Coppi Night 19/03/2017 - L'acchiappasogni

Non mi sono preso la briga di googlarlo, ma credo che Stephen King abbia un qualche record relativo al numero di opere tradotte in film. È vero che si parte da una produzione già di per sé sostanziosa, ma di questi lavori la porzione che avuto un adattamento a schermo è sicuramente notevole. Non è sempre garantita la corrispondenza qualitativa tra materiale iniziale e adattamento, così racconti o romanzi mediocri hanno avuto film spettacolari e viceversa. Uno dei problemi di base è che la produzione di King si inquadra in un genere che è facile obiettivo di b-movies splatter, e se ne sono visti parecchi negli anni.

L'acchiappasogni è uscito nel 2003, basato sul romanzo che King ha scritto durante la sua convalescenza dopo essere stato investito da un'auto e avere rischiato la vita. Per sua stessa ammissione, non è un gran romanzo. Non l'ho letto quindi non posso valutare il libro, ma se dovessi fornire un giudizio coplessivo sul film che ne è stato tratto, userei la comune formula "poche idee ma confuse". Non ci sono spunti particolarmente innovativi in questa storia: l'invasione aliena, la telepatia, i bambini speciali, il gruppo di amici che si ritova ogni anno, i corpi militari segreti. Ma ok, l'originalità non è un requisito essenziale, ne possiamo benissimo fare a meno se lo svolgimento è coinvolgente. Purtroppo, anche qui si arranca.

La parte più interessante del film è quella iniziale, in cui conosciamo i quattro protagonisti e si intuisce che hanno qualcosa di "speciale" che li unisce, li sentiamo parlare di qualcosa successo anni prima e di un altro personaggio che ha avuto un ruolo fondamentale nella loro storia. Anche i primi indizi anomali formano inizialmente un mistero interessante: gli animali in fuga, le macchie rosse, le prime vittime. Quando però i primi mostri si rivelano crolla tutta l'impalcatura, perché le situazioni perdono tutto il pathos: un uomo seduto sul cesso che non può fare a meno di raccogliere uno stuzzicadenti da terra merita di morire, per capirsi. Allo stesso modo gli alieni dalla forma indefinita che a quanto pare possono leggere la mente e infilrarsi nel corpo di un umano mantenendo però la sua mente attiva e poi uscirne fuori all'improvviso... boh, è tutto molto controintuitivo. Quando poi, oltre metà film, viene introdotto il personaggo di Morgan Freeman (senza spiegare quelle sopracciglia ridicole) e tutta la sottotrama della caccia agli alieni, ormai si sta già andando avanti per inerzia. Il colpo finale è la scoperta che il diabolico piano degli alieni è infestare l'acquedotto di Boston di vermi assassini, azione che a loro giudizio porta alla dominazione del mondo. Senza contare il deus ex machina finale da parte di un personaggio di cui tutto faceva pensare che fosse morto molti anni prima. Vederlo ricomparire da adulto con tutta la naturalezza, quando fino ad allora ne avevano tutti parlato con timore reverenziale, è stata la cosa più straniante di tutte.

A mio avviso il film ha sofferto nel concentrare in due ore una storia mooolto lunga, di quelle storie di Stephen King che si svolgono metà nel passato e metà nel presente, un po' la stessa formula di It. Nel film ci sono un paio di flashback del gruppetto di ragazzini, ma sono pochi e mal distribuiti, e più che aggiungere contesto alla loro storia sembrano un'inutile interruzione del filone principale. Altra cosa sarebbe stato appunto dividere equamente il film tra le due epoche, ma proabilmente non c'era tempo a sufficienza.

Un film a mio avviso mal concepito e mal riuscito, forse una produzione frettolosa per agganciarsi al treno in corsa del "basato sull'ultimo romanzo di Stepehn King". Con mezzi ben inferiori si sono realizzate invasioni aliene ben più credibili e tese, penso ad esempio a Attack the Block ma anche un semplice L'arrivo di Wang. A questo punto non mi resta che sperare che lo stesso trattamento non sia stato riservato a La Torre Nera, perché a quello ci tengo.

Vale & The Varlet - Believer

Nella mia continua ricerca di proposte musicali che possano suscitare interesse per lo spettatore casuale, ho pensato di dedicare un post a questo insolito duo, che ho avuto l'occasione di vedere esibirsi live poche settimane fa. Vale & The Varlet è un gruppo composto da due "Vale": Valeria Sturba e Valentina Paggio. Se qualcosa vi suona familiare, forse è perché Valeria Sturba è già stata citata su questo blog, quando ho recensito l'album OoopopoiooO di cui è autrice con Vincenzo Vasi. È proprio da questo collegamento tramite theremin che sono arrivato ad ascoltare acquistare Believer l'album autoprodotto nel 2016 da Vale & The Varlet.

La musica delle due Vale è qualcosa che non risulta facile da classificare secondo le usuali definizioni a cui siamo abituati. Gli strumenti principali sono tastiera, violino elettrico, drum machine, theremin e voce, oltre alle rispettive campionature di tutti questi. Da questi ingredienti risultano brani electro-soul, in cui la voce dal timbro blues della Paggio (occasionalmente accompagnata dalla collega) è la componente intorno a cui viene strutturata la musica, con frequenti cambi di ritmo e registro. La parte musicale è comunque tutt'altro che secondaria, e nonostante si basi su pochi strumenti tra loro non complementari, riesce comunque a riempire il contesto, dando una caratterizzazione completa alle tracce.

Si spazia da stornelli surreali come I Forogt Belgium e Alejandro a pezzi più d'atmosfera come la title track Believer, dall'electro effettata di TechOMG alle incursioni soul di Sunday Morning e Only a Man. Non mancano le citazioni, come le melodie riprese dal Bolero e dalla Carmen, e sicuramente tante altre che non so cogliere perché non conosco abbastanza la storia della musica da notarle. Ma la cosa più soddisfacente dell'album rimane la possibilità di accorgersi come i singoli elementi sono rimescolati per creare registri e mood diversi. Il violino e la voce sono le due componenti principali: in un certo senso, il violino è la voce di Valeria contrapposta a quella di Valentina: entrambe infatti si piegano e modellano a seconda delle necessità. Il violino può essere suonato, pizzicato, percosso, la voce estesa e modulata: queste creano il percorso a cui segue il resto degli strumenti. Come nella miglior tradizione della techno minimal che spesso passa su questo blog, a volte basta solo un clic in più per dare corpo e profondità al pezzo e raggiungere il climax. Non che, a dire la verità, i pezzi seguano la struttura base della musica pop con intro, corpo, refrain e outro, anzi in molti casi non si capisce subito quando un pezzo sta arrivando alla fine. Per i miei gusti avrei inserito tanto tanto più theremin, che in questo album non è uno strumento princpale ma un supporto, ma so bene di essere monomaniaco in questo senso.

Come dicevo parlando di OoopopoiooO, per quanto l'ascolto dell'album sia piacevole, la vera esperienza è quella di seguire un live delle Varlet, durante il quale l'improvvisazione e la campionatura in tempo reale e l'effettistica portano a versioni sempre diverse e a volte difficilmente riconoscbili dei pezzi. Durante l'esibizione non è soltanto la musica a catturare, ma anche l'esibizione, con le intense interpretazioni vocali di Valentina e il continuo affanno di Valeria, costantemente impegnata a premere pulsanti e girare manopole, un'attività febbrile da pilota di astronave.

Quindi visto che le due sono tuttora in giro a portare la loro improponibile musica in giro per locali d'Italia, date un'occhiata al calendario delle prossime serate e se avete l'occasione fate un salto ad ascoltarle.

Coppi Night 12/03/2017 - The Zero Theorem

In genere ho un buon rapporto con Terry Gilliam. Non sono mai stato a cena a casa sua, questo è vero, però in linea di massima ce la intendiamo, già dai tempi dei Monty Python. Per quanto molte sue produzioni da regista si muovano ai confini del surreale, riesco a entrare in sintonia con quello che cerca di trasmettere, e ne rimango infine soddisfatto.

Con The Zero Theorem questa affinità non è scattata del tutto. Il film ha molti lati positivi, principalmente per l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi (quasi tutti). Quando arriva però a lasciare il suo messaggio finale mi è sembrato più incerto, incapace di colpire davvero come lo schieramento di idee e attori a disposizione avrebbe permesso di fare. La storia di Qohen (Christoph Waltz) sulle prime cattura per la sua stranezza: un genio matematico, che lavora pedalando e maneggiando un joypad, in attesa di una telefonata da dio o chi ne fa le veci, a cui viene assegnato il lavoro ultimo, dimostrare che l'universo equivale a zero, che tutto è nulla e viceversa. Come punto di partenza ha enormi potenzialità, ma la trama poi sembra incepparsi troppo su alcuni aspetti che forse sono i più banali, nel senso di più facili da ritrovare in centinaia di altri filmetti da domenica pomeriggio. Quante volte si è visto il nerd che si innamora della spogliarellista che gli è stata mandata apposta dagli amici per metterlo in difficoltà? E c'è davvero bisogno di dedicare metà film al suo interesse per quella che è di base una videochat erotica? Anche la spiegazione definitiva di cosa lui sta cercando di dimostrare arriva quando ormai non ha quasi più importanza, né per i personaggi né per lo spettatore, perché la situazione si è protratta abbastanza in altre direzioni da far dimenticare lo spunto iniziale.

Ma soprattutto, per tutto il film aleggia un'atmosfera di già visto che da Terry Gilliam non ci si dovrebbe aspettare: l'ambientazione ricorda Il quinto elemento, lo svolgimento per molti versi riprende invece elementi di Brazil dello stesso Gilliam, che però ha il pregio di strutturare la distopia in maniera molto più efficace. Per un regista/autore che ha fatto sempre dell'imprevedibilità uno dei suoi caratteri distintivi, questo rappresenta la giustificazione scritta dei genitori "mio figlio non ha potuto fare i compiti perché impegnato ad accudire il fratellino".

Peccato perché quando vuole, con pochi dettagli il film riesce a riguadagnare parecchi punti (penso ad esempio ai cartelli di divieto che si trovano sulla strada). Ma un film intero non si può reggere sui particolari, se la struttura non sta in piedi da sé. In fin dei conti non mi sento di dire che The Zero Theorem sia un brutto film, ma non è il prodotto fresco e innovativo che mi sarei aspettato. Questo passo falso non basterà certo ad affossare la mia fiducia in Gilliam, ma forse la prossima volta qualcuno tra me e lui dovrà pensarci meglio prima di dedicare tempo a un nuovo film.

Coppi Night 05/03/2017 - I figli degli uomini

Film che avevo già visto anni fa e che ho ripreso volentieri, ricordando che mi aveva lasciato una buona impressione. Intendo "buona" non nel senso di soddisfacente, visto che è un film che difficilmente si può considerare piacevole, per tema e svolgimento.

La premessa su cui si basa è abbastanza semplice, e per la verità non particolarmente originale nell'ambito della fantascienza apocalittica: per qualche ragione sconosciuta, l'umanità non sono più in grado di concepire. Le donne non fanno più figli, e quando la cosa diventa evidente ormai è troppo tardi per trovare una soluzione, il mondo si sta già avviando al collasso. Senza una prospettiva per il futuro, la società sta vacillando, gran parte delle nazioni sono cadute a causa delle ribellioni e sono poche le isole di civiltà ancora abitabili. Tra queste spicca il Regno Unito, che come in V per Vendetta è riuscito a mantenersi calmo and carry on. Questo fa dell'UK la meta preferita dei profughi, in fuga dalle devastazioni in corso nel resto del mondo, pertanto il governo inglese ha dovuto mettere in atto forti misure restrittive nei confronti dell'immigrazione. Seguiamo la storia di un burocrate qualsiasi, che si trova a dover accompagnare una ragazza incinta (profuga anche lei), forse l'unica al mondo e possibile via di salvezza/sopravvivenza per tutta l'umanità. Ma proprio per questo, sono in molti a volersi impossessare di lei e del nascituro, e la bontà delle intenzioni di ognuno è difficile da valutare.

I figli degli uomini è un film crudo, con una regia frenetica, simile a un reportage di guerra, e non a caso. Attentati, posti di blocco e sparatorie sono la norma in questo mondo preapocalittico. Le città sono posti relativamente sicuri ma sottoposti a severi controlli, al tempo stesso la deportazione degli immigrati irregolari è una costante. Il film è uscito nel 2006, e rivedendolo a dieci anni di distanza, in piena "emergenza migranti" fa un certo effetto. Le cause del fenomeno sono diverse, ma sembra quasi che in Europa ci stiamo avviando su una strada simile, a dimostrazione di come alla fine dei conti l'odio ha bisogno solo di un pretesto per potersi esprimere. Le riflessioni che il film suscita sono parecchie, ma tutte confluiscono nella domanda finale: cosa vogliamo lasciare ai nostri figli? In questo caso, figli non ce ne sono, ma questo è sufficiente a scoraggiare qualsiasi parvenza di costrutto sociale? La consapevolezza di un futuro, l'idea che qualcuno continuerà a occupare il mondo dopo di noi è l'unica cosa su cui si regge la civiltà?

Interessante anche notare come questo scenario appaia come l'opposto di quello auspicato dal VHEMT. Il Movimento per l'Estinzione Umana Volontaria promuove una lenta e serena eutanasia della nostra specie, senza clamore e costrzioni. Se l'assenza di nuove nascite fosse una scelta ragionata e profonda dell'umanità, potremmo davvero pensare di andarcene senza rendere infernali le vite degli ultimi umani? Pensiamoci, seriamente.

Come nota finale, devo rilevare che il doppiaggio finale è davvero insostenibile per il personaggio (tutt'altro che secondario) della ragazza madre. Forse nel tentativo di farla percepire come un'immigrata, la parlata inespressiva da vucumprà rovina completamente l'immersione. Si sarebbero potute trovare soluzioni molto più eleganti.

Rapporto letture - Febbraio 2017

Letture piuttosto variegate a febbraio, sia per genere che per provenienza. Tutte comunque riconducibili a meritevoli editori italiani, il che è un buon segno.

Iniziamo con Guiscardi senza gloria, secondo romanzo di Mauro Longo ambientato nel setting GDR Ultima Forsan. Personalmente non sono un giocatore di ruolo quindi non ho seguito il progetto, a quanto ne so si tratta di un'ambientazione a tema zombie, in cui fondamentalmente al posto dell'epidemia di peste che ha investito l'Europa nel 1300 c'è stata la diffusione del morbo che ha risvegliato i morti. La devastazione delle città e il bilancio delle vittime è stato pesante, ma nonostante questo la società si è ripresa. Questo romanzo è ambientato infatti alcuni secoli dopo, quando si è più o meno ritrovato un equilibrio se pur a condizioni diverse, e la minaccia dell'infezione è sempre presente. La storia segue una banda di avventurieri sulle tracce di un leggendario tesoro lasciato da Marco Polo, braccati da un cavaliere francese in disgrazia che ha lo stesso obiettivo. La trama è un pretesto per spostarsi da una città italiana all'altra (Venezia, Otranto, Salerno) e inscenare qualche combattimento tra le due fazioni e i sempre presenti trapassati redivivi (che possono attraversare diversi "stadi" di attività). La componente forse più interessante, al di là dell'azione arricchita di elementi clockpunk, è il modo in cui la società si è ristabilita, e come nelle diverse città vengono trattati i Corrotti, ovvero gli umani contaminati dall'atramento (il sangue nero che veicola il morbo) ma ancora "normali", destinati a trasformarsi in zombie una volta morti. In molte città esistono ghetti appositi e i Corrotti sono discriminati, mentre altrove sono trattati come cittadini degni di rispetto. A fare la differenza è di solito il fanatismo religioso e la presenza di Corrotti nelle famiglie ricche e nobili che governano le città. Ho trovato un po' debole la motivazione iniziale che spinge il cavaliere francese a intraprendere la sua caccia (e quindi innescare tutta la vicenda), e forse anche la rivelazione finale riguardo il tesoro dei Polo, ma lo svolgimento rimane comunque godibile. Soprattutto, il romanzo funziona come standalone, e non serve aver letto o giocato altre opere dello stesso setting per poterlo seguire, anche se è probabile che in questo modo si perda qualche riferimento inserito qua e là. Voto: 7/10


Come intermezzo tra un romanzo e il successivo ho letto il numero 0 di Parallàxis, la rivista che è giunta fino al numero 4 prima di doversi arrendere e concludere il suo percorso (e che ho avuto l'occasione di intervistare). In questo numero si trovano racconti di Valerio Evangelisti, Lisa Tuttle, Neil Gaiman e Max Barry, tutti piuttosto inquietanti anche se non credo di possa parlare di horror, siamo più sul thriller psicologico, se questa definizione esiste. Di certo qualche moto di repulsione viene a leggere della morbosità delle relazioni reali o unilaterali dei vari personaggi, dal Cicci di Scandicci di Evangelisti alla statua umana di Gaiman. A chiudere il volume c'è un saggio sull'aggressività espressa nella letteratura, che parte dall'esempio iconico della dualità Jekyll/Hyde.


Infine ho voluto leggere Elysium, l'ultimo titolo di Zona 42 da cui ero rimasto parecchio incuriosito dopo la prima presentazione a Firenze. Il romanzo di Jennifer Marie Brissett è senza dubbio classificabile come fantascienza, ma questa è un'etichetta che forse si riesce a dare solo a posteriori. Per una buona parte (forse più di metà), tutto quello a cui si assiste è una successione di sequenze con personaggi diversi che portano gli stessi nomi, in episodi collocati in punti diversi dello spazio e del tempo che però mantengono sempre tra loro un collegamento forte: Adrian/Adrianne e Antione/Antoinette sono sempre in qualche modo legati da un rapporto di amore di varia natura (ora sono una coppia, ora padre/figlio, ora fratelli), ma in questo rapporto c'è sempre qualcosa che li porta ad allontanarsi e perdersi spesso a causa di fattori estremi: la guerra, la malattia, la morte. Si capisce abbastanza presto che quello che si sta leggendo in un certo senso non è "reale" e fa parte di una sorta di simuazione (alcuni capitoli sono inframezzati o interroti da linee di codice macchina che fanno subito pensare a qualcosa del genere), ma lo scopo e la natura di questo ripetersi di episodi simili diventa appunto l'interesse princpale procedendo nella lettura. Arrivati alla fine si riesce in qualche modo a comporre la storia di cosa è "successo davvero", ma rimane comunque un margine di incertezza, dato che molti degli episodi riprendono alcuni elementi del filone principale reinterpetandoli in maniera diversa, quasi un'espressione metaforica del senso originale (ad esempio le parti nell'ucronia romana, e quelle con il virus che provoca mutazioni). È difficile quindi poter affermare con sicurezza quale sia la storia princpale, perché in realtà ognuno degli episodi ha un suo contesto e un significato autonomo. Una volta chiuso il libro viene voglia di andare a riprendere le parti precedenti, e rileggerle alla luce di quanto si è appreso alla fine. Nel suo complesso, Elysium è un romanzo sulla perdita, sull'inevitabilità del dolore e il suo posto all'interno di ognuno, come traccia indelebile di quello che in precedenza era amore. È una storia che cerca di mettere in risalto ciò che è importante, quello che resta quando tutto ciò che conosciamo crolla e smette di sorreggerci. Probabilmente bisogna trovarsi nel mood adatto per poterlo seguire e apprezzare, soprattutto nella parte iniziale quando non è chiaro dove la storia vuole andare, ma vale la pena dare fiducia all'autrice e lasciarsi accompagnare in questo viaggio struggente. Voto: 8/10