Il lettore universale

Signori, ci siamo. Nei mesi scorsi avevo lanciato qua e là qualche indizio di una prossima uscita, e finalmente esce davvero. Con un po' di ritardo dovuto a disavventure tipografiche, è da oggi disponibile Il lettore universale, raccolta di sei racconti pubblicata da Moscabianca Edizioni, con copertina e illustrazioni bonus interne di Simone Peracchi.



Il lavoro su questo volume, tra letture, revisione, editing, illustrazione, impaginazione, natale pasqua epifania più imprevisti vari (per dire, ho trovato il tempo di sposaremi e fare un giro in Guatemala) è durato circa un anno. I racconti presenti nel volume sono una sorta di retrospettiva sulla mia produzione breve, visto che ci sono testi già editi risalenti anche a parecchi anni fa. Addiritura il racconto che dà il titolo alla raccolta è stato uno dei miei primi pubblicati in assoluto, con il quale mi classificai terzo a una edizione del Trofeo RiLL (2010 o giù di lì).

Eh ma che palle, un libro di ristampe?

Obiezione lecita, ma non è proprio così. Innanzitutto "ristampa" è un termine improprio quando si tratta di mettere insieme racconti sparsi nel tempo e nell'editoria. Tra raccolte di premi letterari e autopubblicazioni sfido chiunque a recuperarli tutti. Nemmeno io sono sicuro di dove si potrebbero trovare, e anche rintracciandoli sarebbero probabilmente libri irrecuperabili. In secondo luogo, tutti i racconti sono stati pesantemente rivisti e rieditati. Alcuni sono stati in buona parte riscritti, mantenendo l'idea di fondo e i personaggi. Questo colossale lavoro di editing è stato seguito da Leonardo Munzlinger, che con pazienza e rigore mi ha iniziato alla via della Scrittura Immersiva™, che sto tuttora approfondendo. Credo che le mie storie (queste, ma anche quelle scritte in seguito) ne abbiano guadagnato in termini immisurabili, e per questo ringrazio per tutto il tempo e l'attenzione che mi è stata dedicata. Vi segnalo peraltro che se volete usufruire dell'acuto occhio critico di Leonardo potete contattarlo sulla sua pagina di editor.

Due parole voglio spenderle anche su Moscabianca, che ha dato la vita a questo libro. Il Progetto Moscabiana è nato a fine del 2016, dalla voglia di fare di due ragazzi romani già familiari con il mondo dell'editoria e canali affini. Sono partiti praticamente da zero con questa idea e nel tempo l'hanno plasmata secondo le loro esigenze, scontrandosi con gli inevitabili ostacoli tecnico-burocratici. Il lettore universale è di fatto il primo libro nel loro catalogo, ma ne arriveranno presto altri e alla narrativa si affiancheranno anche graphic novel e giochi da tavolo. Teneteli d'occhio sulla loro pagina facebook, e se ci sarete passate a trovarli a Stranimondi, la loro prima uscita pubblica! Da parte mia posso dire che mi piace sempre nell'ambito delle mie limitate possibilità contribuire a queste piccole e virtuose realtà. In effetti anche Spore faceva parte del tris inaugurale di libri pubblicato dalla Factory Editoriale I Sognatori, e Dimenticami Trovami Sognami era il primo titolo italiano di Zona42 che partiva per non pubblicare titoli italiani, quindi il ruolo di apripista ormai ce l'ho nel curriculum. Che poi sia anche bravo a ricoprirlo, non spetta a me giudicarlo...

E insomma ho chiacchierato tanto ma alla fine non ho detto nulla di cosa c'è in questo libro. Che roba è? Racconti? Ma di che genere? Allora, una cosa su cui io e le mosce bianche siamo d'accordo è che incastrarsi in un genere è controproducente. Ma poi è anche vero che bene o male si sa quello che scrivo, quindi di certo non c'è da aspettarsi un giallo da ombrellone. Basti sapere che c'è della fantascienza, ma c'è anche qualcosa di vagamente urban fantasy; ci sono dei futuri ma c'è anche il presente; ci sono alieni ma anche dèi. Vi lascio i titoli dei racconti e poi le info sul volume. Ne Il lettore universale troverete:

Il lettore universale
Spore
En prison
Il raccolto
Voi demoni
Momento per momento 

Il libro è disponibile sia in cartacoe che in ebook sul sito di Moscabianca e su tutti gli store soliti. Sarà poi presente distribuito in librerie indipendenti e catene come Feltrinelli, Mondadori e Ubik, ma sapete bene come i microeditori siano schiacciati all'interno di questi megastore. Un'altra buona occasione per recuperare questo e gli altri titoli imminenti nel catalogo di Moscabianca sono gli eventi a cui l'editore sarà presente nei prossimi mesi, a cominciare da Stranimondi a Milano, dove probabilmente ci scapperà anche la prima presentazione.

Grazie a chi avrà la voglia di leggermi ancora.

Rapporto letture - Giugno 2018

Un rapporto più scarno del solito, visto che a giugno ho assimilato solo due libri. Certo uno dei due ha una volumetria notevole, ma il fatto è che come già ho potuto segnalare più volte, a me l'estate fa calare i ritmi di lettura, a differenza del resto del mondo.


Il primo libro letto è una raccolta di tre racconti di Claude Lalumière, riunite sotto il titolo Altre persone, pubblicata dalla solita Future Fiction. Le "altre persone" del titolo sono una razza di umani diversa dall'homo sapiens che emerge in un futuro postapocalittico (ma poi forse sono persone anche i cani?), oppure quelle allevate nell'ultima storia sul "trattamento etico della carne" in una società di zombie (o similari) antropofagi. Racconti che stimolano alla riflessione, soprattutto sui confini di ciò che giudichiamo simile a noi, e su quanto realmente siamo in grado di autodefinirci. Come nella migliore fantascienza, il trucco sta nel rovesciamento di prospettiva, facendoci vedere noi stessi dal punto di vista di altri, che siano o meno "persone" in senso stretto. Voto: 7.5/10


Il volume cospicui è una raccolta di racconti weird, curata da Laird Barron e Michael Kelly e portata in Italia qualche anno fa da edizioni Hypnos con il titolo Nuovi incubi. L'antologia si apre con una buona prospettiva su cosa sia il genere weird, e mi pare di capire che nemmeno loro ne sanno dare una definizione precisa: il weird è una sorta di state of mind che si adatta a storie inquadrabili in altri generi come la fantascienza e l'horror, lo slipstream o il realismo magico. Gli stessi racconti presenti ne sono prova, dato che spaziano con agilità tra invasioni di topi, fantasmi, dimensioni parallele, mostri ed entità non meglio identificate. In buona parte i racconti sono validi, tranne un paio che ho faticato davvero a leggere per via di una prosa davvero pesante e un contenuto vago e poco stimolante come Bor Urus di John Langan. Ci sono in compenso un paio di perle, come Fox Into Lady di Anne-Sylvie Salzman, L'anno del ratto di Chen Qiufan e SWIM se va così male come pensa SWIM di Paul Tremblay. In ogni caso, etichette a parte, si tratta di storie che riescono a smuovere qualcosa, con strumenti differenti ma per lo più efficaci. Da apprezzare inoltre la numerose note di traduzione che permettono di interpretare meglio le intenzioni originali degli autori e cogliere le numerose citazioni presenti. Voto: 7/10

Perché la seconda stagione di Westworld è migliore della prima

Il titolo del post è volutamente provocatorio, e so che farà drizzare le antenne a molti. La seconda stagione di Westworld, conclusa un paio di settimane fa, non è stata accolta con lo stesso entusiasmo della prima, uscita nel 2016. Quella che si era rivelata come la serie più ambiziosa degli ultimi anni (a turno era il nuovo Game of Thrones e il nuovo Lost), a detta di buona parte del pubblico ha inciampato su se stesse e ha perso parecchio del suo valore. Io credo invece il contrario, e ritengo che la seconda stagione sia stata non solo una conferma, ma anche un passo avanti rispetto alla prima. In questo post proverò a spiegare perché, certamente non prima di aver piazzato un vistosissimo SPOILER ALERT, perché dovrò necessariamente riferire alcuni punti della trama vista finora. Se non siete in pari con la scena post-credit dell'episodio 10 della stagione 2, andatevene di qui.

È noto che la seconda opera di un artista è sempre la più difficile. Quando con il tuo primo lavoro hai conquistato il pubblico, ottenuto una reputazione e create delle aspettative, rimanere all'altezza di tutto questo è impresa tutt'altro che facile. La prima stagione di Westworld è stata unanimante riconosciuta come uno show di estrema qualità: ben fatto, ben costruito, dalle idee forti e storia coinvolgente. Due anni dopo, le aspettative erano al massimo e non tutti sono rimasti soddisfatti. Ma in realtà la seconda stagione è stata più che all'altezza, se considerata in prospettiva.

Partiamo dall'aspetto più semplice: per quanto riguarda il comparto "tecnico", da regia a recitazione, da costumi a soundtrack, il livello è rimasto lo stesso, molto alto. Qua e là ho notato qualche sprazzo di fotografia davvero ispirata, ma ammetto di non ricordare frame by frame la prima stagione quindi consideriamo un pareggio su questo fronte. Una cosa che non si potrà mai dire di Westworld  è che sia un prodotto raffazzonato.

Ora veniamo a uno degli aspetti centrali. L'arco narrativo complessivo della stagione. Per stessa ammissione dei due sceneggiatori, Johnatan Nolan e Lisa Joy, l'idea di Westworld è quella di stagioni sostanzialmente autoconcludenti, con trame che si accavallano ma senza misteri inspiegabili fino all'ultimo episodio. In questo prendono le distanze da Lost, che invece sul continuo gioco al rialzo di misteri ha fatto la sua fortuna e trovato la sua rovina. Se ogni stagione è autoconclusiva, allora la prima stagione era molto semplice: fin dall'inizio disquisiao di intelligenza e coscienza, e sappiamo che il punto di arrivo sarà quello del risveglio degli host. Le modalità possono essere le più varie, e come sempre in una buona storia conta più il come che il cosa, ma il percorso è semplice: da robot schiavi a entità coscienti che si ribellano. Quel colpo di pistola alla testa di Robert Ford era una conclusione quasi naturale. Molto bene, e ora che la rivolta è iniziata, che facciamo? Davvero vogliamo fare un'intera stagione di robot uprising, esseri artificiali contro umani? Come se non si fosse visto in decine di film anche di infima categoria... no, il percorso stavolta doveva essere diverso, doveva portare necessariamente a un nuovo cambio di prospettiva. Stavolta non si è chiesto a pubblico di interrogarsi su quando un robot diventa un uomo, ma il contrario: quando un uomo è davvero un uomo. Ed era un punto tutt'altro che facile da rendere e far passare come messaggio.

C'è anche da considerare che la trama di questa stagione non si fondava su plot twist devastanti e WTF moment come quelli della stagione precedente. Che Bernard fosse un host, e che William e il pistolero in nero fossero la stessa persona in due momenti diversi, sono state rivelazioni forti. La seconda stagione, pur concedendo un twist nell'ultima puntata, non ne ha fatto il cardine della sua storia. Ed è molto facile basare un'intera narrazione su un rivolgimento finale che rimarrà stapato nella mente dello spettatore; più difficile convincerlo senza l'ausilio di espedienti narrativi.

I personaggi principali di questa seconda stagione (ma non solo loro) hanno avuto un percorso di trasformazione molto più marcato rispetto a quelli della prima. Se prendiamo come protagonisti principali della prima stagione Ford, Bernard e Dolores, ci accorgiamo che solo quest'ultima raggiunge un reale cambiamento. Tra i secondari, sicuramente c'è da considerare Maeve, mentre anche il cambiamento di William è meno deciso, visto che conosciamo già la sua evoluzione futura. Ma in questa seconda stagione, quasi tutti hanno compiuto un vero e proprio arco, che può averli portati anche al fallimento: Dolores, Teddy, Maeve, Bernard, Akecheta, William, e il mai compianto abbastanza Lee Sizemore. Tutti loro nel corso della stagione sono cambiati profondamente e lo stesso si può intuire di personaggi di contorno di cui abbiamo visto appena poche scene, come Logan e James Delos. Questo ha dato alla stagione un senso di compimento ben più ampio della prima, che a posteriori può sembrare quasi un antefatto di quanto invece accade qui.

Questa seconda stagione ha anche dedicato ancora più spazio al worldbuilding. Se in precedenza abbiamo visto principalmente il parco e gli ambienti interni dello stabilimento, con la seconda stagione abbiamo conosciuto anche il mondo esterno... e quanto meno sappiamo che un mondo esterno di fatto esiste. Conosciamo il modo in cui la Delos ha acquisito il parco, gli obiettivi di William, l'uso degli host all'esterno di Westworld, i progetti collaterali, l'evoluzione del parco e dei primi host che lo abitavano, e così via. Inquadriamo il tutto all'interno di un contesto più ampio, che servirà quando, com'è probabile, nella terza stagione buona parte dell'azione si svolgerà fuori da Westworld. E non dimentichiamo le incursioni nei parchi vicini!

Infine, c'è un ultimo dettaglio tutt'altro che secondario: Anthony Hopkins. La prima stagione ha potuto contare sulla presenza costante di un attore straordianrio in un ruolo perfettamente adatto alla sua espressività, e ne ha guadagnato in termini non misurabili. Dopo la sua morte alla fine della prima stagione, non era dato di sapere se lo avremmo rivisto. Io diffidavo di chi diceva che a essere stata uccisa fosse una sua copia, e che sarebbe ricomparso, e avevo ragione. La sua presenza nella seconda stagione è stata notevolmente limitata, quindi il suo apporto alla serie nel complesso è stato minore, e ha permesso ad altri attori di far valere le proprie capacità. Penso soprattutto a Jeffrey Wright (Bernard) e Ed Harris (Uomo in nero), ma anche Zahn McClarnon (Akecheta) e le brevi scene di Peter Mullan (James Delos) e Luis Herthum (Peter Abernathy).

Con tutto questo non voglio dire che sia stata una stagione perfetta. Ci sono sicuramente aspetti non del tutto chiari e soprattutto alcune incongruenze con quanto si sapeva dalla prima stagione. La necessità di operare la retcon per poter portare avanti la storia ha creato qualche problema di coerenza interna, di cui uno degli esempi più chiari è la presenza delle "unità di controllo" degli host, di cui non esisteva menzione in precedenza (tant'è che gli host difettosi come Abernathy e Clementine venivano lobotoizzati). Tuttavia il tentativo di far incastrare le nuove nozioni con quelle precedenti è stato per lo più efficace, come dimostra al contrario il lungo excursus storico di Akecheta, che riesce a ricontestualizzare la mitologia del labirinto, che già nella prima stagione era stata riscritta per problemi di produzione (l'attore da cui partiva la storia è morto dopo aver girato il primo episodio, per cui la storia è stata riadattata in seguito per escluderlo).

In definitiva, Westworld si conferma come uno dei progetti televisivi più ambiziosi. Forse è vero che a volte si compiace troppo della sua stessa qualità e intelligenza, e arriva quasi a strafare. Ma stiamo parlando di un prodotto di un livello decisamente più alto della media dei suoi concorrenti, e sarebbe sciocco squalificare una stagione che ha avuto il coraggio di muovere avanti una storia che a questo punto può portare ovunque. Come Person of Interest (anch'esso concepito da Johnatan Nolan), Westworld ha la potenzialità di condurre gli spettatori su territori completamente diversi da quelli in cui è nato, e questo dovrebe bastare a mantenere alta l'attezione su questa storia... ma potremo saperlo solo nel 2020.

Coppi Night 17/06/2018 - Goodbye Lenin

Questa Coppi Night si è configurata come cineforum, in quanto è stato scelta in partenza la proiezione di questo film propedeutico agli studi di un paio di membri del Club. Ammetto fin da subito che in genere parto prevenuto verso questo tipo di film storico-politici, che per la maggior parte mi risultano fin troppo didascalici e strabordanti di retorica. Poi stiamo pure parlando di un film tedesco.

Invece alla fine posso dire che Goodbye Lenin mi è sostanzialmente piaciuto, perché si tratta soprattutto di una vicenda personale e familiare, qualcosa di estremamente quotidiano se pur portato ai limiti dell'assurdo. Forse la parte iniziale è meno convincente, proprio perché si dedica per lo più a illustrare il contesto storico in cui si svolge la vicenda, nella Berlino occupata e divisa tra Russia e potenze capitaliste. Quando poi si arriva al nucleo della storia, con la madre che si risveglia dal coma dopo alcuni mesi, allora il tono cambia e lo fa in modo efficace. C'è un sottile equilibrio tra il dramma e la commedia, che raramente si sbilancia troppo da una parte o dall'altra. Così una pubblicità della Coca-Cola può apparire come il peggiore dei nemici, o dei disgustosi cetriolini in salamoia come l'ostia benedetta portatrice di salvezza.

Una cosa che ho apprezzato molto è come la focalizzazione rimanga sempre concentrata sul protagonista/narratore. Pertanto molti dei momenti più importanti sono visti attraverso il suo filtro, e non ci è dato di sapere come sono vissuti dalla madre, che ne è invece l'epicentro. Per questo non sappiamo cosa il padre le ha detto durante il loro incontro, o se alla fine abbia capito il benevolo inganno a cui è stata sottoposta. Possiamo intuirlo, ma non lo sapremo mai con certezza. Il che è esattamente ciò che si prova quando una persona cara ci lascia.

Fa uno strano effetto vedere come il mondo (o almeno quella parte di mondo, che poi non è tanto lontana da me) fosse diverso solo una trentina d'anni fa. Voglio dire, questi sono eventi che sono accaduti quando io ero già nato, anche se forse non sapevo ancora articolare delle frasi di senso compiuto. Sono avvenimenti così vicini nel tepmo e nello spazio eppure appaiono tanto estranei da essere irriconoscibili. Il che funziona bene da monito, per ricordarci che tornare lì è un attimo.

Che poi, niente afferma che la Berlino Est allineata all'asse sovietico fosse un incubo di repressione, e che solo la via capitalistica della parte Ovest fosse quella libera e giusta. Il film tende a seguire la ragione della storia, ma al di là di qualche gag cercata appositamente non si sbilancia a condannare l'una o l'altra parte. Proprio per questo posso dire che non mi è risultato indigesto nel senso in cui lo sono spesso i film di questo tipo, perché non cerca di impartire lezioni, ma solo di mostrare come i personaggi reagiscono al cambiamenti nel loro mondo.

Coppi Night 10/06/2018 - Annientamento

Ho già parlato di striscio di questo film, in un post di qualche mese fa che era più un'analisi di una certa tendenza del cinema di fantascienza contemporaneo, piuttosto che un commento al film in sé. Avevo già visto Annientamento poco dopo la sua uscita su Netflix in lingua originale (quindi Annihilation), e ho colto l'occasione di rivederlo, seppure in italiano, valutando che sia un film che può giovare di una seconda visione.

Premetteo che nonostante Jeff Vandermeer sia un nome che sta segnando negli ultimi anni il panorama fantascientifico, non ho letto nessuno dei suoi romanzi dell'Area X. Ho sentito dire che il film di Annientamento si discosta per molti aspetti sostanziali dal libro da cui è tratto, ma questo per me non ha alcun impatto sulla valutazione, visto che appunto non li ho letti.

A mio avviso Annientamento è un ottimo film, sotto parecchi punti di vista. Non ho percepito la lentezza dello sviluppo lamentata da molti, anzi credo che questo clima generale di sospensione sia voluto e funzionale alla trama. Le interpretazioni sono tutte di ottimo livello, fotografia e regia eccellenti ed evocative, effetti speciali contenuti ma efficaci, colonna sonora perfetta (e nel climax del film possiamo ascoltare un ottimo adattamento di Moderat). Ciò che forse può aver perplesso o infastidito molti spettatori è che il film non fa molti sforzi per rendersi comprensibile. In realtà i frammenti per mettere insieme una trama ci sono, e volendo percorrerla in questo modo non sarebbe poi niente di tanto originale: un meteorite precipitato sulla Terra che porta la contaminazione di qualche organismo alieno che è in grado di alterare l'evoluzione, mescolando e rinfrangendo tra loro le informazioni genetiche per creare copie, mutazioni e aberrazioni. Ma in effetti questa è solo un'ossatura, e il film stesso non ci insiste troppo. Quindi chi ha cercato una "storia" nel senso classico non l'ha trovata, ed è rimasto deluso.

Annientamento parla di altro, e per la verità lo fa in termini abbastanza espliciti. Parla di autodistruzione, del desiderio inconscio ma comune a tutti (tutti gli umani? tutte le creature senzienti? tutti gli esseri viventi?) di distruggere se stessi. Questa distruzione può avvenire a più livelli, fisici, psichici e anche solo metaforici, ma rimane un processo continuo. Come viene detto, non significa necessariamente pensare al suicidio: si può anche solo scegliere di fumare, o smontare le basi di una relazione serena con il prossimo. Il paragone con i tumori, che sono al contrario cellule che rifiutano la loro distruzione e portano così al collasso dell'intero sistema, è senza dubbio significativo.

L'entità che ha originato l'Area X, qualunque siano la sua origine e la sua forma, vive di cambiamento. Distrugge, ma solo per ricreare; copia, ma solo per capire. Non ci è dato di sapere alla fine, chi o che cosa sia emerso dall'Area X, se Oscar Isaac e Natalie Portman siano ancora loro, o se lo sono mai stati. "Tu sei me? Io sono me?" chiede il soldato al suo doppio, e ciò rende evidente che il confine tra replicatore e replicato non sia così nitido.

Copiare, mescolare, distruggere. Ripetere. Non serve mica che arrivi un extraterrestre per insegnarci come si fa: lo facciamo da sempre.

Rapporto letture - Maggio 2018

Maggio è un mese in cui sono stato piuttosto impegnato sul versante lavorativo, ma nonostante gli impegni della "vita reale" sono comunque riuscito a incastrare la mia buona dose di letture.


Il primo libro l'ho estratto dal cappello pescando a fondo, tra i titoli che giacevano nel kindle da anni e anni. Si tratta di Shanti, romanzo di Caleb Battiago (moniker di Alessandro Manzetti) che fa daprequel a Naraka, letto anni e anni fa quando è uscito per la prima volta sotto il marchio Mezzotints. Anche la versione di Shanti che ho io risale a quell'epoca ma finora non mi ero ancora imbarcato nella lettura. Sapevo più o meno cosa aspettarmi e l'ho trovato. Una storia estrema sotto tutti i punti di vista, esplicita nel gore, nel sesso, nella perversione, esagerato e pesante sotto i tutti punti di vista. Di Naraka ricordo il setting generale e il nome della protagonista, poco di più, per cui forse ho perso tanti collegamenti che potrebbero esserci con questo prequel. La storia segue più o meno lo stesso percorso, con personaggi che si lasciano andare alle più becere pulsioni di sesso violenza e alimentazione, tutte strettamente collegate tra loro. Non esiste virtù, non esistono eroi, tutto in questa società futura è livido e sporco. E in sostanza, that is the point. Niente archi di redenzione, solo una discesa continua che tocca a tutti prima o poi. Le sequenze pornografiche si sprecano, da persone che bevono piscio a donne gettate in cisterne di sperma, eppure in qualche modo tutto ciò è funzionale a quello che si racconta. È un delirio totale che potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno, ma devo ammettere che c'è del metodo in questa follia. Non so se è una lettura che consiglierei, ma l'ho trovata comunque soddisfacente. Voto: 7.5/10


A seguire una raccolta di racconti, pubblicata qualche anno fa dall'editore La Ponga (di cui non sento più parlare, purtroppo). Oltre Venere, curata da Gian Filippo Pizzo, è un'antologia di fantascienza di sole autrici donne. Si dice sempre che la sf è roba da uomini, e ultimamente in molti si sono impegnati a voler dimostrare il contrario: tra le autrici in questo volume ci sono alcuni nomi relativamente noti come Alda Teodorani, Alexia Bianchini, Cristiana Astori, Elena di Fazio, Milena De Benedetti, Giulia Abbate, Serena Barbacetto. La raccolta in sé presenta alti e bassi, come è normale quando si riuniscono più racconti, peraltro in questo caso senza un tema comune, perché se le autrici sono tutte donne, non si tratta però di storie a tema "femminile" (pur essendoci qualche storia anche di questo tipo). C'è un po' di tutto, dai roboto alla programmazione, dalla distopia ai reality show. La media dei racconti è buona anche se non ho trovato niente di particolarmente memorabile. Anzi, mi sa che mi devo togliere questo peso dalla coscienza.

Apro una digressione un po' lunga e probabilmente molto antipatica. Chi segue i miei rapporti letture potrà aver notato che le mie valutazioni finali sono pressoché sempre sufficienti. Magari concedo raramente l'eccellenza ma è difficile anche che vada sotto il 5/10. Questo perché negli anni ho affinato le mie capacità di discernimento e so già indirizziarmi in partenza su letture che mi soddisfano. Per cui in casi molto rari mi trovo a parlare di schifezze, che pure porterebbero tanto mormorio in più e tanta tanta VISIBILITÀ!!! In questo caso purtroppo una schifezza mi sono trovato a pestarla, perché appunto in una raccolta ci possono essere alti e bassi... solo che non mi aspettavo qualcosa di così basso. Mi riferisco al racconto di Claudia Graziani (autrice di cui non credo di aver letto altro), Sotto prova. È una storia confusa e senza senso, mal concepita e peggio scritta. A leggerla mi sembra uno di quei mezzi raccontini che scrivevo a scuola media quando la professoressa ci assegnava un tema e io avevo appena letto Abissi d'acciaio e pensavo di saper scrivere fantascienza trafugando un po' di idee e credendo che potessero sembrare originali. Sotto prova racconta di una gara tra Nazioni in cui ognuna compete per dimostrare alle altre di essere la più illuminata e prospera, capace di produrre richezza e assicurare la felicità ai suoi cittadini. Ogni tot anni vengono fatte queste olimpiadi e la Nazione che perde viene isolata con una parete di vetro rispetto al resto del mondo. Lo scopo della competizione è filantropico e non si capisce come isolare un popolo che non raggiunge certi obiettivi possa aiutarlo a prosperare, ma accettiamolo come premessa. La cosa assolutamente insostenibile è il modo in cui la storia è strutturata, con capi di stato che parlano tra di loro esponendo le più illuminanti teorie per la persecuzione del benessere. Ci sono dei poveri nel tuo paese? Dagli un lavoro. L'energia? Fonti rinnovabili. Le metropoli? Crea dei parchi. Il tutto potrebbe essere commentabile con monumentale GRAZIARCAZZO. Si vuole far passare l'idea che per risolvere i problemi del mondo basta applicare queste belle idee che in genere trovano applicazione in seconda elementare durante il concorso "disegna la tua città ideale" sponsorizzato dal MiCulPop. In tutto ciò poi abbiamo la presidente che vuole andare in Canda, uno dei paesi più prestigiosi, per scoprire i suoi segreti. Quindi si incammina (a piedi!?) e arriva davanti alla barriera di cristallo di Toronto (!?) ma qui una guardia che lei conosce per nome (!!??) la ferma e le dice di tornare indietro. Pare che sto esagerando, lo so, quindi riporto qualche riga:

La giovane donna non indugiò a lungo, e decisa a portare a termine la sua missione segreta, scelse come primo obiettivo uno dei migliori Paesi, il Canada. Non tutto però andò secondo i suoi piani. Anzi a dire il vero nulla. Era partita di primo mattino, sotto il manto freddo della rugiada, e giunse sotto la grande barriera, che era non molto distante dalle porte di Toronto. Una sentinella, a guardia dello spazio intorno alla barriera, si accorse della giovane e le intimò di fermarsi.
"Sta lontano Ruth! C'è un accordo, o te lo sei dimenticato? Il Capo Primo della Costituzione di Ginevra è chiaro: nessuno può varcare la soglia della Barriera di cristallo se non per ordine del Gran Cancelliere Gustav Jikram. È vietato a tutti, persino ai delegati e diplomatici. Esibisci l'autorizzazione!"
"Calma Marcèl volevo solo dare un'ochciatina. Non sono mica un ladrucnolo in cerca di guai?"
"Non lo penso Ruth. Nessun dubbio sulle tue brillanti capacità di leader politico, ma non hai il permesso di stare qui. Il tuo Paese dovrà rimanere all'interno dell'embargo. Non siete in grado di garantire una buona sopravvivenza, e finché non uscirete dall'impasse economico e politici che vi debilita, rimarrete isolati. Hai avuto una pessima idea a venire fin qui!"
"Me ne vado Marcèl, me ne vado. Non vale la pena rischiare o infrangere le leggi... Chissà che un giorno anche il tuo Paese non sia relegato ai margini del mondo."
Ruth delusa indietreggiò, raccolse i suoi lunghi capelli castani in un cappuccio e fece ritorno a Pietroburgo. Avrebbe voluto ammirare lo splendore di Toronto. Almeno una volta nella sua vita.

Dopo aver letto questo passaggio, molte domande vi affolleranno la mente. Io non posso rispondere, mi dispiace. Ah, alla fine si scopre che Ruthe e il capo del Canada si amano. Così, de botto, senza senso. D'altra parte cosa ci si poteva aspettare da un racconto che si apre con una citazione di Rotschild? Digressione chiusa, mi dispiace aver dovuto usare questo tono sgradevole, ma appunto non mi capita spesso di imbattermi in roba del genere. Io come autore italiano di fantascienza lo trovo imbarazzante, mi verrebbe da chiedere scusa a nome della categoria. Questo è ciò per cui i lettori si allontanano dalla narrativa autoctona. Non continuiamo a cascarci, per favore, ci perdiamo tutti. Passiamo oltre.


Ultimo libro letto nel mese è Una serie di bistecche, racconto lungo di Vina Jie-Min Prasad pubblicato da Future Fiction (lo so che parlo quasi ogni mese di questa collana, ma che vi devo dire, mi pare che pubblichi i titoli internazionali più interessanti degli ultimi anni quindi torno sempre lì). È una storia del futuro prossimo, in cui una programmatrice specializzata nella creazione di bistecche con stampanti 3D viene ingaggiata/ricattata per un lavoro al di là della sua portata, e deve trovare il modo di portarlo a termine in tempi brevi e nel migliore dei modi. Ho trovato molte affinità tra questa storia e il mio Memehunter: una storia di programmazione/hackeraggio con una squadra di due protagonisti (uno esperto nel settore, l'altro meno) costretti a completare una missione rischiosa e oltre la loro portata, con un twist finale. Sarà anche per questo, e per il tono leggero che il racconto mantiene, che mi è piaciuto così tanto. Una veloce e gustosa storia sul falso d'autore come lo intenderemo di qui a vent'anni. Voto: 8/10

Coppi Club 02/06/2018 - Colossal

Il blog è rimasto in standby per un paio di settimane. Cosa sarà successo? Il GDPR? Il nuovo governo? È arrivato il caldo? Gli zingari? Niente di tutto questo, solo una settimana via per lavoro e poi tanto tempo prima e dopo assorbito da altre questioni. Ma ora cerchiamo di tornare a una programmazione regolare.

E lo facciamo parlando di un film che alla sua uscita mi aveva molto incuriosito, ma che finché Netflix non me lo ha presentato davanti tra le novità non mi sono ricordato di andare a cercare (e questa per me è la funzione più importante assolta da Netflix). Colossal è sulla carta un film di kaiju, i mostri giganti distruttori di città dei film giapponesi. Ma si presenta da subito come un film quanto meno particolare: il mostro che terrorizza Seoul infatti (questo non è uno spoiler, lo vedete dal trailer) è controllato da Gloria (Anne Hathaway), una ragazza newyorkese nullafacente e accidiosa, incacape di dare una direzione alla sua vita tra casa, lavoro, relazioni e alcool. Non che Gloria indirizzi di sua volontà la creatura a distruggere la Corea, ma dopo le prime manifestazioni la ragazza si accorge che il mostro ripete le sue azioni in diretta.

Che cosa comporta questo? In realtà ben poco, fino a quando sono costretto a entrare nello spoiler per poter continuare il commento quidni fermatevi qui se non lo avete visto. Ben poco, dicevano, fino a quando anche Oscar, suo compagno di scuola d'infanzia, non scopre di avere la stessa capacità di manifestare un suo alter ego robotico gigantesco sempre a Seoul. Anche Oscar ha dei problemi, di origine oppposta ma convergenti a quelli di Gloria e la loro contrapposizione sarà quella che da metà film in poi dirigerà tutta la storia.

Poco sopra dicevo che Colossal è un film di kaiju "sulla carta". In realtà a mio avviso è più appropriato definirlo un film di supereroi. Nello specifico, una origin story: una persona qualunque scopre di avere un potere che non controlla del tutto, capace di provocare conseguenze enormi, e qualcuno con un potere simile al suo gli si oppone. Il fatto che i personaggi principali siano dei disperati (ancorché tutto sommato "benestanti") mi ha fatto pensare più volte a Lo chiamavano Jeeg Robot, anche se l'esecuzione è ben diversa. Ma l'idea di fondo, quella del potere che comporta responsabilità, è quella.

Per la verità, credo che tutto il film sia meglio interpretato in questa chiave. I kaiju sono chiaramente un pretesto, una proiezione, e di fatto la loro origine non è nemmeno spiegata (sì, c'è un breve flashback ma non fornisce nessuna informazione). Ma non è quello il punto. I mostri sono una manifestazione tangibile delle proprie azioni, e per questo sono così sconvolgenti per la protagonista, che ha passato tutta la sua vita a ignorare le conseguenze di ciò che fa o non fa. La metafora è potente, e in certe sequenze molto intensa.

Ma c'è un altro problema. Quando il vecchio compagno di scuola entra in gioco, la storia vira troppo bruscamente sul conflitto tra i due, e per questo si perde di vista la tematica iniziale in cui Gloria cercava da sola di prendere il controllo di se stessa. Nel momento in cui si manifesta un nemico, allora è scontato che l'obiettivo diventi combattere lui, e per questo sembra perdere importanza il fatto di sapere cosa si sta facendo. Inoltre il conflitto tra i due sembra esplodere in maniera un po' artificiosa, quando il ragazzo scopre di avere lo stesso potere e forse obnubilato da questa idea si lascia andare a istinti biechi e violenti, cosa che non aveva mai manifestato prima.

Sicuramente Colossal è un film intrigante, che affronta un tema visto e rivisto in modo nuovo. Riesce a costruira una prima parte sul filo della commedia nonostante un tema più profondo di quanto sembri, poi perde un po' la strada ma si riprende nel finale. Nel complesso meritevole, forse con qualche potenzialità non pienamente sfruttata.

Coppi Night 13/05/2018 - Circle

Da non confondersi con The Cirle, film dell'anno scorso con Tom Hanks ed Emma Watson sui social network. No, Circle senza articolo davanti è un film di qualche anno fa, che da quando ho Netflix vedo sempre lì tra quelli proposti ma avevo sempre adocchiato con un certo scetticismo.

La storia è semplice, anzi, essenziale. Cinquanta sconosciuti in una stanza, impossibilitati a muoversi; ogni due minuti uno di loro viene ucciso da una scarica elettrica; possono decidere con una votazione chi verrà ucciso. Non c'è altro, tutto il film si basa sullo sviluppo di questa idea di base. Il meccanismo di fondo e le dinamiche che si sviluppano sono simili a quelle di altri film, ad esempio Cube (e il titolo mi fa pensare che la somiglianza non sia casuale) o The Exam. Tutte storie in cui un gruppo di persone che non si conoscono sono costrette a un gioco mortale di cui non sanno le regole, dal quale solo uno potrà uscire vivo.

Il nodo centrale di Circle è che i personaggi sono troppi perché si possa stabilire una qualche empatia con chiunque di loro. A qualcuno sono riservati pochi secondi di dialogo, altri sono più ciarlieri, ma la caratterizzazione è per forza di cose minima, in molti casi ridotta appena al modo di vestire. Questo in un film del genere può essere in un certo senso un vantaggio, perché porta lo spettatore a mantenere il distacco necessario ad accettare la semi-casualità della morte di ognuno; ma dall'altro lato, significa anche che allo stesso spettatotre non importerà niente se a morire al prossimo turno sarà la ragazza incinta o lo yuppy, il pastore o la professoressa. Possono formarsi delle simpatie momentanee, ma mai un attaccamento vero e proprio che provoca sconcerto quando il personaggio viene abbattuto.

Non potendo contare sui personaggi, bisognerebbe puntare sul meccanismo del gioco. Che putroppo, è in realtà abbastana confuso e con regole non sempre chiare. Anche volendo ignorare il fatto che il gruppo scopre troppo velocemente il sistema di voto, sembra che di volta in volta le regole cambino, soprattutto sulla questione degli spareggi. Non ho avuto voglia di contare i presenti e i voti da assegnare a ogni turno, ma sono anche convinto che in diverse occasioni le situazioni di parità non fossero in realtà possibili.

Infine, arriviamo ai temi. Che cosa vuole dire Circle? Un apologo sulla meschinità umana? Certo, ok, ma non c'era bisogno di tutto questo arzigogolo per arrivarci. Un'allegoria sui nostri pregiudizi, potrebbe essere. Spesso le conversazioni nel gruppo per decidere chi condannare vertono su alcune caratteristiche personali che rendono le persone "meno degne" di vivere: età, razza, famiglia, lavoro, religione, orientamento sessuale. Ma sono tutte comete, l'argomento emerge per il tempo di un paio di minuti e poi svanisce, quindi nessuno di questi ha davvero importanza. Sembra quasi che si volesse seguire una checklist: Prete nero? Check. Criminale latino? Check. Lesbica? Check. Ragazza madre? Check. Quelle che sono sullo schermo sono macchiette, non persone, per cui non si può davvero prendere sul serio i loro problemi di rappresentanza e discriminazione. Il finale poi, anche a volergli assumere significati che non sembra dichiarare, non aggiunge comunque nulla a quanto era già emerso prima.

Quindi cosa rimane? Ecco, ben poco. Certamente uno script che ha richiesto una scenografia molto economica, una singola stana con un po' di luci. Un giochino gustoso da vedere dall'esterno, ma che tirato per le lunghe si fa ripetitivo, non offrendo niente al di là della possiblità di scommettere su chi sarà il prossimo. Ridotto a cortometraggio di venti minuti avrebbe potuto funzionare, ma un'ora e mezzo a girare in cerchio è in effetti troppo.

Rapporto letture - Aprile 2018

Il rapporto letture del mese scorso è stato molto frugale, perché come ho spiegato buona parte del mese di marzo è stata occupata dalla lettura di un volume consistente che ho finito i primi giorni di aprile. Ora ne possiamo finalmente parlare.

Una lettura che ho rimandato fin troppo, uno di quei libri che cambiano il modo in cui ragioni. Godel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante è un'opera che, per quanto incompleta, segna un punto importante nell'evoluzione della scienza umana. Non tanto perché propone idee rivoluzionarie, quanto perché riesce a riassumere e collegare tra loro campi della conoscenza che spesso consideriamo separati e inconciliabili: musica, logica, matematica, programmazione, genetica, neuroscienza, linguaggio, filosofia, arte. Prima di averlo letto si fatica a concepire il modo in cui Douglas Hofstadter possa intrecciare tra loro (il titolo originale usa proprio il termine braid, treccia) temi e argomenti così distanti, eppure lo fa con estrema naturalezza e salvo qualche capitolo più tecnico relativo ai sistemi formali, riesce a risultare accessibile anche a chi non è un esperto di nessuna di queste materie.  Nonostante siano novecento pagine belle dense, la lettura è appassionante e scivola via davvero senza nessuno sforzo. Immagino anche che sia stato un lavoraccio tradurlo, data l'abbondanza di giochi di parole, tra acrostici, doppi sensi e calembour. Mi pare comunque che la versione italiana abbia ottenuto davvero un ottimo risultato, considerando le molteplici sfaccettature presenti. Questo libro mi ha letteralmente aperto la mente su numerose strade che non sapevo di poter percorrere, e in alcuni casi mi ha aiutato a comprendere meglio cose di cui avevo una conoscenza superficiale e che adesso posso interpretare in un'ottica più profonda: dal teorema di Godel (punto di partenza di una delle mie storie più care, su cui ho intenzione di tornare a lavoro), fino alla filosofia zen, che è una delle chiavi di lettura più importanti del gioco The Witness. Forse è un mio limite, quello di leggere poco al di fuori della narrativa, e questo libro mi ha messo voglia di scoprire altri saggi di questo genere. Ma temo che difficlmente troverò qualcosa dello stesso livello.


Dopo questa folgorazione ho deciso di concedermi un (altro) premio, e sono andato a scegliere uno di quei libri che tenevo in lista di lettura da parecchi anni. Si tratta de Il grande notturno, l'ultimo libro delle ormai leggendarie Edizioni XII che mi era rimasto da leggere. Un romanzo horror di Ian Delacroix, che parte come una storia di zombie a Milano, poi assume la forma di una favola dark, reinterptazione del pifferaio magico, e inifne vira in un excursus storico che ricorda Intervista col vampiro. La storia nel complesso funziona, ma ho trovato una certa difficotlà a individuare un personaggio principale a cui legarmi. È evidente che l'autore ha voluto giocare proprio su questo aspetto, presentando diversi potenziali protagonisti per sovvertire poi le aspettative, alla lunga però questo meccanismo penalizza proprio il lettore. La lunga "origin story" che costituisce la parte centrale del libro forse avrebbe potuto essere più breve, proprio perché si capisce fin da subito come andrà a finire. La scrittura invece si mantiene sempre puntuale, efficace, e in certe parti davvero evocativa. Un buon lavoro con qualche margine di miglioramento. Voto: 7/10


Rimaniamo sugli autori italiani, ma saltando avanti di qualche anno. Stefano Paparozzi è un giovane autore (beh, oddio, è mio coetaneo, e io non è che mi senta così giovane ormai) che finora ha scritto poco ma ha sempre azzeccato. Qui sul blog si trova già qualche commento alle sue storie apparse in giro. Paparozzi è anche il terzo scrittore italiano pubblicato da Zona 42, dopo me e Alessandro Vietti. Ed è anche in questo caso una scommessa, dato che appunto si tratta di un autore "esordiente"; doppiamente scommessa se si considera che il suo Madre nostra sfida la definizione del genere. Zona 42 si propone come editore di fantascienza, ma ha già dimostrato di saper uscire dai paletti tradizionali del genere, e qui lo fa in modo palese. Il romanzo di Paparozzi è il diario di una ragazza, o forse una bambina, rimasta incinta "miracolosamente" a dodici anni. Seguiamo Miriam nel corso dei dodici anni successivi, cadenzati da successive gravidanze senza padre. Non si tratta però della storia di una Maria di Nazaret dei giorni nostri. Per quanto infatti la gravidanza e il culto che si sviluppa alla protagonista si auno dei temi principali, in realtà il vero nucleo della storia è un altro: la crescita, la comprensione di sé. Conosciamo Miriam poco più che bambina, la vediamo cambiare opinioni, lessico, schemi mentali, priorità, comportamenti. La vediamo sempre e solo attraverso il filtro che lei stessa applica alla realtà, ma questo è sufficiente, perché è Miriam stessa a rendersi conto del cambiamento che si porta dietro e dentro. C'è molto altro, naturalmente, perché da una premessa del genere non si può evitare qualche riflessione su scienza e religione, così come sulla sessualità e ciò che essa comporta per una persona. Ma c'è anche posto per il distacco, la sofferenza, la morte. A mio avviso la storia si fa davvero concreta verso i due terzi, quando Miriam ormai adulta (o comunque cresciuta in fretta), inizia a mettere insieme i pezzi di se stessa e prendere delle decisioni autonome. Forse non sempre decisioni giuste, ma sono autentiche e lei è pronta a sopportarne le conseguenze. Alcuni capitoli, verso la fine, sono davvero forti, e li ho letti con fatica, non perché fossero difficili o pesanti da seguire, ma perché mi toccavano forse troppo nel profondo, pizzicando corde che cerco di mantenere sempre immobili. D'altra parte, il buon Paparozzi mi cita nei ringraziamenti finali perché la lettura di DTS gli è stata di stimolo a scrivere il suo romanzo, per cui qualcosa avrà pur imparato, no? Ottima prova, come sempre vista lunga di Zona 42 e autore da tenere d'occhio (cosa che già pensavo ma che adesso posso confermare). Voto: 8/10


E per chiudere il mese sono tornato ad attingere al catalogo di Future Fiction, stavolta con un'autrice di origini indiane, Vandana Singh. Entanglement è un racconto lungo, una storia corale in cui seguiamo protagonisti diversi in giro per il mondo, ognuno con la sua storia più o meno personale, un piccolo tassello di un mosaico che solo alla fine si rivela nella sua completezza. L'entanglement del titolo, mai citato direttamente, è quel legame inafferrabile che esiste tra tutte le cose, tra tutte le vite, non solo quelle umane: una concezione olistica che ci avvicina tutti e che la tecnologia potrebbe aiutarci a rendere più solido. Una storia in fondo ottimistica, che nonostante le grandi colpe che ci portiamo addosso come specie riesce a dare valore a quanto di buono ancora possiamo fare, non solo per noi ma per l'intero pianeta che occupiamo. Voto: 7.5/10

Storie dal domani 4

È da pochi giorni disponibile l'antologia Storie dal domani 4, che raccoglie i migliori racconti pubblicati nel corso del 2017 nella collana Future Fiction, dal 2018 diventato vero e proprio marchio editoriale.



La serie Storie dal domani è pensata appunto per offrire una carrellata dei titoli pubblicati nel corso dell'anno precedente, anche per proporre in un libro cartaceo le storie che Future Fiction pubblica principalmente in forma di ebook. Il volume numero 4 contiene alcuni racconti che ho già avuto modo di leggere e di cui ho anche parlato sul blog: MeccanicaMente di Carme Torras, Il catalogo delle vergini di Nicoletta Vallorani, Adescare Rasmussen di Gord Sellar. Tra gli altri autori presenti, l'immenso Ken Liu e il ben più modesto Andrea Viscusi.

La raccolta include infatti anche il mio racconto lungo Memehunter, usito a ottobre proprio per la collana Future Fiction. Se non l'avete ancora letto, o preferite averlo in cartaceo, oppure ancora preferite investire in qualcosa che vi garantisce qualche possibilità in più di soddisfazione (magari il mio racconto non vi piace, ma tra tutti gli altri ci sarà pure qualcosa di valido), questa è l'occasione giusta.

Storie dal domani 4 è disponibile sia in ebook che in cartaceo, direttamente sul sito di Future Fiction oppure sui soliti store. Aggiungo solo che alla soddisfazione di aver pubblicato qualche mese fa su una collana che apprezzo così tanto, adesso si aggiunge l'onore di essere nello stesso libro con autori di così alto profilo internazionale. Quindi non fatelo per me, fatelo per la biodiversità della narrativa di genere!

Coppi Night 29/04/2018 - Ares

C'è stata una certa presenza di film spagnoli in Coppi Night recenti, ma a mia memoria non ne è passato nemmeno uno francese, questo è il primo. E quando dici "film francese" pensi o a quelle commediacce che non fanno ridere o a quella roba autoriale da belle epoque. E invece no, questo è un film di botte in un contesto distopico.

Ares è ambientato in un futuro abbastanza vicino, un'epoca in cui la devastazione economica ha colpito tutti i paesi occidentali (così si intuisce, ma di fatto vediamo solo la Francia) e la disparità tra classi ricche e popolo si è accentuta all'estremo, e fin qui tutto plausibile. I diritti civili sono stati quasi del tutto cancellati, lo Stato ha perso la sua autorità e il potere è detenuto in pratica dalle industrie farmaceutiche. La popolazione si sollazza esclusivamente seguendo i match dell'Arena, combattimenti brutali tra gladiatori geneticamente migliorati e potenziati con droghe di vario genere. Ares è uno di questi guerrieri, un tempo uno dei migliori ma ormai finito nei ranghi più bassi della competizone. Almeno fino a quando una di queste malefiche case farmaceutiche non gli mette gli occhi addosso per farne il test subject di una nuova droga, capace di provocare qualche minuto di forza inarrestabile prima di un crollo totale. Ares, ricattato dalla necessità di salvare sua sorella dalla prigione (e prendersi cura delle nipoti rimaste sole), accetta quindi di partecipare all'esperimento e combattere sotto l'effetto della sostanza.

Ci sono due forze trainanti opposte in questo film. Da una parte abbiamo il protagonista, un personaggio costruito in maniera superba, che racchiude in sé diversi archetipi, e percorre un arco di trasformazione davvero magistrale. Le sue motivazioni sono personali, forti, convincenti. Anche quando sbaglia, lo fa per ragioni del tutto coerenti con la sua storia e i suoi principi. E quando trionfa, la sua vittoria è davvero meritata e notevole. Anche altri personaggi principali sono ben delineati, pur essendo caratterizzati in poco tempo: la nipote attivista, il vicino di casa, l'allenatore/broker. Le dinamiche che si instaurano tra questi funzionano in modo impeccabile.

Dall'altra però abbiamo un plot con dei risvolti poco chiari, non sempre credibili. C'è innanzitutto lo strapotere di queste enormi aziende farmaceutiche, che di per sé potrebbe anche reggere, ma a un'analisi più approfondita si sgretola. Infatti, se la maggior parte della popolazione è talmente povera da vendersi per le sperimentazioni, i farmaci che vengono elaborati a chi li vendono? Possibile che quella ridotta élite di super ricchi possa reggere tutto il mercato? E poi, se anche è vero che durante questi esperimenti vengono uccise migliaia di cavie, davvero questo può far scatenare la ribellione del popolo, quando si tratta di un fatto ben noto e non c'è nessun potere costituito capace di far rispettare i loro diritti? E se anche i piani della Evil Corporation (o megio, Corporation Mauvaise) vengono sventati dagli eroi, siamo davvero sicuri che basti questo piccolo fallimento a far crollare il loro dominio economico e politico? Insomma, da questo punto di vista la storia è attaccabile in più modi, e sembra quasi che si sia voluto forzare un messaggio politico in un racconto che invece avrebbe retto benissimo come vicenda personale di affermazione e riscatto.

Comunque alla fine dei conti il bilancio è positivo, un Gladiatore meets Hunger Games con delle belle sequenze di combattimento e qualche colpo di scena azzeccato. Inaspettatamente meritevole, soprattutto per essere, come dicevamo, un film francese.

Coppi Night 22/04/2018 - Assunto dai guai

Mentre tutto il mondo là fuori parla di Infinity War e di come Thanos sia finalmente un villain profondo e credibile, con una solida backstory e una motivazione capace di suscitare empatia, io sono qui a dover dire qualcosa di questa roba.

"Questa roba" è poco più di un film amatoriale, ma anche la parola film non è del tutto adatta perché si tratta di una serie di sketch filmati e messi insieme, con attori tutt'altro che professionisti e una cura pressoché assente per regia, montaggio e sonoro. E uno si chiede, ma come ci arrivi a una cosa del genere? Per semplificare possiamo parlare di passaparola, perché l'intero "film" è girato nelle zone in cui vivo, e anche molti dei personaggi presenti sono interpretati da gente della zona che conosco direttamente o indirettamente. Quindi diciamo che il valore massimo di vedere questo filmettino è quello di riconoscere la strada o il bar, il tizio che era quello che ti ricordi guidava il pulmino della scuola, oppure quella è la mamma di.

Una trama ci sarebbe, quella di un ragazzotto cazzone che cerca lavoro ma per lo più passa la giornata al bar o al campo di calcetto dove ha una faida con l'allenatore della squadra dei bambini del paese, e per questo cerca di convincere il sindaco a licenziarlo. Poi incontra un prete e uno che gli vuole offrire lavoro, e alla fine viene convocata un'assemblea cittadina in chiesa alla presenza del parroco (!?!) per informare tutti di non ho capito cosa. Fine.

Per il resto non c'è davvero niente da dire. Il film è oggettivamente bruttarello e poco divertente, che dovrebbe essere il suo obiettivo. Qualche singola freddura può essere simpatica (la più memorabile è "stasera tutti davanti la televisione, perché dietro non si vede nulla"), ma si tratta di quelle battute che se le senti durante una serata al bar ti fanno sganasciare, ma viste recitate sullo schermo non hanno lo stesso effetto. Non mi sento però di demolire del tutto la cosa, che come viene ripetuto più volte nella lunga introduzione del protagonista al video caricato su youtube, è stato realizzato senza budget e senza mezzi. Quindi valutato come lavoro amatoriale, come fosse la recita di fine anno della seconda media, non gli si può nemmeno dire che vadano a potare le siepi. Va preso per quello che è.

Come dicevo sopra, il film si trova interamente su Youtube, ma non ne consiglio la visione. La comicità toscana di cui dovrebbe essere un'espressione è presente, ma piuttosto posticcia, quindi non funziona. Se volete farvi due risate su questo tipo di umorismo, fate meglio ad andare a vedere un torneo di burraco al circolo ARCI di un qualunque paesino della provincia toscana.

In morte di Tim Bergling

Pochi giorni fa il mondo ha appreso della morte di Avicii, dj e producer svedese asceso alla fama globale con un paio di pezzi azzeccati, trovato senza vita in una stanza d'albergo durante una vacanza, a ventotto anni. Sui media italiani la vicenda non è stata affrontata molto oltre la notizia, ennesima tragedia annunciata di un ragazzino troppo ricco e troppo famoso, probabilmente drogato, comunque senza alcun valore artistico. Mi piacerebbe spendere qualche parola in più, un po' perché da qualche anno ho iniziato a dare tutto un altro peso alla morte, un po' perché credo che non gli sia stata resa giustizia.

Non parlo da fanboy. La musica di Avicii non rientra pienamente nei generi che più apprezzo, anche se devo ammettere che, nell'ambito di questa euro house cheesy che sta girando negli ultimi anni, lui mi sembrava forse l'unico che aveva davvero qualcosa da dire, e la cui musica non era soltanto un'assemblaggio di kick, bassi, phaser e autotune. Non parlerò comunque della qualità della sua musica, lascio che ognuno valuti questo aspetto secondo i propri gusti.

Avicii, o Tim Bergling come lo chiamavano a casa sua, non stava bene. Aveva avuto problemi di salute, dovuti principalmente all'alcool. La cosa risale a un paio di anni fa, quindi parliamo di problemi di alcolismo a venticinque anni. All'apice della sua carriera, si era ritirato dalla scena, annunciando che non si sarebbe più esibito in giro per il mondo, e il mondo lo ha girato parecchio, in pochi anni. Quasi un anno dopo questo annuncio, appena qualche mese fa, un altro che ancora si trova sul suo sito: avrebbe ripreso a fare musica, ma non i concerti: We all reach a point in our lives when we understand what matters the most to us.

Avicii, o Tim, ha raggiunto quel punto a ventisei anni. Mi sembra quasi di vederlo, aizzare una folla di diecimila persone, e poi tornare in una stanza d'albergo, taggato in migliaia di foto e video, e sdraiarsi sul letto, da solo. Spremuto da un'industria che ha bisogno di personaggi come lui, prosciugato da chi ha bisogno di una traccia di talento per costruire un idolo da far adorare al pubblico, troppo ricco e troppo famoso. Non è stato il primo e non sarà l'ultimo a bruciarsi in questo gioco perverso del too much too fast, in cui di solito chi si arricchisce davvero è qualcuno di cui nessuno conosce il volto. È uscito poco tempo fa su Netflix un documentario dedicato proprio a lui, dove sono ripercorse le tappe della sua fulminante carriera. Col senno di poi, appare evidente che qualcosa non era come doveva essere, e lui stesso lo ammette.

Le circostanze della morte non sono state rese pubbliche dalle autorità per rispetto nei confronti della famiglia, sono esclusi comunque azioni criminali. Nessun omicidio o avvelenamento. E forse non è stato nemmeno un suicidio, ma si percepisce comunque una cappa di oscurità su questa morte. La sensazione diffusa è che non è morto per un incidente, e che c'era comunque qualcosa, nella sua vita, che non ha funzionato. Nonostante la fama, nonostante l'amore incondizionato del suo pubblico, nonostante la possibilità di parlare a milioni di persone, notte dopo notte.

Tim, o Avicii, aveva davvero qualcosa da dire, ma forse non ci è riuscito. Proviamo ad ascoltare meglio la prossima volta, se non altro per chi abbiamo vicino.


Rapporto letture - Marzo 2018

Questo potrebbe anche chiamarsi "rapporto lettura", perché come accennavo un paio di post fa, sarà un post molto scarno. Di fatti a marzo ho completato un solo libro, e per la verità anche piuttosto corto. Il mio criterio per l'inclusione dei libri nei rapporti letture è i libri finiti nel mese, per cui in questo caso, pur avendo avuto per le mani un altro libro per buona parte di marzo, l'ho finito ad aprile e quindi dovrà finire nel rapporto del prossimo mese.


Quindi il piccolo volume di cui si parla è uno della collana Future Fiction, ovvero MeccanicaMente di Carme Torras, ricercatrice informatica spagnola dedita allo studio sull'intelligenza artificiale. E proprio di AI si parla in questa raccolta, che contiene due racconti e due brevi saggi scritti per conferenze sul tema. Si nota anche il taglio dei racconti, che in effetti è poco "narrativo" e molto "didattico", con storie dalla struttura lineare e prevedibile, che forse mancano di quel filo di tensione che potrebbe tenere più alta l'attenzione del lettore. Si parla comunque di intelligenza artificiale e della sua integrazione nella vita quotidiana, con personaggi che si confrontano con derivazioni, palesi o meno, di questa tecnologia. Nei successivi testi l'argomento è ancora quello, trattato chiaramente in maniera più tecnica ma non pesante, peccato che alcune sezioni dei due saggi siano praticamente uguali (probabilmente riproposte in occasione diverse). Nel complesso una lettura non molto varia, dagli spunti interessanti ma un po' carente quanto a potenziale di coinvolgimento. Voto: 5/10

Quindi per parlare di cosa mi ha tenuto occupato buona parte di marzo e la prima settimana di aprile dovremo aspettare ancora un mesetto, ma se intanto volete un indizio, pensate a Mumon.

Le serie tv che ho smesso di guardare

La prossima settimana inizierà la seconda stagione di Westworld e a distanza di pochi giorni anche la seconda stagione di 3%. E di settimana in settimana, sbocciano qua è là tra le varie piattaforme e canali a pagamento altri show e vengono lanciati annunci per i progetti futuri: dal Signore degli anelli alla Torre Nera passando per Queste Oscure Materie, da Star Wars a Star Trek passando per la Fondazione... e questo solo considerando l'ambito delle serie di genere "fantastico" che è quello che mi interessa di più e per cui di conseguenza conosco gli sviluppi, ma al di fuori dal fantastico ce ne sono sicuramente altrettante annunciate o in uscita. Si dice che stiamo vivendo l'epoca d'oro delle serie tv, e probabilmente è vero nel senso che l'attenzione del pubblico e gli investimenti confluiscono in maniera massiccia su questo settore. Ma è cosa risaputa che quantità e qualità vanno raramente di pari passo, e soprattutto, il tempo per dedicarsi a ognuna di queste non può bastare a chiunque voglia mantenere in equilibrio le proprie funzioni fisiologiche e psichiche.

La soluzione quindi, è solo una: come l'unica strategia vincente al casino è quella di non giocare, per le serie l'unica possibilità di riuscita è di abbandonarle.

No, questo non è un post anarchico che invita alla lotta non violenta verso l'industria dell'intrattenimento che sta prosciugando la nostra capacità critica (ne trovate molti altri ben più validi in giro), ma soltanto una presa di coscienza. Appurato che non si può seguire ogni serie solo per poterne discutere su facebook dieci minuti dopo la fine dell'episodio (o dell'intera stagione bingiata su Netflix), ci si accorge che non si deve farlo, ovvero che non c'è niente che ci obblighi a continuare a dedicare il nostro tempo a un prodotto che non ha niente da offrire, semplicemente per inerzia, accidia o noia. Conosco molte persone che non hanno nessuna motivazione per seguire una serie al di là di "ormai l'ho iniziata sei anni fa, che faccio smetto ora?" Sì, è proprio quello che dovreste fare!

Per stimolare la riflessione e l'autoanalisi butto giù la mia lista di serie recenti rimaste incompiute, che ho iniziato a vedere e che ho interrotto, a volte molto presto, a volte a pochi minuti dalla fine, quando ho capito che non valevano il mio tempo.

The Walking Dead. Ho smesso di guardarlo verso l'inizio della quarta stagione, dopo la fine della storyline del Governatore (che già avrebbe dovuto concludersi alla fine della stagione precedente, ma invece è stato trascinato per qualche altro episodio). A differenza di molti avevo trovato la seconda stagione abbastanza valida, mentre i primi segni di insofferenza erano arrivati nel corso della terza. Ammetto però che ogni tanto mi leggo i recap delle nuove puntate, giusto per sapere dove la storia chiaramente senza sbocco sta andando (spoiler: da nessuna parte). Per la verità da quello che sento e leggo in giro mi pare che non esista un solo spettatore soddisfatto di quello che vede, eppure la serie fa ancora dei numeri rilevanti. Questo è quindi uno dei casi più emblematici.

Penny Dreadful. Una prima stagione piuttosto interessante, grazie all'intreccio di questi personaggi iconici (anche se si era già visto nella Lega degli Uomini Straordinari). Seconda stagione così così, abbandono a metà della terza che, anche in questo caso, sembrava girare su se stessa, forse prigioniera dell'incertezza sul futuro della serie (che poi è una delle ragioni principali per cui molte sembrano concludersi-ma-non-del-tutto a ogni stagione).

Una serie di sfortunati eventi. L'ultimo episodio della prima stagione è rimasto lì da solo, e Netflix ogni tanto mi chiede se voglia continuare a vederlo ma no, non accadrà. In effetti ho visto anche en passant parte del primo episodio della seconda staigone, ma mi sono addormentato e non me ne pento. Nonostante lo stile gradevole, la formula risulta noiosa e ripetitiva molto presto. Inoltre, a differenza del film omonimo di diversi anni fa, le personalità e i "poteri" dei protagonisti sono molto blande e poco rilevanti. E poi siamo onesti, la performance di Jim Carrey è inarrivabile.

Dirk Gently Agenzia di Investigazione Olistica. Vista tutta la prima stagione, ma non ho nessun inteesse per la seconda. Questo Dirk Gently è a mio avviso molto inferiore a quello del primo tentativo di trasposizione, e si affida fin troppo al caos e al surreale, confondendo il significato dell'olismo con quello di casualità.

Legion. Gustosa fino a metà per il modo in cui realtà, memoria e spazio mentale si sovrappongono e come questa confusione è resa. Il gioco però non basta da sé a reggere tutta la serie e le varie incoerenze minano la credibilità. Finita con sforzo la prima stagione, non continuerò.

Zoo. In questo caso non sono sicuro al cento per cento di averla abbandonata. Ho vissuto la prima stagione come un prodotto semiparodistico, a volte talmente assurdo nelle nozioni e nello svolgimento da sembrare qualcosa tipo Una pallottola spuntata. In questo modo me lo sono quasi goduto, ma ora che so di cosa si tratta, non sono sicuro di avere bisogno di una seconda e terza stagione. Non lo escludo del tutto, ma probabilmente non saprò mai come andrà a finire la ribellione degli animali.

Game of Thrones. Questo è un caso particolare, perché ci sto ancora riflettendo. Manca ancora un anno per la stagione finale, e onestamente sto vivendo l'attesa con tutta la serenità di Kermit che sorseggia il tè. Le ultime due stagioni hanno completamente sovvertito lo scopo iniziale della serie, virando da un prodotto decostruttivo dell'epica fantasy a una fanfiction di una sessione di D&D. C'è da dire che si parla in questo caso di un prodotto di fattura davvero ottima, sempre impressionante da vedere, ma quando su ogni puntata puoi basarci sopra un drinking game vuol dire che la serietà si è persa per strada.

Stranger Things. Visto il primo episodio. Non ho bisogno di questa ruffianata, grazie.


Analogamente, ci sono molte serie che sulla carta potrebbero interessarmi ma di cui per il momento mi sto tenendo lontano, perché prima di invischiarmi in qualcosa che non mi porti da nessuna parte voglio essere sicuro di quello che faccio. Mi riferisco ad esempio a Dark, American Gods, The Handmaid's Tale, Altered Carbon, Lost in Space: tutte serie che in molti mi hanno consigliato, e che io stesso sono sicuro potrebbero piacermi, ma... non lo so. Ci penserò, ok?

Invito tutti a fare lo stesso esercizio, prendere le serie abbandonate (se ne avete) e capire perché lo avete fatto. Sarà molto utile a realizzare che cosa cercate davvero in una serie, e separare quindi quelle che ha senso continuare a seguire da quelle che dovrete abbandonare. Sarà traumatico, all'inizio, ma poi proverete tanto sollievo.

Neal Stephenson & Nicole Galland - The Rise and Fall of D.O.D.O.

Dato che il rapporto letture di marzo, come vedrete presto, sarà molto breve, ho pensato che fosse il caso di approfondire invece un libro di cui ho già detto qualcosa nel rapporto letture del mese prima. The Rise and Fall of D.O.D.O. è un romanzo scritto a quattro mani da Neal Stephenson e Nicole Galland, pubblicato nel 2017 e al momento inedito in Italia. Su questo blog si tiene in estrema considerazione il signor Stephenson, perciò capitando sottomano il volume in questione è stato prontamente acquistato e letto a distanza di pochi mesi, saltando pile di letture promesse risalenti all'era precedente ai social network. Il fatto che in copertina comparisse anche il nome di un altro autore di cui non sapevo nulla (e in effetti anche ora ne so ben poco) non mi ha scoraggiato né insospettito troppo. Mi fido troppo di Neal.

La prima domanda che viene in mente, leggendo il titolo e vedendo la copertina con un dodo e dei gatti a testa in giù, è sicuramente "che cos'è il D.O.D.O.?" È una domanda che anche Melisande Stokes, una delle protagoniste e narratrici del libro, si pone per qualche centinaio di pagine, anche quando del D.O.D.O. è già entrata a far parte: la sigla sta per Department of Diachronic Operations, ovvero "Dipartimento per le operazioni diacroniche". E allora, cos'è la "diacronica"? In una parola: viaggio nel tempo.

Quindi The Rise and Fall of D.O.D.O. (che potremmo chiamare per comodità TRAFODODO, ma non so quanto sarebbe davvero comodo) è soltanto un'altra storia sui viaggio nel tempo? Sì, ma no. Sì, perché tutto il nucleo centrale della storia verte intorno alla possibilità del viaggio nel tempo e il modo in cui questa possibilità viene sfruttata in modo strategico dall'apparato militare degli USA. Niente di nuovo quindi. Ma dicevamo: anche no, perché per arrivare al viaggio nel tempo si fa un giro molto largo, che inizia con la magia.

Con "magia" si intende proprio la stregoneria: incantesimi e sortilegi operati dalle streghe. Nella continuity del romanzo, la magia è stata comune e nota per buona parte della storia umana, fino alla metà dell'Ottocento, quando ha iniziato a dissiparsi e sparire, per una ragione ben precisa. Il coinvolgimento iniziale di Melisande, dopo essere stata reclutata da Tristan Lyons, consiste infatti in un lavoro di traduzione di antichi documenti che parlano proprio della magia come qualcosa di perfettamente quotidiano. Solo in tempi recenti si è perso l'uso di questa disciplina, e l'obiettivo del D.O.D.O. è recuperarne l'uso. Per farlo servono però delle congiunture molto particolari: innanzitutto c'è bisogno di una strega, ovvero una donna (e solo una donna, nessun uomo può farlo) che conosce la magia e può praticarla; in secondo luogo serve un ambiente quanticamente indipendente dalla realtà circostante.

Se avete familiarità con Neal Stephenson, lo conoscete come un autore capace di scrivere paginate di nozioni e speculazioni scientifiche e filosofiche all'interno delle sue storie, senza perdere per una pagina l'attenzione del lettore. Uno che si diverte coi concetti, le ipotesi e le estrapolazioni. In questo caso, sono convinto che l'interpretazione della magia sia una sua idea: la magia è "solo" la selezione di un percorso probabilistico diverso a livello quantistico degli stati della materia. Le streghe sono capaci (in modo intuitivo, non certo conoscendo la fisica teorica sottostante) di "selezionare" un ramo probabilistico diverso da quello in cui si trovano e renderlo vero. In questo modo possono trasformare una persona in una rana, cambiare colore a un vestito, curare una ferita, e fare tante altre cose utili... come spedire altra gente indietro nel tempo. Il problema è che qualcosa nel 1851 ha reso la magia inutilizzabile, per cui per riuscire a praticarla è necessario creare un ambiente isolato all'interno del quale sia possibile operare separatamente dalla realtà circostante: una sorta di cabina di Schrodinger, per farsi un'idea.

Questi due elementi cruciali sono messi in campo dal professor Oda e da Miss Erszbet Karpathy, rispettivamente fisico teorico radiato dall'università e strega balcanica desiderosa di praticare la sua arte. Dopodiché, alla squadra del D.O.D.O., composta inizialmente solo da questi pochi operativi, non rimane che tentare i primi esperimenti e sperare che i fondi del governo continuino a scorrere. Infatti, la loro prima missione ha il nobile intento di portare nel presente il primo libro stampato in America in modo da poterlo vendere all'asta e farci una vagonata di soldi con cui mantenere il progetto. A complicare tutte le operazioni diacroniche c'è inoltre il fatto che alterare la storia è meno facile di quello che si pensa, perché ogni azione nel passato deve essere ripetuta più e più volte, su diverse "ramificazioni" (strand) della storia, fino a quando non si raggiunge una massa critica di cambiamenti tale che la realtà non può fare a meno che prenderne atto e modifiarsi di conseguenza. Chiaramente, giocare con la trama della realtà non è una cosa da poco, e si tira troppo quel tessuto si può rompere, innescando eventi di portata devastante. Tutto questo senza contare che fare a botte nel medioevo è tutt'altra cosa rispetto a quello che si pensa comunemente.

Il D.O.D.O. non ha vita facile, perché deve districarsi tra il bisogno di segretezza assoluta, e la necessità di controllo capillare da parte dell'esercito e gli enti statali che lo sovvenzionano. Man mano che cresce, che nuovo personale viene assunto e nuove sezioni sono aperte, si instaura una rigida burocrazia fatta di intranet, memo, codici di comportamento, lessico e sigle ufficiali, feste aziendali, e così via. Tutta la parte centrale del libro consiste praticamente nel racconto surreale di come un progetto che si regge sulla magia e il viaggio nel tempo viene gestito come una startup. Crescendo, il D.O.D.O. sfugge dalle mani dei suoi iniziali creatori, ed è allora che le incrinature nell'organizzazione iniziano a espandersi e si hanno le prime avvisaglie del disastro che comporterà la caduta del Dipartimento.

Se leggete The Rise and Fall of D.O.D.O. in cerca di una storia "alla Neal Stephenson" allora potreste rimanere delusi. Questo romanzo ha ben poco della struttura e della portata di un Seveneves ma anche di un Reamde. Tuttavia, si intuisce la vastità delle idee sottostanti e viene offerta più di un'occhiata all'abisso di nozioni e teorie che possono sorreggere i concetti che vengono affrontati per lo più nella loro espressione più pragmatica. Probabilmente l'apporto di Nicole Galland è stato principalmente quello di trasporre la storia in una forma più leggera, composta principalmente di stralci di diario scritti dalle protagoniste femminili, con una notevole dose di humor a volte esplicito e molte altre celato. Se quindi non sopportate la presunta pesantezza di Stephenson, allora leggere TRAFODODO può essere la soluzione per farvelo assaporare a dosi meno letali, per poi passare a qualche altra delle sue immense opere. Magari il salto diretto ad Anathem sarebbe esagerato, ma un po' per volta ci si può arrivare.

Non è dato di sapere se questo libro arriverà mai in Italia, ma considerando che anche Seveneves ancora non si vede, e che per di più il volume è tipograficamente complesso, con un sacco di stili di composizione diversa del testo e un lessico estremamente e doppiamente gergale (gergo e gergo interno al gergo), mi viene da pensare che pochi editori possano avere voglia di impegnarsi in un lavoro del genere. Quindi con ogni probabilità per leggerlo dovrete farlo in lingua originale. Oppure trovare una KCW che possa entrare in un ODEC e wendare su una strand dove il libro è già stato tradotto e procurarvelo.

Coppi Night 25/03/2018 - Swiss Army Man

Avrei dovuto fidarmi di più di chi diceva che questo era un film che meritava la visione. Mi è passato sottomano un paio di volte ma non avevo trovato sufficiente stimolo a guardarlo, valutando che sì, poteva essere interessante, ma in fondo, dai, Daniel Radcliffe dove vuoi che ti porti, quando ho provato a guardarlo al di fuori di Hogwarts non è andata bene (per la verità nemmeno Harry Potter mi è mai piaciuto così tanto, ma per il suo pubblico di riferimento di certo funziona). Poi come succede quasi sempre negli ultimi tempi, è arrivato su Netflix e allora, vabbè, proviamolo.

E ora dopo averlo visto due volte in due giorni posso dire che Swiss Army Man è un capolavoro. Non sono solito tenere una lista dei miei "film preferiti", ma di certo se ne dovessi stilare una in questo momento rientrerebbe di sicuro nei primi dieci.

La storia inizia con un naufrago (Hank, interpretato da Paul Dano) abbandonato su qualche imprecisata isola del Pacifico, che proprio quando ha deciso di suicidarsi scorge un corpo sulla spiaggia. Ma già dopo le prime interazioni tra lui e il cadavere (Daniel Radcliffe, appunto) si capisce subito che questo non è Robinson Crusoe e nemmeno Cast Away. L'isola viene abbandonata subito e il film non tiene a mostrarci la sopravvivenza e spirito di adattamento del naufrago. Certo, le strabilianti abilità del morto (un "uomo-coltellino svizzero", come da titolo) sono determinanti nel raggiungere la salvezza e la civiltà, ma la vera storia non è questa.

La vera storia, sommersa sotto uno strato spesso e denso di gag visive, flatulenze, assurdità biologiche e fisiche, travestimenti e musica accappella, è quasi banale nella sua universalità. È la storia di una persona che si perde non perché è finita su un'isola deserta, ma perché non sa cosa il mondo voglia da lui, per cui si fa in disparte, incapace di esprimere le sue passioni, si intiepidisce fino a rischiare di spegnersi del tutto. Ed è poi dal suo confronto con il morto, che invece poco per volta si rianima e riacquisisce le sue capacità, che inizia a emergere qualcosa. Ma non per questo il tutto si riduce a una morale alla Anna dai capelli rossi "la vita è meravigliosa", anzi, il confronto con il mondo esterno (il mondo "reale") è proprio quello che più ci può destabilizzare, ed è proprio lì che Manny, il morto ormai tornato in possesso di tutte le sue facoltà, fallisce. Ma tutto questo è aperto all'interpretazione, può anche trattarsi soltanto di una storia sgangherata di un allucinato introverso che merita di andare in galera per stalking.

Ci sono poi due aspetti in particolare che voglio però sottolineare. Il primo è il valore simbolico della scoreggia in questo film. La flatulenza è il primo segno di quasi-vita di Manny e rimane un elemento costante in tutta la vicenda, i due protagonisti ne parlano spesso. "Alla gente non piace quando gli scoreggi davanti" insegna Hank all'amico cadavere. E quando poi le cose si incrinano tra loro, Manny si chiede "Se il tuo migliore amico si nasconde quando deve scoreggiare, cos'altro ti sta nascondendo?" E nelle scene finali, quando il mondo reale ha schiacciato tutti i sogni dei due amici, è proprio con una scoreggia, e la teatrale ammissione "Sono stato io" che Hank afferma la sua rinnovata prospettiva, il suo desiderio di prendere il controllo della propria vita. A mia memoria non esiste nessun film che abbia trattato la flatulenza diversamente da uno strumento per qualche facile risata grossolana, ma Swiss Army Man la nobilita completamente.

E in secondo luogo, ma con un valore preponderante su tutto il resto, la colonna sonora. Il modo in cui la musica, composta dalle stesse voci dei due attori, si integra nel film, a mio avviso è rivoluzionario. Una concezione totalmente nuova della musica "di accompagnamento" in un film. Sicuramente in molti film la musica riveste un ruolo importante, con la ripetizione di temi oppure (anche senza entrare nel campo dei musical) mettendo in bocca le parole ai personaggi. Ma qui è diverso ed è, per quanto ne so, totalmente nuovo. Peraltro, è ciò che rende questo film sostanzialmente indoppiabile, a meno di non voler reinterpretare anche tutte le tracce della OST. Tempo fa parlavo del fatto che la musica nei film iniziasse a ricoprire un ruolo sempre più marginale, tanto da venire dimenticata subito dopo: questo era quello che volevo, senza sapere di volerlo. A rischio di fornire un piccolo spoiler (ma si tratta proprio dei primi minuti del film), metto un esempio di come il tema del film viene sviluppato la prima volta. Se esistono altri film che usano la colonna sonora come questo, vi prego, segnalatemeli



Swiss Army Man merita di più. Ha ricevuto qualche nomination in festival del cinema indipendente, e Daniel Radcliffe ha vinto anche il premio come miglior attore al Sundance. Ma questo è un film che ha in sé le caratteristiche per segnare qualcosa, oltre a qualcuno. Quindi non fate come me, e date retta a chi vidice di guardarlo. Come sto facendo io adesso, se non si è capito.

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