Rapporto letture - Settembre 2018

Mesata dedicata interamente alla fantascienza, seppur in diverse declinazioni di tematiche, stili, provenienze ed epoche. Grandi classici, classici moderni, e classici potenziali, tutti autori di grande livello. Che poi mica lo faccio apposta, li scelgo pressoché a caso.

Il primo è Arthur C. Clarke, non so se lo avete mai sentito nominare. E il classicone in questione (perché quasi tutto quello che è ha scritto è considerato “classico”) è Incontro con Rama, riconosciuto come uno dei romanzi più suggestivi dell’autore, una randellata di sense of wonder di quelle che ti lasciano stordito. La storia è quella di un primo contatto, anche se non ci sono in realtà alieni ma soltanto i loro manufatti: una gigantesca astronave cilindrica in avvicinamento al sistema solare, verso cui gli umani indirizzano una spedizione di ricognizione per capire di cosa si tratta. A parte qualche capitolo di introduzione, tutta la storia segue appunto questa esplorazione di Rama, come viene battezzato l’oggetto. Si scoprono poco per volta dettagli e vengono fatte supposizioni a ogni passo, si cerca di interpretare la fisiologia, la mentalità e le intenzioni degli artefici di Rama, soprattutto per rispondere alla domanda: cosa sono venuti a fare da noi? La lunga esplorazione è sicuramente affascinante, l’approccio scientifico rigoroso, però mi sento di schierarmi con gli eretici a dire che a questo romanzo (come a tanti di Clarke, per la verità) manca qualcosa. In effetti, manca proprio una storia: abbiamo un tot di astronauti, ognuno con la sua specializzazione sotto la guida dell’integerrimo comandante, che si muovono in un ambiente extraterrestre (e potenzialmente ostile), affrontano una serie di difficoltà… e poi niente, tutto qui. Non ci sono svolte nella trama, non ci sono obiettivi e nemmeno sviluppi significativi di nessuno di loro. Anche la situazione turbolenta sulla Terra e le altre colonie si risolve senza portare nessun cambiamento. È un po’ come guardare un lungo documentario, che in certi momenti riesce anche a toglierti il fiato ma non ti coinvolge a livello personale, non ti fa sperare che le cose si evolvano in un modo o in un altro, semplicemente perché non c’è nessun tipo di evoluzione, le cose sono solo mostrate per quello che sono. Non dico che sia un brutto libro, ma al contrario di quanti molti mi avevano anticipato non mi ha colpito nel profondo. Forse avrebbe avuto un altro effetto se lo avessi letto a dodici anni, come può valere per altri classici della fantascienza, ma letto ora la reazione è diversa. Voto: 6.5/10 

A seguire sono andato a cercare uno dei testi di Clelia Farris che ho ancora in lista, e ne sono uscito con Chirurgia creativa, un racconto lungo pubblicato l’anno scorso da Future Fiction. La storia è narrata in prima persona da uno studente di bioingegneria che si mette a lavorare con una specialista occulta del settore per iniziare a mettere sul mercato nuove strabilianti creature messe insieme secondo la moda del momento. C’è anche un piano più lungo al di sotto di tutto questo, ma il nostro protagonista ne rimarrà perlopiù all’oscuro fino alla fine. Come tutto quanto scritto dalla Farris, la lettura no è facilissima, perché l’autrice non fa particolari sforzi per facilitare l’immersione in questo mondo futuribile ma così vicino al limite dell’assurdo. Ma una volta acquisita una certa familiarità con parole e nozioni, allora si riesce a godere dell’affresco messo insieme con pochi ma incisivi tratti. Mi è parso di cogliere qualche indizio che questo racconto si possa trovare nello stesso universo narrativo di Rupes Recta, ma non ne sono così sicuro. Un’ulteriore conferma dell’altissimo livello della scrittura di questa autrice, in questo caso applicato a un testo dal tono più leggero del solito. Forse l’ho già detto, ma Clelia Farris è senza dubbio tra i migliori esponenti della fantascienza contemporanea, e meriterebbe una diffusione ben maggiore. Voto: 7.5/10


E concludiamo con China Mièville, autore che ho iniziato a percorrere troppo tardi ma ho intenzione di recuperare. Ho già parlato a suo tempo di Embassytown, uno dei romanzi più recenti (e complessi) dell'autore, il mese scorso invece mi sono letto La città e la città, che da un certo punto di vista si può considerare come qualcosa di molto più semplice. In fondo è costruito come un poliziesco: inizia con l'omicidio di una ragazza, il protagonista/narratore è un agente della squadra omicidi della polizia locale e deve indagare sul crimine. Tutto molto semplice, appunto. Se non fosse che la storia si svolge tra la città e la città, Beszel e Ul Qoma, città che occupano topograficamente lo stesso spazio ma sono separate da una "barriera socio-culturale", che impedisce agli abitanti di una di entrare in contatto con quelli dell'altra, anche quando sono fisicamente vicini, e qualora un contatto dovesse esserci, è pesantemente sanzionato dalla Violazione, una sorta di potere occulto che esiste per mantere le città segregate. L'abilità di Mièville è di far passare questa anomalia gigantesca come una cosa normale, come lo è appunto per il protagonista che a Beszel è nato e cresciuto e quindi da sempre disvede Ul Qoma. L'indagine viene mostrata meticoosamente in tutti i suoi passaggi, dai primi testimoni, al ritrovamento del mezzo usato per trasportare il cadavere, e così via. Naturalmente la morte della ragazza ha alla base qualcosa di più profondo, che potrebbe destabilizzare la struttura stessa delle città, e per questo il detective dovrà passare da una città all'altra per mettere insieme i pezzi. La storia è certamente appassionante ed è gustoso il modo in cui alcune teorie sembrano spiegare tutto e poi si infrangono nel nulla. Tutta la vicenda però è mostrata con un certo distacco, per il nostro eroe non è realmente coinvolto in quanto succede, al di là della sua deontologia professionale. Per la verità il narratore stesso rimane un po' amorfo, non sembra avere una personalità e degli obiettivi definiti, e sono anzi altri personaggi a spiccare come più caratterizzati rispetto a lui. Quindi spesso si ha la sensazione di procedere per scoprire quello che succederà, ma senza davvero tifare per l'eroe che dovrebbe riportare giustizia. Peraltro, ho scoperto da poco che da questo romanzo è stata tratta una miniserie prodotta dalla BBC, e la sto guardando proprio in questi giorni. Ci scapperà probabilmente un prossimo post sul confontro tra film e adattamento. Voto: 7.5/10

Coppi Night 14/10/2018 - Mine

Questo è un film che all'epoca della sua uscita aveva solleticato la mia attenzione ma che poi non ero riuscito a vedere subito, dopodiché, ammetto, me ne sono candidamente dimenticato e solo ora che mi è apparso su Netflix mi sono ricordato dell'interesse che aveva suscitato. L'interesse nasce soprattutto dal fatto che è una produzione internazionale, proposta come un qualunque b-movie hollywoodiano (da intendersi non in senso qualitativo, ma come produzione con budget relativamente basso, ma scritto e diretto da due italiani. Roba che non si vede tutti i giorni, anche se i due in questione, che si firmano Fabio&Fabio e sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, non è la prima volta che si dedicano a produzioni di questo tipo, dato che hanno anche scritto la sceneggiatura di True Love, visto tempo fa e in buona parte apprezzato.

L'idea alla base di Mine è molto semplice: un soldato in terreno di guerra si accorge di aver pestato una mina, deve quindi rimanere immobile con il piede piantato sull'ordigno per evitare di saltare in aria, cercando il modo di salvarsi. Talmente semplice che, chiaramente, non è banale costruirci sopra un film funzionante. Quando il tuo protagonista deve rimanere per tutto il film immobile in mezzo al deserto, devi inventarti qualcosa per rendere la sua storia avvincente.

Difatti Mine cambia più volte registro nel suo svolgimento. Inizia come un film di guerra come se ne vedono tanti, in genere classificati sotto l'etichetta "americanata": il nostro eroe cecchino, il compagno d'armi chiacchierone che è pure il migliore amico, gli scrupoli morali verso l'omicidio di un possibile innocente, il comando insensibile alle richieste dei suoi soldati. La situazione poi cambia quando il protagonista (Mike, interpretato da Armie Hammer) rimane piantato sulla mina come già sapevamo che sarebbe successo: diventa un survival movie, con la ricerca di un modo per rimanere in vita il tanto che basta da ricevere soccorsi. Questa è la fase più lunga del film, durante il quale Mike deve affrontare una serie di difficoltà, rimanendo fermo dove si trova: tempeste di sabbia, sciacalli, disidratazione, delirio, e abitanti del deserto un po' rompicoglioni. Ma poi anche questa fase passa, e dopo qualche piccolo indizio sparso nelle scene precedenti si arriva al vero nucleo della storia: e siamo passati al dramma.

Arrivati a questo punto, non è più tanto la sorte di Mike a importare, ma ciò che lo ha portato a essere lì, adesso. Il fastidioso berbero che gli ronza intorno lo porta proprio a pensare a questo, in una catena di domande che all'inizio sembrano una presa in giro ma poi si fanno più profonde: "perché hai messo il piede sulla mina / persché stavi scappando / perché sei in guerra / perché hai voluto partire". E con l'aiuto di qualche goccia di droga allucinogena (non so bene cosa coltivino nel deserto dell'Afghanistan, oppio forse?) iniziamo a conoscere il suo passato rappresentato in poche, brevi sequenze: il rapporto con i genitori, il padre abusivo e la madre malata, e poi la fidanzata Jenny, che lo aspetta a casa, o forse no, non l'aspetta più. Ed ecco che Mike, in tutte queste occasioni, fa un passo sbagliato, mette il piede su una mina, click, e deve riuscire a trovare il modo di fare quel passo che potrebbe portare alla sua distruzione. Lo vediamo in ginocchio, come adesso, a cercare il modo e la ragione per andare avanti. È una parte relativamente breve nell'economia del film, ma ne racchiude tutto il senso, e lo fa evolvere al di là del semplice giocattolo ben costruito, lo fa diventare una storia personale e universale. Perché le mine che Mike ha calpestato nella sua vita sono quelle che rischiamo di pestare tutti (ok, forse esclusa quella in Afghanistan) e la forza che ha cercato lui è quella di cui abbiamo bisogno tutti.

È un grande risultato per un film con queste premesse, sicuramente oltre tutte le mie aspettative. Forse da un certo punto di vista diventa anche il suo unico punto debole, perché la retorica del "andare avanti" viene esplicitata e ripetuta fino allo sfinimento, nel passato e nel presente, da parte di tutti. Sembra quasi che gli autori avessero timore che non si capisse che loro non stavano facendo un film di guerra e volessero sottolinearlo, perché fosse chiaro oltre ogni dubbio, che c'era un senso nascosto sotto tutto questo. Ci hanno insistito così tanto che la frase diventa quasi melensa, soprattutto nell'ultima parte.

Ma mi sento comunque di perdonare questa sbavatura, attribuirla all'ansia da prestazione di qualcuno che ha qualcosa da dire e ha solo un'occasione per farlo, e teme di essere frainteso. Quindi nonostante qualche difetto trascurabile, che avrebbe potuto essere evitato con qualche limatura, posso dire che Mine è un ottimo film e che adesso seguirò con più attenzione la carriera di Fabio&Fabio, ad esempio a partire da Ride uscito poche settimane fa.

Doctor Who 11x01 - The Woman Who Fell to Earth

E così ci siamo. Ci siamo presi tempo per riguardare indietro, ripercorrere la strada del Dodicesimo Dottore (sigh) e anche analizzare out-of-universe che cosa la lunga era di Steven Moffat ha apportato alla serie. Ma ora basta guardare indietro, è il momento di fare un passo in territori nuovi e inesplorati. New Doctor, new friends, new enemies, mi pare l'abbia promossa proprio così la BBC. It's about time.

Certo per questa inaugurazione della nuova gestione le aspettative erano alte. Fin da subito era importante che la conduzione di Chibnall mostrasse qualche differenza rispetto a quanto eravamo abituati negli ultimi anni. E da questo punto di vista, penso che ci sia riuscito. In certi casi per il meglio, in altri non così tanto.

Partiamo dalle note positive. The Woman Who Fell to Earth è una storia che arriva subito al dunque. Semplice e lineare, ma non si perde in eccessiva drammaticità laddove ci saremmo aspettati momenti più intensi. Tanto per fare un esempio: il Dottore è senza cacciavite sonico? Poco male, se ne costruisce uno. Un minuto e mezzo di montaggio musciale, ed ecco pronto il nuovo attrezzo. I companion? Letteralmente le prime persone che incontra dopo la sua caduta dal cielo: visti e presi. In passato per questi aspetti così "definenti" del Dottore si sarebbe calcalto molto di più l'accento, a sottolinearne l'importanza.

Il Dottore stesso (nota: continuerò a dire "Dottore" al maschile, anche se adesso è una Dottoressa; questo non per affermare qualcosa sulla sua identità di genere, ma perché sono abituato a vedere la serie in lingua originale dove "Doctor" non varia in base al sesso) non perde troppo tempo nella crisi post-rigenerazione. Qualche attimo di smarirmento, uno svenimento e una pennichella sul divano, e siamo pronti all'azione. Anche questa è una controtendenza abbastanza marcata rispetto alle ultime rigenerazioni, per le quali occorreva in genere un episodio intero prima di tornare operativi.

L'aspetto cinematografico della serie è notevolmente differente. C'è forse da considerare che quasi tutto l'episodio si svolge di notte, in vicoli, cantieri e magazzini bui, ma in generale le luci, le scenografie, la regia hanno un registro molto diverso. Non saprei dire se è migliore, non ne ho le competenze tecniche, ma per certi versi sembra qualcosa di più affine a una serie drammatica/thriller. Vedremo se la tendenza continua. In merito al reparto tecnico, anche le musica ha un teglio ben diverso, adesso che sono affidate al nuovo compositore Segun Akinola. Sonorità più elettroniche, più affilate, più eerie, in mancanza di adeguati equivalenti in italiano. Per quanto mi riguarda è un cambiamento estremamente gradito, peccato solo che per questo episodio non siano passati i titoli di testa e quindi non si sia sentito il tema aggiornato (anche se lo si può recuperare).

Passiamo ai nuovi protagonisti. Jodie Whittaker fa il suo dovere. È presto per poter fare paragoni, ma direi che in questa sua prima comparsa è riuscita quantomeno a piantare qualche indizio della nuova personalità del Dottore. Sembra un Dottore ottimista, propositivo, pronto ad agire. Sicurmente empatico, tratto che forse era un po' mancato ultimamente. Una sorta di amalgama tra il Quinto e il Quarto, per chi vuole divertirsi a trovare corrispondenze. Non posso affermare che l'interpretazione mi abbia particolarmente colpito (non mi aspetto che succeda più, dopo Peter Capaldi), ma ho notato comunque la volontà e la capacità di dare un'impronta nuova. Anche per i nuovi compagni forse è presto per tracciare un bilancio, anche perché sappiamo ancora ben poco su di loro: l'allieva poliziotta (non la prima che il Dottore si porta dietro), il ragazzo disprassico, il signore... normale. Se devo dire la verità, è proprio quest'ultimo, interpretato da Bradley Walsh ad avermi colpito di più quanto a interpretazione, in effetti anche più della Whittaker. Ma forse qui sono io ad avere una certa empatia per questo tipo di personaggi.

I punti deboli di questo episodio sono principalmente lo svolgimento della storia vera e propria. Prima di tutto, quando tutti gli spettatori della puntata commentano dicendo "Ah, vabbè, è come Predator" vuol dire che c'è un problema. Qui su Unknown to Millions non siamo sostenitori dell'originalità a tutti i costi (ne parlavamo giusto nel post precedente), ma in questo caso forse si è ecceduto fin troppo nell'appoggiarsi a un'idea di fondo ormai entrata nell'immaginario collettivo. Forse l'unico aspetto interessante a tal proposito è il fatto che il cacciatore alieno in questione è disposto a barare pur di vincere, e proprio su questo suo (inesistente) senso dell'onore il Dottore cerca di batterlo. Altro punto poco convincente è che il twist che permette di battere il cattivo arrivi come un deus ex machina svoltosi off-screen: "Ah, giusto, ho fatto questa cosa quando nessuno mi vedeva, e degli altri nessuno ne ha parlato finora perché sennò non ci sarebbe stata la sorpresa." Un po' cheap, e forse non il modo migliore di presentarsi. Qui su Unknown to Millions non siamo nemmeno sostenitori del twist a tutti i costi, quindi speriamo che non si cerchi sempre di spiazzare il pubblico con trucchi di così bassa lega.

Un'altra cosa che mi è mancata è il momento di "affermazione", in cui il Dottore appena rigenerato fa un passo avanti e dice "Io sono il Dottore." Ora, non deve essere letterale come quello di Matt Smith, ma certo è sempre un passaggio importante. In effetti Whittaker risponde proprio alla domanda dicendo "I'm the Doctor", dopo un breve discorso sull'autodeterminazione che funziona ance metatestaualmente, ma questa sequena non ha l'attenzione che forse meritava. Un po' per quello che dicevo all'inizio, una tendena a sbrigare i punti più tradizionali in modo rapido ed efficace, anche questo momento è passato troppo veloce, e un po' mi è dispiaciuto.

Ma in tutto quanto, l'aspetto forse peggiore della puntata è la morte totalmente fuori luogo e priva di conseguenze. Avevo intuito ben presto che l'amorevole nonnina non l'avrebbe scampata, perché la sua centralità nella puntata cozzava col fatto che non rientrasse tra i companion dichiarati. Vederla morire in modo stupido non mi ha sorpreso, ma mi ha comunque infastidito. Ma certo, non è la prima e non sarà l'ultima morte inutile in Doctor Who. Quello che però davvero mi ha irritato è che la morte della signora non sembra sconvolgere più di tanto né impattare su quanto succede dopo. Sì, facciamo il funerale, ma poi dai, c'è da ritrovare il Tardis. Mi ero aspettato che qualcuno, ad esempio proprio Graham che si era già mostrato recalcitrante a seguire il Dottore nella caccia al cacciatore, le rinfacciasse di aver portato alla perdita perfettamente evitabile di sua moglie. Invece tutti la prendono sorprendentemente bene, e da questo evento tragico non sembra nasere nessun conflitto.

Tutto considerato quindi, non proprio una partenza scoppiettante. Se devo dire la verità, mi è sembrata anzi la puntata post-rigenerazione meno coinvolgente di tutta la serie moderna. Ma non per questo penso che questa nuova stagione e questo nuovo corso saranno un flop. Le basi per fare qualcosa di innovativo e interessante ci sono, e sono disposto ad aspettare che si realizzino. Voto: 6.5/10

Coppi Night 30/09/2018 - The Ritual

Se si inizia una storia con "quattro amici persi nel bosco", è facile prevedere dove andrà a finire. Il gioco che inizia subito è quello di individuare chi sarà il primo a morire, e chi invece rimarrà per ultimo e forse se la scamperà. Da questo punto di vista, The Ritual non fa eccezione, perché è proprio quel tipo di film, nel quale quattro amici nel bosco si perdono e le cose finiscono male.

Ma si sa, di storie originali sono pieni i Blockbuster falliti vent'anni fa, quindi nessuno pretende che una storia sia totalmente innovativa perché sia piacevole. E The Ritual è quel tipo di film, in cui un'idea tutto sommato scontata risulta efficace grazie a come viene proposta.

A reggere tutta la storia c'è un antefatto importante. I quattro amici stanno affrontando un viaggio commemorativo in onore del quinto del gruppo, rimasto ucciso alcuni mesi prima durante una rapina, alla quale era presente anche il protagonsita della storia, che paralizzato dalla paura non è intervenuto per aiutarlo, e forse anche salvarlo. Questo nodo irrisolto sta alla base delle dinamiche del gruppo, da una parte come senso di colpa, dall'altra come rancore nei confronti del vigliacco che ha lasciato ammazzare un amico. C'è tensione, fin dai primi momenti, non è dichiarata ma si percepisce, ed è chiaro che nesssuno si sta divertendo in questa vacanza. Poi naturalmente le cose peggiorano quando entrano di mezzo semidivinità nordiche con i loro boscaioli adoratori pronti a sacrificare vite altrui per placare la loro ira.

E in fondo la parte in cui i mostri (umani e divini) si manifestano è quasi quella più monotona e moscia. Perché il conflitto che sta alla base della storia è un altro, e in quella fase del film viene quasi messo da parte. Sono gli incubi ricorrenti, in cui il protagonista rivive la scena della rapina con alcune varianti, a portare avanti il vero terrore. Il boss finale si rivela poi interessante nella forma, ma non così efficace nel portare avanti il suo dominio, ubbidisce lui stesso a delle leggi più grandi, e non ha potere al di fuori del suo territorio. Ed è lì che si finisce, tornando al mondo normale che piano piano sta perdendo i pezzi, in un territorio governato da leggi che non possiamo controllare.

Se dovessi paragonarlo a qualcosa, potrei The Ritual a The Descent. Struttura e svoglimento sono simili, con un gruppo di amici che esplorano spazi sconosciuti e scoprono qualcosa con cui non hanno la forza di confrontarsi, e dal quale riemergono le diffidenze e le amarezze sepolte per anni. The Descent è più efficace, perché in questo invece c'è una parte centrale un po' più moscia, che è poi quella che dà il titolo al film anche se non ne costituisce il centro. Comunque un buon modo di intendere l'horror, come quel tipo di narrativa che proietta fuori i mostri che stanno dentro.

Una retrospettiva dell'era Moffat di Doctor Who

Nel momento in cui scrivo non ho ancora visto The Woman Who Fell to Earth, il primo episodio della stagione 11 di Doctor Who che segna una linea di demarcazione piuttosto netta con quanto la serie ha proposto negli ultimi anni. Lo si può in effetti considerare un reboot, per quanto mitigato dal mantenimento della continuity precedente: nuovo Dottore, nuovi companion, nuovo reparto tecnico (regia, fotografia, autori, compositore), e soprattutto nuovo showrunner. Dopo sei stagioni e un po' più di anni (ché ogni tanto le stagioni sono arrivate più distanziate), Steven Moffat non è più alla guida della serie, e il timone è passato in mano a Chris Chibnall. Proprio perché non ho visto ancora niente a parte promo e trailer, voglio fare una panoramica di cosa la conduzione di Moffat ha portato a Doctor Who, nel bene e nel male, prima di voltare la pagina e iniziare il nuovo capitolo.

Il fandom si è diviso sulla questione, ma questo non ci dice niente perché dividersi è ciò che il fandom fa per sua natura. Da una parte qualcuno ha adorato Moffat, per la sua capacità di tessere trame complesse e la potenza dei suoi plot twist, dall'altro è stato criticato per la monodimensionalità di alcuni suoi personaggi (soprattutto femminili) e per l'arroganza con cui ha immerso le mani nel canon (anche quello storicizzato della serie classica) rivoltandolo a suo piacimento. A volerla guardare nel modo più distaccato possibile, c'è del vero in entrambe le posizioni. Proviamo a fare una discussione serena sull'argomento.

Fin dal revival di Doctor Who nel 2005, Moffat era già tra gli autori. Nelle stagioni 1-4, alcuni degli episodi indubitabilmente più riusciti sono stati scritti da lui: The Empty Child / Blink / Silence in the Library. Quando poi a partire dalla stagione 5 è stato lui a prendere il posto di Russel T. Davies, ha continuato a scrivere le puntate più significative, quelle che danno l'impronta maggiore e definiscono gli archi narrativi più profondi di stagione in stagione. In tal senso, possiamo ammettere, ci sono stati alti e bassi.

All'inizio della stagione 5 Steven Moffat aveva per le mani una situazione simile a quella di Chibnall adesso: nuovo Dottore, nessun companion in eredità. La possibilità di scrivere una storia nuova, da zero. E questa libertà Moffat se l'è sfruttata alla grande, ha infatti imbastito subito un arco narrativo su più stagioni, che con qualche colpetto di retcon ha coperto tutta la vita dell'Undicesimo Dottore di Matt Smith. E qui forse è dove si iniziano a scorgere le prime incrinature: si potrebbe quasi dire che Moffat sia stato abbagliato dal proprio potere. Avere per le mani uno show mutaforma come Doctor Who, che può attingere dall'immenso immaginario della fantascienza (e non solo) su oltre cinquant'anni di storia, significa poter fare davvero tutto ciò che si vuole. Anche, per dire, cambiare sesso al protagonista (ci torneremo dopo) e renderlo un fatto accettabile. Ma come ci ha insegnato un quarto di secolo fa il professor Ian Malcolm, forse era così preoccupato di poterlo fare che non ha pensato se doveva farlo.

Di questo potere, Moffat ha sicuramente abusato. Ecco quindi che il Dottore ha una moglie, River Song, che gli è forse anche superiore in astuzia. Ed è anche mezza Timelord, perché non so se lo sapevate, ma gli ibridi umano-Timelord esistono. Ecco che c'è un Dottore nascosto, così nascosto che non è nemmeno un Dottore e non rientra nel computo delle rigenerazioni. E poi non so se vi ricordate quando il Decimo viene colpito da un Dalek, alla fine dela stagione 4... ecco, pure quella conta come rigenerazione, così ora il Dottore è alla fine del suo ciclo di incarnazioni possibili. Salvo poi che qualcuno gliene concede altre. E comunque Clara Oswald ha incontato tutti i Dottori, anzi è stata quella che ha detto al Primo di rubarsi il Tardis difettoso. E quando il Dottore ha distrutto i Timelord (punto di partenza della serie rinnovata, quando il Dottore è l'unico sopravvissuto della sua specie), non li ha davvero distrutti. E quando il Master è morto, non è davvero morto. E poi i Timelord possono cambiare sesso da una rigenerazione all'altra, nessuno ve l'aveva detto ma è così. Eccetera, eccetera...

Attenzione, io non sto criticando nel merito tutti questi punti. Alcuni a mio avviso sono ben studiati e aggiungono davvero una dimensione alla serie, che in cinquant'anni e passa è comprensibile possa arrivare un po' al limite delle proprie possibilità. Grazie a queste invenzioni di Moffat, il confine in molti casi è stato posto più in là, lasciando aperte nuove strade da esplorare. In questo senso l'esempio più adatto è proprio il cambio di sesso dei Timelords/Timeladies. Un cambiamento davvero epocale, che Moffat ha iniziato a preparare poco alla volta, fino a renderlo possibile. Qui come in molti altri casi, si sono sfruttate le lacune del canone per portare fuori qualcosa di tecnicamente non impossibile secondo la continuity della serie, ma nemmeno mai suggerito prima. Un'operazione del genere ha sempre dei rischi, e lo abbiamo visto bene proprio nelle reazioni all'arrivo di una Dottoressa. Ma al di là dei singoli casi, è innegabile che Moffat si sia appropriato con estrema disinvoltura di un intero universo narrativo, rivoltandolo a proprio piacere. E quando uno stravolgimento del genere viene fatto per motivi futili, magari solo per un twist in più o per dare senso a una battuta, allora può nascere qualche diffidenza da parte del pubblico.

A parziale discolpa di Moffat, c'è da dire che le vicende produttive di Doctor Who negli ultimi anni non sono state così limpide. Spesso lo showrunner si è trovato a dover progettare la serie senza sapere su quali risorse contare, al punto che nemmeno la partecipazione degli attori principali è sempre stata sicura. Il caso più eclatante è la preparazione del cinquantesimo anniversario della serie, per il quale durante la stesura Moffat aveva inizialmente la conferma solo della presenza di Jenna Coleman (Clara), mentre la presenza di David Tennant (Decimo) e addirittura quella di Matt Smith (Undicesimo) è stata per molto in forse. Tutta l'invenzione del War Doctor di John Hurt deriva infatti dall'impossibilità di avere Christopher Eccleston a reinterpretare il Nono Dottore. Dinamiche simli si sono ripetute anche a cavallo delle stagioni otto e nove per la Coleman, determinando quell'andamento un po' altalenante nelle vicende dei companion, per qusto sembra che Clara sia un personaggio diverso a ogni stagione.

Un altro punto che probabilmente va riconosciuto ai detrattori di Moffat è come molte delle sue creazioni più ambiziose si risolvano in una bolla di sapone. Moffat è molto bravo a creare misteri e hype per renderli interessanti, ma spesso quando si arriva alla resa dei conti, sembra quasi che la soluzione non solo non sia all'altezza, ma venga proprio persa di vista. Anche qui gli esempi sono molti: tutta la storia di River Song, la scoperta delle sue origini che in sostanza non porta a niente; l'arco narrativo sulla morte del Dottore, che finisce con il trucco più vecchio del mondo; il Dottore che "torna nell'ombra" per farsi dimenticare, ma poi dopo due-tre episodi tutti lo conoscono di nuovo; Clara nella sua versione impossible girl, mistero universale archiviato come se niente fosse; la riscoperta di Gallifrey, obiettivo del Dottore fin dal cinquantenario, ma poi una volta raggiunto non è che sia granché; due Master insieme passano un intero episodio a passeggaire per la campagna; la tomba del Dottore su Trenzalore, alla fine non si sa a cosa serviva; e nessuno nomini Orson Pink, per favore.

Spesso Moffat viene paragonato a Davies, esaltando le qualità di quest'ultimo per la costruzione di archi narrativi completi. Personalmente su questo confronto ho qualche riserva: è vero, forse gli archi di Davies avevano una chiusa più lineare, ma d'altra parte erano anche molto più semplici, quasi banali. Bene o male ogni fine di stagione tra la 1 e la 4 consiste in "nemico X sta per distruggere la Terra/l'universo così come lo conosciamo". Sì, certo, bello vedere Dalek contro Cybermen, sempre un piacere incontrare Davies, ma non mi si può parlare di soluzione soddisfacente quando il Dottore-Gollum viene ringiovanito dalle preghiere catalizzate da una rete telepatica planetaria e si manifesta avvolto nella luca come Gesù uscito dal sepolcro. Accostare una scena del genere con l'ultima battaglia di Capaldi in The Doctor Falls rende bene l'idea di quanto più ambizioso sia l'approccio di Moffat. In certi casi, anche coraggioso, dichiaratamente avverso allo zoccolo duro di fan su cui la serie fa affidamento. E questo va apprezzato, in un'epoca in cui ogni prodotto di intrattenimento si barcamena con il pandering verso un gruppo e l'altro.

Considerato tutto ciò quindi, che cosa penso dell'epoca di Steven Moffat? Nel complesso credo si possa considerare un periodo positivo, e dirò un eresia, migliore di quello precedente di Davies. Doctor Who ha raggiunto una sua maturità sotto Moffat, soprattutto con l'arrivo di Peter Capaldi. E se non sempre i singoli episodi sono all'altezza (io stesso ne ho detestati diversi, come si può vedere dai miei commenti pubblicati qui), non si può nemmeno ritenere che lo standard si sia abbassato. A chi sostiene questo considero di guardare un po' di episodi della serie classica, chessò, The Horns of Nimon o Timelash o Time and the Rani. Poi venitemi a dire che la qualità si è abbassata, anche al netto dell'evoluzione di mezzi tecnici ed effetti speciali. E pure voler cercare una coerenza interna perfetta è uno sforzo totalmente inutile in Doctor Who. Certo può essere simpatico quando un elemento si incastra con quanto già visto in passato, ma la contraddizione è la norma, fin dalle primissime stagioni della serie. Forse Moffat avrebbe potuto avere un maggiore "rispetto" per questa creatura così delicata, e non sempre le sue manomissioni si sono rivelate giustificate da un payoff meritevole. Ma se non altro ha osato, tentato di sovvertire qualche aspettativa e cacciare il pubblico a pedate dalla sua comfort zone.

Non so cosa aspettarmi da Chibnall, i pochi sprazzi visti finora non mi convincono del tutto, ma so bene che l'impatto con un nuovo Dottore è sempre problematico. Tranne nel caso di Capaldi, lui mi è stato bene fin dall'inizio e non immagino di poter trovare qualcosa dello stesso livello. Ma va bene così, Doctor Who è uno show speciale prprio perché ha il potere di rinnovarsi periodicamente, pur mantenendo alla base lo stesso spirito. Seguirò con attenzione questa nuova era e spero di affezionarmi presto anche alla Dottoressa.

Strane creature vol. 1

Altra novità in arrivo. Dalla prossima settimana l'editore Watson renderà disponibile Strane creature vol. 1, una raccolta di racconti che contiene anche un mio lavoro.

Come si potrebbe intuire dal titolo, l'antologia ha come tema di base gli animali, reali o fantastici che siano. È stato questo l'argomento che il curatore Lorenzo Crescentini ha chiesto di sviluppare ai suoi autori, senza porre limiti sul tipo di "creatura" scelta, cercando comunque di variegare le scelte in modo da non ritrovarsi con dodici racconti tutti sul gerbillo. Tutti i racconti sono illustrati da Marzio Mereggia, che ha dedicato a ogni storia e ogni creatura un disegno.


I nomi in alto sono quelli dei dieci autori presenti, e potreste notare qualcuno interessante. Da notare anche la presenza di due autori di livello internazionale, Joe Hill e Rich Larson. Questo è inolre il volume 1, perché tra qualche mese uscirà anche il volume 2 che conterrà altrettanti racconti su ulteriori bestie.

Il mio racconto nello specifico si intitola CETI, e ai lettori più attenti potrebbe suonare familiare. Vi aiuto io: vi ricordate, qualche anno fa, quando uscì Dinosauria, un'altra antologia curata da Crescentin e illustrata da Mereggia? No, probabilmente no, ma ve lo dico io. In quella raccolta c'era un mio racconto intitolato SETI. Questa nuova storia non è propriamente un sequel, ma una specie di percorso alternativo, che parte da una premessa simile ma la sviluppa in una direzione diversa. C'è un personaggio in comune tra i due, ma niente che renda impossibile la lettura se non si è avuto per le mani Dinosauria. Oppure, potrebbe essere l'occasione per recuperarlo.

Strane Creature sarà presentato in anteprima a Stranimondi questo weekend, tra le altre novità portate da Watson. Ci saranno anche diversi degli autori coinvolti, per cui se vi interessa l'argomento faunistico, potrebbe essere l'occasione giusta per accapparrarsi una copia e scambiare due chiacchiere a proposito di capodogli, axlotl, liocorni, corvi... o anche solo gatti.

Coppi Night 23/09/2018 - Pet Semetary

I film tratti da lavori di Stephen King sono sempre una scommessa. Di recente c'è stata anche una nuova esplosione di adattamenti, ma per ogni Gioco di Gerald ti tocca anche una Torre Nera quindi non sai mai dove ti vai a infilare. In questo caso specifico c'è anche da tenere conto di una certa evoluzione dei canoni del cinema, soprattutto di quello horror, ormai quasi trent'anni fa.

Ma, anche al netto di effetti speciali e musiche inascoltabili, c'è molto che non mi ha convinto in questo film cult (almeno, mi pare di averne sentito parlare spesso in questi termini). Credo di non irritare nessuno con gli spoiler se racconto un po' cosa succede... e se anche così fosse andatevi a leggere il mio manifesto anti-spoiler-alert. In sostanza, un medico (che comunque a quanto pare ha ben poco da lavorare, visto che è sempre a casa) si trasferisce in una cittadina con la sua famiglia: moglie, figlia di sette-otto anni, figlioletto di un anno o poco più e gatto. La nuova casa si affaccia su una superstrada continuamente trafficata da tir che per qualche anomalia di fabbricazione non montano i freni e quindi schizzano sempre a 88 miglia orarie. Per questo nella cittadina vengono continuamente sterminati gli animaletti di casa, ed esiste quindi un apposito cimitero dei cuccioli dove le bestiole vengono seppellite. Quando inevitabilmente il gatto viene investito, proprio quando la bambina è fuori casa per qualche giorno, il padre su consiglio del vicino di casa impiccione va a seppellire il micio (il cui cadavere è in splendida forma per essere stato stirato da un autoarticolato) in un vecchio cimitero indiano che ha la sorprendente (ma neanche tanto, per lo spettatore) capacità di riportare in vita i morti. Quindi il gatto torna il giorno dopo, ma è diventato un perfetto stronzo, comunque non più di tanti altri gatti che conosco e non sono stati riportati in vita. Nessuno nota nulla a parte il puzzo di carogna, poi però anche il piccoletto di casa finisce sotto un camion e dopo il funerale, devastato dal dolore e dalla rissa con il suocero, il protagonista decide di riservare lo stesso trattamento al suo figlioletto. Trafuga il corpo dalla bara, anche questo inspiegabilmente integro nonostante sia finito sotto diciotto tonnellate di lamiera a cento chilometri all'ora, e pure il bimbo ritorna. Solo che ora è diventato in pratica la Chucky di La bambola assassina, trafuga il bisturi del babbo e si dedica a scotennare il vicino, la mamma e poi ci prova anche con lui. Alla fine il nostro eroe riesce a sopraffarlo e lo elimina con un'iniezione letale. A quel punto gli viene in mente di poter resuscitare anche la moglie, perché cosa mai potrà andare male?

Ci sono parecchie cose che non vanno in questa storia. Soprattutto non sono chiare le regole del gioco. Nel senso, quali sono i poteri del cimitero indiano? Riporta in vita i morti, ma a che condizioni? Se un corpo è distrutto, lo rimette insieme? E in quanto tempo? E quali "poteri" dona oltre a restituire la vita? Perché il bambino non solo è malefico, ma sembra anche essere diventato incredibilmente loquace quando prima sapeva appena due parole, sa usare il telefono, le armi, sembra che abbia una forza innaturale e ha pure l'intelligenza per preparare delle trappole. Non c'era niente nel gatto ritornato che facesse supporre che avesse acquisito tutte queste capacità. Quindi pare che gli effetti siano piuttosto random, e decisi solo sulla base di quali occasioni per scene gore possono offrire.

Ma c'è anche un altro punto che secondo me brucia tutto il valore di questa storia. Ti muore il figlio, tu sai che puoi riportarlo in vita ma con un prezzo da pagare: non sarà più lo stesso. Questo già di per sé sarebbe terribile. Ma nel momento in cui fai tornare il bambino, e questo si rivela essere diventato il figlio di Satana assetato di sangue, allora è facile pensare che devi eliminarlo. La scena in cui fa l'iniezione al piccolo ha un certo impatto, che però è invalidato da quanto si è visto prima (anche ignorando l'involontaria comicità di un bimbetto che ti salta addosso con il coltello). Perché sappiamo che quella creatura è pura malvagità e tenterà di ucciderti, allora non puoi fare in altro modo, devi ammazzarlo. Immagina se invece il tuo prezioso figlioletto non fosse un concentrato di malvagità e non avesse ucciso tua moglie/sua madre: se fosse soltanto diverso, cambiato, irriconoscibile. Incapace di mostrare emozioni, empatia. Se magari soffrisse il decadimento del suo corpo martoriato, tenuto in vita solo dal sortilegio del cimitero. Se ti incolpasse di averlo fatto tornare in vita quando lui non poteva decidere. E se alla fine fossi costretto a ucciderlo non perché altrimenti lui avrebbe ammazzato te, ma perché ti rendi conto che stava meglio da morto. Non sarebbe immensamente più straziante? Non renderebbe la storia qualcosa di disturbante, basata su un dilemma etico che è un po' quello che ci si pone quando si parla di eutanasia?

Ecco, io ci avevo visto questo potenziale dietro, ma l'ho visto buttato via per seguire il gusto del classico horror con sangue e sbudellamenti. Noioso, imprevedibile solo perché incoerente, e a tratti ridicolo. Non so se il romanzo originale di King seguisse questa stessa trama o fosse più simile alla mia idea. Ma quella mi pare l'unica storia davvero orrorifica che si può raccontare, a partire dalla premessa.

Il lettore universale live @ Stranimondi - Milano 6 ottobre

Ne è passato di tempo dall'ultima volta che ho annunciato un "evento live", come mi piace chiamarlo convinto di sembrare un influencer. Che poi significa semplicemente che io sarò in un posto, a parlare di qualcosa che mi riguarda, e altra gente a dio piacendo potrà stare lì ad ascoltarmi.

Nel caso specifico, io mi troverò a Stranimondi, per la quarta edizione della fiera dedicata alla narrativa di genere (fantascienza, horror, fantasy, weird) che si tiene poco fuori Milano e che in questi pochi anni è già diventata un punto di riferimento per gli appassionati. E in tale occasione avremo una mezz'oretta per parlare de Il lettore universale, la mia raccolta pubblicata in estate da Moscabianca. L'appuntamento è per sabato 6 ottobre, alle ore 18:30 nella sala presentazioni. Ad accompagnarmi oltre agli editori del libro ci sarà anche Giorgio Raffaelli di Zona 42 a fare da moderatore.



Questa è la prima presentazione de Il lettore universale (ci auguriamo di poterne fare altre in seguito), ma sarà anche la prima uscita pubblica di Moscabianca, che oltre al mio libro porterà a Stranimondi anche le altre novità pronte a uscire. Sfrutteremo quindi lo spazio per parlare anche delle altre attività e progetti di questo piccola realtà svolazzante, e può anche darsi che non sarò l'unico al centro dell'attenzione.

E poi come già dimostrato nelle edizioni precedenti, Stranimondi è una manifestazione ricca di eventi, ospiti, dibattiti, e soprattutto libri e tanta gente che se è lì ci sarà pure un motivo. Quindi consultate il ricco programma e se proprio non volete venire ad ascoltare me, fatelo per qualche altra validissima ragione, e ci possiamo comunque vedere lì.

Rapporto letture - Agosto 2018

Yay, le ferie! Yuppi, il momentaneo distacco che il capitalismo concede ai suoi piccoli schiavi affinché possano illudersi per un altro anno di disporre della propria vita e di poter occupare il proprio tempo con le cose che gli piacciono di più! Che epoca d'oro che viviamo, eh? Comunque, anche questo mese si è letto, e in fondo non poco.


Cominciamo non benissimo con Houdini - passione oscura, che già come titolo non è così accattivante e la copertina lo fa sembrare un po' un erotosadochicklit. Questo romanzetto di Lisa Mannetti racconta in parte la storia di Houdini attraverso il punto di vista di una delle sue assistenti. Il nucleo principale della storia ruota intorno alla morte di Houdinni, avvenuta a quanto pare per mano dei circoli di occultismo che lui si adoperava a smascherare. Ma c'è anche tempo per flashback e flashforward, nella vita della protagonista, in cui vediamo quando e come la presenza di Houdini ha fatto la differenza. Il tutto però è estremamente confuso. Ora, io non avrò il QI di Moriarty ma riesco a seguire trame complesse e non lineari. Qui però mi sembra che ci sia solo miscuglio e contraddizione: non si capisce bene quando si racconta il passato, quando il presente; non è chiaro se la magia esiste e funziona davvero, se ci sono mondi ultraterreni che possono essere contattati; se (diotipregono) alla fine è tutta un'illusione di una matta chiusa in manicomio. Probabilmente conoscendo il personaggio e la storia di Houdini si potrebbe trarre molto di più da questo racconto, ma per me che so ben poco al di là del suo nome è sembrata una serie sconclusionata di eventi, non sempre rilevanti. Voto: 5/10


Allora proviamo a tornare su qualcosa con sui sono più a mio agio: Francesco Verso ha da poco pubblicato la prima parte di un suo nuovo romanzo, I camminatori. È una storia di transumanesimo imminente, che parte dalle borgate di Roma e mette le basi per un ampiamento del contesto (è già previsto un secondo volume). C'è da dire che le premesse fantascientifiche su cui si basa la storia sono piuttosto forti: la possibilità di utilizzare nanomacchine per potenziare il corpo umano, al punto di rendere l'alimentazione quasi superflua. Non è mica poco. Ma a partire da questo, Verso costruisce una trama postdatapunk che coinvolge personaggi di ogni risma, una piccola rivoluzione che parte da una comune che vive negando i postulati della società capitalista. La storia è ricca di speculazione e spunti di riflessione, ed è in ultima analisi positivista: si potrebbe definire per questo Francesco Verso il Neal Stephenson de noantri, non in senso dispregiativo ma per come la dimensione speculativa sul futuro è calata nel contesto dei borghi che conosciamo. Sapete il discorso dei dischi volanti a Lucca, no? Qua e là si sarebbe potuto asciugare un po' di infodump, ma lo stesso si può dire appunto di Stephenson, e nessuno ha avuto shock anafilattici a leggere Seveneves, che io sappia. Questo primo volume è un'ottima base per la seconda parte, che ritengo possa svilupparsi in direzioni ancora più interessanti. Voto: 7/10


Rimaniamo nell'ambito della fantascienza, ma qualcosa di più insolito. The Only Harmless Great Thing è poco più che un racconto, dell'autrice pressoché sconosciuta Brooke Bolander. Ma è una storia ricca di fascino e di implicazioni, di quelle che riescono a suscitare molto grazie a quello che non dicono. La si potrebbe definire un'ucronia, e il punto di divergenza storico è che gli elefanti sono creature intelligenti e pensanti, cosa che in effetti sono davvero, ma in questo caso hanno la capacità di comunicare anche con gli umani, attraverso il linguaggio dei segni della proboscide. La pratica è talmente diffusa che esistono corsi di elefantico nei licei, ed esistono mediatori culturali e ambasciatori tra gli umani e le Matriarche. La storia si svolge in due epoche, tra gli inizi del novecento, quando gli elefanti sono schiavizzati e usati nel lavoro in miniera, e l'epoca attuale, dove una ricercatrice cerca di stabilire un accordo con gli elefanti dopo che decenni di schiavismo hanno compromesso i rapporti tra le due specie. Tre le protagoniste c'è Topsy, il famoso elefante che fu elettrificato sulla pubblica piazza da Edison per dimostrare la pericolosità della corrente alternata di Tesla. Qui però la storia di Topsy è diversa, e si lega a quella di una ragazza malata e anch'essa schiava di una vita di cui non può disporre. Come dicevo il racconto è pieno di suggestioni, soprattutto perché concede sprazzi nella cultura degli elefanti, tramandata attraverso le canzoni delle Madri. Forse la parte nel presente è fin troppo abbozzata, riesce appena a mostrare qualche immagine del mondo contemporaneo ma non fornisce un vero e proprio contributo, tant'è che della ricercatrice stessa si sa molto poco. La fine arriva un po' all'improvviso, e anche se si capisce cosa voglia dire, forse qualche pagina in più per rimarcare le idee avrebbe reso il tutto più equilibrato. Comunque un ottimo lavoro, una storia che parla di valori e sentimenti universali, indipendenti dalla specie. Voto: 8/10


Rimaniamo sulla forma breve, che è ciò di cui si occupa per definizione la casa editrice Racconti Edizioni, che tenevo d'occhio da tempo ma non avevo ancora provato. Il primo esperimento l'ho fatto con Il vizio di smettere, raccolta di Michele Orti Manara. Si tratta di testi brevi, in media una decina di pagine ma anche meno, stile moderno e accattivante, di quelli che non usano i dialogue tag. Ogni racconto in sostanza presenta un personaggio, che è una persona comune, in una situazione comune, con tante piccole ossessioni (vizi?) come quelle che abbiamo tutti. Per lo più giovani, cresciuti in provincia, con qualche difficoltà a trovare una collocazione nella società secondo le aspettative degli altri. Sono ritratti interessanti, con qualche frase degna di essere citata, però per la maggior parte sono solo ritratti, nel senso che non ci sono vere e proprie storie dietro. Ci viene presentato il protagonita, la sua sitauzione e qualche aneddoto, passato o presente: la morte del fratello, l'incidente in bicicletta, l'incontro con una ragazza, la conversazione col padre... cose del genere. Il protagonista viene delineato bene, capiamo subito di che persona si tratta e cosa lo condiziona, ma poi il racconto finisce, e tutto è come prima. Un ritratto, appunto. C'è una notabile eccezione, il racconto più lungo della raccolta, Una vita in venti minuti, dove invece avviene un sensibile sviluppo dei due personaggi principali, il famoso presentatori televisivo e sua figlia con cui da tempo ha interrotto i rapporti. Questo peraltro è un racconto che potremmo inquadrare come weird, visto che parte dalla premesse di un uomo che ha dei fili che gli partono dalle braccia e lo collegano al cielo. In definitiva, la raccolta merita, però in alcune occasioni lascia un po' insoddisfatti, perché viene da pensare cosa avrebbe potuto essere se questi personaggi, così vivi e così vicini, avessero davvero fatto qualcosa o cercato di cambiare, magari opponendosi proprio a quei vizi (ossessioni?). Voto: 6.5/10


Infine, forse perché mi ero trovato bene con questo assaggino di weird, sono passato a Chuck Palahniuk, con un romanzo che mi ero lasciato indietro da qualche anno: Damned, la storia di Madison Spencer, tredicenne figlia di star del cinema finita all'infarno per aver fumato marijuana (così almeno crede lei). Si tratta sicuramente di una delle storie più assurde di Palahniuk, proprio per come l'inferno viene descritto tra location, organizzazione e attività che vi si svolgono. Non che l'idea dell'inferno come "azienda" sia nuova, ma il tocco di Palahniuk è sempre efficace. Si capisce presto che Madison sa meno di quello che dice, e infatti nel corso del libro assistiamo a diverse rivelazioni, su di lei, sul mondo che ha lasciato e su quello in cui si trova ora. Forse però proprio qui sta il problema, perché verso la fine Madison pare cambiare prospettiva troppo bruscamente e questo suo cambiamento è giustificato in una maniera un po' cheap, forse non un deus ex machina, ma comunque un jolly che si potrebbe usare in qualunque situazione per spiegare qualunque cosa poco credibile (un po' come la mia retcon, per fare un esempio). Si ha quasi l'impressione che verso la fine del libro Palahniuk dovesse portare Madison a un qualche tipo di scontro e allora abbia aggiunto questa sua origin story, con cui peraltro lei fa i conti molto in fretta visto che torna subito dopo a lavorare come aveva fatto fino al giorno prima. La storia si conclude con un to be continued e infatti poco tempo dopo è uscito Doomed. Sicuramente prima o poi lo leggerò, perché vabbè è Palahniuk e si legge sempre volentieri, ma la parte finale di Damned non mi ha invogliato così tanto a voler conoscere l'evoluzione della storia. Voto: 7/10

Coppi Night 16/09/2018 - The Signal

C'è stato un certo iato nelle Coppi Night, perché si sa l'estate e le ferie e gli eventi e gli impegni e vabbè. Ma ora può darsi si riesca a riprendere una certa regolarità, e questa settimana ho messo su una selezione frettolosa di film tra cui l'ha spuntata questo The Signal.

Nonostante la criptica descrizione di Netflix, lo avevo identificato subito come un film sulle
abduction, e già lì la mia curiosità e il mio incoffessabile timore per questo tema sono state stuzzicate. Conosciamo tre ragazzi, in viaggio per accompagnare l'amica/fidanzata nel suo trasloco. Il protagonista cammina con le stampelle e i due maschietti sono pure dei programmatori in competizione con un terzo misterioso hacker che li ha messi nei casini. Scoprono di passare vicino al punto in cui lo hanno localizzato ("vicino" per come lo intendono negli USA, sono giusto un 300 km di detour) e decidono di andarlo a smascherare.

C'è giusto il tempo di sospettare che il resto del film diventi un found footage (grazie a dio non è così), che succede quello che doveva succedere e il nostro protagonista si risveglia in sedia a rotelle, in mezzo a gente imbottita in tute di contenimento e Laurence Fishburne che gli fa domande strane. Il mistero comunque dura poco, visto che gli viene subito rivelato che sono entrati in contatto con qualche creatura aliena, ed è per questo che adesso sono lì dentro, sottoposti a esami di vario tipo.

Questa è probabilmente la parte più interessante del film, con la partita mentale tra il protagonista e i suoi carcerieri. Anche se alcuni momenti sembrano un po' forzati, la tensione rimane alta e il conflitto funziona. Poi a un certo punto il ragazzo riesce a scappare, insieme alla sua fidanzata ancora in coma, e qui si inizia a perdere il filo. Vedere gli agenti dell'Area 51 (ops, mi è scappato, ma scommetto che l'effetto sorpresa è migliore di quello ottenuto nel fim) al di fuori del loro ambiente asettico sminuisce la loro figura. È chiaro fin da subito che c'è qualcos'altro di nascosto, ma si fa presto a immaginare di che si tratta, e dopo lo standoff finale si arriva alla rivelazione che tutti a quel punto si aspettavano. Con un sottofondo dubstep del tutto fuori luogo, che sembra alterare il registro tenuto dal film fino a quel momento, come a dire "ehilà, abbiamo scherzato, dai!".

Peccato perché la prima parte era interessante, e a livello tecnico il film è ben realizzato. Fotografia, regia ed effetti speciali sono di livello elevato per una produzione di questo tipo, e avrebbero potuto dare forza a un film capace di dare un messaggio. Sembra invece che gli autori abbiano concentrato tutti i loro sforzi in continui plot twist, che poi non twistano più di tanto, dimenticandosi di dare consistenza alla storia nel suo complesso proprio quando ne aveva più bisogno. Apprezzabile il tentativo, ma poco convincente il risultato.

Netiquette please

Mi è capitato spesso negli ultimi mesi di leggere annunci di "disintossicazione social", del tipo: 
cari amici, il clima qui sopra si sta facendo sempre più astioso e non riesco a sopportarlo, per cui disattivo temporaneamente il mio account, ci rivediamo forse tra sei mesi, chi vuole può contattarmi qui e qui.

Gli ambienti social nel corso degli anni sono diventati sempre meno sereni, luoghi virtuali dove persone reali si polarizzano sulle loro posizioni e sono pronti prima di tutto a distruggere la fazione opposta, incapaci di ascoltare qualunque obiezione. Mi riferisco a Facebook in particolare, ma anche tutto ciò che gli ruota intorno e non propriamente definibile come social network, dalla sezione commenti di Youtube (paradossalmente è molto più civile quella di Pornhub) ai siti di recensioni (libri, film, ristoranti), dai giornali online ai vari aggregatori di notizie, vere o false che siano.

Ci sono fondati sospetti che questa informe massa di menti immerse nella loro confirmation bubble sia alla base dell'affermazione dei movimenti populisti un po' ovunque nel mondo. Ma non voglio farne un discorso politico. Quella politica è solo una conseguenza di un fenomeno più ampio.

Quello che molti si chiedono è come siamo arrivati a questo punto. Gli stessi guru della Rete, che fino a dieci anni fa sostenevano che Internet sarebbe stata la salvezza dei popoli, stanno facendo marcia indietro di fronte all'evidenza dei fatti. Cosa è successo che nemmeno loro avevano previsto?

Provo a dare una mia interpretazione, che chiaramente non si vuole sostituire alle analisi di chi studia questo settore da decenni, ma che trovo empiricamente applicabile a molti di questi casi.

Il problema è la netiquette. Vale a dire, l'assenza di netiquette.

La netiquette è talmente assente che probabilmente la maggior parte degli attuali utilizzatori di internet non sa nemmeno cosa sia. Senza stare a fare l'Aranzulla della situazione, la netiquette comprende tutte quelle norme di buona condotta, e per certi versi anche educazione, che si dovrebbe assumere quando ci si relaziona online con gli altri.

Quando internet ha iniziato a diffondersi tra il popolino, la netiquette era una cosa terribilmente seria. Si parla di fine anni 90 - primi 2000. All'epoca avevo tredici-quattordici anni e mi affacciavo timidamente sui canali chat come C6 e, i gruppi MSN, i blog su splinder e i forum forumfree. La netiquette era sempre ben evidente e la pena per la violazione era semplice e immediata, senza appello.

Se usavi terminologia inappropriata, venivi bannato.
Se insultavi qualcuno, venivi bannato.
Se scrivevi in caps lock, venivi bannato.
Se metti link non richiesti a siti esterni, venivi bannato.
Se inserivi immagini troppo pesanti, venivi bannato.
Se aggiungevi troppe emoticon ai tuoi messaggi, venivi bannato.
Se facevi una domanda senza prima cercare che qualcuno non avesse già fatto quella stessa domanda... venivi bannato.

Si faceva presto a imparare. Di certo c'era chi esagerava con la rigorosità, e in molti casi usava la scusa della netiquette per applicare un becero nonnismo verso le reclute che si riversavano ingenue e speranzose nel mondo virtuale. Ma da un altro punto di vista, la netiquette insegnava a essere prudenti.

A quei tempi connettersi a internet era una cosa occasionale, un paio d'ore al giorno se andava bene. E con un model dial-up 56k ogni minuto di connessione era prezioso (tant'è che costava come un minuto di telefonata urbana). Per questo, tante di queste norme di comportamento derivavano dalla necessità di preservare l'integrità della connessione per tutti. Niente link farlocchi, niente allegati pesanti, niente ridondanza. La Rete era un mondo pericoloso, perché era territorio inesplorato. Se sbagliavi a cliccare ti si attaccavano alla linea e telefonavano in Bangladesh; se scaricavi su Napster un file senza prima aver controllato le fonti, ti ritrovavi al posto della canzone una compilation di rutti e avevi buttato una nottata intera di connessione; se seguivi i suggerimenti delle persone sbagliate su come ripulire il pc ti trovavi con l'hard disk formattato.

Io non sono un nativo digitale. Sono nato in un mondo per lo più analogico e ho assistito allo shift verso il digitale. Per certi versi, ne ho fatto parte. La mia impressione è che chi come me ha vissuto quel periodo, su internet si muove con più dimestichezza, e ancora oggi si destreggia meglio tra fake news e phishing, profili falsi e siti fallati.

Al contrario, chi è approdato in Rete senza quegli anni di gavetta, ne subisce tutti gli effetti peggiori. Da una parte quei nativi digitali che con internet sono nati e a tre anni già maneggiavano l'ipad, che danno per scontata la possibilità di avere sempre a disposizione banda larga per qualsiasi necessità, anche la più effimera; dall'altra tutte quelle fasce che il computer non lo hanno mai usato, ma quando si sono ritrovate con il cellulare già connesso, allora è facile. Tutti questi si sono riversati su internet, e in particolare sui social network, senza sapere niente della netiquette. E infatti si comportano senza la minima cognizione di dove sono e cosa fanno, come se fossero parte del pubblico in una trasmissione tv:

Scrivono tutto maiuscolo.

Insultano.
Spammano.
Abusano di emoticon (evolute in emoji/sticker/gif).
Ripetono in continuazione cose dette da altri immediatamente prima.

Ed è un passo breve dalla constatazione che milioni di persone utilizzano un mezzo che non comprendono, all'idea che su questa loro ignoranza si possa capitalizzare. Succedeva già con la televisione, è successo col telefono, prima ancora con la posta: le catene di Sant'Antonio sono nate così, no?

Non voglio impostarlo come uno scontro generazionale. Ci sono tanti miei coetanei che hanno scoperto internet come quella gente lì, e ci sono tanti baby boomers che invece erano attivi già a quell'epoca, e magari erano tra quelli che la netiquette la amministravano. Semplicemente, in linea di massima io e la mia generazione ci siamo trovati al momento giusto con le possibilità di inaugurare questo mondo, e ci siamo entrati in punta di piedi, quando ancora era nuovo e pieno di cose da scoprire. Prima che diventasse nazionalpopolare e ci aprissero la spa, il casino e il buffet 24/7.

Sono convinto che il ritorno della netiquette potrebbe giovare al clima attuale, ma credo anche che ormai sia troppo tardi. I buoi sono scappati e costruire la staccionata ora non li farà rientrare. C'è anche chi sostiene che è proprio questo il momento in cui è importante non mollare, mantenere la propria presenza e costanza, fino a quando queste dinamiche non si risolveranno da sole con la maturazione di una classe di utenti più consapevole.

Ma io non sono così fiducioso. Devo ammettere anzi di aver pensato anch'io ad allontanarmi dagli ambienti social, ma per ora ho deciso di resiste. È comunque vero che da un anno a questa parte ho ridotto notevolmente la mia presenza su questi canali, perché bastano pochi minuti di interazione per sentire la pressione di quel blob di risentimento rigurgitato da foto profilo con la cornice a cuoricino. Probabilmente continuerò a starmene un po' in disparte, a osservare poco e partecipare meno, in attesa che cambi il tempo

Dennis White, il primo sporifero

Ormai due anni fa segnalavo come l'Infinity Burial Project, l'idea che sta all'origine del mio racconto Spore, si era evoluto in una vera e propria azienda, la Coeio, che si sarebbe dedicata alla produzione e commercializzazione delle infinity suits. Naturalmente questo comportava anche trovare qualcuno che volesse utilizzarle. E hanno trovato Dennis White.

Dennis White era un sessantaquattrenne del Massachussets affetto da una grave malattia degenerativa incurabile, la demenza frontotemporale. Dopo aver scoperto le Inifinity Burial Suit, ha contattato la Coeio per offrirsi come soggetto test. Sul sito è presente un video che documenta la fase di progettazione della tuta e l'impatto che questa scelta ha avuto su Dennis e la sua famiglia, lo ripubblico qui.




Quando ho scritto la prima versione di Spore (pubblicato nel 2013 nella raccolta omonima, non più disponibile), dovevo trovare un punto di origine per la mia storia, e ho pensato a tale Robert Kerrigan. Nella scena iniziale lo mostro con la sua famiglia, dopo una cena, consumato dalla malattia a parlare con suo figlio del futuro in cui lui non ci sarà.

È esattamente quello che si vede in questo video. Dennis White assomiglia a come mi ero immaginato Robert Kerrigan per molti versi. Anche l'aspetto fisico, quello di un uomo anziano ma sicuro di sé nonostante la decadenza del corpo, si avvicina molto a quello che avevo in mente. E il rapporto con la famiglia, il modo in cui tutti sono coinvolti nella scelta di cui lui è fermamente convinto, mi sembra del tutto affine a quello che ho descritto.

Quando ho rimesso mano a Spore in occasione della sua ripubblicazione all'interno de Il lettore universale, non avevo ancora scoperto la storia di Dennis. Forse se l'avessi trovato prima, avrei potuto pensare di cambiare nome al mio personaggio e chiamarlo come lui. Ma forse sarebbe stato poco rispettoso nei confronti di un uomo coraggioso e lungimirante.

Talmente lungimirante che mi ha battuto sul tempo. Il mio racconto inizia con Robert Kerrigan nel 2019, anno in cui avevo ipotizzato avrebbe potuto iniziare la diffusione del decompikit micotico. Dennis invece è morto nel settembre del 2016.

Grazie a lui il processo di sporizzazione del pianeta ha guadagnato un paio di anni sulla tabella di marcia.

Cosa manca a Disincanto per essere come Futurama

La settimana scorsa è apparsa su Netflix la prima stagione di Disincanto (Disenchantment), la nuova serie ideata e prodotto da Matt Groening, che per eventuali neanderthal lettori di questo post che non riconoscessero il nome, è l'ideatore dei Simpson e soprattutto di Futurama (anche se c'è da dire che poi il team di autori di quest'ulimo è stato guidato per lo più da David X. Cohen, ma questo è un altro discorso).

 
Dato che sono il fan italiano numero uno di Futurama (nessuno mi ha ancora smentito), l'uscita di questa serie mi ha da un lato eccitato, nella speranza di trovare in Disincanto qualcosa dello splendore di Futurama, dall'altro mi ha preoccupato, nel timore di trovare in Disincanto qualcosa dello splendore di Futurama. In ogni caso, fin da quando è stata annunciata sapevo che l'avrei vista, per capire se avevo ben riposto le mie speranze e i miei timori. Dopo aver visto i dieci episodi della prima serie, sono pronto a tracciare un breve riepilogo e un confronto con la mia serie animata preferita. Seguiranno moderati spoiler, ma non su punti particolari della trama quanto soprattutto su temi, personaggi, archi narrativi. Anche se non avete visto la serie potete leggere senza troppi rischi.

Partiamo subito sgombrando il terreno: Disincanto non è riuscito come Futurama. Anche considerando solo la prima stagione, che pure in Futurama era immatura, sono tanti i punti in cui questa nuova serie non eguaglia la precedente. Ammetto di affrontare la questione con un certo confirmation bias, perché sotto sotto voglio che Futurama rimanga migliore, ma credo ci siano dati oggettivi che si possono portare a conferma della mia tesi. Provo a elencarli.

  • La protagonista. Giusto per contestualizzare, Disincanto è la storia di Bean (diminuitivo di Tiabeanie), giovane principessa del regno di Dreamland. Bean è la classica principessa che non vive bene il suo ruolo, ribelle, tomboy, preferisce passare il suo tempo a sbronzarsi in taverna piuttosto che al castello. La sua vita le va stretta e questo è il punto principale che rende difficile empatizzare con lei. Sicuro, siamo abituati a personaggi del genere (da Fantaghirò a tutti i più recenti film Disney), e l'archetipo del nobile insofferente per la sua posizione può funzionare. In questo caso però, Bean appare per lo più come la bimba viziata che crede tutto le sia dovuto, anche una vita entusiasmante e avventurosa. Infatti nessuno di chi le sta intorno è particolarmente malvagio, oppressivo o violento verso di lei. Anzi, quasi tutti le mostrano comprensione e continuano a perdonare le sue scappatelle. Suo padre Re Zog, per quanto burbero e anaffettivo, le vuole bene e in fondo si trova in una posizione ben peggiore della sua; il "personale" di corte, dalle guardie alla domestica, al ministro, sono sempre a sua disposizione per ascolto e incarichi; perfino la sua matrigna, che per tradizione dovrebbe essere cattiva, è viscida solo in senso letterale (in quanto di specie umano-anfibia), ma in realtà è condiscendente e addirittura dispensa consigli. Quindi, che ha da lamentarsi Bean, quando ha tutte le possibilità di fare e ottenere ciò che vuole? Facendo un confronto con Futurama, a differenza di Fry che è tonto ma buono e si trova spesso in situazioni spiacevoli non per colpa sua, questa principessa sembra ricercare le proprie sciagure per combattere la noia. Anche il suo alcolismo, se pure non viene rappresentato come un problema serio ma solo una forma di evasione, non contribuisce a farla risultare simpatica. E se è sempre vero che un protagonsita non deve essere necessariamente simpatico, è comunque importante che lo spettatore sia interessato ai suoi problemi e tifi per lui nei conflitti. Purtroppo non è così.
  • I personaggi principali. Oltre alla protagonista, c'è qualche problema anche con gli altri comprimari. Del trio principale, forse solo Elfo ha personalità e uno sviluppo narrativo ben definito e condivisibile. Il suo interesse romantico ber Bean forse è un po' forzato, ma si può accettare. Il demonietto Luci invece non ha un ruolo altrettanto chiaro: inviato come dono da stregoni sconosciuti, dovrebbe essere il demone personale di Bean e portarla sulla strada del male, ma nella maggior parte dei casi si rivela essere la voce della ragione. È sicuramente il più intelligente e pratico del gruppo, oltre ad avere una serie di poteri che possono tornare comodi molto spesso. Credo che il paragone con Bender sia scontato: il personaggio "negativo" che non fa mistero della sua cattiveria e ostenta i suoi vizi. Con la differenza che mentre Bendere, coerentemente con questa caratterizzazione, spesso causa problemi agli altri e se stesso, Luci invece li risolve. Poi abbiamo il già citato Re Zog, che dovrebbe essere in qualche modo un antagonista ma a ben vedere è un povero diavolo: ha perso l'unico amore della sua vita (la madre di Bean), è stato costretto a un matrimonio politico per terminare una guerra e in fin dei conti nemmeno avrebbe dovuto diventare re. Insomma, va bene sovvertire gli archetipi, ma qui sono proprio le funzioni narrative che non combaciano perfettamente e rendono la storia squilibrata.
  • Il sense of wonder. Dov'è? Da una serie fantasy ci si aspetta un buon livello di worldbuiling, tante invenzioni e ambientazioni e idee che ispirino meraviglia. Invece tutto Disenchantment si appoggia fin troppo su cliché e topoi del fantasy epico più commerciale, dalle creature mitologiche alle quest, dalla magia alle mappe. Certamente tutto è reinterpretato in chiave parodistica, come già faceva Futurama per i cliché della fantascienza, ma non c'è davvero un'invenzione che sia una. Il sangue di elfo come elisir di vita? Già visto. Il villaggio degli elfi come catena di montaggo di dolciumi? Praticamente uguale ai nettuniani di Futurama che lavorano nella fabbrica di babbo natale, anche nell'aspetto. Il gigante buono? Il cacciatore di demoni? I barbari invasori? Check. Check. Check. L'unica idea che ho trovato minimamente originale è la nazione di umani-anfibi, dove vengono fori anche alcune simpatiche trovate nell'ambientazione. Ma lo sforzo è proprio ai minimi.
  • Animazione e musica. Non sono un super esperto, ma mi pare che scarseggi qualcosa a livello di animazione, soprattutto nelle scene d'azione. Ovvio, in questo senso lo stile di Groening non brilla né ne I Simpson né in Futurama, eppure mi è sembrato che non ci sia stato nessun miglioramento nonostante i decenni di innovazione tecnologica. La sovrapposizione tra 2D e 3D c'era già in Futurama (e all'epoca era davvero innovativa), per il resto niente da notare. E la colonna sonora, in generae, non sembra accompagnare né sottolineare in maniera adeguata ciò che avviene. L'esempio più lampante è la sequenza della rissa nella taverna del primo episodio: una scena che dovrebbe essere caotica e concitata risulta del tutto piatta, senza tensione.
  • L'umorismo. Alla fine dei conti ho riso poco. Questo può essere un mio problema, perché chiaramente ognuno è più sensibile a un certo tipo di umorismo, e per me quello scientifico/assurdo di Futurama è il più efficace. Però in generale mi sembra che non si va oltre le situazioni da sitcom, con poche gag visive (che sono quelle che a posteriori rendono di più) e tante battute prevedibili. Apprezzo però che si faccia poco affidamento sulle battute basate sulla cultura pop, quindi riferimenti all'attualità, dalla politica allo spettacolo. Questo è quello che ha rovinato I Simpson ed è bene starne lontani quanto possibile.
In definitiva, Disincanto per me è un prodotto non del tutto riuscito. Tutto sommato gradevole, ma che non lascia un segno. C'è da dire che la storia vista in questa prima stagione è incompleta, e anzi finisce con vari cliffhanger (sono già in produzione i dieci episodi della stagione due, poi si vedrà). Può darsi quindi che nel prosieguo della storia alcuni punti della trama diano maggior spessore ai personaggi, ad esempio la missione di Luci. Allo stato attuale però, ci troviamo di fronte a qualcosa di incompleto.

Non sono sicuro se seguirò la seconda stagione o se Disincanto finirà tra le serie che ho smesso di vedere. Credo che guarderò almeno i primi episodi per scoprire come hanno risolto i cliffhanger, in particolare quello di Elfo e Luci (di Bean ho già detto che mi importa poco?), e se la risoluzione mi sembrerà inadeguata, potrei mollare. Nel complesso comunque non mi sento di scoraggiare la visione, ma di certo tenere le aspettative basse.

In alternativa, c'è sempre la possiblità di recuperare Futurama.

Rapporto letture - Luglio 2018

A luglio siamo tornati a una media regolare di letture, anche se in generale le pagine consumate sono meno del solito per via del caldo che spezza la voglia di leggere, almeno a me.


Il primo libro che ho letto è The Separation di Christopher Priest. Un romanzo che stavolta non si colloca nel macrocontesto del Dream Archipelago ma è una storia a sé, ambientata all'epoca della Seconda Guerra Mondiale. È la storia di due gemelli londinesi, Jack e Joe Sawyer, che partecipano come canottieri alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e in seguito sono coinvolti nella guerra, uno come pilota della RAF e l'altro come autista di ambulanze per la Croce Rossa. Ma la storia non procede in modo lineare. Ci sono infatti linee temporali diverse che si sovrappongono (una è quella che conosciamo, nell'altra l'Inghilterra ha fatto un accordo di pace con la Germania nel 1941), e come accade spesso in molti lavori di Priest, si gioca con sosia e doppleganger, non solo per i due gemelli ma anche per altri personaggi centrali della storia, come Rudolf Hess e Winston Churchill. La storia viene raccontata due volte, prima da parte del pilota e poi dell'autista, ma si tratta di storie in universi differenti, che però si toccano e si intrecciano, pur rimanendo separati. Alla fine della lettura però mi sono sentito in qualche modo insoddisfatto: non tanto perché la vicenda non segue un percorso chiaro (cosa che ho già imparato ad apprezzare in Priest), quanto perché sembri che manchi una vera chiusura. Tutto il racconto dei fratelli è inserito in una cornice narrativa dove uno scrittore di romanzi storici dell'altro universo (quello in cui UK e Germania hanno siglato la pace) che trova il diario del pilota che racconta la storia del nostro universo. A metà del libro troviamo ancora lo scrittore, ma poi il romanzo si conclude con il diario dell'autista, tratto in parte da archivi di musei oggi inesistenti, e non si sa più nulla dello scrittore. Ho avuto addirittura il sospetto che il mio ebook fosse difettoso e mancassero dei capitoli, il che non può essere una buona sensazione. Probabilmente se fossi stato più esperto del periodo della WWII avrei potuto cogliere molti più dettagli, ad esempio a proposito di Hess e del suo piano di pace con gli inglesi non approvato da Hitler, ma la storia di per sé mi è parsa incompleta al di là dei livelli di interpretazione allegorica. Pertanto per la prima volta devo dire che un romanzo di Christopher Priest mi è "soltanto piaciuto". Voto: 6/10
 
 
Cambiamo decisamente genere, contesto e prodotto, passando a una raccolta di racconti di un giovane autore italiano. Lorenzo Crescentini si è sentito nominare diverse volte negli ultimi anni nell'ambiente della sf italiana, appunto per i suoi racconti pubblicati e per il coinvolgimento in vari progetti (è ad esempio il curatore di Dinosauria). Animali è un'antologia che include racconti di genere diverso, da fantascienza a weird e horror. Si tratta probabilmente di racconti scritti in momenti diversi della carriera dell'autore perché si può rilevare qualche differenza nella maturità della scrittura tra una storia e l'altra. Per la maggior parte si tratta di racconti "plot heavy" in cui un'idea principale viene sviluppata fino alle sue conseguenze più estreme. Per la verità non ci sono spunti di originalità straordinaria, e forse per questo i lavori più validi sono quelli in cui oltre allo sviluppo dell'idea in sé si assiste anche a un'evoluzione dei personaggi. Tra i lavori migliori si possono includere Un'introduzione alla meccanica delle cronofaglie (l'idea di fondo mi ha ricordato la Terra spezzettata in segmenti temporali de L'occhio del tempo di Clarke e Baxter), I corridori (che avevo già letto su un numero di Robot), La cosa che non è sua madre (qualche affinità con Babadook), L'arca (dove ho trovato alcune affinità con la serie della Torre Nera di King o anche con Paradox di Massimo Spiga). Altri mi sono sembrati meno riusciti, ad esempio tutta la serie di Impresa Nuova Vita dove il tentativo di storie leggere dal tratto umoristico non ha funzionato del tutto. Una cosa interessante è notare come alcune storie sono tra loro collegate, a volte anche solo grazie a una singola frase che le colloca in un unico universo narrativo. Sono piccoli easter egg che danno un diverso senso di proporzioni e possono far pensare a un futuro fix-up di alcune storie, come forse già in parte è L'arca. In generale comunque la qualità è buona, ma c'è margine di miglioramento, soprattutto se si insiste nella direzione delle storie orientate ai personaggi, che sono quelle che riescono a coinvolgere e rimanere di più. Voto: 7/10
 
 
Infine ho letto un libro di quelli che quando li hai finiti ti chiedi come hai fatto a non averli letti prima: Nova di Samuel Delany. Non mi era capitato per le mani prima della ripubblicazione di Urania di qualche mese fa (insieme a Einsetin Perduto che avevo già letto tempo fa come Una favolosa tenebra informe). Nova è un romanzo scritto negli anni 60, la lingua, la storia e i personaggi sono talmente vivi e coinvolgenti che il peso dei decenni non si sente affatto, a differenza di tanti altri romanzi di sf di quell'epoca. La vicenda potrà anche non essere scientificamente rigorosa o completamente coerente (in un paio di occasioni mi sono chiesto perché succedesse una certa cosa), ma lo sviluppo è talmente efficace che ci si passa sopra. In cima a tutto, c'è anche una gustosa trama laterale sulla funzione e il valore del romanzo come forma d'arte, affidata a uno dei personaggi principali e che va poi a chiudere in modo inaspettato l'intero libro. L'universo e i personaggi di questo romanzo sono indimenticabili, ed è un peccato che la loro storia si limiti a queste poche pagine, ma d'altra parte è proprio quello il senso di un romanzo, come appunto ci viene spiegato. Credo che letto in lingua originale sarebbe stato anche meglio, perché la lingua e i dialetti presenti hanno un ruolo centrale e probabilmente non erano facili da trasporre, comunque anche questa traduzione riesce a mantenere una certa "letterarietà". Delany è un autore giustamente considerato tra i più talentuosi della fantascienza e questo libro ne è ulteriore dimostrazione. Voto: 9/10

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