Coppi Night 26/02/2017 - The Late Bloomer

Pur essendo un genere che di base evito, ogni tanto non mi dispiace concedermi una commedia, partendo con le aspettative al livello dell'humus e lasciando che qualunque frizzo in più rispetto alla media mi sorprenda. Forse per questo posso dire che The Late Bloomer è un film quanto meno apprezzabile per quello che tenta di fare.

La storia parte infatti con un assunto che promette sviluppi interessanti: un trentenne scopre di avere un tumore benigno al cervello che ha da sempre inibito la sua produzione di testosterone, facendogli in pratica saltare l'adolescenza. Quando il tumore viene rimosso, la scarica di ormoni si presenta di botto, e il protagonista si trova a vivere la sua pubertà con quindici anni di ritardo. Si può forse discutere se succederebbe davvero che lo sviluppo avvenga in tempi così rapidi (non so se esistono casi documentati), ma a beneficio del film che stiamo vedendo diamo per buono, sapendo che da questo ne risulteranno situazioni potenzialmente divertenti. A calcare maggiormente il tema, c'è il fatto che il protagonista è un professionista (consulente/psicologo?) famoso proprio per la sua teoria di canalizzare le "energie sessuali" verso attività più produttive, forte del fatto che lui non ha mai avuto stimoli sessuali e può insegnare agli altri a fare lo stesso. Naturalmente, quando anche lui comincia ad avere erezioni, si accorge che non è così facile gestirle.

Quindi l'idea di base può funzionare, ma quando ci si trova a costruirci tutto un film sopra l'impalcatura inizia a scricchiolare. Abbiamo infatti la tipica trama della signorina bella e dolce da conquistare, anche se inizialmente lui non la considera degna di attenzione (perché non ne ha per nessuna donna) e quando invece vorrebbe approfittarne non sa come fare. Poi ci sono gli amici scemi e i genitori new age a completare il panorama che serve a mettere in atto le gag... che non sempre funziano. Alcune sono azzeccate, soprattutto quando si vede il protagonista aduto alle prese con problemi da ragazzetto (acne, sbalzi di umore, masturbazione compulsiva), ma in altri casi mi è sembrato che si cercasse troppo la battuta forzata alla How I Met Your Mother, puntando su un'assurdità un po' fuori luogo. C'è sicuramente da considerare che qualcosa si sia perso nella traduzione, ma anche al netto di questo non sempre scatta la risata quando dovrebbe.

Un aspetto che ho trovato interessante e che nel film ricorre più volte, è come siano minimizzati certi comportamenti tipici della pubertà, perché appunto giustificabili con le tempeste ormonali a cui sono sottoposti i ragazzi, quando gli stessi comportamenti visti in un adulto destano una preoccupazione maggiore. Il protagonista infatti si trova a suo agio con il vicino di casa adolescente, che a differena dei suoi coetanei riesce a capire cosa si prova a non saper controllare le proprie pulsioni. Forse a volte si sopravvaluta quanto la capacità di giudizio riesca a imporsi sugli ormoni, e quella che consideriamo "maturità" non ha niente a che vedere con l'età, quanto con un mero assestamento della biochimica del corpo.

The Late Bloomers è quindi un film simpatico ma non pienamente riuscito, e viene da pensare che con le stesse premesse si sarebbe potuto ottenere molto di meglio, muovendosi tanto nella direzione del dramma che della commedia.

Person of Interest

Mi pare giusto dedicare un post a una serie tv che ha ricevuto forse meno attenzione di quanta ne avrebbe meritata. Io stesso me la sarei persa, se non fossi stato incuriosito, lo ammetto, dalla presenza dell'ottimo Michael Emerson, il famigerato Benjamin Linus di Lost, qui in un ruolo diverso ma per certi versi affine. Ideato da Jonathan Nolan, la serie è andata in onda dal 2011 al 2016, cinque stagioni per un totale di 103 episodi. È una serie particolare, che partendo come un poliziesco/procedural si evolve poi verso il techno-thriller e la distopia. Ma partiamo dall'inizio.

Person of Interest si basa sull'esistenza della Macchina: un sofisticato software in grado di raccogliere i dati provenienti da ogni fonte di informazione (banche dati, videocamere, cellulari) e incrociarli per ottenere delle previsioni. La Macchina è stata progettata da Harold Finch (Michael Emerson, appunto) e un collega, ed è stata poi acquisita dal governo USA per prevenire atti terroristici. Il progetto funziona perfettamente, ma la Macchina oltre a segnalare le possibili minacce "serie" è in grado di ricavare anche centinaia di casi irrilevanti: crimini che stanno per compiersi, ma che non hanno alcun peso geo-politico tale da dover essere pervenuti. Anni dopo aver creato la Macchina, Finch si convince che anche questi irrilevanti meritano di essere trattati. Programma quindi una backdoor nel sistema che gli fornisca questi dati: riceve dalla Macchina il numero di previdenza sociale delle persone di interesse (termine con cui si indicano gli individui che potrebbero fornire informazioni su un crimine) e nient'altro. Sta poi a lui ricostruire la storia della persona e capire quale sia la minaccia incombente, oltre a determinare se il soggetto sarà la vittima o il perpetratore del crimine. Non essendo esattamente un uomo d'azione, per aiutarlo in questa missione Finch assolda John Reese (Jim Caviezel) ex agente speciale della CIA in fuga. Insieme seguono i vari "numeri" indicati dalla Macchina per cercare di salvare chi è in pericolo.

Come dicevo all'inizio, questa premessa porta a una serie che è sostanzialmente un procedural: la Macchina indica una persona, Finch recupera tutti i dati su di lei, Reese la segue e interviene quando c'è bisogno. Ci si trova davanti a un piccolo caso da risolvere, scene di azione per mostrare la badassery di Caviezel, e titoli di coda. Ma il punto importante, è che la Macchina non è un componente passivo della squadra. Finch l'ha appositamente limitata per evitare che venisse sfruttata per scopi illeciti, ma gradualmente si apprende che la Macchina ha una sua storia, obiettivi, forse anche una personalità. Ovvero, la Macchina è la prima IA della storia. Ci vuole del tempo (tutta la prima stagione) per vedere compiersi questo passaggio, e notare le prime decisioni autonome della Macchina, ma gradualmente questo diventa il focus centrale della storia, fino a quando (segue moderato spoiler) nella stagione 4 e 5 assistiamo allo scontro tra la Macchina e Samaritan, un'IA concorrente dai poteri più vasti ma una "moralità" ben diversa.

Oltre a Finch e Reese ci sono altri personaggi principali che si ricavano un po' per volta il ruolo di comprimari: la detective Joss Carter (Taraji P. Henson), inizialmente ossessionata dall'idea di catturare Reese ma in seguito sua alleata; il detective Fusco (Kevin Chapman), poliziotto corrotto lentamente convertito alla causa della Macchina; Root (Amy Acker) hacker di pari livello di Finch, convinta che la Macchina sia il nuovo dio; Sameen Shaw (Sarah Shahi), agente in precedenza assegnato ai casi rilevanti della macchina ma poi eliminato dal progetto. Ogni personaggio ha un suo ruolo che si incastra con gli altri, e ognuno di questi è legato a una particolare sottotrama, filoni narrativi ricorrenti che si affiancano a quello principale per dare continuità agli episodi, in genere slegati tra loro, ma via via sempre più connessi in un'unica storia, soprattutto nelle ultime due stagioni. C'è da fare fin da subito l'abitudine a scene d'azione un po' sopra le righe, ma d'altra parte sia Reese che Shaw vengono presentati come dei superagenti in grado di maneggiare qualunque arma, o all'occorrenza uccidere a mani nude. Fusco è invece la controparte goffa ma di buon cuore, e la sua presenza serve di solito ad alleggerire la tensione, anche se riesce comunque a compiere atti eroici. La Carter è la poliziotta ligia al dovere che confida nella giustizia e nel sistema, e che deve faticosamente fare i conti con la realtà dei fatti. Root è più difficile da inquadrare, a volte paranoica, altre profetica, la sua unica costante è l'adorazione assoluta per la Macchina. La Macchina stessa, a un certo punto, diventa un personaggio vero e proprio, anche se non ha una sua dimensione fisica: ma se si considera che in pratica tutti gli episodi sono narrati dalla sua prospettiva (vediamo quello che vede lei, seguiamo il flusso di dati nei suoi archivi), il passaggio da strumento a protagonista è naturale.

Person of Interest si rivela a sorpresa una serie di buon livello perché se da un lato non richiede un impegno costante (i singoli episodi autoconclusivi possono essere seguiti con una certa leggerezza), dall'altra quando entra nel merito dei suoi temi princpali tocca argomenti profondi e di grande attualità: il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà, la sorveglianza imposta dai centri di potere, la moralità che consegue dall'intelligenza, l'autodeterminazione. Questi ultimi temi sono presenti fin dall'inizio, ma emergono soprattutto sul finire della serie, quando la Macchina è costretta a intervenire in maniera più diretta per la propria sopravvivenza: si possono riscontrare alcuni echi dei temi che saranno poi ripresi ed espansi da Nolan in Westworld, che tratta con un approccio diverso ma risultati affini le IA.

Purtroppo PoI ha subìto un trattamento non troppo favorevole, e la sua ultima stagione è stata forzatamente accorciata: 13 episodi invece dei soliti 22-23. Questo ha costretto gli autori a correre più del dovuto, tagliando alcune trame secondarie e risolvendo fin troppo in fretta alcune di quelle principali. La serie ha una sua conclusione, e in effetti uno spiraglio rimane anche aperto per un eventuale seguito, ma non si può non notare la brusca accelerata da metà della quinta stagione in poi, che si lascia qualch pezzo per strada. Nonostante questo, il messaggio ultimo è chiaro e il tragitto avvincente, per cui merita sicuramente una visione.

Coppi Club 12/02/2017 - Food Choices

Dopo aver sdoganato con Rats la visione di documentari durante le Coppi Night, a distanza di un paio di settimane* ci siamo cascati di nuovo, stavolta con Food Choices, altro documentario disponibile su Netflix a tema cibo. Titolo e descrizione si sono rivelati leggermente fuorvianti, in quanto non si tratta di un documentario che illustra le diverse abitudini alimentari diffuse nel mondo, ma di una lunga propaganda alla dieta vegetariana/vegana.

Alt. Il discorso alimentazione è diventato negli ultimi anni uno di quei temi dibattuto con tifoserie da stadio, che vede opposti i nazivegani agli ubercarnivori, entrambi in aperta ostilità verso l'altro, sempre pronti a insultare e minacciare. Personalmente mi colloco in territorio neutrale: sono onnivoro ma consumo carne in proporzione limitata, e sono aperto ad altri tipi di regime alimentare, tanto per ragioni di salute che etiche. Non escludo in un futuro prossimo di diventare io stesso vegetariano.

Ciò nonostante, pur essendomi già posto il problema e avendo una mezza idea di spostarmi da quella parte, questo documentario non è riuscito a convincermi. Se l'obiettivo era dimostrare che il vegetarianismo (o meglio: la plant-based diet, visto che tecniamente anche una dieta basta su patatine e cocacola rientra nella definizione di "vegano") è la scelta migliore per tutti in termini salutistici, economici, ambientali ecc, i contributi dei vari intervistati non sono così efficaci nel raggiungere il punto. Forse è da mettere in conto una certa distanza rispetto a quanto descritto nel documentario, che parte dalla tipica dieta americana, per cui molte delle cose riportate non corrispondono alla mia realtà quotidiana: ad esempio le uova a colazione sono date quasi per scontate, quando in realtà da noi non capita così spesso.

Ma anche al di là di questo, il compito è comunque tirato via. Alcuni argomenti trattati sono interessanti, per lo più quelli degil intervistati che si occupano della questione da un punto di vista strettamente scientifico (biologi e nutrizionisti): in quei casi l'evidenza dei fatti è abbastanza forte da non richiedere altre argomentazioni. Ma quanto a parlare sono sportivi, conduttori tv, giornalisti e artisti di vario genere, si cade spesso in tesi aneddotiche che non reggono se sottoposte a un'analisi più rigorosa. In alcuni casi si sfiora proprio l'assurdo: che senso ha dire che le mani col pollice opponibile si sono evoluto apposta per cogliere la frutta? Siamo ai livelli della banana come prova dell'intelligent design per i creazionisti! Anche la donna che racconta come è guarita dalla depessione grazie alla dieta vegetariana mi è sembrata al limite dell'offensivo: nessuno mette in dubbio che a lei cambiare dieta abbia fatto bene, ma suggerirla come cura per una patologia così complessa è fuorviante e tendenzioso. Verso la fine il discorso si sposta anche sugli animali e le atrocità degli allevamenti intensivi, ma anche in questo caso l'atteggiamento è troppo paternalistico per poter colpire davvero.

Insomma Food Choices è indubbiamente interessante, e contiene nozioni utili (come la vera questione dei grassi omega-3). Il problema è che espone una tesi corretta in modo sbagliato, e così perde credibilità. L'autore si pone tropppo spesso su un piano più alto dell'osservatore, facendogli capire che lui ha capito come funzionano le cose, e se stai attento te lo spiega anche. Al che, pure io che come dicevo già pendo in quella direzione, dentro di me mi sono detto che se devo scegliere qualcosa lo farò da solo, non perché me lo dice lui.

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*Non ho fatto post sul film visto il 5 febbraio, perché francamente non valeva la pena perderci tempo per quanto brutto, noioso e inconsistente fosse. Se avete Netflix vi raccomando di stare alla larga dalle scimmie assassine, ma non voglio sprecare una parola di più per parlarne.

Limbo / Inside

Come ho dimostrato già in passato, le rare volte in cui parlo di videogiochi su questo blog mi concentro soprattutto sui cosiddetti indie, ovvero i giochi sviluppati al di fuori delle grandi case di produzione, da piccoli studi o anche singole persone (vedi Braid, The Witness, Axiom Verge). Anche stavolta rimaiamo nel settore, con un post dedicati ai giochi realizzati da Playdead, team danese di sviluppatori che ha ottenuto il primo grande successo nel 2010 con Limbo un puzzle-platformer dalle atmosfere cupe, a cui è seguito nell'estate 2016 Inside, gioco dello stesso genere con molti punti in contatto con il precedente. Proprio in virtù di queste somiglianze può avere senso parlare di entrambi nello stesso post, anche se questo non significa che Inside si limiti a essere una riproposizione di Limbo, ed entrambi meritano comunque il tempo di essere scoperti.

Partiamo appunto da cosa accomuna i due giochi. Come detto si tratta alla base di platform: il giocatore controlla un personaggio in un mondo a scorrimento orizzontale. L'obiettivo del gioco è semplicemente quello di procedere, superando i vai ostacoli sul percorso. Il protagonista è in entrambi i casi un bambino senza nome, che si trova in un ambiente sconosciuto e ostile. Per andare avanti non è necessario abbattere nemici, anche perché non si dispone di armi né alcuna capacità offensiva, ma risolvere una serie di puzzle ambientali, in un sistema reiterato di trial and death, in cui si muore spesso, all'improvviso e brutalmente, e da queste morti bisogna imparare e migliorare. Le morti cruente e reiterate sono uno dei caratteri distintivi di questi giochi: il protagonista può finire impalato, decapitato, schiacciato, frantumato, affogato, sprofondato, polverizzato, bruciato. La telecamera indugia crudelmente sul bambino negli istanti sucessivi alla sua morte, mostrando il suo corpo inerme o le parti che ne sono rimaste, per poi riprendere poco prima e dare modo al giocatore di tentare ancora: non esistono salvataggi o vite da consumare, solo una serie di checkpoint successivi.

Un altro punto importante è che nessuno dei due giochi offre un qualunque tipo di informazione o contestualizzazione al viaggio del ragazzo, e tutte le informazioni devono essere carpite osservando ciò che succede. In effetti, di Limbo sappiamo che il protagonista sta attraversando il limbo in cerca della sorella scomparsa soltanto grazie alla tagline del gioco. Inside è ancora più criptico, e tutto viene lasciato all'interpretazione del giocatore. In questo senso assume quindi un ruolo determinante l'ambientazione, elemento su cui entrambi i giochi investono parecchio. Si può forse dire che una buona metà del valore di tutti e due sta nell'artstyle fenomenale che li contraddistingue. Limbo è interamente in 2D e in bianco e nero, composto solo da immagini sui toni di grigio. Il bambino senza nome è completamente nero, tranne i due occhi bianchi che lo contraddistinguono dalle poche altre creature viventi che incontra. Inside al contrario si svolge in un mondo in 3D, con una elevata profondità di campo che permette di vedere dettagli del paesaggio a grande distanza, e da questi farsi un'idea delle condizioni del mondo che si sta attraversando. Anche Inside mantiene comunque toni smorzati, colori tenui e freddi, tra i quali spicca la maglia rossa del ragazzo. I rari sprazzi di luce sono un'eccezione in entrambi i giochi, tanto che si impara a guardarli con sospetto. Anche la "regia" è attentamente calibrata, spesso le angolazioni e i cambi di zoom non sono soltanto funzionali allo svolgimento del gioco, ma permettono di avere una prospettiva differentesu ciò che sta accadendo (a maggior ragione in Inside, dove l'ambientazione 3D è più ricca di dettagli anche in secondo piano).

Limbo e Inside sono giochi semplici nella loro esecuzione. Il personaggio controllato dal giocatore può soltanto camminare/correre, saltare, arrampicarsi e spostare/usare oggetti. Non ci sono inventari o tesori da accumulare, ci si limita ad andare avanti. La fisica in entrambi ha un ruolo centrale, spesso determinante, ed è fondamentale acquisire familiarità con massa, velocità e inerzia (non che serva conoscere le leggi fisiche che legano queste forze, ma è utile tenere presente come i corpi si comportano e applicare le stesse regole all'interno del gioco). Sono entrambi giochi piuttosto brevi, anche affrontadoli la prima volta si possono finire in un paio d'ore, ma l'intensità del gameplay ripaga in pieno la loro rapidità.

Fin qui quelli che sono i punti in comune tra i due giochi, passiamo adesso a un'analisi più puntuale di ognuno, affrontadoli uno per volta. Come già detto, in Limbo sappiamo di essere un bambino in cerca di sua sorella, in una dimensione che probabilmente non è "reale": si parla appunto di un limbo, quindi un regno intermedio tra la vita e la morte, ma non sappiamo altro. Lo stesso bambino apre gli occhi in mezzo a un prato e si alza in piedi, e non sappiamo come e perché si trovi lì. Inizia così ad avanzare nella foresta, trovando ben presto i primi pericoli. Nel corso della sua avventura attraversa diversi ambienti, via via più "artificiali": la foresta, un villaggio sugli alberi, una città abbandonata, una discarica, un complesso industriale. Anche gli avversari/ostacoli che incontra si fanno via via più "impersonali": inizialmente inseguito da un ragno, poi attaccato da altre persone, più avanti si trova ad affrontare seghe elettriche e mitragliatrici automatiche. Visto che il gioco non offre nessuno spunto per comprendere con sicurezza ciò che accade, diverse interpretazioni sono state date nel tempo. Per alcuni il ragazzo sta facendo ciò che titolo e tagline dicono: attraversa il limbo per ritrovare la sorella morta. Per altri il viaggio è più metaforico, e il protagonista deve affrontare in sequenza le sue paure: il ragno gigante, paura ancestrale e irrazionale, poi la paura degli altri, dell'acqua, delle altezze e così via. A un livello ancora più profondo, si ipotizza che il suo viaggio nel limbo sia in realtà una riproposizione delle fasi della vita: dalla foresta incontaminata dell'infanzia al primo contatto con la società ostile (la scuola?), fino alla vita in città (deserta, senza contatto umano) e l'inserimento nella deumanizzante routine del lavoro (la fabbrica). Ci sono anche molte possibli versioni su chi stia cercando chi, se il protagonista è vivo o morto e se lo sia anche la sorella, o se sia tutto il contrario. La scena finale in cui finalmente ritrova la sorella, e l'immagine durante i titoli di coda, fanno supporre che le cose possano essere diverse da come si credeva. Ma il gioco non dice altro (e i suoi sviluppatori nemmeno), quindi non lo sapremo mai.

Inside ha certamente un plot più complesso, visto che ci troviamo effettivamente nel mondo reale, anche se è chiaro che qualcosa di terribile è avvenuto. Il ragazzo è fin da subito in fuga, braccato da agenti mascherati e cani, sparato a vista. Anche qui si attraversa una serie di ambientazioni diverse, inizando da un bosco per poi procedere in una fattoria, una città, fino a raggiungere un gigantesco complesso (con grandi zone allagate) che pare un centro di ricerca. Quello che scopriamo poco per volta è un mondo in rovina, una distopia in cui a seguire di una non precisata catastrofe si è instaurato un regime dedito al controllo spietato della popolazione. Vediamo gli agenti armati prelevare le persone completamente passive e caricarle su camion. La cosa terribile è che accanto agli adulti vediamo anche dei bambini osservare e commentare la marcia degli zombie, per cui viene da pensare che questa distinzione tra le classi sia normale e socialmente accettata. Sappiamo anche che il controllo mentale è possibile, perché il ragazzo stesso lo pratica più volte, approfittando dell'aiuto di altri inermi uomini-zombie. Più avanti le stesse persone si fanno sempre più indefinite, abbozzi informi di carne cresciuti all'interno di grande vasche d'acqua antigravità. Nell'ultima fase del gioco, sembra proprio che questo fosse il punto centrale della storia, ma anche in questo caso non c'è nessun indizio specifico verso quello che dovremmo pensare. Come in Limbo, il finale è ambiguo e porta a ipotizzare che in fondo niente di quanto abbiamo fatto tramite il ragazzo fosse spontaneo, e la sua motivazione fosse pilotata fin dall'inizio (il finale alternativo avvalora ancora di più questa tesi, ma ve lo lascio scoprire da solo).

Ma posto che nessuno dei due giochi racconta una storia vera e propria, di cosa parlano Limbo e Inside? Sicuramente alla base c'è un senso di limitatezza, che emerge quando il piccolo protagonsita viene posto a contrasto con le enormi ambientazioni nelle quali sparisce. Anche il tema del controllo ricorre in entrambi, e la presenza di un parassita che si attacca alle altre creature e ne dirige il comportamento fa in qualche modo pensare che le due storie siano almeno tematicamente legate, se non ambientate in uno stesso universo narrativo. Se in Limbo a emergere di più è l'incertezza per quanto ci aspetta (sono molto più frequenti le morti accidentali per aver semplicemente mosso un passo di troppo), in Inside è forse più evidente un qualche livello di critica sociale, fin dal titolo: il protagonista fa di tutto per fuggire, ma si ritrova fino all'ultimo dentro, non può uscire dal sistema che lo sta manipolando, anche quando crede di essere lui ad avere il controllo.

Naturalmente, come in tutti i casi in cui ci si trova davanti un'opera che non permette un'interpretazione univoca, è facile anche arrivare a leggere molto di più di quanto fosse realmente intenzione dei suoi creatori trasmettere. Può darsi anche che l'idea fosse soltanto quella di un'ambientaizone inquietante (e ci sono riusciti alla grande), ma è difficile che tutti questi elementi siano solo coincidenze. Anche volendo prendere i giochi per quello che sono al livello più superficiale, e cioè dei puzzle game con un inizio e una fine, l'esperienza è comunque gratificante.

Rapporto letture - Gennaio 2017

Primo rapporto letture dell'anno, che sarà breve ma intenso, perché a gennaio ho letto solo due libri, ma di quelli che segnano per bene, quindi ci sarà da dire parecchio su entrambi.


Del primo in realtà ho già parlato in maniera tangente. Ho approfittato infatti dell'uscita di Arrival per confrontare il diverso linguaggio degli alieni nel film con quello degli Ariekei di Embassytown. Si tratta per me del primo libro di China Miéville, autore che mi ripromettevo da tempo di affrontare, anche se secondo alcuni non ho iniziato col titolo giusto. In ogni caso, la lettura è stata interessante, e gli ottimi spunti offerti sul linguaggio e il modo di concepire il mondo che ne deriva (o viceversa) sono riepilogati nel post linkato poco sopra. Riguardo il romanzo in sé, devo dire che per quanto affascinato dalle tematiche e dalla fisiologia e psicologia ariekea, ho trovato la storia non sempre abbastanza coinvolgente. C'è tutta una parte centrale, dalla fine dei flashback fino allo scoppio della crisi vera e propria, che a mio avviso incespica un po', come se non sapesse bene che direzione prendere. È vero che questi momenti di incertezza sono ampiamente ripagati in seguito, quando la trama arriva al suo compimento, ma devo ammettere che per diversi capitoli ho un po' arrancato. In ogni caso ciò che è veramente notevole di questo libro è come la narrazione arrivi appena a scalfire la superficie dell'immenso universo narrativo che ci sta sotto, come se stessimo guardando dal buco della serratura in un salone enorme. Ok, conosciamo gli ariekei, Embassytown e gli Ambasciatori, sappiao dell'immer e del faro, di Bremen e degli androidi... ma come tutto questo si trova a convivere in un'unica realtà non ci è dato di saperlo, anche se si intuisce che c'è un ordine di fondo, una ragione per tutto. Probabilmente è questa la cosa che ho trovato più affascinante di tutto il romanzo, oltre alla già citata tematica della Lingua. Di certo quando mi capiterà proverò altro di Miéville, e magari acquisendo maggior familiarità con l'autore riuscirò anche a trarne di meglio, come mi è capitato con altri come Dick, Lem e Priest. Voto: 7.5/10


Cambiando radicalmente genere e autore, ho recuperato solo il mese scorso un romanzo di Alessandro Forlani uscito alcuni anni fa e di recente ripubblicato in edizione digitale. Il Grande Avvilente: Tristano è un fantasy che segue le gesta di Tristano, un Grande Avvilente del Regno. Il Regno è il regime al potere nel mondo descritto, apparentemente in forze dall'inizio dei tempi, che controlla il popolo senza bisogno di oppressione, soltanto con l'avvilimento. Il Regno non usa la forza, non ha nemmeno un esercito: si limita a scoraggiare, deludere, impedire ogni guizzo di immaginazione, ogni ambizione, ogni desiderio che vada oltre il lavoro della giornata. Il Regno ascolta tutto, ma risponde in un solo modo: no, non si può. Per il Regno tutto è indifferente. I Grandi Avvilenti sono i suoi ispettori, incaricati di coprire il territorio e applicare la cinica politica di disillusione. Conosciamo Tristano mentre fa irruzione in una casa, aiutato dal suo uomonero Otre (una sorta di orco), per umiliare una ragazza madre che ha avuto l'aspirazione di maritarsi con un giovanotto: no, non si può. Perché sperare? Perché affannarsi a cercare una vita migliore? Non cambierebbe nulla, è indifferente. Ma qualcosa inizia a scricchiolare nel Regno, quando in una successiva missione Tristano si trova davanti a un villaggio animato da un Eroe, un condottiero che la gente sembra voler seguire fino anche alla morte. Dopo la terribile scoperta, Tristano e i suoi compagni viaggiano fino al cuore del Regno, dall'Autorità, per avvertire della minaccia che incombe. Tutto questo di per sé è già notevole, e fa di Tristano una storia davvero incisiva, di estrema attualità, ma la forza di questo romanzo non si esaurisce qui. Forlani dimostra sempre un gusto barocco nel suo linguaggio (ad esemip anche in Eleanor Cole), ma qui va anche oltre. Tutto il libro è scritto con estrema musicalità, con frasi cadenzate, tanto che procedendo nella lettura sembra quasi di leggere un poema in versi, una sorta di Orlando furioso. Questo stile ricercato ed efficacissimo non è solo un orpello, ma si dimostra anche funzionale alla trama, rendendo l'immagine (o il suono?) di una società decadente, in cui gli Avvilenti devono mantenere le scarpe lucide e la gorgiera a posto, e gli uominineri devono mangiare come porci al trogolo, anche se preferirebbero usare posate e tovaglioli. Perché anche il potere del Regno, alla fine dei conti, è solo apparenza, e la lingua contribuisce a manternerla tale (e si torna imprevedibilmente al tena centrale di Embassytown). Voto: 8.5/10

L'affaire Bello Figo, o moriremo di serietà

Nei giorni scorsi mi è capitata sotto gli occhi la notizia che un altro concerto di Bello Figo è stato annullato per le pressanti minacce rivolte al rapper e ai gestori del locale in cui avrebbe dovuto esibirsi, in seguito alle quali è stato deciso per ragioni di sicurezza l'evento non si poteva svolgere. È il quarto-quinti caso da qualche mese a questa parte, e dimostra il crescente clima di ansietà e aggressività sociale che...

Stop.

Conoscevo marginalmente la vicenda già da qualche mese, per cui quando mi è arrivato questo aggiornamento sapevo già di cosa si parlava, e seguendo le reazioni pre e post mi sono sorte una serie di riflessioni, che penso valga la pensa condividere.

Rewind.

Partiamo dall'inizio. Bello Figo (in precedenza noto anche come Bello Figo Gu o Gucci Boy) è un ventitrenne di origine ghanese che da anni "canta" pezzi parodistici di rap demenziale, in cui senza alcun criterio musicale (ritmo, metrica, equalizzazione, rima) propone testi al limite del nonsense, spesso volgari e con un lessico da immigrato macchiettistico (come i Vu Cumprà delle barzellette), il tutto con l'atteggiamento di strafottenza e swag tipico appunto di certi ambienti del rap. Il ragazzo è attivo da diversi anni, e piuttosto noto dagli amanti del trash, al pari di altri personaggi come Giuseppe Simone e Rosario Muniz (punto di riferimento in questo senso sono le interviste di Andrea Diprè). Questa contestualizzazione è fondamentale per comprendere il seguito, per maggiore chiarezza metto anche il video di una delle sue hit maggiori, Pasta con tonno.


Bello Figo è diventato un personaggio pubblico, uscendo dalla cerchia relativamente ristretta dei cultori di questo genere di assurdità, quando per qualche ragione è stato invitato come ospite alla trasmissione di attualità Dalla vostra parte di Rete 4, in una puntata che esponeva per l'ennesima volta il problema dell'integrazione dei migranti e le problematiche derivanti dalla gestione degli sbarchi di rifugiati/clandestini. Messo davanti a cittadini indinniati e Alessandra Mussolini, il testo di alcuni suoi pezzi come Non pago affitto e Referendum costituzionale (era qualche settimana prima del voto) lo hanno fatto passare come un ambasciatore arrogante delle pretese degli immigrati (alloggio in albergo, wi-fi, diritto di voto, figa bianca). È da allora che la sua fama ha subìto un'impennata e al tempo stesso ha iniziato a ricevere minacce, tanto che molte sue performance live sono state cancellate.

Questo è lo stato dei fatti. Passiamo alle interpretazioni.

Ciò che mi turbava (e quindi la ragione di questo post) è che molti degli interventi a favore di Bello Figo mi sembrano clamorosamente fuori bersaglio. Coloro che si sono schierati in sua difesa, tra cui esimi giornalisti e meno qualificabili opinionisti di vario genere, ci tengono a sottolineare quanto sia preoccupante che il ragazzo riceva minacce di carattere razzista così gravi e nessuno intervenga. Possibile che nel 2017 nell'Italia democratica un cantante non possa fare un concerto? Dov'è finita la libertà di espressione, come si può impedire a un'artista di...

Stop.

Rivediamo la biografia di Bello Figo: il problema non è impedire a un cantante di esibirsi, o almeno, non è il punto centrale della questione. Perché se così fosse, sarebbe un problema di "semplice" razzismo, qualcosa che esiste, ma che raramente si manifesta a questi livelli. Attenzione, non voglio minimizzare un problema che sembra in crescita e potrebbe avere forti ripercussioni sull'assetto sociopolitico dei prossimi anni. Ma voglio evidenziare che in questo caso, il razzismo non è il punto centrale: perché altrimenti la gente insorgerebbe anche per i concerti di Fifty Cent perché non vogliamo un negro che canta nella nostra città. Con Bello Figo non è questo che sta succedendo, l'indignazione deriva dai suoi testi, quelli che si focalizzano appunto sugli stereotipi e le leggende populiste diffuse sugli immigrati.

Il ragionamento è questo: quello dice che i clandestini non vogliono lavorare e li dobbiamo mantenere noi, non lo vogliamo a cantare nella nostra città.

Sta qui il cortocircuito di quelli che vogliono difenderlo. Io non metto in discussione la loro causa, e per quanto vale anch'io sono pro-Bello Figo. Ma la ragione è un'altra: non stiamo difendendo la libertà di espresione di un'artista satirico, stiamo soltanto constatando che gente, non fa sul serio! È come se la comunità degli indiani d'america si indignasse per Arrapaho degli Squallor.

E mi preoccupa in un certo senso il fatto che questo punto cardine della vicenda sia travisato tanto dall'accusa che dalla difesa. Perché se anche tutti riconoscono che i suoi "testi" sono provocatori, con questa linea di ragionamento non si può validamente rispondere a chi obietta che allora la stessa libertà di espressione va concessa alle parate di ispirazione nazista: se lui può dire che i negri hanno diritto al wifi, perché loro non possono dire che i bianchi ne hanno più diritto? La differenza cruciale è che loro fanno sul serio.

Ma davvero dobbiamo trattare tutto con tale serietà? Davvero, su entrambi i lati, non si può riconoscere semplicemente che Bello Figo è un cazzone, un megatroll che si diverte a blaterare stronzate per gente che apprezza questo genere particolare di idiozie? Ma ci vuole così tanto a rendersi conto che le sue non sono vere canzoni, che lui non è un rapper, e che lo si può definire "artista" soltanto se si estende questa definizione fino a includere nuove figure professionali come gli youtuber? Quanto bisogna essere superficiali se guardando uno dei suoi video si pensa che lui creda davvero in quello che fa, ritiene davvero di fare della buona musica? Quanto bisogna essere ignoranti (mi verebbe da usare la locuzione "analfabeti funzionali", ma ormai è troppo inflazionata e ha perso la sua efficacia) per non rendersi conto che uno che dice Mattarella ci ha detto di venire per votare PD, Renzi ci ha promesso la figa bianca sta evidentemente dicendo delle assurdità, e che come tali vanno prese? Non lo dico per sminuire il lavoro di Bello Figo, di cui personalmente apprezzo a piccole dosi l'umorismo assurdo, ma perché mi sembra evidente che la contestualizzazione è importante. Non dico che deve piacere né che deve far ridere per forza, ma che andrebbe preso per quello che è fin dall'inizio.

E la cosa che trovo insopportabile è che se da una parte si può pensare che sia "normale" che certa giente non arrivi a comprendere la differenza tra assurdo e reale, lo stesso non dovrebbe valere per i paladini della libertà di espressione, quelli che hanno sollevato gli scudi per difendere un artista di colore ostracizzato dalla comunità. In questo vedo una ancora più pericolosa deriva di serietà, incapacità di cogliere quando è il caso di riconoscere semplicemente: gente, ci sta solo prendendo per il culo.

L'altra possibilità è che tutti questi (Bello Figo, il suo fortunatissimo agente, oppositori e difensori) in realtà capiscano bene la vicenda, e semplicemente decidono di sfruttarla per cavalcare l'onda e guadagnare visibilità, in una corsa alla strumentalizzazione che si autoalimenta. E non so quale delle due ipotesi sia la peggiore.

Coppi Night 29/01/2017 - Thank You for Smoking

Per qualche ragione ero convinto che Thank You for Smoking fosse una sorta di film-documentario alla Michael Moore, oppure un mockumentary di qualche tipo, e non essendo particolarmente interessato alla tematica "danni del fumo" lo avevo sempre scansato. Quindi sono rimasto sorpreso a scoprire che è un film con una trama pressappoco definita.

Seguiamo il lavoro del frontman di un conglomerato delle sigarette, la persona che ci mette la faccia quando c'è da parlare in pubblico di come le sue aziende stanno uccidendo milioni di persone. Presentato come persona brillante e con una moralità perfettamente allineata alla sua professione, in effetti non si può non fare il tifo per il protagonista, e il film in questo è molto abile.

In effetti tutto il film mi è parso più interessante per le tematiche toccate piuttosto che lo svolgimento. Due sono gli argomenti principali e controversi affrontati nel corso del film, e che sublimano nel finale: la libertà di scelta, in particolare la libertà di scegliere anche in contrasto con tutte le evidenze disponibili; e la forza della retorica, la possibilità di poter portare valore a qualunque tesi, per quanto razionalmente perdente, facendo leva sulle giuste argomentazioni e traendo vantaggio da tutte le logical fallacies che si dovrebbero evitare in una discussione seria. Unendo questi due punti si riesce a realizzare quanto sia facile pilotare l'opinione della gente, in ambiti anche ben più vasti del mercato delle sigarette (che pure non è una cosetta da niente).

Di contro, la trama vera e propria del film, soprattutto dalla metà in poi, non ha la stessa presa, perché basa il suo sviluppo su un errore che un uomo nella posizione del protagonista non avrebbe mai commesso: rivelare nomi e segreti a un'amante occasionale è una cosa totalmente da escludere per una persona che fa della comunicazione controllata la sua ragione di vita. Allo stesso tempo, anche il ruolo della giornalista che cerca lo scoop in grado di far tremare le multinazionali poteva avere senso negli anni 80, oggi (ma anche all'epoca del film) non esistono più figure del genere. In assenza di questi snodi cruciali non si arriverebbe alla situazione finale, quindi non si può far altro che invocare la plot convenience per giustificare la loro esistenza.

Comunque il tono leggero al di sotto del quale risiedono gli aromenti più profondi rende la visione piacevole, e si può comunque ritenersi soddisfatti per gli spunti di riflessione sull'attualità del mondo che il film suscita.

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