Coppi Night 11/01/2015 - Lei

Sembra fatto apposta: giusto un paio di giorni fa parlavo della chiusura di "Il futuro è tornato" e del fatto che avrei ripreso alcuni post usciti lì, tra cui la recensione del film Her / Lei. E durante l'ultima Coppi Night è stato scelto proprio questo film, per cui l'occasione è ideale per riproporre qui (con qualche revisione) la recensione già pubblicata diversi mesi fa sulla webzine in via di chiusura. L'articolo che segue quindi non è originale, ma inedito su questo blog.


Spike Jonze ci ha abituati negli anni a film originali e innovativi, in cui storie imprevedibili vengono gestite con una regia per nulla banale e attenta a tutti i particolari (luce, suono, musica). Grazie alla collaborazione con sceneggiatori altrettanto moderni come Charlie Kaufman è riuscito a realizzare pellicole di grande qualità come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Nel paese delle creature selvagge, tutti capaci a loro modo di raccontare storie intrise di sense of wonder, che si muovono non solo sul piano narrativo ma anche metatestuale. Pur essendo stato co-autore in alcuni dei suoi precedenti lavori, Lei (titolo originale Her) è il primo film interamente scritto e diretto da Jonze stesso.

La storia di Lei, apparentemente, è molto semplice. In un futuro molto prossimo, un uomo dal cuore a pezzi dopo il recente divorzio (Theodore, interpretato da Joaqin Phoenix) sviluppa una relazione profonda con il suo nuovo Sistema Operativo (OS), intelligente ed empatico. L’OS (Samantha, la cui voce nella versione originale è quella di Scarlett Johansson) a sua volta condivide i sentimenti, e tra i due si instaura una vera e propria relazione, che include uscite in coppia, sesso e litigi. Il loro rapporto è poi messo alla prova quando Samantha inizia a interagire con gli altri OS attivi nel mondo, e la distanza tra l’intelligenza umana e quella artificiale si fa sempre maggiore.

Va subito detto che non c’è nessuna nuova idea sconvolgente in questa trama. Per chi anzi ha familiarità con la fantascienza sviluppata dagli anni ’90 in poi, si può a tutti gli effetti riassumere con due sole parole: singolarità tecnologica. Il percorso dell’OS infatti è proprio quello di un’entità che acquista autocoscienza, si misura con l’uomo e ne trascende le possibilità, diventando non tanto qualcosa di superiore (un “cervellone” dalle infinite capacità di calcolo) quanto qualcosa di diverso, con cui gli umani, che pure lo hanno progettato, non sono più in grado di confrontarsi. La bravura di Jonze, in questo senso, è stata quella di raccontare questa storia non dal punto di vista tecnologico, ma da quello personale. Theodore infatti non è certo una persona con competenze tali da capire il funzionamento dell’OS, e vive la vicenda come semplice “utente finale”, abituato a una tecnologia onnipresente e leggermente invasiva. In questo contesto lo sviluppo di una nuova generazione di Sistemi Operativi, concepiti inizialmente come dei “super segretari” in grado di comprendere e intuire le esigenze dei loro padroni sembra quasi naturale. Lo stesso avanzamento tecnologico ipotizzato nel film per il futuro prossimo appare come la naturale evoluzione di quello attuale, e non ci si stupisce a vedere lo smartphone interamente touchscreen, i videogiochi 3D e le auricolari a comando vocale.

La storia dell’“uomo che si innamora di un computer” può sembrare una facile deriva dello stereotipo nerd, tuttavia Jonze ci mostra in più casi che non si tratta di questo. Theodore infatti è tutt’altro che un imbranato smanettone, anzi nel corso stesso del film ha un appuntamento anche proficuo con una ragazza (Olivia Wilde), e se durante il setup del Sistema Operativo è lui stesso a definirsi asociale, questo carattere deriva più dal recente trauma del divorzio che da una sua predisposizione naturale. La relazione sentimentale con Samantha non è quindi l’ultimo rifugio di una persona incapace di socializzare, ma un sentimento sincero maturato nei confronti di qualcuno in grado di ascoltare e capire, e che a sua volta esprime sentimenti di pari livello. Peraltro, come si scopre più avanti nella storia, Theodore non è nemmeno l’unico a intrattenere un rapporto del genere con un Sistema Operativo.

In effetti, la parte più interessante del film è proprio la crescita intellettiva di Samantha. All’inizio solo un’efficiente e simpatica assistente, col tempo l’OS sviluppa una propria personalità, matura tratti di cui essa stessa non comprende l’origine, e si scopre a pensare in modi che la sorprendono. Naturalmente la prima cosa che viene in mente è che si tratti di un software sufficientemente avanzato da imitare le emozioni umane, tuttavia gradualmente si capisce che non è solo questo. L’intelligenza artificiale degli OS cresce e si plasma grazie al contatto con gli umani, ma non come simulacro di essi. Anche il rapporto sentimentale tra Theodore e Samantha è in prospettiva funzionale alla crescita emotiva e intellettiva di quest’ultima, ed è questo dettaglio a rendere la storia davvero profonda: la constatazione di come i sentimenti non siano una componente opposta all’intelletto (come nel classico scontro “ragione e sentimento”), ma una parte integrante e determinante dell’intelligenza. Qualunque intelligenza.

Ed è con quella lettera infine scritta alla sua ex moglie che Theodore viene finalmente a capo di questa scoperta, che è sicuramente sorprendente per un OS (o chiamatelo IA, se preferite), ma spesso non è tanto chiara nemmeno per un umano (o chiamatelo IN, se preferite). Mica male, per uno che era partito facendo Jackass…

Un ultimo appunto riguarda la trasposizione italiana del film. Spiace dirlo, ma il doppiaggio di Samantha perde parecchio rispetto alla versione originale, e la differenza si avverte a maggior ragione visto che il personaggio è caratterizzato solamente attraverso la voce. Sembra che la doppiatrice stia leggendo (con grande teatralità, questo sì) il foglio che ha davanti, piuttosto che recitando. Forse non è n caso che in America esistano i voice actor, e in Italia si chiamano invece doppiatori. Se ne consiglia pertanto, se possibile, la visione in lingua originale, al più con sottotitoli.

4 commenti:

  1. La voce dell'OS in questo film è stata affidata a Micaela Ramazzotti, non una doppiatrice professionista. I doppiatori italiani sono voice actor.

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    1. non vedo però la ragione per cui affidare a una "doppiatrice non proffessionista" un lavoro del genere, a maggior ragione che il personaggio ha SOLO una voce. forse lo hanno pesato come avviene con le serie animate, che "tanto sono cartoni" e allora un personaggio può cambiare voce (e tono, e accento, e nome) da un episodio all'altro.

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  2. no no...purtroppo c'è una pratica particolare, di affidare certi doppiaggi a Talent e non a professionisti, perchè in tal modo si prendono più copertine/ ospitate/ interviste e quindi più pubblicità al film.

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    1. oggesù, non pensavo che questa cosa si estendesse anche al campo del doppiaggio!

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