In morte di Tim Bergling

Pochi giorni fa il mondo ha appreso della morte di Avicii, dj e producer svedese asceso alla fama globale con un paio di pezzi azzeccati, trovato senza vita in una stanza d'albergo durante una vacanza, a ventotto anni. Sui media italiani la vicenda non è stata affrontata molto oltre la notizia, ennesima tragedia annunciata di un ragazzino troppo ricco e troppo famoso, probabilmente drogato, comunque senza alcun valore artistico. Mi piacerebbe spendere qualche parola in più, un po' perché da qualche anno ho iniziato a dare tutto un altro peso alla morte, un po' perché credo che non gli sia stata resa giustizia.

Non parlo da fanboy. La musica di Avicii non rientra pienamente nei generi che più apprezzo, anche se devo ammettere che, nell'ambito di questa euro house cheesy che sta girando negli ultimi anni, lui mi sembrava forse l'unico che aveva davvero qualcosa da dire, e la cui musica non era soltanto un'assemblaggio di kick, bassi, phaser e autotune. Non parlerò comunque della qualità della sua musica, lascio che ognuno valuti questo aspetto secondo i propri gusti.

Avicii, o Tim Bergling come lo chiamavano a casa sua, non stava bene. Aveva avuto problemi di salute, dovuti principalmente all'alcool. La cosa risale a un paio di anni fa, quindi parliamo di problemi di alcolismo a venticinque anni. All'apice della sua carriera, si era ritirato dalla scena, annunciando che non si sarebbe più esibito in giro per il mondo, e il mondo lo ha girato parecchio, in pochi anni. Quasi un anno dopo questo annuncio, appena qualche mese fa, un altro che ancora si trova sul suo sito: avrebbe ripreso a fare musica, ma non i concerti: We all reach a point in our lives when we understand what matters the most to us.

Avicii, o Tim, ha raggiunto quel punto a ventisei anni. Mi sembra quasi di vederlo, aizzare una folla di diecimila persone, e poi tornare in una stanza d'albergo, taggato in migliaia di foto e video, e sdraiarsi sul letto, da solo. Spremuto da un'industria che ha bisogno di personaggi come lui, prosciugato da chi ha bisogno di una traccia di talento per costruire un idolo da far adorare al pubblico, troppo ricco e troppo famoso. Non è stato il primo e non sarà l'ultimo a bruciarsi in questo gioco perverso del too much too fast, in cui di solito chi si arricchisce davvero è qualcuno di cui nessuno conosce il volto. È uscito poco tempo fa su Netflix un documentario dedicato proprio a lui, dove sono ripercorse le tappe della sua fulminante carriera. Col senno di poi, appare evidente che qualcosa non era come doveva essere, e lui stesso lo ammette.

Le circostanze della morte non sono state rese pubbliche dalle autorità per rispetto nei confronti della famiglia, sono esclusi comunque azioni criminali. Nessun omicidio o avvelenamento. E forse non è stato nemmeno un suicidio, ma si percepisce comunque una cappa di oscurità su questa morte. La sensazione diffusa è che non è morto per un incidente, e che c'era comunque qualcosa, nella sua vita, che non ha funzionato. Nonostante la fama, nonostante l'amore incondizionato del suo pubblico, nonostante la possibilità di parlare a milioni di persone, notte dopo notte.

Tim, o Avicii, aveva davvero qualcosa da dire, ma forse non ci è riuscito. Proviamo ad ascoltare meglio la prossima volta, se non altro per chi abbiamo vicino.


Rapporto letture - Marzo 2018

Questo potrebbe anche chiamarsi "rapporto lettura", perché come accennavo un paio di post fa, sarà un post molto scarno. Di fatti a marzo ho completato un solo libro, e per la verità anche piuttosto corto. Il mio criterio per l'inclusione dei libri nei rapporti letture è i libri finiti nel mese, per cui in questo caso, pur avendo avuto per le mani un altro libro per buona parte di marzo, l'ho finito ad aprile e quindi dovrà finire nel rapporto del prossimo mese.


Quindi il piccolo volume di cui si parla è uno della collana Future Fiction, ovvero MeccanicaMente di Carme Torras, ricercatrice informatica spagnola dedita allo studio sull'intelligenza artificiale. E proprio di AI si parla in questa raccolta, che contiene due racconti e due brevi saggi scritti per conferenze sul tema. Si nota anche il taglio dei racconti, che in effetti è poco "narrativo" e molto "didattico", con storie dalla struttura lineare e prevedibile, che forse mancano di quel filo di tensione che potrebbe tenere più alta l'attenzione del lettore. Si parla comunque di intelligenza artificiale e della sua integrazione nella vita quotidiana, con personaggi che si confrontano con derivazioni, palesi o meno, di questa tecnologia. Nei successivi testi l'argomento è ancora quello, trattato chiaramente in maniera più tecnica ma non pesante, peccato che alcune sezioni dei due saggi siano praticamente uguali (probabilmente riproposte in occasione diverse). Nel complesso una lettura non molto varia, dagli spunti interessanti ma un po' carente quanto a potenziale di coinvolgimento. Voto: 5/10

Quindi per parlare di cosa mi ha tenuto occupato buona parte di marzo e la prima settimana di aprile dovremo aspettare ancora un mesetto, ma se intanto volete un indizio, pensate a Mumon.

Le serie tv che ho smesso di guardare

La prossima settimana inizierà la seconda stagione di Westworld e a distanza di pochi giorni anche la seconda stagione di 3%. E di settimana in settimana, sbocciano qua è là tra le varie piattaforme e canali a pagamento altri show e vengono lanciati annunci per i progetti futuri: dal Signore degli anelli alla Torre Nera passando per Queste Oscure Materie, da Star Wars a Star Trek passando per la Fondazione... e questo solo considerando l'ambito delle serie di genere "fantastico" che è quello che mi interessa di più e per cui di conseguenza conosco gli sviluppi, ma al di fuori dal fantastico ce ne sono sicuramente altrettante annunciate o in uscita. Si dice che stiamo vivendo l'epoca d'oro delle serie tv, e probabilmente è vero nel senso che l'attenzione del pubblico e gli investimenti confluiscono in maniera massiccia su questo settore. Ma è cosa risaputa che quantità e qualità vanno raramente di pari passo, e soprattutto, il tempo per dedicarsi a ognuna di queste non può bastare a chiunque voglia mantenere in equilibrio le proprie funzioni fisiologiche e psichiche.

La soluzione quindi, è solo una: come l'unica strategia vincente al casino è quella di non giocare, per le serie l'unica possibilità di riuscita è di abbandonarle.

No, questo non è un post anarchico che invita alla lotta non violenta verso l'industria dell'intrattenimento che sta prosciugando la nostra capacità critica (ne trovate molti altri ben più validi in giro), ma soltanto una presa di coscienza. Appurato che non si può seguire ogni serie solo per poterne discutere su facebook dieci minuti dopo la fine dell'episodio (o dell'intera stagione bingiata su Netflix), ci si accorge che non si deve farlo, ovvero che non c'è niente che ci obblighi a continuare a dedicare il nostro tempo a un prodotto che non ha niente da offrire, semplicemente per inerzia, accidia o noia. Conosco molte persone che non hanno nessuna motivazione per seguire una serie al di là di "ormai l'ho iniziata sei anni fa, che faccio smetto ora?" Sì, è proprio quello che dovreste fare!

Per stimolare la riflessione e l'autoanalisi butto giù la mia lista di serie recenti rimaste incompiute, che ho iniziato a vedere e che ho interrotto, a volte molto presto, a volte a pochi minuti dalla fine, quando ho capito che non valevano il mio tempo.

The Walking Dead. Ho smesso di guardarlo verso l'inizio della quarta stagione, dopo la fine della storyline del Governatore (che già avrebbe dovuto concludersi alla fine della stagione precedente, ma invece è stato trascinato per qualche altro episodio). A differenza di molti avevo trovato la seconda stagione abbastanza valida, mentre i primi segni di insofferenza erano arrivati nel corso della terza. Ammetto però che ogni tanto mi leggo i recap delle nuove puntate, giusto per sapere dove la storia chiaramente senza sbocco sta andando (spoiler: da nessuna parte). Per la verità da quello che sento e leggo in giro mi pare che non esista un solo spettatore soddisfatto di quello che vede, eppure la serie fa ancora dei numeri rilevanti. Questo è quindi uno dei casi più emblematici.

Penny Dreadful. Una prima stagione piuttosto interessante, grazie all'intreccio di questi personaggi iconici (anche se si era già visto nella Lega degli Uomini Straordinari). Seconda stagione così così, abbandono a metà della terza che, anche in questo caso, sembrava girare su se stessa, forse prigioniera dell'incertezza sul futuro della serie (che poi è una delle ragioni principali per cui molte sembrano concludersi-ma-non-del-tutto a ogni stagione).

Una serie di sfortunati eventi. L'ultimo episodio della prima stagione è rimasto lì da solo, e Netflix ogni tanto mi chiede se voglia continuare a vederlo ma no, non accadrà. In effetti ho visto anche en passant parte del primo episodio della seconda staigone, ma mi sono addormentato e non me ne pento. Nonostante lo stile gradevole, la formula risulta noiosa e ripetitiva molto presto. Inoltre, a differenza del film omonimo di diversi anni fa, le personalità e i "poteri" dei protagonisti sono molto blande e poco rilevanti. E poi siamo onesti, la performance di Jim Carrey è inarrivabile.

Dirk Gently Agenzia di Investigazione Olistica. Vista tutta la prima stagione, ma non ho nessun inteesse per la seconda. Questo Dirk Gently è a mio avviso molto inferiore a quello del primo tentativo di trasposizione, e si affida fin troppo al caos e al surreale, confondendo il significato dell'olismo con quello di casualità.

Legion. Gustosa fino a metà per il modo in cui realtà, memoria e spazio mentale si sovrappongono e come questa confusione è resa. Il gioco però non basta da sé a reggere tutta la serie e le varie incoerenze minano la credibilità. Finita con sforzo la prima stagione, non continuerò.

Zoo. In questo caso non sono sicuro al cento per cento di averla abbandonata. Ho vissuto la prima stagione come un prodotto semiparodistico, a volte talmente assurdo nelle nozioni e nello svolgimento da sembrare qualcosa tipo Una pallottola spuntata. In questo modo me lo sono quasi goduto, ma ora che so di cosa si tratta, non sono sicuro di avere bisogno di una seconda e terza stagione. Non lo escludo del tutto, ma probabilmente non saprò mai come andrà a finire la ribellione degli animali.

Game of Thrones. Questo è un caso particolare, perché ci sto ancora riflettendo. Manca ancora un anno per la stagione finale, e onestamente sto vivendo l'attesa con tutta la serenità di Kermit che sorseggia il tè. Le ultime due stagioni hanno completamente sovvertito lo scopo iniziale della serie, virando da un prodotto decostruttivo dell'epica fantasy a una fanfiction di una sessione di D&D. C'è da dire che si parla in questo caso di un prodotto di fattura davvero ottima, sempre impressionante da vedere, ma quando su ogni puntata puoi basarci sopra un drinking game vuol dire che la serietà si è persa per strada.

Stranger Things. Visto il primo episodio. Non ho bisogno di questa ruffianata, grazie.


Analogamente, ci sono molte serie che sulla carta potrebbero interessarmi ma di cui per il momento mi sto tenendo lontano, perché prima di invischiarmi in qualcosa che non mi porti da nessuna parte voglio essere sicuro di quello che faccio. Mi riferisco ad esempio a Dark, American Gods, The Handmaid's Tale, Altered Carbon, Lost in Space: tutte serie che in molti mi hanno consigliato, e che io stesso sono sicuro potrebbero piacermi, ma... non lo so. Ci penserò, ok?

Invito tutti a fare lo stesso esercizio, prendere le serie abbandonate (se ne avete) e capire perché lo avete fatto. Sarà molto utile a realizzare che cosa cercate davvero in una serie, e separare quindi quelle che ha senso continuare a seguire da quelle che dovrete abbandonare. Sarà traumatico, all'inizio, ma poi proverete tanto sollievo.

Neal Stephenson & Nicole Galland - The Rise and Fall of D.O.D.O.

Dato che il rapporto letture di marzo, come vedrete presto, sarà molto breve, ho pensato che fosse il caso di approfondire invece un libro di cui ho già detto qualcosa nel rapporto letture del mese prima. The Rise and Fall of D.O.D.O. è un romanzo scritto a quattro mani da Neal Stephenson e Nicole Galland, pubblicato nel 2017 e al momento inedito in Italia. Su questo blog si tiene in estrema considerazione il signor Stephenson, perciò capitando sottomano il volume in questione è stato prontamente acquistato e letto a distanza di pochi mesi, saltando pile di letture promesse risalenti all'era precedente ai social network. Il fatto che in copertina comparisse anche il nome di un altro autore di cui non sapevo nulla (e in effetti anche ora ne so ben poco) non mi ha scoraggiato né insospettito troppo. Mi fido troppo di Neal.

La prima domanda che viene in mente, leggendo il titolo e vedendo la copertina con un dodo e dei gatti a testa in giù, è sicuramente "che cos'è il D.O.D.O.?" È una domanda che anche Melisande Stokes, una delle protagoniste e narratrici del libro, si pone per qualche centinaio di pagine, anche quando del D.O.D.O. è già entrata a far parte: la sigla sta per Department of Diachronic Operations, ovvero "Dipartimento per le operazioni diacroniche". E allora, cos'è la "diacronica"? In una parola: viaggio nel tempo.

Quindi The Rise and Fall of D.O.D.O. (che potremmo chiamare per comodità TRAFODODO, ma non so quanto sarebbe davvero comodo) è soltanto un'altra storia sui viaggio nel tempo? Sì, ma no. Sì, perché tutto il nucleo centrale della storia verte intorno alla possibilità del viaggio nel tempo e il modo in cui questa possibilità viene sfruttata in modo strategico dall'apparato militare degli USA. Niente di nuovo quindi. Ma dicevamo: anche no, perché per arrivare al viaggio nel tempo si fa un giro molto largo, che inizia con la magia.

Con "magia" si intende proprio la stregoneria: incantesimi e sortilegi operati dalle streghe. Nella continuity del romanzo, la magia è stata comune e nota per buona parte della storia umana, fino alla metà dell'Ottocento, quando ha iniziato a dissiparsi e sparire, per una ragione ben precisa. Il coinvolgimento iniziale di Melisande, dopo essere stata reclutata da Tristan Lyons, consiste infatti in un lavoro di traduzione di antichi documenti che parlano proprio della magia come qualcosa di perfettamente quotidiano. Solo in tempi recenti si è perso l'uso di questa disciplina, e l'obiettivo del D.O.D.O. è recuperarne l'uso. Per farlo servono però delle congiunture molto particolari: innanzitutto c'è bisogno di una strega, ovvero una donna (e solo una donna, nessun uomo può farlo) che conosce la magia e può praticarla; in secondo luogo serve un ambiente quanticamente indipendente dalla realtà circostante.

Se avete familiarità con Neal Stephenson, lo conoscete come un autore capace di scrivere paginate di nozioni e speculazioni scientifiche e filosofiche all'interno delle sue storie, senza perdere per una pagina l'attenzione del lettore. Uno che si diverte coi concetti, le ipotesi e le estrapolazioni. In questo caso, sono convinto che l'interpretazione della magia sia una sua idea: la magia è "solo" la selezione di un percorso probabilistico diverso a livello quantistico degli stati della materia. Le streghe sono capaci (in modo intuitivo, non certo conoscendo la fisica teorica sottostante) di "selezionare" un ramo probabilistico diverso da quello in cui si trovano e renderlo vero. In questo modo possono trasformare una persona in una rana, cambiare colore a un vestito, curare una ferita, e fare tante altre cose utili... come spedire altra gente indietro nel tempo. Il problema è che qualcosa nel 1851 ha reso la magia inutilizzabile, per cui per riuscire a praticarla è necessario creare un ambiente isolato all'interno del quale sia possibile operare separatamente dalla realtà circostante: una sorta di cabina di Schrodinger, per farsi un'idea.

Questi due elementi cruciali sono messi in campo dal professor Oda e da Miss Erszbet Karpathy, rispettivamente fisico teorico radiato dall'università e strega balcanica desiderosa di praticare la sua arte. Dopodiché, alla squadra del D.O.D.O., composta inizialmente solo da questi pochi operativi, non rimane che tentare i primi esperimenti e sperare che i fondi del governo continuino a scorrere. Infatti, la loro prima missione ha il nobile intento di portare nel presente il primo libro stampato in America in modo da poterlo vendere all'asta e farci una vagonata di soldi con cui mantenere il progetto. A complicare tutte le operazioni diacroniche c'è inoltre il fatto che alterare la storia è meno facile di quello che si pensa, perché ogni azione nel passato deve essere ripetuta più e più volte, su diverse "ramificazioni" (strand) della storia, fino a quando non si raggiunge una massa critica di cambiamenti tale che la realtà non può fare a meno che prenderne atto e modifiarsi di conseguenza. Chiaramente, giocare con la trama della realtà non è una cosa da poco, e si tira troppo quel tessuto si può rompere, innescando eventi di portata devastante. Tutto questo senza contare che fare a botte nel medioevo è tutt'altra cosa rispetto a quello che si pensa comunemente.

Il D.O.D.O. non ha vita facile, perché deve districarsi tra il bisogno di segretezza assoluta, e la necessità di controllo capillare da parte dell'esercito e gli enti statali che lo sovvenzionano. Man mano che cresce, che nuovo personale viene assunto e nuove sezioni sono aperte, si instaura una rigida burocrazia fatta di intranet, memo, codici di comportamento, lessico e sigle ufficiali, feste aziendali, e così via. Tutta la parte centrale del libro consiste praticamente nel racconto surreale di come un progetto che si regge sulla magia e il viaggio nel tempo viene gestito come una startup. Crescendo, il D.O.D.O. sfugge dalle mani dei suoi iniziali creatori, ed è allora che le incrinature nell'organizzazione iniziano a espandersi e si hanno le prime avvisaglie del disastro che comporterà la caduta del Dipartimento.

Se leggete The Rise and Fall of D.O.D.O. in cerca di una storia "alla Neal Stephenson" allora potreste rimanere delusi. Questo romanzo ha ben poco della struttura e della portata di un Seveneves ma anche di un Reamde. Tuttavia, si intuisce la vastità delle idee sottostanti e viene offerta più di un'occhiata all'abisso di nozioni e teorie che possono sorreggere i concetti che vengono affrontati per lo più nella loro espressione più pragmatica. Probabilmente l'apporto di Nicole Galland è stato principalmente quello di trasporre la storia in una forma più leggera, composta principalmente di stralci di diario scritti dalle protagoniste femminili, con una notevole dose di humor a volte esplicito e molte altre celato. Se quindi non sopportate la presunta pesantezza di Stephenson, allora leggere TRAFODODO può essere la soluzione per farvelo assaporare a dosi meno letali, per poi passare a qualche altra delle sue immense opere. Magari il salto diretto ad Anathem sarebbe esagerato, ma un po' per volta ci si può arrivare.

Non è dato di sapere se questo libro arriverà mai in Italia, ma considerando che anche Seveneves ancora non si vede, e che per di più il volume è tipograficamente complesso, con un sacco di stili di composizione diversa del testo e un lessico estremamente e doppiamente gergale (gergo e gergo interno al gergo), mi viene da pensare che pochi editori possano avere voglia di impegnarsi in un lavoro del genere. Quindi con ogni probabilità per leggerlo dovrete farlo in lingua originale. Oppure trovare una KCW che possa entrare in un ODEC e wendare su una strand dove il libro è già stato tradotto e procurarvelo.

Coppi Night 25/03/2018 - Swiss Army Man

Avrei dovuto fidarmi di più di chi diceva che questo era un film che meritava la visione. Mi è passato sottomano un paio di volte ma non avevo trovato sufficiente stimolo a guardarlo, valutando che sì, poteva essere interessante, ma in fondo, dai, Daniel Radcliffe dove vuoi che ti porti, quando ho provato a guardarlo al di fuori di Hogwarts non è andata bene (per la verità nemmeno Harry Potter mi è mai piaciuto così tanto, ma per il suo pubblico di riferimento di certo funziona). Poi come succede quasi sempre negli ultimi tempi, è arrivato su Netflix e allora, vabbè, proviamolo.

E ora dopo averlo visto due volte in due giorni posso dire che Swiss Army Man è un capolavoro. Non sono solito tenere una lista dei miei "film preferiti", ma di certo se ne dovessi stilare una in questo momento rientrerebbe di sicuro nei primi dieci.

La storia inizia con un naufrago (Hank, interpretato da Paul Dano) abbandonato su qualche imprecisata isola del Pacifico, che proprio quando ha deciso di suicidarsi scorge un corpo sulla spiaggia. Ma già dopo le prime interazioni tra lui e il cadavere (Daniel Radcliffe, appunto) si capisce subito che questo non è Robinson Crusoe e nemmeno Cast Away. L'isola viene abbandonata subito e il film non tiene a mostrarci la sopravvivenza e spirito di adattamento del naufrago. Certo, le strabilianti abilità del morto (un "uomo-coltellino svizzero", come da titolo) sono determinanti nel raggiungere la salvezza e la civiltà, ma la vera storia non è questa.

La vera storia, sommersa sotto uno strato spesso e denso di gag visive, flatulenze, assurdità biologiche e fisiche, travestimenti e musica accappella, è quasi banale nella sua universalità. È la storia di una persona che si perde non perché è finita su un'isola deserta, ma perché non sa cosa il mondo voglia da lui, per cui si fa in disparte, incapace di esprimere le sue passioni, si intiepidisce fino a rischiare di spegnersi del tutto. Ed è poi dal suo confronto con il morto, che invece poco per volta si rianima e riacquisisce le sue capacità, che inizia a emergere qualcosa. Ma non per questo il tutto si riduce a una morale alla Anna dai capelli rossi "la vita è meravigliosa", anzi, il confronto con il mondo esterno (il mondo "reale") è proprio quello che più ci può destabilizzare, ed è proprio lì che Manny, il morto ormai tornato in possesso di tutte le sue facoltà, fallisce. Ma tutto questo è aperto all'interpretazione, può anche trattarsi soltanto di una storia sgangherata di un allucinato introverso che merita di andare in galera per stalking.

Ci sono poi due aspetti in particolare che voglio però sottolineare. Il primo è il valore simbolico della scoreggia in questo film. La flatulenza è il primo segno di quasi-vita di Manny e rimane un elemento costante in tutta la vicenda, i due protagonisti ne parlano spesso. "Alla gente non piace quando gli scoreggi davanti" insegna Hank all'amico cadavere. E quando poi le cose si incrinano tra loro, Manny si chiede "Se il tuo migliore amico si nasconde quando deve scoreggiare, cos'altro ti sta nascondendo?" E nelle scene finali, quando il mondo reale ha schiacciato tutti i sogni dei due amici, è proprio con una scoreggia, e la teatrale ammissione "Sono stato io" che Hank afferma la sua rinnovata prospettiva, il suo desiderio di prendere il controllo della propria vita. A mia memoria non esiste nessun film che abbia trattato la flatulenza diversamente da uno strumento per qualche facile risata grossolana, ma Swiss Army Man la nobilita completamente.

E in secondo luogo, ma con un valore preponderante su tutto il resto, la colonna sonora. Il modo in cui la musica, composta dalle stesse voci dei due attori, si integra nel film, a mio avviso è rivoluzionario. Una concezione totalmente nuova della musica "di accompagnamento" in un film. Sicuramente in molti film la musica riveste un ruolo importante, con la ripetizione di temi oppure (anche senza entrare nel campo dei musical) mettendo in bocca le parole ai personaggi. Ma qui è diverso ed è, per quanto ne so, totalmente nuovo. Peraltro, è ciò che rende questo film sostanzialmente indoppiabile, a meno di non voler reinterpretare anche tutte le tracce della OST. Tempo fa parlavo del fatto che la musica nei film iniziasse a ricoprire un ruolo sempre più marginale, tanto da venire dimenticata subito dopo: questo era quello che volevo, senza sapere di volerlo. A rischio di fornire un piccolo spoiler (ma si tratta proprio dei primi minuti del film), metto un esempio di come il tema del film viene sviluppato la prima volta. Se esistono altri film che usano la colonna sonora come questo, vi prego, segnalatemeli



Swiss Army Man merita di più. Ha ricevuto qualche nomination in festival del cinema indipendente, e Daniel Radcliffe ha vinto anche il premio come miglior attore al Sundance. Ma questo è un film che ha in sé le caratteristiche per segnare qualcosa, oltre a qualcuno. Quindi non fate come me, e date retta a chi vidice di guardarlo. Come sto facendo io adesso, se non si è capito.

Annienta-mente, o WTF did i just see?!

La settimana scorsa è uscito su Netfilx Annientamento, film di Alex Garland "liberamente tratto da" l'omonimo romanzo di Jeff Vandermeer (Annihilation in origine). Storia di produzione e distribuzione travagliata, di cui si è parlato tanto, fino a farne un esempio del basso livello di considerazione in cui è tenuto il grande pubblico dei cinema. Annientamento è un film troppo intelligente per il quoziente medio di chi va al cinema, hanno detto, e forse non era proprio così la storia, ma forso sotto sotto un pochino sì, e comunque qui non parleremo di questo.

Personalmente ho gradito molto Annientamento, quando invece avevo trovato poco entusiasmante il precedente lavoro di Garland Ex Machina, che mi era sembrato interessante nella concezione ma scontato nell'esecuzione. In questo caso invece siamo di fronte a qualcosa di diverso, un completo mindfuck che già poco dopo le scene iniziali lascia lo spettatore privo di punti di riferimento, in un viaggio senza cinture di sicurezza verso una destinazione ignota. Sarò più stupido del pubblico medio del cinema, ma io adoro quando un film mi tratta così.

La cosa interessante è che mi sembra che negli ultimi anni ci sia una certa tendenza verso questo tipo produzioni, un'attenzione particolare per quei film per i quali la reazione standard è WTF did i just see?!. Penso ad esempio a Under the Skin, oppure le ahimè scarse opere di Shane Carruth come Primer e Upstream Color, ma anche in misura minore Arrival. Ammetto che la mia conoscenza dell'ambiente cinematografico è piuttosto lacunosa, per cui potrei essere in errore a notare solo ora un fenomeno che è sempre esistito, d'altra parte Solaris e 2001 Odissea nello Spazio sono usciti diversi decenni fa. Eppure la mia impressione è che in tempi recenti l'attenzione verso il WTF su schermo sia incrementata, e mediata nella maggior parte dei casi dal linguaggio della fantascienza. Forse perché il modo più semplice per introdurre qualcosa di alieno, che trascende i limiti dell'umana comprensione, è di metterci dentro proprio un alieno.

Se questa tendenza esiste davvero, ci dice qualcosa? È solo un ciclico movimento della moda e sensibilità collettiva, come lo sono i cinecomics, o implica qualcosa di più profondo? La mia umile interpretazione è che questo desiderio di avvicinarci a qualcosa di complesso per comprenderlo, e venirne rimbalzati, riflessi, annientati (nella mente quanto nel corpo), è un'espressione di quel diffuso senso di disagio implicito che buona parte della popolazione mondiale avverte, quel germe di solida incertezza, la consapevolezza sopita di non essere in grado di comprendere un mondo/ambiente/società/ecosistema oggi diventato troppo grande e interconnesso per essere recepito da una sola mente, almeno con gli strumenti della ragione.

E quindi cerchiamoaltro: l'autodistruzione, che sembra essere uno dei temi portanti di Annientamento (almeno del film, non ho letto il romanzo), è l'ultima fase di questo smarrimento, quella in cui l'unico modo per rispondere alla domanda è disinnescarla, esplodere in un annienta-mente che ci permette non solo di non trovare la risposta ma di cancellare anche la domanda. Uno zen cosmico che non viene più tramandato dai maestri ma di cui forse abbiamo bisogno come mai nella storia.

Come dicevo quando parlavo della fantascienza contemporanea italiana, mi pare che questo desiderio di mindfuck (che almeno io e Garland e Carruth proviamo, non so voi) sia alla fine dei conti una manifestazione di qualcosa che c'è sotto, e che può essere espressa solo in termini che sfuggono all'interpretazione. Non rimane quindi che annichilirsi, e ripartire. Se qualcosa è rimasto.

Coppi Night 11/03/2018 - I don't feel at home in this world anymore

Che poi un titolo del genere non ci sarebbe niente di male a tradurlo, a volte si sprecano per tradurre un'unica parola comprensibilissima, e invece una frase intera che non tutti potrebbero capire te la lasciano intera. Ma vabbè.

Mi aspettavo forse qualcosa di un po' diverso, ma com'è noto le descrizioni di Netflix non aiutano. Una storia che comincia come il riscatto del bravo cittadino che comincia a rispondere alle ingiustizie della vita (prendine quanti ne vuoi, a partire da Io me e Irene), con la protagonista abituata ad abbassare la testa che dopo aver subito un furto in casa decide di reagire, e trova un improbabile alleato in un vicino di casa un po' stravagante (un Elijah Wood che sembra aver assorbito la personalità del Dirk Gently a cui fa l'assistente nella serie accanto). La cosa sfugge un po' di mano e i due si ritrovano invischiati in affari ben più loschi, fino a una conclusione piuttosto sanguinosa.

La cosa che ho gradito maggiormente in questo film è l'imprevedibilità, che forse (forse) può essere anche il tema di fondo dell'intera storia. Vediamo le cose anche da altri punti di vista oltre a quello dei due eroi, e così sappiamo anche qualcosa dei "cattivi", che alla fine dei conti sono dei disperati arruffoni tanto quanto gli altri. L'imprevedibilità è quella cosa che ti manda all'aria i piani, perché una macchina ti passa davanti nel momento sbagliato o perché pesti una merda nel vialetto di casa, e allora devi pensare veloce e cambiare le cose in corsa ma non è detto che tu ne sia capace, anche perché un altro ingranaggio del tuo infallibile nuovo piano potrebbe incepparsi e allora devi pensare di nuovo, ancora più in fretta.

Questo elemento sembra essere la forza motrice dell'intera vicenda, anche se in certi casi si avvicina fin troppo alla coincidenza estrema, come una pallottola che rimbalza e guarda caso ti colpisce proprio in testa. Scorporata la Legge di Murphy dalla storia però abbiamo però un percorso incompleto nell'evoluzione della protagonista: si parte appunto dal proposito di riprendere il controllo della propria vita, si muovno i primi passi, qualcuno un po' esagerato, ma dopo la tragicommedia finale tutto sembra come prima. Non basta la scena di un barbecue in giardino con gli amici a far capire se qualcosa è cambiato, e anzi, l'impressione è che in effetti tutto sia tornato come prima, e la lezione imparata sia "stai con la testa bassa ché sennò succede un casino".

Un film quindi passabile, facile da assorbire ma non così sfaccettato come vorrebbe far credere, che nella parte finale si arrota su se stesso e non riesce a sciogliere i nodi che ha creato. Da questo punto di vista, Jim Carrey aveva fatto di meglio.

Fringe vs me

So bene che arrivo dopo i botti, e che parlare di Fringe nel 2018 è come parlare del telegrafo nel 1988. È passato abbastanza tempo dalla sua fine perché si sia potuto dire tutto della serie tv ideata e prodotta da J.J. Abrams, sull'onda del successo di Lost, che riprende e aggiorna la formula di X-Files, con la sua struttura di procedural investigativo con un arco narrativo che emerge e si concretizza nel corso delle stagioni.

Ma sta di fatto che, a causa della mia stringente policy di fruizione delle serie tv, ho visto Fringe solo di recente, pressappocco a partire da settembre dell'anno scorso, e l'ho finito solo da qualche settimana. Questo post in ogni caso non vuole essere una recensione della serie, quanto una constatazione di come, ancora una volta, viene fuori che le idee non sono di nessuno e l'originalità è un valore molto aleatorio per chi inventa storie.

È successo infatti che, man mano che procedevo nella visione di Fringe, mi sono trovato di fronte a decine di spunti e idee che io stesso ho usato o ho pensato di usare in qualche racconto. La cosa mi è sembrata inizialmente curiosa, poi si è fatta frustrante e infine mi sono arreso all'evidenza che non c'è più niente da inventare.

Uno dei temi portanti della serie (si, vabbè, spoiler alert, ma vi devo anche spiegare come funziona il telegrafo?) è l'esistenza di più universi paralleli, anche se in particolare ne vengono mostrati due e non è mai specificato se, come in genere si intende, ne esistano in realtà infiniti. L'interazione tra questi universi è possibile, a volte in modo fisico e altre solo come un collegamento tra gli stessi individui delle due dimensioni. Più avanti si assiste anche alla rimozione di una persona dall'esistenza, con la conseguente alterazione della timeline vista fino a quel momento, se non che, in particolari circostanze, questa persona può tornare a farsi presente. La più semplice di queste circostanze è il sogno: le persone coinvolte sognano una versione diversa della storia, un universo che è stato, come potrei dire... retconizzato, ecco. È curioso anche notare come gli Osservatori, le entità post-umane che compaiono per raccogliere la storia, si chiamino con i nomi dei mesi, per cui abbiamo Settembre, Agosto, Dicembre... e presumibilmente, da qualche parte, anche un Novembre.

Naturalmente so di non aver inventato la retcon come meccanismo narrativo, ma il punto è che questo non è l'unico spunto che Fringe mi ha messo in scena sotto il naso, mentre io ero impegnato a fare altro per una decina d'anni prima di scoprirlo. Senza entrare troppo nello specifico delle varie trame, ecco una carrellata delle idee che ho trovato nella serie dopo averle già sfruttate in alcune mie storie:
  • Colone di funghi che formano una rete neurale capaci di entrare in contatto con gli umani.
  • L'accesso a un universo parallelo che provoca una "falla" dalla quale si estende un'anomalia in grado di destabilizzare la struttura di entrambi gli universi.
  • Lo stato di sogno utilizzato per accedere a universi diversi o versioni precedenti dell'universo.
  • Umani del futuro che possono viaggiare nel tempo e tornano nel passato per pilotare l'evoluzione della specie in modo da poter raggiungere il punto in cui si trovano loro.
  • Crescita accelerata che fa nascere un bambino già semiadulto.
  • La probabilità come forza primaria da cui si origina l'universo.
  • Musica/suoni e vibrazioni che permettono di sincronizzare menti diverse.
  • Un astronauta che durante una missione entra in contatto con una qualche entità che gli rimane poi "attaccata".
Di nuovo, non voglio dire che Fringe mi abbia rubato le idee (ma nemmeno il contrario, considerato che l'ho visto solo ora!), né che le mie siano idee tanto geniali che ci avrei potuto scrivere io una serie del genere e JJ avrebbe dovuto pagare me invece dei suoi sceneggiatori. Mi piace però notare come certi spunti probabilmente sono "nell'aria" e possono essere colti in momenti e da persone diverse, dato un contesto comune di partenza. Con ogni probabilità, tra altri vent'anni le suggestioni mie e di Fringe saranno superate, e a nessuno verrà in mente di costruire storie basate su queste stesse idee, ma in questo momento e in questo tempo, temi del genere continuano a emergere anche da fonti indipendenti, in una sorta di convergenza evolutiva memetica.

Insomma, alla fine dei conti non si inventa mai nulla, o quanto meno, io non invento nulla, e ciò che conta è soprattutto il modo in cui la stessa storia viene raccontata, ancora e ancora.

Rapporto letture - Febbraio 2018

Nonostante la brevità, febbraio è stato un mese di letture abbondanti, a cominciare dal primo consistente volume di cui avevo già accennato nel rapporto letture precedente.

Il libro in questione è The Rise and Fall of D.O.D.O., lavoro a quattro mani di Neal Stephenson e Nicole Galland. Chi sia questa Galland onestamente non lo sapevo, ma mi è bastato leggere il primo nome in copertina per spingermi a spendere quei venti euro e rotti. Certo per chi come me è avvezzo e soddisfatto dai romanzi di Stephenson, complessi, profondi, multisfaccettati, ponderosi, infodumpici (vedi Seveneves o Anathem), qui siamo su ben altri livelli; ma d'altra parte, chi non riesce a sostenere Stephenson per quelle stesse ragioni, potrebbe trovare in questo libro qualcosa di più facile da digerire. Il "dodo" del titolo e della copertina sta per Department of Diachronic Operations: sostanzialmente si tratta di viaggio nel tempo praticato tramite la magia operata dalle streghe. Un bel minestrone in apparenza, e anche nella sostanza, ma gli autori riescono a dare consistenza e credibilità a questo stato delle cose. La magia è sempre esistita, a quanto ci raccontano, ed è solo in tempi recenti, dalla metà dell'Ottocento in poi, che ha iniziato a perdere efficacia fino a sparire del tutto. Ma il D.O.D.O. è a conoscenza delle cose e intende ripristinare la magia, per guadagnare un notevole vantaggio sui nemici della Nazione. Viene così messa insieme una prima squadra, una manciata di coraggiosi e condotte le prime operazioni diacroniche. Poi il progetto si ingrandisce, fino a comprendere centinaia di operatori e decine di specializzazioni, e poi inevitabilmente, crolla sotto tutto questo (nessun spoiler che non possiate ricavare già dal titolo, eh). La scrittura come dicevo all'inizio è più leggera del solito, forse grazie al contributo della Galland, ma la portata delle idee sotto la superfici è comunque grandiosa: il funzionamento della magia e la sua scomparsa, il viaggio nel tempo, gli universi paralleli, il calcolo quantistico... e la gestione delle risorse umane, certo. Il tutto è raccontato per lo più tramite stralci di diario di alcuni protagonisti e report, chat, slide di presentazioni power point e così via. Forse parlerò più nel dettaglio di questo libro, ma la lettura è comunque consigliata per il modo in cui mescola la storia come la conosciamo a quello che invece non abbiamo mai saputo ma potrebbe benissimo essere vero. Voto: 8/10


Per riprendere fiato sono passato poi a qualcosa di molto più immediato: To self or not to self, un racconto medio-breve di Alessandro Forlani pubblicaot nella collana "Futuro Presente" della Delos. Una storia poco oltre il contemporaneo, come si propone appunto la collana, su un giornalista che cerca di ottenere l'incarico in una società ormai dominata dall'apparenza e dall'autocelebrazione, in cui il selfie è il principale metodo di affermazione. Forlani è abile nel cogliere le tendenze attuali ed esasperarle, creando una distopia tanto sottile che si fatica a riconoscerla come tale, troppo affine a quello che già stiamo vivendo ogni giorno. È tutto sommato una storia leggera, che evita il catastrofismo e la nostalgia dei bei tempi andati, ma riesce a delinare un quadro abbastanza chiaro della direzione in cui ci stiamo muovendo. Voto: 7/10


Ancora autori italiani e ancora testi fortemente politici: Nero italiano è uno dei romanzi più noti di Giampietro Stocco, considerato tra i più esperti autori di ucronie. È una storia dell'Italia degli anni 70, in una linea temporale in cui il fascismo non è crollato. Il punto di divergenza è quello che tanto spesso si sente ipotizzare quando si parla degli "errori" del fascimo: Mussolini non si è alleato con la Germania e non è entrato in guerra al fianco di Hitler. Questo non significa che abbia regnato ancora a lungo, perché è comunque morto nel 1945 e a lui è succeduto Galeazzo Ciano come capo del partito fascista. L'Italia è diventata un paese moderno, in grado di assumere un ruolo in Europa pur soffrendo ancora di censura e insoddisfazione di una parte della popolazione, soprattutto nei movimenti studenteschi. La direzione del fascismo capisce che è il momento di riaprire alla democrazia, ma qualcun altro vuole approfittare di questo momento di debolezza per riprendere il controllo assoluto. Qualcuno ha ritenuto questo romanzo come propaganda filofascista, ma si tratta di un'interpretazione superficiale: le contraddizioni del regime sono ben chiare, e d'altra parte cercare di ricavare come si sarebbe evoluta la situazione politica e sociale da quel punto di partenza non significa promuovere la restaurazione della dittatura. Ciò che forse mi ha convinto meno è l'assenza di un vero protagonista: ci sono una serie di personaggi principali e punti di vista, schierati da più parti, ma nessuno di questi sembra davvero primaio e compie una sua parabola di crescita. Il romanzo spesso indugia nella descrizione degli eventi storici passati e quindi lascia meno spazio allo sviluppo dei personaggi. Questo penalizza la fruizione, perché per quanto il worldbuilding sia interessante, non sapendo per chi fare il tifo si rimane sempre un po' distaccati dalla storia. Voto: 6.5/10

Infine un'ultima antologia: Le piscine terminali, prima opera letteraria di Enrico Gabrielli (curato dagli stessi tipi di Parallàxis, ve li ricordate?). Si tratta di una raccolta di racconti che si può associare in prima battuta a Fredric Brown: storie brevi, fulminanti, a volte assurde. Siamo nei territori della fantascienza e del weird, ma la definizione dei confini è approssimativa e comunque poco utile. Per il lettore abituato al ribaltamento di prospettiva e alle tematiche più ricorrenti della sf, alcuni racconti possono risultare prevedibili, mentre altri sono imprevedibili per definizione, perché prendono direzioni del tutto inaspettate, quasi ai limiti dell'allegoria. Non sono sicuro di aver capito fino in fondo tutti i testi, ma nel complesso direi che si tratta comunque di una raccolta interessante, con qualche pizzico di genialità grezza che forse avrebbe bisogno di una limatura per poter emergere con più sicurezza. Voto: 7/10

Coppi Night 25/02/2018 - Sicario

Tra Arrival e Blade Runner 2049 ho voluto ripercorrere la filmografia di Denis Villeneuve in modo da arrivare più preparato a un possibile sequel disastroso (spoiler: è andata bene). Ho visto Enemy, Prisoners e Incendies, mi mancano giusto alcune delle sue prime produzioni e fino a qualche giorno fa questo Sicario, film ampiamente acclamato che è stata un po' la rampa di lancio per far decollare la carriera di Villeneuve. Ne avevo già sentito parlare diverse volte quindi avevo delle aspettative piuttosto alte, anche in considerazione degli altri film di Villeneuve che sono riusciti tutti a impressionarmi, magari anche per ragioni diverse.

Per questo, Sicario è stata una mezza delusione. Non è un brutto film, è molto ben concepito e realizzato, dalle scenografie alla regia, dalla recitazione al sonoro, però alla fine dei conti non mi ha impressionati in nessun modo, a differenza degli altri citati. Mi è parso in utlima analisi un film piuttosto ordinario sul traffico di droga, con snodi e scenari che si vedono normalmente in molti show polizieschi o in ben altre tamarrate alla Fast and Furious.

Un merito che si può riconoscere è che le sequenze di azione (inseguimenti, sparatorie, infiltrazioni) sono senza dubbio realistiche, lontane da quei canoni artificiosi a cui il cinema e le serie tv ci hanno abituati negli anni. Niente esplosioni, morti scomposte o spettacolari, piogge di piombo e miracoloso salvataggio dalle pallottole. In compenso però, quella che si svolge sullo schermo è una storia perfettamente ordinaria, pressoché lineare, condita con qualche lieve rivelazione che però non aumenta la posta in gioco.

E un altro grosso problema è che non ho capito ci sia il protagonista. Il punto di vista principale (ma non esclusivo) è quello dell'agente FBI interpretato da Emily Blunt, ma proprio nel climax finale la perdiamo, e l'azione si concentra invece su Benicio Del Toro (che peraltro, a quanto ho capito è proprio il sicario del titolo), che porta a compimento l'operazione e la sua vendetta finale. La Blunt riemerge solo per un'ultima sequenza in cui dimostra di nuovo che niente è cambiato nella sua situazione, e il film finisce. È una storia un po' mozza, un arco narrativo interrotto che non produce la soddisfazione che dovrebbe.

Il film ha avuto un buon successo e anche diverse nomination tra Oscar, Cannes, BAFTA and many more, e la cosa un po' mi stupisce perché onestamente non ci vedo tutto questo materiale da premiare. A meno che: 1) le candidature siano da considerare come un riconoscimento successivo al lavoro di Villeneuve degli anni precedenti, e/o 2) la tematica del traffico di droga tra USA e Mexico sia talmente sentita che basta metterla in scena per far drizzare le orecchie all'Academy. A mio avviso quindi il film più loffio di Villeneuve, che certo con Sicario si può permettere comunque di mangiare in capo alla metà dei registi attualmente in circolazione.

Queste Oscure Materie è anticlericale?

Sta girando in questi giorni la notizia che la saga young adult di Philip Pullman Queste Oscure Materie, composta da La bussola d'oro, La lama sottile e Il cannocchiale d'ambra, è in corso di adattamento per una serie tv prodotta dalla BBC. Qualcuno ci aveva già provato, una decina di anni fa, a portare al cinema La bussola d'oro, con l'intento di completare poi la trilogia: era l'epoca del Signore degli Anelli e delle Cronache di Narnia, si puntava molto sulle ambientazioni fantasyeggianti. Nonostante le aspettative e il cast di alto livello (Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green), i risultati mediocri del film avevano però messo fine al progetto, fino a quando a distanza di qualche anno lo stesso autore Pullman ammetteva che la prosecuzione della trilogia non era più in lavorazione. Meglio così, visto che la giovane protagonsita (Dakota Blue Richards) nel frattempo era cresciutella come si può vedere qui accanto, e sarebbe stata poco credibile come tomboy ribelle.

Ho letto tutta la serie di recente, a partire da ottobre dell'anno scorso, come si può vedere nei miei rapporti letture dei mesi scorsi, per cui ne ho un ricordo molto fresco e soprattutto non contaminato dalla lente di distorsione delle "letture di quando ero ragazzo". Insomma, avendolo letto a trent'anni, l'ho valutato subito con una prospettiva adulta. Quindi, ora che l'interesse verso questa serie potrebbe iniziare a risalire (anche per via della pubblicazione del primo volume di The Book of Dust, una serie prequel della trilogia originale), mi sembra interessante affrontare un punto che molti evidenziano parlando di questa saga: la tematica anticlericale.

Seguiranno spoiler, in particolare sul terzo libro, che è poi quello in cui si sviluppa maggiormente l'arco narrativo complessivo della serie (con l'aiuto di qualche retcon, visto che nel primo libro alcuni dettagli non solo non sono nominati, ma sembra proprio che non esistano). Per cui evitate di leggere se non volete scoprire di cosa parla, alla fine, Queste Oscure Materie.

Già nel primo libro, l'avversario principale, l'entità contro cui lottano i protagonisti (in particolare Lord Asriel), è il Magisterium, che sostanzialmente consiste in un clero organizzato in modo molto simile alla nostra Chiesa. Anche il culto che professano è molto simile, c'è un Dio unico e supremo, una Creazione, un Inferno... apparentemente però nessun Gesù si è incarnato in quel mondo. Successivamente, quando la mitologia della saga si espande (per lo più nell'ultimo libro), apprendiamo che il Magisterium è solo una delle emanazioni del Dio, chiamato Autorità (e del suo secondo in comando, Metatron), e che l'obiettivo finale di Autorità è quello di reprimere l'iniziativa individuale, assoggettare tutti i viventi a una volontà unica e immutabile, conformare ogni mondo. La battaglia finale di Lord Asriel e dei suoi alleati è quindi contro Dio stesso, ed esprime la volontà delle creature pensanti di mantenere la propria autonomia.

Tutto questo è stato interpretato da molti lettori e recensori come anticlericalismo. E certamente lo è, nel senso in cui si oppone a un sistema di potere gerarchizzato. Tuttavia a mio avviso questa è una visione superficiale della questione. È vero che Pullman parla di un dio monoteista e del suo schieramento di servitori (umani e angelici), ma la religione in questo caso non è il vero punto focale della tesi.

C'è un motivo se l'entità primaria non ha il nome di un dio ma si chiama Autorità. Perché è proprio questo il nemico che l'autore vuole spingere a combattere. Non si tratta di eliminare la religione in sé, tant'è che in molte altre occasioni viene esaltata una visione del mondo "mistica" e oltre il razionale (in verità per tutta la saga permane una sorta di dualità materia/spirito, corpo/anima, ecc). Ciò a cui Pullmann si oppone è qualunque forza cerchi di omologare, schiacciando l'identità e l'iniziativa, appiattendo la personalità e l'entusiasmo, rendendoci tutti uguali. Quell'Autorità può venire dal clero (come spesso accade), ma può venire anche dal parlamento, dalla scuola, dal mercato, dalla burocraziae così via.

In questo senso, Queste Oscure Materie è anticlericale nello stesso modo in cui un vegano è anche vegetariano. L'anticlericalismo è una componente della sua concezione di base, ma solo perché la Chiesa (e non solo quella cristiana) è uno di quegli organi che da sempre hanno esercitato questo potere di soggiogazione.

In alcuni paesi, certe parti dei romanzi in alcuni paesi sono state censurate. Si parla soprattutto delle scene finali in cui Lyra e Will scoprono i loro sentimenti e iniziano ad amoreggiare. L'accusa non era di balsfemia, ma una più sottile "inappropriatezza" dei contenuti al pubblico perlopiù giovanile che avrebbe letto i libri... ma sempre dell'intervento di un'autorità stiamo parlando, qualcuno che decide cosa è appropriato in modo che gli altri possano omologarsi. Già da qualche anno, le serie tv hanno sdoganato un linguaggio molto più diretto, per cui possiamo sperare che questo adattamento non subirà lo stesso tipo di censura. Anche se il rischio di una trattazione superficiale e un generale imblandimento dei temi più profondi della saga è molto alto.

Coppi Night 11/02/2018 - The Good Dinosaur / Il viaggio di Arlo

In questo caso mi permetto di mantenere anche il titolo originale, perché a mio avviso quello italiano è di una genericità scoraggiante. Voglio dire, hai un film con i dinosauri o li togli dal titolo?

Avevo già visto il film al cinema e ne avevo ricavato delle buone impressioni, rivederlo le ha più o meno confermate. The Good Dinosaur si può per certi versi definire Il Re Leone con i dinosauri e senza dinastie. Ci sono molte affinità tra la storia di Arlo e quella di Simba: il rapporto reverenziale con il padre, la sua morte (scivolato da una rupe e travolto), l'esilio volontario e il viaggio per ritrovare la via di casa con una nuova consapevolezza. Le affinità sono anche visive, in alcuni casi sembrano delle vere e proprie citazioni: la già citata morte del padre, la fuga della mandria di bisonti, la visione del padre scomparso, l'incontro con i velociraptor molto simili per atteggiamento alle iene. La differenza principale tra i due personaggi è il loro approccio alla paura: il leoncino era pronto ad avventurarsi fingendo un coraggio che non aveva, l'apatosaurino (la specie deriva dalla descrizione del film, la versione estremamente cartoonizzata dell'animale è impossibile da riconoscere) è un fifone dichiarato che vuole invece superare le sue paure.

La lezione imparata da Arlo è che la paura non è una debolezza da evitare, ma un'emozione preziosa a cui dare ascolto, per poi decidere come agire. Anche i tirannosauri-cowboy (comicamente sproporzionati), che pure vanno orgogliosi delle loro cicatrici, conoscono il valore della paura, ed è questa rivelazione a far guadagnare ad Arlo la sicurezza di cui aveva bisogno. Quando alla fine Arlo parte per salvare Spot dagli pterodattili, non lo fa privo di paura, ma consapevole che la necessità di salvare il suo amico è superiore alla paura che prova. Fear is like a companion, verrebbe da dire, citando uno dei migliori episodi di Doctor Who degli ultimi anni.

Come quasi tutti i film Pixar, il film riesce a essere divertente nei momenti opportuni senza sminuire i momento più drammatici ed emotivi, che a loro volta non sconfinano mai nello stucchevole. Personalmente sono stato distrutto dalla scena in cui Arlo e Spot si raccontano delle rispettive famiglie e perdite usando i bastoncini. So di avere un nervo scoperto su questo argomento quindi forse la mia è una reazione esagerata, ma in generale penso che si possa apprezzare davvero il modo in cui il legame tra i due protagonisti sia stato costruito in modo interamente non verbale. E anche il momento della loro separazione, a dire la verità, è bello tosto, proprio perché dice tutto senza usare una parola.

Un altro aspetto notevole è la cura con cui l'ambientazione è stata animata. La regia indugia spesso su dettagli come foglie, nuvole, neve, acqua. Il livello di definizione delle particelle è straordinario e sembra di vedere immagini reali. Questo introduce un contrasto netto tra l'ambientazione iperrealistica e i personaggi, volutamente "pupazzosi". Una scelta precisa, che a mio avviso contribuisce a dare una connotazione precisa alla storia: questo è il tuo stesso mondo, ma non è esattamente come lo conosci. In considerazione di questo ha poco senso parlare del design dei dinosauri, perché appunto è fumettistico in modo palese. Avrei apprezzato di più se si fosse andati full-feather e i velociraptor fossero stati coperti del piumaggio che meritano, invece di qualche sparuta penna sulla testa e la coda. Anche i tirannosauri ne avrebbero beneficiato, ma forse avrebbero perso il loro appeal per il pubblico. Certo questo peccato si perdona più volentieri a un prodotto del genere che a un Jurassic World...

Ci sarebbe da interrogarsi qualche minuto sul percorso evolutivo seguito dagli animali in questa linea temporale che non ha visto l'estinzione K-T alla fine del cretaceo. Sappiamo che il film è ambientato in un'epoca contemporanea alla nostra perché ci sono degli umani, ma i dinosauri sembrano rimasti sostanzialmente uguali al mesozoico. Contemporaneamente, ci sono uccelli di vario tipo, del tutto simili a quelli che esistono oggi. E gli umani appunto, si sono evoluti in modo completamente identico, nonostante si possa pensare che i primati non abbiano trovato le nicchie ecologiche da poter occupare. Quindi, da dove arrivano questi umani? E soprattutto perché si comportano come cani? Questo stesso problema era stato abilmente glissato anche da Harry Harrison nella sua serie degli Yilanè che vedeva appunto umani contrapposti a una civiltà dinosauriana, dando per scontato che gli uomini potessero essersi evoluti a partire dalle scimmie del nuovo mondo. Ma ecco, anche in questo caso, probabilmente una riflessione del genere, per quanto affascinante, va oltre gli scopi del film.

Rapporto letture - Gennaio 2018

Ho iniziato il 2018 con i racconti. I due libri assimilati questo primo mese dell'anno contengono storie medio/brevi, per un totale di una decina circa. E che, in un mese intero ho letto solo dieci racconti? No, ma dopo aver completato questi mi sono dedicato a qualcosa di decisamente più corposo, che sto finendo proprio adesso ma che finirà per competenza nel rapporto letture del mese prossimo.


La prima raccolta è Nebula, un libretto davvero molto bello da avere per le mani. Si tratta infatti di un'antologia bilingue, e già questo è sempre simpatico, ma nel caso specifico la seconda lingua è il cinese: il curatore Francesco Verso ha preso quattro dei più importanti autori della fantascienza contemporanea cinese e ha messo le loro storie in questo libro, in lingua originale e tradotti in italiano. Gli autori sono quattro: Liu Cixin (già rinomato a livello internazionale per il suo Il problema dei tre corpi), Xia Jia, Chen Quifan e Wu Yan. I racconti sono molto diversi tra loro, ma affrontanto tutti temi molto vicini all'attualità, con uno sguardo molto ravvicinato al futuro prossimo che ci aspetta. Si parla di crisi ambientali, invecchiamento della popolazione, robotica, stampa 3D, app virali e programmazione. Non è sempre facile entrare in sintonia con lo stile degli autori, forse perché la concezione di "racconto" non è del tutto sovrapponibile a quella a cui siamo abituati, come narrazione di fatti vissuti da un protagonista. In particolare in Buddhagram e Stampare un mondo nuovo la struttura si discosta dai canoni classici e può creare in alcune parti smarrimento. Questa iniziale difficoltà però è parte integrante del gusto di leggere queste storie e cercare di capire non solo cosa gli autori raccontano, ma come vedono e vivono il loro mondo. È un percorso senza dubbio affascinante, e inoltre un validissimo punto di contatto con una realtà (quella della fantascienza cinese) che si sta affermando sempre di più. Il libro è arricchito anche di quattro illustrazioni dedicate a ognuno dei racconti, scelte tramite un concorso tra gli studenti della Scuola Internazionale di Comics. Per tutte queste ragioni dicevo all'inzio che è proprio un bel libro da avere sullo scaffale, provvedete se vi manca.


A seguire sono andato a recuperare Robot n. 80, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita (lo so, arrivo sempre in ritardo). Nell'insieme devo ammettere che è uno dei numeri meno memorabili che ho letto di recente. La parte di saggistica/articoli non dice niente di nuovo e comprende dei pezzi su Alien e Star Wars che si possono trovare su centinaia di portali geek e non avevano certo bisogno di occupare spazio sulle pagine di una rivista specializzata in fantascienza. I racconti fanno un po' lo stesso effetto: simpatico il primo di Naomi Kritzer (vincitore del Nebula), ma per il resto una generale carenza di spunti. Tra tutti spicca forse quello di Paolo Aresi, che racconta di un futuro di solitudine su un pianeta quasi spopolato, che ricorda per molti versi certe storie di Simak... forse anche troppo. Gli altri, compreso quello finale di Paul Di Filippo, mi sono sembrati vaghi nelle idee e confusi nell'esecuzione. Ovviamente si sa che in una raccolta di racconti ci possono sempre essere alti e bassi, stavolta però mi sono ritrovato sempre a quota sempre ridotta.

Coppi Night 04/02/2018 - Oltre il guado

Film comparso qualche settimana fa su Netflix e che era già stato occasionalmente proposto, e sulle prime avevo ignorato, poco attratto dalla sinossi (ma si sa che le descrizioni di Netflix non sono affidabili). In seguito ho scoperto che si tratta di un film italiano, e l'interesse si è risollevato, perché i film horror italiani (contemporanei) sono rari almeno quanto i film italiani di fantascienza. In più qualche commento positivo colto qua e là mi ha incoraggiato a provarlo, e alla fine è passato.

Il mio commento complessivo è un deciso "forse". Oltre il guado si presente bene all'inizio, con un protagonista silenzioso, un ricercatore che studia il comportamento degli animali nei boschi, in quella che si scoprirà essere la montagna friulana, al confine con la Slovenia. Il nostro etologo è esperto e competente, ben attrezzato: visori e telecamere a infrarossi, registratori audio e video, localizzatori satellitari, camper, luci, batterie ecc: l'armamentario di chi sa come cavarasela da solo, lontano dalla civiltà. Ed è questo che mi ha portato a tifare per lui: quando i primi fenomeni paranormali si presentano, lui affronta la cosa con sano spirito scientifico e pragmatico: ascolta, registra, riguarda. Capisci. A questo punto non dispiace nemmeno una piccola dose di found footage mediata dalle telecamere sugli animali, e le reazioni delle stesse bestie selvatiche alle apparizioni soprannaturali: un twist interessante a un trope che ormai è ampiamente superato.

Poi però la storia si annacqua, letteralmente. Il protagonista zampetta avanti e indietro per il villaggio abbandonato, torna continuamente negli stessi posti anche quando le evidenze di attività inspiegabili sono innegabili. Passa il tempo a dormire e bere invece di cercare una possibile, per quanto disperata, via di fuga. Gli ultimi quaranta minuti scorrono senza una sua vera e propria azione ragionata, al di là del ciondolare da un ambiente all'altro. Quello che inizialmente mi era sembrato l'eroe razionale finito in una ghost story a cui non voleva partecipare, diventa pedina e vittima designata.

Non aiuta a immedesimarsi una backstory generica e poco incisiva: crimini compiuti dai partigiani italiani, gemelle ostracizzate dal villaggio, roghi e annegamenti. Non è chiaro se ci sia un valore metaforico dietro la manifestazione di queste entità, e comunque non c'è tempo di pensarci. Quando (a loro giudizio) il tempo sta per scadere, fanno quello che devono fare, tanto al protagonista che ai suoi soccorritori. Peraltro, come purtroppo accade spesso in questo tipo di film, non si riesce a capire con esattezza quali siano i "poteri" delle entità.

Con la sofferenza della seconda parte del film, la fine è quasi un sollievo, ma rimane una sensazione di incompiuto, per una prova con tutte le migliori premesse che fallisce poi nell'esecuzione, apparentemente non per mancanza di mezzi. Bisogna ammettere che il film è capace per tutta la durata di mantenere un livello di ansia percepibile, anche grazie all'uso accurato del suono e la quasi totale assenza di musica. Nessun jumpscare, grazie a dio, ma nemmeno niente che faccia seriamente contorcere le viscere.

Coppi Night 14/01/2018 - Splice

Riprendiamo con la prima serata Coppi del 2018, e facendo due conti approssimativi dovrebbe essere qualcosa come dodici anni che la tradizione va avanti, pur con qualche inceppamento in certi periodi. Fatto sta che in questo modo, una domenica alla volta, si è accumulato un sostanzioso archivio storico di film visti negli ultimi tempi, anche se non sempre c'è molto da dire.

Si inizia quest'anno con una bella storia di ingegneria genetica fuori controllo, con gli uomini che giocano a fare dio e vengono inevitabilmente puniti per la loro presunzione. Avevo già visto il film, forse addirittura due volte, non perché lo avessi gradito tanto da volervo rivedere ma solo perché mi è ricapitato sottomano in una serata in cui l'obiettivo era guardare qualcosa di gross e uncanny, che in questo film si trova in abbondanza dall'inizio alla fine.

La storia dei due scienziati che creano una chimera umano-animale presenta punti interessanti e altri più banali, e il problema principale di questo film è a mio avviso che si sofferma proprio su quelli meno freschi, finendo troppo spesso nel "già visto", in particolare per chi è appassionato di argomenti del genere, nella fantascienza ma anche in altri ambiti.

Tra i temi più insidiosi toccati dal film, c'è quello della ricerca e del modo in cui propone. Di fatto una parte importante del conflitto del film deriva dal modo in cui la ricerca scientifica viene sostenuta e indirizzata da investimenti privati, e pertanto non solo deve mantenere un approccio utilitaristico, ma deve essere anche abbastanza fotogenica da poter superare una presentazione in pubblico. Gli scienziati devono essere anche sowman e il loro studio deve essere catchy, preferibilmente sexy, anche quando si parla di ammassi di blob semoventi.

Un altro tema spinoso è quello del modo in cui la propria esperienza personale influenza l'approccio alla ricerca. Emerge quasi di sfuggita ma ha un potenziale enorme. Quando la genetista donna (di cui ora mi sfugge il nome) rivela di essere cresciuta in una famiglia chiusa e forse violenta, con una madre tutt'altro che amorevole, si avverte che questo avrà un impatto sul suo modo di trattare Dren, creatura pericolosamente sul confine tra "esperimento" e "famiglia". Purtroppo il discorso si afferma in un'unica scena e poi viene archiviato, come accade anche alla disturbante scena di sesso che a seconda dei punti di vista può invadere parecchi territori tabù, dalla zoofilia alla pedofilia all'incesto. Ma l'incidente è presto dimenticato e si torna all'azione.

Maggiore attenzione viene invece concessa all'imprevedibilità della "natura" e all'idea che l'uomo sia la creatura più complessa prodotta dall'evoluzione, una concezione antropocentrista che non può trovare spazio nella formazione di scienziati moderni, tanto più se biologi/genetisti in grado di eseguire splicing di questo livello. Argomenti del genere sono vecchi quanto la fantascienza stessa e forse anche di più, se ne trova già in H.G. Wells ma per il grande pubblico basta citare Jurassic Park (no, Jurassic World non aggiunge niente a tutto questo).

Peccato quindi che a partire da un'idea sempre valida, la capacità di manipolare la vita a nostro piacimento, il film scelga di percorrere le strade già battute e accenni appena a quei temi che avrebbero potuto renderlo più incisivo. Forse la voglia di insistere sugli aspetti più uncanny (come dimostra la cura con cui è stata progetta Dren nelle varie fasi del suo ciclo vitale) ha fatto perdere di vista alcuni aspetti meno estetici ma più profondi. Ma in fondo, forse fare cinema è come ricerca, e bisogna sempre cercare di essere catchy per stare a galla.

L'astensione è l'unico voto puro

Su Unknown to Millions non si parla di "politica". Si parla poco anche di attualità, salvi i casi in cui i fatti recenti si collegano ai temi più specifici del blog. Quindi è un caso davvero eccezionale che questo post si occupi di argomenti del genere, ma nel fervore che sta iniziando a diffondersi tra giornali, tv, radio e precaritaddidio social, ho scorto un paio di dichiarazioni che mi hanno indotto a una riflessione.

Parliamo di astensionismo, inteso in senso lato come "rifiuto del voto", che può esprimersi col disertare le elezioni, oppure partecipare ma consegnare scheda bianca o annulata. L'astensionismo come scelta consapevole di voto non è ammessa nella società civile, è un tabù che viene insegnato fin da piccoli, quando alle elementari si studia educazione civica. Molto spesso, chi si dichiara astensionista viene trattato come un ateo viene trattato da un religioso: l'astensionista è vigliacco, vuoto dentro; non comprende la scala di valori naturale del mondo; non merita il bene che gli arriva perché non ha fatto niente per ottenerlo; dovrebbe essere privato dei diritti fondamentali perché rifiuta il sistema di cui fa parte.

È mia intenzione invece dimostrare come l'astensione sia l'espressione di voto più ideale e compatibile con i principi della democrazia. Per arrivarci, facciamo un passo indietro.

Il voto di scambio è la pratica con cui un elettore "vende" il suo voto in cambio di un vantaggio personale e immediato. Io ti do duecento euro, tu mi voti. Come tutti sanno il voto di scambio è vietato in tutte le sue forme, non solo quando viene effettivamente compiuto ma anche solo promesso (ricordate le polemiche di qualche mese fa su De Luca e la sua frittura di pesce?). Il voto di scambio è l'antitesi della democrazia.

Il punto è che, a ben pensarci, qualunque voto è un voto di scambio.

Mi pare un concetto estremamente banale. Per definizione, se voto il partito/candidato X, è perché mi aspetto che il suo operato mi porti un vantaggio. Non sarà un vantaggio immediato, come un mazzetto di banconote, ma comunque qualcosa che ritengo mi farà stare meglio. Come abbiamo già visto (e come è stabilito dalla legge), non è necessario che la transazione si compia perché si configuri la fattispecie del voto di scambio, basta la promessa. Dire "Se mi voti ti duecento euro" è già reato, anche se poi non avviene.

Ora facciamo un test: segue una serie di affermazioni, il candidato contrassegni quelle che sono qualificabili e perseguibili come voto di scambio.

Se mi voti ti do duecento euro
Se mi voti ti regalo una bicicletta
Se mi voti ti faccio assumere in comune
Se mi voti ti offro una frittura di pesce
Se mi voti non ti faccio pagare il bollo auto
Se mi voti non ti taglio la pensione
Se mi voti ti condono il box auto abusivo
Se mi voti aumento i dazi sulle importazioni
Se mi voti non faccio più entrare immigrati
Se mi voti legalizzo la cannabis

Dove tracciamo la linea? Fin dove queste promesse sono lecite e quando invece sono l'espressione della peggior forma di corruzione? E in ultima analisi, ha davvero senso un ragionamento del genere?

È ovvio e scontato che qualunque voto viene diretto in base agli interessi personali. È l'assunto su cui si basa la politica moderna, è la base di tutte le campagne elettorali da un paio di secoli a questa parte. Se io elettore ritengo più utile per me ricevere subito duecento euro, perché devo essere colpevole rispetto a chi invece vota perché vuole avere il reddito di cittadinanza? Ma anche se non si parla di corrispettivi economici diretti, se sono un imprenditore e indirizzo il voto verso il partito che ha promesso di ridurmi la tassazione, non sto facendo lo stesso ragionamento, solo più a lungo termine? Entrambe le scelte sono legittime, o per lo meno, a livello razionale se una è reputata legittima deve esserlo necessariamente anche l'altra.

Si può obiettare che votare non è solo ricercare il proprio interesse ma anche affermare dei principi, sostenere degli ideali. Benissimo. Ma questo non fa che spostare il problema. Perché l'affermazione dei miei ideali è comunque un vantaggio che perseguo in maniera egoistica. Se sono Henry Ford, il mio principio è lo sfruttamento capitalistico delle masse, e voterò in modo da realizzarlo; se sono Mohandas Gandhi voglio ottenere la pace tra i popoli e voterò in modo da realizzarla. In entrambi i casi, il mio voto per quanto idealistico punta a far prevalere la mia visione del mondo, il mio progetto. E per quanto nobile e utopistico, tale progetto sarà sempre contrario agli interessi di qualcuno, e quindi il mio tentativo di imporlo è comunque una forma più subdola di ottenere un vantaggio personale a discapito di altri.

Per rimanere coerenti, questa linea di pensiero non ha nessun limite. Qualunque espressione di voto ricade nello stesso tipo di ragionamento egoistico di fondo. Ne consegue che esiste un unico modo per esprimere un voto scevro da condizionamenti egoistici: il non voto.

In quanto astensionista, evito di imporre ad altri la mia visione del mondo, rifiuto di cercare il mio tornaconto, ideologico, sociale o economico che sia. Lascio che a scegliere siano gli altri, ognuno secondo le sue propensioni, e in questo modo affermo nel modo più diretto il diritto universale all'autodeterminazione di ogni uomo. È una sorta di nirvana elettorale, il raggiungimento di uno stato di non-individualità che è la più importante affermazione di sé.

Provate a immaginare un'utopia in cui tutti comprendono questa verità palese e decidono di non votare: un mondo libero e sano, privo di acredine, sotterfugi, malumori. Una società serena in cui non serve continuamente correre, spingere e calpestare la fazione opposta.

Ma si sa, ogni popolo ha il governo che si merita. E noi, ora come ora, ci meritiamo la democrazia.

Rapporto letture - Dicembre 2017

Arriviamo all'ultimo rapporto letture del 2017, che sarebbe l'occasione ideale per fare un bilancio dei libri consumati nell'anno appena finito: quanti sono, quali i migliori, distribuzione geografica degli autori, voto medio... tutti dati molto interessanti che vi lascio scoprire da soli scorrendo i vecchi post. Credo che per un po' farò a meno delle statistiche, anche perché comincio il 2018 con la ferma idea di non usare più aNobii (dopo dieci anni di fedeltà) vista la cronica inaccessibilità del portale; dall'altro lato, approdare su Goodreads richiederebbe un investimento iniziale di tempo troppo elevato.

Quindi è bene che parli di questi libri finché li ho in mente, perché non avrò una memoria di backup da cui recuperarli.


Il primo libro di dicembre è stato Laguna, l'ultimo romanzo pubblicato da Zona 42 e prima apparizione italiana di Nnedi Okorafor, autrice americana di origine nigeriana che sta emergendo parecchio negli ultimi anni, sprattutto per il suo apporto di "afrincanità" alla narrativa di fantascienza, tanto che qualcuno inizia a parlare di qualcosa come afrofuturismo. Laguna è sulla carta la storia di un'invasione aliena: un'astronave atterra nell'oceano al largo di Lagos, e i suoi occupanti iniziano a interagire con i terrestri, umani e non. La storia è raccontata principalmente dal punto di vista di tre protagonisti (una biologa marina, un soldato, un rapper), ma ci sono anche altri personaggi che compaiono ogni tanto che danno una visione corale dell'evento. L'invasione è di fatto pacifica, ma questo non significa indolore, perché gli alieni per loro stessa ammissione "portano cambiamento", e a non tutti il cambiamento piace. Il romanzo è molto interessante, anche per il modo in cui la quotidianità di una città come Lagos viene resa attravesro i protagonisti, cosa che induce un doppio senso di straniamento nel lettore europeo/americano. La struttura stessa della storia non segue con cura i costrutti della narrativa occidentale, si sente l'influenza di una tradizione diversa (quelle fiabe africane per noi sconclusionate e incomprensibili), e gli stessi contenuti scivolano dalla fantascienza a qualcosa di meno definito, un "realismo magico" di qualche tipo se proprio lo si volesse inquadrare. La cosa che mi ha un po' insospettito, è che per un romanzo che ci tiene tanto a sconvolgere l'ordine precostituito, insiste forse troppo sulla Nigeria come terra dei sogni e delle utopie, tanto che lo stesso Presidente della Nigeria diventa un personaggio centrale nella storia, un po' come di solito succede per il Presidente USA. Se davvero vogliamo cambiare, che stiamo ancora qui a ragionare di nazioni e presidenti? Voto: 7/10

In seconda posizione abbiamo l'ultimo libro della serie di Philip Pullman His Dark Materials. Dopo Northern Lights aka The Golden Compass e The Subtle Knife, arriviamo infine a The Amber Spyglass, che da sé è quasi lungo quanto gli altri due messi insieme. Alla fine del secondo romanzo le cose non sembravano messe bene, e riapriamo qui poco tempo dopo, con Will e Lyra separati, e uno scontro epico tra i mondi che si prepara ad esplodere. Succedono davvero tante cose, forse non tutte così necessarie alla fine dei conti, ma lo scorrere delle pagine è sempre piacevole con l'alternarsi dei personaggi. Will e Lyra prima di tutti, ma anche Mary Malone, che si trova a vivere in mezzo a delle strane creature con le ruote, Lord Asriel e Mrs Coulter, e diversi altri ancora. Lo schieramento di esseri fantastici si infittisce ancora, con angeli, arpie, fantasmi, gallivespiani ecc, tutti schierati nel conflitto che si sta preparando per sovvertire l'ordine cosmico, ovvero uccidere Dio in persona (detto anche "L'Autorità"). La cosa fenomenale è che quando si arriva all'apice di questo conflitto, in realtà accade quasi in sordina, vediamo la battaglia di sfuggita, e si apprende solo in seguito cosa è successo. Segue un lungo epilogo in cui Will e Lyra tornano ai propri mondi e cercando di ristabilire una vita normale. Questo terzo e ultimo libro è molto stratificato e complesso, evolve in molte direzioni non sempre fruttuose e finisce con una nota dolceamara. Senza dubbio merita la lettura, ma devo ammettere che il secondo capitolo mi aveva catturato di più. Voto: 7.5/10


Infine, una cosa mai avvenuta prima: ho letto un fumetto! Consigliato da qualcuno che aveva ravvisato delle somiglianze tra DTS e questo albo, mi sono fatto prestare Il lungo addio, numero non-so-quale-ma-molto-vecchio di Dylan Dog, scritta dallo stesso Tiziano Sclavi. Ci sono in effetti delle suggestioni simili a quelle che si possono trovare nel mio libro, come il ritorno a un luogo familiare che è cambiato, una relazione interrotta e ripresa, l'esplorazione di una realtà che-avrebbe-potuto-essere. Però, sarà che non sono abituato ai fumetti, ma non sono riuscito a godermelo. Mi pare di avere soprattutto un problema coi tempi narrativi, che si sviluppano in modo diverso rispetto a un romanzo o anche a un film. Mi sono trovato in difficoltà a seguire le tavole con la giusta cadenza e comprendere il ritmo della storia, ma sicuramente è un problema mio. Immagino che come molte forme di arte/comunicazione, il fumetto sia qualcosa che bisogna imparare a conoscere per poter essere apprezzato, e io per adesso ne sono molto lontano.

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