Due parole sul self publishing

È un po' il tema del momento, e trovandosi nei pressi di un mondo nel quale bene o male mi muovo io stesso, mi sento di dover dire brevemente la mia. Scrivo sul mio blog, piuttosto che rispondere ad altri post simili ospitati altrove, perché non mi piace alimentare polemiche e flame, e non vorrei che un mio intervento fosse visto appunto come un tentativo di aizzare la tensione tra le parti.

Come sempre in questi casi, faccio una premessa per chiarire la mia posizione rispetto all'argomento, e dimostrare che non ho nessun interesse personale che una tesi prevalga sull'altra (se non quello di far apprezzare il mio punto di vista, ovviamente). Per self publishing si intende quel procedimento per cui un autore non si limita a scrivere un'opera (romanzo, racconto, silloge e così via), ma si occupa anche della sua impaginazione, distribuzione e vendita. Il fenomeno bene o male è sempre esistito, ma se nei decenni aveva soprattutto la caratteristicha di fanzine e simili, in questi ultimi anni il tiro si è spostato dapprima sul print-on-demand, e attualmente (in maniera esplosiva) sull'editoria digitale. Uploadare un ebook sul kindle store è un'operazione abbastanza banale, per cui chiunque abbia qualche ora libera ogni giorno può autopubblicarsi in digitale e mettersi sul mercato, tra decine di migliaia di altri titoli. Ciò detto, io non credo di essere un self-publisher. O meglio: è vero che ho autoprodotto due raccolte di racconti (finora, ma ho intenzione in futuro di produrne altre... e non le linko per non far passare questo post come pubblicità mascherata!), ma se si considera il totale delle mie pubblicazioni, che tutto sommato inizia a essere ragguardevole, si può notare che la proporzione di self  publishing è irrisoria. Per cui, anche se in molti casi le mie opere sono state valutate da editori "non professionisti", è comunque un dato di fatto che buona parte della mia produzione è passata da altre mani prima di andare in stampa.

Con questo dovrei aver chiarito che non mi sento direttamente tirato in causa da chi, negli ultimi tempi, ha accusato gli autopubblicati di essere i reietti dell'editoria, una masnada di vanitosi che si danno alla masturbazione (non sto esagerando, sono stati usati questi termini). Tuttavia, per mia esperienza, mi sento di dover difendere il self publishing come forma di difussione della letteratura (e se vogliamo, della "cultura").

L'argomento che più spesso gli oppositori del self publishing è che, lasciando tutto nelle mani dell'autore, non esiste nessun filtro tra quello che viene scritto e quello che viene pubblicato. Tradotto in termini spicci, qualunque imbecille può mettere a disposizione qualunque sua cazzata scritta senza criterio e priva di ogni requisito di base, e farla circolare accanto ai lavori degli scrittori e degli editori "veri", minando così il lavoro di questi professionisti. A farne le spese maggiori sono quindi da una parte gli editori, dall'altra i lettori, che si trovano spaesati di fronte a un triglialio di libri (ebook soprattutto) tra cui sono incapaci di scegliere, e che contengono perlopiù merda.

Questa linea di pensiero a mio avviso è sia distorta che ottusa: distorta perché dipinge il lettore come un soggetto completamente acritico, incapace di compiere decisioni, che fagocita tutto quanto si trova di fronte senza porsi domande; ottusa perché si riferisce a un mercato (e più in generale a un mondo) che ormai è superato: quello dei libroni stampati dai grandi editori, recensiti sui giornali da competenti opinionisti e disquisiti nei salotti televisivi. Provo a spiegarmi meglio.

Tradizionalmente, il ruolo dell'editore è quello di scovare le opere meritevoli di pubblicazione, migliorarle, darle alle stampe e distribuirle. Per fare questo, l'editore si prende buona parte degli introiti (generalmente all'autore rimane un 8%, un'altra grossa fetta va ai distributori e una più misera ai librai). L'editore ha quindi un compito importante, perché non solo produce i libri, ma li sceglie, facendo da "filtro" tra cosa deve finire sul mercato e cosa no. Tuttavia questo compito che ha una sua nobiltà è oggi drammaticamente messo in dubbio dai famosi editori a pagamento, da editori che pubblicano libri senza nemmeno un editing di base, e altri che non pubblicizzano o non distribuiscono le opere, lasciando queste incombenze all'autore. Attenzione: non sto demonizzando l'editore, ma sto cercando di far notare che il suo obiettivo primario in genere è fare soldi, non cultura. Perché anche i grandi editori che si comportano rettamente finiscono poi per riempire le librerie dei libri scritti da calciatori e personaggi dello spettacolo, oppure fanfiction e scopiazzature dei generi in voga (vampiri/angeli/erotico sono gli ultimi fenomeni), o fogli di appunti di uomini politici o religiosi (la cosa più spassosa è quando si trovano le combinazioni, come personaggi dello spettacolo che si scoprono religiosi... devo fargli degli esempi?). Pertanto, non si può più affermare che la funzione-filtro dell'editore sia integra come lo è nella sua concezione idale. Di conseguenza, un editore che si sente minacciato dal self publishing è necessariamente cosciente di essere lui per primo a pubblicare spazzatura e dirigere il mercato.

Per quanto riguarda i lettori, il discorso è ancora più assurdo. È paradossale pensare che una maggiore varietà di scelta possa arrecare dei danni nel lungo termine. La capacità di discernere e scegliere è insita in ogni lettore, altrimenti ogni volta che entra in libreria acquisterebbe tutto quello che trova davanti. Ma mi pare che, anche nel settore dei "libri veri", ogni persona si indirizzi su quello che più gli piace o lo incuriosisce. Perché una trasposizione in ambito digitale di questo stesso processo dovrebbe essere impossibile? Quando entra nel kindle store, il lettore intenzionato ad acquistare qualcosa filtrerà dapprima (per esempio) secondo i generi, poi per voto medio, poi leggerà un paio di recensioni altrui e si farà un'idea. I più smaliziati magari seguono due o tre blog/portali letterari che periodicamente segnalano produzioni interessanti. Che differenza c'è tra questo e leggere la rubrica letteraria nelle pagine di cultura del Corriere? Il processo decisionale che porta un lettore ad acquistare un libro cambia canali, ma non subisce variazioni. È pur vero che col selfpublishing qualunque boiata può finire in vendita (ma abbiamo già detto che questo non è molto diverso nell'editoria tradizionale), ma un lettore avveduto è in grado di indirizzarsi su quello che ritiene valido. Ogni tanto rimarrà fregato... ma di solito no (a me, finora, non è mai successo).

Certo, bisogna forse distinguere tra due tipi di lettore: il lettore forte e quello occasionale. Il lettore forte è definito di solito come chi legge almeno un libro al mese (in Italia è quasi impensabile superare questa cifra...), mentre il secondo si aggira su uno-due libri l'anno. C'è chi sostiene che questa facoltà di discernimento sia un superpotere acquisito solo dai lettori forti, e sicuramente è vero. Il lettore occasionale invece soffre dell'immensa offerta derivante dal selfpublishing e ne è quindi la vittima. Ma, di nuovo: siamo sicuri che questa tipologia di utente si comporti diversamente nel mercato digitale rispetto a quello cartaceo? Intanto, c'è da considerare che un lettore occasionale molto difficilmente ha bisogno di un e-reader; e se proprio glielo regalano, lo userà al minimo delle sue potenzialità. In secondo luogo, questo soggetto con ogni probabilità non sa nemmeno cosa sia il self publishing, e quando si muove alla ricerca di nuovi titoli si orienterà probabilmente sui nomi già noti, sui fenomeni del momento e sui consigli degli amici, saltando a piè pari tutto il processo decisionale che invece il lettore forte applica.

Da tutto questo, deriva che la "piaga del self publishing" è un falso problema. Anzi, si può arrivare a ipotizzare che chi ne prospetta i pericoli sia nel migliore dei casi sprovveduto, nel peggiore in mala fede. Ovviamente il dibattito è aperto, se ritenete che mi sia sfuggito qualcosa.

2 commenti:

  1. Dubito anch'io che il lettore occasionale arrivi a spendere un solo euro su Amazon. Molto più probabile che, mentre fa shopping, incappi in una libreria di catena e compri una novità piramidale o un libro nella top ten. Io, sarà che non scelgo a caso, sono sempre incappato in autoproduzioni di buon livello, in alcuni casi ottimo. Purtroppo è vero che autopubblicare non è alla portata di tutti e, a fronte della semplicità di servizi come KDP, andarsi a trovare chi ti impagina l'ebook, chi te lo edita e quant'altro sono compiti che non vengono sempre presi con la dovuta serietà.

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    1. sì, appunto. kdp ti permette di caricare direttamente un file di testo e te lo converte lui, ma il risultato è quantomeno "approssimativo". per ottenere un BUON ebook, anche se te lo autoproduci, devi comunque investire una buona dose di tempo e impegno. oltre alla scrittura, ovviamente.

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