parte finale. Voto: 7/10

Satollo di tutta questa narrativa, ho deciso di prendere qualche lezione da Philip Pullman e mi sono letto il suo Daemon Voices, che non è un manuale vero e proprio ma una raccolta di articoli, saggi, interventi, introduzioni che l'autore di Queste Oscure Materie ha tenuto nel corso della sua carriera, su temi assortiti intorno alla scrittura, i libri per ragazzi, il fantastico, le fiabe, la poesia, l'arte e Paradise Lost. Ho trovato degli spunti interessanti, che credo approfondirò altrove, probabilmente sul canale youtube per dedicargli lo spazio che meritano. A parte forse tutti i pezzi dedicati alla poesia di Milton (interessanti per carità, ma un po' offtopic), credo che sia un volume utile soprattutto a chi vuole scrivere fantasy e ha bisogno di farsene una prospettiva dall'esterno del genere, visto che Pullman stesso non si dichiara appasionato di fantasy e anzi ne sarebbe rimasto volentieri fuori fino a quando non si è accorto che ne stava scrivendo uno.

Infine un altro libro che mi tenevo sul kindle da un po', e che ho voluto provare per approfondire la narrativa sulle api: The Last Beekeper è il primo volume della serie Silenk Skies di Rebecca J. Farnley, una storia ambientata in un mondo postapocalittico (non ho capito con certezza se è la Terra o un altro pianeta) flagellato dal cambiamento climatico, in cui insetti e uccelli sono estinti e le sparute comunità di umani si barcamenano come possono cercando di tirare fuori un raccolto (impollinando manualmente  i fiori) anno per anno. Tutto ciò finché il fratellino della protagonista non scopre una singola ape regina (o meglio, un bombo) che da sola può dare vita a un'alveare e quindi aiutare in modo determinante la sopravvivenza della comunità. Il problema è che questo sarebbe un vantaggio troppo grande che le altre tribù vorrebbero evitare, ed è la ragione per cui decenni prima si è scatenata una vera e propria guerra che ha sterminato tutte le api e insetti impollinatori. La storia è scritta con un ritmo avvincente e riesce a trascinare, tuttavia ci sono alcuni cliché relazionali che servono a forzare conflitti insesitenti, oltre che un paio di occasioni in cui è evidente che la protagonista stia sbagliando nelle sue decisioni ma il fatto che le cose fossero diverse viene presentato come una grande rivelazione, che invece non è. Nel complesso una storia onesta e soddisfacente, anche se non mi ha lasciato con una voglia così soverchiando di proseguire la saga. Voto: 7/10


Doctor Who 14x02 - The Devil's Chord / Maestro

Well, that escalated quickly...

Siamo solo al secondo episodio e già Russel T. Davies mette in campo un supervillain, con collegamenti al Toymaker battuto nello speciale del 60° che ha causato la rigenerazione da 14 a 15, e anticipazioni per quello che probabilmente sarà l'arco orizzonate della stagione che portera al season finale. Considerando che il primo episodio invece era sembrato un po' troppo frivolo, questo sembra pesare dalla parte opposta, per motrare un Dottore già spaventato e in fuga da forze più grandi di lui.

Maestro a quanto pare fa parte del pantheon di entità che rappresentano alcune delle forze fondamentali dell'universo, figlio (non so bene come intendere questa parentela) del Toymaker stesso, e incarnazione della musica stessa. È sempre ineteressante vedere rappresentate forze cosmiche di questo livello, e la scelta dell'attrice è stata assolutamente azzeccata, perché Maestro ruba la scena in ogni occasione con la sua presenza volutamente ingombrante.

Il tutto si collega bene all'ambientazione anni 60 e alla musica dei Beatles, che però sarebbe stato bello vedere meglio integrati all'interno della vicenda. C'era l'occasione per un altro episodio con personaggi storici che si trovano a dover intervenire per salvare il mondo (come Shakespeare o Mary Shelley), e anche se tecnicamente 2/4 dei Beatles fanno proprio questo, non sono davvero cinvolti all'interno della storia, per cui il loro intervento finale è un deus ex machina poco soddisfacente. Poco male però perché risoluzione a parte, la costruzione e la tensione nel resto della puntata è davvero eccellente, e riesce a portare avnati sia la minaccia del villain del giorno che la promessa di quelli futuri, oltre al mistero che si sta costruendo intorno a Ruby, la cui ascendenza probabilmente nasconde qualcosa di rilevante, che lo stesso Maestro ha notato. Non che ci fosse bisogno di un'altra companion predestinata e importantissima, ma vedremo dove porta tutto questo (forse sarà davvero la volta che compare Susan?).

Sono curiosi in questa puntata anche i diversi momenti di rottura della quarta parete, che iniziano prima dei titoli quando Maestro si rivolge al pubblico e suona il tema di DW, e in seguito con le altre occhiate o occhiolini rivolti agli spettatori, così come la battuta sulla musica diegetica, che apre tutto un altro livello di metanarrazione. La cosa viene poi ulteriormente rafforzata dal momento (luuungo momento) musical finale, che sembra piuttosto self-aware. Viene da chiedersi se tutte queste occorrenze siano semplicemente da considerare rispondenti al tono di questo episodio, dominato dalla presenza poliedrica di Maestro, oppure se ci sia qualcosa di più profondo che dovrà ancora emergere e si potrebbe ricollegare al "the one who waits" che dovrà rivelarsi. Personalmente credo che non ci sia molto di più oltre la battuta occasionale, e dubito che DW diventerà uno show metanarrativo come a volte dimostra di essero per esempio Rick&Morty, anche se non sarebbe la prima volta che il Dottore si rivolge al pubblico.

The Devil's Chord quindi è una puntata solida, che riesce in questo caso a unire la frivolezza tipica di DW con la tensione più drammatica. Un'ottima controparte di questa doppia season (series?) premiere. Voto: 7.5/10


Doctor Who 14x01 - Space Babies / La stazione spaziale dei bambini

Togliamoci subito il dubbio: lo so che la chiamano "stagione 1" affermando il fatto che questo sia un reboot, ma non prendiamoci in giro, non è davvero così e quindi qui proseguiremo la numerazione precedente, per cui questa diventa la stagione 14.

È però importante tenere presente che di fatto questa si propone come una "stagione 1" e quindi questa in pratica è una season premiere. Lo si nota dalla lunga introduzione con cui il nuovo Dottore spiega a Ruby i rudimenti della sua lore: Timelords, Tardis, viaggio nel tempo e nello spazio, eccecc. Naturalmente per chi conosce già DW tutto questo è superfluo, ma non risulta troppo pesante ed è giustificato dalla presenza a bordo della nuova companion.


Arrivando all'avventura vera e propria, personalmente posso dire che l'ho detestata. Non per la storia in sé (che ha i suoi problemi) ma perché ci sono dei neonati parlanti. E mi dispiace, io lo trovo uncanny alla massima potenza, non riesco davvero a vederli come cute o come divertenti: sono terrificanti e basta. Partendo da questo punto, è difficile riuscire a empatizzare con il resto della puntata, ho comunque provato a seguire tutto con distacco come se non fosse uno film dell'orrore.

Possiamo dire che la storia è effettivamente sciocchina, ma sappiamo bene che DW è anche questo: il camp è uno dei valori che la serie esprime al meglio, quando vuole, grazie anche a una lunga tradizione di scenografie implausibili e prop fatte in casa. Va bene così, lo amiamo per questo. Semmai, il dubbio è più sulla conclusione, che diventa eccessivamente melodrammatica, percorre territori già visti (quante creature erano "l'ultime della loro specie", anche ignorando il Dottore in sé, e sono state quindi infine risparmiate?) ma lo fa in maniera didascalica, senza davvero portare a una rivelazione o risoluzione autentica. Si arriva al finale wholesome senza davvero guadagnarcelo, ma solo perché il Dottore è di buon cuore (e questo Dottore, pare che lo sia più del solito).

Niente da dire sul Dottore in sé come personaggio e performance, certo dobbiamo ancora conoscerlo, ma l'interpretazione di Ncuti Gatwa è abbastanza caratteristica e personale, e finora è sembrato credibile e anche riconoscibile rispetto agli altri. L'assortimento con Ruby funziona... forse anche troppo. Considerando che si sono conosciuti letteralmente ieri nella cronologia della serie, sembra che siano fin troppo affiatati e in confidenza, e Ruby stessa è quanto mai disposta ad accettare l'incredibilità di ciò che la circonda senza porsi troppe domande. Ovvio che avere la companion che chiede continuamente cosa succede risulta noioso, ma così sembra invece di avere a che fare con qualcuno che già faceva questo di mestiere.

In definitiva, un episodio nel range del mediocre, certo non brutto ma nemmeno brillante. E forse qualcosa di azzardato per essere considerato "season premiere" visto che spinge un po' troppo in quella campiness che da DW ci si può aspettare, ma che forse non è digeribile da tutti gli spettatori, soprattutto quelli che la trovano come primo impatto. Voto: 6/10


Rapporto letture - Gennaio/febbraio 2024

 

Iniziamo a ristabilire la tradizione dei rapporti letture anche per il 2024, ovvero il 15esimo anno o giù di lì di blog. Che noia. Comunque, un inizio di anno abbastanza sorprendente, con alcuni titoli di livello e altri meno prevedibili ma mediamente interessanti.

 

Volevo leggere la novella di Amal El-Mohtar e Max Gladstone da tempo, ma stavo rimandando al momento più adatto, ed è stato il tragitto andata e ritorno a Viterbo per una presentazione. Sapevo già un po' cosa aspettarmi da Così si perde la guerra del tempo perché ne avevo sentito parlare, ma nonostante questo è riuscito comunque a coinvolgermi ed emozionarmi. Gli scambi epistolari contrapposti alle esperienze delle due protagoniste, la contrapposizione tra le fazioni e il modo in cui dalle provocazioni si passa alla comprensione profonda fanno di questo racconto una spirale travolgente. Forse le dichiarazioni d'amore a un certo punto si fanno un po' teatrali, e il plot twist finale non è del tutto un twist (o almeno, io che forse sono un po' sgamato sui paradossi temporali l'avevo intuito), ma sono sbavature minime in un lavoro di grande livello. Uno dei migliori esempi di storia d'amore in ambito fantascientifico. Voto: 8.5/10

 

Per staccare nettamente ho poi letto il romanzo di un autore italiano (anzi pistoiese) pubblicato da Polidoro. Il libro di Riccardo Romagnoli è quanto di più lontano potrebbe esserci dalle mie solite letture, perché si avvicina pericolosamente all'autofiction e si concentra poi sulla vita di un artista tanto emarginato quanto bohemien della Firenze degli anni 60. Ho letto Cuore in esploso perché mi era stato proposto di fare da relatore per la presentazione del romanzo (cosa che sta avvenendo sempre più di frequente, vedi sotto) e se il mio approccio era scettico, alla fine devo dire che ne sono rimasto se non altro sorpreso. La narrazione è limpida, serrata, e i personaggi sono veri, feroci. Non ci si sofferma su considerazioni morali ma si riporta le cose come sono, e in certi casi è inquitante vedere come erano. Il percorso artistico del protagonista (raccontato dal narratore che l'ha conosciuto e parla anche di sé in prima persona) è senza dubbio interessante e pone quesiti profondi sul valore dell'arte e il ruolo dell'artista. Sono convinto che per chi ama questo genere di racconti "di vita vissuta" possa essere una lettura di grande impatto, personalmente è piuttosto lontano da quello che cerco nella lettura quindi pur riconoscendone alcune qualità non posso dire che mi abbia sconvolto. Voto: 6.5/10

 

Torniamo nel confrotevole alveo della fantascienza con un tema classico del genere, le abduction. We Are the Ants è un romanzo che utilizza il meccanismo dei rapimenti alieni per esprimere il disagio di un adolescente che deve capire cosa fare della sua vita, dopo che il suo ragazzo si è suicidato, i bulli lo prendono di mira (e uno di questi lo sfrutta come amante) e la sua famiglia va a rotoli. Gli alieni offrono al ragazzo la possibilità di salvare la Terra dall'imminente distruzione, se lui sceglie di farlo, e nel corso dei mesi di narrazione dovrà trovare la ragione per evitare la fine dell'umanità. La storia di Shaun David Hutchinson non si occupa certo di raccontare l'esobiologia degli alieni o le loro motivazioni, quello dei rapimenti è un pretesto per mostrare l'isolamento e l'inadeguatezza del protagonista, che soffre di terribili violazioni personali e non viene creduto. Che è poi un tema ricorrente nelle narrazion sulle abduction, cosa di cui abbiamo parlato anche in un episodio del podcast. Chi cerca storie di invasioni e battaglie con gli extraterrestri gli stia pure alla larga, perché qui ci si concentra principalmente sui traumi e le relazioni. Voto: 7/10

 

Torniamo poi all'ultima tornata di Nodi di Zona 42, con il racconto Trofeo di Emanuela Cocco, che anche questo ho avuto occasione di presentare e ho descritto come "Toy Story in casa di un serial killer". La novella viene presentata come un thriller/horror, perché raccontata dal punto di vista degli oggetti appartenuti alle vittime di un assassino di donne, tuttavia lo scopo della storia non è quello di creare suspense o tensione riguardo il mostro e la sua cattura, quanto di mostrare il lato nostalgico di questo legame tra gli oggetti e i loro proprietari uccisi, il che può apparire paradossale se ci si ricorda che si sta parlando di corpi smembrati e seppelliti in giardino. Se quindi i temi trattati sono forti, viscerali, la delicatezza e il ritmo della scrittura inducono quasi a provare pena (se non addirittura tenerezza) per il killer, senza arrivare però a romanticizzarlo come avviene spesso nei tanto seguiti prodotti true crime. Voto: 8/10

 

Ci stava a questo punto un'immersione nei classici e così mi sono rispolverato un testo di Alexandre Dumas. Forse vi stupirà sapere che in gioventù mi sono letto e goduto assai tutto il ciclo dei tre moschettieri, quindi tornare a leggere il suo romanzo "minore" Il signore dei lupi mi ha trasmesso una certa familiarità per il modo di raccontare. Questa storia è una delle poche di Dumas che contiene elementi soprannaturali, in questo caso in buona sostanza un patto col diavolo da cui il protagonista può ottenere di realizzare i suoi desideri che però lo portano su una strada di continua perdita e perdizione. Come ci si può aspettare da Dumas, il racconto è abbondante di descrizioni, digressioni, considerazioni del narratore, e ironia. Naturalmente chiunque si approcci sa quello che potrebbe aspettarsi, per cui non sto a fare troppi disclaimer sul fatto che è una narrazione molto lontana dai canoni attuali. Voto: 7.5/10


Avevo rimandato la lettura dell'ultimo romanzo di Alessandro Forlani da troppo tempo, e quindi mi sono preso qualche giorno per Non tutti certo moriremo. Ora, di Forlani io ho letto tutti i romanzi di ambito scifi e li ho sempre trovati notevoli. Mi rendo conto che non è un autore facile da leggere, bisogna in qualche modo "sbloccare" la sua poetica come lo si fa con Dick, e faccio un nome non a caso perché questo è sicuramente il libro più dickiano che abbia mai scritto. Non è un romanzo unico ma frammentato, singoli episodi che compongono un mosaico di personaggi tra loro interconnessi ma senza un arco narrativo definito, singole storie di apocalissi personali in una realtà che perde i suoi riferimenti temporali e cognitivi. Ci sono tanti riferimenti ad altri suoi romanzi, così come satira profonda e sottile verso molti settori, dai media all'insegnamento, dalle istituzioni all'editoria. Siccome i singoli episodi sono scollegati, l'ho letto dalla fine verso l'inizio, e ha comunque funzionato. Come sempre con Forlani, non so se consigliarne la lettura. È uno di quei libri di cui è difficile identificare il pubblico ideale, perché può far parimenti incazzare chi legge fantascienza (che non è nemmeno così vistosa) così come chi legge generalista. Quindi fate voi. Dimenticavo, è scritto in ottonari. Voto: 8.5/10


E per ultimo un altro libro letto per presentare l'autore Claudio Pozzani, che forse è il personaggio più editorialmente illustre che mi è capitato di conoscere finora, visto che è fondatore e direttore del più grande festival internazionale di poesia italiano, tradotto in 14 lingue e collaboratore per vari progetti con gente come Jodorowky e tanti altri che nemmeno conosco. Il che mi ha messo un po' in difficoltà quando mi sono dovuto approcciare al libro sapendo che poi ne avrei dovuto parlare, anche perché io di poesia so quello che mi hanno insegnato a ragioneria e temevo che questo romanzo ne facesse ampio uso. Al contrario, Confessioni di un misantropo è scritto in prosa asciutta, funzionale e immediata, che si concede solo qualche metafora, e procede spedita a raccontare a posteriori l'ascesa e caduta della "dittatura dei creativi", un regime che nel 2030 prende il potere e governa per otto anni, sovvertendo l'ordine sociale e istituzionale e combattendo (o più spesso: mitragliando) lobby, burocrati, raccomandati, pigri, e così via. La misantropia del titolo emerge sicuramente quando il protagonsita, unico sopravvissuto del quadriumvirato che ha messo in opera il golpe, arrivato alla fine della sua vita concede un'intervista in cui conferma la fedeltà in tutti i principi che hanno sostenuto la dittatura, che voleva scardinare valori quali la "dignità del lavoro" e imporne di nuovi come l'arte e la bellezza. La storia segue l'intervista e viene intervallata da flashback della rivoluzione e momenti personali del protagonista, che ha dovuto infine cedere al ritorno del solito sistema interiorizzato dalla popolazione, in una sorta di dittatura al contrario, che non opprime da fuori sui corpi ma da dentro nelle anime. Le idee ciniche ed estreme sono estremamente accattivanti, e nonostante il protagonista sia un personaggio volutamente sgradevole si finisce gradualmente per empatizzare con lui, tuttavia ho trovato che la storia avrebbe potuto dare più spazio a mostrare i cambiamenti imposti alla società, per farci credere che davvero si stava meglio "qvando c'era lvi". Poiché l'unica esperienza che facciamo della dittatura dei creativi è quella raccontta quarant'anni dopo, in mondo del 2070 che per la verità sembra molto quello del 1994. Sarà una mia deformazione professionale, ma quando vedo spunti fantapolitici e potenziali rivoluzioni innescate dalla tecnologia (visto che l'uso dei robot come forza lavoro è un punto cruciale del programma), mi piace sempre vederli in opera, cosa che qui mi è mancata. Rimane comunque un libro provocatorio che va volutamente contro le convenzioni del buon costume e le derive del politicamente corretto, cosa che ogni tanto è rinferscante. Voto: 6.5/10



Doctor Who Christmas Special 2023 - The Church on Ruby Road

E così dopo aver salutato il breve ma intenso 14° Dottore (ma l'abbiamo salutato davvero?) siamo pronti alla prima avventura di Quindici, interpretato dal giovane e brillante Ncuti Gatwa che abbiamo avuto modo di vedere già in azione in The Giggle.


Come molti episodi che introducono una nuova companion, anche questo si concentra principalmente su di lei, facendoci conoscere la sua vita e quotidianità prima di far irrompere il Dottore a salvare e/o sconvolgere le cose. Conosciamo quindi Ruby, orfana abbandonata davanti a una chiesa la viglia di natale, e adottata da una donna che si occupa di bambini abbandonati e se ne prende cura fin quando non vengono dati in affidamento. Abbiamo quindi fin da subito il mistero sulle origini di Ruby, che viene evidenziato anche dall'insistenza con cui si mostra la persona sconosciuta che lascia la neonata davanti la chiesa,e considerando che il Dottore era presente e non coglie l'occasione di scoprirlo, si può pensare che diventerà rilevante più avanti (ma potrebbe anche non esserlo: il Dottore potrebbe anche pensare che in fondo non importa, come è avvenuto per lui).

L'avventura è decisamente un monster of the week, con i monster che sono mostri più letterali del solito, infatti si tratta di goblin che goblinano, facendo dispetti, mangiando bambini e viaggiando con galeoni volanti, che li puoi anche giustificare dicendo che sono astronavi che viaggiano nel tempo (anche se non è proprio viaggio viaggio nel tempo), ma sempre goblin rimangono. Non è certo la prima volta che DW prende dei semplici mostri e li usa senza troppe spiegazioni, e questo non è un problema visto che a volte sono gli alieni a comportarsi da mostri quindi tanto vale non fare nemmeno finta. Interessante lo spunto delle concidenze e della sfortuna come concentrazioen di potenziale da sfruttare, anche se mi sembra che si sia espresso ben poco oltre la motivazione per cui i goblin volessero mangiare proprio quella bambina (e d'altra parte non spiega perché la sfortuna di Ruby passasse anche agli altri).

Certo, c'è pure il momento musical. Che, devo dire, sono riuscito anche ad apprezzare. Credo che sia la prima volta che il Dottore canta. Si è visto ballare qualche volta, ma a mia memoria dal 1963 non aveva mai cantato, quindi sfruttare il talento di Gatwa per un pezzetto musicale non è una cattiva idea (ammesso che non diventi una cosa frequente, eh). Da apprezzare anche la prontezza di Ruby che riesce ad assecondare il groove senza preavviso, vero spirito di avventuriera. Semmai, ho il dubbio che mettere una sequenza del genere in quello che è il reboot della serie potrebbe confondere un po' di gente sulle intenzioni e i mezzi di DW... sempre che non sia davvero previsto un cambio di tono così deciso. Staremo a vedere.

La parte "drammatica" dell'episodio dura poco e non è niente di troppo complicato né originale, la solita timeline alternativa brutta che il Dottore si adopera per abortire. La sua reazione mi è sembrata fin troppo teatrale in queto caso, forse Gatwa deve ancora calibrare il personaggio quando è serio piuttosto che piacione. Notevole che la soluzione per liberarsi dei goblin sia impalare il loro re sul campanile di una chiesa, a dimostrazioen che questo Dottore non ha poi grandi scrupoli a trucidare creature viventi e senzienti, che peraltro avevano anche apprezzato la sua musica.

Dopodiché il Dottore ci fa il solito abbocco di far finta di andarsee da solo ma comunque rimane lì ad aspettare Ruby. Momento "bigger on the inside" e si vola. Tutto bene, tranne quell'ultima battuta che rompe la qurata parete e fa sospettare sull'identità della vicina di casa, sulla quale si sono già accumulate le teorie: Rani, Susan, River, Master, Ruby stessa. Personalmente credo che non ci sia una risposta, nel senso che potrebbe essere tranquillamente solo una battuta senza conseguenze così come un setupo generico da tirare fuori all'occorrenza per poter dire poi tra tre anni "visto, avevamo programmato fin dal primo episodio il ritorno di xyz!". Insomma, credo che per adesso non abbia senso specularci sopra, perché non c'è una risposta definita.

In definitiva, un episodio sicuramente gradevole e un'ottima performance dei due nuovi protagonisti. La coppia Gatwa-Gibson sembra già molto affiatata, per cui mi aspetto una buona continuazione della stagione 14 (o 1bis, se preferite). Non so però se questo fosse stato il mio primo episodio di DW se avessi pensato che sarebbe valso la pena continuare, ma forse solo perché sono vecchio e cinico. Voto: 6.5/10