Rapporto letture - Gennaio 2019

Primo rapporto letture dell'anno! Siete eccitati? Chissà quali fantastiche avventure ci riserva questo 2019 partito sotto tutti i migliori auspici! Future is Bright.

Beh, mica tanto se leggi quel che ho letto io. Vediamo un po'.


Si inizia con Alessandro Forlani. Che se da una parte è una garanzia quanto a qualtà, dall'altra non è certo fonte di ottimismo. In realtà di T ho già parlato in abbondanza e in due parole lo si può inquadrare come "Ubik nell'epoca dei MMORPG". Ha poca utilità ripetere adesso quanto ho già approfondito nell'altro post, quindi vi rimando a quello, che è anche sostanzialmente spoiler free. Qui aggiungo soltanto un'ulteriore raccomandazione: Forlani è un autore dalla voce forte, non sempre facile da seguire ma che permette una soddisfazione notevole notevole se si riesce a sintonizzarsi sulle sue tematiche. Quindi se vi trovate un suo racconto davanti e comprensibilmente il vostro primo pensiero è "ma che è sta roba" non fatevi scoraggiare. Perseverate e sarete ricompensati. T si merita un bel voto 9/10, giusto perché immagino che il prossimo sarà anche meglio/peggio quindi devo tenermi da parte il punteggio pieno.


A novembre a Pisa sono stato a un panel tenuto da Chen Qiufan, autore cinese di fantascienza portato in tour in Italia da Francesco Verso in occasione della presentazione della raccolta L'eterno addio, composta da alcuni racconti già pubblicati in precedenza (come Buddhagram presente in Nebula) e altri inediti, tradotti per l'occasione. Qiufan (perché questo è il nome, l'ho imparato) è giovane, spiritoso e preparato, ed è stato molto interessante confrontarsi sulle diverse visioni della fantascienza che esistono in Cina e da noi (e per "noi" intendo in occidente, non Italia in particolare). Ciò per dire che ho affrontato l'antologia con un'idea già definita di cosa ci avrei trovato, e nonostante questo sono rimasto comunque sorpreso. I racconti di Chen si basano per lo più su un diffuso senso di straniamento, un divario che si apre tra la società nel suo complesso e i singoli individui che ne fanno parte. Questo disagio si declina in vari modi, ma porta in qualche modo i protagonisti a cercare una risposta diversa alle proprie domande, salvo poi (spesso) rendersi conto che anche quella risposta è già stata prevista, precotta e confezionata per metterla a loro disposizione. In questo il legame con Forlani qui sopra è insolitamente forte, ed è quasi un paradosso dato che sono quanto di più lontano si potrebbe immaginare in termini di genere, stile, obiettivi. I racconti di questa raccolta sono inquadrabili tutti come fantascienza ma non richiedono particolari nozioni per poter essere seguiti, solo una certa apertura e disposizione mentale, anche nei confronti di un diverso modo di narrare una storia. Insomma in Cina chi ha inventato lo showdontell non ha fatto molto successo. Voto: 8/10


Infine un autore che già conosco per alcune mirabili opere e che qui leggo per la prima volta in un genere diverso. Walter Tevis ha scritto L'uomo che cadde sulla Terra (da cui è stato tratto il film con David Bowie) e Mockingbird (conosciuto anche come Futuro in trance o Solo il mimo canta al limitare del bosco): entrambi capolavori riconosciuti della fantascienza. Ma con La regina degli scacchi si abbandona l'etichetta e si passa a un romanzo "mainstream": la storia di una ragazzina cresciuta in orfanotrofio che diventa campionessa di scacchi. Beth è una ragazza sfortunata: i suoi genitori muoiono in un'incidente, viene affidata a un'istituto femminile in cui sviluppa una dipendenza dai sonniferi e anche quando viene adottata finisce in una famiglia che forse non aveva davvero bisogno di una figlia da crescere. In tutto questo, scopre gli scacchi nel seminterrato dell'orfanotrofio e dopo le prime partite con il custode viene subito rivelato il suo talento, che la porta giovanissima a competere contro i campioni dello stato, della nazione, e poi del mondo intero. La sua abilità si scontra però con le sue pesanti carenze a livello affettivo, la sua incapacità di mostrare attaccamento o anche solo interesse per chiunque, oltre alla tendenza a sviluppare dipendenza da sostanze varie, dall'alcool agli ansiolitici. Il percorso di Beth è sicuramente descritto bene, ma ho avuto l'impressione che nella parte finale venga chiuso con troppa semplicità, come se da un momento all'altro lei si dicesse "bene, da ora in poi farò le cose come si deve" e puff!, ci riesce davvero. Non è così che si superano problemi di questo tipo e sono convinto che Tevis lo sappia bene, a giudicare le altre sue cose che ho letto. Quindi penso che avesse semplicemente perso interesse in questa storia, arrivato al climax del percorso scacchistico della ragazza. Simpatico il fatto che mi sia trovato a leggere questo libro con le sue occasionali descrizioni delle partite di scacchi proprio mentre stavo scrivendo Scrabble, quindi in un certo senso è stato propedeutico vedere come un autore del genere affrontava le descrizioni del gioco. Voto: 7/10

Projects update: Scrabble, traduzioni, Robot, fuori

Dai, sono passati due anni dall'ultimo post in cui facevo una panoramica sui progetti di scrittura in corso, penso di potermene permettere uno adesso. Cosa che faccio sempre malvolentieri, perché come dicevo già all'epoca mi pare più utile parlare delle cose compiute piuttosto che di quelle che "pensavo di fare questo" ma poi chissà che fine fanno.

Ed è infatti curioso notare come sostanzialmente i punti fondamentali della mia strategia siano gli stessi di allora. Nel post di allora parlavo infatti dell'idea di scrivere il Secondo Romanzo, e di iniziare a lavorare su traduzioni dei miei racconti da mandare in giro. Due danni dopo posso dire di non aver concluso nulla in tal senso.

O meglio. Scrabble di fatto esiste, come dimostra l'istogramma della lungehzza capitoli che vedete qui accanto. Dopo una gestazione durata circa tre mesi, il 20 gennaio ha visto la luce, e giusto un paio di giorni fa è uscito dall'incubatrice perché era nato un po' prematuro, ed è pronto per vedere il mondo. Un romanzo di trecento e rotte cartelle, uno young adult con protagonista un sedicenne sfigatello innamorato di una compagna di classe irraggiungibile. Posso dire che la storia mi è venuta fuori in buona parte come me l'ero immaginata già prima di questi due anni, e che è stato un piacere come tutte le volte vedere come certe cose vanno ad incastrarsi da sole come se le avessi progettate dall'inizio del mondo e invece no, ti escono quasi per caso, o forse per istinto, ma sono proprio giuste così. Cosa ne sarà ora di Scrabble?

La prima prova che subirà sarà un'impossibile competizione al Premio DeA Planeta. Sarò venale, ma l'idea di un anticipo di 150.000 € è sufficiente a motivarmi. Se non altro i tempi di valutazione sono molto rapidi, per cui già ad aprile saprò se il mio lavoro è di nuovo libero per essere proposto ad altri. So già che non posso vincere, se non altro per una ragione molto pratica: il Premio in questione cerca opere da tradurre per il mercato spagnofono, e Scrabble è di fatto intraducibile. Troppo complicato spiegare ora perché, ma a meno di non perdere o svuotare di significato una parte fondamentale di tutta la storia, è impossibile riportarlo in un'altra lingua. O quanto meno estremamente difficile, al punto di non rendere la traduzione una strada economicamente vantaggiosa.

E di questa via parliamo delle traduzioni. Che ho ottenuto in questi due anni? Beh, per il momento ho quattro racconti che hanno rimbalzato tra una rivista e l'altra producendo come reazioni una serie di "thank you for the opportunity of reading your story but i shall pass for this time." Ma questo non ci fermerà, quindi continuerò ad aggiornare la mia tabellina con i rifiuti ricevuti fino a che qualcuno per disperazione non scegliera di prendere il mio racconto in versione inglese. Per il momento non credo che ne farò tradurre altri, mi piaceva segnare almeno un punto prima di aumentare l'investimento, ma vedremo come va.

Comunque non è che nei due anni da quel famoso post non ho fatto niente. A parte racconti sparsi qua e là e la pubblicazione de Il lettore universale, mi sono anche dedicato un po' di sana formazione con editor, corsi e manuali, e devo ammettere che rispetto solo all'anno scorso sento di aver acquisito una consapevolezza ben maggiore delle mie capacità. Questo chiaramente non mi garantisce di poter sfornare un best seller dopo l'altro, ma quanto meno credo di poter lavorare con un'efficienza che non ho mai avuto prima.

E non vorrei sopravvaltuare una semplice coincidenza, ma di fatto i primi due lavori che ho portato a termine dopo questa fase di formazione sono i racconti lunghi Bootstrap e Locuste, che ho inviato all'ultima edizione del Premio Robot e che sono finiti uno tra i finalisti e uno tra i segnalati. In genere tutti i finalisti sono pubblicati sulla rivista nel corso dell'anno per cui è probabile che tra qualche mese potrete leggere almeno Locuste, e potrò finalmente avere la soddisfazione di comparire sulla più importante rivista di fantascienza italiana, risultato che inseguivo da un po' di tempo.

Dopodiché... ecco, le cose si fanno un più confuse. Non so bene quali saranno i miei prossimi obiettivi. Cioè. So quali altre cose ho intenzione di scrivere (ho anche avuto uno sprazzo per un sequel-non-proprio-sequel di DTS, ma ne so ancora troppo poco per poterne parlare io stesso), semmai non so bene dove farle arrivare. La strada che ho intenzione di intraprendere è quella che porta fuori: fuori dal genere, fuori dall'ambiente, fuori dall'etichetta della fantascienza in cui mi sono mosso praticamente da quando ho inziato a scrivere, più di dieci anni fa. Non per rinnegare la sf che è e rimane la mia passione principale e soprattutto il linguaggio più efficace per raccontare il mondo impossibile in cui viviamo o vivremmo, ma perché i confini e i paradigmi autoimposti di questo mondo cominciano a starmi stretti. E se c'è una cosa che ogni appassionato di fantascienza dovrebbe avere imparato è che i confinti vanno superati e i paradigmi abbattuti. Io voglio fare lo stesso, o almeno provarci. Probabilmente è un percorso destianto al fallimento ma preferisco alzare il tiro e fare cilecca, piuttosto che continuare a segnare coi tiri liberi.

Quindi, rinnovo l'appuntamento tra due anni qui si Unknown to Millions per scoprire com'è andata.

Alessandro Forlani - T

Di Alessandro Forlani mi è già capitato di parlare in precedenza, e non so se in quelle occasioni l'ho detto, ma se anche fosse mi ripeto: a mio avviso Forlani è attualmente uno dei due migliori autori italiani di fantascienza in circolo oggi. Anche se in un certo senso è riduttivo definirlo "autore di fantascienza", e non perché, come dicono i critici veri nelle rubriche letterarie dei giornali seri, i suoi lavori "non sono solo fantascienza", ma più che altro perché nelle sue opere si trova una matassa indistricabile di fantascienza, horror, weird, satira, epica e probabilmente tanti altri generi che sono troppo ignorante io per recepire. Ammetto con serenità che Forlani batte con netto distacco tutti gli altri perché ha una cosa che a tutto il resto manca: una poetica. Tutti i suoi romanzi e racconti, anche quando parlano di cose completamente diverse e sono ambientate in universi narrativi differenti, esprimono un'unità di base di tematiche e una coerenza stilistica che non si ritrova altrove. E se ogni nuova storia sembra sempre costruire sulla base delle precedenti, con T si può pensare di essere arrivati al vero e proprio manifesto del forlanismo (ehi, l'ho detto io per primo, libri di letteratura futura, ho coniato io questo termine!).

Come tutte i lavori di Forlani, anche T è "scritto difficile", con una prosa che è quasi poesia, una cantilena continua e ipnotizzante (a me pare che le proposizioni siano sempre di otto sillabe, non so se lo fa apposta o gli escono da sole così, ma nel dubbio ne ho contate a decine e mi sono sempre tornate così), che accoppia tra di loro arcaicismi e neologismi, termini aulici da opertta morale e volgari bestemmie da derby del sabato pomeriggio. Se non si supera questo scoglio è impossibile goderne, ma dopo lo smarrimento iniziale ci si accorge che è estremamente facile seguire la scrittura e perdersi in questo fiume di parole sempre azzeccate. Ma anche volendo ignorare il valore estetico di della composizione c'è molto al di sotto, per cui partiamo dal titolo del libro e cerchiamo di capire che cosa significa quella lettera.

T sta innanzitutto per Thanatolia. Che è anche il titolo di una raccolta di racconti di diversi autori ambientata in un'ambientazione condivisa. Un setting fantasy sword&sorcery, dove si muovono necromanti, tombaroli, paladini e mostri di vario genere: Thanatolia è un intero continente adibito interamente a cimitero, dove secoli e secoli di tombe sono state riempite scavando nelle precedenti e prontamente saccheggiate. In T compare la stessa Thanatolia, ma stavolta non è un universo a parte: è diventata una simulazione condivisa, una specie di MMORPG a cui partecipano centinaia e centinaia di giocatori, non sempre volontari. Infatti, nell'Italia del 2030 circa raccontata da Forlani, la situazione economica è così disastrosa che l'unica via d'uscita per la disoccupazione giovanile è mettere le persone in stasi, addormentarle e collegarle al mondo virtuale insieme a tutti gli altri, dove potranno assumere l'identità che vogliono e passare anni e anni sotto le amorevoli cure di centri specializzati che si occupano di governare i loro corpi inermi. Certamente può sembrare una soluzione un po' estrema, ma è appunto del tutto coerente con la visione del mondo, e in particolare proprio dell'Italia, che da sempre Forlani ha proposto. Il governo dell'epoca ha volutamente emesso il Pointless Act proprio per creare una nicchia socio-ecologica a questo esercito di sfaccendati, e non è così difficile immaginare l'evolversi di certe forme di assistenzialismo attuali verso forme più perverse come questa. I protagonisti di T sono infatti tutti giovani. O meglio, sono ciò che si intende per "giovane" in quest'Italia del futuro: si parla in realtà di quarantenni o giù di lì, ma cresciuti e pasciuti in una società così flaccida che sono poco più che adolescenti nella loro concezione della vita, nei loro rapporti con gli altri, nel modo in cui affrontano le difficoltà.

T sta anche per Tempo determinato. Non solo in termini lavorativi, anche se questa è la prima e più evidente declinazione del termine. I "ragazzi" protagonisti cercano infatti di inserirsi in contesti di lavoro, ma ottengono soltanto pochi mesi di occupazione prima di essere rimandati da dove arrivano. Curriculum di venti pagine, lauree e lingue straniere, ottimo standing, capacità di relazione e hobby, tutto viene esaminato con una scrollata di spalle per poi passare avanti. E così i quarantenni bambini si trovano a non aver mai contribuito alla società, diventano inutili e passabili di Pointless Act. A un'analisi superficiale può sembrare un atteggiamento paternalistico, Forlani che si lamenta di una gioventù rammollita, incapace di prendere controllo della propria vita, ma non è così: è chiaro che i ragazzi sono a loro volta vittime di un sistema gerontocratico e clientelare (come in I senza-tempo), che non valuta minimamente esperienze e competenze e che in fin dei conti non ha proprio bisogno di loro, non sa che farsene di carne nuova, dato che si è già esteso a tutti i capillari e ora non può fare altro che avviare la metastasi e cannibalizzare se stesso. Ma la temporaneità non si riferisce solo a questo, perché il senso di transitorietà si avverte in tutto: non c'è niente di stabile, niente di definito, nessun frame di riferimento sul quale basere un qualsivoglia sistema di valori. Paradossalmente, il mondo simulato di Thanatolia rappresenta quanto di più solido esista per tutti coloro che ne fanno parte. Ed è infatti su questo che si basa un punto cardine di tutta la trama: da un certo punto in poi, le diverse realtà iniziano a intersecarsi tra loro, a fondersi, con scorci di Thanatolia che compaiono nel nostro mondo postmoderno e echi di postcapitalismo nella lande cimiteriali di Thanatolia. I personaggi si trovano ad alternare senza rendersene conto tra un piano e l'altro, magia e tecnologia si contrappongono e si mescolano (come in Eleanor Cole), e capire qual è la verità si fa difficile. È una sorta di Ubik, ma laddove Philip Dick avvisava "io sono vivo, voi siete morti", qui sono tutti morti, e allora di chi è la volontà che sta mettendo insieme questa realtà?

T sta forse anche per Teaser Trailer. Perché il futuro così vicino che ci aspetta è un'epoca in cui l'immaginazione funziona come un algoritmo. I protagonisti di T sono figli dell'era dell'intrattenimento invasivo, onnipresente, incessante. C'è anche un nucleo sovversivo tra questi personaggi, caratterizzati da una serie di particolari che portano a inquadrarli come "nerd". Ma non sono i nerd impacciati e autentici per i quali il termine è nato. Sono nerd consapevoli, autocompiacenti, che hanno abbracciato questa subcultura perché è diventata mainstream. Se un tempo certi generi di narrativa, i giochi di ruolo, alcuni tipi di film, erano considerati sanamente "di evasione", da cosa puoi evadere quando è il Sistema stesso a proporteli, e quindi ne fa la tua nuova gabbia nella quale ti rinchiudi da solo e ingoi la chiave? Sono quindi tutti valori fasulli, emozioni preconfezionate (come in Emoticonio), storie a bivi che portano a un'unica conclusione. Per cui riprendendo l'accostamento di poco fa, T è come Ubik, se Dick fosse vissuto abbastanza da vedere World of Warcraft e partecipare al Comiccon di San Diego.

T potrebbe stare per Troppo Tardi. Da tutto quanto detto sopra, non rimane che concludere questo: non c'è niente che possiamo fare per salvarci. Lo scoprono un po' per volta tutti i protagonisti, anche quelli che cercano sulle prime di opporsi alle atrocità (di chi?) e si ritrovano poi ancora più in profondità nel meccanismo perverso di realtà nidificate. L'unico labile appiglio di speranza è dato dalla ragazza straniera, quella che è fuggita dalla guerra e pensava che in Italia avrebbe trovato una vita più facile e l'ha trovata davvero, ma capisce che questa leggerezza ha un prezzo, e non è disposta a pagarlo. La sua soluzione comunque è andarsene, abbandonare la lotta e tornare all'origine del male da cui era fuggita. La verità è che il Sistema (o forse Thanatolia) non ha bisogno di loro quanto loro hanno bisogno di Thanatolia (o del Sistema), e a ogni proposito di cambiare le cose la risposta è che no, non si può (come ne Il Grande Avvilente).

T in realtà non sta per niente. È solo una lettera dell'alfabeto, una a caso, senza significato, senza scopo. Indifferente. Perché è a questo che si riduce tutto, alla fine: citando ancora Dick, se la realtà è quella cosa che continua a esistere quando smetti di crederci, allora che cosa rimane quando non hai mai creduto in nulla?

Siamo arrivati alla fase in cui concludo dicendo "compratelo e leggetelo". L'autore lo ha autopubblicato su Amazon per sua scelta, dopo aver avuto alcuni rifiuti da parte di vari editori. Però se devo essere onesto non credo che questo sia un romanzo che in effetti può essere letto da tutti in qualunque momento. Di sicuro non è il testo adatto con cui iniziare la lettura di Forlani. Consiglio piuttosto di leggere prima altri suoi romanzi e racconti, e passare poi a questo solo dopo aver preso confidenza con quella poetica di cui parlavo all'inizio. Allora, la potenza di T potrà saltare fuori dalle pagine e prendervi a sberle. E voi godrete di questo dolore.

Coppi Night 27/01/2019 - Day of the Dead: Bloodline

In passato nei commenti ai film visti durante le Coppi Night ho avuto varie occasioni di esprimere apprezzamento per produzoni spagnole: Mientras Duermes, Los Ultimos Dias, El Bar, Cella 211. Con mia sorpresa mi sono sembrati tutti film di buon livello, quindi pur avendo una certa diffidenza di base nei confronti dei filmdi zombie (soprattutto quando non fanno nemmeno lo sforzo di trovarsi un titolo originale), ho pensato che questo potesse avere una sua ragione d'essere.

E invece no.

Questo Day of the Dead, che qualcuno ha pure spacciato come un remake dell'omonimo film di Romero (non mi è chiaro in base a quale criterio, a parte appunto il titolo) inanella uno dopo l'altro tutti i cliché del film horror di serie Z. Dal motore che non parte all'idiota che rimane indietro senza avvertire e mette in pericolo il gruppo, dalla bambina malata che scappa senza ragione al mostro ubiquo. Non c'è nessuna traccia di originalità, di passione, di voglia di mostrare qualcosa di nuovo. L'unica variazione sul tema visto e rivisto fino alla nausea cosmica è lo zombie che oltre a essere morto vivente è anche uno stalker violentatore che mette la sua voglia di carne umana al secondo posto dietro la sua voglia di scopare. Ho sperato e pregato che quando questo punto emerge potesse condurre a una svolta, qualcosa del tipo "se sei abbastanza ossessionato puoi invertire la zombificazione", ma no, niente del genere. Era soltanto un modo per rendere il nemico ancora più disgustoso e pericoloso, o almeno questo voleva essere nelle intenzioni di chi ha fatto il film. Affermare che ci siano riusciti è un'altra cosa.

La sciatteria si rileva in tanti dettagli, alcuni tutt'altro che marginali. In genere in un film di zombie ci si aspetta che venga offerta una minima spiegazione di come il contagio si origina e diffonde, qui invece manco quello. Dal primo infetto nel giro di quatto ore siamo già al livello apocalisse, e poi boom, flashforward cinque anni dopo. E la cosa assurda è che i sopravvissuti tutto sommato se la passano alla grande: hanno il loro villaggio fortificato, sorvegliato da militari con armi cariche, mezzi di trasporto e benzina, bambini che nascono, e una mensa che distribuisce pasti caldi ogni giorno e mannaggialamorte fanno pure jogging intorno al bunker! Roba che quelli di The Walking Dead ci metterebbero la firma subito. Ma invece vogliono farci credere che si trovano in difficoltà, nonostante siano sopravvissuti a una cazzo di apocalisse zombie.

A tutto questo si aggiunge la classica protagonista a cui auguri di mangiare una noce e scoprire solo in quel momento di essere allergica e schiantare di shock anafilattico così, de botto, senza pathos e senza dignità. Bella, intelligente, salda di principi: perfetta. Ha sempre ragione, anche quando è lei a fare le cazzate immense che portano alla morte prima di una, poi due, poi decine e centinaia di persone. Ma lei è nel giusto. Anche se si fa le sue corsette a venti centimetri dalla recinzione che li separa dagli zombie e forse sarebbe il caso di non provocarli: no, lei sa meglio di tutti cosa è giusto fare. E chiaramente si farà una schiera di morti intorno prima di abbassare la testa e ammettere che ha sbagliato. Cosa che infatti non farà, ma i morti li provoca comunque. L'importante è che si salvi la bambina anche se i suoi genitori sono esplosi e hanno tentato di sbranarla, no?

Insomma una schifezza immensa. Sotto tutti i punti di vista, non ci sono nemmeno doti tecniche a redimere il porcaio generale. L'archetipo per cui tutti i film di zombie ormai sono da tenere a distanza, con buona pace di chi ci prova davvero a fare qualcosa di buono.

Dal libro al film: La città e la città

Alcuni mesi fa ho letto La città e la città, romanzo investigativo di China Miéville che, essendo China Miéville, non scrive un "romanzo investigativo" come lo scriverebbe chiunque altro. Poco dopo la lettura ho scoperto che dal libro era stata tratta una recentissima miniserie prodotta dalla BBC con lo stesso titolo The City and the City, e trattandosi di quattro episodi che concludono tutta la storia (invece delle indeterminate serie di cui non si sa mai se e quando finiranno), ho pensato che fosse interessante vederla e proporre un confronto tra romanzo e adattamento.

Come sempre in questi casi serve ripercorrere per sommi capi la trama di cui stiamo parlando, per cui vi piazzo un'allerta spoiler anche se al di là di ambientazione, personaggi e punto di partenza della storia non rivelerò molto, per cui potete continuare il post anche se non avete né letto il libro é visto la serie. Preciso anche che per semplicità non metterò tutti gli accenti strani sulle consonanti che dovrei cercare sulla charmap e perderci due minuti ciascuno.


La città e la città è ambientato tra Beszel e Ul Qoma, due città mediorientali "gemelle", unite da un legame molto particolare. Di fatto occupano lo stesso territorio, ma in un'epoca piuttosto lontana tra le due è stata imposta una divisione, che non è una separazione fisica con muri e steccati, ma una sorta di censura sensoriale adottata da tutti gli occupanti dell'una o dell'altra. Chi vive a Beszel deve ignorare ciò che avviene ad Ul Qoma e viceversa, anche se in termini materiali è qualcosa che avviene a pochi centimetri da lui. Tutta la popolazione è istruita a "disvedere" (unsee) l'altra città e i suoi abitanti, ma anche i suoi edifici e veicoli in movimento, a non ascoltare i suoni che vengono dall'altra parte, e in generale la comunicazione tra città è scoraggiata. Non è impossibile passare dall'una all'altra, ma ci vogliono speciali permessi e ogni violazione di questa segregazione è punita. A sorvegliare sulla corretta separazione c'è appunto la Violazione (Breach), un'entità misteriosa che esercita un forte potere sulle due città, pur non essendo ben chiari quali siano i limiti dei suoi "poteri" (se esistono) e chi ne faccia parte. La prolungata divisione delle due città nella storia ha portato a una notevole differenza anche nel loro sviluppo: lingua, cultura e vocazione di ognuna sono diverse tra loro. Beszel ha conservato i caratteri di un'antica città di frontiera del medioriente, tra bazaar, traffico congestionato, vecchi edifici; Ul Qoma invece si è modernizzata, ha costruito grattacieli, ripulito le strade e vietato il fumo nei luoghi pubblici.

In tutto questo, il protagonista è Tyador Borlù (nella serie interpretato da David Morrissey, che molti potranno ricordare per il suo ruolo del Governatore in The Walking Dead), un ispettore della polizia di Beszel a cui viene assegnato il caso di omicidio di una giovane ricercatrice americana, impegnata negli scavi archeologici a Beszel. Il romanzo inizia proprio con l'arrivo di Borlù sul luogo del delitto e le prime rilevazioni sulla dinamica di morte della ragazza, e da lì si sviluppa con il proseguire delle indagini. Oltre al fatto che a essere stata uccisa sia una straniera, emergono presto altri dettagli anomali sulla sua morte, in particolare il fatto che sia stata in effetti uccisa ad Ul Qoma, e il corpo abbandonato in seguito a Beszel. Per proseguire l'indagine Borlù deve  quindi spostarsi a Ul Qoma e assistere lì la polizia locale, ma anche questo non sembra essere sufficiente, perché forse dieto la morte della ragazza c'è qualcosa di più che coinvolge entrambe le città e l'origine della loro separazione. Il tutto sempre sotto la minaccia della Violazione.

Nel romanzo di Miéville, una delle cose che mi hanno colpito di più è la meticolosità con cui l'indagine viene portata avanti. Dai primi interrogatori coi ragazzini che hanno scoperto il cadavere, ai contatti con il proprietario del furgone rubato e così via, ci vogliono un centinaio di pagine solo per arrivare all'identità della ragazza. Questo da una parte è un gran punto a favore perché aumenta la verosimiglianza della storia e concede l'occasione per mostrare il mondo in cui si svolge la storia, dall'altra però rappresenta a volte un limite perché si ha l'impressione che la storia fatichi a procedere, soprattutto nelle prime fasi. Non che la lettura sia noiosa, ma ci si trova ad aspettare uno sviluppo concreto per un tempo forse eccessivo. L'autore fa un gran lavoro per presentare le due città e il paradigma della separazione, così come il mistero intorno alla Violazione, che incombe come un predatore nascosto nell'ombra, pronto a colpire, infallibile e spietato.

Nell'adattamento per lo schermo, la sfida più grande stava sicuramente nel trovare il modo di  rendere la separazione tra le città. La differenza culturale è evidente, Beszel infatti è caratterizzata nell'estetica come una città cresciuta troppo in fretta, moderna ma attaccata al suo passato, come potrebbe essere una Istanbul. Ul Qoma invece è Dubai, che ha saputo stare al passo e anche anticipare i tempi, centro di affari e grandi aziende, un posto dove si smuovono interessi di livello globale. La diversità tra le due è resa in maniera molto efficace, tanto nell'architettura quanto nel modo di vestire, nel tipo di locali, le auto che circolano, le divise e gli uffici della polizia: si ha davvero l'impressione di trovarsi in due posti diversi. Per quanto riguarda la censura reciproca, il trucco adottato dalla serie è semplice ma immediato: le parti della città opposta sono mostrate sfocate, a simulare il disvedimento degli abitantiche si trovano da una parte. È interessante notare come alcune alcune aree vengono mostrate prima da un lato e poi dall'atro, come l'edificio centrale che fa da municipio per entrambe e frontiera tra le due città. La separazione è sottolineata anche da dettagli di contorno, come avvisi e manifesti che ricordano a tutti il divieto di interagire con l'altra lato: "When in Beszel, see Beszel."

Una differenza invece sottile ma piuttosto significativa tra romanzo e miniserie è il modo in cui viene considerata la Violazione. Nel libro la Violazione è un'entità oscura ma tangibile, che incute un forte timore su entrambe le città (meno sugli stranieri) e che da queste è rispettata. Ci si rivolge alla Violazione con deferenza e si accettano le sue decisioni, perché è risaputo che sa sempre quando e come deve agire. C'è anche la sensazione che non sia composta da semplici uomini ma da entità con un potere che trascende quello delle normali persone. Nella serie l'ottica è un po' diversa, e sembra piuttosto che la Violazione sia una sorta di società segreta da cui difendersi, tant'è che ci sono manifesti che consigliano di guardarsi bene intorno per scoprire i suoi agenti. In questa versione la Violazione è ancora temuta, ma è tratta più come un intruso pericoloso che come un'autorità superiore la cui volontà sovrascrive quelle dei poteri locali.

Ma la differenza più sostanziale tra le due versioni è il coinvolgimento di Borlù nella vicenda. Come dicevo infatti nel commento al romanzo, nel libro Borlù porta avanti con diligenza e professionalità la sua indagine. Scopre via via nuovi pezzi e la sua voglia di risolvere il mistero aumenta sempre di più, tuttavia non c'è niente che lo spinga a "sentire" l'indagine al di là della suo codice deontologico di ispettore. Ne rimane sempre in un certo modo distaccato, come se fosse solo il solutore di un enigma. Questo era stato uno degli aspetti che nel libro mi erano mancati di più. Anche gli autori della serie se ne sono accorti, e infatti qui la situazione è ben diversa: la moglie di Borlù è scomparsa tempo prima, ed era anche lei interessata al passato delle città e agli scavi archeologici su cui lavorava la ragazza uccisa. Sono anzi entrambe allieve dello stesso professore (Bowden, personaggio chiave che è stato reso in maniera diversa rispetto al libro, ma funzionale al suo nouovo ruolo), e questo loro collegamento indiretto non può che far pensare al protagonista che risolvere l'omicidio dell'una potrà portarlo a ritrovare l'altra, o almeno scoprire la verità su cosa le è successo. Si può contestare che la modalità con cui il protagonista viene collegato all'indagine è la più scontata possible, un cliché fin troppo tipico del noir, però in effetti viene gestito abbastana bene, e comunque è sempre preferibile che un qualche tipo di coinvolgimento personale ci sia, se pur il più elementare possibile.

Alla fine la soluzione del mistero è sostanzialmente equivalente anche se diversa in qualche dettaglio, ma comunque porta allo stesso tipo di considerazioni. Nel romanzo erano presenti alcuni accenni a tecnologie dimenticate nel passato delle città, che invece nella serie sono dimenticati, ma visto che non hanno grande impatto sulla vicenda non è un problema. Nell'adattamento c'è invece un twist abbastanza inaspettato su uno dei personaggi principali, anche questo reso molto bene, e che forse nel romanzo non avrebbe funzionato, ma per come invece è stata impostata la storia nella serie colpisce nel modo giusto.

In ultima analisi, The City and the City prodotto dalla BBC è una serie di ottimo livello, che ha saputo prendere una storia abbastanza complessa soprattutto per le caratteristiche di base della sua ambientazione e renderla al meglio. Come diciamo sempre, ha poco senso dire se "il film è meglio del libro", ma in questo caso sicuramente si può dire che la sfida di portare su schermo le città gemelle è stata vinta, e allo stesso tempo le potenzialità di questa stessa sfida sono state valorizzate. Un lavoro ben fatto quindi, e in un'epoca in cui le serie si protraggono all'infinto senza nessuna garanzia sul loro futuro e costanza qualitativa, trovare qualcosa come questo, che si prende giusto il tempo che serve per mettere giù la storia e concluderla, è un grande sollievo.

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