Ultimi acquisti - Marzo 2015 (parte due)

Dopo aver illustrato album ed EP nella prima parte del post, passiamo adesso ai singoli, con i quali intendo tracce uniche arricchite al più da un remix. Si parla di diverse cose interessanti.


Cominciamo con un disco che in realtà stavo già ascoltando da alcuni mesi ma che ancora non possedevo: Awake di Santé (con un featuring per la parte vocale) è una di quelle tracce ma decise, una techno che si colloca efficacemente a metà strada tra il semplice ascolto e l'uso in pista. Agoria si diverte a giocare un po' con i suoni nel suo remix, e il disco risulta così completo. Pezzo fissa del momento, uno degli esempi non frequenti in cui il testo di un pezzo techno conferisce forza ed emotività.




Questo l'ho preso semplicemente perché era bello da vedere, si tratta di fatto del mio primo vinile stampato. Poi l'ho anche ascoltato e allora mi sono convinto: Len Faki remixa Everything di Fauntleroy, traendone la parte più psichedelica e inseerndo un paio di drop ben studiati. Ottimo pezzo da ascoltare a ripetizione, con ogni componente che assume a turno la sua importanza.






Passiamo nel reame della techno più hard, con Arrivals di Jay Lumen: due tracce che fanno a meno di qualunque tipo di melodia, concentrandosi sulle componenti essenziali, kick, hat e clap, con qualche vocal di contorno per enfatizzare i momenti topici. Un genere di musica che per quanto possa apparire ripetitivo riesce a non stancare mai, anche se non è più in auge come una ventina d'anni fa...





Dall'hard alla minimal più tipica, e il nome che focalizza l'attenzione qui è ovviamente Villalobos, che insieme a Tobias si impegna per questo EP remixando Ambiq. Non era una cosa facile, perché Ambiq è un album di Claudio Puntin, Samuel Roher e Max Louderbauer (quest'ultimo già collaboratore di Villalobos in altre occasioni) di difficile definizione, sospeso tra ambient, jazz musica astratta. Forse l'unica strada per un remix era una minimal looposa e asimmetrica, come quella in cui Villalobos eccelle. Ne esce quindi un disco lento e riflessivo, che trasmette in modo efficace le atmosfere del lavoro originale.


Concludiamo con un disco che non dovrebbe rientrare tra i miei acquisti. Dj Slugo infatti è (brrr, solo a dirlo ho i brividi) un rapper, credo anche di media fama. E non avrei mai preso questo se non avessi notato sul retro che la musica di questo pezzo è in effetti di Nicolas Jaar, il che cambia tutto. Ghetto è un pezzo deep house sul quale il suddetto Slugo canta alcune semplici frasi di classica impostazione rap. Ma a fare la differenza è appunto Jaar, e il fatto che il lato B del vinile presenti la versione dub, che non eccelle magari in virtuosismi di nessun tipo ma è più che suffficente a giustificare l'acquisto.

Coppi Night 22/03/15 - La mafia uccide solo d'estate

Quando nei titoli di apertura di un film vedo che è stato realizzato con patrocini e sovvenzioni di istituzioni varie inizio già ad avvertire un certo prurito, un po' come quando leggo "tratto da una storia vera" oppure si fa accenno a cazzate del found footage. Quindi ho affrontato questo film partendo da una posizione piuttosto scettica.

La storia è quella del periodo d'oro delle stragi mafiose in Sicilia visto attraverso gli occhi di una persona qualune, o meglio ancora, di un bambino (su questo torneremo dopo). Assistiamo quindi a tutti i fatti di cronaca che hanno attraversato quel ventennio sanguinoso, vedendo più o meno tutti i personaggi coinvolti, sia dal lato delle vittime che dei carnefici. Da questo punto di vista si tratta sicuramente di un film interessante, che riesce a raccontare una parte di storia poco piacevole mantenendo un tono mediamente leggero, ma senza per questo scadere nella parodia.

Ci sono però anche alcune cose che non tornano troppo. La parte umoristica del film, dichiaratamente presente, non riesce a esprimersi al meglio, con alcune gag piuttosto fiacche, quasi come se si fosse temuto che ridere troppo in questa situazione sarebbe stato fuori luogo. La storia del protagonista è poi fin troppo diluita: si limita a ciondolare in una direzione o nell'altra, incrociando di sfuggita tutte le successive vittime degli omicidi mafiosi, come un Forrest Gump siculo. Si capisce che il narratore/protagonista è messo lì apposta per incrociare la sua storia con quella dei personaggi che nella Storia (quella con la maiuscola) ci sono rimasti, però non c'è il minimo motivo per appassionarsi alle sue vicende, non c'è niente di quello che faccia in grado di catturare lo spettatore. Da questo punto di vista anche la "storia d'amore" è davvero fiacca, messa lì tanto per, e anche parecchio irritante, a mio avviso, perché non si può descrivere in altro modo il rapporto unidirezionale del protagonista nei confronti di una borghesuccia isterica. Ma poi alla fine si baciano, urrà, l'amore vince sempre.

Altro grosso problema a mio avviso è l'invadente presenza dei bambini. Capisco benissimo che per esigenze cronologiche non si poteva avere un protagonista adulto negli anni delle prime stragi, ma quando in un film di 90 minuti vediamo per più di 50 il protagonista da piccolo, comincia a essere un problema. Non solo di equilibrio della struttura del film, ma anche di sopportazione, perché ammettiamolo, i bambini non sanno recitare. Terribile in questo caso la ragazzina che interpreta la versione infantile di Cristiana Capotondi (non che la versione adulta sia eccezionale, ma vabbè...), che sembra continuamente recitare in una pubblicità di yogurt. E non mi venite a dire "ma dai, sono dei bambini", non mi interessa, se io guardo un film deve essere credibile, non si possono lasciar trapelare queste giustificazioni oltre la quarta parete.
 
Quindi un film di sicuro valore storico/sociale, ma l'impressione è che non si sia fatto nemmeno lo sforzo di costruire una storia valida intorno alle vicende politiche intorno a cui ruota tutto. Un po' il discorso che facevo con l'Olocausto: stiamo parlando delle stragi mafiose, quindi il film è profondo senza che ci sforziamo di renderlo buono.

Ultimi acquisti - Marzo 2015 (parte 1)

La cadenza dei miei acquisti musicali si sta riducendo a uno ogni tre-quattro mesi circa, cosa che da una parte mi lascia parzialmente insoddisfatto (e arrivo a un certo punto con il bisongo fisiologico di nuova musica) ma dall'altra rappresenta un sollievo notevole per le mie risorse finanziarie, soprattutto da quando ho iniziato ad accedere al mercato dei vinili. Questo mese è stata infatti la prima occasione in cui ho acquistato solo vinili, senza nessun cd. Vista la difficoltà a suddividere i dischi in base a contenuto/tipologia, applico una suddivisione abbastanza arbitraria commentando in questo post LP ed EP, e nel prossimo i singoli (sort of).


Cominciamo con quella che è stata una delle maggiori sorprese/rivelazioni di questa tornata. Non conoscevo Rebotini, autore francese di elettronica, ma con questo Music Components del 2008 mi sono trovato subito di fronte a qualcosa di notevole. Non è ben chiaro come mai ma i francesi hanno un loro talento nell'elettronica, e Arnaud Rebotini si inserisce in una lunga tradizione. Il disco riporta in copertina tutti gli strumenti utilizzati dall'autore, ed è una gioia constatare come si possa creare un'infinita varietà di suoni a partire da questi pochi oggetti. I pezzi spaziano tra techno ed electro, con un'attenzione particolare a distorsioni ed effetti. Alcuni pezzi sono davvero eccezionali in questo senso, come quello che chiude l'album. Mi rammarico della tardiva scoperta, ma è diventato un autore sul quale documentarsi bene.


Anche Timothy J Fairplay mi era sconosciuto fino a pochi giorni fa, e con Stories of Prison ho scoperto un nuovo esponente di una electro un po' antiquata, ma che ha sicuramente ancora molto da dire. Suoni che ricordano certe colonne sonore di film anni '80, roba alla Vangelis, in cui ogni piccola componente del suono finale ha la sua importanza. Il disco contiene sei pezzi tutta sulla stessa linea ma interessanti.





Butch invece lo conosco già, e so che si tratta di un buon interprete della techno contemporanea, anche se devo ammettere di non averlo mai seguito più di tanto, lo conosco per un paio di pezzi e qualche remix. In Songs About Uncosciousness il polpo biomeccanico in copertina accompagna durante l'ascolto di due pezzi di techno ipnotica: The Spirit richiede più di 5 minuti per arrivare alla sua parte centrale, mentre Shahrzad introduce alcune atmosfere vagamente orientaleggianti, ma mantenendo sempre l'atmosfera onirica, sull'orlo dell'inconscio. Come probabilmente era intenzione dell'autore.


Altra conoscenza di lunga data (ma diciamo pure: unico dj internazionale con cui ho voluto una foto) è Johannes Heil, in quest'ultimo disco in coppia con Markus Suckut per l'EP Souls uscito con Cocoon. Ultimamente Johannes è tornato alla techno più dura, come nelle altre collaborazioni con Len Faki iniziate un paio di anni fa. Anche Souls contiene tre pezzi definibili soltanto come "techno", con predominanza di kick, hi-hat e clap e senza un attimo di tregua. Intramontabile.




Includiamo in questo blocco anche un classico che mi sono voluto aggiungere alla collezione, dietro caloro incoraggiamento del buon Mastelloni. E così da oggi possiedo anche I Robot degli Alan Parsons Project, disco che non potevo lasciarmi sfuggire se non altro per il titolo. Ora, può sembrare roba piuttosto lontana dai miei standard di ascolto, e santiddio, sì, lo è, eppure ci ho comunque trovato qualcosa, una modo di intendere la musica, che paradossalmente mi sembra molto affine a quello che ascolto di solito, e mi ha consentito quindi di apprezzare anche questo. Poi non sto ad aggiungere il mio commento perché presumo che da quarant'anni a oggi ne abbiano già parlato abbastanza.

Futurama - Raiders of the Lost Arcade (live action movie)

Probabilmente lo sapete già, ma visto che mi fregio del maggior esperto nazionale di Futurama mi sembra doversoso segnalare anche qui che presto al cinema uscirà la versione live action dell'episodio Raiders of the Lost Arcade. Il film vedrà nel cast la presenza di nomi importanti come Adam Sandler (che personalmente avrei evitato, ma vabbè), Petere Dinklage, Michelle Monaghan. Stanno iniziando a circolare i primi trailer e l'entusiasmo del pubblico, soprattutto di quella generazione cresciuta coi primi videogames anni '80 (epoca che ho appena sfiorato ma che ho fatto in tempo ad assorbire nel mio immaginario), è già evidente. Ecco il trailer uscito in settimana che ha attirato tanta attenzione:



Che ve ne pare? Sembra che le premesse per un film grandioso, leggero ma spettacolare, ci siano tutte, ed è bello constatare come nonostante la cancellazione dello show Futurama continui a figliare nuovi contenuti.

Eh, come dite? Pixels non c'entra niente con Futurama? Ma siete sicuri, a me pare così evidente. Forse non avete ben presente Raiders of the Lost Aracade: si tratta di uno dei miniepisodi che compongono una delle puntate Anthology of Interest (da noi: Il gioco del se fossi), ed è quella in cui Fry chiede di vedere come sarebbe il mondo se fosse ispirato ai videogiochi. Nell'episodio vediamo quindi personaggi e situazioni tipiche dei classici arcade che fanno parte della vita di tutti i giorni. Ed ecco la scena madre in cui Fry viene reclutato dall'esercito in quanto esperto di videogiochi per respingere un'invasione aliena. O meglio, diciamo degli invasori spaziali:


(abbiate pazienza, ho dovuto embeddarlo dal sito di Comedy Central e non mi riesce centrarlo)

La storia di Pixels riguarda invece un'invasione aliena portata avanti (per qualche errore di comunciazione) da giganteschi mostri pixelosi tratti direttamente dagli stessi giochi arcade (Pac-Man, Donkey Kong, Centipede, e chissà quanti altri). E per combattere questa minaccia l'esercito assolda quattro "esperti" di videogiochi in grado di sconfiggere gli alieni. Non vi sembra familiare? 

Fermi tutti, non sto dicendo che questo film stia plagiando Futurama. Non sono nemmeno sicuro che l'idea di Raiders of the Lost Aracade sia del tutto originale, è possibile che qualcuno avesse già realizzato qualcosa del genere. Ma sicuramente un collegamento c'è, se non nel processo che ha portato alla scrittura del film, sicuramente a livello di immaginario collettivo a cui si attinge per sviluppare un prodotto di intrattenimento. Ne consegue che, se avete seguito Futurama, dovreste andare a vedere Pixels. Ma soprattutto che, se siete esaltati per Pixels, dovreste correre a recuperare anche Futurama, partendo da Raiders of the Lost Arcade e spaziando poi per tutto il resto.

L'avevo detto che avrei colto tutte le occasioni per continuare a parlarne...

Coppi Night 15/03/15 - Taken 3

I film "d'azione" non sono esattamente il genere che mi entusiasma di più, in parte perché come per quanto succede con l'horror in buona parte dei casi mi ritrovo di fronte cose del tutto prevedibili. Certo ci sono le eccezioni, e di solito le strade percorribili per ottenere qualcosa di buono sono due: o si costruisce una storia ben strutturata ed appassionante, o si punta tutto sull'esagerazione. Quest'ultima è la strategia scelta ultimamente da buona parte del cinema contemporaneo, ed è grazie a questa tendenza che abbiamo visto cose come I mercenari, A-Team, Crank, tutti gli ultimi Die Hard. La serie di Io vi troverò (come è stata tradotta in Italia) è iniziata qualche anno fa col primo film in cui Liam Neeson deve provvedere a recuperare la figlia (la Shannon di Lost) rapita durante una vacanza in Europa. Nel secondo capitolo, è la stessa figlia, di nuovo rapita, a dover trovare da sola la strada. Stavolta, ad essere taken è la moglie del protagonista (la Fenice dei primi X-Men), che però non viene solo rapita ma anche uccisa, in modo da incolpare lo stesso Neeson.

E qui sta la prima stortura del film: la storia di Taken, come da titolo, verte sul fatto che qualcuno sia stato rapito e debba trovare il modo di liberarsi. In questo caso però si parla di qualcosa di completamente diverso: è una specie di Fuggitivo, accusato ingiustamente di un crimine che deve da una parte scappare dalle forze dell'ordine che cercano di arrestarlo, dall'altra cercare di dimostrare la sua innocenza smascherando i veri colpevoli. Forse dopo film gli autori non avevano più idea di come far funzionare un'altra storia dello stesso tipo, e allora hanno spolverato una sceneggiatura già pronta dicendo durante il briefing iniziale "Ehi, lo sai che potrebbe venire a vedere questo film? Quelli che finora sono andati a vedere Liam Neeson!" Ecco quindi che, come avviene ad esempio con The Hangover 3, la smania di voler portare avanti un franchise che funziona finisce per snaturarlo.

Di come la trama si svolge, e di quanto tutto sarebbe stato più facile se Liam invece di prendere a cazzotti i primi due agenti intervenuti sul posto avesse detto "Aspettate, non sono stato io, e posso dimostrarlo" non voglio parlare. Mi limito a segnalare come anche questa sia una di quelle trame che basa il suo funzionamento su una serie pressoché interminabile di coincidenze in alcun modo prevedibili dalle parti in gioco e sottolineo l'inutilità del twist finale in cui si scopre chi è il vero cattivo (ché la mafia russa con le stelle tatuate sulle mani ormai non è più in voga). Ci sarebbe anche da riflettere attentamente sulla fisica di certe scene. Nel senso, nell'universo narrativo di un film può darsi che non tutto funzioni come siamo abituati, anche se vorrebbero farci credere che la storia si svolge "nel nostro mondo", ma la coerenza sarebbe importante: non puoi far esplodere un'auto dopo che è scivolata giù da una scarpata o il canale di un ascensore, e poi far rimanere intatto un aereo (e illesi i suoi passeggeri) intercettato in fase di volo.

La cosa confortante è la morale che si ricava dal film, secondo cui il diritto penale ha una componente karmica spesso sottovalutata: non importa se resistete all'arresto, malmenate gli agenti, provocate incidenti, distruggete proprietà privata e uccidete decine di persone: se quelli che ammazzate sono mafiosi russi, allora l'ispettore vi congederà con una stretta di mano e i complimenti.

Spore (di nuovo) in ebook + promo DTS

Veloce post domenicale per segnalare qualche novità riguardo le mie ultime pubblicazioni, ovvero Spore e Dimenticami Trovami Sogni. Per entrambe ci sono alcune novità a livello di distribuzione quindi penso sia opportuno farlo presente al pubblico interagente e lurkante.


La prima novità riguarda Spore, che sì è stato pubblicato nel 2013, ma ancora vive, tant'è che ha ricevuto pure una segnalazione all'ultimo Premio Italia, giustamente invalidata visto che non si tratta di un libro del 2014. La novità legata a questa mia prima raccolta di racconti è che da qualche settimana (mi sono rinvenuto solo adesso) è disponibile in e-book. Aspetta, sì, so che avevo già annunciato l'ebook di Spore alcuni mesi fa: all'epoca per la politica digitale della Factory Editoriale I Sognatori era piuttosto particolare, mentre adesso la versione digitale del mio libro (e di tutti gli altri del catalogo) è disponibile in acquisto presso tutti gli store più noti, da Amazon a IBS, e pure quelli che nessuno si caga, come Kitapburada e Sebina. Se quindi finora non avete voluto acquistare l'ebook perché siete del "o kindle store o niente", ecco la vostra occasione.


Per quanto riguarda Dimenticami Trovami Sognami invece è partita da pochi giorni una nuova modalità di acquisto, cartaceo + ebook, come potete vedere sulla scheda del libro sul sito di Zona 42. E sempre se guardate su questa pagina potete anche notare che esiste un'ulteriore opzione, la copia autografata! Questo significa che ordinandolo da qui potete ricevere (allo stesso prezzo) una copia con tanto di firma (non riconoscibile, vi avverto) ed eventuale dedica. Il tutto comporta anche che io mi alzi presto un sabato mattina per andare a spedirvi la vostra copia personalizzata, qindi abbiate qualche giorno in più di pazienza in attesa della consegna...




Infine, visto che al momento mi trovo con una certa disponibilità di copie sia di Spore che DTS, potreste anche pensare di acquistare i due volumi insieme. Ora, non mi piace mettere qui il tariffario, ma insomma, se la cosa vi può interessare contattatemi e possiamo avviare le contrattazioni. Grazie a tutti per l'attenzione, a buon rendere.

Coppi Club 08/03/2015 - L'arrivo di Wang

Parliamo di fantascienza italiana. Questo già potrebbe sembrare una contraddizione in termini per qualcuno. Eppure abbiamo già dimostrato che qualcosa esiste, al di là di questo apparente ossimoro: basta leggere il mio ultimo rapporto letture. Però aspetta: non stiamo parlando di libri, ma di film! Cioè, fantascienza italiana cinematografica? Nah, non esiste...

In effetti ci sono alcune straordinarie eccezioni a questa regola. Se escludiamo alcuni coraggiosi sceneggiati RAI degli anni 70, un esempio più recente può essere Nirvana di Salvatores, e poi non ne saprei citare altre. Ecco perché questo film mi ha incuriosito da subito: una storia su un contatto alieno scritta e diretta dai Manetti Bros, che io non conosco personalmente perché non frequento la fiction italiana, ma di cui ho sentito parlare non male. E allora proviamoci, vuoi vedere che...?

L'arrivo di Wang ha per protagonista una giovane traduttrice cinese, convocata per un lavoro insolito da parte di un'organizzazione non ben identificata. La ragzza dovrà fare da interprete tra Ennio Fantastichini e questo signor Wang, di cui inizialmente non vediamo il volto, ma in seguito ci viene mostrato come un extraterrestre, qualcosa di simile a un Grigio, ma con una cresta sulla testa e arti tentacolati. Wang è venuto sulla Terra in avanscoperta con l'obiettivo di stabilire un primo contatto e avviare uno scambio culturale con l'Umanità, e ha deciso di stabilirsi a Roma, scivolando però sulla scelta della lingua da imparare per parlare coi terrestri, basandosi semplicemente su quella più parlata nel mondo (il mandarino, appunto). Due terzi buoni del film seguono l'interrogatorio di Wang mediato dall'interprete, che cerca di mostrarsi empatica al contrario dell'intransigente e aggressivo agente dei servizi segreti.

E ora per completare la recensione bisogna che vada nello spoiler, quindi se volete vedere il film saltate questo paragrafo e passato al successivo, con le ultime note tecniche. Nell'ultima parte del film la protagonista decide di chiedere aiuto, in quanto l'alieno oltre al duro interrogatorio è stato sottoposto a tortura nonostante mantenesse le sue risposte "pacifiche". Si aggira quindi di nascosto nella base segreta fino a quando iniziano a suonare allarmi generali e l'edificio si svuota di tutto il personale, e rimangono solo lei e Wang. A questo punto decide di liberarlo e portarlo fuori, e allora si scopre che in effetti la specie extraterrestre ha iniziato ad attaccare la Terra, e lo stesso Wang sta pilotando un marchingegno da lui messo insieme nelle settimane in cui si è nascosto a Roma. "Sei proprio una cretina", è la sua ultima frase, sempre in cinese, rivolto alla protagonista. E certo, cretina lo appare davvero, per aver creduto tutto il tempo che Wang fosse davvero innocente e i cattivi erano gli umani. Il problema è che, oltre a lei, anche tutto il pubblico ci ha creduto. Quindi se da una parte abbiamo un discreto twist, dall'altra ci si sente anche presi in giro, perché per tutto il tempo abbiamo investito la nostra empatia nei confronti di Wang, che si è sempre mostrato comprensivo, pacato e ragionevole nonostante le angherie subite. Peraltro, non è nemmeno molto coerente il fatto che l'alieno stesse portando avanti il suo piano diversivo per tutto il tempo, perché fin da subito mostra un atteggiamento diverso nei confronti degli agenti e della protagonista: se il suo obiettivo finale era quello di ottenere il telecomando per azionare il marchingegno che spiana la strada all'invasione dei suoi simili, perché andare avanti con la pantomima del visitatore pacifico interessato allo scambio culturale? Avrebbe potuto ottenere il suo obiettivo con un meccanismo molto più semplice, del tipo: "Quell'aggeggio è un traduttore universale, se me lo fate usare un attimo riesco a parlare italiano" e poi ZAC!, gli umani sono fregati, il tutto senza dover quasi morire di sete e subire l'elettroshock. Inoltre, tutto il piano di Wang si basa sul fatto che sta creando un legame empatico con la traduttrice, ma non può in alcun modo sapere che poi lei avrà l'occasione di liberarlo, anzi, sarebbe ragionevole suppore che sia l'ultima persona in grado di aiutarlo in quella base, avrebbe dovuto piuttosto arruffianarsi col capo dei servizi segreti o una delle guardie. Insomma, questo aspetto della trama non è stato gestito in modo efficace, e di fatto finisce per vanificare gli sforzi di un film che poteva in un certo modo essere interessante. Credo che i Manetti abbiano voluto mostrarsi per forza "cattivi" con un twist nella direzione meno prevedibile, ma piuttosto anche meno coerente. Classico esempio di presa per il culo dello spettatore, non si fa.

Fine spoiler, passiamo all'aspetto tecnico. Il film ha l'aspetto di un thriller, la regia, la musica, la fotografia, sono tutte tipiche del film d'azinoe, anzi, diciamo pure della fiction poliziesca. Probabilmente si tratta soltanto di una deformazione professionale dei registi che si muovono di solito in questo ambito, ma il risultato non è sgradevole. Purtroppo ci sono altri dettagli che fanno scendere il livello. Gli effetti speciali sono al limite del ridicolo, sia per quanto riguarda l'alieno (che è stato filmato con un attore in motion capture) che le scene finali in cui vediamo le astronavi. Ma come mai un grafico 3D da solo riesce a creare dei modelli quasi perfetti per cortometraggi che carica su youtube, e quando poi invece si fa un film "vero" si cade su queste cose? Infine la recitazione ragguinge dei livelli davvero bassi, non dico amatoriali ma quasi, in certi casi con un'impostazione fin troppo teatrale. Insomma, di nuovo, la recitazione da fiction, roba alla Occhi del cuore.

Questi aspetti negativi finiscono per squalificare un film che avrebbe potuto essere un'occasione quasi inedita nel panorama cinematografico italiano. Purtroppo finché il modello rimane quello degli sceneggiati televisivi credo che non si potrà ottenere niente di meglio. Si può apprezzare il tentativo, ma non il risultato.

Rapporto letture - Febbraio 2015

Febbraio è stato apparentemente un mese di letture scarne, in realtà ho occupato buona parte con un volume consistente e poco dopo ne ho iniziato un altro a sua volta corposo che si è protratto fino a marzo. La cosa buona è che rispetto agli ultimi mesi, ho finalmente letto qualcosa che mi ha lasciato pienamente soddisfatto. E, caso strano, solo autori italiani!

E lo so che si fa presto a dire "letture soddisfacenti" quando a fare media c'è Calvino, e so anche che sono l'ultimo arrivato. Avevo il volume che raccoglie Tutte le Cosmicomiche già da diversi anni, ma solo ora mi sono deciso ad affrontarlo. Non avevao un'idea precisa di cosa aspettarmi, perché di Calvino non ho letto molto (qualche racconto a scuola, forse Il Conte di Montecristo presente in una qualche antologia), e ora posso dire che ho fatto male. I racconti contenuti nelle Cosmicomiche costituiscono un approccio favolistico alla fantascienza, si parte infatti da teorie o nozioni scientifiche (alcune oggi obsolete, ma non importa) e su questi vengono costruiti racconti apparentemente semplici, ma che richiedono un notevole cambio di prospettiva da parte del lettore. Dalle particelle subatomiche agli ammassi di galassie, dal big bang alla morte delle stelle, quasi tutta la storia dell'universo viene presa in esame, con un particolare occhio di riguardo naturalmente alla storia della Terra (e della Luna). Ora, di certo non sta a me fare la critica a Calvino perché ci hanno pensato tanti altri dottorni prima di me, posso dire però che la lettura si è rivelata al tempo stesso piacevole e stimolante, soprattutto per quanto riguarda le numerose avventure di Qfwfq, che riesce a riportare alla dimensione umana anche situazioni lontanissime dalla nostra esperienza quotidiana. Più complessi da seguire, ma estremamente affascinanti, anche i "racconti deduttivi", dei quali fa parte anche Il Conte di Montecristo che avevo già letto: profonde storie metatestuali che illustrano sottoforma di storia delle vere e proprie espressioni di matematica pura. Quello che si può obiettare è che certi temi siano un po' ripetitivi, e che a volte i personaggi dei racconti siano poco più che degli abbozzi, ma raramente questo riesce a squalificare storie dalla potenza immaginativa così alta. Voto: 8.5/10


Di Stefano Castelvetri credo che nessun dottorone abbia mai parlato, e io stesso lo vedo citato per la prima volta sulla copertina di questo ebook autopubblicato. Mi ha attirato per il titolo, la sinossi breve ed efficace, e forse qualche ricordo subconscio di commenti positivi letti da qualche parte. Ho voluto quindi provare a leggere 8.23 volte l'anno e ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. Si tratta di una storia leggera e divertente di invasione aliena, o meglio, di ripetute invasioni aliene, che vengono prontamente sventate (da alcuni secoli) da una squadra di preparatissimi agenti del controspionaggio alieno. Anzi, meglio, si tratta di un intero paese, e il paese è Binazzo Bassa. Le affinità di questo romanzo con altre opere si fanno in fretta: la Guida Galattica, Men in Black. Eppure nonostante si noti subito che l'autore non ha voluto inseguire l'originalità a tutti i costi, si riesce comunque a godere di una storia ben strutturata, personaggi convincenti e avventura spensierata. In realtà il libro avrebbe bisogno di una buona revisione, ci sono diverse imprecisioni nel testo e nella punteggiatura, roba che con qualche ora di editing si sarebbe risolta senza problemi e avrebbe reso questo ebook un prodotto di ottima qualità. Siamo comunque a livelli più che sufficineti, a dimostrare che, a cercare bene, qualcosa si può trovare anche nel selfpublishing. Pare che esista già un seguito (Universo incompleto) ed è probabile che lo leggerò. Voto: 7.5/10

Report DTS @ Reggio Emilia, 28 febbraio 2015

Non è una cosa che faccio abitualmente, mettermi a fornire resoconti degli eventi live a cui mi capita di partecipare e/o presiedere. Tuttavia come ho fatto per la prima uscita pubblica di Spore, mi piaceva fare il punto anche della "prima volta" di Dimenticami Trovami Sognami, che è stato giusto una settimana fa. Per tirare le somme di questa prima esperienza, niente di più.

Dovreste già sapere che la presentazione si è svolta alla Miskatonic University, nel centro di Reggio Emilia, e avremmo potuto tranquillamente dire che fosse l'evento più partecipato della serata, se non fosse che nella strada accanto c'era l'inaugurazione di un forno che distribuiva cibo gratis, e si sa, dove si mangia a scrocco non manca mai la gente. Si fa presto a riempire un locale piccolo come quello (ma piccolo nel senso di contenuto e caloroso, non claustrofobico), ma i posti a sedere erano tutti prenotati e qualcuno è rimasto pure in piedi, cosa che è sempre di buon incoraggiamento.

Avevamo concordato con Giorgio Iguana Raffaelli di Zona 42 una semplice scaletta, con qualche minuto di presentazione iniziale e una serie di domande, e abbiamo pressappoco seguito quella. Devo ammettere che c'è stata un po' di difficoltà all'inizio, soprattutto da parte mia, nel cercare di descrivere il libro. Il fatto è che mi risulta problematico rispondere a una domanda semplice del tipo "di cosa parla", perché non credo si possa individuare un singolo tema o una singola linea narrativa che può racchiudere tutto il romanzo in poche righe, e qualche inceppamento ci può essere stato, come potete constatare dalla foto qui annessa, in cui se riuscite a cogliere la gestualità potete leggere da parte mia un "ehm, sì, roba così" e di Giorgio qualcosa del tipo "sì, ok, non si capisce ma ce lo facciamo andare bene". Ho comunque cercato di suggerire gli spunti iniziali, forse senza risultare troppo convincente, ma con le domande successive siamo riusciti ad approfondire l'argomento, e probabilmente sono riuscito anche a suscitare un certo interesse, perché gli interventi del pubblico non sono mancati. Non ho ben chiaro quanto sia durato il tutto, presumo un'ora o poco più, ma è stato tutto molto scorrevole. Alla fine solito giro di complimenti e dediche (dico "solito" perché è abbastanza comune alla fine di una presentazione letteraria, non perché ci sono abituato dall'alto della mia esperienza di Autore...), ma anche diverse occasioni di chiacchiere con gli ospiti (qualcuno conosciuto, qualcuno no) a proposito di fantascienza, libri, editoria, cibo, rugby (sì, mi hanno trascinato anche in quello), e personaggi locali, tutto molto colloquiale e distensivo.

Cosa posso trarre, stavolta, dalla prima presentazione del nuovo libro? Innanzitutto, DTS interessa, questo sì. Se consideriamo anche che l'ho venduto con l'abilità di una betoniera, è evidente che il contenuto del romanzo ha sicuramente un certo appeal. Nel pubblico erano presenti (pressappoco in egual misura) persone che lo avevano già letto e che non lo conoscevano, e l'interesse era alto per entrambi gli schieramenti. Le domande che abbiamo ricevuto (non solo io, anche l'editore) non sono quelle di circostanza per l'autore esordiente, ma ben studiate e circoscritte, stimolanti da ricevere. Di questo siamo rimasti molto contenti sia io che i miei mecenati di Zona 42. Certo, può anche darsi che il pubblico fosse filtrato dalla location stessa: la Miskatonic University è un tempio dedicato alla narrativa d'immaginazione, e davvero, se siete anche nel raggio di 100 km vale una visita, io ho passato almeno mezz'ora a frugare negli scaffali e alla fine da bischero che sono non mi sono deciso a prendere niente, ma ho visto titoli da salivazione molesta (che poi ho sfogato su ravioli di patate e gnocchi fritti, ma questo è un altro discorso), e una grande attenzione anche per l'underground italiano, con una buona rappresentanza di autori e case editrici di medio-piccolo livello. Quindi, se non siete venuti per DTS, andateci per centinaia di altri motivi più validi, mi raccomando.

In secondo luogo, è molto diverso parlare di un romanzo piuttosto che di un racconto (o una serie di), così come lo è scriverlo. Non dico più difficile o più faticoso, ma richiede un approccio differente, che ancora devo inquadrare... ma che sicuramente mi piacerà approfondire nelle prossime occasioni, che non dovrebbero mancare. Non so se mi studierò qualcosa di precotto da sfornare al momento, come il buon senso suggerirebbe, o mi butterò a improvvisare per tenere alta l'adrenalina, ma penso di poter migliorare da questo punto di vista.

Infine, devo riconoscere che il contatto diretto col pubblico è la cosa più bella di questo lavoro. DTS è piaciuto praticamente a chiunque l'abbia letto finora (non mi sto sbrodolando, riporto quanto mi è arrivato, magari chi gli è rimasto di traverso non me l'ha fatto sapere, o magari... retcon?), e questo mi fa piacere, ma non è niente in confronto alla possibiltà di parlare direttamente con qualcuno che ha condiviso lo stesso percorso, fare battute sul purè e su tutte le citazioni geek presenti nel libro, intendersi con mezze parole e strizzate d'occhio. Quindi alla fine i ringraziamenti vanno a chi è venuto ad ascoltarci e conoscerci, e ha avuto quella curiosità che io ho inviduato come unico requisito per poter leggere e apprezzare il mio libro. È stato un piacere e un onore, e spero ricapiti presto.

Alla prossima!

Coppi Night 01/03/2015 - Now You See Me

Ogni tanto ci provo a guardare un film su maghi e prestigiatori di qualche genere, ma dopo The Prestige  non esiste altro, nemmeno quel Illusionist con Edward Norton. Comunque, ho voluto provarci ancora, dando una possibilità a questo Now You See Me che evidentemente i traduttori italiani non sapevano come adattare, visto che hanno scelto la tipica insulsa formula del titolo originale + sottotitolo. Questo non mi ha messo nella disposizone migliore ad accogliere il film, ma va bene, proviamoci lo stesso. Come se stessi guardando uno spettacolo di magia, no, proviamo a vedere se mi sorprende davvero.

La risposta è no, e lo è per una serie di motivi ormai così ricorrenti nel cinema che mi sembra quasi una perdita di tempo farci un post. Ma ok, proviamoci, giusto per far capire che non sono io così pruriginoso, ma sono questo tipo di storie che mi scatenano l'orticaria. Seguiranno spoiler, ma spoiler del tipo buono, quelli che ti risparmiano di dedicare tempo a una schifezza, caro lettore.

Il film si basa su due assunti principali: la magia non esiste ma funziona, e lo spettatore deve essere ingannato. I protagonisti del film sono infatti quattro maghi/prestigiatori, che se all'inizio vengono soltanto mostrati come individui molto abili nei loro trucchetti, che siano un mazzo di carte, un portafoglio o un'ipnosi, man mano che si va avanti si impegnano in "trucchi" sempre più complessi, che chiaramente non possono essere frutto di semplice destrezza manuale, e che quindi sottintendono che la magia esista davvero, cosa che non viene mai detta, perché fin dall'inizio il mantra è "guarda da vicino, perché sarà più facile ingannarti". Quindi si tratta in effetti di trucchi, vero? E allora com'è possibile che i protagonisti siano in grado di eseguire delle chiare impossibilità fisiche (macchine alte quanto un uomo che compaiono da un paio di stracci volanti lanciati in aria, bolle di sapone anti-gravità) e in seguito inganni molto articolati in ambienti in cui non hanno alcun controllo, come un lungo insguimento su un ponte trafficato che è solo un depistaggio per un altra mossa ma che può funzionare solo se ogni singolo elemento (cioè ogni singola cazzo di auto) si trova nel posto giusto al momento giusto, roba che se uno mette la frecca per parcheggiare o un gatto attraversa la strada sono tutti morti. Siccome poi questi maghi fanno i birichini, e riescono pure a rapinare una banca in Francia (banca che normalmente tiene un bancale di soldi nemmeno ammazzettati in un caveau visitato quotidianamente dalla direttrice, e che evidentemente si trova così in prossimità di Las Vegas che i maghi hanno avuto il tempo di fare la rapina in Francia e tornare indietro con tre milioni di Euro prima che la banca aprisse, forse ci guadagnano col fuso orario?) e fottere i soldi dal conto del loro finanziatore (un Michael Cain assunto proprio per dare l'idea di stare guardando The Prestige, ma non ci si casca, grazie), che furbamente tiene tutti i suoi 144 milioni di dollari su un conto personale protetto da domande di sicurezza come il nome da nubile di sua madre e al quale è possibile accedere per versare i rimborsi della sua compagnia assicurativa che a quanto pare è una società semplice, non certo una società di capitali per cui i conti e il consiglio di amministrazione e la contabilità sono entità ben separate dalla proprietà ed è possibile fare versamenti su un migliaio di conti di disastrati dell'uragano Katrina a New Orleans di cui nel frattempo hanno già raccolto tutti i dati necessari per sapere quale fosse l'entità giusta del versamento da fare, e questo versamento è avvenuto per tutti nello stesso minuto, alla faccia dell'home banking. Uhm, mi sono perso, ma ricordando le varie fasi del film mi sono scaldato. Dicevo, è chiaro che la magia è solo un trucco, eppure funziona davvero perché i protagonisti fanno cose francamente impossibile o anche solo evitabili con un minimo di buon senso, come quando vengono presi in custodia per un interrogatorio e gli viene lasciato un mazzo di carte con cui giocare, ma srsly?, oppure quando il cadavere nella macchina incendiata non viene identificato per scoprire che non si tratta del maghetto del gruppo, chi l'avrebbe mai detto, eh? E non solo la magia funziona, ma anche l'ipnotismo, quello alla Giucas Casella del tipo "quando sentirai dire questa parola diventerai una gallina" e che si ottiene giusto con una pacca sulla spalla in meno di 4 secondi.

Questo campionario di stronzate basterebbe a far capire che il film è una porcata, ma non basta qui. Perché il film oltre a essere stupido è anche disonesto. Infatti, alla fine si scopre che l'agente dell'FBI che investigava sui maghi è in realtà il puppet master che teneva tutti nel sacco per un suo plot di vendetta dilazionato di 40 anni. Va bene, è il twist che non ti aspetti (yaaawn), how clever. Solo che. Solo che per tutto il film questo agente si è comportato come se effettivamente fosse un agente all'oscuro di tutto e in cerca di acchiappare i maghi. Ok, si dirà, ma fa parte del gioco fingere. È vero, ma fino a che punto? Perché in molte occasioni lui agisce in modo incoerente con le sue reali intenzioni anche quando è da solo. Ad esempio, a un certo punto Morgan Freeman (pure lui ha bisogno di pagare le bollette, poraccio...) gli mette la pulce nell'orecchio che la signorina francese dell'Interpol potrebbe essere la talpa che sta aiutando dall'interno i maghi. Ora, lui sa che questo non è vero perché è lui la talpa, ma nonostante questo poco dopo si comporta in maniera dura e sospettosa nei confronti di lei, anche se non c'è nessuno che assista a questa scena e che sappia della sua conversazione con Morgan. Oppure, com'è possibile che costruisca un piano così arzigogolato che però si regge su una serie di coincidenze assolutamente imprevedibili, come tutte quelle che si verificano nel corso dei vari inseguimenti? Ma se una di quelle merde di carte che il bischerello gli tira nel viso di piatto per tenerlo lontano gli si infilava nell'occhio e gli tagliuzzava il cristallino, che cazzo pensava di fare dopo? Eppure il piano è tutto suo, aveva previsto anche questo?

Insomma, la storia è incoerente, superficiale, incompleta e disonesta. È una schifezza sotto tutti i punti di vista, un grossolana ricerca al plot twist e allo stupore a tutti i costi, una corsa agli armamenti per livelli di plot convenience sempre più alti, e a dirla tutta anche abbastanza immorale sotto molti punti di vista, perché fa passare l'idea che rubare ai ricchi sia legittimo e che far piovere soldi sul proprio pubblico sia il modo più efficace per essere amati. E non vi ho detto nulla dell'ordine egizio di maghi sacri robinhoodici. Questo credo lo spiegheranno per Now You See Me 2, che davvero, lo farano, ma io spero di don't see, ne now never.

Non leggere per scrivere meglio

Mi è capitato diverse volte negli ultimi mesi di trovarmi coinvolto in conversazioni (principalmente all'interno di qualche grupppo facebook) in cui un autore o aspirante tale dichiara qualcosa del tipo "Non leggo molto perché voglio essere libero di trovare la mia ispirazione e non voglio farmi influenzare dalle idee di altri scrittori". Mi sembra interessante affrontare brevemente questo tema, e cercare di capire se questo approccio alla scrittura abbia senso o meno.

Per venire incontro agli standard SEO, riassumo in una parola il mio punto di vista, che poi argomenterò meglio: cazzata.

Cerco di dividere la mia analisi in due parti: cosa ne penso a livello personale e quali sono gli elementi obiettivi a favore della teoria. Per quanto mi riguarda, ritengo che la lettura sia uno dei compiti essenziali e inderogabili di uno scrittore. Se posso comprendere il fatto che, se si vuole dedicare il "tempo libero" alla scrittura, ne rimane sempre meno per leggere (anche se, come ho già detto in passato, il tempo per leggere lo si può sempre trovare), ma affermare chiaramente che non si vuole leggere è ben diverso. A me pare proprio assurdo che si possa pensare di essere in grado di scrivere senza aver bisogno di leggere. Leggere, per un autore, non è solo uno svago, è un'importantissima fase di documentazione e preparazione che tornerà utile in ogni progetto successivo. È un po' come per un falegname visitare un mobilificio, per un violoncellista assistre a un concerto, per un centometrista guardare le olimpiadi. Come si può pensare di raggiungere buon risultati nella propria "arte" senza confrontarsi con gli altri esponenti della stessa? Nella mia formazione di autore non sono del tutto sicuro di cosa si sia rivelato più importante: scrivere con frequenza e sottoporre i miei lavori al giudizio degli altri, o leggere i lavori degli altri e sottoporli al mio giudizio. Per convenzione diciamo 50 e 50, ma non ne sono così sicuro. Leggere le opere altrui è importante su due fronti diversi: i lavori degli autori "famosi" servono come riferimento qualitativo, per sapere cosa si trova sulla piazza e quale livello bisogna raggiungere per potersi proporre; i lavori degli autori al proprio livello invece (e chiaramente mi riferisco a un "autore emergente", anche perché non credo che Neil Gaiman voglia leggere i miei consigli di scrittura) servono invece per migliorare la propria tecnica a in modo più immediato: per ogni D eufonica che segnaliamo, o trama incomprensibile che ci passa davanti, diventiamo più abili a individuare le stesse cose nei nostri lavori.

Queste sono mie considerazioni personali, magari basate sulla mia esperienza e non necessariamente condivisibili. Ma c'è anche un altro aspetto più pragmatico che qualunque autore dovrebbe considerare. Scrivere narrativa significa trasformare delle semplici idee in storie. Questo è maggiormente vero per la narrativa di genere, che poi è l'ambiente che conosco e frequento, perché se potete anche arrivare in finale allo Strega* con il tema libero "Il mio cane", difficilmente potrete scrivere un buon racconto horror basandovi su quello che mangiate a colazione (e se invece è così, rivedete la dieta...). Le idee, purtroppo, non vengono in sogno, cioè, a volte sì, ma di solito non sono quelle più affidabili. Avete bisogno di esercitare quel muscoletto che avete nel cranio, renderlo flessibile e dargli qualcosa su cui lavorare. E leggere è l'esercizio migliore che esista, in questo senso. Anche in questo caso, aiuta in due modi: da una parte si possono trarre spunti da ciò che si legge, il che non vuol dire copiare le idee altrui, ma partire da quanto si legge per elaborare le proprie storie, senza nascondersi dietro l'originalità a tutti i costi, che tanto è già dimostrato che non esiste più, da Omero in poi; dall'altra parte, se non avete mai letto fantascienza, e pensate che la vostra idea per un racconto sia straordinaria e innovativa, è probabile che i primi sei lettori di fantascienza a cui la esponete vi citeranno sei libri diversi in cui è già stata usata. Cadere nel cliché più scontato è la peggior presentazione per qualunque nuovo autore, e il tonfo non è attutito dal fatto che era un'idea davvero davvero originale, nella testa di chi l'ha pensata (infatti sarebbe molto utile avere un team di Loriti per controllare tutte le illuminazioni).

Infine c'è anche chi dice che leggendo le opere altrui si contamini il proprio stile e non sia possibile trovare la propria voce. Anche questo è assurdo, pressappoco per le stesse ragioni di sopra, e anche perché è chiaro che se dopo aver letto King vi viene da scrivere come King, magari dopo aver letto King, Ballard, Eco, Stross e Rowling, non sarà così facile uniformarsi allo stile di un autore in particolare e si dovrà necessariamente crearne uno tutto proprio, anche incosapevolmente.

Alla luce di tutto questo, mi viene da pensare che l'idea di non voler leggere al fine di mantenersi puri nella scrittura può derivare da due tendenze. Una è la scarsa confidenza con la lettura e la scrittura, da cui deriva la convinzione che possano essere due cose indipendenti: una tesi miope ma giustificabile per chi ancora deve trovare la sua strada. Al contrario, sospetto che molti mascherino con questa giustificazione la loro chiusura a qualunque tipo di "arte" che non sia la propria, diretta conseguenza di un ego sproporzionato e probabilmente di troppe o troppo poche sculacciate prese durante l'infanzia.



*posto che abbiate 500 copie da regalargli, beninteso

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