Voci dal vortice

Segnalazione autopromozionale in leggero ritardo. È uscito da poco il volume Voci dal vortice, antologia contenente i migliori racconti dell'omonimo concorso (letterario/figurativo/multimediale) organizzato più o meno un anno fa sul portale Alastor di Alberto Cecon.


Il libro contiene racconti e illustrazioni ispirate al tema del vortice, inteso in senso letterale ma (soprattutto) metaforico. Il mio breve racconto Il profumo della pioggia è stato premiato dalla giuria con il premio "prosa ipnotica", ed è infatti qualcosa di inusuale per i miei standard, che credo di aver scritto poco dopo il ritorno dalle ferie 2010 a Barcellona, in un trip nostalgico indotto da overdose di ron miel ed M&M's blu. Non mi capacito io stesso di come ho potuto tirare fuori una cosa del genere.

Si tratta di un prodotto amatoriale, come chiarisce fin da subito il nome completo della casa editrice, ma sicuramente di buon livello. Non lo troverete in libreria, potete acquistarlo on-line direttamente sulla pagina  delle Edizioni Sadastor.

Coppi Night 24/07/2011 - Source Code

Gli affezionati seguaci del Coppi Club (se ce n'è qualcuno, lì fuori, alzi la mano) avranno notato che l'ultimo post pseudorecensorio risale a due settimane fa. Il 17 luglio infatti ospiti internazionali mi hanno costretto a saltare la serata. Per gli archivi posso riferire che è stato visto il recente film Unknown, che sul mio blog sarebbe stato decisamente in tema, ma non posso fare il mio resoconto, per cui passo a parlare del film di domenica scorsa, che appartiene a una selezione approntata da me.

Dopo due film piuttosto deludenti, c'è voluto il mio intervento per riportare sugli schermi del Coppi Club qualcosa di davvero interessante. Il nuovissimo film di Duncan Jones, interpretato da un efficace Donnie Darko con la barba mal rasata, ha conquistato la variegata platea del Club. Il film parte da un'idea già sfruttata in altre occasioni: rivivere ripetutamente uno stesso intervallo di vita, e scoprire le differenti conseguenze delle differenti condotte. Ma questo è solo lo spunto, perché in realtà c'è molto di più: la missione anti-terroristica che il soldato Stevens è stato incaricato di compiere infatti aggiunge una dimensione di complessità, oltre a imporre una scadenza per i tentativi che gli è concesso di compiere. Aggiungendo a questo la vicenda personale del protagonista, si ottiene una storia che risulta completa e coinvolgente sotto ogni punto di vista.

Mi piacerebbe parlare di più di questo film, che nonostante lo scetticismo iniziale alla vista dei primi trailer sono stato convinto a provare da un post iguanoide, perché mi ha davvero convinto, e oso definirlo uno dei migliori film di fantascienza che abbia mai visto. Anzi, posso dire che questo è il tipo di fantascienza che più rende giustizia a un genere che troppo spesso è vittima di aberrazioni, che da genere fondato per definizione su idee brillanti lo riducono a una semplice scusa per divertirsi con la CGI. In Source Code non c'è quel dispiegamento di effetti speciali che rendono tanto appetibili i trailer, ma una volta digerito il film lasciano vuoto come una cena a base di sushi. In questo film lo spettatore viene trattato con grande rispetto, gli vengono concessi tutti gli strumenti per arrivare a comprendere quello che sta vedendo, senza esagerazioni né in un senso che nell'altro nella difficoltà di gestione della trama.

Mi piacerebbe parlarne di più, dicevo, ma non voglio farlo, perché è uno di quei film che devono essere sperimentati e goduti, e in cui ogni particolare rivelato anche per sbaglio può rovinare il piacere della visione. Aggiungo solo che, per quanto mi riguarda, Source Code sarebbe stato già perfetto se fosse finito con quel fermo immagine (quello, non posso dire altro: guardatelo!). La sequenza successiva apre un mondo di possibilità ancora più ampio, e lascia forse qualche dubbio sul destino di tutte le iterazioni dell'incidente che si sono viste in precedenza. Grazie a quel tocco finale, una volta arrivati ai titoli di coda il cervello non smette di macinare, e si continua a pensare, ipotizzare, immaginare. Questa è la fantascienza che piace da queste parti.

Douglas Adams & John Lloyd - The Meaning of Liff

Immaginate la scena: siete a cena a casa di un amico, che vi ha invitati insieme ad altri per una semplice serata in compagnia. Le regole dell’ospitalità impongono che per lo meno vi mostriate interessati nell’aiutare durante la preparazione della tavola, e mentre qualcuno si occupa di distribuire i bicchieri, voi pensate bene di stappare la bottiglia di vino che sarà consumata durante il pasto. Ma non siete in casa vostra, e non sapete dove si trovi il cavatappi: così, vi aggirate, creando il minimo intralcio possibile, fino a che un amico vi fissa ed esclama: "Ma che fai?" Il suo sguardo è perplesso, ma si scorge un sorrisetto malizioso, e non sta osservando voi, ma le vostre mani. Perché, fino a quel momento, d’istinto, stavate vagando per la cucina con una mano stretta intorno ad un invisbile collo di bottiglia, e l’altra che, posta poco sopra, ruota intorno al polso, imitando appunto il gesto di avvitare il cavatappi. È un momento di imbarazzo, perché, colti in flagrante durante quel gesto, vi rendete conto di quanto appaia ridicolo e inutile. In condizioni normali, non potreste far altro che glissare, abbozzando un "No, cercavo…" Ma se avete letto The Meaning of Liff, potete rispondere orgogliasamente: "Sto schostropando!" ed uscire vittoriosi dall’apparente stallo.
 
Il libriccino di Douglas Adams e John Lloyd pubblicato nel 1983, infatti, si propone questo specifico obiettivo: dare un nome a tutte quelle sensazioni, esperienze, azioni, oggetti, persone e situazioni che non ne hanno. I nomi scelti non sono casuali, ma sono città, o comunque riferimenti geografici, che non hanno alcuno scopo se non quello di segnare un punto su una cartina. E allora, come viene spiegato nell’introduzione, perché non utilizzare queste parole altrimenti prive di significato per contrassegnare qualcosa che tutti conosciamo? Si ottiene così un duplice effetto: da una parte si inventano nuovi concetti (o meglio, si conferisce una definizione precisa a concetti quotidiani che per qualche ragione non ne hanno una), dall'altra si aggiunge valore a parole già esistenti, evitando di intasare ulteriormente i dizionari.
 
Ma il significato profondo di Liff (il libro, non la città omonima) non si ferma qui. Un'altra ragione valida per compiere questa titanica operazione di riassegnamento di significati, consiste nel dare una dimensione umana a questi concetti, rendendoli parte della vita di tutti i giorni. In questo modo, ognuno, sapendo che anche altri hanno sperimentato qualcosa per cui precedentemetne non esisteva un nome, e che credeva quindi essere una sua esperienza personale, incondivisibile, può sentirsi meno stupido e meno solo. Tutti provano piacere nella freschezza dell’altro lato del cuscino, e questa sensazione, da oggi, si chiama "abilene". E allo stesso modo, a chi non capita di ricevere strane occhiate ordinando qualcosa al bar di un cinema da parte di chi ha già preso quello che voleva? Quello sguardo, che finora pensavate di essere gli unici ad aver notato, è un semplice "tabley superior". Questo libro ha quindi anticipato di 30 anni buoni quella tendenza che si sta riscontrando ultimamente su facebook, in cui vengono create pagine dedicate a sensazioni e avvenimenti di difficile descrizione, ma che tutti conoscono. Anzi, alcune di quelle che mi sono capitate sott'occhio erano prese paro-paro da definizioni che avevo già letto su Liff.
 
Tutto l’opuscolo è permeato, come avviene per ogni opera di Adams (vi suona mica familiare? sì, è quello della Guida Galattica!), di un umorismo english della miglior razza, sul modello Monty Python, di cui in effetti Adams è stato un collaboratore, e ai quali concede un omaggio tramite il titolo del libro. [Trivia-time: per chi non avesse mai visto Il senso della vita (non il mio e-book, il film dei Monty Python!), vale la pena di sottolineare come, nei titoli di apertura, il titolo iscritto su tavole di pietra è The Meaning of Liff, che poi viene corretto da un fulmine in The Meaning of Life. Considerando che la prima edizione del libro e l'uscita del film sono contemporanee, è difficile credere che sia una coincidenza.] Quindi, al di là della sua più o meno autentica funzione di corroborativo sociale, The meaning of Liff è soprattutto di un libro divertente, che con sottile umorismo e una buona dose di satira sociale riesce a calcare l'accento su parecchi aspetti assurdi della vita di tutti noi, e a suo modo ne traccia  un possibile signficato, forse indipendentemente dalle intenzioni originarie.

Ad alcuni anni e diverse ristampe di distanza dall’uscita della prima edizione, i due autori hanno ripreso in mano il libro e lo hanno espanso, aggiungendo molte altre definizioni, modificandone un paio (tra cui, ad esempio, lo stesso “Liff” del titolo) e creando così The Deeper Meaning of Liff, arricchito di illustrazioni, cartine geografiche che riportano i toponimi citati, e un'utilissima appendice.
 
C’è un solo problema: non è stato tradotto in italiano. Forse per semplici scelte editoriali, o forse perché la trasposizione dei termini li priva in molti casi di una parte del significato. Infatti, gli accoppiamenti tra nomi e definizioni non sono casuali, ma rispettano quello che è il suono o il senso della parola: le parole che finiscono in –ing, per esempio, sono di solito verbi al participio, così come quelle con suffisso –er si riferiscono ai soggetti che compiono una tale azione. Per cui, se avete intenzione di sapere come si chiama il pezzo di carta incollato sulla cima di un barattolo di marmellata, o la sensazione di aver sbucciato troppe poche patate, siete tenuti ad imparare un po’ di inglese, o comprare insieme al libro un buon dizionario.

Se poi non volete spendere soldi, qui trovate la trascrizione integrale della prima edizione (senza quindi le aggiunte di The Deeper Meaning of Liff) con cui crogiolarvi. E adesso vi lascio alle vostre affcot e pulizia dei tidpit. Non mettetevi a wokare e fare stoke poges sul monitor per farmi continuare, perché, a costo di sembrare clixby, preferisco dedicarmi a questo amersham.

Dj Mag Italia

Un anno fa  è uscito il primo numero di Dj Mag Italia. Si tratta dell'incarnazione italiana della rivista Dj Mag, che da molto tempo è il punto di riferimento nel settore della musica elettronica, e ha acquisito rilevanza globlale grazie soprattutto alla sua rinomata (e criticata) classifica dei Top 100 Dj. Arrivato al numero 12, il magazine italiano inizia a ottenere i primi riscontri, e mi pare doveroso dedicargli qualche riga.

Anch'io mi sono accorto con un certo ritardo della presenza in edicola della rivista, quando ad aprile in autogrill ho riconosciuto il faccione di Sven Vath in copertina e poco dopo il logo nell'angolo in alto a sinistra. Da allora a oggi ho acquistato le uscite mensili per poter avere una solida base di valutazione, e adesso posso esprimere la mia opinione ragionata.

Ebbene, per quanto ho potuto appurare, Dj Mag Italia è sicuramente un buon prodotto, realizzato con cura e competenza, e soprattutto passione, che si può percepire chiaramente leggendo editoriali, articoli e recensioni. Nei numeri che ho avuto sottomano ho potuto leggere di importanti artisti italiani e stranieri appartenenti a generi e concezioni diversi dell'elettronica: dalla trance di Sander Van Doorn al funk dei Minimono, da un personaggio pop come Martin Solveig a uno più eclettico come Trentemoller, dalla reginetta internazionale Monika Kruse all'icona italiana Mario Più. Questo solo per quanto riguarda le interviste. Ci sono poi validi articoli  riguardo i club, gli store, attrezzatura e software per dj, la musica stessa, e naturalmente paginate di recensioni divise per genere. C'è tanto, anzi, per quanto mi riguarda anche più di ciò che ritengo interessante: le pagine dedicate alla moda, o le recensioni di dischi hip-hop per me potrebbero autocomburersi, ma riconosco che sono comunque argomenti attinenti all'ambito dell'elettronica (perché sì: hip-hop, rap e affini, per ragioni filogenetiche, sono classificate tassonomicamente come sottogeneri dell'elettronica), per cui la loro presenza è giustificata.

Ma soprattutto, Dj Mag Italia è importante perché va a riempire una nicchia che finora era rimasta vuota, quella della rivista specializzata del settore, che ha un ruolo fondamentale nel conferirgli valore e credibilità. In particolare in Italia, dove la club culture, grazie alle distrsioni mediatiche, è vista alla stregua di una perdizione da eradicare (nonostante sia un fenomeno diffuso e vivace, che produce eventi e personaggi di tutto rispetto a livello internazionale), è fondamentale poter attribuire solidità a questo mondo. Per cui, sì al Dj Mag Italia!

La fiera di Hornet River (parte 3)

Ultima puntata del mio cross-over spin-off che ho deciso di proporre qui spezzettato. Tutto quello che vi serve sapere sulla genesi del racconto lo trovate qui.


La fiera di Hornet River
(segue da qui)

5

Non c’era un modo giusto per farsi colpire. Twilight Jackson sapeva che la saetta si sarebbe abbattuta su di lui, ma non aveva modo di prepararsi a quell’esperienza.
L’impatto fu terribile come sempre. Il fulmine sembrò penetrargli contemporaneamente dalla testa e dai piedi, percorrergli le membra in ogni direzione, cercare di aprirsi strada dentro di lui. Il dolore fu atroce, ma era una sensazione che ormai conosceva. E che sapeva controllare.
Con un immenso sforzo di volontà, compresse tutta l’energia dentro di sé, trattenendola e dirigendola dove la voleva, pronto a rilasciarla al momento opportuno. Doveva fare in fretta: era riuscito a mantenere il fulmine dentro di sé anche per mezz’ora, ma ogni secondo era un’agonia.
Si diresse rapidamente verso la piazza, per rilasciare il fulmine sulla macchina di Zibakis, in modo da attivarla e completare così la sua parte dell’accordo. Mentre i primi goccioloni di pioggia iniziavano a inzupparlo, notò che la gente si era assiepata in quel modo particolare che anticipa una rissa o un duello. E al centro dell’assembramento c’era Zibakis.
Cercò di farsi strada per raggiungere lo scienziato, ma si fermò a metà strada quando vide quella cosa che procedeva nella sua stessa direzione.
Twilight Jackson era un uomo mite, ma alla vista dello spaventoso golem di metallo che si muoveva tra sbuffi di vapore, si lasciò scappare una bestemmia che da sola gli sarebbe valsa l’inferno.
– Questa è la mia Unità Automatica Semovente! – sbraitò l’ometto che stava fronteggiando Zibakis. – E adesso distruggerà la tua macchina, così dovrai tornartene alle tue stufe!
Osservando quella macchina dall’aspetto umano in movimento, non si poteva che dar credito alla minaccia. Era difficile pensare di poter fermare quel mostro.
Jackson vide il panico negli occhi di Zibakis, mentre si guardava freneticamente attorno in cerca di una soluzione. Poi lo scorse in mezzo alla folla, e notando i peli della sua barba irti per l’elettricità che gli scorreva dentro, capì che aveva già incamerato il fulmine.
– Presto, Jackson! Colpiscilo! Abbatti quell’affare! – ordinò.
Lui rimase per un attimo imbambolato. Doveva affrontare l’Unità Automatica Semovente? Era fuori discussione. Poi si rese conto che visto che aveva un solo colpo da sparare, tanto valeva dirigerlo su un altro obiettivo. D’altra parte l’automa si muoveva lentamente, e non sarebbe stato difficile colpirlo.
Si fece avanti per prendere la mira, e stava puntando le mani in direzione del bersaglio quando, al di sopra dello scrosciare della pioggia, una voce attirò la sua attenzione.
– Twilight Jackson! – chiamò una donna che stava emergendo in quel momento dalla folla. Era una vecchia, probabilmente anche più anziana di Zibakis, vestita da cowboy e con i lunghi capelli bianchi abbandonati sulle spalle. – Ti ho trovato, finalmente. Sono Patricia Hillwick.
Quel nome non diceva nulla a Jackson, ma la pistola che lei estrasse da sotto il pastrano era abbastanza eloquente. La canna era puntata nella sua direzione.
Non ebbe il tempo di chiedere spiegazioni, che lei riprese: – Ti stavo cercando da un po’, Jackson. Chi immaginava che ti avrei trovato qui? Quando ho sentito che questi due venivano da Elderberry Field ho capito che erano gli inventori del coso che ha ammazzato il vecchio Wilkinson, e li ho seguiti per vedere in azione questo duellante metallico. Ma non sapevo che ci saresti stato anche tu. Questo rende tutto molto più interessante.
Gridando per farsi sentire dall’altra parte della piazza percorsa da raffiche d’acqua, Jackson chiese: – Vuoi gli ottomila dollari della mia taglia? Va bene, mi hai preso. Ma rinfodera quella pistola, prima che qualcuno si faccia male.
– No, non hai capito, Jackson. Io non voglio i soldi. Io voglio un duello. Contro di te.
In quel momento, con un ultimo sbuffo di vapore dalle ginocchia, l’Unità Automatica Semovente si fermò al centro della piazza, alla stessa distanza da Twilight Jackson e Patricia Hillwick. Si trovavano adesso ai tre vertici di un triangolo, ognuno con un’arma diversa e potenzialmente letale per gli altri.
Non era un duello. Era un triello.
Jackson considerò le alternative, insensibile all’acqua che gli scorreva dalle falde del cappello nel collo del cappotto, sordo agli ordini di Zibakis, concentrato solo sulla potenza che non riusciva più a trattenere e che presto avrebbe dovuto rilasciare. Rivolse lo sguardo al mostro, alla vecchia, a uno scienziato, all’altro, al ragazzo che stava accanto a questo. Guardò la folla e oltre.
Un clic lo avvertì che Patricia Hillwick aveva armato la sua rivoltella.
L’Unità Automatica Semovente rimaneva immobile, forse in cerca come lui dell’obiettivo migliore.
Twilight Jackson percepì l’energia salirgli per le braccia, guizzando nelle vene come sangue elettrico, fino a concentrarsi sulla punta delle dita.
Aveva scelto il suo bersaglio.
Sollevò le mani e sprigionò tutta la potenza del fulmine su di esso.

6

– Sta bene, Docwells? – chiese Kiddo preoccupato.
Nella scarsa illuminazione del vagone merci che li stava riportando a Elderberry Field, il dottore richiuse picchiettò affettuosamente sulla corazza di Sam. – Sì, tutto a posto – lo rassicurò. – Purtroppo non è impermeabile. L’acqua è penetrata dentro e ha fermato la combustione del carbone. Si era solo addormentato, per questo si è fermato in mezzo alla piazza.
– Oh, meno male, mi ero proprio spaventato!
– Certo che l’ha scampata bella. Se quel tizio lo avesse colpito, credo che di Sam sarebbe rimasto poco… – notando l’espressione inorridita di Kiddo, Wells si interruppe subito. – Ma è andato tutto bene. Anzi, anche se era fermo, Sam ci ha salvato la vita. Chissà che sarebbe successo, se lui non ci avesse riparato da quell’esplosione.
– Già – confermò il ragazzo, sollevato. – Sam è proprio un grande amico.

Twilight Jackson era riuscito ad approfittare dal caos che aveva provocato alla fiera per scappare e mettersi in salvo. Sapeva di essersi guadagnato le antipatie di molti, ma aveva fatto quello che gli era sembrato più giusto. In ogni caso, aveva deciso di non sfruttare più il suo “talento”: troppo pericoloso.
Ma aveva ancora una questione da risolvere.
Fece trascorrere un po’ di tempo prima di recarsi a Baton Rouge, in cerca di Zibakis. Lo trovò nel suo laboratorio, indaffarato a riparare una stufa.
– Che cosa vuoi? – lo accolse con astio l’inventore. – Non ti devo niente, vattene di qui!
– Non voglio niente, professore – chiarì subito Jackson. – C’è solo una cosa che voglio sapere. A che cosa serviva il macchinario che avrei dovuto attivare con il fulmine?
Zibakis sembrò quasi offeso da quella domanda. – Era un generatore di flussi ionici pressionizzanti.
Quando Jackson non reagì a quella spiegazione, l’altro si sentì in dovere di precisare: – Una macchina per controllare il tempo, idiota! Pioggia e sole a piacimento!
– Ma… non aveva pagato uno sciamando per far piovere?
– Sì, e allora?
Jackson era confuso. – Non le sembra assurdo, usare la magia per ottenere l’energia per una macchina che fa la stessa cosa di quella magia?
– Cosa? Ma che vai blaterando! Questa è scienza, cosa vuoi capirne tu? – Zibakis scosse la testa, infastidito dalla sua ottusità. – E adesso vattene – ordinò. – Non voglio che tu mi sia vicino quando quella vecchia pazza ti troverà. Se voleva ammazzarti prima, figuriamoci adesso, dopo lo scherzetto che le hai combinato… fuori!
Twilight Jackson accontentò il professore, tenendosi per sé i dubbi su scienza e stregoneria.

– Ha visto, signor Biggs?
– Per la miseria, Tip, è la sesta volta che me lo chiedi. Certo che ho visto!
Tip Wilson compì un’altra elegante mossa con la sua bipala, e il mucchietto di terra alle sue spalle si fece più alto. – Centoventimila dollari, signor Biggs!
Il becchino non rispose. A dir la verità gli rodeva che il suo assistente avesse vinto il premio della fiera di Hornet River. Ma quando lord Stockhammer si era presentato, la bipala era l’unica invenzione i cui delicati meccanismi non erano stati compromessi dall’esplosione di uova semisode e acqua bollente scatenata da quello storpio. Il suo fulmine diretto sulla grossa ampolla in cui cuocevano più di cento uova aveva scatenato il caos nella piazza, ma nessuno si era fatto troppo male, e i più sfortunati se l’erano cavata con qualche ustione. La cosa era dispiaciuta a Biggs, perché prendere l’appalto per seppellire qualche centinaio di vittime sarebbe stato un affare.
Invece era stato il giovane Tip a fare il colpo grosso.
Biggs non capiva perché il ragazzo fosse ancora lì con lui a scavare fosse, ora che era immensamente ricco. Forse solo perché era quello che gli piaceva fare. Era un bravo giovanotto, Tip.
– Certo, Tip. Centoventimila. Questo è il numero dei ceffoni che ti beccherai, se non finisci di scavare prima che faccia buio.