Rapporto letture - Agosto 2019

Eccoci ai libri di agosto, quelli letti durante le "vacanze", e in effetti non sono pochi, anche se in verità alcuni sono piuttosto corti e quello più lungo me lo sono tirato dietro come lettura accessoria già da mesi. Iniziamo proprio da quest'ultimo.


Non è narrativa, e già questa è un'eccezione qui sopra. È Il libro degli essere a malapena immaginabili, un bestiario moderno di Caspar Henderson, che come detto dall'autore nell'introduzione, del bestiario classico ripete l'approcio, cioè quello di parlare di animali ma di agganciare a questi anche riflessioni sulla scienza, la filosofia, l'arte e tutto il resto. In questo senso questo volume è davvero come sfogliare un'enciclopedia aprendo pagine a caso, i temi trattati sono tanti e tanto vasti che si fatica a trovare un filo conduttore. Che in realtà c'è, è appunto quello degli animali, scelti in base ad alcune loro caratteritiche che li rendono per qualche ragione incredibili. Dalle spugne agli elefanti, dai quetzalocatlus ai polpi, dai tardigradi agli umani: c'è veramente di tutto, e se anche di queste creature non viene tracciato un profilo completo, gli argomenti tirati in causa da un capitolo all'altro bastano per sostenere conversazioni in società per i prossimi due secoli. Il libro è ricco, corposo e anche costoso, ma ne vale la pena. Mi azzerderei a dire, che è ottimo anche per chi degli animali in fondo non ha gran curiosità.


Passiamo a China Miéville e il suo romanzo breve pubblicato da Zona 42. L'uomo del censimento è una storia atipica, di un autore che le storei non le scrive se non sono atipiche. Si parla di un ragazzo, scappato di casa dopo un omicido, che racconta la sua storia, ma non la racconta adesso, la racconta in seguito, con la prospettiva degli anni e narra di un paese strano, difficile da riconoscere e associare a una nazione e un'epoca precisa. Per questa stessa ragione è difficile dire se si tratti di un romanzo di genere, perché la definizione di fantascienza, o weird, o slipstream o quel che vi pare si applica male in ogni caso. Non ci sono eventi sraordinario, niente mostri o alieni, miracoli o guerre, solo una serie di avvenimenti costantemente sul filo dell'uncanny, che creano una continua situazione di angoscia difficile da dissipare. C'è forse qualcosa da capire, ma forse molto altro no, e ho come l'impressione che lo stesso Miéville non sappia del tutto cosa ha scritto, che abbia davvero aperto uno squarcio su un mondo di cui è riuscito a cogliere appena uno spiraglio prima che gli scomparisse dalla vista. Come in altri casi di questo autore, onestamente non sono sicuro se lo consiglierei, perché è piuttosto ermetico, ma ho comunque provato una malsana forma di soddisfazione nel leggerlo. Voto: 7.5/10


Breve interludio per un altro manualetto, I teoremi di incompletezza, rapida guida ai Teoremi di Kurt Godel, che mi ero già rinfrescato tempo fa con la lettura di Godel, Escher, Bach di Hofstadter. Questo volume di Gabriele Lolli è molto più tecnico, ma definisce anche meglio il contesto storico e le reazioni immediate e successive alle teorie di Godel. Se mi seguite con tanto amore da almeno sei-sette anni forse potete subodorare la ragione di questa lettura. Ma forse no, quindi passate pure avanti.






Letto in effetti durante il mio rapidissimo soggiorno fuori casa, We are all completely fine e un romanzo di Daryl Gregory, autore che mi ero ripromesso di approfondire e quindi eccoci qui. La storia inizia da un gruppo di sosteno per persone che hanno subito un trauma, con la narrazione che ad ogni capitolo si sposta da uno all'altro. Quelli che all'inizio sembrano solo personaggi un po' eccentrici si rivelano poi parte di un mondo più complesso e un progetto ben definito: c'è un cacciatore di mostri, l'unico sopravvissuto di una setta di cannibali, un ragazzo capace di vedere strane entità che accompagnano le persone, una donna le cui ossa sono state incise da un folle suprevillain. Il romanzo si trasforma gradualmente in una storia weird, via via che si scopre che ognuno di loro è sì vittima di un trauma, ma sempre derivante dall'incontro con fenomeni poco ordinari. Il finale lascia aperta la possibilità di un sequel ma ad ora non mi risulta che ne esistano. In ogni caso, Gregory conferma la mia impressione di autore capace di mouversi a cavallo dei generi, con uno stile di scrittura moderno e una capacità di dare vita a personaggi e storie memorabili. Non per nulla lo avevo citato tra i possibili autori da consigliare a chi è digiuno di fantascienza. Voto: 8/10

 

E infine abbiamo il numero 86 di Robot, che è quello in cui ho fatto la mia comparsa per la prima volta. E sarà quella cosa delle mamme degli scarrafoni, ma a me questo è sembrato come uno di migliori numeri della rivista degli ultimi tempi. I racconti sono tutti di buon livello, dal vincitore del Premio Robot di Linda De Santi, in cui viene descritto il rapporto con una fatina e altre bestie mitologiche arrivate attraverso una frattura intorno al Monte Serra, alla breve ucronia di Lavie Tidhar in cui si immagina un filone di narrativa erotica nazi vs ebrei. Senza dubbio il racconto di Greg Egan sul surrogato artificiale di attore che rimane l'erede dopo la sua morte è il più impressionante, ma da Egan ci si poteva aspettare. Anche gli articoli sono di buona qualità, con un tentativo di tracciare un percorso tra la sf e il mainstream, una prospettiva sulle sex dolls, e il profilo di alcuni operatori storici della sf italiana scomparsi di recente. Voto: 8/10

Il lettore universale live @ Mr Ibis, Roma 21 settembre

Se ne è parlato parecchio sui giornali in queste settimane, della nuova edizione de Il lettore universale uscita a fine estate, con nuova copertina e un racconto bonus. C'è stato tanto camore intorno a questa iniziativa, che insieme ai signori Moscabianca abbiamo deciso di organizzare un evento per portare il libro di fronte al suo affezionato pubblico.

Quindi ecco che il 21 settembre a partire dalle ore 18, ci troveremo al Mr Ibis di Roma, per una chiacchierata intorno a biblioteche universali, spore, immortalità e robot pistoleri. Le solite cose, insomma.


A condurre il tutto ci sarà Alberto Panicucci, presidente dell'Associazione RiLL che da oltre vent'anni si sbatte a organizzare l'omonimo premi letterario e selezionare i migliori racconti fantastici da pubblicare nella raccolta annuale. Alcuni dei racconti contenuti in Il lettore universale sono stati scritti proprio per il Trofeo RiLL, quindi è una poetica chiusura del cerchio avere lui a portare avanti la serata.

Inoltre Mr Ibis è un locale particolre, pub, caffè letterario, sala giochi da tavolo, quindi c'è di che passare le ore, anche concluso il main event. Per chi è interessato, potete aggregarvi all'evento facebook.

Leila

Che spasso questa golden age delle serie tv. Ogni settimane escono due o tre titoli diversi da bingare, contemporaneamente ne annunciano altri sette-otto, e altrettanti vengono cancellati senza troppo riguardo per la storia in corso. In quest'eterno buffet audiovisivo, già da tempo ho un atteggiamento di cauto isolamento, tenendomi a distanza dai punti in cui si affolla la ressa che puccia le mani nel vassoio senza sapere quante olive ascolane ci siano per arrivare al fondo. Molte delle serie più popolare degli ultimi anni le ho volutamente evitate, non per snobberia (o almeno non solo) ma perché c'è così tanto da mangiare che se assaggiassi tutto mi troverei subito iperglicemico.

Questo per dire che tra gli arbitrari criteri di selezione da me adottati, c'è anche quello di dare più attenzione alle cose che non provengono dal mondo anglofono. USA e UK sono notoriamente i produttori più assidui di serie tv, ma l'entrata di altri distributori nel gioco (Netflix su tutti), sta dando spazio anche ad altre Nazioni di far arrivare le loro serie su canali internazionali. Ed è proprio con questo criterio che mi sono andato a seguire serie come 3% (che nonostante il livello in calo, ha fatto da apripista a questa mia tendenza), Si no t'hagués conegut, Sintonia e infine, nelle settimane scorse, Leila.

Leila è una serie distopica indiana, che vede tra i suoi protaginisti alcune star del cinema d'oltrehimalaya come Huma Qureshi e Siddarth. Non mi aspetto che siano nomi familiari, perché il cinema indiano è una specie di realtà parallela che raramente tocca quella del cinema occidentale. La storia si basa sul romanzo omonimo di Prayaag Akbar, opportunamente adattata per la tv. Huma Qureshi interpreta la protagonista Shalini, una donna benestante nell'India pre-rivoluzione, prima che si instauri il regime dell'Aryavarta, che si basa su fondamentalismo religioso, segregazione razziale e sociale, propaganda. Nel prologo della serie Shalini, sposata con un musulmano, viene presa di mira da una banda di esaltati aryavartani: sua figlia viene rapita, il marito ucciso, e lei finisce in un centro di rieducazione per donne "impure". Qui trascorre due anni prima che la storia riprenda con il suo tentativo di fuggire dalla prigionia e andare in cerca di sua figlia, la Leila del titolo.

Volendo semplificare al massimo, si può inquadrare Leila come una versione indiana di The Handmaid's Tale. I punti tematici di fondo infatti sono molto simili: il fondamentalismo religioso al potere, la donna ridotta a ruolo di serva e procreatrice, gli inevitabili movimenti di resistenza contro il regime. Tuttavia non sarebbe corretto considerarla solo come una variazione sul tema, tanto per gli snodi della trama quanto per le differenze nell'ambientazione, che mostrando un mondo così diverso già in partenza da quello che conosciamo produce un senso di straniamento molto forte nello spettatore occidentale. La serie è ambientata in un futuro non troppo lontano, e ci sono brevissimi accenni di avanzamento tecnologico come proiezioni olografiche, ma la speculazione tecnologica non è assolutamente il punto centrale della storia, si tratta di aspetti secondari.

Un elemento di forte impatto è l'estrazione sociale di Shalini, che passa da essere tanto agiata da potersi permettere una piscina (e sulle prime si crederà che la ragione dell'attacco sia proprio questo spreco di acqua), a perdere qualunque status: nel centro di rieducazione femminile in cui passa due anni, le donne sono tanto umiliate che una viene fatta sposare ad un cane, per ribadire la sua condizione di sub-umanità. Il contrasto tra la sua vita di prima e quella di adesso emerge in diverse occasioni, e Shalini avrà modo di riflettere su come in precedenza la sua attitudine fosse tutt'altro che inclusiva e altruista. Anzi saranno proprio alcune delle azioni da lei compiute nella sua vita precedente a influenzare l'esito della sua ricerca della figlia. Nel suo viaggio nell'Aryavarta, Shalini si troverà a confrontarsi con altre persone che sono in un certo senso la rappresentazione di se stessa o di chi le stava vicino: la bambina orfana degli slum, la moglie dell'ingegnere che cade a sua volta in disgrazia, i suoi familiari e il braccio destro del dittatore Joshi, con cui ha un legame insospettato. Tutti questi personaggi hanno una loro funzione nel portare la donna a riconsiderare la vita trascorsa prima della prigionia.

Dal punto di vista tecnico la serie è sicuramente ben fatta, e un ruolo notevole lo assumono fotografia trucco e scenografie, che sono eccellenti nel mostrare il contrasto tra la realtà afosa e sudata del popolo rispetto a quella pulita e formale dell'élite. La recitazione è di buon livello, senza le teatralità che ci si può aspettare se si pensa al cinema bollywoodiano. Personalmente mi piace anche sentire gli attori parlare in hindi, con questo miscuglio di inglese dal forte accento e lingua locale.

C'è da rilevare che in patria Leila è stata accolta con parecchie critiche, perché il regime dell'Aryavarta è stato accusato di perpetrare un'agenda hindufobica, argomento a cui certe regioni dell'India sono piuttosto sensibili. Questo forse potrebbe anche influire sull'eventuale produzione di una seconda stagione, che non è ancora stata annunciata. La prima stagione finisce in un momento di altissima tensione, in cui Shalini è in bilico tra riottenere o perdere tutto, di nuovo. Sarebbe un peccato se la storia non fosse portata a compimento, ma si sa, questo è il rischio della golden age delle serie tv. In ogni caso a mio avviso la visione anche di questa prima parte merita, proprio per la prospettiva che la serie offre su una società di cui non conosciamo molto, e che in realtà sta assumendo un peso sempre più alto nell'equilibri globale.

Rapporto letture - Luglio 2019

Quelli che ho letto a luglio sono due libri per i quali ho scritto anche un articolo su Stay Nerd, per cui in parte si può già trovare lì un mio commento. Tuttavia su questo blog posso permettermi considerazioni più personali, per cui commenterò di nuovo entrambi con una prospettiva diversa.


Soprattutto sul primo ho qualcosa di diverso da dire. Si tratta infatti di Strani Mondi, l'Urania Millemondi dedicato interamente a racconti di fantascienza di autori italiani. Nell'articolo in cui ne ho parlato, ne ho fatto in realtà il pretesto per fare una panoramica sui racconti italiani di sf degli ultimi vent'anni, senza entrare nello specifico e soprattutto senza citare nessun singolo racconto o autore. Sono consapevole che questo approccio può essere stato interpretato come diplomatico (leggi "paraculo"), perché essendo in parte coinvolto in questo ambiente si capisce che non voglio pestare i piedi a nessuno, perché la mia segreta speranza è l'anno prossimo (se un anno prossimo ci sarà) di essere convocato nel dream team degli italiani su Urania. Quindi meglio starsene in disparte a guardare il carretto che passa senza dire niente di preciso, no? No. Siccome come ho scritto anche nell'articolo, uno dei passi più importanti è quello di sviluppare una critica sana e puntuale, in questa sede passerò a commentare uno per uno i racconti, magari anche solo una riga, come fatto con Prisma qualche mese fa. Certo il mio non è un approccio da critico ma da lettore e, mi azzardo a dire, conoscitore di fantascienza, anche di quella di molti degli autori qui presenti. Quindi una base minima di conoscenza per inquadrare i lavori penso di averla. Procediamo quindi in ordine di apparizione nel libro. La Guerra fredda di Abbate/Di Fazio è in pratica La Cosa riadattato nell'epoca della postverità. L'idea di fondo è buona, forse però il racconto è un po' sbilanciato con una parte introduttiva troppo lunga rispetto a quella che entra nel vivo dell'azione e rivela il tema di fondo. Sandro Battisti per me è un autore problematico, lo ammetto. Mi è capitato di leggere altro in passato, ma già all'epoca del Premio Urania di qualche anno fa condiviso con Franceso Verso, lessi solo il romanzo di quest'ultimo e saltai il suo, sapendo che mi sarei trovato in difficoltà. Con questo racconto ho provato la stessa sensazione. Una storia che pure ha un'idea di base interessante (il "ringiovanimento quantistico") ma inserita in un contesto talmente confuso e con un lessico e costruzione volutamente ostile che il lettore, soprattutto quello occasionale, si trova del tutto spiazzato. Ma non spiazzato nel senso buono, come una lettura che ti sorprende, spiazzato nel senso di privo di punti di riferimento, per cui arrivi alla fine e dici solo "boh". Inoltre la storia fa troppo affidamento sull'universo narrativo dell'Impero Connettivo, in cui il racconto è inquadrato ma che l'autore non si cura di esplicare, per cui chi lo legge senza sapere niente delle opere precedenti non può comprendere buona parte di quanto succede. Infine, mi sentirei di suggerire a Battisti di scrivere qualcosa che non contenga la parola "quantistico" o sue variazioni, i risultati potrebbero essere stupefacenti. Franci Conforti è un'autrice che si è distinta negli ultimi anni e di cui in effetti non ho letto molto. Il suo racconto Come concime ha un'ambientazione molto valida, un futuro di città viventi sorte come soluzione alla crisi ambientale, abitate da umani "normali" e mutanti di vario genere. Forse anche qui la svolta nella storia (che di per sé è fenomenale) si presenta troppo tardi, anzi proprio nell'ultima decine di righe, mentre tutta la parte precedente segue una trama investigativa che mi è sembrata solo un pretesto per far spostare qua e là il protagonista. Il racconto di Del Popolo Riolo è un meccanismo pressoché perfetto. Si presenta come una specie di Guida Galattica per Autostoppisti, con una guida turistica per alieni in visita sulla Terra (e nello specifico a Torino), ma poi ribalta tutto con un plot twist non solo efficace ma anche di notevole impatto emotivo. Nicola Fantini è un autore a me nuovo, il che non è un male. Il suo racconto mette a confronto una creatura artificiale ma dall'intelletto umano con gli umani veri e propri, che tornano a verificare lo stato di una remota base spaziale, con la prospettiva del non-umano. Niente di straordinariamente originale, soprattutto venendo da un recente rewatch di Westworld, ma la storia funziona. Di Clelia Farris c'è poco da dire, visto che la considero attualmente la migliore autrice di fantascienza in circolazione. In tutti i suoi racconti ci sono così tanti elementi da cogliere che è difficile comprendere tutto. Anche in Geografia umana ci sono accenni tanto di cambiamenti climatici, disgregazione della società, evoluzione dei rapporti umani, migrazioni, diritti umai, libertà e responsabilità personali... un piccolo mondo contenuto in poche cartelle, ma non mi aspettavo di meno. Il racconto di Fontana/Tortoreto mi è parso deboluccio. Una generica distopia con accenni di integralismo religioso, il piano per contrastare il regime, la torbida relazione tra l'agente e la ribelle, l'amore salvifico che arriva fuori dal nulla. Come ho già detto altre volte non sono uno sostenitore dell'originalità a tutti i costi (che poi manco esiste), ma se si lavora con i cliché narrativi allora bisogna compensare con personaggi memorabili, stile inconfondibile, struttura complessa, e niente di tutto questo si trova in questo racconto, che quindi risulta alla fine solo banale. Lukha Kremo va a colpi alterni, a volte scrive cose di grande livello, altre perde un po' il tiro e manca il bersaglio, ma gli va riconosciuto che punta sempre alto, quindi quando non colpisce è per eccesso di ambizione. In questo racconto dal titolo troppo lungo, una società utopica trova il suo unico sollazzo in un gioco in realtà virtuale-che-è-più-reale-del-reale, ma non si tratta di un rehash di Ready Player One. Qui c'è in effetti un senso più profondo nelle dinamiche che il giocatore deve scoprire da solo. A mio avviso c'è l'occasione sprecata per un metaracconto molto efficace, che rivela le sue potenzialità nelle ultime battute, proprio quando la storia si chiude in fretta. Fatum di Maico Morellini è un buon esempio di quello che dicevo prima per il racconto Fontana/Tortoreto: la storia dell'astronave generazionale isolata dalla Terra che lancia sonde periodiche in attesa del momento del ritorno, dove poi si scopre che la ragione dell'isolamento è ben diversa da quella presunta, non è niente di nuovo (per i profani basta l'esempio di Wall-E). Ma qui a fare la differenza è proprio il modo in cui la storia è costruita, la focalizzazione interna ai personaggi che interpretano il mondo per le loro convinzioni, la corrispondenza tra registro di scrittura e tematiche. Quindi senza aver pescato l'idea più originale del decennio, Morellini ha comunque tirato fuori un buon racconto. Piero Schiavo Campo ha scritto un racconto di protofantascienza qualcosa che si potrebbe quasi definire Borgesiano nella sua concezione, con questa IA analogica al servizio dei sultani durante le loro conquiste dell'occidente. Peccato che la storia non vada oltre la presentazione di questa idea: la cosa viene costruita, funziona troppo bene, e allora viene dismessa, manca una vera evoluzione del contesto o dei personaggi. Comunque questa reinterpretazione storica è di sicuro affascinante. Tonani presta a questo volume una storia ambientata su Mondo9, cosa che è allo stesso tempo forza e punto debole del racconto. Mondo9 è sicuramente una delle invenzioni di maggior successo degli ultimi anni nella sf italiana, ma il continuo ritorno a questo universo produce alla fine storie fin troppo simili. In questo Picadura troviamo anche Naila, protagonista dell'ultimo romanzo della serie, ma proprio perché si basa su contesto e personaggi prestati da altri lavori, il racconto è poco più di uno spin-off, una breve avventura come un episodio filler di una serie tv, non ha una sua autonomia. Inoltre anche qui, il lettore che non conoscesse già gli elementi principali di Mondo9 (navi, avvelenatori, mangiaruggine ecc) troverebbe ben poche spiegaizoni per poterlo seguire. Personalmente credo che Tonani, dopo aver raggiunto ottimi risultati con Mondo9, dovrebbe trovare il coraggio di separarsene, per non rischiare di rimanere incasellato in un certo tipo di storie e personaggi che alla lunga perdono il loro lustro. Emanuela Valentini racconta gli Hunger Games della Roma del prossimo futuro, e tutto sommato non so se è una storia abbastanza forte da reggersi da sé. Di tornei del genere ne abbiamo visti a decine, e almeno la metà delle volte quando vince l'underdog per qualche motivo si scatena la rivoluzione, come succede pure qui, anche se non mi è del tutto chiaro per quali dinamiche. Inoltre all'inizio sembra assumere una certa importanza una droga che potenzia la visione del mondo (che dà pure il titolo al racconto) ma poi la cosa non riveste importanza nel confronto finale. Credo che ci siano alcuni riferimenti alla sua precedente serie Red Psychedelia, rivisitazione cyberpunk di Cappuccetto Rosso, ma non avendolo letto non ho potuto coglierli in pieno. Comunque sono marginali, la storia fila anche senza capirli del tutto. Zona di contenimento di Claudio Vastano è un altro dei punti deboli della raccolta. Se avete presente l'episodio Hated in the Nation di Black Mirror, l'idea di base è la stessa, ma senza la parte di giustizialismo social che rende interessante quella storia. Mi è sembrato in pratica di leggere la sceneggiatura per il prologo di un monster movie, dove il primo gruppo di sprovveduti si mette in viaggio, scopre la minaccia e qualcuno ci resta secco, e poi scappa. Di fatto la vicenda non evolve oltre quel punto, affida la conclusione a un racconto a posteriori "le cose andarono così, ora invece chissà". Vietti è uno dei pochi autori che ha uno stile riconoscibile, magari non gradito a tutti, ma comunque caratteristico. Il suo racconto è di sicuro uno dei migliori della raccolta. Per certi versi, Essere ovale mi è sembrato una storia simile a quella di Il potere, ma che parte da premesse inverse (handicap vs superpotere, utopia IA vs distopia umana). Comunque un connubio quasi perfetto di potenza delle idee e umanità delle emozioni. E per finire c'è il racconto Orbita pericolosa di Alain Voudì, che se mi chiedessero di fare una classifica dell'antologia metterei al primo posto assoluto. Una storia tutto sommato semplice nello svolgimento, ma che nasconde una lore complessa e significativa. Un protagonsita normalissimo, un tizio qualunque forse nemmeno tanto sveglio, che fa solo il suo lavoro (e magari prova a farci la cresta sopra), ma che nel momento della crisi si trova a compiere una decisione dall'impatto enorme e sceglie la via del cuore. Riconosco che questo racconto mi ha commosso, l'ho sentito tanto vicino alla situazione di oggi che mi ha fatto quasi male. Per riassumere, come si vedrà ho tovato racconti buoni, qualcuno ottimo, altri mediocri e una manciata di passi falsi. Niente di diverso da quanto ci si aspetta di solito da una raccolta di racconti. Nel complesso per me è un voto 7.5/10

E dopo questa bella pappardella non ho più tanta voglia di scrivere ancora, anche perché se si parla di Ted Chiang c'è davvero poco da dire. A più di dieci anni da Storie della tua vita è arrivata la sua seconda raccolta, anche questa portata da Frassinelli (che aveva ritradotto la prima raccolta dopo l'uscita di Arrival). Respiro contiene per lo più racconti già editi, anche in Italia, ma metterli insieme tra le varie raccolte in cui erano comparsi sarebbe un problema, per cui fa piacere trovarli tutti insieme, oltre a un paio di inediti. Come sempre sullo stile di Chiang ci possono essere opinioni contrastanti, per quello che mi riguarda la sua è la cosa che più si avvicina alla mia concezione di cosa la fantascienza dovrebbe essere. Racconti come Respiro e Omphalos sono delle vere e proprie docce gelato di sense of wonder e inoltre veicolano messaggi di grande profondità. Sarà anche che i temi trattati da Chiang sono quelli che sono anche a me più cari, ma per questo vi rimando appunto all'articolo che ho scritto su Stay Nerd. Spiace che anche stavolta Frassinelli abbia voluto prendere le distanze dicendo che Chiang "sfiora la fantascienza", come aveva fatto anche all'epoca di Storie della tua vita. Ma insomma se serve questo perché la gente lo compra e lo legga, ben venga. Ora aspetto solo che Denis Villeneuve metta le mani su qualche raccono di questi, magari l'ultimo del libro, e ne faccia un film. Magari dandogli un titolo più accessibile. Voto: 9/10

Viva l'editoria a pagamento

Su questo blog non ho mai parlato direttamente di editoria a pagamento, è capitato di citarla di sfuggita in altri post, ma non ho mai approfondito. Forse perché quando ho iniziato a scrivere qui mi ero già fatto un'idea del fenomeno e non ritenevo ci fosse molto altro da aggiungere. Giusto per non parlare a vuoto, preciso che con "editoria a pagamento" (per gli amici dell'ambiente, detta per semplicità EAP) si intende quell'approccio di taluni editori che si limitano a richidere all'autore un contributo, di solito abbastanza consistente, e si limitano a stampare il suo manoscritto così come gli arriva, in una tiratura di qualche centinaio di copie (delle quali spesso è obbligatorio l'acquisto di almeno una parte) e bona lì.

Come ogni scrittore emergente anch'io ho avuto la mia brava esperienza con un editore a pagamento. Avvenne chiaramente agli inizi della mia attività, trovai da qualche parte (forse addirittura su un giornale, se ricordo bene) l'annuncio di una selezione in corso da parte di quello che ai tempi era il Gruppo Albatros, poi diventato Il Filo, oggi non so se abbia di nuovo cambiato nome. Si tratta comunque come uno dei più prolifici stampific... ehm, editori che esistano. Meno di dieci giorno dopo l'invio del mio manoscritto (cartaceo) mi arrivò una lettera di risposta, dove era già presente il contratto da firmare e anche un utile libriccino con le esperienze degli altri autori che avevano trovato la felicità grazie ad Albatros/Filo/quelcheè. La somma richiesta era notevole, a memoria credo sui 2.400 €, ma era pagabile anche in due-tre rate. Non vorrei dire una sciocchezza ma ho il vago ricordo che ci fossero anche i bollettini precompilati per le rate stesse. Comunque, al di là della cifra di cui comunque non disponevo, mi insospettì soprattutto quel manualetto in cui decine di scrittori raccontavano il loro rapporto di assoluta fiducia e condivisione con la casa editrice. Quei discorsi che sembravano tanto l'esperienza di Carla, che ha provato il nostro prodotto, che si vedono negli infomercial sui canali regionali della tv. Il mio senso di sparagno si attivò subito, presi qualche informazione (venti minuti di ricerca su google) e conclusi che era una truffa. Da lì imparai cos'è un editore a pagamento e in seguito non ci incappai più, anche perché è abbastanza facile riconoscerli.

Chiaramente tutti gli scrittori e professionisti del settore, primi su tutti gli editori seri, aborrono con convinzione l'EAP. Il famoso forum di scrittori Writer's Dream nacque principalmente con lo scopo di censire gli editori a pagamento e separarli da quelli onesti. Per ironia della sorte poi è stato comprato da un sito di print on demand, che è una cosa diversa ma con alcuni punti in comune alla EAP, ma questo è un altro discorso. La cosa importante da sapere è che tutti, ma proprio tutti, concordano nel dire che l'EAP è una cosa brutta e andrebbe abolita. Gli stessi editori a pagamento lo dicono, perché ci tengono a non essere classificati come tali. Molte fiere letterarie vengono valutate anche in base allo spazio che offorno agli editori di questo tipo, che sono bene o male noti al pubblico più smaliziato.

Anch'io naturalmente la penso in queto modo. L'editoria a pagamento è la morte del settore, è quanto di più aberrante esista nel mondo della letteratura e tutti dovremmo sforzarci per ostracizzare chi lavora in questo modo.

O almeno, la pensavo così fino a un po' di tempo fa. In tempi più recenti, diciamo da un annetto o giù di lì, mi sono formato un'opinione diversa. L'editoria a pagamento è legittima e per certi versi anche auspicabile, in date situazioni.
Provo a spiegarmi.

Cominciamo col sottolineare che di per sé l'EAP non è illegale. Non costituisce truffa, perché l'editore non promette niente che non mantiene. I contratti sono scritti in termini chiari e tutte le clausole sono scrupolosamente rispettate. L'autore che accetta sa, o quanto meno dichiara di sapere apponendo la sua firma, quello a cui va incontro.

Quindi il terreno su cui l'EAP viene condannata è di tipo morale e deontologico. Insomma, sotto sotto lo sappiamo che sfruttano la buona fede e ingenuità degli autori alle prime armi e ci fanno soldi sopra. Siamo dalle parti della circonvenzione di incapace, anche se forse non configurabile negli stretti termini della legge. Ma che sono dei pezzi di merda, siamo tutti d'accordo, no?

Sì, è vero, però anche qui mi sento di fare qualche distinzione. Sarà che negli ultimi tempi è stato un fiorire di arroganti idioti, gente che in base alla propria inesistente esperienza è convinta di sapere come si faccia una certa cosa e quando gli viene fatto notare che non hanno le competenze necessarie per valutare si incazzano anche. Di appelli all'onestà, autenticità, spontaneità, se ne sono sentiti fin troppi, in tutti gli ambiti. E francamente hanno un po' scassato le palle. Mettetici dentro chi vi pare, dai terrapiattisti ai social justice warriors, dai novax a quelli che fanno le petizioni per cambiare il design di un personaggio di animazione. E non sto a buttare il discorso nella sua trasposizione politica, ma ci siamo capiti.

Quindi ecco, il fatto è che io non ho più voglia di difendere queste teste di cazzo, detta con tutta la spontaneità che tanto apprezzerebbero. Se c'è uno di questi cretini che è convinto che sborsando duemila e passa euro il suo libro avrà finalmente il riconoscimento che merita presso i posteri, bene per lui e meglio per l'editore a pagamento che gli spilla i soldi. Non voglio arrivare a dire "se l'è cercata", ma mi è difficile provare empatia per il suo caso, come lo sarebbe per quelli che comprano Life 120. Avrei più rispetto di chi si compra 2500 € di gratta e vinci, per dire, e già lì non bisogna essere proprio delle volpi per far un investimento del genere. Quindi, editori a pagamento: lasciateli in mutande. Non mi importa più. Anzi, fate bene.

Però c'è anche un altro aspetto, che è quello che riguarda il modo in cui l'EAP inquina il mercato editoriale classico, quello serio e professionale. Come i dentisti con la laurea comprata in Bulgaria compromettono la reputazione anche di quelli che hanno studiato in scuole vere, no? Questo è un altro ordine di problema, che non riguarda il libro specifico ma tutto il settore, ed è certamente più complesso da affrontare.

Se non fosse che non esiste. Non esiste perché ciò che viene prodotto dall'EAP non compete con l'editoria propriamente detta. Anzi, non compete del tutto, perché non ha mercato. Avete mai visto in libreria i libri di Albatros/Filo/quelcheè? Li avete mai visti commentare, recensire? Forse può essere capitata qualche presentazione organizzata dall'autore nel circolo Arci del paese, ma la comunicazione si ferma lì. I libri EAP non entrano nei canali degli altri libri. Non concorreranno mai a un Campiello, non avranno mai trafiletti su Tuttolibri, nella maggior parte dei casi non li trovate nemmeno su Amazon. Semplicemente perché l'editore ha concluso il suo lavoro quando intasca i soldi dell'autore in comode rate su bollettini postali, non ha senso per lui fare attività ulteriori dopo quella meramente tipografica. Quindi non c'è da preoccuparsi che la presenza di quesi titoli brutti, non selezionati, non editati, non curati, faccia fare brutta figura ai vicini di scaffale concepiti con tanto amore. Perché non succederà mai che condividano gli stessi spazi.

Qui poi si potrebbe aprire un discorso su come la reputazione dell'editoria la stanno affogando nel fango proprio i Grandi Editori, quelli che devono saturare il mercato di nuove proposte e partecipano all'asta al ribasso, di idee, proposte, professionalità. Questo sì è un problema complesso, ma non è il caso di affrontarlo qui.

Per quanto riguarda l'EAP, invece, con le considerazioni esposte qui sopra finalmente ho trovato la pace. Spero che questi spunti di riflessione possano aiutare anche voi a smettere di preoccuparvi e vivere felici.