Futurama 7x01 - The Bots and the Bees / I robot e le api

Con una sincronia tanto sorprendente quanto casuale, la trasmissione della stagione 6 di Futurama in italia è iniziata poco prima della ripresa della stagione 7 sul canale Comedy Central americano. Così, mentre con due anni di ritardo il pubblico italiano ha potuto vedere i "nuovi" episodi (anche se solo i primi tredici), a un oceano di distanza sono andate in onda puntate del tutto inedite. Come di consueto, la season premiere consisteva in due episodi trasmessi insieme, come nel caso di Rebirth e In a Gadda-da-Leela. Ne affronteremo però uno alla volta.

La trama di The Bots and the Bees è piuttosto semplice, anzi ci si può stupire che l'idea non fosse già stata sfruttata in precedenza: Bender ha un figlio. Per la precisione, il robot piegatore si accoppia (non del tutto per sua volontà) con la nuova macchina per le bibite installata all'interno della Planet Express, e il pargolo che ne nasce risulta essere un incrocio delle caratteristiche dei genitori. Sulle prime i due sembrano fare a gara a chi si interessa meno del neonato, ma in seguito Bender sviluppa un certo affetto per il figlio, di cui assistiamo alla progressiva crescita (non è chiaro in quali tempi il piccolo Ben passi da neonato ad adolescente), e che fin da bambino non sogna altro che poter diventare un piegatore come suo padre. Purtroppo, la capacità di piegare non rientra nelle caratteristiche tecniche che ha randomicamente ereditato dai genitori, e questo sembra impedirgli di realizzare il suo obiettivo. Parallelamente alla trama principale, si svolge anche una sottotrama minore, in cui Fry, trovandosi nei pressi della macchina delle bibite, torna alla sua dipendenza da Slurm, che era il tema principale di un episodio della prima stagione. Stavolta però il fattorino è assuefatto allo "Slurm Loco", la forma più pura e concentrata della bevanda, che provoca alcuni sgraditi effetti collaterali... che solo nel finale riveleranno la loro utilità.

Essendo il primo episodio della nuova stagione, l'inizio consiste in una breve introduzione, in cui il Professore chiama a raccolta con un vero e proprio Planet-segnale nel cielo i membri dell'equipaggio per una notizia importantissima, e vediamo tutti (Scruffy incluso) abbandonare le loro occupazioni e correre alla Planet Express. In seguito l'attenzione si sposta sul rapporto conflittuale tra Bender e Bev (la macchina delle bibite, che ovviamente essendo una macchina ha una personalità robotica), per poi arrivare alla nascita di Ben. Per la verità, un figlio di Bender era già stato mostrato una volta, nel secondo film The Beast with a Billion Backs, quando il Robodiavolo chiedeva a Bender di sacrificare il suo primogenito per ottenere in cambio un esercito. Certo, il rapporto che sembra unire Bender a quel primo figlio è di rilevanza molto inferiore rispetto a quello con Ben, visto la fine che fa il povero bambino...


È interessante notare come, all'interno dell'episodio l'accoppiamento tra robot non sia dato per scontato, e anzi Bender stesso non sembra essere a conoscenza di questa possiblità. Per questo viene portato a un centro educativo dove assiste a un filmato in cui viene spiegato come, vista l'impossibilità di fabbricare tutti i robot di cui c'è bisogno, nella programmazione di ogni macchina è inserita la possibilità di riprodursi, mischiando le proprie specifiche tecniche (trasmesse attraverso l'antenna dei robot maschi) secondo un pattern casuale con quelle del partner, in un processo del tutto simile alla riproduzione sessuata che avviene in natura. Questo aggiunge un altro tassello al "canone" di Futurama, spiegando quindi l'esistenza di robot bambimni e di coppie di robot (e forse anche il tabù della robosessualità), che finora potevano essere sembrate solo delle analogie con gli umani.

Al di là della trama, la puntata è abbastanza divertente, anche se come sempre quando un episodio si concentra su Bender gli altri personaggi hanno un ruolo marginale, e anche la sottotrama di Fry ammontà a non più di un paio di minuti nell'economia della puntata. Comunque, tutto considerato, l'episodio si rivela discreto, con un nucleo emotivo abbastanza forte e un buon livello nelle battute. Voto: 7/10

I survived the Royal Rumble

Mentre sfuma l'anno in cui sono stato eletto appunto "Scrittore dell'anno" da Edizioni XII, il che mi  costringerà per correttezza a rimuovere il bannerino che attualmente compare ancora lì sulla destra, mi permetto di segnalare un altro risultato che mi piace considerare importante.

Si è conclusa proprio ieri la Royal Rumble 2012, l'ultima edizione dello spietatissimo torneo letterario che da diversi anni si tiene sul forum del portale La Tela Nera. Il torneo si svolge in più turni, nei quali i partecipanti si affrontano prima nella stesura di un racconto che deve rispettare specifici paletti, e poi nel commento reciproco dei lavori del proprio girone. Durante i quattro turni in cui si è svolto questa stagione (il numero è variabile a seconda dei partecipanti), ci è stato chiesto di scrivere ora un racconto che avesse come nucleo centrale una ricetta, ora un racconto con meno di sette personaggi, poi un racconto con personaggi tutti dello stesso sesso... il tutto nel tempo massimo di una settimana, a un ritmo serratissimo.

È forse quest'ultimo aspetto che ritengo più importante: in poco più di un mese ho scritto quattro racconti completamente da capo (per inciso: a posteriori mi sono accorto che ho scritto sempre racconti di fatnascienza... strano, eh?), magari non tutti di ottima qualità, ma di certo di livello sufficiente a superare tutti i turni e aggiudicarmi il primo posto nella classifica finale.

Per cui, adesso lo posso dire: I survived the Royal Rumble!

Ultimi acquisti - Giugno 2012 (parte 2)

Nella prima parte degli acquisti di giugno ho elencato gli album acquisiti nell'ultima razzia al miglior negozio di dischi della Toscana. Mi manca adesso da elencare compilation e raccolte, che spaziano anche su generi estranei alla elettronica "pura".


Devo riconoscere a Chris Tietjen, che ha mixato tutte le label compilation della Cocoon, il merito di avermi insegnato i numeri in tedesco (almeno fino al sette, finora). Sieben è appunto il settimo capitolo della serie, che idealmente fa da controparte all'annuale Cocoon Compilation (che esce in estate, e probabilmente otterrò alla prossima occasione), e contiene alcuni degli ultimi successi usciti sull'etichetta tedesca che sta facendo la storia della techno da dieci anni buoni. Niente da obiettare alla qualità dei pezzi e la validità del mix, con tracce di Maetrik (aka Maceo Plex), Nick Curly (di cui parlavamo giusto nell'altro post), Boys Noize, Guy Gerber, Dinky. Il tutto si conclude poi con la meravigliosa True Romance di David August, ed è l'epilogo giusto per mettere voglia di ascoltare il prossimo capitolo.


Altro mix-cd è Body Language vol. 11, compilato e mixato da Nico, ovvero metà formazione dei Noze, duo francese che si distingue ultimamente, e il cui album Dring avevo indicato tra i migliori del 2011. Incaricato dai suoi colleghi della Get Physical di realizzare il periodico set, "Nico from Noze" mette insieme un percorso variegato, che se da una parte contiene pezzi di buona techno, dall'altra trova spazio anche per inserti più eccentrici con punte di etnicità, grazie all'apporto di tracce di Nicolas Jaar, Ruede Hagelstein, Oliver Koletzki. Notevole, e decisamente sopra le righe, l'inserimento di Tu veux ou tu veux pas, classico del francese Zanini, attivo principalmente tra gli anni 50 e 70 del secolo scorso, che sorprendentemente si mescola alla perfezione con le due tracce che lo racchiudono. Un omaggio che Nico ha voluto riservare al suo conterraneo cantante, e che concorda in pieno con lo stile proposto dai Noze.


Diary n. 2 è a sua volta una label compilation curata da Marcus Meinhardt della Upon.You. In questo caso non si tratta di un mix, ma di una semplice raccolta delle più recenti e valide tracce pubblicate dall'etichetta. Per la verità niente di entusiasmante, pezzi techno-house di buona qualità, alcuni superiori alla media e altri regolari. I contributi più interessanti sono forse quello di Douglas Greed, che fa da intro, Santorini e Melhoman & Javi Bora. Tra gli altri nomi notevoli si trovano Pele, ONNO, e lo stesso Meinhardt.



Si esce poi dall'ambito strettamente techno/house, con un'altra raccolta (non mixata) che, pur uscita nel 2011, ha soprattutto un valore storico. Philadelphia International: the re-edits è composta di due cd, per un totale di 21 tracce che raccontano la storia della musica soul/jazz tra gli anni 70 e 80, quando proprio a partire da questi generi si andava evolvendo il prototipo di quella che sarebbe stata la musica elettronica, la figura del dj e il concetto di clubbing. So che a leggerla questa cosa vi sembra incredibile, e che mai direste che possa esserci un legame tra il tunztunz e il jazz, ma le cose sono andate proprio così. I "re-edits" sono appunto versioni editate, di solito estese rispetto alle tracce originali, di questi pezzi di autori principalmente afroamericani che all'epoca hanno avuto un estesissimo successo. A risentirli adesso certo il legame con la techno non è evidente, ma si comincia a intuire nell'utilizzo di certi loop e nell'attenzione che viene dedicata ai ritmi di base. Roba da cultori.


Concludiamo con un altro doppio cd, che stavolta non è in realtà nemmeno una compilation, ma un live. Si tratta del live di Fela Kuti a Detroit del 1986. Anche qui, in questo afrobeat, si scorgono le origini di quella che si stava già affermando come elettronica, anche se in questo caso le sonorità calde, i cori, l'improvvisaizone e i testi cadenzati nell'inglese fortemente accentato di Fela Kuti, evocano atmosfere ben diverse da quelle postindustriali della house che proprio lì a Detroit era appena nata. Cd che mi è stato consigliato, e che, nonostante si discosti parecchio dai miei soliti ascolti, non posso negare di aver apprezzato. Certo, per quanto la qualità audio sia perfetta, non si può fare a meno di pensare che essere presenti sarebbe stata un'esperienza ben diversa. Peccato che quando il concerto si è tenuto io ero ancora in gestazione...

Bustina # 15

Capital letters are always the best way of dealing with things you don't have an answer to.
Concedere a qualcosa l'iniziale maiuscola gli infonde una personalità, quasi una volontà propria, che quindi non rende necessarie ulteriori spiegazioni se non quella che "è così". Il fenomeno risale già ai tempi in cui il Sole mostrava evidenti segni di percorrere un percorso nel cielo, e si trascina fino all'Ufficio Relazioni col Pubblico del Comune. In alcuni casi si è tanto fortunati da riuscire a ridurre il tutto a qualcosa di prevedibile e misurabile (il Sole è solo una stella!), ma per ora nessuno è ancora riuscito a smitizzare l'URP.

Di Douglas Adams e le sue opere si è già parlato altre volte in questo blog, sia direttamente sia come semplice citaizione, e trattandosi di uno degli autori che più mi hanno influenzato, non è escluso che si tornerà a citare qualcuna delle sue frasi o idee, dato che il geniale autore inglese nella sua seppur breve carriera artistica ha fornito centiania di spunti interessanti e divertenti allo stesso tempo. Il libro da cui è citata questa frase era inedito da parecchio tempo in italia, infatti avevo provveduto a reperirlo in lingua originale per completare la pur ridotta bibliografia dell'autore. Di recente però la Mondadori ha ripubblicato sia questo Dirk Gently - Agenzia di investigazione olistica e il seguito La lunga oscura pausa caffè dell'anima, che compongono la "saga" di questo trasandato investigatore che indaga sistematicamnte a caso, convinto che in virtù del principio olistico qualunque fatto sia collegato a qualunque altro. Da segnalare anche che la BBC ha prodotto una serie, purtroppo cancellata dopo quattro puntate, che segue proprio le avventure di Dirk Gently.

Ultimi acquisti - Giugno 2012 (parte 1)

A tre mesi dall'ultima paccata di acquisti musicali, il bisogno di nuova musica iniziava a farsi fisiologico, per cui ho dovuto prendere un giorno di ferie per spendere qualche ora da Mastelloni, e rifornirmi di suoni. Ho fatto ritorno a casa con una paccata di 11 nuovi cd, che come di consueto suddivido in due parti per facilitare la fruizione dei post. In questa prima parte parlerò degli album, nell'imminente parte 2 ci saranno le compilation.

Si inizia con qualcosa di gustosamente minimal ed estremamente recente. Questo disco di appena due mesi fa di Âme in realtà è più un greatest hits che un vero e proprio album. Vi si trovano infatti tutti i pezzi più importanti di produzione della coppia, come Rej e Setsa, più alcuni pezzi di altri grandi nomi come Underworld e Gui Boratto da loro remixati. Sonorità principalmente cupe, con punte di autentico nichilismo (come in Where We At), che si mantengono per tutto il percorso. Il titolo Live inoltre esplicita che non si tratta delle versioni originali, ma di una lunga sessione live, leggermente mixata, in cui vengono presentate le tracce migliori dei due.


Altrettanto recente è l'album Between the Lines di Nick Curly, uscito sulla sua etichetta Cecille nel marzo 2012. Anche qui l'impronta minimal è dominante, ma si fanno sentire anche influenze latine, che non sono estranee allo stile di Curly (basta pensare a Pujante, uno dei suoi pezzi di maggior successo), che emergono con suoni e testi in spagnolo. I tredici pezzi sono di lunghezza medio breve, e alcuni si limitano ai tre minuti tipici del "radio edit", senza troppe variazioni sul tema principale. Forse non si riscontra una grande originalità, ma le tracce sono ben costruite e si basano tutte su un'ottima concezione del ritmo, per cui l'ascolto risulta del tutto gradevole.



Questo Hawkinson in realtà non l'avevo presente, ma sapevo di potermi fidare dell'etichetta Muller, diretta da Beroshima. Non sono rimasto deluso, perché in Klaf, uscito nel 2011, [il link punta alla versione in vinile, con solo quattro tracce, a quanto pare l'album su cd con undici pezzi non è catalogato] si trova una successione di tracce di ottima techno, solida e dalle sonorità vagamente "spaziali", che ricordano lo stile più hard che andava per la maggiore prima che negli ultimi anni si affermasse come tendenza principale la minimal. Volendo fare un paragone, lo stile è simile a quello dell'album Audiology di Kelinschmager Audio, che avevo acquistato a giugno dell'anno scorso.



La scoperta di The Analog Roland Orchestra è stata forse la più interessante di questa sessione di acquisti. Già ero rimasto attratto dalla minimalista copertina in cartone con solo un motivo geometrico e nessuna scritta. Quando poi ho chiesto un preascolto per capire con cosa avevo a che fare, mi sono definitivamente convinto ad acquistare Home. L'orchestra, che in realtà è composta da una sola persona, come suggerisce il suo nome utlizza gli strumenti analogici classici della tradizione elettronica, a partire dai TR 808 e 909, ed altri come il Jupiter 6, Vermona 2010 eccetera. Ok, in realtà non ho un orecchio così raffinato da saper riconoscere tutte queste diverse componenti, ma nel libretto (cioè, cartoncino) del cd viene elencata per ogni traccia gli strumenti utilizzati, di cui questi sono i principali. Come ci si poteva aspettare da qualcuno che usa tanta perizia da elencare i suoi apparecchi, le tracce sono complesse e ricche, composte da suoni puri, e durante l'ascolto si può avvertire la cura che è stata riservata a ogni singola parte che compone le tracce. Un disco per veri appassionati, che può soddisfare chi apprezza le basi stesse dell'elettronica.


Contrariamente a quanto suggerirebbe il suo nome, Roberto Rodriguez è finlandese. Il suo album Dawn è uscito nel 2012 sull'etichetta Serenades, e se a un primo ascolto può apparire un po' cheesy, in realtà scorrendo più volte le tracce si percepisce che c'è una seria conoscenza dell'ambiente elettronico-dance degli ultimi decenni. Lo stile infatti varia da tracce house e deep-house, a qualcosa che ricorda la italo disco, fino a pezzi di stampo più techno. Un disco quindi che si presta a più situazioni, e funziona tanto per l'ascolto, come excursus sulle variazioni possibili sul tema della "canzone elettronica", quanto per la diffusione, visto che i pezzi composti di melodie e vocal risultano ben orecchiabili.



Paul Van Dyk è uno di quei nomi che hanno raggiunto popolarità anche al di fuori dell'ambito strettamente "clubbistico", e che (per quanto valore possa avere) spunta sempre un posto nella top ten nell'annuale Dj Mag Chart. Considerato uno dei guru della trance, in realtà negli ultimi tempi la sua posizione è passata in secondo piano, mentre nuovi talenti (e soprattutto nuovi generi) raggiungevano la fama. Personalmente però ritengo che, tra quelli che sono stati i maestri del genere (Van Buuren, Tiesto, Corsten, per dire...) è quello che è riuscito a mantenersi meglio. Conferma è questo nuovo album: Evolution infatti contiene quindici tracce che, seppure con qualche aggiornamento nello stile ai canoni più moderni, si mantiene coerente con i suoni e i temi che ha sempre utilizzato da oltre un decennio. Buona parte dei pezzi inoltre è stata realizzata in collaborazione con altri artisti, tra i quali Austin Leeds, Arty, Adam Young (aka Owl City), Giuseppe Ottaviani. In sostanza, un album non eccessivamente brillante, ma di buona qualità se si considera l'evoluzione (appunto) del genere trance degli ultimi anni.