[quote] # 15

Quello che segue è un (lungo) brano tratto da La guerra contro gli Chtorr, romanzo di David Gerrold, primo di una saga dedicata al conflitto tra gli umani e invasori extraterrestri che non solo cercano di occupare la Terra, ma ne trasformano l'ecologia per adattarla alle proprie esigenze. La serie (attualmente incompleta) segue principalmente le vicende del soldato Jim McCarthy, ma come avviene spesso nella "military sf" (da Starship Troopers in poi) il tema della guerra fa da spunto per riflessioni di carattere storico/sociologico/politico anche piuttosto forti.

Ne è un esempio proprio questo brano, in cui un professore universitario illustra con un esempio pratico come si fa a instaurare una tirannia e come la si può sconfiggere. Non dico che sia un testo con valore di attualità, ma, insomma, nemmeno lo nego.


– Quanti di voi pensano che sia giusto ribellarsi a una tirannia?
Immediatamente si alzarono alcune mani. Poi qualche altra, incerta, come se avessimo paura che significasse offrirsi volontari per il fronte. Poi qualche altra ancora. Whitlaw non aspettò di vedere se c'era l'unanimità. Indicò uno di quelli che non avevano alzato la mano. – E tu? Non credi che sia giusto?
– Penso che lei dovrebbe definire meglio i termini della questione. È stato troppo generico. Quale tirannia? Di che tipo?
Whitlaw si irrigidì e fissò il ragazzo con occhi socchiusi. – Fai parte del circolo culturale? No? Dovresti prendere in considerazione questa possibilità. Sei il tipo adatto... eviti di affrontare il problema. Va bene, ti voglio aiutare... – chiuse il libro. – Diciamo che questa stanza è lo stato di Miopia. Io sono il governo. Voi siete i cittadini. Voi sapete che i governi hanno bisogno di soldi. Così la prima cosa che faccio è imporre le tasse. Voglio un casey [la moneta in uso nell'epoca in cui è ambientato il romanzo] da ciascuno di voi. – Cominciò a camminare fra i banchi. – Dammi un casey. No, non sto scherzando. Queste sono le tasse che dovete pagare. Dammi un casey. Anche tu. Mi dispiace, non accetto assegni o banconote id carta. Cos'hai detto? Sono i soldi per il pranzo? Cribbio, questo è un guaio! Purtroppo le esigenze del governo hanno la precedenza.
– Ma questo non è giusto!
Whitlaw si fermò, la mano pian di monete. – Chi è che ha parlato? Portatelo fuori e giustiziatelo per sedizione!
– Un momento! Ho il diritto a un processo equo!
– L'hai appena avuto. E ora sta zitto. Sei stato giustiziato. – Whitlaw continuò a raccogliere i soldi. – Mi dispiace, voglio il denaro contato. Non ce l'hai? Non ti preoccupare, allora trattengo gli altri quattro casey come soprattassa. Considerala una multa per il fatto di aver pagato le tasse con banconote di carta. Grazie. Grazie... cinquanta, settantacinque, un casey. Grazie. Allora, ho racolto quarantotto casey. Il che significa che posso andare a farmi una bella mangiata. Domani ricordatevi di portare tutti un altro casey. Da oggi in poi riscuoterò le tasse tutti i giorni.
Ci guardammo l'un l'altro preoccupati. Chi avrebbe avuto il coraggio di protestare per primo? Ma non era scorretto che un insegnante prendesse soldi dalla sua classe?
Una mano si alzò incerta. – Mmm, signore... vostra maestà...
– Sì?
– Mmm... posso fare una domanda?
– Mmm... dipende da quale domanda.
– Possiamo chiedere cosa farà con il nostro denaro?
– Non è vostro, è mi.
– Ma prima era nostro...
– … e ora è mio. Io sono il governo. – Aprì il cassetto della cattedra e vi fece cadere le monete con grande rumore. – Eh!? Hai la mano ancora alzata?
– Il fatto è che a me sembra... a tutti noi sembra...
– A tutti? – Whitlaw ci fissò con le sopracciglia alzate. – Si tratta forse di un'insurrezione? Sarà meglio che mi procuri dei mercenari. – Arrivò faticosamente fino in fondo all'aula e puntò il dito verso i ragazzi più alti e robusti della classe. – Tu, tu e... sì, tu. E anche tu. Venite con me. Siete arruolati. – Aprì il cassetto e ne tirò fuori alcune monete. – Ecco, due casey per ciascuno. E ora non fate avvicinare questa marmaglia al palazzo reale.
I quattro ragazzi sembravano incerti. Whitlaw li spinse tra sé e la classe. – Allora... cosa stavate dicendo?
Signor Whitlaw? – Janice MacNeil, una ragazza alta e bruna, si alzò in piedi. – Va bene, abbiamo capito. Adesso ci ridia i nostri soldi... – Janice era una rappresentante degli studenti. Un Whitlaw ghignante fece capolino da dietro le spalle dei due “soldati” più alti: – Ah, ah. Ma questo non è un gioco. Che cosa hai in mente di fare?
Janice non s'innervosì. Disse: – Mi rivolgerò a un'autorità superiore.
Whitlaw stava ancora ghignando. – Non ce ne sono. Questo corso è autonomo. Vedi quel cartello sul muro? È lo statuto del Sistema Federale Educativo. Sei stata in quest'aula tutti i giorni per diciotto settimane e scommetto che ancora non l'hai letto, vero? Peccato... perché quando ti sei iscritta a questo corso hai automaticamente accettate quel regolamento. Io ho potere assoluto su tutti voi.
Certo, lo so! – ribatté lei. – Ma io sto parlando del mondo reale, quello in cui viviamo. Lei deve darci indietro i soldi!
No, tu non hai capito niente. – Whitlaw le sorrise. – È questo il mondo reale. Proprio questo. E io non devo darti proprio un bel nulla. Il governo federale mi ha autorizzato a fare qualunque cosa io consideri necessaria per lo svolgimento del corso. Questo significa che posso imporre tasse... se lo ritengo necessario.
La ragazza incrociò le braccia. – Va bene, ma noi possiamo rifiutarci di collaborare.
Whitlaw si strinse nelle spalle. – Benissimo. Ti farò arrestare.
Che cosa!? Mi manda dal preside?
No, ho detto arrestare nel senso di “conosci quali sono i tuoi diritti” e ti sbatto in galera, agli arresti, in guardina, alla Bastiglia, alle Tombe, alla Torre di Londra, all'Isola del Diavolo, ad Alcatraz... mi sono spiegato?
Lei sta scherzano.
Niente affatto. Vuoi vedere?
Ma non è giusto!
E allora? Hai accettato il regolamento e dunque perché adesso ti lamenti? – Sospinse due dei suoi soldati. – Sbattetela fuori... e anche quell'altro, quello che abbiamo giustiziato prima. Sono espulsi. – I soldati di Whitlaw non avevano un'aria molto soddisfatta, ma cominciarono a dirigersi verso i due ragazzi.
Janice sembrava veramente impaurita, e raccolse i suoi libri e il bloc-notes e uscì.
Aspettate nell'aula acanto fino alla fine della lezione – disse Whitlaw. – C'è nessun altro che vuole mettere in dubbio l'autorità di questo governo?
No. Non c'era nessuno.
Bene – Whitlaw sedette e appoggiò i piedi sulla cattedra. – Espellerò chiunque apra bocca a sproposito. – Prese un libro e una mela e aprì il libro. Di quando in quando dava un morso alla mela facendo molto rumore per ricordarci la sua presenza.
L'esercito sembrava incerto sul da farsi. – Ci possiamo mettere a sedere, signore?
No, naturalmente. Siete in servizio.
Noi ci scambiavamo occhiate. Dove voleva arrivare? Il tipo al quale Whitlaw aveva consigliato di entrare in un circolo culturale si chinò in avanti e bisbigliò a un amico. – Ci sta sfidando a fare qualcosa.
Be', provaci tu. Io non voglio essere sbattuto fuori.
Ma non capisci... se ci organizziamo...
Whitlaw balzò in piedi lanciando occhiate di fuoco. – Che cosa!? Questa è sovversione! – Si avvicinò al tipo da circolo culturale, lo afferrò per la camicia e lo sollevò di peso. – Non te lo permetterò! – e lo trascinò fuori dall'aula.
Durante i pochi istanti che rimase fuori dalla porta scoppiò il pandemonio.
Quell'uomo è pazzo...
– … tutto questo è assurdo...
– … non possiamo fare qualcosa?
Mi alzai in piedi. – Ascoltate! Noi siamo in tanti e lui è uno solo! Non dobbiamo permettergli di farla franca!
Sta' zitto, Jim! Così ci metti in guai ancora più grossi.
Fallo parlare...
Hai qualche idea, Jim?
Be', no... però...
In quel momento rientrò Whitlaw e io m'infilai di nuovo nel banco a tutta velocità.
Whitlaw si rivolse alle sue truppe: – Che razza di esercito siete? Lascio la stanza per meno di un minuto e quando torno trovo degli agitatori che incitano la marmaglia a insorgere! Vi ordino di arrestare ed espellere chiunque si è lamentato... o caccerò voi!
Toccò a cinque di noi.
Non c'è nessun altro? – ringhiò Whitlaw. – Se vi fate sfuggire qualcuno, saranno le vostre teste a cadere.
L'esercito sembrava impaurito. Si consultarono tra loro bisbigliando e poi indicarono altri tre ragazzi che insieme a noi cinque furono accompagnati fuori dalla classe. – Ma io non ho detto niente! – Joey Hubre stava per piangere. – Diglielo! Implorò rivolto al suo gemello.
Fallo... – urlò Withlaw –... e caccerò anche te. Anzi, è meglio che te ne vada comunque anche tu... è probabile che siate tutti e due dei piantagrane.
Ormai nella classe accanto alla nostra eravamo in dodici e stavamo seduti a guardarci con aria depressa. Eravamo confusi, sorpresi, e veramente offesi. Potevamo sentire Whitlaw che urlava. E poi all'improvviso si fece silenzio. Un momento dopo tre nuovi esiliati si aggiunsero al nostro gruppo.
Cos'ha fatto? Ha fatto giustiziare tutta la classe?
No, ha dichiarato silenzio nazionale – disse Paul Jastrow. – È per questo che ci ha cacciato fuori... io ho passato un biglietto e lui h detto che stavo organizzando una congiura.
Cosa sta cercando di provarci? – si lamentò Janice.
Che cos'è la tirannia, credo. È così che ha incominciato, no?
E allora che cosa dobbiamo fare?
È ovvio, dobbiamo ribellarci!
Ma figurati! Non possiamo nemmeno aprire bocca per protestare, come facciamo a organizzarci?
Certo che possiamo organizzarci – dissi. Proprio qui. Organizziamo un esercito di liberazione. I compagni che sono rimasti in classe ci sosterranno.
Sei sicuro? Whitlaw li ha così terrorizzati che si stanno pisciando addosso.
Beh, comunque dobbiamo tentare – disse Hank Chelsea alzandosi in piedi. – Io ci sto.
Io no – disse Paul Jastrow.
Mi alzai in piedi. – Credo che sia l'unica cosa da fare.
Janice si alzò. – A me... non piace molto, ma ci sto anch'io perché dobbiamo fargli vedere che non può comportarsi così.
Altri due ragazzi e una ragazza si alzarono in piedi. Dai John. Joey?
No, no. Non voglio sentirlo ancora urlare.
Ma non ce l'hai con lui?
Voglio solo indietro i miei soldi.
Paul?
Ci sbatterà di nuovo fuori dall'aula.
Aspetta un momento, Jim. – Era Mariette. – Che cosa vuoi che facciamo? Qual è il tuo piano?
Entriamo nell'aula e gli diciamo che la dittatura è finita.
Che bella idea! Lui ci urlerà dietro e ci farà sbattere fuori dall'esercito. Ha arruolato ancora due criminali.
Non sono due criminali...
Tutti i giocati di calcio lo sono, secondo me. In ogni modo adesso sono in sei. Allora, che facciamo?
Cominciarono a rispondere in sei, ma Hank Chelsea alzò la mano e disse: – No, aspettate... Mariette ha ragione! Dobbiamo fare un piano! Sentite, proviamo così. Apriamo tutte e tre le porte dell'aula nello stesso momento. Questo li prenderà di sorpresa. Poi, prima che lui riesca a parlare, le ragazze si avvicineranno all'esercito... no, ascoltatemi. Ci scommetto che non avranno il coraggio di colpirle. Quello che dobbiamo fare è mettere una ragazza vicino a ogni soldato. Poi lei lo abbraccia e lo bacia e gli chiede di unirsi a noi...
...e poi?
...e gli dice che gli daremo il doppio di quanto lo ha pagato lui
Ma lui gli ha dato tre casey a testa.
No, vedrete che si uniranno a noi. Ma solo se ogni ragazza si dedica a un ragazzo. Afferrategli il E gli uomini cosa fanno?
Noi ci occupiamo del capo e pretendiamo che ci consegni il tesoro nazionale.
Discutemmo il piano ancora per qualche minuto e nel frattempo fummo raggiunti da altri due esiliati che immediatamente aderirono alla rivoluzione e dettero alcuni suggerimenti per perfezionare l'attacco. Eravamo quasi pronti quando Joey Hubre tirò su col naso e disse: – E se qualcuno si fa male, cosa facciamo?
Questa osservazione provocò un momento d'esitazione e fummo costretti a rivedere il piano. Ma Paul Jastrow disse: – E allora? Siamo in guerra, no?
No, Joey ha ragione – disse Hank. – Forse a Whitlaw non importa niente se qualcuno si fa male, ma noi siamo un esercito di liberazione e non dobbiamo fare male a nessuno.
A meno che proprio non lo vogliano – borbottò Jastrow.
No, nemmeno in quel caso – ribatté Hank.
Qualcuno ti ha nominato generale? Io no!
E va bene... – Hank alzò le mani. – Votiamo...
No! – dissi io. – Abbiamo già un piano e siamo pronti ad agire. Gli eserciti non votano!
Adesso sì! – disse Jastrow.
Ma non in tempo di guerra! C'è qualcuno che vuole che si voti?
Sì, io voglio ridiscutere questo piano d'attacco...
Ah, splendido! È così che si fanno le rivoluzioni! Ci mettiamo a fare le battaglie parlamentari! Aspettate un momento, ho una copia dei Regolamenti d'Ordine di Robert...
McCarthy, smettila, non fare il cretino!
Ah sì?
Ehi, aspetta un momento... stiamo perdendo di vista il nostro obiettivo. Ci stiamo dimenticando chi è il nostro vero nemico! – Hank Chelsea si mise fra di noi. – Sentite, abbiamo un piano, mettiamolo in atto. Va bene?
Jastrow guardò la mano tesa di Chelsea con aria scettica. – Non sono d'accordo...
Dai, su, Paul... – dissero Mariette e Janice e poi tutti gli altri. Paul sembrò imbarazzato, si strinse nelle spalle e disse: – E va bene. – Ci preparammo tutti insieme a invadere il corso di Etica Globale di Whitlaw.
Lui ci stava aspettando.
Aveva fatto ammucchiare tutti i banchi per formare una barricata a metà aula. Il regno di Miopia aveva costruito la sua linea Maginot.
Ci fermammo e ci guardammo in faccia.
Parlavano di paranoia, ma questo è proprio pazzo! – disse Janice.
Sì, hai ragione, ma io vi avevo detto che non avrebbe funzionato – borbottò Paul.
E adesso che facciamo? – disse Mariette.
Restammo fermi a scambiarci occhiate. – Possiamo buttarli giù?
Possiamo provare – dissi. – Ma non credo che sia questa la maniera di risolvere il problema.
E va bene signor Extrastrong – disse Paul Jastrow. – Che cosa proponi?
Non lo so. Ho solo detto che la maniera forte non mi sembra la soluzione migliore. Credo che dobbiamo usare il cervello. – Mi resi conto che stavo fissando Whitlaw al di là della barricata. Stava prendendo appunti sul suo bloc-notes, ma in quel momento si era fermato e mi fissava con un leggero sorriso. – Mmm... – cercai di dire qualcosa, ma avevo la testa vuota. – Facciamo una riunione. Nel corridoio. Credo di avere un'idea.
Uscimmo tutti insieme nel corridoio. Io dissi: – Penso che dovremmo entrare a negoziare un trattato di pace.
Ma Whitlaw non ha nessuna intenzione di negoziare con noi.
Invece credo di sì – dissi io.
Perché ne sei così sicuro?
Perché altrimenti non possono uscire di lì. Noi controlliamo la parte dell'aula dove si aprono le porte e non credo che abbiano voglia di uscire da una finestra del terzo piano.
Ci fu un attimo di silenzio soddisfatto. Si potevano quasi sentire i sorrisi che spuntavano sulle nostre bocche.
È vero, andiamo. Chi ha un fazzoletto? Abbiamo bisogno di una bandiera bianca...
Rientrammo in forze e annunciammo: – Veniamo in pace. Vogliamo trattare.
E perché dovrei essere d'accordo? Siete un branco di radicali sovversivi espulsi dal sistema perché non avete voluto collaborare.
Questo sistema non funziona – disse Janice. – Ne vogliamo uno migliore.
Sì – disse Mariette. – Un sistema in cui anche noi possiamo dire la nostra.
Ma voi dite già quello che volete. Siete dei ribelli. E a noi i ribelli servono per punirli e dare l'esempio.
Allora non vogliamo più essere dei ribelli!
Peccato – disse Whitlaw da dietro la barriera. – Siete dei mestatori. E il vostro ruolo è quello di ribelli. Siete buoni solo a questo. – Potevamo vedere che stava ghignando.
Lei deve prenderci indietro, Whitlaw... – era Paul Jastrow.
Cosa? Io non devo fare proprio niente!
Sì che deve – dissi io. – Non potete uscire dalla stanza se noi non ve lo permettiamo.
Ahh! – disse Whitlaw. – Avete trovato un terreno di trattativa. E va bene, cosa volete?
Vogliamo indietro i nostri soldi! – strillò Joey Hubre. Ma era proprio Joey?
Vogliamo tornare in classe – disse Janice.
...amnistia! – disse Paul.
...un trattamento equo! – dissi.
...una carta dei diritti e dei doveri – disse Hank a bassa voce. Ci voltammo tutti a guardarlo. – Eh?
Ma Whitlaw sorrideva. – Tu... come ti chiami? Chelsea? Bene. – Scrisse qualcosa sul suo taccuino. – Un punto a tuo favore. Ora vediamo se sei capace di andare avanti. Quali sono questi diritti?
Hank stava dritto davanti alla barriera con le braccia conserte. – Niente tasse, signor Whitlaw, a meno che noi non possiamo dire la nostra su come devono essere impiegati i nostri soldi. Niente più espulsioni dalla classe senza un giusto processo. Niente più uso illegittimo della forza. Vogliamo poter esprimere liberamente il nostro dissenso senza rischiare di essere cacciati via.
Questo è il mio corso e il regolamento dice che posso gestirlo come voglio.
Bene, allora vogliamo cambiare il regolamento.
Mi dispiace ma questo regolamento non l'ho fatto io e quindi non posso cambiarlo.
Non importa. Può cambiare il modo di gestire il corso. Lei ha detto che ha completa autonomia. Allora trattiamo qualche modifica che renda questo corso accettabile per tutti noi.
Da quando in qua gli studenti hanno il diritto di dire agli insegnati come insegnare?
Da quando possiamo controllare tutte le porte!
Sss... – disse Hank.
Chi ti ha nominato presidente?
La vuoi smettere? Vuoi stare zitto? È meglio che parli uno solo per tutti.
Non mi va bene!
Non importa se non ti va bene... le cose stanno così!
Tu sei peggio di lui! Va' all'inferno! – Paul andò in fondo all'aula e si mise a sedere furioso.
Hank ci guardò in preda al panico. – Ascoltate, gente.... se non collaboriamo fra noi, la cosa non funziona. Non dobbiamo mostrare che siamo deboli.
È vero – disse Janice. – Hank ha ragione. Non possiamo permetterci di litigare.
Certo, ma questo non significa che tu debba fare il prepotente – disse Mariette. – Paul ha ragione. Non abbiamo eletto nessuno.
Un momento – dissi. – Non voglio litigare... e sono d'accordo sul fatto
che dobbiamo restare uniti perché altrimenti ci faranno a pezzi... Ma credo che dobbiamo ammettere che ciascuno di noi si ribella per ragioni diverse e ciascuno di noi vuol dire la sua nelle trattative. Io sono d'accordo con Paul... voglio essere ascoltato.
Poso dire una cosa? – si fece avanti John Hubre, il gemello che non parlava mai. – Mettiamo giù un elenco delle richieste e votiamo quelle che vogliamo che Whitlaw ci conceda.
Hank sembrava sconfitto. – Va bene. Chi ha un po' di carta? Io scrivo.
No – disse John. – Proiettiamolo sullo schermo in modo che tutti possano vedere. Credo che la classe dovrebbe discuterle e votarle. Va bene, signor Whitlaw?
Ho qualche scelta
John trasalì. – Mmm... no. Naturalmente.
Mmm... va bene.
Smontiamo questa montagna di mobili in modo da poter lavorare meglio. La guerra è sospesa fino a nuovo ordine.
In breve tempo l'aula aveva ripreso il suo aspetto abituale, salvo il fatto che invece di tiranneggiare, Whitlaw se ne stava tranquillo da una parte, ci osservava e solo di tanto in tanto ci dava qualche suggerimento.
In poco meno di cinque minuti la lista delle ricerche era arrivata a trenta.
Whitlaw gli dette un'occhiata e disse: – Non fate gli stupidi.
Le reazioni della classe andarono da – Eh? Cosa c'è che non va in queste richieste? – a: – Lei non ha scelta!
Whitlaw alzò una mano. – Per favore... vorrei che deste un'occhiata a questa lista. La maggior parte delle vostre lamentele sono giustificate, ma dategli un'altra occhiata e ditemi se notate qualcosa.
Beh, qualcuno non è molto importante – disse Paul Jastrow. – Per esempio la numero sei. Non strappare più camicie. Forse è importante per Doug... ma per tutti gli altri?
Janice disse: – E altre sono ripetitive... per esempio il diritto di potersi esprimere liberamente comprende quello di riunione, quello di parola e quello di stampa. Mi pare che non ci sia bisogno di elencare gli ultimi tre, no?
Si sentirono altre voci fare nuove proposte. Whitalw dovette alzare la mano per ottenere silenzio. Disse: – Avete tutti ragione, naturalmente. È importante essere protetti in ogni situazione, sia che lo specifichiamo o no. Mi sembra che quello di cui voi sentite il bisogno è una specie di ombrello al riparo del quale poter lavorare... una legge per tutti gli usi.
Ci lasciò discutere per qualche momento poi ci riportò al nocciolo del problema. – Le vostre richieste sono valide. Studiate di nuovo le regole che avete formulato e guardate se potete riassumerle in una o due frasi.
Facemmo come ci aveva detto. A un certo punto con un po' d'aiuto da parte sua arrivammo a: “Il governo sarà responsabile delle sue azioni davanti al popolo. Il popolo avrà il diritto di esprimere liberamente il proprio dissenso.”
Congratulazioni – disse Whitlaw sorridendo. – Cosa succede se ora rifiuto di accettare le vostre richieste.
Lei non ha scelta – disse Mariette.
Perché no?
Perché se non lo fa, noi ci ribelleremo di nuovo.
Ho capito. E se io arruolo qualche altro calciatore?
Ma lei non può arruolarne quanti ne vuole.
Imporrò nuove tasse.
Queste parole provocarono immediatamente la reazione di uno dei ragazzi che non erano stati espulsi. – Dove posso firmare per aderire alla rivoluzione?
È questa la ragione per cui lei non ha scelta... i cittadini si rifiutano di pagare le tasse.
Hai ragione – disse Whitlaw. Tornò verso la cattedra. – Va bene, allora... siamo d'accordo su questo punto? Se un governo non è responsabile davanti ai suoi cittadini, i cittadini hanno il diritto di togliergli il potere... con qualunque mezzo.
Tutti annuirono.
Mmm... il trucco è proprio nelle ultime parole. “Con qualunque mezzo.” Naturalmente. Compresa la ribellione aperta. E allora il terrorismo? E l'assassinio? In che momento decidete che queste azioni sono necessarie?
Paul Jastrow era ancora teso. Disse: – Quando non c'è altra via d'uscita.
Va bene, parliamone. La vostra ribellione era giustificata?
Tutti annuirono.
Perché io non volevo ascoltare quello che volevate dire, giusto?
Di nuovo tutti annuirono.
Whitlaw disse: – Supponiamo che io installi una cassetta per i reclami. La ribellione sarebbe ancora giustificata?
Ci fu un momento di pausa di riflessione. Alzai la mano. – Che cosa ne farebbe dei reclami messi nella cassetta?
Whitlaw ghignò: – Li butterei via tutte le sere senza leggerli.
Allora sì... – dissi. – La ribellione sarebbe ancora giustificata.
E se invece li leggessi?
E poi cosa farebbe?
Niente.
Allora la ribellione sarebbe ancora giustificata.
E se facessi qualcosa solo rispetto alle cose su cui fossi d'accordo? Quelle che non mi disturbano troppo?
Ci pensai un momento. – No, non sarebbe ancora sufficiente.
Whitlaw era esasperato. – Ma allora cosa pretendente?
Che le nostre lamentele siano prese seriamente in considerazione.
Ahhh... adesso cominciamo a ragionare. Cominciate a capire? Le vostre convinzioni sono corrette, ma non valgono nulla se non esistono garanzie che le sorreggono. Che tipo di sistema chiedi... mmm, McCarthy, vero?
Sissignore. Che ne dice di una commissione di arbitraggio formata da tre studenti? Lei ne sceglie uno, noi scegliamo il secondo e i due scelgono il terzo collega. L'associazione di cui fa parte mio padre adotta questo sistema in caso di disaccordi.
Va bene, allora io prendo la decisione di attuare questo sistema.
No signore, dobbiamo votare. Dobbiamo essere d'accordo tutti. Altrimenti saremmo ancora sotto una dittatura.
Whitlaw annuì e guardò il suo orologio. – Congratulazioni. In meno di un'ora abbiamo ricostruito più di mille anni di storia dell'umanità. Avete abbattuto un governo, formulato la base per un nuovo sistema politico e creato un sistema giudiziario che lo applichi. Oggi abbiamo fatto un buon lavoro.
Suonò la campanella. Avevamo utilizzato tutti i novanta minuti di lezione. Mentre cominciavamo a raccogliere i libri, Whitlaw alzò una mano. – Un momento. Restate seduti. Oggi salterete la prossima lezione. Non vi preoccupate, i vostri insegnanti sono stati avvertiti e sanno che non devono aspettarvi. Qualcuno deve fare pipì? Va bene, dieci minuti di intervallo. Vi aspetto pronti a ricominciare alle undici e quaranta.
Quando riprendemmo la lezione Joey Hubre fu il primo ad alzare la mano. – Quando riavremo indietro i nostri soldi?
Whitlaw lo guardò sarcastico. – Ma non hai ancora capito? Non li riavrete indietro. Il governo fa sempre sul serio.
Ma... ma... noi pensavamo che questo fosse...
Che cosa? Un gioco? – Whitlaw sembrava arrabbiato. – Ma non siete stati attenti? Era una tirannia! Avreste forse abbattuto un governo se non aveste pensato che facesse sul serio? Naturalmente no!
Ma io voglio indietro i miei soldi...
Fanno parte del tesoro nazionale ora. E se anche io volessi ridarveli, non potrei. Sono stato sconfitto. Tocca al nuovo governo decidere cosa fare dei soldi.
La classe stava di nuovo diventando nervosa. Janice si alzò in piedi e disse: – Signor Whitlaw! Lei ha sbagliato a prendere i nostri soldi!
No, non ho sbagliato... fintanto che rappresentavo il governo era mio diritto farlo. Avete sbagliato voi a farmeli prendere. Tu... – puntò il dito verso il primo studente che gli aveva dato un casey. – Hai sbagliato a darmi la prima moneta. Perché l'hai fatto?
Me lo ha detto lei.
Ti ho detto che ti avrei dato qualcosa in cambio?
No.
Ti ho detto che te l'avrei ridata indietro alla fine della lezione?
no.
Allora perché me l'hai data?
Mmm...
Me l'hai data tu. Non te l'ho presa io. Perché allora continui a dire che sono stato io a sbagliare?
Lei aveva un esercito!
Non l'avevo fino a quando voi non mi avete dato i soldi per pagarlo – disse rivolto a tutta la classe. – Il vostro solo sbaglio è stata la mancanza di tempestività. Dovevate ribellarvi quando io ho proclamato di essere il governo. Non avevo nessuno diritto di farlo, ma voi me l'avete lasciato fare. Avreste dovuto chiedere in quel momento di rispondere delle mie azioni prima che io avessi abbastanza denaro per pagarmi un esercito.
Aveva ragione. Era da quel momento che ci aveva avuti in mano. Ci sentivamo tutti un po' in imbarazzo.
Bene, che cosa dobbiamo fare ora? – domandò Mariette.
Non lo so. Io non sono più il governo. Mi avete sconfitto. Mi avete tolto ogni potere. Tutto quello che posso fare è eseguire degli ordini. I vostri ordini. Di questo denaro farò quello che la maggioranza deciderà.
Ci vollero meno di trenta secondi per far passare la decisione di chiedere la restituzione di tutti i fondi prelevati durante la tassazione.
Whitlaw annuì e aprì il cassetto della scrivania. Cominciò a contare le monete. – Mmm... abbiamo un problema... in classe siete quarantaquattro. Ma ci sono solo trenta casey qui. Come vi ricorderete, il passato governo ne ha spesi diciotto per pagare l'esercito.
Quattro ragazzi si alzarono in piedi per esprimere l'opinione che gli ex membri della Guardia Nazionale dovessero restituire i soldi. Whitlaw mise il veto. – Mi dispiace. Ma questa si chiama confisca. Vi ricordate il biglietto da cinque casey che ho preso illegalmente? Vi siete ribellati proprio perché non volevate un governo che si comportasse in quel modo. E ora invece volete un governo che faccia esattamente la stessa cosa.
Ma ora è diverso...
No, non lo è! Una confisca è una confisca! Non importa chi è che la fa... si tratta sempre di qualcuno che perde qualcosa!
Ma... allora come possiamo raddrizzare le ingiustizie passate?
Non so nemmeno questo. Adesso siete voi il governo. Ditemelo voi.
Allora perché non possiamo semplicemente riprenderci indietro i soldi?
Perché l'esercito è stato pagato secondo le regole. Hanno fatto il loro lavoro e sono stati pagati per questo. Voi non potete prendere quei soldi perché ora sono loro di diritto.
Ma lei non aveva il diritto di darglieli!
Certo che lo avevo! Io ero il governo!
In quel momento si alzò Hank Chelsea. – Un momento, signore! Credo che abbiamo capito quello che sta cercando di insegnarci. Tocca a noi trovare il modo corretto per riavere i nostri soldi, non è vero?
Se ci riesci, vorrà dire che sei più bravo di me. Sono undici anni che tengo questo corso e in tutto questo tempo non c'è mai stata una classe che sia riuscita a trovare un modo, che fosse al contempo equo e legale, di prendere i soldi dalle tasche di una persona per metterle in quelle di un'altra. – Fece cenno a Hank di scendere. – Permettete che vi dica qualcosa su cui riflettere. Un governo, qualsiasi governo, non è nient'altro che un sistema per ridistribuire benessere. Prende soldi da un gruppo di persone lo dà a un altro. Quando accade che un numero sufficiente di persone non sono d'accordo su come questo benessere è ridistribuito, è il momento in cui quel governo viene sostituito da un altro che incontra il favore della popolazione. Proprio come è successo qui! Ma non si può usare il nuovo governo per raddrizzare le ingiustizie di quello precedente senza creare più problemi di quelli che si vogliono eliminare. Si finirebbe con l'avere un governo interessato solo al passato e non al presente. Ed è proprio il miglior modo di fallire. Se si vuole avere successo si devono gestire le situazioni reali, non quelle passate o quelle che vorreste che si verificassero. In altre parole, bisogna gestire solo le circostanze sotto controllo. È questo il solo modo per ottenere risultati. La domanda allora diventa: che cos'è che abbiamo sotto controllo? Passeremo tutto il resto del semestre cercando di rispondere a questa domanda. Ora però occupiamoci del problema immediato. – Aprì il cassetto della cattedra. – Ci sono trenta casey e voi siete quarantaquattro. Se decidete di non rimborsare i sei membri della Guardia Imperiale, mancano sempre otto casey. E uno di voi perderà comunque quattro casey perché gliene ho presi cinque.
La proposta di restituire a Geoff Miller quattro casey per equilibrare la sua perdita con le nostre fu discussa e approvata. Questo ridusse il tesoro nazionale a ventisei casey. Adesso mancavano dodici casey se volevamo che tutti riavessero i loro soldi.
Uno degli ex membri della Guardia Imperiale si alzò in piedi. – Ecco, restituisco i due dollari in più che mi ha dato Whitlaw. Non credo che sia giusto che io li tenga. – Dette di gomito al suo amico che si alzò in piedi. – Sì, anch'io. – Altri due ex soldati tirarono fuori i soldi, ma gli ultimi due restarono seduti in fondo all'aula con le braccia incrociate.
Li abbiamo guadagnati onestamente e abbiamo il diritto di tenerli.
Bene – disse Whitlaw. – Questo fa diminuire il debito nazionale a due casey. Niente male. Ora tocca a voi decidere a chi tocca rimetterci.
Ma non è giusto! – disse di nuovo Mariette.
Whitlaw si disse d'accordo. – State cominciando a rendervene conto. Anche se ci impegniamo al massimo non riusciremo mai a fare in modo che il governo sia equo verso tutti. Non può. Tutto quello che può fare è di essere equamente ingiusto con tutti.
Il problema immediato fu risolto quando John ci ricordò che il casey non è indivisibile. A trentotto studenti che avevano sborsato un casey ciascuno, furono restituiti novantaquattro cent. Whitlaw cominciò a rimetterli in tasca, ma Hank Chelsea disse: – Scusi... ma quello è il tesoro nazionale. Lo terrà uno di noi, se non le dispiace.
Whitlaw ce lo dette con un sorriso. – State imparando – disse.

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