Nel nome del Dottore: commento al season finale di Doctor Who

Anche io sono "Il Dottore". Oltre ai vari altri moniker con cui sono conosciuto in giro, c'è anche gente che mi chiama così, davvero. L'origine del nome si perde ai tempi della mia laurea ed è in parte dovuta alle ingenti dosi di prosecco con le quali mi sono riempito, che mi incoraggiavano a ostentare il mio appena acquisito titolo accademico. Questo tanto per precisare che se scrivo questo post è perché mi sento in qualche modo personalmente legato al tema in questione.

Per questo e per un'altra ragione. Per la frase:

The name you choose is like the promise you make

Queste parole pronunciate dal Dottore nel finale di The Name of the Doctor, season finale della settima serie "moderna" di Doctor Who, hanno per me un valore immenso, e pertanto mi sento in dovere di difenderle.

Pur seguendo Doctor Who da diversi anni, non ne ho mai parlato prima sul blog, principalmente perché sul web ci sono centinaia di siti, forum, portali e blog che ne parlano più puntualmente e approfonditamente di me, per cui il mio contributo sarebbe pressoché nullo (mentre invece si parla troppo poco di Futurama, soprattutto in Italia, e allora sono a fare lo sforzo di raccontarvelo).  Faccio oggi un'eccezione perché, al di là di cosa si può pensare dell'ultima stagione dello show, o di questo episodio in particolare, credo che il tema di fondo che emerge dal finale sia davvero importante. Se non seguite la serie molti riferimenti vi saranno oscuri, ma penso che potrete comunque seguire il senso ultimo del post.


Spoiler alert: da qui in poi parlo apertamente del season finale, quindi se non l'avete visto, guardatelo e poi tornate.


Molti fan di Doctor Who hanno criticato l'impostazione di questa ultima stagione, e ci sono moti di scontento da più parti anche per l'ultima puntata. La colpa principale viene attribuita a Steven Moffat, headwriter della serie dalla quinta stagione in poi, ritenuto troppo impostato sulla sorpresa-a-tutti-i-costi, attento più ai cliffhanger che alla trama e alla continuità della serie. In generale, credo di poter comprendere questo atteggiamento: Moffat infatti si prende una notevole libertà nell'inserire nuovi elementi centrali e farne il punto di svolta delle sue storie: basta pensare a River Song, i Silence, i nuovi Dalek, Clara. A molti fan, soprattutto quelli di vecchia data, affezionati alla serie "classica" (quella iniziata nel 1963) questo approccio non piace, perché giudicato irrispettoso della tradizione dello show.

A questo proposito, credo che vada fatta un'importante considerazione. Doctor Who non è mai stata una serie che puntasse alla coerenza interna. Per la sua stessa origine, non c'è mai stato un "arco narrativo", una storia dietro la storia univoca e inattaccabile, da svelare passo per passo. Tutt'altro! Da un po' di tempo, ho iniziato a seguire proprio i vecchi episodi, quelli che iniziano con William Hartnell (sono attualmente arrivato al 1972, con il Terzo Dottore interpretato da Jon Pertwee), e ho potuto verificare direttamente con quanta leggerezza, proprio e soprattutto nella serie classica, la continuity viene stravolta. Per fare un esempio: all'inizio non c'è niente che faccia pensare che il Dottore non sia un umano, niente più di un geniale scienziato pazzo. I Time Lord in quanto "razza aliena" fanno la loro comparsa solo nell'ultimo episodio della sesta stagione della serie, con il Secondo Dottore. Oppure: i Dalek vengono inzialmente presentati come capaci di muoversi solo grazie all'elettricità statica presente nella loro città; in seguito questo particolare viene dimenticato. I Cybermen cambiano aspetto a ogni successiva comparsa sullo schermo (pure se queste avvengono in epoche completamente diverse). Il nome TARDIS viene inzialmente presentato come un acronimo inventato da Susan, nipote del Dottore, ma in seguito anche il Master usa questo nome. Eccetera eccetera. Questo per chiarire che l'introduzione di nuovi elementi, e la retconizzazione (l'inserimento di nozioni che riscrivono a posteriori la continuità della storia) non è affatto una novità né un tradimento dello spirito della serie.

Ora, tralasciando altri aspetti come i Whispermen (che mi sono parsi piuttosto inutili, tanto valeva rimettere in gioco i Silence), il ruolo di Clara, lo "spettro" di River Song eccetera, quest'ultimo episodio introduce un importante nuovo elemento all'interno della saga: la presenza di un nuovo Dottore, una rigenerazione passata dimenticata, che non entra nel computo dei Dottori e lascia quindi invariata la posizione dell'attuale Matt Smith come Undicesimo. Il fatto che John Hurt sia il "vero" Nono Dottore è stato pressoché confermato, ed era comunque intuibile. Tuttavia, a chi protesta che questa novità sia incoerente e forzata, oltre a tutto il pappone di qui sopra, credo vada ricordato un fatto importante. Quel "il nome che scegli è la promessa che hai fatto" non è solo una frase ad effetto per giustificare un plot twist inspiegabile, ma un punto davvero centrale della storia, e della mitologia, di tutto Doctor Who. Bisogna infatti considerare che molti Time Lord, in particolare quelli "rinnegati" che sono fuggiti dal loro pianeta, si scelgono il proprio nome: abbiamo il Dottore, il Master (non dico "Maestro" all'italiana, fa troppo schifo), il Monaco, la Rani. E appunto, il loro nome non è un nome, ma un titolo, che quindi contiene una implicita dichiarazione d'intenti. Una promessa.

Sarà che ho la stessa fissazione (paranoia?), ma un nome è davvero importante, fondamentale. Quando assegniamo un nome a una cosa, gli conferiamo consistenza, lo rendiamo vivo. Personalmente è una cosa che sento tantissimo nell'assgnare i titoli ai miei racconti, e pure i nomi ai personaggi in essi contenuti. A volte, e non sto scherzando, passo intere ore a fissare lo schermo, o passeggiare per le stanze, in cerca del giusto nome, e non sono letteralmente in grado di procedere finché non l'ho trovato. Ecco perché sento tanto questo tema: il vero nome del Dottore, che sia Giuseppe Tirabuoni o Alex Rutherford, o anche Gesù Cristo di Nazareth, non è il punto. Il suo nome, quello che ha scelto, è Il Dottore, e quella cronologica nona reincarnazione della sua persona ha tradito la promessa, e pertanto non è un Dottore. Poi, certo, alla fine la scritta ci presenta "John Hurt as The Doctor", ma questa è un'aggiunta meta-testuale, serve a far capire al pubblico che sì, quello lì è una versione dello stesso personaggio interpretato da Matt Smith, e tutti gli altri prima di lui. 

Inoltre, sempre per chi ritiene che questa aggiunta sia una sovrimposizione della volontà Moffatiana, bisogna comunque ricordare che questo Nono-non-Dottore si collocherebbe cronologicamente nel gap tra il film del 1996 e la ripresa della nuova serie nel 2005. Per cui, di fatto, visto che non è mai stata mostrata la rigenerazione tra Paul McGann e Christopher Eccleston, non c'è davvero niente che viene retconizzato. La Time War che, nella storia intercorsa "segretamente" tra l'Ottavo e il presunto Nono Dottore, e che ha cancellato dall'esistenza i Time Lord, non è mai stata mostrata, ma solo riferita, per di più dal Dottore stesso (e in misura minora dal Master). Per cui, voler raccontare quella parte, che nessuno ha ancora scritto, e introdurvi un nuovo personaggio, non è affatto una riscrittura della continuity, anzi, è un prezioso arricchimento.

Ecco perché, indipendentemente dai gusti, questa nuova svolta non si può considerare uno dei tanti capricci del nuovo showrunner Moffat, adorato da tanti e odiato da tanti di più. Doctor Who quest'anno compie cinquant'anni, pur se con alcune interruzioni. È una durata impensabile per uno show televisivo, tanto più se di fantascienza, e basato quindi sulle idee, che devono essere nuove e fresche. Riuscire a mantenere vivo e vitale uno show così vecchio è un'impresa tutt'altro che banale, e richiede necessariamente alcuni sacrifici. Per cui, anche se io stesso non sono del tutto soddisfatto della "nuova gestione" della serie, ritengo che il plot twist della rigenerazione perduta sia uno dei migliori, più avvincenti e significativi mai introdotti nella serie. Poi, chiaramente, ci sarà tutto il tempo per buttare nel cesso questa ottima idea. Ma da qui a novembre, possiamo ancora sperare che la storia che ne verrà fuori sia davvero grandiosa.

2 commenti:

  1. E infatti per me Moffat, al di là di essere uno sceneggiatore enorme e inarrivabile, ha fatto grandi, grandissime cose nel cercare, più di una rivoluzione, di dare una nuova personalità alla serie, dotandola di una trama orizzontale (anche complessa e bizzarra) che si sviluppi tra un'avventura e l'altra. Il problema sta proprio in questi one shot, perché laddove con Davies (non mi sono ancora spinto indietro fino alle serie pre-2005) ogni episodio era bello e coinvolgente, mi sembra che con Moffat ogni episodio sia mediocre, se non orribile, e sia soltanto una pausa noiosa e forzata nell'attesa della continuazione della trama...

    Spero che con l'ottava stagione ci sia maggior continuità, magari anche a discapito di una trama orizzontale che, in fondo, al Dottore non è che sia realmente mai servita :-)

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  2. sì, diciamo che c'è un maggiore squilibrio tra quelli che son gli episodi "cardine" per l'arco narrativo e i "filler". mentre per dire, ci sono puntate delle stagioni passate che, pur non essendo collegate al filone principale della trama (mi vengono in mente: satan's pit, silence in the library) risultano eccezionali. forse la sceneggiatura diretta di moffat eclissa fin troppo gli episodi non scritti da lui?

    poi questa stagione in particolare credo che abbia sofferto per il fatto di essere spezzata in due, con il cambio di companion nel mezzo, il che non ha dato tempi di metabolizzare la partenza del precedente e affezionarsi al nuovo.

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