Coppi Night 26/01/2014 - Confessioni di una mente pericolosa

E gira e rigira sono riuscito a far vedere al Coppi Club un altro film scritto da Charlie Kaufman! Di questo autore ho già parlato altre volte, e nel corso degli anni (anche prima della documentazione su questo blog), sono riuscito a far proiettare la domenica sera quasi tutti i suoi film: Human Nature, Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee... gli unici che mi mancano sono Eternal Sunshine of the Spotless Mind (che forse non propongo perché ho visto troppe-troppe-troppe volte) e Synecdoche, New York, che non è mai stato doppiato in italiano. Confessioni di una mente pericolosa è per certi versi un film anomalo, perché si tratta di una biografia romanzata di Chuck Barris, storico autore televisivo americano, ed è trallaltro il primo film diretto da George Clooney. Si potrebbe pensare che questi elementi combinati producano un film mediocre, invece bisogna ricredersi.

Le ragioni per cui il film risulta comunque di buon livello sono principalmente due: l'eccezionale interpretazione di Sam Rockwell (attore a mio parere estremamente sottovalutato) nel ruolo di protagonista, e l'approccio scelto per narrare la storia. Infatti, la vita professionale e personale di Barris non sono meramente riferite in quanto "personaggio pubblico", ma riusciamo a conoscerlo in quanto persona. Non è facile, per un film biografico riuscire a essere appasionante, quando il protagonista non è noto al pubblico (perché in Italia ovviamente non lo conosce nessuno, anche se è l'inventore del format del programma "La Corrida" [no, non l'ha inventata Corrado...]). Capita infatti di vedere film dedicati a personaggi "locali" che sono in sostanza la cronaca delle loro imprese, e per chi non ha seguito la loro carriera il tutto risulta piuttosto vuoto. Questo film invece non è così: il fatto che il protagonista sia Chuck Barris, piuttosto che un qualunque altro giovanotto con idee strampalate, non incide sulla storia (se non in senso positivo per chi già lo conosce), perché quello che viene mostrato è un percorso perfettamente comprensibile per lo spettatore.

Ad arricchire la storia c'è poi la presunta doppia vita di Barris, che si dice essere stato anche un agente della CIA, così il film si colloca a metà tra biografia e spy story, e i due filoni si alternano, con Rockwell che manifesta la sua istrioneria in entrambi. Alla fine ci si trova ad aver visto un film di difficile collocazione, ma assolutamente interessante, imprevedibile, e a suo modo istruttivo. Tocca quindi ammettere che George Clooney non se la cava male alla regia... o forse anche qui dipende dal tocco di Kaufman?

Ultimi acquisti - Dicembre 2013 (parte 3)

Terza e ultima parte del resoconto degli acquisti musicali effettuati a dicembre. Dopo gli album e le raccolte, passiamo alle compilation vere e proprie.


La prima è City Sound Berlin 2013, la quarta raccolta di una serie annuale che propone in un doppio cd i pezzi più significativa del BerMuDa (Berlin Music Days). Si tratta di techno o electro sempre di buon livello, e infatti in questo caso troviamo nomi come Fritz Kalkbrenner, Oliver Koletzki, Ruede Hagelstein, Ellen Allien, Daniel Stefanik, Pan-Pot, e in pratica tutti gli autori coinvolti, con i loro pezzi o remix. Da notare anche la presenza della traccia It's Only di Herbert, nel remix di Dj Koze, che è considerata da alcuni il miglior pezzo techno di tutto il 2013.



La Get Physical è un'etichetta che si distingue da tempo nell'ambito tech-house (e ha in catalogo artisti del calibro di Booka Shade e Damian Lazarus), e ha da poco compiuto dieci anni. Per festeggiare ha rilasciato un doppio cd, con due set mixati da M.A.N.D.Y. e Dj T. In Ten Years Get Physical si trovano quindi pezzi passati e presenti di Catz'n'Dogz, Raz Ohara, Adultnaper, Siopis, Chelonis R. Jones. Il sound è piacevolmente house, e riesce a definire i confini dell'etichetta che spazia in un genere leggero e quasi sempre arricchito di lyrics. Se c'è da muovere un appunto è il fatto che i passaggi da un pezzo all'altro sono spesso fin troppo repentini, e il piacere del mix è meno marcato di come ci si aspetterebbe da due professionisti di questo livello.


Ma la Get Physical di solito si produce con un'altra serie di compilation, Body Language, arrivata ora al volume 13. In questo caso a compilare e mixare sono Azari & III, e a differenza da come siamo abituati lo fanno proprio con la "&" in mezzo: la prima metà del cd è mixata da Dinamo Azari, la seconda da Alixander III. Ci si trova così con un regolare cd di 80 minuti che contiene 29 tracce, alcune delle quali durano infatti un minuto o poco più. Bisogna senz'altro riconoscere l'abilità di riuscire a mixare le tracce in un tempo così ristretto. L'operazione risulta quindi interessante e innovativa rispetto ad altri cd della stessa serie, e va notato anche l'inclusione di alcuni pezzi non propriamente nuovi, come quelli di Planetary Assault Systems e Plastikman. Nel complesso però funziona tutto, e Body Langage si conferma un ottimo punto di riferimento per il genere techno/house.


Concludiamo la carrellata con un classico: The Sound of the 14th Season è la quattordicesima compilation selezionata e mixata da Sven Vath con tutte le migliori tracce emerse dalla stagione estiva. Il 2013 di Sven è un anno incentrato sulla techno più pura, come si ricava dai pezzi scelti di Villalobos, Daniel Stefanik, Matt John, Roman Fluge, Waff, Len Faki & Johannes Heil. Diverse tracce sono tratte direttamente dalla raccolta Cocoon 100 (e non ci si deve sorprendere) e dalla Cocoon Compilation M, come avviene ogni anno. Come sempre selezione ottima, valida come riepilogo dell'annata appena trascorsa.

Scheda video al forno: the oven trick

Sabato pomeriggio, proprio quando mi accingevo a mettermi al lavoro su blog e vari altri progetti che di solito aspetto il weekend per poter esaminare, la tragedia: il pc non si accende più. O meglio, il processore entra in funzione, le ventole girano e le lucine sulla tastiera si accendono, ma il monitor rimane oscurato, coperto di colori diafani e con una banda completamente nera al centro.

Tralascio qui la parte delle bestemmie indirizzate alle divinità maggiori del pantheon giudaico-cristiano, e riferisco quali tentativi ho fatto per cercare di identificare il problema, con il più classico procedimento trial and error: spegni e riaccendi; spegni, aspetta, e riaccendi; premi tasti a caso; cerca di entrare nel bios premendo la combinazione di tasti (che non conoscevo) all'avvio; fai avviare il sistema dal disco di ripristino; collega il pc a una tv tramite cavo hdmi. Nessuno di questi ha dato un esito di alcun tipo, tuttavia la dinamica del problema mi portava a credere che si trattasse di un malfunzionamento del monitor lcd o della scheda video. Escludevo danni al processore o fail del sistema operativo, un po' perché altrimenti avrei dovuto avere qualche esito dai test fatti prima, un po' anche perché generalmente mantengo il sistema abbastanza pulito.

Appena ho avuto l'occasione di accedere a un altro computer, ho fatto una ricerca. A quanto pare il mio modello di laptop (Acer Aspire 5920G) monta una scheda video riconosciuta come difettosa. L'intera produzione ha saldature instabili che con il tempo possono far perdere i contatti tra le componenti della scheda. È quindi un difetto abbastanza comune (e anzi avrebbe dovuto manifestarsi molto prima), e per risolvero basta fare un reflow della scheda video.

Ovvero, mettere la scheda video in forno.

Sulle prime quando l'ho letto non ci credevo. O meglio, mi è parsa una di quelle tante mistificazioni del mondo geek che richiedono in realtà una competenza approfondita e una cura estrema per ogni particolare, come il procedimento per trasformare un cuscino in un telecomando o usare i rotoli della carta igienica come amplificatori. Cose che sì, si possono fare, ma che per un bischero qualsiasi (quale sono io) significano solo danni assicurati. Tuttavia, il problema descritto era proprio il mio, e se la scheda video era già danneggiata non avevo niente da perdere a provarci. Così ho aperto il pc, ho estratto la scheda video, e l'ho cotta per 10 minuti in forno a 200 gradi, come si vede qui (ignorate gli errori ortografici...):



Ho rimontato il tutto e, anche se non ci avevo mai creduto, adesso funziona tutto normalmente.


La cosa mi ha impressionato molto. Sono uno che ha una moderata manualità anche con le componenti hardware di un pc (non saprei montarne uno alla cieca, ma so installare una bacchetta di ram, per capirsi), e non mi spaventa sporcarmi le mani in questo senso. Ma constatare come un oggetto la cui meccanica è così complessa può essere trattato con semplici strumenti casalinghi è in un certo modo confortante.

Confortante perché, al di là dei soldi risparmiati (per la consulenza di uno "specialista", o l'acquisto di una nuova scheda, o addirittura di un nuovo computer), la percezione di avere a che fare con macchine "fisiche", che vengono influenzate dai normali processi quotidiani, aiuta a sentirsi più padroni del mondo che ci circonda. Perché a pensarci, i computer (o i cellulari, i tablet, gli smartpone) hanno un'aura quasi mistica che li avvolge, che porta a pensare che, una volta guastati, sia impossibile metterci le mani e ripararli. Mentre ad esempio su un'automobile, per quanto anch'essa complessa, si può sempre intervenire identificando e sostituendo un singolo pezzo, è raro che un laptop venga aggiustato. "Ti conviene ricomprarlo nuovo", ti dicono.

Ma in realtà non è sempre così. Le macchine che costruiamo sono sempre delle macchine, e per definizione possiamo controllarle. A volte può bastare un calcio ben assestato per farle funzionare (come mi succedeva con la lavatrice), altre volte invece, un forno.

Coppi Night 19/01/2014 - La grande bellezza

E così alla fine ci sono cascato anch'io. Lo dico come se fosse una sconfitta per me, e lo è nel senso che in altre circostanze non avrei mai rivolto attenzione a un film di questo genere. Ma visto che se ne sta parlando tanto, per il fatto di aver vinto un premio internazionale ed essere candidato ad altri, alla fine ho pensato che sì, potevo concedere due ore del mio tempo a Sorrentino.

Dico che non avrei guardato il film in altre circostanze perché in effetti il cinema italiano non rientra nelle mie preferenze. Sarà un mio pregiudizio, ma ritengo che essenzialmente la produzione di film italiana si divida in due parti: le commedie e i film "d'autore". Entrambe le tipologie mi lasciano abbastanza indifferente, anzi, insofferente, e se un filmetto leggero ogni tanto mi capita di vederlo (diversi si possono trovare nello storico del Coppi Club), quei film pretenziosi, intesi a lanciare un forte messaggio sociale, cerco proprio di evitarli, perché mi irritano, con la loro aspirazione a essere "arte" pur senza avere nulla da dire.

Con queste terribili premesse, è sorprendente se arrivo a dire che La grande bellezza è un bel film... anche se questo non implica necessariamente che mi sia piaciuto. Si tratta di due cose distinte: ne riconosco il valore come opera, ma non sono sicuro di essere riuscito ad apprezzarla. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

Da un punto di vista tecnico il film è impeccabile. Ogni inquadratura, ogni immagine, ogni stacco sono perfetti. La luce è usata con grande abilità, così come la musica* e perfino i suoni ambientali. Anche se non mi intendo né di fotografia né di regia, la cura con cui il film è stato realizzato è evidente ed encomiabile. In questo senso non si può contestare niente a Sorrentino e alla sua equipe. Anche le interpretazioni degli attori sono di buon livello, a partire dal protagonista, passando per Carlo Verdone (nel suo ruolo tipico di impresario apprensivo schiavizzato da una bella e algida attrice) e tutti gli altri comprimari che fanno in genere una buona impressione.

I miei dubbi sono più a livello di contenuto. Il problema è che alla domanda "Di che cosa parla questo film?" non saprei cosa rispondere. E non è solo un problema di trama, mi rendo conto che la frammentazione della storia, e l'assenza di un preciso percorso di eventi, è voluta (non lo approvo, ma lo riconosco), ma anche di sensazioni. Il punto è che questo film, in ultima analisi, mi sembra dire tutto e niente. Per ogni tesi portata avanti in una scena, c'è un'antitesi in quella dopo; per ogni "significato" che pare emergere dalle sequenze o dai dialoghi, ci sono altri particolari che lo contraddicono; ogni tema di fondo viene in qualche modo svuotato del suo significato. Faccio degli esempi: in una delle prime scene il protagonista intervista una supposta artista squalificando completamente la sua performance e le sue capacità, ma in seguito scopriamo che lui stesso è uno scrittore famoso per un unico libro che lui stesso definisce un romanzo vuoto e inutile; in una scena una donna che si proclama un'attivista impegnata socialmente, politicamente e familiarmente viene sbugiardata sempre da lui, ma più avanti i due si ritrovano e ballano insieme; la santa in visita a Roma, mostrata come un virtuoso esempio di povertà e umiltà, viene poi usata per fare le selfie con i delegati che l'hanno accolta; il vedovo dell'amore adolescenziale dello scrittore, distrutto dalla perdita della moglie, ma che poi si scopre avere già un'altra compagna. E ci sono anche altri particolari, non interni al film ma metatestuali, come la critica alla vita mondana e alla pochezza dei suoi personaggi, salvo poi scritturare Sabrina Ferilli per uno dei ruoli principali (perché non mi verrete a dire che è una brava attrice, dai); o ancora l'evocazione di grandi quesiti morali e poi l'inserimento di alcune scene al limite della commedia. Quasi ogni elemento del film subisce questo tipo di contrasto, pertanto la cosa non può essere casuale. Si può anzi pensare che proprio questo sia il vero tema di fondo, l'assenza di un qualunque sistema di riferimento, o di valore a cui aggrapparsi. Ma, ecco... non è troppo comodo? Un film il cui messaggio finale è che nulla significa nulla, non lascia fin troppo all'interpretazione dello spettatore, al punto da non potersi considerare un'opera comlpeta?

Ecco perché non posso dire che La grande bellezza mi sia piaciuto. Non mi ha lasciato insensibile, questo no, anzi riconosco che alcune sequenze sono davvero intense. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di un coinvolgimento dovuto più all'equilibrio pressoché perfetto di immagini, suoni e parole. Si tratta di un film bello, ma anche di un film furbo, che forse punta proprio a non dire niente in modo troppo evidente, in modo che ognuno possa trarne quello che preferisce. O forse, semplicemente, sono io che non l'ho capito, vai a sapere. Sia come sia, sono contento che sia questo il film che attualmente ci rappresenta nel mondo, perché quando la qualità c'è, è un piacere che venga riconosciuta. E una volta ogni tanto tocca anche a noi, fortunatamente.



*È stata una sorpresa sentire in sottofondo, nella scena in cui viene presentata per la prima volta la Ferilli, Take My Breath Away di Gui Boratto!

Ultimi Acquisti - Dicembre 2013 (parte 2)

Seconda parte del resoconto dei dischi acquistati a dicembre. Nella prima parte ho parlato degli album techno/house/electro, qui continuo con album o raccolte di generi affini.


Comincio subito con un album per il quale potrei essere cancellato dalla metà dei blogroll che finora mi ospitavano. Sì perché io ho acquistato True, il primo album di Avicii. E questo, per una volta, è un dj che conoscete tutti, perché avete sicuramente sentito Levels qualche anno fa, Wake Me Up quest'estate, e da poco anche Hey Brother. Con questo non dico che vi debbano essere piaciute, sicuramente le avete incluse tra il cumulo di ciarpame commerciale che ci viene ficcato a forza nelle orecchie ogni giorno. E in parte avete ragione, lo so. Ma, per mia formazione, non sono un sostenitore della teoria "commerciale = merda". D'altra parte anche tutta la "buona musica" che ascoltate di solito è decisamente commerciale, o no? Ed è un discorso che si estende anche al di là dell'ambito musicale. In ogni caso, Avicii, al contrario di molti suoi pari (ovvero dj-superstar che hanno iniziato ad esibirsi in concerti invece che dj-set), ha secondo me del talento vero. Voglio dire che i suoi pezzi non sono così facilmente inquadrabili in quel filone electro-house-impropriamente-detto (tornerò tra poco su questo termine). Questo perché invece di affidarsi per i suoi featuring al rapper di turno o alla popstar rediviva, Avicii pesca più facilmente nella musica "tradizionale": dal country al jazz al rock. La cosa è evidente se, oltre ai pezzi già noti, si ascoltano Shame On Me, Liar Liar, Lay Me Down. Se poi volete approfondire le sue campionature, scorrete su Whosampled per scoprire la vastità delle citazioni contenute nei suoi pezzi. Poi, c'è anche da dire che contrariamente a come viene detto in giro, io ho qualche riserva a definire la sua musica "house". La struttura dei pezzi è più simile a quella della trance, e anche se i suoni derivano più da house/electro, credo che sia difficile inquadrarla sotto questa etichetta, perché segue esattamente i tipici schemi di certa eurodance che andava negli anni 90. E forse a questo è dovuto il fatto che mi piace....

Cambio completamente genere con Ferry Ultra, con l'omonimo album Ferry Ultra and the Homeless Funkers.  Anzi, siamo veramente al limite delle mie capacità di assimilazione, perché se il nucleo è appunto funk, ci sono alcune contaminazione che virano anche troppo sull'hip hop per i miei gusti. Altri pezzi invece si ispirano di più alla disco o alla house (quella vera, stavolta). Dei 12 pezzi dell'album, 11 sono realizzati in collaborazione con altri autori, di cui riconosco appena un paio di nomi, ma che probabilmente hanno tutti una certa rilevanza nel loro genere. Un album interessante e fantasioso, anche se non del tutto nelle mie corde.



Torniamo su territori più familiari, almeno in parte. Global Player è la colonna sonora dell'omonimo film tedesco del 2013 (mai arrivato in italia). E la soundtrack è stata curata da tre personaggi interessanti: Florian Appl, un compositore "normale", al quale si aggiungo Paul e Fritz Kalkbrenner. È così che dopo essere apparso in Berlin Calling e averne curato la colonna sonora, Paul Kalkbrenner viene di nuovo interpellato per curare la parte musicale di un film, stavolta affiancato da suo fratello. Lo stile dei due è riconoscibilissimo, e piacevolmente intermezzato dai pezzi strumentali di Appl. Quando poi le due tendenze si uniscono vengono fuori pezzi ottimi come Global Player, che dimostra come musica classica ed elettronica possano valorizzarsi a vicenda.


Ultimo album di questa tornata è in realtà una raccolta di singoli: una serie di remix di deadmau5, intitolata semplicemente The Remixes. Di deadmau5 ho già parlato in merito all'ultimo album, e può darsi che lo abbiate sentito nominare. Nei due cd qui presenti è contenuta una serie di sue interpretazioni di pezzi di generi diversi, tra i quali troviamo ad esempio Carl Cox e Calvin Harris, così come remix di pezzi storici come Café del Mar di Energy 52 e Finished Symphony di Hybrid. deadmau5, nonostante spesso si dedichi a costruire pezzi fin troppo facili, in realtà è davvero bravo, e qui riesce a dimostrarlo, cogliendo per ogni pezzo l'atmosfera giusta da esaltare. La raccolta è quindi fondamentale per chi vuole completare il suo repertorio della trance/electro più moderna, di cui deadmau5 è praticamente l'archetipo.