Non temerò alcun spoiler

Gli spoiler sono una delle più fastidiose piaghe dell’era di Internet. Oggigiorno è difficile aggirarsi per la Rete in cerca di informazioni in merito a una qualunque opera di narrativa (libro, film, fumetto, videogioco) senza imbattersi inavvertitamente in post, commenti e recensioni che contengono dettagli rilevanti della trama, in grado di rovinare (spoil) la lettura/visione/gioco, togliendo il piacere della scoperta all’ignaro lettore/spettatore/giocatore.

I più coscienziosi si premurano di piazzare degli SPOILER ALERT ben evidenti, in modo che chi vuole evitare le anticipazioni possa accuratamente passare oltre. Ma per ognuno di questi utenti educati del web ci sono decine di troll che si divertono espressamente a spoilerare le trame, in particolare per le serie tv più in voga del momento.

Uno dei peggiori spoiler che ho subito in vita mia è stato quello della scena finale della terza stagione di Lost. Non sto a descrivere la cosa (anche per evitare spoiler, beninteso), ma quella breve sequenza è un punto di svolta fondamentale in una serie che per giudizio unanime ha segnato la storia della televisione. E io, leggendo qua e là commenti e impressioni prima della visione dell’episodio, mi sono trovato sotto gli occhi una singola frase che rivelava come in quella puntata Jack in realtà…

Si potrebbe pensare che a quel punto avrei dovuto smettere di guardare Lost. Senza poter godere del ribaltamento epocale in una serie che pure dei misteri e colpi di scena ha fatto il suo ingrediente principale, che ci stavo a fare davanti alla tv, a guardare un episodio che sapevo già come sarebbe finito? Invece ho continuato a guardarlo e, giudizi sulla serie (e in particolare sulla sesta stagione) a parte, posso ritenermi comunque soddisfatto.

Allora forse non lo avevo ancora capito, ma col tempo mi sono accorto di una cosa. Quello che ho scritto all’inizio, che gli spoiler rovinano la fruizione di un’opera (per usare un termine generico che comprende tutti i tipi di narrazione possibili), non è vero. Dirò qualcosa di sconvolgente per i più, ma la realtà è questa: gli spoiler non esistono.

Ok, ho esagerato. Gli spoiler per come sono definiti esistono, e sono antipatici, questo non si può negare. Ma la pericolosità dello spoiler è largamente sopravvalutata. Dire che uno spoiler rende inutile la fruizione, e che una volta subìto si può tranquillamente abbandonare l’opera, equivale ad affermare che non c’è niente, al di là della mera sequenza di eventi della storia, che valga la pena di essere seguito. Che quindi una semplice cronistoria di ciò che accade può bastare a riassumere il tutto.

In realtà, quando si legge/guarda/gioca, la trama che seguiamo è certamente importante, ma non è l’unico elemento che interessa, e spesso non è nemmeno quello centrale. Ci sono un’infinità di altre sfaccettature che arricchiscono l’opera, e rendono la sua fruizione un’esperienza memorabile: mescolando tutto in unico calderone, possiamo ricercare e amare nell’opera un particolare stile, musica, atmosfera, regia, immersività, empatia, interpretazione… la lista è davvero infinita. Tutti questi elementi concorrono a suscitare un certo tipo di emozioni, che il semplice snodarsi della storia, di per sé, non possiede.

È per questo che rileggiamo i libri. È per questo che riguardiamo i film, anzi a volte singole scene, ancora e ancora. È per questo che pur sapendo già che sarebbe successo, ho avuto i brividi quando ho sentito Jack Shepard gridare “We have to go back!”.

Certo ci sono delle opere in cui la storia in sé è fondamentale, e io stesso mi oriento quasi sempre su libri e film estremamente plot-driven, ma ci sono poi altri elementi che intervengono nel formare il mio rapporto con l’opera, al punto che la storia passa quasi in secondo piano. Si potrebbe obiettare che ci sono dei generi particolari in cui lo spoiler è particolarmente devastante: un giallo o un thriller, dove si insegue il classico “chi è l’assassino”, vengono letteralmente svuotati del loro significati se sappiamo in anticipo la risposta, no?

No. Ed ecco un ottimo controesempio: conoscete Colombo, la celebre serie poliziesca interpretata da Peter Falk? In ogni puntata di Colombo, la prima sequenza consiste nell’esecuzione dell’omicidio da parte di un personaggio che quasi sempre si vede chiaramente in volto. Per tutto il resto dell’episodio, lo spettatore sa bene chi e come ha commesso l’omicidio, ma il divertimento sta nel capire come Colombo arriverà a scoprirlo e smascherarlo. Questo meccanismo, con le dovute proporzioni, si può applicare a tutte le storie del genere. Per quanto l’identità dell’assassino (o comunque, l’entità del mistero) possa essere importante, non sarà mai determinante nel definire il valore complessivo dell’opera.

Che poi è un lungo giro di parole per dire che non conta la meta, ma il viaggio. Oppure, in alcuni casi, non contano le risposte, ma le domande.

Ecco cosa intendevo quando ho detto che gli spoiler non esistono. Dirò di più: un’opera che può essere seriamente spoilerata, ovvero che perde il suo significato se la trama è nota in anticipo, è un’opera senza valore. Perché vuol dire che non ha niente da dire, se non riportare una successione di eventi. E chi mai si è appassionato alla tabellina con il riepilogo delle date salienti che si trovava all’inizio di ogni capitolo del libro di storia?

Non abbiate paura degli spoiler. Non sono vostri nemici, anzi, vi aiuteranno a distinguere ciò che davvero merita di essere letto/visto/giocato/fruito. Seguite il corso degli spoiler, e troverete delle grandi sorprese.

Ma forse, questa cosa avreste voluto scoprirla da soli. Forse avrei dovuto mettere uno SPOILER ALERT in cima al post…

Coppi Night 18/10/2015 - Jeepers Creepers

Io credo di aver già visto questo film. In un'altra epoca, quando guardare film horror era una sorta di prova di coraggio da raccontare poi agli amici e di cui vantarsi con le pischelline. Credo che questo anzi fosse un film che all'epoca, madò, oh, questo lo devi proprio vedere eh, è roba peeeesa! Non sono sicurissimo, ma ci sono un paio di scene che sento di aver già visto, quindi penso che sia così.

E quindi, non so. Non so se a fare la differenza è proprio l'età, o forse il fatto che la sensibilità del pubblico muta fisiologicamente nel tempo, e ciò che funziona oggi non funzionerà tra vent'anni. In parte sicuramente è vero, ma poi capita che rivedi un film come Jumanji ed è ancora fenomenale. Forse l'horror soffre di più del passaggio del tempo? O forse sono i film superficiali e ottusi ad accusarne.

A essere onesto non posso nemmeno fare un commento organico, perché ho dormito per una mezz'ora buona nella parte finale, quella, presumo più "intensa", in cui avveniva il confronto diretto col mostro. Ma non me ne rammarico poi tanto. Perché questo film è, in buona sostanza, una raccolta di cliché odiosi e frustranti, quelli che sono così abilmente ripercorsi in Quella casa nel bosco. È il tipico film in cui lo spettatore si trova a urlare verso lo schermo: "Ma che stai facendo? Ma scappa di lì!!!" perché quella è l'unica condotta ragionevole che qualunque persona nel mondo adotterebbe, quando ti infili in un tubo che finisce sottoterra in cui hai appena visto buttare giù un cadavere e finisci in un cazzo di sotterraneo tappezzato di cadaveri dopo che ti hanno inseguito e speronato in strada e hai riconosciuto qualcuno che riconoscevi ed è morto in un incidente stradale e sei a 40 chilometri dal più vicino centro civilizzato! Gesussanto, i due fratelli protagonisti di questa storia ripetono in media una volta ogni sei minuti "Dobbiamo andarcene" ma poi rimangono, e continuano a infilarsi nelle situazioni più pericolose possibili invece di girare il culo e lasciare che se ne occupi qualcun altro, tanto più che hanno pure chiamato la polizia.

Un film moscio, con protagonisti insopportabili ai quali auguri la più atroce delle fini, un villain senza spessore e dalle capacità non identificate, tante chiacchiere e nemmeno il gusto dello splatter più frivolo. Bocciato sotto ogni punto di vista, quindi mi scuso con i compagni di seconda media coi quali mi vantavo di averlo visto, adesso che siamo grandi possiamo confessare che ci ha fatto schifo a tutti, ok?

Doctor Who 9x06 - The Woman Who Lived

Non era facile, bisogna riconoscerlo. Competere con The Girl Who Died, prequel indiretto di questo episodio, e che è probabilmente l'episodio migliore degli ultimi anni, non era affatto facile. Ci ha provato, l'autore di questa puntata (che non è lo stesso Jamie Mathieson della prima parte), ma non ci è riuscito in pieno. Certo, l'arco narrativo di Ahsildr (o come ora si fa chiamare, Me) si è chiuso, ma per il resto la puntata non ha brillato.

Una particolarità che si nota subito in questo episodio è che il Dottore è da solo. Clara è per i fatti suoi, e lui si dedica a cercare un antico artefatto alieno (diciamo pure un amuleto magico) che, putacaso, anche Me sta cercando, con metodi e obiettivi diversi. Il loro incontro è casuale, ma si scopre che il Dottore l'ha tenuta d'occhio, perché sa alcune delle cose che la ragazzina, resa immortale dalla tecnologia dei Mire, ha compiuto nel corso dei secoli (circa otto ne sono passati per lei dal loro primo incontro). Il Dottore sapeva di non poter sfuggire a questo incontro, ed è quindi l'occasione per testare l'esito della sua azzardata manovra di resurrezione della bambina. Ma Ashildr è cambiata, non è più Ahsildr, e ottocento anni di perdite e solitudine le pesano addosso, anche se da fuori non si direbbe. Il Dottore vorrebbe riportare indietro la piccola vichinga che ha salvato, ma lei è ostinata e sa rispondere alle sue osservazioni con precisione e acume.

La parte più interessante dell'episodio è costituita proprio dai dialoghi, alcuni burrascosi, altri più morbidi, tra il Dottore e Me. Si apprendono diverse cose su entrambi, da quello che si dicono. I due sembrano conoscersi, o almeno conoscere cosa si prova a sopravvivere, a superare, a dimenticare. È questa una delle parti più strazianti della storia di Me, il fatto che la sua memoria sia limitata alle normali capacità umane, e per lei sia difficile ricordare. Anche i diari che ha scritto per anni e anni a volte non bastano, e altre sono appositamente distrutti perché è meglio non ricordare. Il Dottore forse non soffre lo stesso problema, le sue abilità mnemoniche da Time Lord sono decisamente superiori, ma comprende comunque cosa tutto questo ha comportato per Me, perché anche lui sopravvive, prosegue oltre, e a volte sceglie di dimenticare. Il loro è un confronto quasi alla pari, e quando alla fine dell'episodio Me (forse a quel punto è un po' più Ashildr) fa pace con il Dottore, non si limita a dirgli "avevi ragione", ma gli fa capire che anche lei può trovare un senso alla sua lunga vita, che non è lo stesso di lui.

Una delle cose più importanti che impariamo è il bisogno dei companion umani. Più volte Me chiede al Dottore di portarla con lui, ma lui rifiuta. Alla fine ce lo spiega: ha bisogno delle mayflies (da noi non sono così noti, ma il concetto è piccoli insetti che vivono poche settimane) per mantenere la sua prospettiva vicina a ciò che conta, e non finire per ignorare quelle creature per altri versi immensamente inferiori a lui. Come diceva anche in The Girl Who Died, il Dottore teoricamente potrebbe fare qualunque cosa, e sarebbe facile dall'alto delle sue infinite possibilità perdere di vista le piccole vite delle persone qualsiasi. Ma ciò non toglie che anche lui deve passare oltre, e quando Clara, nella sua breve comparsa nell'epilogo dell'episodio, dice "Io non vado da nessuna parte", lo sguardo di lui è abbastanza eloquente: anche lei se ne andrà, e verrà lasciata indietro, come è successo a tutti gli altri.

Quello che non funziona in questa puntata è tutta la parte della caccia, e l'alieno leonino in cerca del medaglione che sfrutta la "forza vitale" (eddai!) per aprire portali dimensionali. Il trucco sarà pure eccezionale, ma il personaggio è ottuso e moscio, e come villain non vale decisamente nulla. La parte centrale dell'episodio è tutta incentrata su di lui, e anche se rimane un meccanismo per mostare le motivazioni e far evolvere il personaggio di Me, rimane comunque di scarso interesse.

Un'altra cosa che avrei gradito fosse spiegata meglio è l'età di Me. Chiaramente non è invecchiata dall'episodio precedente, e nonostante appaia come una ragazzina qui viene da tutti trattata come adulta. Lei stessa dice di aver avuto dei figli e le vengono anche rivolte un paio di battute maliziose. Ora, io non so quanti anni abbia davvero Maisie Williams, ma a me sembra tuttora una bambina. Forse anche a quarant'anni non perderà mai quell'aspetto infantile, ma se non è cresciuta da The Girl Who Died, vuol dire che già allora era abbastanza matura da poter concepire? E se invece è cresciuta, perché è rimasta del tutto uguale? Sarebbe bastata una frase buttata a caso, qualche technobabble del tipo: "il suo corpo cresce dentro ma la tecnologia aliena la mantiene uguale a come era". Insomma mi sembra che questo aspetto non irrilevante sia stato sorvolato senza nemmeno farci caso (anche lo "woman" del titolo è azzardato, secondo me).

Un dettaglio che invece va di nuovo ad aggiungere merito a questa stagione è la menzione di Jack Harkness da parte del Dottore. E non solo perché fa piacere sentirlo nominare, ma perché di nuovo è stata stabilita una continuità con le stagioni precedenti a Matt Smith: abbiamo visto il collegamento alla quarta serie, e sono state nominate Rose e Martha. In questo senso il Decimo Dottore era rimasto molto isolato rispetto al suo passato, sembrava essere quasi ripartito da capo, mentre ora sembra che lo show sia più pronto ad ammettere che c'è stato anche altro, ancora prima.

Alla fine The Woman Who Lived è comunque un buon episodio, che riesce a toccare argomenti profondi e si incastra bene nel filo narrativo di questa stagione, contribuendo a fare del Dodicesimo Dottore un personaggio con un'identità ben definita (cosa che nella stagione precedente era un po' mancata). Purtroppo il leone spaziale rovina l'equilibrio e fa perdere alcuni punti, per cui non posso assegnargli più di un voto: 6.5/10

Non di solo pane + AMI 2015

Doppia segnalazione che forse arriva con leggero ritardo, ma ho preferito aspettare per mettere insieme le due notizie collegate. Da anni sono un affezionato partecipante del Trofeo RiLL, e pressappoco a edizioni alterne riesco a rientrare tra i finalisti o guadagnarmi una nicchia nella raccolta grazie al concorso parallelo SFIDA. L'ultima volta è stato nel 2013 (appunto, due anni fa) con l'inclusione del mio racconto su Majorana/Marconi/Tesla in Perché nulla vada perduto. Quest'anno RiLL ha ripristinato l'edizione digitale che include tutti i finalisti del concorso, pertanto mi trovo in entrambe le pubblicazioni.

Non di solo pane e altri racconti è l'antologia ufficiale del XXI Trofeo RiLL. Contiene i primi 5 racconti classificati (il primo dei quali dà il titolo al volume), che però non includono il mio racconto finalista Lamarckia.

Il libro è suddiviso in tre sezioni: i migliori 5 racconti del concorso, 5 racconti tratti da altrettanti concorsi di genere fantastico di tutta Europa (e che compaiono qui per la prima volta in italiano), e i migliori 5 racconti di SFIDA, il concorso parallelo riservato ai finalisti delle precedenti edizoni del RiLL. Ed è proprio attraverso quest'ultimo che sono comunque presente in Non di solo pane, con un racconto scritto diverso tempo fa (oddio, penso fosse il 2008-2009) intitolato Karma. Una breve storia di amore e ossessione e reincarnazione (forse).




Ma come dicevo, da quest'anno dopo una pausa dovuta a questioni logistiche, RiLL ha ripreso a pubblicare in formato elettronico tutti i finalisti del Trofeo, al di là di quelli che riescono a entrare nel libro cartaceo. Così per recuperare, in Aspettando Mondi Incantati 2015 non sono presenti solo i 10 finalisti della XXI edizione, ma anche quelli della XX e XIX, per un totale quidi di trenta racconti!

Potete quindi trovare qui dentro (a un prezzo ragionevolissimo vista la quantità di materiale) il mio Lamarckia, che appunto era tra i finalisti di quest'ultima edizione ma non si è classificato tra i 5 inclusi nel libro. Lamarckia, come si potrebbe dedurre dal titolo, ha qualcosa a che fare con l'evoluzione (strano, non ne parlo mai, eh?), ma anche con l'autodeterminazione e il rapporto tra le generazioni. Qualche riga di commento al racconto da parte dei giurati la potete leggere qui.



La premiazione del Trofeo RiLL si svolgerà all'interno del Lucca Comics & Games, venerdì 30 ottobre alle ore 16. Io non sarò direttamente coinvolto nella premiazione ma sarò comunque presente, quindi per chi fosse a Lucca potremo incontrarci lì. Segnalo anche che nella stessa occasione sarà presentato anche Oscure Regioni vol. 2, la seconda parte dei racconti horror dedicati ai miti e al folklore delle Regioni italiane scritti da Luigi Musolino, libro che dovreste bramare (qui le mie impressioni sul primo volume).

Doctor Who 9x05 - The Girl Who Died

Uhm, da dove iniziamo a parlare di questa puntata? Perché diamine, è una di quelle in cui ci sono davero tanti aspetti da dover toccare che boh, non so bene come affrontarli tutti. Prendiamola alla larga e partiamo allora da un argomento off-screen. L'episodio è stato scritto da Jamie Mathieson (insieme a Moffat, ma quest'ultimo probabilmente ci ha messo le mani solo per un paio di aspetti), autore di due degli episodi più interessanti di una stagione 8 che è risultata mediamente mediocre: Mummy on the Orient Express e Flatline. Peraltro scopro anche che sempre lui ha scritto anche un episodio della sfortunata ma meritevole serie Dirk Gently. Quindi si potrebbe quasi pensare che l'autore della storia non sia un aspetto secondario nel determinarne la qualità, e in Doctor Who è facile accorgersene visto che è una delle poche serie a mettere il nome dello screenwriter proprio sotto il titolo di apertura.

Stabilito questo, passiamo a qualcosa che non si è visto in The Girl Who Died. Quando le prime news sulla stagione 9 sono iniziate a circolare, e si è scoperto che tra le guest star ci sarebbe stata Maisie Williams (meglio nota come Arya Stark di Game of Thrones) ci sono subito state ipotesi sul ruolo che avrebbe ricoperto, anche esaltate dal fatto che nel primo trailer la si vedeva dire al Dottore: "Perché ci hai messo tanto?", dando ad intendere che lo conoscesse già. Molti avevano puntato su Susan Foreman, la nipote del Dottore che lo accompagnava all'inizio del suo viaggio (inizio inizio intendo, ai tempi del Primo Dottore), e altri pensavano che potesse essere un altro personaggio proveniente dal passato del Dottore (anche la serie classica). Ashildr in realtà non è niente di tutto questo: è solo una giovane abitante del villaggio vichingo in cui il Dottore e Clara sono capitati pressoché per caso. Quindi nessun collegamento precedente, ma... un probabile collegamento successivo e/o retroattivo.

Il villaggio di Ashildr viene visitato dai Mire, una razza aliena che miete tutti i guerrieri e ne estrae un pratico succo concentrato di testosterone, perché mangiare il cuore degli avversari è sempre stato il metodo migliore di assorbirne la forza, anche nelle altre Galassie. I Mire sarebbero contenti così, ma è proprio Ashildr a sfidarli e allora si può solo combattere. Il Dottore cerca di frenare gli entusiasmi: la prospettiva di una morte con onore non è così auspicabile come sembra. "Un bambino muore con onore?" chiede agli altri. Ma è proprio un bambino, anzi un neonato (come già sappiamo, il Dottore "parla bebè"), a convincerlo a rimanere e occuparsi di loro. A quel punto la soluzione più immediata è addestrare al combattimento contadini e maniscalchi rimasti al villaggio, ma è presto evidente che non è la strategia migliore. Bisogna quindi trovare una soluzione alternativa, che non preveda lo scontro diretto coi Mire, che è chiaramente impossibile da vincere.

E la soluzione, al di là dell'utilizzo delle anguille elettriche (questo forse è l'unico aspetto un po' stiracchiato dell'episodio), viene di nuovo da Ashildr. Perché la bambina ha anche un talento, che forse non è niente di eccezionale e niente di ultraterreno, ma è sufficiente: la capacità di inventare delle storie. Così basta che Ashildr usi la sua immaginazione (insieme a qualche amennicolo sottratto agli alieni) per ingannare i Mire e costringerli alla fuga con la coda tra le gambe. Non è la prima volta che la forza delle storie assume un significato centrale in Doctor Who, e di solito accade sempre in episodi molto intensi (ad esempio in The Angels Take Manhattan, o Silence in the Library).

Quando poi Ashildr muore imprevedibilmente per l'utilizzo del macchinario alieno, il Dottore si confronta di nuovo con il suo antico dilemma: il modo in cui manipola le persone, le vittime che si lascia dietro, la sua abituale fuga. In questo caso il dramma è più forte del solito, forse perché Ashildr è una outcast, e proprio perché il suo ruolo è interamente positivo, creativo, ma ciò nonostante rimane coinvolta. Ed è allora che il Dottore si guarda allo specchio, letteralmente, e capisce qualcosa che stava cercando di afferrare fin dal suo esordio in Deep Breath. Il collegamento è direttamente all'episodio The Fires of Pompeii della quarta stagione, quello in cui appunto Peter Capaldi appariva come personaggio secondario, il pater familias che il Dottore decide di salvare, contravvenendo alle regole: "Salva almeno qualcuno" gli aveva chiesto lei, come rivediamo in un breve flashback. E il Dottore lo ha fatto davvero, e così, due rigenerazioni dopo, decide (inconsciamente) di assumere quel volto, per ricordarsi che lui salva le persone. In effetti fin da quando si era stabilito che il volto del Dodicesimo aveva una giustificazione, avevo pensato che il collegamento fosse proprio a quella scena in cui il Dottore aveva scelto di opporsi alle sue regole, e andare contro quella che è la storia già scritta.

Questo tema delle regole sembra ricorrere già dall'episodio precedente: in Before the Flood il Fisher King accusa il Dottore di non avere il coraggio di contravvenire alle regole che i Time Lord si impongono. Ma per Ashildr le cose cambiano, e nella sua dichiarazione sembra di rivedere qualcosa di quel Time Lord Victorius che il Decimo (sempre Tennant) si era autoproclamato, poco prima della fine del suo tempo. Vedremo se le conseguenze saranno simili, o se le maree temporali rimetteranno il Dottore sulla strada ordinaria.

Certo è che già in quest'occasione si pente molto presto di essere intervenuto quando non avrebbe dovuto: perché per salvare Ashildr, l'ha resa immortale. E il Dottore sa bene che essere immortali non è una benedizione, perché implica sopravvivere a tutti coloro che ami. E Ashildr, che in quel piccolo villaggio in cui è nata ha tutto, come può sopportare l'eternità? È chiaro che qualcosa cambia in lei, lo si vede nella sua espressione che passa dalla gioia, al dolore a... l'odio? La ragazzina (che sarà per sempre una ragazzina) sa a chi deve quella sua tortura, ed è questo che scopriremo in The Woman Who Lived. Tecnicamente quindi i due episodi non sono un'unica storia, ma il collegamento è proprio Ashildr.

Altri due temi emersi, come semplici accenni, ma forse da non sottovalutare, soprattutto perché stanno diventando ricorrenti, sono l'evoluzione di Clara e l'ibrido. Il Dottore si rivolge di nuovo a Clara facendole notare quanto è cambiata e quanto sia pronta allo scontro e al più spietato cinismo. Si inizia a delineare un contesto che potrebbe portare al cambio di companion: sarà forse il Dottore a giudicarla non più adatta a seguirlo? È vero che in passato il Dottore si è accompagnato con individui non proprio immacolati (Leela, compagna del Quarto, era sempre pronta a sfoderare il pugnale e tagliare gole), ma già nella stagione precedente questo Dottore ha espresso il suo disgusto per i soldati. Per quanto riguarda l'ibrido invece, è stato Davros a nominarlo in The Witch's Familiar, come la ragione per cui il Dottore è fuggito da Gallifrey, e adesso lui sembra considerare che Ashildr sia proprio questo: un umano con parti aliene. In effetti non credo che sia lei l'oggetto della "profezia" (che brutta parola) di Gallifrey, ma probabilmente il richiamo serve a far notare come il Dottore sia attento (almeno adesso) a questo argomento.

Per concludere, perché a questo punto ho scritto davvero troppo, The Girl Who Died è un episodio efficace sotto molti punti di vista. La storia, i temi, i sottintesi, i richiami. Il finale. E questo episodio si colloca dopo una serie di altri episodi di buon livello che mi stanno portando a pensare che qusta nona stagione sia davvero una delle migliori da diversi anni a questa parte. Voto: 9/10