Intervista a 6884

Avevo già annunciato che il mio principale proposito per le interviste era quello di dedicarmi all'ambito musicale, e dopo la prima (un po' anomala) a Parallàxis, eccoci davvero a un'intervista musicale. Il personaggio prescelto è 6884, dj e producer italiano con cui ho avuto a che fare in tempi remoti (diobono, saran passati 15 anni!?) e ho pensato potesse rappresentare un buon punto di partenza per illustrare la scena italiana dei "dj emergenti".

Non mi piace fornire la bio in apertura all'intervista, perché non voglio che il personaggio che presento sia inquadrato in partenza da un curriculum, quindi vi rimando alla pagina di 6884 (se non vi fosse ancora chiaro, questo è proprio il suo moniker: ma se per la strada lo chiamate Stefano, si gira lo stesso) e al suo profilo su Bandcamp per farvi un'idea di quello di cui stiamo parlando, e se vi va, potete poi tornare a leggere la chiacchierata mooolto informale che ci siamo fatti. Ho cercato di coprire sia aspetti più strettamente legati alla professione di dj, altri più generali riferiti alla musica elettronica, ed altri ancora del tutto estranei al discorso musicale.

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Iniziamo con una domanda quasi d'obbligo quando si parla di artisti nel campo della musica elettronica. Hai una qualche formazione musicale "classica"? Se sì, come ti aiuta nella tua produzione attuale, e se no come hai imparato a fare musica senza queste basi?
Argh, dopo tutto il tempo passato a maledire quei dj con la biografia "X si è avvicinato al mondo della musica suonando il flauto alle elementari" me la trovo addirittura come prima domanda? Sì, ho cominciato a masticare musica sin da piccino, intorno ai quattro anni, e devo dire che ne sono contento. A otto anni mi sono messo a studiare pianoforte, ma mai troppo (o abbastanza?) sul serio: se mi fossi impegnato di più, e non avessi avuto la fobia di esibirmi, avrei potuto ambire al conservatorio... e invece ho preferito rimanere per più di dieci anni al corso del dopolavoro, col maestro Gino (posso fare un saluto come in TV?). Come dicevano i Bluvertigo? "Sarei potuto diventare pianista"? Beh, poco male. Anche se non ho nessun diploma e per il buon Gino la musica contemporanea arrivava a Celentano, penso che la mia esperienza di quegli anni abbia aiutato enormemente, sia perché secondo me le idee in musica sono al 90% rielaborazione di quello che abbiamo ascoltato (ed imparato), sia perché una volta che l'idea si è formata so come metterla giù e sistemarla. Sinceramente io raccomanderei a tutti di farsi un po' le ossa su qualche strumento tradizionale, anche se posso solo immaginare quante hit (limitatamente ai nostri generi) siano state composte da gente che non ha idea di cosa siano gli accordi maggiori e minori. E fate studiare musica ai vostri figli, mi raccomando!

Dj e producer sono in teoria due figure distinte, spesso ma non necessariamente sovrapponibili, anche se oggi si tende a confonderle, tant'è che la famigerata Top 100 Dj di Dj Mag in realtà è praticamente una Top 100 Producer. Ti ritieni più abile in una di queste due attività, e in che modo una influenza l'altra?
Al di là del discutere la catastrofe sociale causata dal non saper distinguere i due ruoli, io credo di essere, specialmente ora, in massima parte un producer. Semplicemente perché essere un dj richiede un saper gestire il contatto con un pubblico, un relazionarsi con le persone in modo quasi fisico e in un intervallo dello spaziotempo ben delimitato (il set comincia a una certa ora e dura un certo tempo) a cui non sono quasi più abituato. In realtà sto cercando di ritornare "dal lato giusto della console" al più presto, anche perché penso di non essere affatto male e buona parte delle mie esperienze da dj sono state davvero fantastiche, ma non è per niente facile, specialmente quando sei uno che si fa miliardi di seghe mentali. In ogni caso non so se potrei considerarmi un "dj puro", visto che preferisco esibirmi in qualcosa che è una via di mezzo tra dj set e live, ma ne parliamo meglio dopo.  Purtroppo l'essere poco-dj vuol dire che sono spesso tra le nuvole quando si parla di che cosa va forte ora, chi è uscito su che etichette e via dicendo, e questo influenza un po' anche le produzioni, che sono più sincere ma meno vendibili: Jeff Mills ha dichiarato in un'intervista che si isola dagli altri sua sponte per non contaminare il suo stile, e l'idea mi piace... però io che non sono Jeff Mills non so se posso permettermi di dirlo. Essere un producer invece è per me un fare il tramite tra il mondo delle idee, dove vivono in forma potenziale le mie tracce, e il mondo terreno, dove quelle tracce diventano suono; è solo una questione tra me, la mia testa e il mio studio, ed è incredibilmente rilassante. Peccato per il rischio serio di scordarsi di mangiare, bere e dormire. Vorrei potesse essere il mio lavoro a tempo pieno.

Tu forse non te lo ricordi, ma io ho alcune tue vecchie tracce decisamente hardstyle, ad alto tasso di tamarraggine. Quello che suoni adesso invece è più inquadrabile nella minimal con elementi tech-house e una marcata influenza neo-trance. Oppure niente di tutto questo? In che modo definiresti il tuo genere?
Non rinnego nulla! Limitatamente alla musica elettronica, io sono partito da Gigi D'Agostino e Mauro Picotto (nel periodo Iguana e Komodo, per intenderci) per poi passare dalla trance stile Gouryella e avere il mio momento di protesta con l'hardstyle, negli anni del liceo e degli, a posteriori, insopportabili compagni radical chic. Poi vabbè, le cose cambiano ma qualcosa resta: nel frattempo "il mio genere" (ammesso che una cosa simile davvero esista) si sta definendo ma non smette mai di evolversi. Minimal, tech-house e neo-trance? Credo abbia senso, anche se preferisco spiegarmi in termini di altri artisti o etichette: in primis, mi sento vicino a cose melodiche (stile Kollektiv Turmstrasse e Stimming per dirne un paio) e atmosfere più rarefatte (Luke Hess, Echocord); in più adesso sto capendo un certo tipo di techno (Blawan, Shed, Regis) e ogni tanto mi sento di provare a parlare quella lingua lì: dai un'occhiata alla mia release su Physical Techno Records, un primo tentativo. Faccio fatica a deinirmi, o definire il mio genere, con poche parole. Visto che insisti, potrei provare con un "emotional techno", o "progressive tech-house"... però, visto? Detto così fa schifo. Accetto suggerimenti!

Insieme a Marco Mei hai fondato il progetto Bicycle Corporation. Come si lavora in coppia (dovremmo dire "in tandem?") sulla musica?
Non è un segreto che il lato tecnico delle produzioni sia completamente in mano mia anche come Bicycle Corporation, quindi da quel punto di vista non è un gran problema lavorare a distanza, ma il tandem (il senso di bicycle nel nostro nome è legato al fatto che ciascuno è una ruota della bici!) ha comunque un suo perché: Marco ha un bagaglio musicale preziosissimo, ha visto nascere la musica house e ha toccato con mano tutto quello che c'era prima. Col passare del tempo stiamo cercando di rendere Bicycle Corporation un'evoluzione di quel suono, allontanandolo da altre cose che voglio siano più personali, intime (vedi sopra "il mio genere", o il mio album, che è mio e basta) e lui sa dare una direzione a questo cambiamento. Ma soprattutto, a differenza mia, Marco è una persona con i piedi ben per terra, un'esperienza nel mondo reale (ha suonato in decine di paesi, ha visto posti incredibili, e tuttora non sta fermo un minuto) e una spigliatezza che bilanciano il mio non sapere mai bene che giorno sia.

Come ti poni, se ti poni in qualche modo, nell'eterna lotta che divide i dj tra i sostenitori di vinile, cd e laptop come supporto da usare in un dj set?
Sono sempre stato un feticista del vinile, non tanto come strumento da performance quanto come oggetto tangibile in sé, ma ad oggi ho dovuto limitare gli acquisti sia per motivi di costi che di spazio. Relativamente al cosa usare nei propri set, in approssimazione di ordine zero la mia linea guida è "fate come vi pare e non scassate la minchia". Ma nonostante sembri chiaro, ho le idee confuse anche su questa cosa. Io in questo periodo mi diverto di più a lavorare con Traktor in 4 canali, effetti esterni e via così, perché preferisco accostare più elementi rispetto all traccia che esce e la traccia che entra. Però mi è capitato spesso di sentire una differenza in termini di qualità sonora rispetto al tradizionale CDJ o vinile, e ancora non ho capito se è pura suggestione. E poi devo dire che, sarà una coincidenza o no, in nessuno dei set che mi sono rimasti veramente sotto la pelle negli scorsi dieci anni c'era traccia di computer. Sia chiaro che ho sentito molti ottimi set con Traktor o compagnia bella, ma sto parlando di quei set che quando ci ripensi ti vengono i brividi: Jerome Sydenham, Juan Atkins, Motor City Drum Ensemble. Forse l'approccio della vecchia guardia, il voler "semplicemente" farti viaggiare mettendo un disco dopo l'altro, non è del tutto sbagliato, e tutto ciò che c'è di più è "sovrastruttura e sodomia" (cit.). Però in effetti mi sono perso Sasha con 4 CDJ e 4 controller per effetti che pare essere stata un'esperienza mistica... insomma, sospendo il giudizio ancora per un po'. Nel frattempo, liberi tutti.

Hai un album pronto, ti manca solo qualcuno che te lo pubblichi. Come sai le attuali correnti di marketing impongono che dietro ogni prodotto (a maggior ragione se "artistico") esista un adeguato storytelling. Quindi storytellami il tuo album.
E che minchia vuol dire? Ah aspetta, facciamo finta che abbia capito. Questo è il mio primo album, che detto così pare "evvabbè", ma invece per fare un album bisogna sentirsi pronti, bisogna trovarsi in testa abbastanza roba da raccontare che non stia insieme con lo sputo, e io un giorno mi sono svegliato e mi son sentito pronto, quindi voilà. Ci sono pezzi composti negli ultimi 3 o 4 anni, ma la maggior parte sono freschi di Germania. La narrazione (sto usando delle parole belle? sei contento?) comincia con un'intro con cui riscaldo i suoni e comincio a creare il tessuto dello spazio su cui li stenderò, per passare ad esplorare ambientazioni dub che evolvono ed acquistano energia. Ha ancora senso? Giuro che non sto buttando lì parole a caso.

Il tuo aka da solista è 6884. Qual è l'origine di questo nome?
Oh cielo. In realtà mi chiedo sempre se sia stata una buona scelta visto che a detta di molti è difficile da ricordarsi, non evoca nulla e via dicendo, ma visto faccio una fatica mortale a trovare i nomi per i miei pezzi, figurati un nome per me stesso, per ora me lo tengo. Di solito mi piace mantenere un alone di mistero sul perché 6884, anche perché chissà che motivazione complicata si aspettano tutti, ma quasi quasi te lo dico e poi mando chi me lo chiede a leggersi l'intervista. Brutalmente detto: è la distanza tra la mia natìa Torino e Detroit, stando a non mi ricordo quale sito che calcolava le distanze tra città nel mondo. Inutile dire che nel periodo in cui l'ho scelto stavo veramente in fissa con Detroit, la Trinità di Detroit, eccetera, un po' come se fosse la Mesopotamia della nostra musica (in effetti, forse lo è). E dunque 6884 è quello che c'è (o almeno, c'era) tra me, giovane europeo-torinese dalle idee confuse, e questo strano tempio dove tre tizi pressappoco della mia età (rispetto a quando ho adottato 6884 come nome) hanno inventato la techno. Poi sarà stata un'esagerazione da ragazzino, ma anche a distanza di tempo Detroit resta per me un posto misterioso all'interno di un paese di gente strana. Rimandiamo al domanda del "come si legge 6884" alla prossima intervista, però!

Elencami alcuni dj che hanno influenzato notevolmente la tua sensibilità musicale, e che oggi sono pressoché spariti dalla circolazione.
A costo di mandare all'aria tutta la mia pretesa di serietà costruita finora, mi viene in mente solo Tony H! Faccio fatica a pensare a "quello che c'era e ora non c'è più", anche perché di recente mi affaccio così poco al mondo esterno che non so mai se non vedo tizio X da 10 anni solo perché sono 10 anni che non lo cerco. Quindi mi spiace ma qui mi merito un brutto voto perché sono stato poco attento.

Seguendoti sui social si può notare una tua spiccata vena geek, che forse devi dimostrare per contratto a causa dei tuoi studi. Ritieni che questa emerga in qualche modo nella tua musica?
Orpobò! Sinceramente spero e credo di sì: di tanto in tanto infilo spezzoni di voci che arrivano da cose decisamente quella-parola-che-hai-detto-tu (il mio album è stato composto in massima parte in periodo di infogno totale con Destiny, altro non dico), se non prendere direttamente lezioni di topologia differenziale da youtube come base parlata  ma d'altra parte la nostra musica riflette chi noi siamo, ed io sono uno cresciuto a DeLorean e matematica (e versioni di greco). Credo che anche il mio approccio alla produzione sia molto così, tecnico-onanistico da un lato e con sentori di arte classica dall'altra: creo catene di effetti infinite, uso analisi di spettri e menate irrilevanti, ma al contempo mi preoccupo di Ringkomposition, richiami tematici e... vedi? Non hai già voglia di menarmi? C'è ancora margine di peggioramento, però. Magari prima o poi mi dedicherò alla musica per gatti, o diventerò un nuovo deadmau5 (dio quanto amo quel disgraziato!)

Attualmente vivi in Germania, dove stai completando i tuoi studi di matematica. Perché hai deciso di seguire la fuga di cervelli, e che differenze noti rispetto a quando vivevi in Italia, anche (ma non solo) per quanto riguarda la scena musicale?
Ero qui a Colonia per un dottorato in informatica (ma come matematico, specifichiamo) e perché la mia bella era, appunto, tedesca. Dopodiché il dottorato è andato a carte quarantotto, e da quel punto di vista vorrei di gran lunga essermene rimasto a Torino; la bella è diventata una bella ex, ma io sono rimasto innamorato della città e ho deciso di fare di tutto per restare qui, cosa che per ora sta funzionando.  Detto questo, di cui sicuramente sarà fregato a molti, posso dire che qui siamo in un altro mondo: almeno nel piccolo angolo di Colonia in cui mi sento di casa, avverto un senso civico e civile diverso, la gente non è in una eterna competizione contro chissà chi e chissà che cosa per essere i più fighi, i più tosti, i più minchia-oh. E questo si vede anche nella scena musicale, che mi sembra nel complesso enormemente più rilassata e concentrata sulla musica: non c'è la guerra tra organizzazioni a cui ho assistito così di frequente a Torino, forse perché è più facile sopravvivere, perché la musica elettronica non è vista come una devianza per impasticcati ma un lavoro a tutti gli effetti. Il clubbing qui è un fenomeno più trasversale, c'è gente di ogni età, razza, classe e allineamento, mentre il pischello smascellante che vuole attaccarsi a tutti i costi è una rarità. Per carità, la mia esperienza è limitata, non credo che tutta la Germania sia così, e in fondo anche qui non è il paradiso terrestre, ma per me ci va vicino abbastanza.

Racconta un aneddoto relativo al tuo ambito professionale (musicale o accademico) che abbia un retrogusto agrodolce.
Ma è tutto così agrodolce... fammi pescare un ricordo: siamo ai tempi di Myspace, io ho da non molto cominciato col genere di musica che faccio ora (nel senso: basta hardstyle) e come per miracolo sto vincendo un po' di remix contest su quel gran sito che era FOEM.info. Tramite Myspace trovo un altro contest, per remixare una traccia di Moussa Clarke. Il pezzo originale mi piace davvero tanto, sono così ispirato che mando due versioni... e vincono tutte e due! Mi godo i miei quindici minuti di gloria, e vuole il caso che in quel periodo dovessi passare una decina di giorni in Norvegia per uno scambio, in una casetta lontana dal mondo e da internet. Bella esperienza, un sacco di neve, senonché la prima volta che mi riconnetto trovo tra i messaggi di Myspace di ormai quasi due settimane prima: "Ciao, sono Tiger Lou, ti scrivo dalla Svezia e mi piacerebbe avere un tuo remix". Inutile specificare che l'ho letto troppo tardi e il treno era ormai bell'e perso. D'accordo, non è un granché come storia, ma pure tu che te ne esci co' 'ste domande... Sarebbe molto agrodolce anche la storia del mio dottorato, ma non gliene fregava niente a nessuno una domanda fa, non vedo perché dovrebbe esser cambiato qualcosa ora.


A questo punto direi che ci siamo, abbiamo dato un quadro abbastanza ampio di te e del tuo lavoro. Saluta tutti i lettori che si stanno ancora chiedendo chi sei e che ci fai qui!
Davvero qualcuno è sopravvissuto fino a qui? Beh allora ciao mamma! Nel caso ci fosse anche altra gente, hey! Andatemi a mettere like su Facebook, che certamente si tramuterà in pizze e altri generi di primo conforto. Purtroppo, se vi state ancora chiedendo che ci faccia io qui, devo confessare che non lo so poi bene nemmeno io. Però, già che ci sono, cerchiamo di fare qualcosa di bello.

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