Intervista a 6884

Avevo già annunciato che il mio principale proposito per le interviste era quello di dedicarmi all'ambito musicale, e dopo la prima (un po' anomala) a Parallàxis, eccoci davvero a un'intervista musicale. Il personaggio prescelto è 6884, dj e producer italiano con cui ho avuto a che fare in tempi remoti (diobono, saran passati 15 anni!?) e ho pensato potesse rappresentare un buon punto di partenza per illustrare la scena italiana dei "dj emergenti".

Non mi piace fornire la bio in apertura all'intervista, perché non voglio che il personaggio che presento sia inquadrato in partenza da un curriculum, quindi vi rimando alla pagina di 6884 (se non vi fosse ancora chiaro, questo è proprio il suo moniker: ma se per la strada lo chiamate Stefano, si gira lo stesso) e al suo profilo su Bandcamp per farvi un'idea di quello di cui stiamo parlando, e se vi va, potete poi tornare a leggere la chiacchierata mooolto informale che ci siamo fatti. Ho cercato di coprire sia aspetti più strettamente legati alla professione di dj, altri più generali riferiti alla musica elettronica, ed altri ancora del tutto estranei al discorso musicale.

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Iniziamo con una domanda quasi d'obbligo quando si parla di artisti nel campo della musica elettronica. Hai una qualche formazione musicale "classica"? Se sì, come ti aiuta nella tua produzione attuale, e se no come hai imparato a fare musica senza queste basi?
Argh, dopo tutto il tempo passato a maledire quei dj con la biografia "X si è avvicinato al mondo della musica suonando il flauto alle elementari" me la trovo addirittura come prima domanda? Sì, ho cominciato a masticare musica sin da piccino, intorno ai quattro anni, e devo dire che ne sono contento. A otto anni mi sono messo a studiare pianoforte, ma mai troppo (o abbastanza?) sul serio: se mi fossi impegnato di più, e non avessi avuto la fobia di esibirmi, avrei potuto ambire al conservatorio... e invece ho preferito rimanere per più di dieci anni al corso del dopolavoro, col maestro Gino (posso fare un saluto come in TV?). Come dicevano i Bluvertigo? "Sarei potuto diventare pianista"? Beh, poco male. Anche se non ho nessun diploma e per il buon Gino la musica contemporanea arrivava a Celentano, penso che la mia esperienza di quegli anni abbia aiutato enormemente, sia perché secondo me le idee in musica sono al 90% rielaborazione di quello che abbiamo ascoltato (ed imparato), sia perché una volta che l'idea si è formata so come metterla giù e sistemarla. Sinceramente io raccomanderei a tutti di farsi un po' le ossa su qualche strumento tradizionale, anche se posso solo immaginare quante hit (limitatamente ai nostri generi) siano state composte da gente che non ha idea di cosa siano gli accordi maggiori e minori. E fate studiare musica ai vostri figli, mi raccomando!

Dj e producer sono in teoria due figure distinte, spesso ma non necessariamente sovrapponibili, anche se oggi si tende a confonderle, tant'è che la famigerata Top 100 Dj di Dj Mag in realtà è praticamente una Top 100 Producer. Ti ritieni più abile in una di queste due attività, e in che modo una influenza l'altra?
Al di là del discutere la catastrofe sociale causata dal non saper distinguere i due ruoli, io credo di essere, specialmente ora, in massima parte un producer. Semplicemente perché essere un dj richiede un saper gestire il contatto con un pubblico, un relazionarsi con le persone in modo quasi fisico e in un intervallo dello spaziotempo ben delimitato (il set comincia a una certa ora e dura un certo tempo) a cui non sono quasi più abituato. In realtà sto cercando di ritornare "dal lato giusto della console" al più presto, anche perché penso di non essere affatto male e buona parte delle mie esperienze da dj sono state davvero fantastiche, ma non è per niente facile, specialmente quando sei uno che si fa miliardi di seghe mentali. In ogni caso non so se potrei considerarmi un "dj puro", visto che preferisco esibirmi in qualcosa che è una via di mezzo tra dj set e live, ma ne parliamo meglio dopo.  Purtroppo l'essere poco-dj vuol dire che sono spesso tra le nuvole quando si parla di che cosa va forte ora, chi è uscito su che etichette e via dicendo, e questo influenza un po' anche le produzioni, che sono più sincere ma meno vendibili: Jeff Mills ha dichiarato in un'intervista che si isola dagli altri sua sponte per non contaminare il suo stile, e l'idea mi piace... però io che non sono Jeff Mills non so se posso permettermi di dirlo. Essere un producer invece è per me un fare il tramite tra il mondo delle idee, dove vivono in forma potenziale le mie tracce, e il mondo terreno, dove quelle tracce diventano suono; è solo una questione tra me, la mia testa e il mio studio, ed è incredibilmente rilassante. Peccato per il rischio serio di scordarsi di mangiare, bere e dormire. Vorrei potesse essere il mio lavoro a tempo pieno.

Tu forse non te lo ricordi, ma io ho alcune tue vecchie tracce decisamente hardstyle, ad alto tasso di tamarraggine. Quello che suoni adesso invece è più inquadrabile nella minimal con elementi tech-house e una marcata influenza neo-trance. Oppure niente di tutto questo? In che modo definiresti il tuo genere?
Non rinnego nulla! Limitatamente alla musica elettronica, io sono partito da Gigi D'Agostino e Mauro Picotto (nel periodo Iguana e Komodo, per intenderci) per poi passare dalla trance stile Gouryella e avere il mio momento di protesta con l'hardstyle, negli anni del liceo e degli, a posteriori, insopportabili compagni radical chic. Poi vabbè, le cose cambiano ma qualcosa resta: nel frattempo "il mio genere" (ammesso che una cosa simile davvero esista) si sta definendo ma non smette mai di evolversi. Minimal, tech-house e neo-trance? Credo abbia senso, anche se preferisco spiegarmi in termini di altri artisti o etichette: in primis, mi sento vicino a cose melodiche (stile Kollektiv Turmstrasse e Stimming per dirne un paio) e atmosfere più rarefatte (Luke Hess, Echocord); in più adesso sto capendo un certo tipo di techno (Blawan, Shed, Regis) e ogni tanto mi sento di provare a parlare quella lingua lì: dai un'occhiata alla mia release su Physical Techno Records, un primo tentativo. Faccio fatica a deinirmi, o definire il mio genere, con poche parole. Visto che insisti, potrei provare con un "emotional techno", o "progressive tech-house"... però, visto? Detto così fa schifo. Accetto suggerimenti!

Insieme a Marco Mei hai fondato il progetto Bicycle Corporation. Come si lavora in coppia (dovremmo dire "in tandem?") sulla musica?
Non è un segreto che il lato tecnico delle produzioni sia completamente in mano mia anche come Bicycle Corporation, quindi da quel punto di vista non è un gran problema lavorare a distanza, ma il tandem (il senso di bicycle nel nostro nome è legato al fatto che ciascuno è una ruota della bici!) ha comunque un suo perché: Marco ha un bagaglio musicale preziosissimo, ha visto nascere la musica house e ha toccato con mano tutto quello che c'era prima. Col passare del tempo stiamo cercando di rendere Bicycle Corporation un'evoluzione di quel suono, allontanandolo da altre cose che voglio siano più personali, intime (vedi sopra "il mio genere", o il mio album, che è mio e basta) e lui sa dare una direzione a questo cambiamento. Ma soprattutto, a differenza mia, Marco è una persona con i piedi ben per terra, un'esperienza nel mondo reale (ha suonato in decine di paesi, ha visto posti incredibili, e tuttora non sta fermo un minuto) e una spigliatezza che bilanciano il mio non sapere mai bene che giorno sia.

Come ti poni, se ti poni in qualche modo, nell'eterna lotta che divide i dj tra i sostenitori di vinile, cd e laptop come supporto da usare in un dj set?
Sono sempre stato un feticista del vinile, non tanto come strumento da performance quanto come oggetto tangibile in sé, ma ad oggi ho dovuto limitare gli acquisti sia per motivi di costi che di spazio. Relativamente al cosa usare nei propri set, in approssimazione di ordine zero la mia linea guida è "fate come vi pare e non scassate la minchia". Ma nonostante sembri chiaro, ho le idee confuse anche su questa cosa. Io in questo periodo mi diverto di più a lavorare con Traktor in 4 canali, effetti esterni e via così, perché preferisco accostare più elementi rispetto all traccia che esce e la traccia che entra. Però mi è capitato spesso di sentire una differenza in termini di qualità sonora rispetto al tradizionale CDJ o vinile, e ancora non ho capito se è pura suggestione. E poi devo dire che, sarà una coincidenza o no, in nessuno dei set che mi sono rimasti veramente sotto la pelle negli scorsi dieci anni c'era traccia di computer. Sia chiaro che ho sentito molti ottimi set con Traktor o compagnia bella, ma sto parlando di quei set che quando ci ripensi ti vengono i brividi: Jerome Sydenham, Juan Atkins, Motor City Drum Ensemble. Forse l'approccio della vecchia guardia, il voler "semplicemente" farti viaggiare mettendo un disco dopo l'altro, non è del tutto sbagliato, e tutto ciò che c'è di più è "sovrastruttura e sodomia" (cit.). Però in effetti mi sono perso Sasha con 4 CDJ e 4 controller per effetti che pare essere stata un'esperienza mistica... insomma, sospendo il giudizio ancora per un po'. Nel frattempo, liberi tutti.

Hai un album pronto, ti manca solo qualcuno che te lo pubblichi. Come sai le attuali correnti di marketing impongono che dietro ogni prodotto (a maggior ragione se "artistico") esista un adeguato storytelling. Quindi storytellami il tuo album.
E che minchia vuol dire? Ah aspetta, facciamo finta che abbia capito. Questo è il mio primo album, che detto così pare "evvabbè", ma invece per fare un album bisogna sentirsi pronti, bisogna trovarsi in testa abbastanza roba da raccontare che non stia insieme con lo sputo, e io un giorno mi sono svegliato e mi son sentito pronto, quindi voilà. Ci sono pezzi composti negli ultimi 3 o 4 anni, ma la maggior parte sono freschi di Germania. La narrazione (sto usando delle parole belle? sei contento?) comincia con un'intro con cui riscaldo i suoni e comincio a creare il tessuto dello spazio su cui li stenderò, per passare ad esplorare ambientazioni dub che evolvono ed acquistano energia. Ha ancora senso? Giuro che non sto buttando lì parole a caso.

Il tuo aka da solista è 6884. Qual è l'origine di questo nome?
Oh cielo. In realtà mi chiedo sempre se sia stata una buona scelta visto che a detta di molti è difficile da ricordarsi, non evoca nulla e via dicendo, ma visto faccio una fatica mortale a trovare i nomi per i miei pezzi, figurati un nome per me stesso, per ora me lo tengo. Di solito mi piace mantenere un alone di mistero sul perché 6884, anche perché chissà che motivazione complicata si aspettano tutti, ma quasi quasi te lo dico e poi mando chi me lo chiede a leggersi l'intervista. Brutalmente detto: è la distanza tra la mia natìa Torino e Detroit, stando a non mi ricordo quale sito che calcolava le distanze tra città nel mondo. Inutile dire che nel periodo in cui l'ho scelto stavo veramente in fissa con Detroit, la Trinità di Detroit, eccetera, un po' come se fosse la Mesopotamia della nostra musica (in effetti, forse lo è). E dunque 6884 è quello che c'è (o almeno, c'era) tra me, giovane europeo-torinese dalle idee confuse, e questo strano tempio dove tre tizi pressappoco della mia età (rispetto a quando ho adottato 6884 come nome) hanno inventato la techno. Poi sarà stata un'esagerazione da ragazzino, ma anche a distanza di tempo Detroit resta per me un posto misterioso all'interno di un paese di gente strana. Rimandiamo al domanda del "come si legge 6884" alla prossima intervista, però!

Elencami alcuni dj che hanno influenzato notevolmente la tua sensibilità musicale, e che oggi sono pressoché spariti dalla circolazione.
A costo di mandare all'aria tutta la mia pretesa di serietà costruita finora, mi viene in mente solo Tony H! Faccio fatica a pensare a "quello che c'era e ora non c'è più", anche perché di recente mi affaccio così poco al mondo esterno che non so mai se non vedo tizio X da 10 anni solo perché sono 10 anni che non lo cerco. Quindi mi spiace ma qui mi merito un brutto voto perché sono stato poco attento.

Seguendoti sui social si può notare una tua spiccata vena geek, che forse devi dimostrare per contratto a causa dei tuoi studi. Ritieni che questa emerga in qualche modo nella tua musica?
Orpobò! Sinceramente spero e credo di sì: di tanto in tanto infilo spezzoni di voci che arrivano da cose decisamente quella-parola-che-hai-detto-tu (il mio album è stato composto in massima parte in periodo di infogno totale con Destiny, altro non dico), se non prendere direttamente lezioni di topologia differenziale da youtube come base parlata  ma d'altra parte la nostra musica riflette chi noi siamo, ed io sono uno cresciuto a DeLorean e matematica (e versioni di greco). Credo che anche il mio approccio alla produzione sia molto così, tecnico-onanistico da un lato e con sentori di arte classica dall'altra: creo catene di effetti infinite, uso analisi di spettri e menate irrilevanti, ma al contempo mi preoccupo di Ringkomposition, richiami tematici e... vedi? Non hai già voglia di menarmi? C'è ancora margine di peggioramento, però. Magari prima o poi mi dedicherò alla musica per gatti, o diventerò un nuovo deadmau5 (dio quanto amo quel disgraziato!)

Attualmente vivi in Germania, dove stai completando i tuoi studi di matematica. Perché hai deciso di seguire la fuga di cervelli, e che differenze noti rispetto a quando vivevi in Italia, anche (ma non solo) per quanto riguarda la scena musicale?
Ero qui a Colonia per un dottorato in informatica (ma come matematico, specifichiamo) e perché la mia bella era, appunto, tedesca. Dopodiché il dottorato è andato a carte quarantotto, e da quel punto di vista vorrei di gran lunga essermene rimasto a Torino; la bella è diventata una bella ex, ma io sono rimasto innamorato della città e ho deciso di fare di tutto per restare qui, cosa che per ora sta funzionando.  Detto questo, di cui sicuramente sarà fregato a molti, posso dire che qui siamo in un altro mondo: almeno nel piccolo angolo di Colonia in cui mi sento di casa, avverto un senso civico e civile diverso, la gente non è in una eterna competizione contro chissà chi e chissà che cosa per essere i più fighi, i più tosti, i più minchia-oh. E questo si vede anche nella scena musicale, che mi sembra nel complesso enormemente più rilassata e concentrata sulla musica: non c'è la guerra tra organizzazioni a cui ho assistito così di frequente a Torino, forse perché è più facile sopravvivere, perché la musica elettronica non è vista come una devianza per impasticcati ma un lavoro a tutti gli effetti. Il clubbing qui è un fenomeno più trasversale, c'è gente di ogni età, razza, classe e allineamento, mentre il pischello smascellante che vuole attaccarsi a tutti i costi è una rarità. Per carità, la mia esperienza è limitata, non credo che tutta la Germania sia così, e in fondo anche qui non è il paradiso terrestre, ma per me ci va vicino abbastanza.

Racconta un aneddoto relativo al tuo ambito professionale (musicale o accademico) che abbia un retrogusto agrodolce.
Ma è tutto così agrodolce... fammi pescare un ricordo: siamo ai tempi di Myspace, io ho da non molto cominciato col genere di musica che faccio ora (nel senso: basta hardstyle) e come per miracolo sto vincendo un po' di remix contest su quel gran sito che era FOEM.info. Tramite Myspace trovo un altro contest, per remixare una traccia di Moussa Clarke. Il pezzo originale mi piace davvero tanto, sono così ispirato che mando due versioni... e vincono tutte e due! Mi godo i miei quindici minuti di gloria, e vuole il caso che in quel periodo dovessi passare una decina di giorni in Norvegia per uno scambio, in una casetta lontana dal mondo e da internet. Bella esperienza, un sacco di neve, senonché la prima volta che mi riconnetto trovo tra i messaggi di Myspace di ormai quasi due settimane prima: "Ciao, sono Tiger Lou, ti scrivo dalla Svezia e mi piacerebbe avere un tuo remix". Inutile specificare che l'ho letto troppo tardi e il treno era ormai bell'e perso. D'accordo, non è un granché come storia, ma pure tu che te ne esci co' 'ste domande... Sarebbe molto agrodolce anche la storia del mio dottorato, ma non gliene fregava niente a nessuno una domanda fa, non vedo perché dovrebbe esser cambiato qualcosa ora.


A questo punto direi che ci siamo, abbiamo dato un quadro abbastanza ampio di te e del tuo lavoro. Saluta tutti i lettori che si stanno ancora chiedendo chi sei e che ci fai qui!
Davvero qualcuno è sopravvissuto fino a qui? Beh allora ciao mamma! Nel caso ci fosse anche altra gente, hey! Andatemi a mettere like su Facebook, che certamente si tramuterà in pizze e altri generi di primo conforto. Purtroppo, se vi state ancora chiedendo che ci faccia io qui, devo confessare che non lo so poi bene nemmeno io. Però, già che ci sono, cerchiamo di fare qualcosa di bello.

Coppi Night 22/05/2016 - The Box

Avevo già visto questo film qualche anno fa ma l'ho riguardato volentieri, convinto che potesse essere uno di quei film che beneficiano della seconda visione. Infatti, se c'era qualcosa che non mi era del tutto chiaro, a questo giro The Box mi è parso più lineare. Cioè, nei limiti di quanto possa essere lineare un film in cui la cabina di teletrasporto è una vasca d'acqua senza pareti e quando arrivi a destinazione ti allaga la casa.

La trama parte in modo intrigante, con la consegna di questa "scatola" che contiene il pulsante che permette a chi lo preme di guadagnare un milione di dollari. E far morire qualcuno, da qualche parte nel mondo. Da qui si sviluppa poi una serie di ricerche, indizi e situazioni surreali che non sembra seguire un preciso filo logico, anche se l'ossatura della storia regge. Basato su un racconto di Richard Matheson (che non ho letto), il film ha un'aura di science-mistery, con forze oscure e al limite dell'occulto in azione, entità quasi onnipotenti in grado di manipolare la materia e la mente a piacimento. C'è anche un riferimento esplicito alla terza legge di Clarke, quella che dice "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistiguibile dalla magia", assioma che funziona come un jolly in quelle scene che obiettivamente non hanno un senso compiuto. Sembra a volte di trovarsi a guardare un Lynch o un Tarkovskij, impressione che si può ricavare occasionalmente anche in Donnie Darko, opera dello stesso regista.

Il film per non è completamente chiaro nell'esposizione, e non tutti i dettagli della storia sono resi espliciti (per questo volevo rivederlo), ma si capisce anche che non si tratta di superficialità, ma di una precisa scelta narrativa. Quello che non garantisce con la linearità, lo guadagna con atmosfera e fotografia, eccellenti nel tenere vivo l'inteesse, insieme all'accumulo di momenti WTF!? che scandiscono tutta la durata del film. The Box rimane quindi un film particolare, sottilmente ermetico, ma di notevole impatto.

Disco Mastelloni chiude

Potreste aver notato una certa carenza di post dedicati agli ultimi acquisti musicali, e c'è un motivo. Il motivo è che negli ultimi mesi Disco Mastelloni, lo storico negozio nel centro di Firenze che da diversi anni (così a memoria, 12-13) era il mio punto di riferimento, ha avuto qualche tentennamento e infine, poche settimane fa, ha chiuso.

Non si tratta di una delle tante storie della crisi. Certo come tutte le attività ha sofferto negli ultimi anni, ma il mitico Roberto Bianchi, che dirige il negozio da più di trent'anni, ha continuato a lavorare con passione ed entusiasmo per tutto questo tempo, riuscendo a fare del suo negozio un punto di riferimento per tutta la club culture italiana e non solo. Sono stati seri problemi di salute a costringere Roberto ad abbandonare l'attività, non essendo più in grado di seguirla come merita a causa delle frequenti e invasive cure a cui è sottoposto da alcuni mesi a questa parte.

Con Disco Mastelloni se ne va una parte importante della mia formazione musicale. Roby è stato un personaggio fondamentale nell'evoluzione dei miei gusti, è stato grazie ai suoi consigli e alle lunghe chiacchierate che ho ampliato e affinato i miei interessi, è con lui che ho scoperto e iniziato ad accumulare vinili, ed è lui ad avermi fornito tutta l'attrezzatura che si trova nel mio piccolo "studio" musicale. Mi sento un po' perso adesso, perché non so bene a chi rivolgermi per continuare ad acquisire nuova musica. Cioè, ovvio, so acquistare un cd su amazon o un vinile su decks, ma non è la stessa cosa che trovarmi da Roberto, ascoltarlo su suo impianto, ragionarci su e infine (come sempre) portarmelo via.

Ho visto Roberto passando per un saluto in occasione della presentazione del mio libro alla Feltrinelli di Firenze, a metà aprile. L'ho trovato affaticato e depresso, una condizione che mi aveva dimostrato, nonostante le difficoltà che la gestione di un negozio così di nicchia comporta giorno per giorno. Temo purtroppo che non lo vedrò più, anche se ho provato a contattarlo.

Non so se qualcuno rileverà Disco Mastelloni e lo riporterà in attività, nei prossimi tempi. Confesso di averci pensato anch'io, ma non ne ho assolutamente la capacità, sarebbe un'idea campata in aria. E comunque non mi sentirei degno di sostituire Roberto. In ogni caso, non sarà più la stessa cosa.

Ne approfitto, se non dovessi averne altra occasione, per fare a Roby tutti i miei migliori auguri, e per ringraziarlo pubblicamente per tutto quello che è stato per me in questi anni.

Coppi Night 15/05/2016 - Sanctum

Non credo di essere claustrofobico, o almeno le occasionali esperienze di spazi ristretti e chiusi in cui mi sono trovato (ascensori, sgabuzzini, bagagliai) non mi hanno provocato nessun turbamento. Ma se penso ad infilarmi dentro tunnel bui e stretti, in cui si può solo strisciare e soprattutto è impossibile girarsi e tornare indietro, allora un po' di angoscia mi viene. Per questo una delle poche cose che riesce davvero a inquietarmi è vedere gente che si infila in questi cunicoli della morte, azione che a mio avviso non può essere giustificata da nessun motivo in questo universo.


Se poi a tutto questo si aggiunge anche l'acqua, e si parla quindi non solo di caverne, ma di caverne subacque, allora vabbè, mi volete davvero far venire il crepacuore. Ho approcciato quindi Sanctum con una certa ansia, aspettandomi di seguire la storia con difficoltà ed essere costretto a distogliere lo sguardo di tanto in tanto.

In realtà sono rimasto in parte deluso (il che implica anche sollevato), perché le sequenze claustrofobiche non sono così frequenti, e il pericolo maggiore in questo tipo di esplorazione è rappresentato più dall'assenza di ossigeno e la necessità di rimanere in apnea. Anche questo sarebbe stato una buona base per una storia cardiopalmica (odio questa parola, nda), il problema è che oltre all'esplorazione di grotte sconosciute non c'è una vera storia che sostenga la trama. Le dinamiche tra i personaggi sono poco sviluppate, al di là di un fin troppo didascalico contrasto padre-figlio che in effetti sa molto di periodo emo-adolescienziale da parte di quest'ultimo. Gli altri sono redhirt più o meno evidenti, e anche quello che diventa il principale "avversario" non riesce a essere credibile nel suo ruolo.

Insomma, se si esclude la spettacolarità delle scenografie (probabilmente apprezzabile solo al cinema e in 3D), non rimane così tanto in grado di coinvolgere. Pertanto continuo a reputare The Descent, che invece faceva un eccellente lavoro proprio sui personaggi, come miglior film che vorrei tanto rivedere ma non so se riuscirei a farlo.


Rapporto letture - Aprile 2016

Solo tre libri letti ad aprile, in buona parte perché non sono cascato benissimo con le scelte e la ettura è proceduta un po' a rilento. Analizziamo i singoli casi.

Il primo libro letto è The Bees, dell'autrice Laline Paul. Uno di quegli acquisti d'impulso, visto che non so niente dell'autrice e non avevo mai sentito parlare del libro, ma un po' perché mi piaceva la copertina, un po' perché punto da qui a vent'anni di mettermi a fare l'apicoltore, ho ceduto e l'ho letto quasi subito. The Bees è la storia di un'ape, Flora 717, che seguiamo per tutta la sua pur breve vita all'interno dell'alveare. Flora è nata nella casta più bassa di tutte, quella delle addette alla pulizia, ma si trova a passare di giorno in giorno a diverse mansioni, conoscendo gradualmente tutti gli aspetti della complessa società delle api. L'idea di base di questo romanzo mi piace molto, tuttavia non sono riuscito ad appassionarmi tanto, soprattutto perché sembra che Flora vaghi da un posto all'altro senza un reale obiettivo, ed è solo nelle ultime 50-60 pagine che qualcosa di più concreto fa smuovere la trama e porta al finale. Inoltre ho avuto qualche problema nell'assecondare il livello di antropomorfizzazione delle api: mi sta bene che le api parlino tra loro, ma a volte hanno degli atteggiamenti che proprio non corrispondono alla loro anatomia (ad esempio piangere), e i termini usati per descriverle spaziano da quelli entomologici a quelli umani. Insomma, c'è una buona idea di base ma lo svolgimento mi è parso confuso, poco focalizzato, e il libro ne perde molto. Non mi è dispiaciuto, ma avrebbe potuto essere molto meglio di così. Voto: 6.5/10

Passiamo poi a una delle raccolte annuali di RiLL, quella del 2015 intitolata Non di solo pane, dal titolo del racconto di Davide Camparsi vicintore del premio omonimo. Come sempre, i racconti che emergono dal Trofeo RiLL sono di un livello molto alto, e riescono a rappresentare sfaccettature diverse e interessanti della narrativa fantastica, intesa in tutti i suoi generi e registri. Oltre al racconto del titolo, notevoli sono quelli riportati da altri concorsi simili in giro per il mondo, come Il negozio di bottiglie e Mendoza si aggiustò la frangetta. Le raccolte di questa serie sono uno dei migliori esempi di narrativa breve, e negli ultimi anni stanno ancora migliorando. Consigliato questo quanto i precedenti. Voto: 7.5/10


L'ultimo libro che ho letto è stato un "classico" della space opera: Ragnarok di Tom Godwin. Ora, forse il romanzo non mi è piaicuto tantissimo, ma rappresenta per me una svolta importante: per la prima volta nella ia vita infatti, ho smesso di leggere un libro prima di terminarlo. L'edizione Urania contiene infatti due romanzi, Ragnarok e il suo seguito Gli esiliati di Ragnarok. Finito il primo, avendo capito qual era il tenore, ho deciso che non valeva la pena leggere il seguente. Non posso in realtà dire che sia un romanzo brutto, è una sorta di space opera/survival/planetary romance che segue un piccolo gruppo di umani abbandonati su un pianeta inospitale, che nel corso delle generazioni impara a sopravvive e sfruttare le poche risorse a disposizione per creare una nuova società e vendicarsi dei loro oppressori. Come storia avventurosa funziona più che bene, ma non è il tipo di lettura che mi interessa, almeno in questo momento, per questo mi sono fermato alla prima parte. Voto: 6/10

Il target di Salvini

Una decina di giorni fa è uscito con gran clamore "il libro di Matteo Salvini", che metto virgolettato perché è chiaro che il libro non l'abbia scritto lui ma i due ghost writer che figurano tra gli autori (un po' come tutte le autobiografie in terza persona dei vari personaggi politici, sportivi, dello spettacolo ecc). Del libro non mi interessa nulla e in questo post non dirò niente in proposito all'oggetto in sé, quindi se cercate un commento andate da un'altra parte.

Per esempio, andate su Amazon, e dove sennò? Qui infatti, a pochi giorni dalla pubblicazione, sono presenti già quasi duecento recensioni, che assegnano per la maggior parte 1 stella con gran disappunto oppure 5 stelle in senso ironico.

Ecco qualche esempio, ma se scorrete la pagina ne troverete a decine simili:

Sicuramente uno dei miei libri preferiti, secondo solo al Mein Kampf 

Il libro fa finalmente luce sull'ideologia politica di questo personaggio controverso, poi inizia la parte scritta.

Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e ha fallito. Matteo Salvini, grande scrittore padano, è riuscito nell'ardua impresa.

Sono rimasta estasiata dal poliedrico impiego di questo item. Da schiacciamosche a gamba del tavolo. Da sottopentola a fermaporte.

Il vero problema commerciale è che la carta igienica costa meno.

Ora, ammetto che alcune sono divertenti e argute (la maggior parte in realtà è piuttosto monotona, si fa il raffronto con la carta igienica una volta ogni tre), ma quello che mi fa riflettere non è tanto il presunto oltraggioso contenuto del libro, quanto le reazioni che questo ha suscitato. In particolare: perché 200 persone si sentono di dovere commentare in modo piccato, più o meno spiritoso, qualcosa che evidentemente non rientra tra i loro interessi, qualcosa per cui sanno già in anticipo di provare avversione? È una cosa che avviene per molti (tutti?) i prodotti di intrattenimento: film, libri, serie tv, videogiochi e dischi vengono immediatamente commentati, spesso con più fervore da chi è dichiaratamente contrario all'oggetto, senza nemmeno averlo provato.

Certo, nel caso del libro di Salvini (per comodità senza virgolette, ma fate conto ci siano) non si può parlare soltanto di prodotto di intrattenimento, visto che c'è tutto un discorso politico dietro che tende a far infuocare gli animi. Ma allora, se le reazioni sono queste, si può pensare che Salvini abbia sbagliato il target a cui indirizzare il suo libro, dato che tutti quanti i commenti sono negativi (o falsi positivi)? Possibile che abbiano preso una tale cantonata, da pubblicare un libro che nessuno apprezza? O forse, furbi quali sono, sanno che non è questo tipo di feedback quello che importa, e sanno che esiste una maggioranza silenziosa ma ben radicata che acquisterà e in qualche modo sarà soddisfatta del libro?

Questo porta a pensare a quanto sia davvero importante questo tipo di feedback. Le recensioni su Amazon e portali simili sono realmente valide per capire come il pubblico percepisce il prodotto, o forse sono più un'indicazione di come il pubblico vuole essere percepito riguardo quel prodotto? Mi sono già espresso in merito alle classifiche a stelline, e alle storture che il paradigma della top100 comporta. Ma in un'epoca in cui pare che avere un'opinione, sempre e comunque, anche a priori, sia un dovere, ed esprimerla, preferibilmente con sarcasmo, sia opportuno, forse bisogna provare a cercare diversi tipi di riscontro.

Coppi Night 08/05/2016 - Deadpool

Lo so che da qualche parte ho detto che non avrei più guardato un film di supereroi, dopo l'enensima delusione di Ant-Man che tutti avevano acclamato e a me ha fatto giusto sollevare un sopracciglio. Ma il bello e il brutto del Coppi Club è che non sempre capitano dei film che vorrei vedere, visto che la selezione segue un regolamento preciso che dà al tutto una patina di democrazia liquida: bisogna sottostare alle decisioni della maggioranza (o della monetina, se la maggioranza non c'è), e può succedere che il film vincitore sia quello che io non ho mai votato. Come in questo caso.

Avevo detto basta, e sono rimasto fedele alla mia linea, pur sapendo che Deadpool era un prodotto piuttosto diverso dalla media degli altri carrozzoni supereroistici in circolo. Alla fine dei conti devo dire che non mi è dispiaciuto, anzi l'ho trovato gradevole, e riflettendoci riesco anche a individuare la causa del gradimento. Il fatto è che Deadpool non è un film di supereroi.

Tralasciamo il fatto che il protagonista stesso non si considera un eroe (per dire, pure Wolverine dice lo stesso, ma le è comunque), ma la cosa che differenzia questo film da molti (tutti?) gli altri è che non è una storia dell'eroe contro il villain che vuole conquistare/uccidere/distruggere il pianeta/presidente/continuum, ma è una storia personale, senza implicazioni di sorta per il resto del mondo (sì ok, salvo la distruzione di qualche autostrada). A Deadpool non interessa nulla di cosa il cattivo di turno ha fatto o farà, lui vuole solo raggiungerlo per sua personale utilità. Quindi pur avendo dei rimandi al resto dello shared universe (che in questo caso è quello degli X-Men), non ci viene ricordato che oh, guarda che c'è Magneto che sta distruggendo Washington, dobbiamo allearci per fermarlo!

Certamente aiutano anche le frequenti gag e le continue infrazioni della quarta parete (che a quanto pare sono tipiche anche del fumetto), con cui Deadpool si rivolge direttamente allo spettatore e commenta fatti per lui "off-universe", come ad esempio la produzione degli altri film della serie. Ammetto che è riuscito a farmi sorridere in più di un'occasione, soprattutto con queste uscite più surreali, piuttosto che con l'umorismo dark che pure non guasta.

Poi sotto al crosta rimane sempre qualche perplessità, perché non ho mica capito quali siano i suoi poteri in quanto umano potenziato (soltanto la rigenerazione, oppure anche il pacchetto forza-agilità-resistenza?), così come quelli degli altri superumani/mutanti/quelchesono. Cioè, mi sta bene che il cattivo non senta il dolore, ma quando hai una katana piantata nel femore, qualche difficoltà meccanica a muoverti dovresti averla. Allo stesso modo le due ragazze, mi sembra non sia mai chiaro che capacità abbiano (una riesce a tenere testa all'uomo d'acciaio, come ci riesce?), ma questo è un problema che sembra sia impossibile da risolvere in qualunque film di supereroi. E che mi irrita tanto, ma tanto.

Al di là di questo, rimane un film godible, non memorabile, ma che si può (finalmente) gustare senza essere continuamene rimandati a centinaia di citazioni qua e là che se non leggi fumetti dal '63 non ci capisci nulla. Non dico che lo consiglio, ma nemmeno lo aborro.

Il mostro minore

Sono stato a vedere 10 Cloverfield Lane, in una sala in cui erano presenti cinque-persone-cinque (me incluso), senza aspettarmi niente. Non mi aspettavo niente perché un film annunciato dall'oggi al domani, pur potendo contare su una legacy come quella di Cloverfield, che piaccia o no ha sicuramente lasciato il segno, è di per sé qualcosa di interessante, una mossa in controtendenza all'hype pluriennale per qualunque prodotto di intrattenimento a cui ci stanno abituando ultimamente.

Piccola parentesi: intorno alla figura di JJ Abrams si è creato una sorta di mitologia oscura, è diventato una specie di Boldrini del cinema di genere. Forse perché continua a essere collegato a opere ancora controverse, come Lost, gli ultimi film di Star Trek, l'episodio VII di Star Wars, e si è quindi fatto nemico ora un fandom ora un altro, trovandosi accerchiato da orde di fan inferociti pronti a tirare su i forconi appena lo sentono nominare. Eppure, a me pare che non ci sia qualcosa dove appare il suo nome che non sia in qualche modo degna di nota. Per cui anche senza considerarlo tra i miei registi preferiti (peraltro, da notare che per 10 Cloverfield Lane si è limitato a fare da produttore), guardo sempre con curiosità quando salta fuori il suo nome. Poi magari non mi interessa (vedi Star Trek), ma l'occhio ce lo butto. Quindi #teamAbrams for the win!

10 Cloverfield Lane è un ottimo film riguardo gli aspetti tecnici, e su questo non c'è da discutere: regia, recitazione, sonoro, fotografia, costruzione della trama. L'aspetto che però mi interessa affrontare è quello del collegamento con il film del 2008 con cui condivide il titolo. Qualcuno ha sentenziato subito che si tratta di un seguito solo nel nome (e quindi una manovra di marketing, ma di nuovo: che marketing è quello che annuncia un film a un mese dall'uscita?), ma basterebbe andare oltre il trailer per capire che non è così. Al di là della parte finale (che non rivelo) dove il collegamento appare in modo esplicito e inequivocabile, anche nel corpo principale del film si possono trovare degli elementi in comune.

Il presupposto è simile: se il mondo finisce mentre stavi guardando dall'altra parte, che cosa puoi fare? In Cloverfield avevamo il gruppo di ragazzi colto all'improvviso dall'attacco del mostro, che si trova a dover fuggire e sopravvivere senza avere la minima idea di cosa, come e perché; in 10 Cloverfield Lane il mostro ha già attaccato, a tua insaputa, e non ti resta che adattarti al nuovo stato delle cose, l'unico possibile... sempre che sia vero quello che ti stanno raccontando.

Monsters come in many forms, dice la tagline del film, e come chiave di lettura è abbastana esplicita. Il personaggio di Howard (favoloso John Goodman, di cui devo dire di aver apprezzato anche il doppiaggio italiano), il redneck complottista autoritario, potenziale rapitore e assassino, ma così competente nel garantire la sua sopravvivenza e quella dei suoi ospiti, è una figura ambigua di cui, fino all'ultimo, non sono chiare le intenzioni. Di mostri si parla, e di mostri ce ne sono così tanti, quelli giganti che buttano giù la statua della libertà e quelli che ti tengono chiusa in un bunker per la tua sicurezza. Ma anche mostri che ti fanno girare dall'altra parte, che ti fanno sprecare un biglietto dell'autobus, che ti fanno imboccare una strada o l'altra. Mostri che si manifestano in forme diverse, anche invisibili e irriconoscibili, e tra i quali siamo costretti a scegliere il male minore. Cioè, il mostro minore.

Non so se l'ideale serie di Cloverfield proseguirà, ma se dovesse usire tra qualche anno, all'insaputa di tutti, un film che riporta questa parola nel titolo (e di cui, da qualche parte, compare il nome JJ Abrams), sarò sicuramente in fila per vederlo, non importa se con sole altre quattro persone in sala, perché sui mostri non si impara mai abbastanza.

5 cose da non dire a uno scrittore esordiente

Disclaimer: voglio rassicurarvi, non è che da oggi Unknown to Millions diventa un buzzfeed con titoli acchiappacitrulli tipo "la loro reazione è epica" o "il numero 2 vi sconvolgerà". Di fatto, il post che segue non lo avevo scritto per pubblicarlo qui, era nato per finire su un blog collettivo che ha cessato l'attività. Ho pensato quindi che, piuttosto che lasciarlo orfano, avrei potuto trovargli una nuova casa qui. Ma con tutta probabilità sarà il primo e ultimo post "X cose che Y" che vedrete qui sopra. Da domani si torna ai discorsi noiosi senza elenchi puntati. Godetevela finché dura.

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La tradizione vuole che gli scrittori siano una razza volubile e permalosa. Forse in parte è vero, e magari esistono anche studi seri che dimostrano una correlazione tra certi tratti caratteriali e la predisposizione alla scrittura. Ma è altrettanto probabile che questo stereotipo si sia diffuso quando la gente ha iniziato ad accumulare reazioni di sufficienza (o anche scontrose) ai suoi tentativi di conversazione con gli autori.

Ma perché gli scrittori in genere hanno questo tipo di reazioni? Può darsi che in realtà si tratti della naturale risposta alle continue sollecitazioni, tutte uguali, che ricevono ogni volta che la loro attività diventa argomento di conversazione?

Non serve andare a intervistare i grandi della letteratura per avere conferma. In effetti qualunque giovane (in termini editoriali) scrittore “esordiente” (con tutte le riserve che si possono fare sull’utilizzo di questo termine), quando parla del suo lavoro, si trova spesso a subire gli stessi commenti, domande, battute. Sia chiaro, nessuno mette in dubbio la buona fede della controparte, che di solito ritiene di intervenire in modo amichevole, originale, anche simpatico. Il problema è che pressoché tutti gli interlocutori dello scrittore utilizzano gli stessi commenti, magari con formulazioni diverse ma sempre con lo stesso senso. Viene quindi naturale, la centordicesima volta che ci viene posta la solita domanda, rispondere con un grugnito.

Nella mia pur limitata esperienza di autore, ho già potuto riscontrare questa cosa. Pur essendo uno che tende a tenere per sé le sue attività letterarie (nel senso che non sono di quelli che si presenta dicendo “Piacere, scrittore”), ci sono situazioni in cui l’argomento è inevitabile: presentazioni, premiazioni, convention, spedizione di manoscritti via posta… in certi casi appare evidente a tutti di trovarsi davanti a uno scrittore, e allora scatta uno dei soliti commenti. Personalmente, i più ricorrenti (e di conseguenza i più odiosi), sono questi cinque.


    “Dovresti scriverci un libro”

Questa credo che sia la più ricorrente, anche perché una volta che l’interlocutore ha acquisito la nozione che scrivi, potrà ripresentartela in ogni occasione gli capiti qualcosa di interessante. Di solito viene proposta come nota finale al racconto di un aneddoto, a significare qualcosa del tipo “che cosa straordinaria che mi è successa”. Spesso poi l’evento eccezionale che merita di essere narrato è aver trovato il carrello della spesa con la monetina già inserita.

Si presenta anche nella variante “ho avuto un’idea straordinaria per un libro ma non so scrivere, te la racconto così la scrivi tu”. Purtroppo no, non funziona così. Le idee, anzi, sono la parte più facile. Se avessi una macchina da scrivere telepatica in grado di buttare giù in forma organica tutte le idee che vorrei sviluppare, sfornerei un libro alla settimana.

La risposta più efficace in questo caso cenno affermativo e un mezzo sorriso. Imbarcarsi a spiegare come si arriva alle idee da sviluppare e cosa comporta lavorare su un testo risulterebbe presuntuoso, quindi meglio evitare.


    “Mi fai avere una copia?”

Il verbo "regalare" di solito non lo usano, ma è sottinteso. Perché se vuoi una copia, sai già dove acquistarla. Ma se la chiedi a me in questo modo, stai ambiguamente chiedendo che te la regali, o almeno che te la presti per farti valutare se valga davvero la pena. La formula è anche usata, magari in buona fede, come forma di cortesia. Come dire “rispetto il tuo lavoro e voglio dimostrarti che mi interessa”, ma in questi casi di solito non è così, il libro regalato finirà nel portariviste dell’ingresso e li rimarrà fino al prossimo trasloco.

La risposta, subito pronta, deve essere “il libro lo trovi qui”, citando un sito, una libreria, o il banchetto a venti centimetri dietro di lui. Sconsigliato portare con sé le copie dell’opera, perché si rischia che passino di mano senza nemmeno accorgersene. E poi se insegui il malfattore e reclami l’importo dovuto, passi per venale o simoniaco.


    “Fammi un autografo così lo rivendo quando diventi famoso”

Anche questo è un tentativo di battuta che diventa irritante molto presto. Certo la richiesta di dedica e firma fanno sempre piacere, e questa formula può essere anche un augurio di un rapido successo. Ma a volte quel quando diventi famoso può essere inteso come una presa in giro, un “sì, vabbè, come se ti potesse mai prendere in considerazione qualcuno”. Che poi è anche vero nella stragrande maggioranza dei casi, ma se mi stai esprimendo apprezzamento non dovresti farmi notare che sono l’ultimo degli imbecilli. C’è anche da considerare che la frase sottintende un certo disinteresse per l’opera in sé: “di questo libro me ne frega il giusto, per cui sarò pronto a rivenderlo appena sarà vantaggioso”.

Una risposta sagace sarebbe “ok, poi tu lo fai a me così se tu diventi famoso io divento ricco”. Rivoltando la cosa l’interlocutore dovrebbe capire il senso sminuente della sua frase, ma al solito, si risulterebbe alquanto spocchiosi. In alternativa, procedere a dedica incomprensibile in modo che nel malaugurato caso in cui il successo arrivi davvero, il simpaticone non possa trarne alcun guadagno.


    “Quando esce il film?”

Anche questa a una prima analisi può sembrare una domanda innocua, e persino benaugurate. Se vuole sapere quando uscirà il film tratto dal tuo libro, vuol dire che si aspetta che abbia un successo tale da richiamare l’attenzione di produttori cinematografici.

Ma sta anche alimentando il circolo vizioso per cui il valore di un’opera si misura dalla sua popolarità, perché film tratti da libri che hanno venduto quaranta copie se ne vedono pochi. Sta, anche in questo caso, insinuando che il libro di per sé non suscita un grande interesse, ma se ci faranno un film, allora, beh, è un altro discorso.

Per carità, sarebbe grandioso un film ispirato a una tua storia. Ma è un’eventualità così improbabile che parlarne è come chiedermi quand’è che diventerai re del Congo. Tu lo sai, e lui sa che lo sai. Quindi, anche stavolta, sotto sotto ti sta sfottendo.

La risposta adatta è ammettere che ci vorranno degli anni prima di poter vedere il film, perché James Cameron è entrato in conflitto con la casa di produzione e ora si stanno contendendo tra loro i diritti con aste milionarie che finiranno per ritardare l’inizio delle riprese.


    “Ti faccio leggere una cosa che ho scritto io”

Tra tutte, questa è forse la più imbarazzante. Ha una frequenza altissima, perché ormai è noto che siamo tutti scrittori. E il giovane (editorialmente) scrittore ha l’ingenua speranza di aver finalmente trovato qualcuno che condivida i suoi sogni, capisca la sua passione e possa aiutarlo nell’impresa. Perché solo parlando con qualcuno che Ha Pubblicato, è convinto di poterne in qualche modo assorbire le capacità e l’esperienza.

Quindi non è facile rispondere “no, guarda, lascia stare, non mi interessa, non ne avrei il tempo e comunque non posso esserti utile”, perché il rischio è quello di stritolare le legittime aspirazioni di qualcuno che vuole provarci. In un mondo ideale tutti gli scrittori sarebbero fratelli, ma non è così. Non per una questione di concorrenza, il mors tua vita mea in questo settore vale fino a un certo punto (anche se molti in effetti sono convinti del contrario). Ma ci sono così tante sfaccettature, così tanti approcci al mestiere, così tante sottoculture spesso impegnate in lotte fratricide, che davvero, un autore che già arranca per sé non ha le risorse per dedicarsi a quanti gli si propongono come apprendisti.

Plurale, perché non sarà un caso isolato. Nel fitto sottobosco degli aspiranti scrittori la notizia di un nuovo autore sul mercato si espande rapidamente, e presto tutti sapranno che Hai Pubblicato. Attualmente ricevo in media 2-3 richieste al mese di letture, recensioni, opinioni, suggerimenti. Di solito rispondo che, con calma, proverò a fargli sapere qualcosa, ma non prometto niente.

Credo che non ci sia risposta migliore, come compromesso tra onestà ed empatia. Siamo tutti stati degli scrittori aspiranti con il curriculum vuoto, piange il cuore a non concedere nemmeno un appello. Ma è bene che anche le nuove leve imparino che le porte di solito sono chiuse, e spesso anzi ti si chiudono sul naso.


Ci sono sicuramente altre frasi ricorrenti e altrettanto odiose, ma nella mia esperienza queste sono quelle più gettonate. Se avete altri esempi, o suggerimenti di valide risposte a quelli qui elencati, condividete pure.

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